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GIUGNO 2016

 

Non  disertare il voto

Alle urne, alle urne!

di Salvatore Sfrecola

 

Un mio amico ha scritto su Facebook che non ascolterà più nessuno che intenda lamentarsi di qualcosa che non va nella gestione della città se non gli avrà preventivamente dato assicurazione di aver votato. La Costituzione all’articolo 48, comma 2, definisce l’esercizio del voto “dovere civico”. Non un dovere giuridico, dunque, obbligatorio, cosa che fu esclusa nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente, ma un dovere del cittadino come tale e in quanto partecipe di una comunità.

Un dovere che si connette ad un diritto, espressione prima delle società organizzate anche quando non assurgeva a icona del costituzionalismo moderno, che è quello di contribuire alla vita della società concorrendo alla scelta dei propri rappresentanti da individuare sulla base di un indirizzo politico enunciato nel corso della campagna elettorale, con riferimento a linee politiche ideali ed a programmi di azione amministrativa e di gestione dei servizi pubblici, come avviene essenzialmente nelle elezioni per i sindaci nelle quali si dibatte di mobilità, pulizia, ambiente, servizi amministrativi e alla persona, illuminazione delle strade e sicurezza, tanto per semplificare.

Sono temi che interessano tutti, ricchi e poveri. Nessuno può disinteressarsene. Ovvero, quando se ne disinteressa all’atto del voto, come dice il mio amico, non ha più motivo di lamentarsi se le cose non vanno come sperava.

Un voto può poco? Il disinteresse, l’assenteismo può molto. In negativo perché di fatto genera quel “non governo” del quale poi ci lamentiamo. Ecco perché da sempre richiamo l’attenzione su quel “dovere civico” che molti, troppi, italiani da tempo non esercitano. Anche nelle interviste televisive raccolte per strada si sente dire “non mi interessa”, “non so”, “non m’intendo”, “tanto con cambia niente”. Una disattenzione che è disaffezione per il proprio ruolo di cittadino che tuttavia sarebbe ingiusto addebitare solamente alla gente, ad una certa ignavia o rassegnazione e non si tenesse conto del fatto che la classe politica ha progressivamente perduto credibilità agli occhi della gente, sempre più convinta che la rappresentanza del popolo sia un concetto vuoto, che, in realtà, quello del politico sia un mestiere, anche ben retribuito, che la “casta” sia altro da noi comuni cittadini.

Questo tuttavia non giustifica il non voto. Perché proprio gli errori della politica dovrebbero spingere i cittadini a ribellarsi con l’arma potente di una scelta di alto valore civico perché non è vero che “tanto non cambia niente” perché la storia, anche di questa Italia di individualisti e sfiduciati, dimostra che agli italiani, quando hanno saputo scegliere, venuti risultati, come quando ci ribellammo a chi ci voleva mandare al mare anziché a votare.

D’altra parte chi tace ha sempre torto.

Oggi siamo chiamati a votare per eleggere sindaci e consiglieri comunali. È vero che i programmi presentati dai candidati nelle scorse settimane si somigliano un po’ tutti e non potrebbe che essere così. Le buche nelle strade, la viabilità e la pulizia delle città sono necessariamente temi di tutti. Ma c’è una possibilità di leggere quei programmi al di là degli slogan. Guardando alle persone, alla loro esperienza, a quanto hanno o non hanno fatto nel tempo, insomma alla loro affidabilità.

Si può sbagliare, ovviamente. Come quando si assicura amicizia ad una persona fidando su come si presenta. Ma è più sbagliato non scegliere, rimanere a casa o andare al mare o ai monti. Anche per rispondere a chi ha tentato di sminuire il senso della scelta dei sindaci piazzando la data delle elezioni al termine di un lungo ponte che ha portato molti italiani ad allontanarsi dalla loro città.

Il “rischio delle urne deserte” di cui ha scritto Aldo Cazzullo il 31 maggio sul Corriere della Sera è certamente reale ma voglio allontanarlo, fidando nei miei concittadini, nel loro senso civico nella speranza che quel “dovere” che evoca la Costituzione sia un invito sentito, un po’ come nella esortazione mazziniana, quasi a compensazione del ricorrente, ossessivo richiamo ai diritti. Che non possono essere tenuti lontani dai doveri, che non identificano neppure una contrapposizione, ma sono espressione dell’essere cittadino, che chiede perché, all’occorrenza, sa che deve dare.

Le elezioni amministrative di oggi e del 19, in caso di ballottaggio, ci chiedono di indicare un sindaco “l’unica figura – scrive ancora Cazzullo - che sino a poco fa aveva resistito al declino delle istituzioni e al degrado della rappresentanza”. Lo è ancora, anche se nella maggior parte dei casi non ha risorse adeguate alle esigenze dei servizi che è chiamato a rendere. Ma può liberare i bilanci dal peso degli sprechi e della corruzione. Gli uni spesso funzionali all’altra.

Si vota nelle grandi città, nella capitale dove mai era stato registrato un degrado così mortificante, a Milano, Napoli, Torino, Bologna. Ovunque con le sue specificità. I partiti le temono perché, ad onta dei tentativi di esorcizzarne il significato, sanno che il senso di appartenenza ancora conta e se lo zoccolo duro del Partito Democratico e di Forza Italia può tenere in alcune aree, in altre potrebbe trasformarsi in un esodo biblico in direzione del Movimento 5 Stelle, da un lato, e della Lega e di Fratelli d’Italia dall’altro, con pensionamento anticipato dei vecchi e giovani leader.

Il laboratorio più significativo potrebbe essere Roma dove il centrodestra appare diviso in un ramo con aspirazioni di fruttificare (Fratelli d’Italia e NoiconSalvini) e in uno, Marchini, contaminato da reduci di battaglie perdute, come i valori che continuano stancamente a richiamare. Mentre il PD, tra cattiva gestione e scandali, rischia una clamorosa retrocessione, nonostante l’impegno del segretario del partito Presidente del consiglio.

In testa ai sondaggi, pare, il Movimento 5 Stelle al quale molti guardano come ad una speranza di rinnovamento. La giovane Virginia Raggi riscuote molto interesse. La insegue un’altra giovane, Giorgia Meloni con impegno e determinazione.

Cosa diranno le urne? Oggi e soprattutto il 19 nell’inevitabile ballottaggio?

5 giugno 2016

 

A margine delle celebrazioni del 2 giugno

Qualche puntino sulle “i” tra politica e storia,

da Sabino Cassese a Corrado Augias

a cura di Salvatore Sfrecola e Domenico Giglio

 

Capisco e comprendo l’esigenza delle autorità pubbliche di ricordare il 70° del referendum istituzionale e l’enfasi che l’ha accompagnata, ma ritengo che buon gusto e rispetto della verità storica avrebbero imposto parole più sobrie, almeno nelle parole, soprattutto rivolte al futuro del nostro Paese. Invece molti, troppi, hanno scelto la strada della rievocazione delle vicende politiche precedenti il 1946 travisando o ignorando fatti, spesso in modo cialtronesco, denigrando in tono non di rado volgare personaggi della storia italiana probabilmente nell’intento di costruire una narrazione edulcorata che facesse risultare ineluttabile il risultato referendario e pertanto sorretto consapevolmente dalla maggioranza degli italiani. Nonostante i tanti “dubbi” e le molte certezze ed a tacere del clima di intimidazione e di violenza che in alcune aree del Paese impedirono l’espressione del voto a persone notoriamente di fede monarchica. Da pochi giorni è nelle librerie il contributo documentatissimo dello storico Aldo A. Mola (“Il referendum Monarchia-Repubblica del 2-3 giugno 1956 – Come andò davvero?”, BastogiLibri) che segnala brogli, sbagli, pasticci. Ricorda anche che tre milioni di italiani non hanno avuto la possibilità di  votare.

È accaduto altre volte nella storia che il “vincitore” abbia voluto incoronare il proprio successo enfatizzando talune circostanze, minimizzandone altre, spesso denigrando chi aveva perduto, trascurando si considerare che svilire l’“avversario” inevitabilmente riduce anche il senso della vittoria. Nel nostro caso, trattandosi di una consultazione dagli esiti contestati, e che comunque hanno spaccato l’Italia in due, sarebbe stato politicamente più civile guardare soprattutto al dopo con senso di responsabilità nei confronti della società uscita da una guerra devastante e coinvolgere tutti in una prospettiva di superamento della crisi economica e sociale che ne era seguita.

È così che abbiamo garbatamente fatto presente al Capo dello Stato su questo giornale che la sua intervista al Corriere della Sera del 2 recava talune imprecisioni storiche che sarebbe stato bene evitare.

Ugualmente il Professore Sabino Cassese, già giudice costituzionale, l’unico che, nella storia della Consulta, contravvenendo ad uno stile sempre serbato da chi aveva svolto quell’alta funzione, ha consegnato ad un testo (“Dentro la Corte – Diario di un Giudice costituzionale”, Il Mulino, 2015) critiche all’attività dell’alto consesso nel quale ha operato per nove anni, ripresa la libertà di scrivere ha voluto svolgere, ancora sul Corriere del 2 giugno (Le stelle sono ancora molto lontane?), considerazioni varie sulle prospettive che si erano prefissi, a suo dire, coloro che avevano propugnato la scelta repubblicana. Inizia chiedendosi se “sono state soddisfatte le attese e le promesse fatte settant’anni fa, quando gli italiani votarono e scelsero la Repubblica?”, quando, “disfatto lo Stato monarchico e fascista … il popolo fece sentire la propria voce scegliendo la Repubblica”. Aggiungendo che “per vent’anni non erano state consentite libertà di parola e di associazione … Per cent’anni, la scuola era rimasta classista, con corsi separati per i figli della borghesia, e per quelli degli operai e contadini, e all’assistenza sanitaria avevano avuto diritto gli iscritti alle «mutue». Nel 1962 fu introdotta una scuola media unica e nel 1978 fu istituito il Servizio sanitario nazionale, aperto egualmente a tutti”.

Mi limito ad alcune considerazioni generali, lasciando all’amico Ing. Domenico Giglio, che da alcuni anni arricchisce questo giornale con proprie considerazioni di carattere storico politico, alcune puntualizzazioni sulla scuola.

Il Professore Cassese, che è persona colta nel diritto pubblico e segnatamente nell’amministrativo, non può confondere lo stato monarchico con quello fascista né assegnare a gloria della Repubblica, come se l’Italia venisse dal nulla, talune riforme di carattere economico e sociale, come la riforma sanitaria, che tutti oggi sono convinti sia stato un errore attribuire alla competenza delle regioni con tutto il seguito di disfunzioni, sprechi e corruzione che giornalmente ci segnalano i mezzi d’informazione. Perché gli è ben noto che l’Italia, nel decennio giolittiano, aveva già sperimentato importanti riforme sociali che l’avevano collocata all’avanguardia tra i paesi continentali.

Ciò mentre i “forti divari” che “L’Italia unificata aveva accettato … al suo interno” vanno contestualizzati, come ogni storico degno di questo nome sa che va fatto per non apparire fazioso (uomo di fazione). Mentre al giurista, com’è il Professore Cassese, non può sfuggire re melius perpensa, come scrivono coloro che hanno letto le Pandette, che è certamente azzardato affermare che “Internet è divenuto un formidabile strumento per assicurare la trasparenza della gestione pubblica”. Magari usando un condizionale (potrebbe diventare) avrebbe preso meglio le misure in una materia nella quale l’Italia è fortemente deficitaria, tanto da collocarsi molto indietro nella graduatoria, redatta da Transparency International, dei paesi dove la corruzione percepita è più alta. E meno sentita l’etica pubblica.

Così denuncia disfunzioni politiche ed amministrative, la “lentissima attuazione” della Costituzione, quanto alla Corte costituzionale che cominciò la sua attività solo nel 1956, alla elezione dei consigli regionali avvenuta nel 1970. E, poi, “le degenerazioni del parlamentarismo”. Ma se abbiamo avuto 63 governi – l’argomento di Renzi a sostegno dell’Italicum e “il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo”, questo non è forse responsabilità dei partiti e dei loro gruppi parlamentari? E non si chiede, lui che apertamente propende per il SI, se, con una legge elettorale che assegna al partito di maggioranza, che è comunque una minoranza nel Paese, il dominio della Camera, quel controllo sul governo che evidentemente auspica sarà ancora possibile.

 

Lascio la parola a Domenico Giglio, in una lettera all’Ambasciatore Sergio Romano, che cura la rubrica le lettere sul Corriere, per poi riprenderla a proposito di quel che ha scritto Corrado Augias.

“Io ed il Prof. Cassese

Egregio dr. Romano, ho letto con interesse l’articolo di fondo, del 2 giugno del prof. Cassese e mi sembra di aver vissuto, qui a Roma, forse diversa dalla terra natale del professore, una vita dissimile da quella descritta nell’articolo, con la scuola divisa per ricchi e poveri, quando ricordo invece figli di portieri che studiavano insieme con i figli dei padroni di casa, e se poi la scuola media unica risale al 1962, cosa era quella scuola media che ho frequentato dal 1942 al 1945? E se i Sindaci erano soggetti al controllo statale e non liberi, vorrei mi fosse spiegato come mai Roma avesse avuto un Sindaco di nome Nathan, massone, e Milano, Caldara, socialista, che operarono liberamente ed ancora oggi sono ricordati e portati ad esempio per le realizzazioni compiute durante il loro mandato ?

In Italia libertà e democrazia non sono nate nel 1945, come affermò Parri al quale ben rispose Benedetto Croce, demolendo questa tesi, ma se furono obnubilate per diciotto anni, dal 1925 al 25 luglio 1943, ormai sappiamo bene di chi furono le vere responsabilità, dai popolari ai socialisti, i primi perché impedirono il ritorno al governo di Giolitti, per poi entrare nel governo Mussolini, e gli altri per il loro massimalismo, ed il rifiuto della strada riformista, auspicata dallo stesso Sovrano.

Distinti saluti

(un semplice e modesto) dr. ing. Domenico Giglio”

 

E veniamo a Corrado Augias

Su La Repubblica, 1 giugno 2016 (Ciò che vidi il 2 giugno, a pagina 28) risponde ad un anonimo lettore (“lettera firmata”, una formula che spesso nasconde lo stesso autore della risposta che confeziona a proprio uso un argomento che magari nessuno gli ha segnalato) che scrive: “Di una cosa non sono mai stato certo: quanto gli italiani, la maggioranza degli italiani, abbiano imparato ad apprezzare l’idea di essere cittadini di una repubblica che vuol dire la cosa pubblica cioè la cosa di tutti. Alle volte mi chiedo se qualcuno o molti non preferirebbero ancora oggi che in quel 2 giugno di settant’anni fa avesse vinto la monarchia”.

Augias esordisce rassicurando il lettore (o se stesso). Egli, infatti, ritiene che “siano trascurabile minoranza gli italiani che preferirebbero vivere oggi sotto una monarchia per almeno un paio di ragioni, una di buona lega, l’altra un po’ meno. La prima è che gli ultimi eredi Savoia hanno dato una così mediocre prova di sé da far ritenere di gran lunga preferibile il più modesto o molesto degli uomini politici; nessuno di loro è lì per ragioni ereditarie quindi prima o poi torna a casa mentre un cattivo re siede sul trono a vita”. Argomenti già in uso, stantii, che non mette conto commentare.

Ma dove il Nostro raggiunge l’apice della sua arroganza e ignoranza storica è quando così prosegue: “ci vollero la sconfitta e la fuga per far abdicare un re come Vittorio Emanuele III, pessimo fin dall’inizio, sgradevole d’aspetto e di cattivo carattere”. E qui mi fermo perché il resto è un tripudio, neppure troppo convinto, della scelta repubblicana, considerato, come scrive, che “non siamo stati capaci di mettere l’idea al centro della nostra identità nazionale”. Una frase buttata lì come fosse poca cosa non sentire collegata identità e forma di stato.

Ma veniamo alle banalità su Vittorio Emanuele III. Quelle parole confermano la supponenza del giornalista-scrittore che tutti hanno potuto verificare specialmente nelle più recenti apparizioni televisive. Di qualunque cosa discetta e insegna, anche di costituzione, che pure in un recente intervento a DiMartedì confessava di non aver ancora letto.

E veniamo all’accusa della “fuga”, un’ossessione che unisce dall’8 settembre 1943 sinistri e repubblichini, una colossale balla storica. Di recente in un convegno ho sentito dire che, durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre molti re e presidenti di repubbliche erano fuggiti in Inghilterra all’atto dell’occupazione tedesca dei propri stati, Vittorio Emanuele III era “fuggito in Italia”, cioè aveva portato la Corona nell’unica parte del territorio nazionale libera dai tedeschi e non ancora occupata dagli Alleati anglo americani. Un atto necessario, responsabile perché solo lui aveva la legittimazione a trattare con gli alleati ed a rappresentare lo Stato. Aveva lasciato Roma, indifendibile sul piano militare, anche per evitare che la più bella città del mondo, là dove il diritto e le istituzioni della politica hanno preso forma diventasse un cumulo di macerie. Montecassino insegna. Inoltre la stessa Santa Sede aveva fatto discretamente pressioni perché il sovrano lasciasse la capitale, ad evitare che divenisse un campo di battaglia per tedeschi e alleati. Scrive Antonio Spinosa (Vittorio Emanuele III – L’astuzia di un Re”, Arnoldo Mondadori, 1990) che “come Pompeo inseguito da Cesare, così lui, tallonato dagli eserciti di Hitler, aveva portato altrove le insegne dello Stato legittimo per sottrarle al nemico”.

E con questo ci auguriamo che coloro che sono in buona fede, anche se repubblicani arrabbiati, abbandonino questo argomento polemico ripetuto pedissequamente senza alcuna ulteriore, seria riflessione.

Re pessimo “fin dall’inizio” scrive Augias. Dovrebbe dirlo a Mario Missiroli (“Monarchia socialista”, un testo che come osserva Francesco Perfetti nell’introduzione alla più recente edizione (Le lettere) che “ha avuto una influenza non secondaria nella discussione sulle caratteristiche del Risorgimento, in particolare nella linea che da Gobetti giunge fino allo Spadolini di ‘Il papato socialista’”). E dovrebbe contestare quanti hanno nel tempo lodato un sovrano che, all’indomani dell’uccisione del padre, il re Umberto I, chiuse la bocca a coloro che auspicavano vendette e repressioni ed avviò la stagione delle riforme sociali con Giovanni Giolitti, riforme a tutti note, un esempio nell’Europa del tempo. Appena insediato disse a Saracco che desiderava esaminare le carte prima di firmarle (non si era mai fatto) aggiungendo che “d’ora in poi il re firmerà soltanto i propri errori, non quelli degli altri”. Il vecchio Presidente del Consiglio si sentì offeso e manifestò l’intento di dimettersi. Il Re lo convinse a rimanere con un discorso “di metodo”.

All’atto di assumere le funzioni di Re scrisse di suo pugno il suo discorso agli italiani. Sapeva maneggiare la penna. Disse, in una delle prime occasioni, che “monarchia e parlamento avrebbero proceduto solidali nella rigorosa applicazione delle leggi”. Consigliò al governo di aprire ai sindacati. E fu Giolitti, lo sviluppo economico e sociale, il pareggio del bilancio, l’introduzione del suffragio universale maschile e l’istituzione del monopolio statale delle assicurazioni sulla vita.

Durante la Prima Guerra Mondiale fu costantemente al fronte e, dopo Caporetto, a Peschiera, nel corso di un incontro con gli stati maggiori degli eserciti alleati, difese con successo l’onore del soldato italiano contrastando le tesi pessimistiche del primo ministro inglese Lloyd George e del Maresciallo francese Ferdinand Foch spiegando loro, in inglese e francese, quale fosse la strategia che avrebbe consentito all’Esercito di riprendere l’iniziativa contro gli austro-tedeschi. Ed è proprio Lloyd George a dirci che era stato colpito “dalla calma e dalla forza” del Re. Aggiungendo che “non tradì alcun segno di timore e di depressione. Pareva ansioso solamente di cancellare in noi l’impressione che il suo esercito fosse fuggito, e trovava mille scuse e giustificazioni per quella ritirata”. Fu il protagonista di quella giornata, come riferisce Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio, al quale aveva detto, entrando nella sala dove si svolse la conferenza, una squallida scuola elementare, sede d’un comando di battaglione: “sulla situazione militare desidero esporre e discutere io solo”  E fu sempre a Peschiera che, quando Orlando sottopose alla sua firma il testo di un messaggio da inviare alla Nazione in quel tragico frangente ne modificò l’incipit catastrofico (“Un’immensa sciagura ha straziato il mio cuore di Italiano e di Re”). Preferì scrivere “il nemico, favorito da uno straordinario concorso di circostanze… “ per concludere con un appello: “si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: tutti siam pronti a dar tutto per la vittoria e per l’onore dell’Italia”.

Che fosse “sgradevole d’aspetto” non spetta a me giudicare, come del suo carattere. Ma era certamente un capo di stato geloso custode della legge, a volte formalista. Molti avrebbero voluto che mettese in atto un colpo di Stato e non dare l’incarico di formare un governo a Benito Mussolini. Sono gli stessi che respinsero l’ipotesi di un governo Giolitti, liberali, cattolici, socialisti, incapaci di assumersi delle responsabilità. Ma nel governo Mussolini entrarono. Mai diedero al Re quel “fatto costituzionale” che il Sovrano sollecitava. E quando il Re il 25 luglio congedò Mussolini tornarono a parlare di colpo di stato. L’incapacità dei politici che prima e dopo il fascismo hanno lasciato solo il Re costituzionale evoca presunti errori del Re per nascondere la propria irresponsabilità.

Fu un uomo affezionato alla famiglia, un esempio per gli italiani. Studioso di numismatica ha lasciato un’opera che tutti ammirano, il Corpus Nummorum Italicorum, di monete diligentemente descritte di suo pugno. Le ha donate allo Stato all’atto della propria abdicazione con una breve lettera a De Gasperi. A quello Stato che ha avocato a se tutti i suoi beni personali del Re e quelli dei discendenti maschi (XIII disposizione transitoria della Costituzione), un gesto miserevole nei confronti dell’erede di una famiglia che ha unificato l’Italia il cui ultimo Re, Umberto II, dopo il referendum, ha lasciato Roma evitando che l’Italia cadesse in una guerra civile. Nessuno gli è stato grato. Sarebbe stato un gesto signorile, almeno a distanza di 70 anni. Ma Signori si nasce, diceva Totò.

La verità storica non è monarchica o repubblicana, è solamente verità e chi la riconosce dà dimostrazione di intelligenza e di onestà intellettuale.

5 giugno 2016

 

In margine all’intervista di Marzio Breda del 2 giugno

Presidente Mattarella,

mi consenta qualche precisazione

di Salvatore Sfrecola

 

Signor Presidente, con la stima che Le porto e la simpatia che in tempi non sospetti mi hanno indotto a dialogare proficuamente con Lei su temi istituzionali, mi consenta qualche piccola chiosa alla Sua intervista a Marzio Breda sul Corriere della Sera del 2 giugno, a proposito di alcune sue affermazioni che io ritengo, sul piano storico, quanto meno estremamente dubbie. In apertura dell’intervista Lei sostiene che “dopo il duro ventennio fascista e la sciagura della guerra, l’Italia entrava a far parte del novero delle nazioni libere e democratiche”. Avrei scritto “tornava a far parte” – poche righe dopo Lei parla di “ritrovata libertà” - perché non è dubbio che il Regno d’Italia, prima dell’avvento del regime fascista, evento prodotto dalla incapacità della classe politica all’indomani della Grande Guerra di affrontare i temi difficili economici e sociali del Paese e avendo lasciato solo il Re che a liberali, cattolici e socialisti aveva invano chiesto di dar vita ad un governo forte, fosse uno stato democratico e liberale. Anzi, certamente tra i più democratici dell’Europa continentale. Tra l’altro il suffragio universale esteso a tutti i cittadini maschi fu voluto da Giolitti e patrocinato dal re Vittorio Emanuele III proprio negli anni del primo cinquantenario dello Stato unitario, mentre il voto alle donne, ricordato ampiamente in questi giorni, è dovuto ad un decreto che reca la firma del re Umberto II, ben prima che fosse definita la data del referendum istituzionale.

Con queste premesse mi sembra azzardata la sua affermazione secondo la quale l’entrare “a far parte a pieno titolo del novero delle nazioni libere e democratiche” sia accaduto “non soltanto perché la forma repubblicana prevalse su quella del monarchica, ma perché, per la prima volta nella storia della nazione, ritrovata alla libertà, la partecipazione al voto di tutti, uomini e donne realizzava una piena democrazia”. E se posso condividere la coda della frase l’affermazione che il rientro tra le nazioni libere e democratiche sia da collegare alla soccombenza della forma monarchica è assolutamente azzardata e indimostrata. Anche perché in Europa gli Stati ad ordinamento monarchico sono sicuramente tra i più democratici, basti fare quale nome: il Regno Unito, il Regno di Danimarca, di Svezia, di Norvegia, questi ultimi anche in testa agli stati virtuosi secondo la classifica annualmente redatta da Transparency International. Mentre la Repubblica italiana nella ventunesima edizione del CPI (2015) si classifica al 61° posto nel mondo e, pur scalando di 8 posizioni il ranking globale rispetto all’anno precedente (69°) rimane ancora in fondo alla classifica europea, seguita solamente dalla Bulgaria e dietro altri Paesi generalmente considerati molto corrotti come Romania e Grecia, entrambi in 58° posizione. Vogliamo affermare che la corruzione è dovuta alla “soccombenza della forma monarchica”? Assurdo. Basti pensare alle denunce di Giolitti se non altro quanto alle spese di guerra ed ai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta (1920-1923).

Lei giustamente dice, l’ho ricordato innanzi, di “ritrovata libertà”. E per la contraddizion che nol consente se l’ha ritrovata vuol dire che l’aveva.

Il suo intervistatore prosegue chiedendole che “è un dato di fatto che la data del 2 giugno non sembra coinvolgere gli italiani con la stessa intensità con cui altri popoli europei, penso alla Francia o all’Inghilterra, vivono le loro feste nazionali”. Ma Lei non ne trae le conseguenze che la storia ci indica. Noi abbiamo nella nostra cultura storica, come punti di riferimento alcune date: il 17 marzo 1861, costituzione del regno d’Italia, lo Stato unitario che gli italiani auspicavano da secoli e che fu dovuto a quello che Domenico Fisichella definisce “il miracolo del Risorgimento”, quando i repubblicani Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini preferirono l’iniziativa politico militare di Casa Savoia al perdurare dell’occupazione straniera di grandi parti della penisola. Lei parla di “unità nazionale raggiunta nel Risorgimento”, dovrebbe essere quella la data della festa nazionale. Poi il 4 novembre 1918, fine della Prima Guerra Mondiale, ritenuta, non a torto, conclusiva del Risorgimento per la annessione di Trento e Trieste, e il 2 giugno 1946 quando si svolse un referendum i cui esiti sono stati contestati ancora di recente per vari motivi, a cominciare dalla esclusione dal voto di alcune aree del paese e di molti italiani ancora prigionieri del nemico. Per non dire del numero dei voti scrutinati: 23 milioni, su 21 milioni di aventi diritto. Un dato singolare. E poi il clima infuocato che in alcune aree del paese ha condizionato perfino la possibilità di votare. In quelle circostanze fu l’equilibrio e il senso dello Stato e della storia di un Re che lasciò l’Italia perché non cadesse in una nuova guerra civile dopo quella che in molte regioni del Paese era stata scatenata all’indomani del 25 aprile 1945. Forse a quel Re doveva essere reso omaggio. Non averlo fatto dimostra che comunque la si voglia considerare il 2 giugno è una festa divisiva. A 70 anni si poteva andare oltre. Gli altri paesi di cui fa cenno il suo intervistatore, quelli che Lei richiama nella risposta, compresa la Spagna, festeggiano date riferite alla fondazione dello Stato, non alla prevalenza di un gruppo su un altro, che è un fatto storico importante e innegabile ma che dovrebbe cedere di fronte all’esigenza di individuare una data non contestata e non contestabile per tutti. Quindi il 17 marzo o il 4 novembre. Tanto è vero, come Lei dice, che “la scelta del 2 giugno… è rimasta meno avvertita di altre”. È un timido riconoscimento dell’assenza di una consapevole identità nazionale, che è sentimento diverso dal nazionalismo cui Lei giustamente rimprovera di essere stato in qualche momento della storia italiana fonte di gravi anomalie sul piano interno ed internazionale. Ma è certo che in quei paesi nei quali si festeggia convintamente la storia nazionale vi è consapevolezza della identità che è necessaria per confrontarsi con gli altri, per avvicinarsi agli altri e per comprenderli.

Dietro l’affermazione della consacrazione di “valori universali affermati nel contrasto alla barbarie del nazifascismo”, valori condivisi da tutti gli uomini liberi, c’è anche un concetto universalistico proprio della religione cattolica che, non va trascurato, ha indotto molti in politica a sottovalutare il ruolo dello Stato nazionale e i valori che esso incarna. Che sono comunque valori universali di libertà nella legalità. Pur essendoci esempi illustri di cattolici impegnati in politica con alto senso dello Stato è indubbio che la concezione universalistica del cattolicesimo abbia indotto molti a non sentire i valori nazionali incarnati nella storia e delle tradizioni del popolo italiano. E dobbiamo ricordare, per rispetto alla storia ed a noi stessi, che l’attaccamento al potere temporale della Chiesa ha impedito nei secoli la formazione dello Stato unitario nazionale e successivamente a causa del non expedit di papa Pio IX ha escluso i cattolici italiani, che pure avevano una presenza significativa sul piano economico e sociale nell’intero territorio nazionale, dalla fase delicata di formazione dello Stato italiano per molte decine di anni.

Ecco, caro Presidente, alcune precisazioni, chiose e considerazione che, da persona intelligente e uomo di diritto, non vorrà respingere.

3 giugno 2016

 

Le grandi manovre per “repubblicanizzare” l’Italia *

di Cristina Siccardi

 

Il 1° giugno di 70 anni fa, vigilia del referendum istituzionale, Pio XII si rivolse al Sacro Collegio e, attraverso la radio, agli elettori italiani e francesi (anche in Francia, infatti, si votava, per le elezioni politiche), con queste allarmanti parole, che presagivano il nostro presente: «Domani stesso i cittadini di due grandi nazioni accorreranno in folle compatte alle urne elettorali.

Di che cosa in fondo si tratta? Si tratta di sapere se l’una e l’altra di queste due nazioni, di queste due sorelle latine, di ultramillenaria civiltà cristiana, continueranno ad appoggiarsi sulla salda rocca del cristianesimo, sul riconoscimento di un Dio personale, sulla credenza nella dignità spirituale e nell’eterno destino dell’uomo, o se invece vorranno rimettere le sorti del loro avvenire all’impassibile onnipotenza di uno Stato materialista, senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio. Di questi due casi si avvererà l’uno o l’altro, secondo che dalle urne usciranno vittoriosi i nomi dei campioni ovvero dei distruttori della civiltà cristiana. La risposta è nelle mani degli elettori; essi ne portano l’augusta, ma pur quanto grave responsabilità!».

I distruttori della civiltà cristiana, attraverso il referendum istituzionale, vinsero, ma non il 2 giugno nelle urne, bensì diversi giorni dopo, con gli inganni. La notte fra il 12 e 13 giugno, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri, il presidente Alcide De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato repubblicano.

Per Umberto II fu un vero e proprio colpo di Stato e lasciò volontariamente il Paese il 13 giugno, indirizzando agli italiani un proclama, senza attendere la definizione dei risultati e la pronuncia sui ricorsi, che saranno respinti dalla Corte di Cassazione il 18 giugno.

La monarchia in Italia era una minaccia per i rivoluzionari, così come lo era stata per i giacobini: occorreva tagliare la testa al Re. Se il cattolico Luigi XVI era stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793, in Italia con il cattolico Re Umberto si decapitò la Monarchia per volontà dei Comunisti, dei Socialisti, di molti democristiani, fra cui lo stesso Alcide De Gasperi in comune accordo con le aspirazioni repubblicane degli Stati Uniti.

Interessante quanto riporta un documento redatto a Roma il 21 marzo 1946 dall’Ambasciatore argentino in Italia, Carlos Brebbia, e indirizzato al Ministro degli esteri dell’Argentina Juan J. Cooke: «Una repubblica turbolenta con maggioranza socialista e comunista, realizzandosi in Roma, costituirebbe una minaccia costante per la cristianità rappresentata dalla autorità spirituale del Papa. L’appoggio del Vaticano a favore della monarchia è ostensibile ed evidente affinché i cattolici sappiano a favore di chi dovranno votare. I vescovi hanno ordinato l’apertura dei conventi di clausura affinché le monache partecipino alle elezioni e durante l’ultimo Concistoro tutti i cardinali presenti a Roma accolsero l’invito del luogotenente  (il Principe Umberto, che diverrà Re dal 9 maggio al 2 giugno 1946) per presenziare a un ricevimento dato in onore dei nuovi porporati nei salotti del Palazzo del Quirinale, al quale assistette il Corpo Diplomatico e l’alta società romana (…). Alcuni si chiedono se le elezioni si terranno veramente il 2 giugno. Si può rispondere affermativamente a meno che ciò non venga impedito da cause esclusivamente interne (…) È da osservare che anche quando la differenza tra monarchici e repubblicani fosse di poca importanza, il fatto che alcune centinaia di migliaia di italiani non abbiano potuto partecipare alla votazione, potrebbe indurre la parte perdente a reclamare l’invalidità dei risultati».

Parlare di Monarchia è ancora un tabù. Il Comunismo in Italia, come altrove, ha lavorato sulla diffamazione, sull’odio e sull’oblio, metodi efficacissimi per depennare le scomodità e le coscienze, così da poter creare rivoluzionari modelli e arrivare a mettere addirittura sul trono dell’opinione pubblica odierna un Marco Pannella, un’incoronazione che ha trovato la sua legittimazione persino nella Santa Sede.

Affermava Palmiro Togliatti nel 1944 a proposito del futuro della monarchia in Italia: «Accantoniamo questo problema, dichiariamo solennemente tutti uniti che questo problema lo risolveremo quando tutta l’Italia sarà stata liberata e il popolo potrà essere consultato, allora vi sarà un plebiscito, vi sarà un’Assemblea Costituente, decideremo allora del modo di liberarsi dall’istituto monarchico, se il popolo vuole liberarsi, di proclamare un regime repubblicano come era nelle nostre aspirazioni».

Le loro intenzioni si sono concretizzate e la mentalità italiana si è trasformata, secolarizzandosi a grandi falcate. Se anche gli italiani in maggioranza erano monarchici, che importava? Se anche le votazioni non si potevano svolgere in Alto Adige (sotto amministrazione alleata), in Venezia Giulia (sotto amministrazione alleata e jugoslava), che importava? Se mancavano all’appello gli abitanti delle province di Zara, Istria, Trieste, Gorizia, Bolzano, che importava? Se mancavano alle urne migliaia e migliaia di militari ancora prigionieri all’estero e gli internati civili, che importava? Era il Regime a decidere, secondo le sue aspirazioni, non il popolo.

Agli elettori furono consegnate sia la scheda del referendum per la scelta fra Monarchia e Repubblica, sia quella per l’elezione dei 556 deputati dell’Assemblea Costituente, cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova Carta costituzionale. I votanti furono 24.946.878, pari all’89,08% degli aventi diritto al voto. Questi i risultati ufficiali del referendum: Repubblica 12.718.641 voti, pari al 54,27%; Monarchia 10.718.502 voti, pari al 45,73%; le schede nulle furono 1.509.735 (Fonte: Ministero dell’Interno – Archivio storico delle elezioni). La Monarchia è un nervo scoperto perché fa paura poiché l’Italia era cattolica e monarchica, per essenza.

Tuttavia La Grande Storia di Rai3 oggi non può più negare, come è accaduto nella trasmissione andata in onda il 27 maggio u.s.: 2 giugno 1946 – 70 anni dalla Repubblica (http://www.lagrandestoria.rai.it/dl/portali/site/page/Page-7f9d45d4-8c78-461e-9787-601bf8c90a52.html). Così, mentre si snocciolano documenti che sottendono incongruenze, manomissioni, sottrazioni di voti, nonché grandi manovre orchestrate da Togliatti, da Alcide De Gasperi, dall’allora Ministro degli Interni Giuseppe Romita, allo stesso tempo Paolo Mieli getta acqua sul fuoco e si affretta a dire che non è il caso di guardare ai complotti… ma i toni antisabaudi oggi si sono chetati, perché la vera Storia può essere imbavagliata, ma non uccisa: ormai ci sono troppe documentazioni e testimonianze che attestano ciò che avvenne 70 anni fa.

I seggi si chiusero alle 14.00 del 3 giugno. Lo spoglio non iniziò con le schede della scelta istituzionale, bensì con quelle dei deputati all’Assemblea Costituente e 35% dei suffragi andò alla Democrazia Cristiana. Le operazioni referendarie furono gestite da tre ministri di sinistra del primo gabinetto De Gasperi: il ministro per la Costituente, il socialista Pietro Nenni, per l’Interno Romita e per la Grazia e Giustizia Togliatti. Presero a dipanarsi ore elettrizzanti. Dopo un accentuato ritardo nell’afflusso dei verbali da parte del Ministero della Giustizia, nelle prime ore del 4 giugno la percentuale repubblicana si collocava fra il 30 e il 40 %.

Dirà Romita: «… le cifre erano lì, col loro linguaggio inequivocabile! (…) Non era possibile eppure era vero, verissimo, paurosamente vero: la monarchia si presentava in netto vantaggio. Mi accasciai nella poltrona (…) Il telefono squillò più volte (…) La monarchia sta vincendo, mormorai… Che cosa avrei detto a Nenni, a Togliatti, a tutti gli altri che non volevano l’avventura del referendum?» (M. Caprara, L’ombra di Togliatti sulla nascita della repubblica. Le pressioni del Guardasigilli sulla Corte di Cassazione, in Nuova Storia Contemporanea, 6 (novembre-dicembre 2002), p. 135).

Il Sud era per la maggioranza monarchico, il Nord repubblicano. C’era stata fretta nell’indire il referendum per due ragioni: mancavano moltissimi all’appello, come si è detto, inoltre non si voleva dare l’opportunità a Umberto II, molto amato dal popolo, di dargli tempo per una campagna elettorale a proprio favore. Il Re, infatti, ebbe soltanto 40 giorni appena, ma non si risparmiò e riempì le piazze. Umberto II, che aveva un’immagine pubblica diversa e affabile rispetto a quella del padre, era incapace di finzioni a causa della sua profonda rettitudine morale, della sua signorilità ovunque e comunque, ma anche della sua profonda fede cattolica.

Sarebbe bastato un suo ordine per scatenare una nuova guerra civile, tutta l’Arma dei Carabinieri sarebbe stata al suo fianco, così come le truppe del generale polacco Władysław Anders. Ma rifiutò a priori di versare altro sangue sulla patria. La coscienza innanzi a tutto. Pio XII dimostrò la sua benevolenza: al Re, espropriato dallo Stato italiano di tutti i suoi beni, donò una somma di denaro per i primi duri tempi dell’esilio in Portogallo.

Papa Pacelli, quel 1° giugno, aveva ancora dichiarato: «Da una parte (…) è lo spirito di dominazione, l’assolutismo di Stato che pretende di tenere nelle sue mani tutte le “leve di comando” della macchina politica, sociale, economica, di cui gli uomini, queste creature viventi, fatte ad immagine di Dio e partecipi per adozione della vita stessa di Dio, non sarebbero che ruote inanimate. Da parte sua, invece, la Chiesa si erge serena e calma, ma risoluta e pronta a respingere ogni attacco. Essa, madre buona, tenera e caritatevole, non cerca, no! la lotta; ma appunto, perché madre, è più ferma, indomita, irremovibile, con le sole forze morali del suo amore, che non tutte le forze materiali, quando si tratta di difendere la dignità, l’integrità, la vita, la libertà, l’onore, la salute eterna dei suoi figli. (…) Noi proviamo, anche più sensibilmente che d’ordinario, un immenso dolore nel mirare la società umana più che mai allontanatasi da Cristo, e al tempo stesso una indicibile compassione allo spettacolo delle calamità senza precedenti, con cui essa è afflitta a cagione della sua apostasia. Perciò Ci sentiamo mossi ad elevare di nuovo la Nostra voce per ricordare ai Nostri figli e alle Nostre figlie del mondo cattolico l’ammonimento che il Salvatore divino non ha cessato di inculcare attraverso i secoli nelle sue rivelazioni ad anime privilegiate che si è degnato di scegliere per sue messaggiere: Disarmate la giustizia punitrice del Signore con una crociata di espiazione nel mondo intero; opponete alla schiera di coloro, che bestemmiano il nome di Dio e trasgrediscono la sua legge, una lega mondiale di tutti quelli che Gli rendono l’onore dovuto e offrono alla sua Maestà offesa il tributo di omaggio, di sacrificio e di riparazione, che tanti altri Gli negano».

Nello Statuto Albertino, in vigore fino al 1948, stava scritto all’Art. 1: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». Mentre con l’Art. 1 della Costituzione venne stabilito che: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». L’«impassibile onnipotenza di uno Stato materialista», come aveva paventato il Sommo Pontefice, «senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio», era stata ufficialmente sancita.

 

* Da Corrispondenza Romana n. 1442 del 1 giugno 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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