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GENNAIO 2012

 

Scalfaro: ha difeso la dignità del Governo

della Repubblica

di Senator

 

Caro Direttore, ieri hai ricordato Oscar Luigi Scalfaro con poche parole testimoniando di un tuo incontro che ha dato conto della sua attenzione per le magistrature. D’altra parte era stato, sia pure per poco, magistrato e quel giuramento lo aveva portato nell’animo tutta la vita.

Io intendo, invece, soffermarmi su un episodio che tutti i giornali oggi ricordano, l’opposizione alla nomina di Cesare Previti a Ministro della giustizia. A mio giudizio sta il quella proposta, formulata da Silvio Berlusconi all’atto di costituire il Governo nel 1994, il vizio di fondo di questa stagione della politica italiana del quale forse ci siamo accorti un po’ tutti in ritardo, entusiasti, com’eravamo, della vittoria del centrodestra. Intendo la concezione privatistica del potere pubblico per cui il Presidente imprenditore, che sapeva di essere oggetto di accertamenti giudiziari, non si perita di proporre quale Ministro della giustizia il suo avvocato. E ciò a prescindere le successive vicende giudiziarie che lo avrebbero portato ad abbandonare il seggio parlamentare.

La sola proposta del Cavaliere dimostrava, quel che sarebbe apparso palese successivamente, che l’uomo non ha ben in mente il confine tra pubblico e privato, tra carica istituzionale e legittimi affari di famiglia, in un colossale, permanente conflitto d’interessi che è nelle cose, perché un imprenditore i cui interessi spaziano dalle televisioni all’editoria, alle assicurazioni, alle banche, una volta impegnato in un ruolo istituzionale decisivo, come quello di Capo del Governo, si trova quasi quotidianamente ad effettuare delle scelte che in qualche misura giovano o danneggiano gli interessi propri e/o della sua famiglia.

Non voglio passare per puritano. Il Parlamento è pieno di soggetti esponenti di una corporazione, dagli avvocati (a proposito siamo tanti ma facciamo leggi incomprensibili!!) ai medici, ai farmacisti, agli ingegneri, ai notai, e via dicendo. Ci sarebbe stato bene anche un ricco imprenditore, portatore di interessi sicuramente meritevoli di tutela, taluni dei quali anche di interesse generale, nel senso che una grande impresa nazionale è patrimonio della comunità.

Ma una cosa è la politica, che può atteggiarsi come espressione di interessi di parte, altra è la gestione del potere nell’interesse generale. La Costituzione parla all’art. 97 di imparzialità e tutto il testo della nostra legge fondamentale è permeato di norme che richiamano il principio di legalità.

Scalfaro che nella Costituzione credeva come faro della vita pubblica non poteva consentire che l’avvocato di Berlusconi diventasse Ministro della giustizia. Aveva ragioni da vendere e gli anni successivi l’avrebbero confermato.

30 gennaio 2012

 

Morto Scalfaro

Un Presidente tra Prima e Seconda Repubblica

di Salvatore Sfrecola

 

È stato il Presidente che si è trovato a gestire sul piano istituzionale il difficile passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, tra lo stato dei partiti che avevano gestito il potere dal dopoguerra, travolti dall’inchiesta “mani pulite” e le nuove formazioni nate sulle loro ceneri, in un rimescolamento di ideologie e di esperienze che hanno minato fin da subito le nuove maggioranze.

Oscar Luigi Scalfaro, morto in mattinata, 93 anni, ex magistrato, Capo dello Stato dal 1992 al 1999, è stato al centro di aspre polemiche per certo modo di esercizio delle sue funzioni che è parso a molti “presidenzialista”, fatto di intromissioni soprattutto nella vita del Governo.

Democristiano ortodosso, rigido nelle sue idee e nella visione garantista del ruolo di Capo dello Stato, Scalfaro è entrato ripetutamente in contrasto con Silvio Berlusconi del quale non apprezzava il tentativo di dittatura della maggioranza e del Governo. Guidato da un senso della legalità che, in alcuni casi, è apparso formalista Scalfaro, si è opposto al tentativo di risolvere alcuni problemi per decreto-legge, lo strumento eccezionale che la Costituzione riserva ad esigenze “straordinarie” connotate da “urgenza”. E così il Presidente “imprenditore”, che riteneva, giustamente, che il Paese dovesse essere modernizzato, sceglieva scorciatoie che Scalfaro, nel suo ruolo di garante della legalità, gli ha costantemente sbarrato.

In questi giorni si dirà di tutto di questo uomo pio, cultore di studi mariani, duro come lo sono molti piemontesi (era di Novara), poco incline al compromesso. A lui sarà sicuramente rimproverata la celebre frase “non ci sto”, pronunciata la sera del 3 novembre 1993 a reti unificate, per difendersi dalle accuse di avere gestito fondi neri ad uso personale nell'epoca in cui era stato Ministro dell'Interno. Quella sera Scalfaro parlò di “gioco al massacro” facendo intendere che lo scandalo Sisde fosse un tentativo di infangare la Presidenza della Repubblica come ritorsione della vecchia classe politica che le inchieste di “Mani Pulite” avevano in parte mandato a casa.

L’ho conosciuto nel 1998 quando, da Presidente dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti, andai da lui per segnalare alcuni tentativi di prevaricazione delle attribuzioni della Corte da chi voleva “mani libere”, in pratica i sopravvissuti da “Mani Pulite” che avevano in uggia il controllo di legalità. Fu un interlocutore attento. Quella toga incollata alla pelle, come disse in un’occasione ci garantiva la sua comprensione per il ruolo della nostra Istituzione che, non a caso, è stata, come disse Quintino Sella il 1° ottobre 1862 nell’inaugurare, a Torino, la Corte dei conti del Regno d’Italia il “primo magistrato civile ad estendere la sua giurisdizione” su tutto lo Stato. Il primo perché l’esigenza della legalità e della correttezza nella gestione del denaro pubblico è la prima preoccupazione di un governo serio. E quello era un governo serio. Morto Cavour, il Presidente del Consiglio era Bettino Ricasoli, ed il nuovo stato si trovava a gestire una difficile situazione finanziaria caratterizzata da un pesante debito pubblico.

Allora come oggi. Solo che quel debito era conseguenza delle guerre del Risorgimento e dei debiti degli stati preunitari, in qualche modo, dunque, di nobili motivazioni, mentre oggi il debito pubblico è conseguenza di una sistematica violazione del principio costituzionale della necessaria copertura di ogni legge che preveda una nuova o maggiore spesa (art. 81, comma 4, Cost

29 gennaio 2012

 

Le decisioni del Consiglio dei ministri

Semplificazioni al via

di Salvatore Sfrecola

 

Commenti a tutto campo oggi sul decreto legge approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri in tema di semplificazione di molti adempimenti delle pubbliche amministrazioni fin qui previsti per i cittadini e le imprese. I più si dichiarano favorevoli, altri esprimono riserve o aperte critiche.

Il fatto è che i provvedimenti vanno letti nei particolari delle singole norme delle quali va valutata la congruità rispetto agli obiettivi dichiarati, ovvero la loro immediata applicazione. Solo leggendo le norme sulla Gazzetta Ufficiale sarà possibile, infatti, capire se le norme sono immediatamente applicabili ovvero richiedano disposizioni di attuazione o solamente la provvista di strumentazione informatica, di programmi e di addestramento perché le amministrazioni possano provvedere agli adempimenti richiesti.

Rinvio, dunque, alla pubblicazione del decreto una più approfondita valutazione delle norme, limitandomi oggi ad una riflessione d’insieme sui titoli.

Partiamo dalla prima dichiarazione del Premier Monti. “È la terza iniziativa di spessore in due mesi – ha detto il Presidente del Consiglio – per dare all’Italia un’economia più produttiva e competitiva e dunque più forte, liberando il suo potenziale di crescita e di occupazione. Questo pacchetto di misure – continua il Premier - intende modernizzare i rapporti tra pubblica amministrazione, cittadini e imprese, puntando sull’agenda digitale e l’innovazione. I cittadini in particolare avranno grandi benefici dalla semplificazione della burocrazia. Il provvedimento dimostra, ancora una volta, l’impegno dell’Italia nelle riforme, in linea con le raccomandazioni dalla Commissione Europea e di altre istituzioni autorevoli, semplificando la burocrazia amministrativa, compreso l’uso delle nuove tecnologie per stimolare la produttività e la crescita”.

Le misure del decreto riguardano i cittadini, le imprese e le pubbliche amministrazioni che, con l’entrata a regime delle disposizioni del provvedimento, si troveranno un minor numero di leggi che non si giustificano più in un’economia moderna, chiamata a crescere e a creare occupazione.

“Le misure di semplificazione per i cittadini – si legge nel comunicato stampa di Palazzo Chigi -si propongono di migliorare la qualità dei rapporti che ciascuno di noi ha quotidianamente con le strutture pubbliche. Non più, dunque, lunghi tempi di attesa per ottenere un documento, moduli amministrativi complicati e uffici pubblici inaccessibili”.

Nel dettaglio, sarà possibile ottenere attraverso il web con pochi e semplici passaggi:

• il cambio di residenza;

• l’iscrizione nelle liste elettorali;

• i certificati anagrafici o il rinnovo dei documenti di identità

• partecipazione ai concorsi pubblici.

Le persone affette da disabilità potranno usare il verbale di accertamento dell’invalidità (anziché le attuali attestazioni medico-legali) per ottenere i contrassegni per parcheggiare nel centro storico. Godranno inoltre dell’esenzione dal bollo e di un regime agevolato di IVA.

Viene previsto anche un nuovo programma di sperimentazione della social card nei Comuni con più di 250mila abitanti. Il programma è finalizzato alla eventuale estensione come strumento di contrasto alla povertà. Con questa finalità, dovrà coinvolgere attivamente soggetti pubblici e no-profit e favorire l’inclusione attiva dei beneficiari.

Particolarmente importanti, sia per le imprese che per i cittadini, in particolare i giovani, le misure riguardanti l’università. Con l’approvazione del decreto-legge si introduce il Portale unico delle università: la verbalizzazione e la registrazione degli esiti degli esami di profitto e di laurea sostenuti dagli studenti universitari si effettuerà esclusivamente per via telematica.

Grande spessore è dato all’agenda digitale. Quest’ultima è stata finora uno dei punti deboli delle politiche di governo. “Semplifica Italia” la rende obiettivo prioritario. Le misure del provvedimento intendono aumentare l’efficienza dell’azione amministrativa, potenziare gli strumenti informatici di negoziazione, alleggerire le procedure di contrattazione per il mercato elettronico della pubblica amministrazione e incrementare la trasparenza, la regolarità e l’economicità della gestione dei contratti pubblici.

L’agenda digitale consta di quattro punti fondamentali:

- Primo, la costituzione di una cabina di regia per lo sviluppo della banda larga e ultra-larga. Ancora oggi, quasi 8,5 milioni di italiani si trovano in condizione di “divario digitale” e più di 6000 centri abitati soffrono un “deficit infrastrutturale” che rende più complessa la vita dei cittadini.

- Secondo, apertura all’ingresso dell’open data, ossia la diffusione in rete dei dati in possesso delle amministrazioni, nell’ottica della totale trasparenza.

- Terzo, utilizzo del cloud, ovvero la dematerializzazione e condivisione dei dati tra le pubbliche amministrazioni.

- Quarto, gli incentivi alle smart communities, gli spazi virtuali in cui i cittadini possono scambiare opinioni, discutere dei problemi e, soprattutto, stimolare soluzioni condivise.

“Semplificazione per le imprese – si legge nel comunicato stampa -  vuol dire anzitutto crescita. Ci sono agevolazioni per chi intende avviare un’attività imprenditoriale. Si riduce radicalmente il numero di controlli e verifiche per costituire un’impresa. Quelli che, invece, sono già titolari di un’attività imprenditoriale potranno acquisire tutte le informazioni utili per la loro attività accedendo alle nuove banche dati consultabili attraverso i siti degli sportelli unici comunali”.

Una parte consistente delle semplificazioni a favore delle imprese riguarda gli appalti pubblici. Oggi, in media, la stessa impresa presenta 27 volte la stessa documentazione. Con “Semplifica” Italia tutti i documenti contenenti i requisiti di carattere generale, tecnico-organizzativi ed economico-finanziario delle aziende vengono acquisiti, e gestiti, dalla Banca dati nazionale dei contratti pubblici. In questo modo, si risparmia due volte. Le amministrazioni avranno la possibilità di consultare rapidamente il fascicolo elettronico di ciascuna impresa ed effettuare i controlli necessari, con un risparmio stimato di circa 1,3 miliardi l’anno. Le piccole e medie imprese risparmieranno sui costi vivi della gestione amministrativa. Il risparmio, per loro, è stimato in oltre 140 milioni di Euro all’anno.

Per le pubbliche amministrazioni, l’obiettivo principale è quello di accelerare i tempi medi di conclusione dei procedimenti amministrativi, attraverso due strumenti:

1) Il primo interessa i manager pubblici. I ritardi e gli inadempimenti incideranno direttamente sulla valutazione della performance individuale dei dirigenti (oltre che sulla responsabilità disciplinare e contabile dei funzionari).

2) Con il secondo strumento si affida ai fruitori dei servizi pubblici – i cittadini e le imprese – il ruolo di “controllori” del buon operato delle amministrazioni. Chiunque, a fronte di un ritardo ingiustificato, potrà rivolgersi a un dirigente diverso da quello responsabile dell’inadempimento. Quest’ultimo avrà il compito di portare a conclusione il procedimento nel minor tempo possibile

Il Governo è consapevole del fatto che la riduzione degli oneri burocratici non può essere realizzata efficacemente in tempi brevi. “Semplifica” Italia lavora sul lungo periodo. Per questo motivo si crea un nuovo sistema di monitoraggio: tutte le amministrazioni dovranno inviare ogni anno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri una relazione dettagliata sulle semplificazioni introdotte e sul rispetto dei tempi per i procedimenti. La valutazione negativa da parte del Governo – svolta con la partecipazione delle associazioni di imprenditori e consumatori – determina il taglio automatico degli oneri aggiuntivi per l’amministrazione.

Ecco, in sintesi, i principali punti del provvedimento, suddivisi per tipologia:

SEMPLIFICAZIONI PER I CITTADINI

1. CAMBI DI RESIDENZA IN TEMPO REALE – Le disposizioni hanno il duplice obiettivo di consentire l’effettuazione del cambio di residenza con modalità telematica e di produrre immediatamente, al momento della dichiarazione, gli effetti giuridici del cambio di residenza in modo da evitare i gravi disagi e gli inconvenienti determinati dalla lunghezza degli attuali tempi di attesa. I cambi di residenza tra Comuni diversi sono circa 1.400.000 all’anno (dati Istat).

2. PROCEDURE ANAGRAFICHE E DI STATO CIVILE PIU’ VELOCI – Oltre 7 milioni di comunicazioni verranno effettuate esclusivamente in via telematica. I cittadini avranno tempi più rapidi nella trascrizione degli atti di stato civile, essenziale a fronte dei fondamentali eventi della vita (nascita, matrimonio e morte), nella cancellazione e iscrizione alle liste elettorali e nei cambi di residenza. Inoltre, con la medesima modalità sono previste le comunicazioni tra Comuni e Questure relative ai cartellini delle carte d’identità e alle iscrizioni, cancellazioni e variazioni anagrafiche degli stranieri. Le comunicazioni telematiche consentiranno un risparmio per le amministrazioni quantificabile in almeno 10 milioni di euro all’anno (tenendo conto solo delle spese di spedizione).

3. DOCUMENTI DI RICONOSCIMENTO (SCADRANNO NEL GIORNO DEL COMPLEANNO) – la norma intende evitare gli inconvenienti che derivano spesso dal non avvedersi della scadenza.

4. TEMPI PIÙ BREVI PER IL RINNOVO DELLE PATENTI DI GUIDA DEGLI ULTRAOTTANTENNI – Sarà più semplice e veloce, per i guidatori ultraottantenni, rinnovare la patente. Il rinnovo, di durata biennale, potrà essere effettuato direttamente presso un medico monocratico e non più presso una commissione medica locale.

5. BOLLINO BLU – Il “bollino blu”, che oggi deve essere rinnovato annualmente, sarà contestuale alla revisione dell’auto che avviene la prima volta dopo quattro anni e poi con cadenza biennale, con evidenti risparmi di tempo e denaro.

6. PERSONE CON DISABILITÀ – Verranno eliminate inutili duplicazioni di documenti e di adempimenti nelle certificazioni sanitarie a favore delle persone con disabilità. Il verbale di accertamento dell’invalidità potrà sostituire le attestazioni medico legali richieste, ad esempio, per il rilascio del contrassegno per parcheggio e di accesso al centro storico, l’IVA agevolata per l’acquisto dell’auto, l’esenzione dal bollo auto e dall’imposta di trascrizione al PRA.

7. ASTENSIONE ANTICIPATA DAL LAVORO DELLE LAVORATRICI IN GRAVIDANZA – la norma modifica l’articolo 17 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 in materia di interdizione dal lavoro delle lavoratrici in stato di gravidanza prevedendo diverse fattispecie di astensione obbligatoria in presenza di determinate condizioni

8. PRIVACY – eliminato l’obbligo di predisporre e aggiornare il documento programmatico sulla sicurezza (DPS) che, oltre a non essere previsto tra le misure di sicurezza richieste dalla Direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, rappresenta un adempimento meramente superfluo. Restano comunque ferme le misure di sicurezza previste dalla normativa vigente. Il risparmio stimato per le PMI è di circa 313 milioni di euro all’anno.

9. IMPIANTI TERMICI – Si elimina una inutile duplicazione nelle certificazioni di conformità, con un risparmio stimato in oltre 50 milioni all’anno.

10. DISPOSIZIONI DI SEMPLIFICAZIONE IN MATERIA DI AGRICOLTURA E PESCA – fra le altre quelle in tema di fascicolo elettronico dell’impresa agricola e delle imprese di pesca e la semplificazione, rilevante anche ai fini della lotta all’illegalità diffusa nel settore

11. SEMPLIFICAZIONE NELLE ASSUNZIONI DI LAVORATORI EXTRA UE – la norma riduce gli oneri amministrativi connessi alla stipula del contratto di soggiorno per lavoro subordinato per lavoratori stranieri extra comunitari.

12. SEMPLIFICAZIONE ALL’ACCESSO ALLA PROFESSIONE DI AUTOTRASPORTATORE – viene semplificato l’accesso alla professione di autotrasportatore, esentando dall’obbligo dell’esame di idoneità professionale chi ha superato un corso di istruzione secondaria o chi ha diretto in maniera continuativa, per almeno dieci anni, un’impresa del settore.

SEMPLIFICAZIONI PER IMPRESE, INFRASTRUTTURE, TRASPORTI:

1. ADEMPIMENTI PIÙ CELERI DALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE – La nuova norma prevede l’obbligo della trasmissione alla Corte dei Conti delle sentenze che accertano l’inadempimento dell’amministrazione all’obbligo di attuare un determinato provvedimento. All’interno di ogni amministrazione viene inoltre prevista una figura di vertice a cui saranno attribuite funzioni sostitutive per la conclusione dei procedimenti, nel caso di inerzia da parte dell’amministrazione stessa.

2. BANCA DATI NAZIONALE DEI CONTRATTI PUBBLICI E AFFIDAMENTO SERVIZI FINANZIARI – Con la nuova normativa, la verifica dei requisiti di ordine generale e speciale richiesti per la partecipazione alle gare di affidamento dei contratti pubblici avverrà attraverso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici, istituita presso l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. In questo modo saranno fortemente semplificate le procedure di verifica.

3. MODIFICHE DELLE PROCEDURE AMMINISTRATIVE RIGUARDANTI GLI IMPIANTI PRODUTTIVI – La norma prevede che, dopo un periodo di sperimentazione volontaria in determinate aree del territorio, le procedure amministrative che oggi fanno capo agli sportelli unici per le attività produttive siano radicalmente semplificate tramite decreti del governo. Tutti gli adempimenti dovranno dunque essere aboliti oppure unificati in una procedura unica, rapida e soprattutto semplice, facendo ampio ricorso ad una nuova Conferenza di servizi telematica ed obbligatoria. Grazie ai nuovi strumenti telematici ed alla sinergia fra pubblico e privato le imprese saranno, inoltre, messe in grado di conoscere in modo trasparente gli adempimenti e le opportunità, anche economiche e finanziarie, connesse alle proprie scelte. La norma, proposta dal Ministero dello sviluppo economico e dalla Funzione pubblica e già condivisa dall’Anci e da molte Regioni e associazioni imprenditoriali, mira a creare un clima favorevole alla nascita e allo sviluppo delle iniziative imprenditoriali sul territorio, in un nuovo clima di “amministrazione amica” e di leale cooperazione fra tutti i soggetti coinvolti a livello centrale, regionale e comunale.

4. MODIFICHE DEL TESTO UNICO DELLE LEGGI DI PUBBLICA SICUREZZA E SEMPLIFICAZIONI DEI CONTROLLI – I controlli della pubblica autorità diventano più efficaci e le procedure meno farraginose. Con le modifiche apportate al Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, inoltre, molti controlli sulle imprese diventano successivi e non preventivi rispetto all’inizio delle attività. In questo modo sarà possibile avviare subito l’operatività dell’impresa, sapendo che i necessari controlli di legge saranno effettuati ex post, secondo una tempistica e scadenze congrue. Il governo emanerà appositi regolamenti di delegificazione per far sì che tutti i controlli siano ispirati a criteri di semplicità e proporzionalità. Ogni amministrazione sarà obbligata a pubblicare sul proprio sito (così come su www.impresainungiorno.gov.it) la lista dei controlli a cui è assoggettata ogni tipologia di impresa.

5. AUTORIZZAZIONE UNICA IN MATERIA AMBIENTALE PER LE PMI – Viene introdotta un’unica autorizzazione in materia ambientale, così da concentrare in un solo titolo abilitativo tutti gli adempimenti – al momento di competenza di diverse amministrazioni - cui sono sottoposte oggi le Pmi. L’autorizzazione sarà rilasciata dunque da un unico soggetto attuatore, riducendo di molto le tempistiche e gli oneri che attualmente gravano sulle imprese.

6. PROCEDURE PIÙ SNELLE PER LE IMPRESE AGRICOLE – Per garantire una sempre più ampia liberalizzazione delle attività imprenditoriali, la nuova norma semplifica gli adempimenti amministrativi necessari per l’esercizio dell’attività di vendita diretta da parte degli imprenditori agricoli in forma itinerante. In particolare, l’imprenditore agricolo potrà iniziare l’attività contestualmente all’invio della comunicazione.

7. IMPRESE DI PANIFICAZIONE APERTE NEI GIORNI FESTIVI – Niente più vincoli per le chiusure domenicali e festive per le aziende di panificazione, in modo da consentire loro di rifornire le altre imprese ed esercizi commerciali che già beneficiano di questo tipo di apertura.

8. CIRCOLAZIONE DEI MEZZI PESANTI E TARATURA DEL TACHIGRAFO – i Divieti di circolazione per i mezzi pesanti potranno riguardare, oltre che le giornate festivi, anche ulteriori giorni individuati contemperati con le esigenze di sicurezza e traffico stradale e gli effetti che tali divieti possono avere sul sistema economico-produttivo nel suo complesso. Inoltre, la taratura del tachigrafo sui veicoli adibiti al trasporto su strada passa da uno a due anni, in linea con gli altri Paesi europei.

8. SCIA – Il Governo, entro il 2012, individuerà in modo tassativo le autorizzazioni da mantenere, le attività sottoposte alla segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA) , quelle per cui basta una semplice comunicazione e le attività del tutto libere; verranno di conseguenza abrogate tutte le disposizioni incompatibili assicurando chiarezza e certezza alle imprese. Inoltre saranno attivati, con la partecipazione di tutti i soggetti interessati, percorsi sperimentali di semplificazione amministrativa per le imprese, in ambiti territoriali delimitati e a partecipazione volontaria.

9. UNA SOLA AUTORIZZAZIONE AMBIENTALE PER LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE: oggi le PMI sono tenute a una serie di adempimenti di competenza di diverse amministrazioni (scarichi, emissioni, rifiuti, ecc.) che generano oneri e costi sproporzionati. E’ stato valutato che l’onere burocratico per le imprese supera oggi 1,3 miliardi di euro all’anno.

10. ELIMINAZIONE DI AUTORIZZAZIONI OBSOLETE e adempimenti più leggeri con le modifiche al TULPS (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza).

11. COORDINAMENTO E RAZIONALIZZAZIONE DEI CONTROLLI SULLE IMPRESE – in modo da garantire semplicità, efficienza e proporzionalità al rischio: il Governo dovrà provvedere attraverso appositi regolamenti di semplificazione.

12. DELIBERE CIPE PIÙ SNELLE E VELOCI – Via libera a modalità più snelle per l’adozione delle delibere Cipe in modo da semplificarne il funzionamento e ridurre i tempi di attuazione in linea con quanto già disposto dal decreto “Salva Italia” per quanto riguarda i progetti di opere pubbliche.

SEMPLIFICAZIONI PER LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

1. POTERE SOSTITUTIVO – Si prevede che, qualora l’amministrazione non rispetti i tempi di conclusione delle pratiche, cittadini e imprese potranno rivolgersi ad un altro dirigente – preventivamente individuato dal vertice dell’amministrazione – che avrà il compito di provvedere in tempi brevi. Se il funzionario non rispetta i tempi di conclusione delle pratiche, rischia sanzioni disciplinari e contabili.

2. REGULATORY BUDGET: viene introdotto l’obbligo, per le amministrazioni statali, di trasmettere annualmente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri una relazione sul bilancio complessivo degli oneri amministrativi, a carico di cittadini e imprese, introdotti e eliminati con gli atti normativi approvati nel corso dell’anno precedente.

Si prevede, inoltre, che il Dipartimento della Funzione pubblica predisponga una relazione complessiva, contenente il bilancio annuale degli oneri amministrativi introdotti ed eliminati, con evidenziato il risultato riferito a ciascuna amministrazione. Il Dipartimento della Funzione pubblica ha stimato in oltre 23 miliardi di euro all’anno gli oneri amministrativi relativi ad 81 procedure particolarmente rilevanti per le imprese, selezionate con la collaborazione delle associazioni imprenditoriali. Gli effetti della norma consentiranno di tagliare i costi della burocrazia per le imprese e disboscare la giungla delle procedure.

3. SCAMBIO DATI TRA AMMINISTRAZIONI IN MATERIA DI SERVIZI SOCIALI – la norma prevede che gli enti erogatori di interventi e servizi sociali inviino unitariamente all’INPS le informazioni sui beneficiari e sulle prestazioni concesse, raccordando i flussi informativi. Lo scambio di dati avviene telematicamente, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e nel rispetto del Codice in materia di protezione dei dati personali.

SEMPLIFICAZIONI PER LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

(UNIVERSITA’ E RICERCA)

Principali provvedimenti di semplificazione relativi al sistema universitario e scolastico. Ad esempio il PORTALE UNICO. Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca cura la costituzione e l’aggiornamento di un portale unico, consultabile almeno in italiano e in inglese, per il reperimento di ogni dato utile per la scelta da parte degli studenti. Dall’anno accademico 2013-2014, la verbalizzazione e la registrazione degli esiti degli esami di profitto e di laurea sostenuti dagli studenti universitari avvengono esclusivamente con modalità informatiche. Ci sono inoltre le Misure di semplificazione in materia di ricerca universitaria e di istruzione tecnico-professionale; il potenziamento del sistema nazionale di valutazione: vengono poste le basi per una valutazione “al servizio delle scuole”, adottando quello spirito non giudicante che l’INVALSI ha costruito in questi ultimi anni. Infine, sono previste misure di semplificazione che riguardano l’attribuzione di grant comunitari o internazionali.

AGENDA DIGITALE

Il provvedimento dà ufficialmente il via all’agenda digitale per l’Italia, definendo una “road map” per raggiungere gli obiettivi posti dall’Agenda digitale comunitaria dell’agosto 2010 (COM (2010) 245 f/2. A tal fine è prevista l’istituzione di una cabina di regia per l’attuazione dell’agenda, con il compito di coordinare l’azione dei vari attori istituzionali coinvolti (Governo, Regioni, Enti locali, Authority).

Una parte consistente dei provvedimenti già elencati in precedenza si legano all’innovazione digitale. L’elenco che segue si limita a riepilogare i punti chiave dell’agenda digitale:

1. BANDA LARGA E ULTRA-LARGA – la realizzazione della banda larga e ultra-larga. Quasi 5,6 milioni di italiani si trovano in condizione di “divario digitale” e più di 3000 centri abitati soffrono un “deficit infrastrutturale” che rende più complessa la vita dei cittadini. Le nuove misure intendono abbattere questi limiti e allineare il Paese agli standard europei.

2. OPENDATA – i dati in possesso delle istituzioni pubbliche – le università ad esempio – vengono condivisi attraverso la rete, per garantire la piena trasparenza nei confronti dei cittadini.

3. CLOUD – i dati in possesso delle pubbliche amministrazioni, de-materializzati, sono condivisi tra le pubbliche amministrazioni.

4. SMART COMMUNITIES – si avvia la creazione di spazi virtuali sul web in cui i cittadini possono scambiare opinioni, discutere dei problemi e stimolare soluzioni condivise con le pubbliche amministrazioni.

Successivamente il Ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha svolto un primo intervento sulle linee guida dell’operazione di spending review.

Il Consiglio ha condiviso i pareri contrari espressi in conferenza di servizi in merito ai progetti di realizzazione di due impianti di energia rinnovabile, uno fotovoltaico, nel Comune di Montalto di Castro, ed uno eolico in Emilia Romagna e Toscana. I due progetti, pertanto, non verranno realizzati.

Commenti dettagliati alla lettura delle norme una volta pubblicate nella Gazzetta Ufficiale.

28 gennaio 2012

 

Miti e realtà della spesa pubblica

di Salvatore Sfrecola

 

     La spesa pubblica è da sempre sotto accusa da parte della classe politica e di quanti si occupano della crisi finanziaria che vive il nostro Paese. Il tema è affrontato in vario modo, spesso superficialmente, ma la conclusione è sempre la stessa: il livello della spesa toglie risorse allo sviluppo e l’Italia non può permetterselo. E dunque arrivano da ogni parte proposte di riduzione degli stanziamenti di bilancio, soprattutto mediante riduzione del personale e delle attribuzioni (ad esempio con la “semplificazione” di cui si parla oggi al Consiglio dei ministri!).

     L’esigenza c’è, è reale ma è stata troppo spesso affrontata in modo semplicistico, come dicevo. Ad esempio con i “tagli lineari” nei quali si è prodotto ripetutamente il Ministro dell’economia dell’ultimo governo Berlusconi, Giulio Tremonti. Un disastro, una mossa rozza, meno tot per cento a tutti, con l’effetto di toccare solo alcuni, il più delle volte con effetti che a questo punto è difficile ritenere non voluti. Nel settore della cultura e della ricerca, ad esempio, enti con modesti bilanci sono stati strozzati.

     Eppure la cultura non è un lusso, ha un ruolo all’interno ed all’esterno del nostro Paese che continua ad essere un punto di riferimento di molti studiosi e studenti nel settore dell’arte, della musica, della lingua. Un modo per farci conoscere ed apprezzare anche all’estero, anche in realtà difficili dove l’Italia può vantare una stima generalizzata della sua storia politica, istituzionale, culturale. Penso al medio oriente dove archeologi e studiosi di lingue e religioni vantano un credito che non hanno altri paesi mediterranei, come la Francia, ad esempio, erede di un colonialismo senza scrupoli.

     Ebbene, ridurre la spesa pubblica si può ed anzi, nelle condizioni attuali, si deve. Ma è necessario valutare attentamente qual’è la produttività della spesa nei vari settori, per capire se e dove si deve tagliare e se si taglia da una parte per trasferire le risorse o metterle in cassa.

     Facciamo un esempio che la gente capisce, quello della sanità, perché, quando la gente si ammala è in condizione di valutare l’effetto dell’organizzazione predisposta dalla Aziende sanitarie.

     In questo caso è relativamente facile che degli esperti di gestione della sanità e dei bilanci valuti se le risorse impiegate rendono un servizio caratterizzato da efficienza, efficacia ed economicità. È vero che sembra più facile a dirsi che a farsi, ma è certo che per persone esperte è facile verificare se ci sono sprechi, se c’è una abnorme proliferazione i reparti e, quindi, di responsabili, se le attrezzature destinate ad analisi e ad accertamenti diagnostici sono utilizzate in modo funzionale al numero dei pazienti o ci sono spazi di inazione che allungano le degenze o rimettono a studi convenzionati attività che le ASL potrebbero effettuare.

     Sono esempi. Ma se, com’è noto, vi è una notevolissima diversità tra i costi di gestione nelle varie regioni d’Italia e non è facile individuare i cosiddetti “costi standard”, questo non deve impedire di giungere rapidamente, anche utilizzando rilevazioni statistiche, ad una definizione dei costi “giusti”, sfoltendo l’organizzazione di uomini e strutture.

     Questo vale anche per le strutture amministrative ministeriali, alcune delle quali svolgono funzioni che potrebbero essere rimesse agli enti locali, per concentrare l’attenzione su funzioni primarie, necessarie allo sviluppo del Paese. Per tutti, in materia di patrimonio storico artistico, l’Italia ha bisogno di storici dell’arte e di esperti di restauri perché “il nostro petrolio” non perda quell’appeal che porta nelle nostre città d’arte e nelle aree archeologiche milioni di turisti ogni anno, con un  apporto al PIL che, per la prima volta, sento preso in considerazione dal Governo Monti nelle dichiarazioni di alcuni ministri. Mi riferisco a Passera (Sviluppo economico) e a Gnudi, il Ministro del turismo.

     Questa ricognizione è necessaria premessa di ogni razionale riduzione della spesa pubblica. Perché la spesa, per essere eccessiva, deve essere prima di tutto improduttiva, altrimenti non è da ridurre.

     La stessa cosa, ma del tema tornerò ad occuparmi nuovamente, riguarda il patrimonio immobiliare, che si vuol vendere. È giusto farlo, ma quella ricchezza, dovuta al sacrificio di milioni di italiani nel corso dei secoli, non va svenduta. Il patrimonio va utilizzato, ove possibile, o venduto per trasformarlo in altre utilità perché spero che qualcuno dica al Presidente Monti che moltissimi uffici statali, civili e militari, sono in locazione. Ciò che a tutti appare inverosimile, considerate le dimensioni del patrimonio immobiliare pubblico che con estrema disinvoltura viene ceduto ad enti locali che spesso se ne servono solo per fare cassa.

     Il governo ha una vita a tempo, necessariamente. Al più a maggio del 2013. Il tempo è poco ma l’avvio di una riforma seria dell’amministrazione e del patrimonio non può attendere. Perché l’amministrazione è la forza dei governi, come sa bene il Ministro della funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, che la conosce a fondo, e perché il patrimonio è la casa della famiglia pubblica.

27 gennaio 2012

 

A proposito del Comandante Schettino

Der Spiegel antitaliano ("Italienische Fahrerflucht").

Ma non è una novità! Si vendica di un certo Giulio Cesare

di Senator

 

     Alla vigilia del “Giorno della memoria”, la ricorrenza della liberazione del campo di concentramento nazista di Auschwitz il famoso settimanale tedesco non fa neppure la mossa di una riflessione sulla tragedia degli ebrei e di quanti Hitler considerava persone inutili, ma, con un articolo del Signor Jan Fleischhauersulla versione on-line, se la prende con gli italiani per la vicenda della Costa Concordia, con gli italiani, non con il Comandante Schettino.

     L’attacco al nostro Paese ed al suo ''carattere nazionale'' si è meritato l’energica replica dell'Ambasciatore d’Italia a Berlino, Michele Valensise. ''Gli argomenti di quell'articolo - ha scritto in una lettera al settimanale - sono tanto offensivi nei confronti dell'Italia quanto privi di fondamento. Mi meraviglia che una testata autorevole dia spazio ad affermazioni cos volgari e banali''.

     ''Gentile Direttore – ha scritto Valensise -, sono stupito e contrariato”. ''Credo naturalmente nella libertà di critica'', ma ''colpisce soprattutto, tra tanti luoghi comuni, che il giornalista accomuni con disinvoltura le responsabilità di una singola persona a quelle di un intero popolo. Capisco il desiderio di Spiegel on line di scrivere qualcosa di non politicamente corretto, ma questa volta si tratta di una provocazione gratuita che rimando al mittente, anche a nome dei miei connazionali che hanno espresso indignazione per lo scritto. Perché tirare in ballo tutti gli italiani?''.

     ''Fleischhauer - aggiunge l'Ambasciatore - non si è accorto che accanto al comportamento del Comandante della Costa Concordia, peraltro oggetto di indagine giudiziaria, vi sono state istituzioni e persone che hanno dato il meglio di sé‚ per salvare vite umane e limitare i danni dell'incidente? Ed è veramente convinto dell'inaffidabilità addirittura di tutta una Nazione?''. ''Fleischhauer lasci perdere le generalizzazioni fondate sulla razza - conclude -. Sono cose del passato, che nessuno rimpiange. Si rilassi e venga a trovarci in Italia. Troverà un grande Paese, accogliente, capace di slanci sorprendenti, individuali e collettivi, che sui pregiudizi cerca di sorridere, non di improvvisare strampalati tribunali''.

     Der Spiegel non è nuovo a sentimenti antitaliani. Tutti ricordano la copertina del settimanale tedesco in uno dei momenti più difficili per il nostro Paese, quando il terrorismo bagnava di sangue, quotidianamente, le strade delle nostre città. Allora mise in copertina un piatto di spaghetti sormontato da una P38.

     Pessimo gusto, allora come oggi.

     Forse che qualche giornale italiano ha generalizzato, con riferimento all’intero popolo tedesco, la vicenda del rogo alla Thyssenkrupp di Torino, una delle pagine più buie e dolorose degli ultimi tempi, dove persero la vita sette operai, bruciati vivi. Per quella tragica vicenda, esiste una sentenza di condanna in primo grado, a carico dell'amministratore delegato tedesco", ma nessuno ha mai pensato di scrivere che i tedeschi non si preoccupano della sicurezza degli impianti industriali definita in sede europea.

     Questa ricorrente presunzione di alcuni tedeschi (“alcuni”, s’intende!) di considerasi “superiori”, “razza eletta” (ma da chi?) dimostra, in realtà, una smania di grandezza non realizzata che finché riferita a musicisti, filosofi e giuristi può essere benevolmente considerata, mentre nella storia civile dei rapporti con gli altri popoli la storia rivela molte pagine oscure.

     Ma poi che senso ha prendersela con gli italiani, un popolo pacifico e dignitoso che accanto a qualche Schettino annovera oscuri, ignoti eroi che non hanno mai chiesto una medaglia?

     Perché antitaliani? Mi sa tanto che, in realtà, in "alcuni" tedeschi bruci ancora qualche esemplare “lezione” loro impartita da un certo Caio Giulio Cesare, Console romano.

27 gennaio 2012

 

“Intoccabili”, ovvero della faziosità

di Salvatore Sfrecola

 

     Il portavoce della Santa sede, Padre Federico Lombardi, ipotizza il ricorso a vie legali “per garantire l'onorabilità di persone moralmente integre e di riconosciuta professionalità, che servono lealmente la Chiesa, il Papa e il bene comune”.

     Non intendo valutare gli aspetti legali della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi ieri sera su La7, con tre servizi dedicati a questioni che riguardavano uomini di Chiesa, Monsignor Viganò, Nunzio apostolico a Washington, e Monsignor Giovanni D’Ercole, Vescovo ausiliario de l’Aquila, e la stessa Conferenza Episcopale Italiana, per quanto concerne la vicenda dell’I.C.I.. Anche se le rimostranze della Santa sede riguardano solo la vicenda di Monsignor Viganò, all’epoca dei fatti Segretario del Governatorato della Città del Vaticano, mi sembra necessario gettare uno sguardo sull’intera trasmissione il cui andamento è stato evidentemente preordinato a mettere in cattiva luce uomini della Chiesa.

     Andiamo in ordine. Nella nota della Santa Sede si afferma che la ricostruzione dei fatti è stata condotta “in modo parziale e banale, esaltando evidentemente gli aspetti negativi», con il “facile risultato” di presentarlo “come caratterizzate in profondità da liti, divisioni e lotte di interessi”. Il riferimento è ad una lettera attribuita a Monsignor Viganò che denuncia irregolarità nella gestione di spese a varie funzioni destinate (si fa anche l’esempio del Presepe di Piazza San Pietro), parlando anche di “mazzette, lavori gonfiati e pilotati”, situazioni che, ha sostenuto la trasmissione, sarebbero state coperte per non dispiacere a qualcuno non specificato, anche se si fanno ripetuti riferimenti al Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, senza specifiche accuse sul punto.

     Monsignor Viganò avrebbe scoperto spese eccessive, forse fatture gonfiate, irregolarità gravi, senza prova che queste situazioni abbiano determinato illeciti veri e propri, quali pagamento di tangenti per lavori e forniture.

     Secondo la tesi esposta da Nucci gli eventuali responsabili non sarebbero stati puniti per superiori coperture e Monsignor Viganò sarebbe stato mandato a fare il Nunzio Apostolico a Washington, sede tra tutte la più prestigiosa, per mettere tutto a tacere.

     Chi ha seguito la trasmissione non può non essersi reso conto di una insistenza, contro ogni evidenza, nel dedurre situazioni e fatti che Nuzzi ha solo potuto supporre. Anche se certamente possono essere avvenuti come in ogni gestione di cose umane, in un comune, in una provincia, in una regione o in un ministero.

Quel che mi ha disturbato come spettatore, consapevole che quegli sprechi possono essere avvenuti, è il fatto che l’interesse che si voleva indurre nello spettatore era dato non dai fatti in se ma dalla circostanza che fossero avvenuti in ambiente ecclesiastico, nella sede della Città del Vaticano.

     Qui sta la faziosità della trasmissione che ha potuto supporre e insinuare ma non dimostrare, così gettando un discredito sulla Santa Sede che poggia sull’acqua.

     L’impostazione preconcetta della trasmissione è esplosa nella seconda parte della trasmissione dedicata alla vicenda I.C.I. laddove Nucci non ha voluto sentire ragioni sull’ammontare della somma in discussione contraddicendo continuamente Franco Bechis, Vice direttore di Libero, che esponeva cifre ufficiali del Ministero dell’economia. E quando si è visto in difficoltà Nucci ha cominciato a parlare dell’8 per mille rilanciando continuamente alla ricerca di un argomento che poggiasse su una base più certa.

     Infine l’episodio di Monsignor Giovanni D’Ercole, Vescovo ausiliario de l’Aquila che, da autentico pastore, è riuscito a far capire che l’interesse della Curia, rispetto a risorse messe a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, era solo diretta a sollecitare progetti di interesse comunitario (residenze per anziani, asili nido, ecc.) con la più ampia partecipazione di soggetti pubblici operanti sul territorio.

     Padre Lombardi ha definito la trasmissione “disinformazione” e “informazione faziosa nei confronti del Vaticano e della Chiesa”.

     Uno scoop che non è stato uno scoop, che ha cercato di gettare del fango gratuito sulla Chiesa la quale può certamente essere criticata e censurata, carte alla mano e valutandone gli effetti. Perché se un ecclesiastico sbaglia nella gestione di risorse della Chiesa non è giusto riversare sull’intera istituzione gli effetti di quegli errori. Questo vale per la Santa Sede come per il più piccolo comune italiano.

26 gennaio 2012

 

Evasione fiscale, ci aiuterà l’Europa?

di Salvatore Sfrecola

 

      Un’evasione fiscale di 120 miliardi annui, dato Agenzia delle entrate, è assolutamente intollerabile e ci pone in testa ad una non invidiabile graduatoria.

Quelle dimensioni dell’evasione fiscale sono intollerabili in un paese civile perché dimostrano, da un lato, che il sistema è fragile e consente un aggiramento, tutto sommato agevole, dell’obbligo fiscale, e, dall’altro, che i controlli da parte dell’Amministrazione finanziaria sono complessi e onerosi.

     I due profili sono strettamente collegati. Il sistema fiscale è fragile, perché evidentemente non contiene in sé elementi idonei ad evitare l’evasione, e, di conseguenza, i controlli sono difficili. Per non dire, come ha affermato il Direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, che la lotta all’evasione fiscale per molti anni “non è stata al centro dell’attenzione”. Espressione “diplomatica” per dire che l’Amministrazione finanziaria si trova ad affrontare una situazione che è, quanto meno, tollerata, se non voluta come farebbero pensare talune affermazioni tradizionalmente colte in molti ambienti politici, secondo le quali in alcune aree del Paese la stessa sopravvivenza delle popolazioni è affidata al “lavoro nero”, cioè a redditi non tassati, se non in via di imposizione indiretta (l’IVA).

     Ora non si spiegano, se non per i motivi di complice tolleranza di cui si è appena detto, le ragioni per le quali l’ordinamento tributario italiano non attua sistemi di contrasto tra i contribuenti, come quelli derivanti dal ricorso alle deduzioni fiscali in relazione alle spese sostenute, in tal modo impedendo al percettore di quelle somme di ometterne la denuncia nella dichiarazione dei redditi. Avviene dovunque negli ordinamenti moderni, tenuto conto che il meccanismo, oltre a rispondere ad una obiettiva esigenza di individuare redditi tassabili importanti, ha una estrema flessibilità. La deduzione, infatti, può essere totale o parziale e in questo secondo caso il fisco ci guadagna due volte perché l’indicazione di una percentuale di deduzione comporta l’indicazione dell’intero che è stato percepito dal soggetto che ha rilasciato la fattura o la ricevuta esibita dal contribuente.

     Un sistema siffatto, assolutamente flessibile, nel senso che la misura della deduzione può tenere conto dello stato della finanza pubblica ed essere, pertanto definita annualmente in sede di bilancio o di legge finanziaria (oggi di stabilità), esclude anche quelle preoccupazioni che ricorrono in ambienti del Ministero dell’economia, riferite all’ammontare del gettito che non può diminuire se la normativa viene attuata gradualmente con acquisizione al sistema informativo dell’Agenzia delle entrate dei dati relativi ai redditi dei contribuenti messi a confronto dall’applicazione delle deduzioni.

     Se, dunque, la lotta all’evasione “non è stata al centro dell’attenzione”, come dice Befera, che è l’altra faccia di un fisco nella cui complessità si annida l’evasione, non ci resta che sperare nell’Europa che, quanto prima, dovrà pretendere una omogeneizzazione dei sistemi fiscali degli stati membri. Infatti, come per le spese si è provveduto ad imbrigliare i bilanci attraverso il “patto di stabilità e crescita”, non si potrà a lungo ignorare l’altra faccia della medaglia, quel sistema tributario al quale i governi affidano non solo il reperimento delle risorse per la spesa, cioè per le politiche pubbliche nei settori della sicurezza, dell’istruzione, del lavoro e della salute, ma le politiche di sviluppo dell’economia, la guida della crescita.

     D’altra parte l’Unione europea non potrà trascurare il profilo tributario nel quadro di una integrazione dell’economia dei paesi che ne fanno parte. Altrimenti l’Europa continuerà ad essere un’espressione geografica priva di forza politica ed economica. Proprio ciò che vogliono quanti in questa stagione della finanza internazionale si adoperano giornalmente per favorire le divisioni e contrastare il made in Europe sui mercati internazionali.

26 gennaio 2012

 

Che fine ha fatto il VTS?

A proposito della “Costa Concordia”:

nessuno controlla le rotte

di Salvatore Sfrecola

 

     Vessel traffic service, in sigla VTS, è un sistema di controllo del traffico navale che, utilizzando un gps, consente di localizzare le unità mercantili in navigazione sui nostri mari. Lo scopo è quello di evitare collisioni o episodi come quello della “Costa Concordia”, a parte le regole, come quella di non avvicinarsi troppo alle coste o di attraversare il canal Grande a Venezia. Non serve una legge, o un decreto, è sufficiente un’ordinanza della competente Capitaneria di Porto.

     Negli anni scorsi, a seguito della legge sulla difesa del mare, gestita con grande capacità da Matteo Baradà, Direttore generale dell’allora Ministero della marina mercantile prese avvio il progetto VTS. Progettato da una equipe di studiosi ed esperti in collegamento con Alenia (oggi Selex Sistemi integrati, di Finmeccanica, che nel frattempo ha proposto, assicurandosi le relative forniture, il sistema ad altri paesi) e con i migliori ufficiali delle Capitanerie di Porto, ricordo per tutti il Capitano di Vascello Lolli, che sarebbe diventato Ammiraglio e Comandante generale delle Capitanerie di Porto.

     Lo studio fu portato a termine collaudato. Seguì la prima realizzazione, quella del VTS dello Stretto di Messina, un’area fortemente a rischio per il grande traffico che la caratterizza. Il centro di controllo fu collocato in una palazzina costruita ad hoc a Messina, in posizione elevata, sotto Forte Ogliastri. L’impianto fu realizzato e collaudato (da una Commissione da me preceduta), ne fu annunciata l’entrata in funzione nel 2007 dall’allora Ministro delle infrastrutture e dei trasporti.

     Non so che sia poi successo. Mi fu detto di un VTS nazionale per dare sicurezza alla navigazione in vicinanza delle nostre coste.

     Non sono aggiornato.

     Sta di fatto, però, che nella discussione di questi giorni intorno alla tragedia dell’Isola del Giglio non si è fatto cenno al sistema di controllo del traffico navale VTS. Il che fa intendere che non è stato attuato o non funziona.

     Nel frattempo c’è chi scrive “aridatece Bertolaso”. È Dagospia in  margine alla lettera che l’ex capo della Protezione Civile ha scritto oggi al Corriere della Sera. Per dire che “su questo incredibile disastro si è scritto di tutto. Alcuni aspetti fondamentali, però, sono stati trascurati. II primo. Sembra che il passare vicino alla costa fosse abitudine, non un caso eccezionale, per questa e forse per altre navi di quelle caratteristiche e di quella stazza. Una notizia del genere rappresenta una denuncia ben più pesante delle accuse rivolte allo sprovveduto comandante della Costa”.

     Bettolaso si chiede, come abbiamo fatto in molti in quelle ore, “chi sono, quanti sono, dove sono coloro che sapevano di queste insane abitudini e non hanno detto nulla, non hanno preso provvedimenti, non hanno reagito richiamando i comandanti delle navi a regole di condotta sensate? Serviva un decreto legge per impedire gli «inchini»?” Certamente “no”! Per cui è venuto in mente a molti che la dura reprimenda del Comandante De Falco al Capitano Schettino in realtà avrebbe inteso coprire qualche “disattenzione” delle autorità marittime, quella sera e forse in precedenza.

Bertolaso si chiede: “Possibile che un tratto di mare così trafficato come quello toscano sia attraversato da mezzi navali che nessuno segue, che nessuno monitora, anche enormi come la nave affondata al Giglio?”

     Ed evoca “un sistema che oggi usano pure le barche a vela: l'Ais, segnale anticollisione (è disponibile anche sull'iPhone, grazie al programma «marine traffic», costa 2 euro e da tutte le indicazioni sulle navi in movimento, con rotta e velocità). Perché nessuno ha controllato cosa faceva una nave con 4.000 anime a bordo?”

     Due euro? Chi volete che si occupi di un aggeggio che costa così poco?

E, poi, “chi ha coordinato i soccorsi?”

Occorre rimediare subito. Oltre allo spread la nostra immagine internazionale è oggi offuscata dalla vicenda “Costa Concordia”.

     Francamente gli italiani perbene non ne possono più di questo modo di gestire il Paese. Ed è possibile che perdono la pazienza. Anzi è strano che ancora non sia accaduto!

21 gennaio 2012

 

A proposito di un articolo di Galli della Loggia

Alla corte dei ministri. Tecnocrati, ma fedeli a chi?

di Salvatore Sfrecola

 

     “Una invisibile supercasta -

Non è vero  -scrive Galli della Loggia - che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un altro regime: l’oligarchia. E tra i due regimi possono esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci sono da un lato un Parlamento e un governo democratici, i quali formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali. I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci inquietanti su tale realtà”.

     Tra questi “signori del potere”, oltre all’alta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali, secondo l’articolo “si è andata aggiungendo negli anni una pletora formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature (comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annidati perlopiù nei gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di fare il salto in quello vero”.

     L’analisi merita alcune considerazioni che Galli della Loggia, storico e politologo avrebbe dovuto fare immediatamente, per completezza, anche sulla base di illustri esperienze del passato.

     Non è da oggi che i detentori del potere, per grazie di Dio e/o per volontà della Nazione, si servono di alti burocrati, giuristi, politologi, diplomatici che spesso hanno determinato il successo del potente. Le cancellerie dei grandi della terra sono state rette sempre da personaggi che hanno notevolmente influito sulle scelte della politica, che hanno dato il nome a leggi, a trattati, a riforme importanti rimaste a segnare un momento della storia. I consiglieri si chiamano così perché consigliano e consigliando influiscono.

    Si tratta di grandi dignitari provenienti dall’amministrazione della Corona, dall’esercito, dagli ordini religiosi, singolarmente o inseriti in organi collegiali. Come il Consiglio del Re, Supremo consiglio di governo che sostituì in Francia, dal XIV secolo, la Curia regia. Il suo nome, alquanto generico, fu attribuito, per tutto l'ancien régime, a istituzioni di volta in volta diverse come il Conseil d'en haut, il Conseil privé, il Conseil des dépêches ecc.

     Mi vengono in mente centinaia di nomi, quello di Seneca, filoso e consigliere di Nerone, di Herman von Salza, Gran Maestro dell’Ordine Teutonico e Cancelliere di Federico II Hohenstaufen, grande soldato e diplomatico, di Pier della Vigna, ministro e ascoltato consigliere dello stesso Imperatore, di Guglielmo di Nogaret, primo consigliere del Re di Francia Filippo IV Il Bello, protagonista nella vicenda della soppressione dell’Ordine del Tempio. E ancora di Tommaso Moro e di Tommaso Becket. Uno stuolo infinito di personaggi che sono stati spesso i veri protagonisti di vicende storiche attribuite, poi, a principi e sovrani.

     Non ha senso, dunque, l’osservazione di Galli della Loggia sul fatto che quella oligarchia “non è passata attraverso nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese)”. Perché i nostri dirigenti, i nostri magistrati del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, come gli avvocati dello Stato, le categorie dalle quali sono tratti prevalentemente i grand commis dello Stato si formano nelle amministrazioni e nelle aule d’udienza nel preparare provvedimenti, controllarli, verificarne la legalità. Sono, pertanto, personalità di grande preparazione professionale. Ed è fuor di luogo affermare che vengono “designati dalla politica con un grado altissimo di arbitrarietà”. La regola, infatti, è quella della scelta intuitu personae, per conoscenza o stima personale, per il tam tam che collega i detentori del potere.

     Potenti e spesso inamovibili, dei consiglieri Galli della Loggia avrebbe dovuto chiedersi se sono al servizio dello Stato o del potente di turno. E se questo esercita il potere che gli è dato nell’interesse dello Stato e del bene comune.

È questo il punto essenziale, il discrimine che Galli della Loggia avrebbe dovuto affrontare è se questi grand commis sono fedeli al giuramento di osservare la Costituzione e le leggi e di adempiere alle funzioni loro affidate con”disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54 della Costituzione. Ciò che comporta che in caso di contrasto tra la disposizione ricevuta e la loro coscienza di uomini dello Stato sono disposti a lasciare il posto, a rinunciare alla carica ed ai compensi che comporta. Non si ricordano, in proposito, molti casi, almeno di recente. L’ultimo a dimettersi fu il Consigliere di Stato Vincenzo Caianiello che, da Capo dell’Ufficio legislativo del Ministro dei lavori pubblici Franco Nicolazzi, motivò la sua scelta al tempo della legge sull’edilizia residenziale che porta il nome di quel politico e che lui non condivideva.

     Un esempio di dignità e di coerenza professionale di un uomo delle istituzioni. Devo dire che nella mia esperienza di consigliere giuridico di vari ministri, attento alle vicende governative e dell’Amministrazione da un osservatorio privilegiato come la Corte dei conti ho potuto constatare che per molti è difficile dire ad un ministro “questo non si può fare” o “questo è contro la legge” o, ancora, più semplicemente, “ha conseguenze negative sul piano istituzionale”. La maggior parte preferisce allinearsi alla volontà del politico di turno, piuttosto che contraddirlo, con il rischio di dover essere messi fuori ed uscire “dal giro”.

     E qui va detto che la presenza di magistrati del Consiglio di Stato, della Corte dei conti o di Avvocati dello Stato nei gabinetti o negli uffici legislativi di ministri, per la loro formazione professionale e per l’indipendenza che li dovrebbe caratterizzare, fa bene alle istituzioni. Un ministro, nel momento in cui assume l’incarico governativo, diventa, nel bene e nel male, prigioniero della struttura, delle sue esigenze delle sue aspettative in relazione al ruolo che la legge le attribuisce, con la conseguenza che può essere impermeabile ad esigenze di innovazione, di semplificazione delle procedure dalla quale i burocrati ministeriali potrebbero ritenere di perdere parte del loro potere.

     La presenza di un diretto collaboratore del ministro, non coinvolto in tali interessi, ma autorevole per la sua provenienza istituzionale e indipendente può essere essenziale per un politico innovatore. Può essere la sua fortuna.

     È questo il problema che sta sullo sfondo dell’articolo di Galli della Loggia, ma non affrontato. Non è importante che i consiglieri dei ministri italiani non abbiano frequentato l’Ena, ma che siano professionalmente capaci e soprattutto, indipendenti, che servano lo Stato e non si servano dello Stato. In sostanza che non si trovino in quelle condizioni che Galli della Loggia denuncia, evocando “casi clamorosi di conflitto d’interessi” e sfruttino occasioni per “avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi”.

      Per questo su questo giornale io e gli altri collaboratori evochiamo spesso principi di etica della funzione pubblica.

Anche per dare fiducia ai cittadini.

21 gennaio 2012

 

I tassisti? Lasciamoli scioperare!

di Senator

 

     Non c’è dubbio che, tra tutte le “liberalizzazioni” annunciate la più attesa dagli italiani, e soprattutto dai romani, è quella che riguarda i taxi. Un po’ perché s’immagina che le tariffe potrebbero diminuire per effetto dell’aumento dei mezzi a disposizione, un po’ perché l’arroganza della categoria e la maleducazione di molti autisti hanno gettato discredito su un servizio che nelle più importanti città d’Europa è gestito con grande efficienza sotto l’attenta sorveglianza della autorità cittadine. Si tratta, infatti, di un servizio pubblico essenziale che è idoneo a concorrere allo snellimento del traffico nelle grandi città se efficiente ed a buon prezzo. In queste condizioni prendere un taxi “conviene”, si evita lo stress della ricerca del parcheggio ed il suo costo, si risparmia tempo, in quanto non si deve calcolare il tempo necessario per conquistare un posto dove lasciare l’auto.

     Se, pertanto, soprattutto i romani sono scontenti del servizio cittadino è perché, come è stato detto più volte da questo giornale, i nostri autisti fanno di tutto per non farsi amare. Auto sporche, spesso maleodoranti, frequente mancato uso dell’aria condizionata, percorsi che sembrano itinerari turistici che allungano i tempi con accurata scelta del percorso più intasato ed irto di semafori. E poi, radio urlanti e finestrini perennemente abbassati con rischio cervicale e congiuntiviti.

     Tutto va chiesto “per favore”, dal finestrino, da alzare, alla radio, da abbassare, all’aria condizionata, da attivare, spesso invano (“me credevo che andavamo ner deserto”, mi ha detto un attempato tassista il 9 di giugno in una Roma surriscaldata alla mia indicazione per Largo Goldoni).

     Insomma, Presidente Monti, non so se tutte le liberalizzazioni preannunciate porteranno vantaggi per il Paese e contribuiranno effettivamente alla ripresa dell’economia, ma è certo che quella dei taxi va fatta, subito e in modo che questo servizio finalmente funzioni. Ma non ne affidi le modalità di attuazione ai Sindaci perché altrimenti la riforma non decolla. Per quattro voti i nostri primi cittadini sono disposti a tutto, anche a continuare a far soffrire, d’estate, i turisti americani, e non solo, i quali torneranno a casa sudati, tappandosi il naso e ripetendo, che puzza, che puzza, come il nanetto nella pubblicità di una nota casa produttrice di prodotti per le fosse biologiche.

20 gennaio 2012

 

No taxi? Limousine!

di Marco Aurelio

 

     Roma, stazione Termini, ore 21 e 20, esco e cerco in via Marsala un taxi. Avevo chiamato una cooperativa di taxi ed ero stato tranquillizzato: "ci dovrebbero essere i taxi del turno di notte". Niente! Uno squallore, neanche un taxi. In compenso dappertutto limousine fiammanti, Mercedes, BMV, con autista alla guida, eleganti, giacca blu, cravatta della cooperativa. Lo sciopero dei taxi quanto meno ha fatto vedere un po' di eleganza. Perché un taxi non deve essere fiammante, perché d'estate è un problema far accendere l'aria condizionata, tra l'altro ad evitare che il conducente offenda il nostro olfatto con una maleodorante sensazione di sudato?

     Non credo che dalla liberalizzazione dei taxi gli italiani guadagneranno molto, anche se è certamente auspicabile che questo servizio assuma una dignità che oggi, almeno a Roma, non ha. A parte il diffusissimo mancato uso dell'aria condizionata, entri in taxi dove l'autista ha la radio a tutto volume inevitabilmente sintonizzata su una trasmissione sportiva. Ad una mia amica è capitato di imbattersi in un autista intento a ad ascoltare una trasmissione su temi sessuali. Ha fatto notare che la cosa la disturbava. Il cafone al volante le ha risposto che lui sente quello che vuole. Lei ha chiesto si fermasse ed è scesa. Intanto, nei dieci minuti del percorso l'autista fa almeno tre o quattro telefonate, ovviamente senza auricolare, facendoti venire l'ansia.

    Insomma un servizio da reinventare. Ma non so se quel che il governo vuol fare ci darà taxi puliti, autisti educati e non maleodoranti, a prezzi inferiori.

     Ne dubito, non vedo la connessione tra liberalizzazione e un servizio migliore. Una maggiore concorrenza? E' difficile che basti aumentare le licenze.   

19 gennaio 2012

 

Eroi? Come i santi sono uomini normali!

di Salvatore Sfrecola

 

     Per Bertolt Brecht, com’è noto,”Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Da un lato un paradosso, se pensiamo che tutti i popoli, periodicamente, scoprono al loro interno degli eroi, dall’altro, ma non è certamente questo alla base della affermazione di Brecht, è vero che l’eroe è un uomo normale che, al momento opportuno, riesce a fare quello che altri non fanno, spontaneamente, perché quell’uomo normale sente di dover intervenire come gli suggerisce la coscienza.

     In questo senso gli eroi sono come i santi, uomini normali, che potremmo avere vicino a noi senza accorgercene, se non che sono capaci, all’occorrenza, di comportamenti che altri non compiono, di pietà e di amore, spontaneamente, disinteressatamente, neppure pensando che sia gradito a Dio.

     Ma ci sono momenti che di questi uomini normali, eroi o santi, i popoli hanno bisogno, per ricordare a tutti i doveri che, prima dei diritti, sono propri di una comunità, doveri semplici che caratterizzano un mestiere o una professione, quei doveri che diciamo rispondere ad un’etica propria di quel mestiere o di quella professione.

     Così è stato eticamente censurabile il comportamento del Comandate della Costa Concordia, un uomo che dal colloquio con il Comandante della Capitaneria di Porto di Livorno è risultato un irresoluto, incapace di rendersi conto della situazione, di affrontarla secondo ciò che è proprio del suo ruolo.

     C’è uno slogan che accompagna la pubblicità delle accademie militari italiane che ripeto per come lo ricordo “guiderai e sarai responsabile di uomini”. Ecco il ruolo del comandante, che non è solo uno che comanda, ma guida uomini e di essi si assume la responsabilità, un ruolo che in mare ha tradizionalmente creato un legame particolare con la nave e con i marinai. Per cui il comandante non abbandona la nave se non per ultimo. E vive con i suoi marinai in un rapporto che fa dell’equipaggio un tutt’unico, legato alla nave ed al suo comandante.

    L’esaltazione del Comandante De Falco, dunque, che redarguisce duramente Schettino, che non vuol risalire a bordo della nave in avaria con ancora passeggeri a bordo, è certamente comprensibile e condivisibile. Riguardato come un eroe De Falco è, in realtà, un uomo normale che fa il suo lavoro, evidentemente con somma coscienza e professionalità, che sa che il suo ruolo in quel momento è quello di sostituirsi al comandante della Costa Concordia nel dare le disposizioni del caso, per spronarlo a riprendere possesso delle sue funzioni. Lo rimprovera con durezza ma in cuor suo vorrebbe che quel “collega” tornasse a svolgere le funzioni di comandante, per guidare i suoi marinai che nella fase delicata del naufragio devono, prima di tutto, aiutare chi rischia la vita perché in mare “prima di tutto” è necessario salvaguardare la vita umana.

     Non un eroe, dunque, ma un uomo normalissimo, forte di esperienza, consapevole dell’etica del suo ruolo che lo guida nel difficile rapporto col comandate della nave naufragata, mentre deve coordinare i soccorsi.

    Se De Falco non è un eroe, ma un eccellente professionista, Schettino è una persona che si trova ad affrontare una situazione superiore alle sue possibilità. E c’è da chiedersi chi lo ha scelto, chi ha valutato quel marinaio idoneo a guidare una macchina supertecnologica con migliaia di persone a bordo. È il difetto di questo Paese, che non dà a ciascuno il proprio, che non sa scegliere e non sa punire nel modo esemplare che certi comportamenti esigono.

    “La drammatica telefonata tra Francesco Schettino e il capitano di fregata Gregorio Maria De Falco della Capitaneria di porto di Livorno – scrive oggi sul Corriere della Sera Aldo Grasso - è forse il documento che meglio testimonia le due anime dell’Italia. Da una parte un uomo irrimediabilmente perso, un comandante codardo e fellone che rifugge alle sue responsabilità, di uomo e di ufficiale, e che si sta macchiando di un’onta incancellabile.

     Dall’altra un uomo energico che capisce immediatamente la portata della tragedia e cerca di richiamare con voce alterata il vile ai suoi obblighi. In mezzo un mondo che affonda, con una forza metaforica persino insolente, con una ferita più grande di quello squarcio sulla fiancata.

     Se il capitano De Falco fosse stato sulla nave sarebbe sceso per ultimo, come vuole l’etica del mare”.

     Un uomo normale che diventa suo malgrado un eroe perché messo a confronto di una nullità. Un uomo vero.

     Ho un ricordo che porto con me dalla scuola elementare, quando per la prima volta ho letto la motivazione della medaglia d’oro dell’ufficiale al quale è dedicata la mia scuola di bambino, il Sottotenente Ugo Bartolomei.

     Chiamato alle armi con i ragazzi del '99, romano, prese parte alla Prima guerra mondiale come sottotenente del 1° Reggimento Fanteria. Morì nella battaglia della Conca di Alano nell'ottobre del 1918 nel tentativo di attirare su di sé l'attenzione del nemico per difendere un gruppo di altri suoi compagni in difficoltà.

     Un eroe? Un uomo normale responsabile del suo ruolo che chiamiamo eroe e giustamente lo Stato ne ha riconosciuto le virtù umane. E ne siamo orgogliosi!

18 gennaio 2012

 

È l’economia che conta,

non il nome della moneta

di Salvatore Sfrecola

 

     “Il 55% degli italiani non si fida più dell’euro”, titola oggi l’Osservatorio di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, a pagina 13. Dove si spiega che la maggioranza degli italiani dichiara manifestamente la propria sfiducia nella moneta unica e, conseguentemente nell’Europa.

     Il dato, tuttavia, viene in qualche misura corretto da una ulteriore rilevazione, secondo la quale, malgrado le estese perplessità attuali, gli italiani, nella loro maggioranza (60%), ritengono che “il passaggio all’euro andava fatto e che non si deve tornare indietro”.

     Le perplessità, dunque, a ben vedere riguardano l’Europa, non la moneta che, in quanto tale, è neutrale, ed anche il suo valore, come, al momento della sua introduzione, il criticatissimo cambio con la lira, è un effetto della politica. E così, oggi, chi si lamenta dell’euro dovrebbe indirizzare le sue critiche verso i governi degli stati che aderiscono all’Unione, che non riescono a fare un passo avanti, a costruire un modello di sviluppo dell’intero continente che, tenendo conto della varietà e rilevanza delle economie nazionali, tutte le riconduca in una visione globale che premi la fantasia, l’ingegno e la laboriosità degli imprenditori europei.

Questo manca ancora, a più di cinquant’anni dai Trattati di Roma, che hanno istituito la Comunità Economia Europea, divenuta dopo Maastricht Unione Europea ad attestare la volontà degli stati membri di fare un passo ulteriore verso una unione “politica”, così come auspicato dagli europeisti più convinti da Alcide De Gasperi a Gaetano ed Antonio Martino, a Giorgio Napolitano, che non tralascia occasione per sollecitare una maggiore iniziativa in quella direzione.

     È quel che è dietro l’euro, dunque, che deve preoccupare. La mancanza di una visione globale dell’economia dell’Unione e dei singoli paesi rende debole l’Europa e la sua economia sui mercati internazionali, e impedisce a “Mister Europa”, di parlare a nome di tutti, quel Mister Europa che si sarebbe dovuto presentare quale Ministro degli esteri dell’Unione, come aveva previsto il Trattato costituzionale del 2004, affossato da francesi e olandesi, probabilmente anche per conto terzi. Da Lisbona è venuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri. Anche le parole hanno un significato e a tutti deve essere parso evidente che il nuovo Trattato ha voluto sminuire il significato di chi è incaricato della politica estera. Che è strettamente legata a quella economica, l’una e l’altra espressione di quell’autorità esterna della quale l’Europa ha bisogno per sedere al tavolo delle relazioni internazionali con gli altri partners mondiali, dagli Stati Uniti, alla Cina, dal Brasile all’India.

     Quindi non prendiamocela con l’euro, ma con chi lo sostiene a livello mondiale, i paesi dell’area, le cui economie non dimostrano consapevolezza delle ragioni dello stare insieme. In questo senso gli eurobond proposti da Tremonti costituiscono indubbiamente la strada maestra, la conseguenza necessaria della moneta unica.

     Inguaribile ottimista, credo che l’Unione europea sia una realtà della quale gli stati membri e le loro economie non possono prescindere. Tornare indietro significherebbe diventare vassalli di questa o di quella potenza economica. Non conviene a nessuno, neppure ai più grandi, come la Germania, grande in Europa,piccola nel mondo.

     Occorre, dunque che si rimbocchino le maniche tutti e mettano in piedi un sistema di relazioni finanziarie tra gli stati che dia alla Banca Centrale Europea il ruolo che avevano le banche centrali dei singoli paesi perché sia finalmente messo in campo un modello di sviluppo articolato sulla base delle singole economie e delle tradizioni che le caratterizzano.

     Quanto al cambio dollaro/euro nessuno si preoccupi per la minore quotazione della moneta europea, ma si faccia in modo di cogliere questa opportunità per andare sui mercati e conquistare quote di esportazioni che possano restituire smalto alle nostre produzioni e contribuite ad invertire quella tendenza recessiva che tanto preoccupa.

16 gennaio 2012

 

Paghiamo il ritardo dell’unione politica

Attacco all’Europa

di Salvatore Sfrecola

 

     Lo aveva detto Giorgio Napolitano nel discorso di fine anno, ma nessuno aveva raccolto l’allarme.

     Eppure l’attacco all’Europa e alla sua moneta era evidente da mesi, già prima che la Grecia entrasse in affanno e con essa gli altri paesi in difficoltà e i governanti a Berlino e a Parigi si sono sentissero investiti del un sacro ruolo di censori delle altrui debolezze finanziare, con onere di dettare prescrizioni nella sostanza vincolanti.

     Era evidente che la verifica dell’affidabilità dei paesi europei, provenendo dagli Stati Uniti, fosse in qualche misura condizionata dalla situazione di quella grande nazione, a sua volta in difficoltà per il suo ruolo internazionale, incerto e costoso in termini finanziari e politici, di guardiani delle libertà contro il terrorismo, nel tentativo di dominare un’area del mondo preziosa soprattutto per il petrolio che produce. E c’è da chiedersi quando i politici a Washington e dintorni studieranno un po’ di storia romana per capire come si conquista e soprattutto come si mantiene la leadership del mondo. Tra l’altro assicurandosi il consenso dei “dominati”.

     In quel gigante con diffuse fragilità, dalla cui finanza si sono diramati negli anni scorsi i virus tremendi che hanno infettato al di qua e al di l’là dell’oceano e colpito tanti risparmiatori, c’è chi teme, e non da oggi, l’Europa, una realtà culturale, imprenditoriale e scientifica che se raggiungesse effettivamente l’unità politica ed una guida sicura sarebbe il leader dell’Occidente. E così si fomenta la divisione con l’impegno, degno di migliore causa, alternativamente di francesi e inglesi, i primi pronti a bocciare il trattato costituzionale del 2004, i secondi eredi di un isolazionismo fuori tempo, considerato che se c’è nebbia sulla Manica, ad onta nella nota battuta, molto spesso è l’Inghilterra e non l’Europa ad essere isolata.

     Attenzione! Non che inglesi e francesi, con la collaborazione volonterosa dei tedeschi e di qualche piccolo paese “di area”, abbiano tutti i torti. Sentono la mancanza di una guida politica, ma è certo che questa guida non potrà prendere forma effettiva se l’Europa degli stati non troverà quell’idem sentire che diventi anche un idem modus agendi per il quale è di ostacolo il particulare perseguito da chi accetta i vantaggi e respinge un impegno serio.

     E così si ha l’impressione che sia il tempo dell’ultima chiamata, in bilico tra crescere e sparire, nel senso che è possibile prendere la strada dello sviluppo o quella della dissoluzione di un’idea politica che, già a fine ‘800, Luigi Einaudi intravedeva come unica speranza per un futuro prospero del vecchio Continente.

Ora anche Monti denuncia l’“attacco all’Europa”, ne parlano oggi i giornali perché questa realtà è evidente negli ultimi avvenimenti, dalle pronunce delle agenzie alla speculazione che mira ad un cambio di proprietà attraverso il crollo delle quotazioni di borsa di importanti imprese industriali, bancarie e assicurative che fanno preludere ad un successivo rastrellamento a prezzi stracciati.

     L’Europa deve reagire, anche di fronte al severo monito delle società di rating che bacchettano e puniscono, le stesse che non sono molto tenere di fronte alla crisi dell’economia americana, non superata nonostante l’immissione di forti quantità di dollari, una manovra inflazionistica in relazione alla quale Standar & Poor’s si è limitata ad un affettuoso buffetto sulla guancia.

     Certo il declassamento, che non ha solo riguardato l’Italia, non è frutto della “cattiveria” delle agenzie ma trova fondamento nella realtà del debito pubblico e nella fase di stagnazione che non fa intravedere segnali di ripresa del prodotto interno lordo, una situazione rispetto alla quale le misure preannunciate dal governo Monti non sembrano idonee, nel breve periodo, a determinare un cambio di tendenza. Ad esempio le liberalizzazioni, alle quali da molti si annette un effetto taumaturgico, non avranno effetti significativi se non dopo alcuni anni, come ha spiegato in televisione ieri sera sul La7 il Sottosegretario all’economia ed alle finanze Gianfranco Polillo, incalzato da tassisti e farmacisti intenti a dimostrare che risparmi concreti per i cittadini (i taxi) e per questi e lo Stato (i farmacisti) non ce ne saranno di immediati. Forse più certi possono essere gli effetti dell’intervento governativo sui gestori delle pompe di benzina, se tutto il sistema della distribuzione non farà resistenza occulta con effetti reali. Ed, ancora, è probabile che si possa spuntare qualche risparmio dalla gestione del sistema delle assicurazioni in quanto le compagnie potranno abbassare le tariffe in considerazione della più ampia platea di assicurati che si prevede con l’obbligatorietà delle polizze per i professionisti.

     Tuttavia l’incertezza è grande ed il pericolo per la politica deriva dalla generalizzata reazione delle lobby che, riguardando gran parte delle famiglie italiane (in quasi tutte c’è un interessato alle “liberalizzazioni”), potrebbe generare un diffuso senso di sfiducia nell’azione del governo, certamente deleterio per la sua tenuta anche in vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento che, al più tardi, come sappiano, saranno nella primavera del 2013.

15 gennaio 2012

 

Il malinconico Carlo ed il burbero Quintino

di Senator

 

     Non entro nel merito della vicenda che ha portato alle dimissioni del Professore Avvocato Carlo Malinconico, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, anche se quel “non me lo merito. Io ero in buona fede”, che campeggia nel titolo dell’intervista a La Repubblica dell’altro ieri, desta, a dir poco, perplessità. Chi lascia un albergo, dove ha soggiornato per giorni, senza pagare il conto deve necessariamente ritenere, se non è ospite del proprietario, che qualcuno quella fattura l’avrebbe pagata. E non si vede perché quel ”qualcuno” avrebbe dovuto anticipare una somma da rimborsare. Una spiegazione che non regge, tanto che avendo provveduto, alla vigilia delle dimissioni, a pagare il conto con un bonifico, il destinatario, come si legge sui giornali, lo ha rifiutato per l’ovvia ragione che il conto era già stato saldato.

     Si è dimesso, dunque. Il fatto è che non avrebbe dovuto neppure essere incaricato del prestigioso ruolo governativo, non solo per la vicenda di cui si è appena detto, della quale i giornali (in particolare Libero, con alcuni articoli del Vicedirettore Bechis) si erano occupati senza essere smentiti, ma perché è apparso subito poco conveniente che il Presidente della Federazione Editori Giornali andasse a ricoprire il ruolo di Sottosegretario all’editoria.

     Ingenuità o disattenzione del Premier all’atto della formazione della lista dei sottosegretario o malconsigliato?

     E inevitabilmente viene voglia di dire che l’etica delle istituzioni, nelle istituzioni è ancora per molti una illustre sconosciuta. Si stenta a mantenere quella estraneità ed equidistanza, rispetto agli interessi in campo, che deve essere sì effettiva ma anche visibile, perché i cittadini sappiano e possano valutare i comportamenti di chi svolge funzioni di pubblico interesse.

     È un degrado che ci trasciniamo da tempo se qualcuno in questi giorni ha difeso Malinconico tentando di minimizzare un comportamento a dir poco sconveniente, assolutamente da evitare da un uomo delle istituzioni, ex magistrato, uno che aveva giurato non solo “di osservare le leggi”, come tutti i cittadini, ma di adempiere alle funzioni pubbliche a lui affidate “con disciplina ed onore”, come si legge nell’articolo 54 della Costituzione.

     Viene da dire o tempora o mores, anche se non dubitiamo che Malinconico nell’esercizio delle funzioni istituzionali a lui affidate abbia rettamente operato. Il fatto è che la vita privata di un uomo pubblico non è indifferente, risalta immediatamente e, se non adamantina, espone il personaggio a indebite sollecitazioni.

     E vien voglia di riandare con la mente a ben altri esempi della vita ministeriale romana, ad un altro inquilino dei palazzi del potere, a quel Quintino Sella, del quale i Ministri del tesoro e delle finanze (ora dell’economia e delle finanze), occupano ancora oggi lo studio e lavora alla sua scrivania, nel Palazzo di via XX Settembre a Roma. Quel Ministro delle finanze che, in vista di una riunione con il Presidente del Consiglio, Giovanni Lanza, gli inviava un biglietto per ricordargli di portare le candele della Presidenza del Consiglio perché, ove fosse andata per le lunghe e avessero dovuto accendere le candele, non sarebbe stato possibile utilizzare quelle del Ministero delle finanze per una riunione che aveva ad oggetto questioni della Presidenza del Consiglio.

     Un ricordo per dire di come gli uomini di quella che ingenerosamente fu chiamata “Italietta” guardassero alla utilizzazione del denaro pubblico. Uomini dei quali si è più volte detto che, distesi sul letto di morte, mostravano le suole delle scarpe consumate al punto che molto spesso lasciavano intravedere il classico buco.

     Tornando all’oggi, ricordo di aver più volte segnalato la necessità, nella scelta degli uomini di governo e dei loro collaboratori, di una accurata selezione, evitando chi, pur di elevata professionalità, abbia dimostrato disinvoltura anche nella vita privata, come attestano le intercettazioni telefoniche che, in questi anni, ci hanno fatto conoscere le abitudini pubbliche e private della “Cricca” e di quanti la frequentavano ottenendo piaceri di vario genere che è difficile ritenere fossero elargiti gratuitamente, considerato il vorticoso giro di appalti, consulenze, collaudi e arbitrati che hanno mosso cifre da capogiro.

     Infine, poiché è evidente che, mentre per le “misure” economiche attuate dal Governo Monti a carico dei poveracci il Premier si prende al più qualche imprecazione, ora che minaccia di colpire interessi consolidati di qualche corporazione potente, il Professore Monti deve attendersi qualche sgambetto, magari per colpire qualcuno dell’entourage che incautamente si è messo o gli è stato messo accanto.

     Ed è da chiedersi: chi lo ha consigliato o non la dissuaso per chi lavora?

13 gennaio 2012

 

Il trattamento economico dei parlamentari:

sciocchezze e verità

di Salvatore Sfrecola

 

     Si è parlato molto nei giorni scorsi del trattamento economico dei parlamentari, di quanto guadagnano per indennità e compensi vari, variamente giustificati e si è aperta una polemica sgradevole per chiunque abbia a cuore le sorti delle istituzioni, a cominciare da quella che è per Costituzione rappresentativa del popolo italiano, il Parlamento con le sue sue Camere, il Senato e la Camera dei deputati.

     Prescindiamo, perché non rilevanti ai fini di questo mio interevento, dalla misura dell'indennità e delle altre voci che compongono il trattamento economico per affrontare il tema nei suoi reali termini, che non ho visto trattare sui giornali e nelle polemiche di questi giorni nelle quali anche la stampa non ha fatto una bella figura per essersi prevalentemente schierata, con una buona dose di demagogia, contro quella che è stata definita "la casta". Cosa facile da fare in questi giorni nei quali agli italiani si chiedono sacrifici ai quali sembra che i parlamentari non vogliano concorrere.

     Vediamo, dunque, partendo dall'inizio qual'è il modo corretto,a mio avviso, di affrontare il tema.

     Credo che nessuno oggi possa ritenere che il parlamentare lo debba fare gratis, senza percepire un qualche compenso comunque denominato, stipendio, indennità, diaria, rimborso spese  e via dicendo. Un  tempo i parlamentari non avevano nessun trattamento economico e questo, mi sembra evidente, facilitava l'ingresso nelle aule del Parlamento di chi fosse abbiente o avesse chi lo supportava economicamente, fosse anche un partito o un sindacato.

     Non è immaginabile, pertanto, una classe parlamentare alla quale non sia  riconosciuta una qualche indennità. Proseguendo nella riflessione si tratta di ragionare su quanto il parlamentare debba ricevere a carico del bilancio pubblico (quello dell'Assemblea di appartenenza) per questo suo impegno che, è altrettanto evidente, collide in una certa misura con la normale attività lavorativa, cioè con quell'impegno professionale che consente al deputato o al senatore di mantenersi e di mantenere la famiglia.

     A questo punto mi pare necessario fare dei distinguo. Il parlamentare può essere lavoratore dipendente o libero professionista. Cioè può ricevere uno stipendio o una pensione a carico del suo datore di lavoro, pubblico o privato, oppure non avere altra risorsa che il suo lavoro.

     Nel primo caso la vicenda si può risolvere in vario modo, ad esempio consentendo al parlamentare di continuare a percepire il trattamento economico del suo datore di lavoro, direttamente, con rimborso delle camere, o può ricevere la stessa somma dall'Assemblea della quale fa parte.

     Più complessa è la vicenda del libero professionista il quale deve rinunciare al suo lavoro o drasticamente ridurlo. Mi sembra evidente che non  si possa negare all'avvocato, al medico o all'ingegnere che vede ridimensionata la sua attività professionale e, conseguentemente, il suo guadagno, di ricevere un'indennità, come il dipendente che va in aspettativa dal lavoro.

     Si tratta di determinarne l'importo, anche sulla base dell'esperienza di paesi comparabili al nostro, evidentemente nell'ambito dell'Unione europea.

     Cosa va calcolato? Certamente una indennità base, comunque denominata, e le voci qualificate come rimborso spese che devono essere realistiche ed effettive. Ad esempio non mi scandalizza che i parlamentari godano di una sorta di rimborso per le spese di alloggio nei giorni nei quali lavorano in aula o in commissione, ma è chiaro che quella somma non può essere attribuita a chi vive a Roma per cui non ha spese di alloggio. La vicenda è emblematica di una scarsa considerazione per il denaro pubblico e ricorda un caso, di alcuni anni fa, quando alcuni Consiglieri provinciali di Roma fruivano di una indennità se  residenti fuori della Capitale ma nella provincia. Molti risultavano residenti in seconde case al mare o ai monti, ma la Procura Generale della Corte dei conti, che aveva condotto un'inchiesta in proposito, verificò, sulla base delle utenze (luce, acqua, gas) che quei signori non risiedevano affatto nelle località indicate.

     C'è, poi, il discorso del collaboratore per il quale il parlamentare dispone di una certa somma, con la conseguenza che questa soluzione si presta ad abusi. Non si tratta della persona scelta, che sia un parente o un amico perché credo che il collaboratore lo debba scegliere il parlamentare in considerazione del rapporto di fiducia che necessariamente deve intercorrere tra i due, ma sarebbe bene che lo pagasse la Camera, sulla base di uno specifico contatto di lavoro, ad evitare che il parlamentare sfrutti la situazione corrispondendo all'assistente una somma inferiore a quella messa a disposizione dall'amministrazione.

     Credo, dunque, che sarà necessario fare chiarezza sul trattamento economico dei parlamentari offrendo magari più servizi, locali, copia, e quant'altro in altre realtà viene garantito ai rappresentanti del popolo che svolgono un lavoro volontario ma di interesse generale, considerato che  "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato", come si legge nell'art. 67 della Costituzione.

     Per concludere, evitiamo di porre sul terreno della discussione una critica ai parlamentari che degeneri in una rissa nella quale a rimetterci sarebbe la politica, quella nobilissima arte della gestione della cosa pubblica che comporta in chi la pratica a livello di senatore o deputato una buona dose di sacrifici, per il tempo che l'attività sottrae alla famiglia ed alla professione. I parlamentari meritano di essere aiutati a svolgere il loro lavoro e di ricevere una indennità "prevista dalla legge", come precisa la Costituzione all'articolo 69. Ho impressione che molte "voci" retributive e rimborsi spese siano stati stabiliti all'interno  all'interno delle stesse Camere, in barba alla trasparenza ed al rispetto della Costituzione. Per questo il Governo vuol mettere ordine, nell'interesse della funzione e per la buona immagine del Parlamento.

7 gennaio 2012

 

Evasori e tartassati

di Salvatore Sfrecola

 

     La polemica di questi giorni sull'opportunità o meno di iniziative clamorose, come quella degli agenti del fisco a caccia di evasori a Cortina d’Ampezzo, nel corso delle festività di fine anno, induce a qualche ulteriore riflessione, dal momento che le voci che si sono levate per criticare l'azione dell'Agenzia delle entrate assumevano di farlo in ragione della rilevante pressione tributaria e da anni pesa sui cittadini italiani sì da indurli ad evadere.

     Ricordo una conversazione di alcuni anni fa con l'allora Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, il quale conveniva con me e con altri presenti, sulla circostanza che la pressione fiscale, pur essendo in Italia ai livelli che conoscono altri paesi europei, da noi grava molto di più sui singoli contribuenti in ragione dell'alta evasione fiscale.

     Ora la difesa degli evasori fiscali non è assolutamente ammissibile in uno Stato di diritto. Vorrei dirlo all'onorevole Giorgio Stracquadanio, che si è esibito ieri sera a “Piazza pulita” in una farneticante interpretazione del fenomeno insistendo sull'elevata pressione fiscale ed eludendo le domande di quanti ripetevano che, in linea di principio, il dovere di corrispondere allo Stato ed agli enti locali l'imposta dovuta per legge, è un dovere al quale non ci si può assolutamente sottrarre. La Costituzione, infatti, afferma solennemente che "tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva".

     Detto questo che dovrebbe costituire la premessa di ogni ragionamento sul fisco, considerato anche che ad evadere non sono ovviamente soggetti con scarso reddito ma coloro i quali hanno una notevole disponibilità di danaro, le istituzioni hanno il compito di riscuotere le imposte che esse stesse hanno stabilito attraverso una decisione del Parlamento l'organo rappresentativo del popolo italiano.

     Fatta questa premessa, è evidente che un'evasione fiscale che tocca i 120 miliardi annui (dato Agenzia delle Entrate) dimostra senza equivoci che il sistema tributario è intrinsecamente inefficiente sul versante della sua capacità di accertare ciò che deve poi riscuotere e versare nelle casse dello Stato.

     Il fatto che noi siamo ad un livello di evasione fiscale unica tra i paesi dell'Unione europea, cioè tra paesi che hanno una tradizione antica di democrazia e di organizzazione amministrativa, la struttura attraverso la quale si riscuotono le imposte, non può essere casuale. Ricordo a me stesso, come si usa dire, che in Europa ci sono stati che hanno una lunga tradizione di eccellente organizzazione amministrativa, regni e repubbliche che sono stati grandi imperi, penso all'Inghilterra, alla Germania, alla Francia, alla Spagna che hanno delle burocrazie d’avanguardia.

     Comunque, la compiuta riscossione delle imposte non è, evidentemente, soltanto rimessa all'efficienza dell'amministrazione, alla sua capacità di accertare là dove si sono prodotti i redditi che vanno sottoposti all'imposta. I sistemi fiscali moderni, quelli che riducono al minimo l'evasione fiscale, anche perché la rendono estremamente pericolosa per le sanzioni applicate, che in Italia si proclamano ma non si riesce ad applicarle, basta pensare ai tempi lunghi del contenzioso tributario, hanno nella struttura stessa del sistema tributario gli elementi necessari per contrastare l'evasione. Ad esempio, e sembra che finalmente qualcuno cominci a ritenere che questa sia la strada maestra, attraverso la contrapposizione degli interessi dei contribuenti, quando il pagamento viene testimoniato da una fattura o da una ricevuta che colui che ha pagato può poi utilizzare in sede di dichiarazione dei redditi, riducendo in qualche misura il proprio reddito imponibile. La scelta di alcuni sistemi fiscali, quelli più progrediti, più moderni, anche più giusti, di consentire la deduzione totale o parziale corrisponde all'esigenza, per il fisco, di accertare se il destinatario del pagamento abbia poi dichiarato effettivamente di aver percepito quella somma.

     Questo sistema, per cui io posso dedurre 100 perché il fisco possa accertare che altrettanto viene dichiarato da colui che ha percepito la somma che io gli ho corrisposto per l'acquisto di un bene o di un servizio, appare evidentemente come uno strumento idoneo a contrastare l'evasione fiscale che oggi si giova della impossibilità di dedurre le spese per cui il cittadino, di fronte all'offerta del percettore di una certa somma di uno sconto del 30 o del 50% se non chiede la fattura o la ricevuta, non sapendo cosa farne, non la pretende indirettamente favorendo l'evasione.

     Anche la tesi, invocata da più parti, di una difficoltà nel controllo di queste dichiarazioni, essendo noto che in Italia ci sono soggetti che vivono facendo fatture false per operazioni inesistenti, sconta un'immagine di un fisco inefficiente, perché oggi, attraverso controlli elettronici dei codici fiscali, è molto agevole scandagliare le dichiarazioni dei redditi per verificare se la fattura che io esibisco è vera ed io ho effettivamente corrisposto quella somma ad un artigiano, ad un medico, ad un piccolo imprenditore per lavori di ristrutturazione del bagno o della cucina, piccoli lavori che comunque incidono sul mio reddito e sul mio bilancio.

     È qui che scatta un'altra giustificazione della mancata applicazione di un sistema di ampie deduzioni, quella secondo la quale proprio per effetto delle difficoltà di controllo delle dichiarazioni, si potrebbe rischiare una rilevante riduzione del gettito fiscale, con pregiudizio del bilancio dello Stato. Anche questa giustificazione è, consentitemi, priva di fondamento perché è evidente che utilizzare un sistema come quello che sto delineando, sia pure a grandi linee, comporta un periodo di adattamento, per cui il fisco dovrebbe iniziare, con norma da inserire annualmente nella legge di stabilità, consentendo di dedurre solo una percentuale che potrebbe essere gradualmente elevata. In sostanza intendo dire che se io posso portare in deduzione il 30, il 40 o il 50% di una somma, per individuare quella percentuale debbono prima di tutto esporre la somma totale, per cui si avrebbe un vantaggio per il fisco, sin dall'immediato, in quanto io potrò dedurre anche il 20%, anche il 10%, di una somma avrò indicato al fisco nella sua interezza, somma che va individuata nel bilancio di un altro contribuente.

      Non è neanche vero, come qualcuno dice, tra coloro i quali negli ultimi tempi sposano questa via (ricordo un mio intervento in un convegno della CIDA del 1992) che è necessario dedurre tutto o niente, perché anche una piccola deduzione è utile, perché tante piccole riduzioni fanno una cifra di una certa importanza per cui l'inizio graduale della deducibilità delle spese consentirebbe certamente un avvio significativo di una riforma tributaria seria e giusta.

     Dico giusta perché accanto agli evasori, in questo nostro Paese, ci sono i tartassati, cioè coloro i quali pagano integralmente le imposte, magari, come dice qualcuno, perché non possono sfuggire, i soggetti preferiti dal fisco quando ha bisogno di denaro. Lo ha fatto il governo Berlusconi l'estate scorsa colpendo i dipendenti pubblici, solo i dipendenti pubblici. Riforma giusta, perché chi denuncia un basso reddito e che va a sciare la Cortina con un suv di alcune migliaia di cilindrata è colui che sorpassa il povero dipendente comunale o statale nella graduatoria per l'asilo nido o il cui figlio paga il minimo per l’iscrizione all’università.

      Ora l'ingiustizia, senza ricorrere al pensiero dei filosofi o alla Dottrina sociale della Chiesa è, da sempre, il motore della ribellione al potere costituito il quale per essere tale è, di per sé, qualificato all'esercizio di una funzione pubblica la quale è diretta al perseguimento del bene comune.

     In questo contesto, nel quale gli italiani sono chiamati a molteplici e pesanti sacrifici per salvare il Paese dalla bancarotta verso la quale l'anno portato i politici incapaci che hanno dominato la scena politica negli ultimi decenni, è necessario che il governo, se vuole essere credibile, dia il via ad una riforma del sistema tributario che porti ad una equa distribuzione dei carichi d’imposta, senza trascurare l'uso della leva fiscale nel settore dell'imposizione indiretta, cioè dell'Iva, l'imposta che effettivamente colpisce il reddito consumato, cioè la vera capacità di spesa, dei contribuenti. Francesco Forte, nel suo libro sul bilancio pubblico ricorda che Tacito attribuiva all'imposta sulle vendite la maggiore entrata al bilancio dell'Impero romano.

     Ed anche qui bisogna sfatare un'antica leggenda, quella dell'ingiustizia dell'imposta indiretta perché colpirebbe tutti indiscriminatamente, i ricchi e i poveri. Non sfuggirà ad un lettore attento che è possibile rendere l'imposta flessibile, in modo tale da colpire in misura minima o da esentare addirittura i consumi di prima necessità, riservando un trattamento più adeguato ai consumi voluttuari che evidentemente interessano chi può pagare.

     In conclusione di queste riflessioni, necessariamente sintetiche, vorrei richiamare il Presidente Monti all’obbligo morale di dare un segnale significativo e concreto, capace di restituire fiducia al tartassati perché anch'essi possano un giorno dire, come fece l’allora Ministro dell'economia e delle finanze, Padoa Schioppa, che pagare le imposte “è bello”, un giudizio che può emettere soltanto chi percepisce che la somma trasferita allo Stato a titolo d'imposta viene ben utilizzata per i servizi pubblici essenziali dei quali il cittadino si giova, dalla sicurezza alla giustizia, dall'istruzione alla sanità, alla cultura, la grande dimenticata di questa stagione politica.

6 gennaio 2012

 

L’evasione fiscale vista da Cortina

Lo stupore e la vergogna

di Senator

 

     Stupisce che qualcuno si stupisca, perdonatemi il bisticcio, perché gli agenti del fisco, piombati a Cortina d'Ampezzo nel bel mezzo delle festività di fine anno, abbiano accertato che i proprietari di potenti autovetture, costose e di costosa gestione, abbiano dichiarato un reddito che, se è vero, non avrebbe consentito loro più di qualche pieno per alimentare quei rombanti motori con i quali avevano raggiunto la prestigiosa località turistica.

     Ugualmente hanno stupito le notizie provenienti dai ristoranti e dalle boutique più esclusive che, nei giorni della visita, questa sì “fiscale”, hanno rilasciato ricevute per somme anche 400 volte superiori a quelle dello stesso periodo dell'anno scorso, con la conseguenza che qualche buontempone ha gridato al miracolo. Non c'è più la crisi! Gli italiani spendono, come diceva l'ex Presidente del consiglio Berlusconi.

     Stupore, dunque. E la vergogna chi l'ha sentita? Non certo gli evasori, che delinquono sapendo di delinquere, né gli agenti del fisco ai quali è da credere che prima che si insediasse il governo Monti nessuno aveva detto di fare una “gita sulla neve” per capire come se la cavassero lassù ristoratori, parrucchieri e titolari di esercizi di alta moda.

     Né si è vergognato quell'ospite di Omnibus, la trasmissione di approfondimento politico de La7 in onda la mattina, che ieri ha criticato l'operazione tributaria sulla base della considerazione che ne sarebbe derivato un danno all'Italia e alla sua immagine. Prima un danno economico agli operatori di Cortina perché – diceva - dopo il blitz del fisco è certo che gli infedeli contribuenti il prossimo anno passeranno le vacanze invernali altrove, magari, ha fatto un esempio, a Saint Moritz.

     Che fare? Lasciare liberi gli evasori, che nel precedente governo avevano avuto anche la paterna benedizione del Cavaliere il quale riteneva non esecrabile nascondere redditi al fisco, considerato troppo esoso (ma non era stato proprio il Presidente-imprenditore a promettere dal 1994 di ridurre le imposte?) o piuttosto fare quel che si fa negli Stati uniti, dove tutti esibiscono la loro ricchezza, pagano le tasse e vanno a dormire tranquilli?

     L'argomento lo ha ripreso ieri sera a Piazza pulita quell'incredibile personaggio che si chiama Straquadanio, parlamentare del Partito della libertà, il quale si è scagliato contro il blitz del fisco ed, in genere, contro l'attività di riscossione di Equitalia, sostenendo che, in questo Paese, il fisco è troppo pesante. Ma questo incredibile personaggio, del quale è difficile capire l'effetto sull'elettorato che segue le trasmissioni televisive, ha fatto finta di dimenticare, nonostante ripetute sollecitazioni del conduttore Formichi, che a questo livello di tassazione siamo arrivati regnante Silvio Berlusconi che nel 1994 era sceso in campo anche per diminuire le imposte. Non le ha diminuite, ma, per non mettere le mani nelle tasche degli italiani, come ama ripetere, ha fatto pesanti tagli alla spesa pubblica costringendo gli enti locali, erogatori di importanti servizi di carattere sociale, a renderli più costosi, alzando le tariffe. Quindi questa tesi, ossessivamente ripetuta, di non aver messo le mani nelle tasche dei contribuenti è falsa.

     Al tempo di Berlusconi, sul finire della sua esperienza di governo, quando era evidente che di lì a poco avrebbe dovuto fare le valigie, l’Agenzia delle entrate si è esibita in una campagna pubblicitaria moraleggiante che, nelle intenzioni di chi l'ha commissionata e di chi l'ha realizzata, avrebbe dovuto indurre gli evasori a non farlo più per tornare, finalmente redenti, a contribuire con tasse e imposte al bene comune!

     Per concludere su questo punto vorrei ricordare a tutti una considerazione di lapalissiana evidenza. L'elevata pressione fiscale secondo alcuni induce all'evasione. È da dubitare che ci sia una così diretta relazione tra livello dei tributi ed evasione, perché è certo che molti troverebbero sempre una giustificazione per non pagare anche imposte meno pesanti, come è certo che, se si vuole abbassare il livello della pressione fiscale, è necessario combattere l'evasione per avere una più ampia platea di contribuenti.  Ora questo problema è come il classico cane che si morde la coda, nel senso che non è possibile ridurre le imposte se l'evasione rimane così elevata. Quindi bisogna trovare un punto dal quale partire per avviare un risanamento del sistema tributario che diventi più giusto. Perché non è più possibile che a pagare siano sempre e solo i dipendenti, pubblici e privati.

6 gennaio 2012

 

 

 

 

 


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