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NOVEMBRE 2018

 

1915 – 1918: Profilo della Grande Guerra degli italiani

Da Caporetto a Caporetto

Per iniziativa della Rivista trimestrale di cultura e politica “Nuove Sintesi”, diretta dal Prof. Michele D’Elia, con la collaborazione dell’Istituto Zaccaria si terrà a Milano, sabato 24 novembre 2018, nell’Aula Magna dell’Istituto, in Via della Commenda, 5, a partire dalla ore 15.00, il Convegno nazionale di studi storici “1915 – 1918 profilo della grande guerra degli italiani - Da Caporetto a Caporetto”.

È il convegno conclusivo di un ciclo di incontri organizzati dal Prof. D’Elia che hanno seguito gli eventi politici, diplomatici e militari della guerra, dal 1915 al 1918. D’Elia, già Presidente del prestigioso liceo scientifico statale “Vittorio Veneto”, un’esperienza politica importante nel Partito Liberale Italiano, che ha rappresentato quale Presidente della Provincia e Assessore alla Cultura, è una personalità di spicco nel panorama politico culturale milanese, organizzatore di convegni e congressi su problematiche storico-politiche che trovano accoglienza in nuove “Nuove Sintesi”, la rivista trimestrale che ha fondato e dirige.

Quanto al programma del Convegno, dopo la sua presentazione ed i saluti istituzionali, i partecipanti ascolteranno relazioni di:

Michele D’Elia, Direttore di Nuove Sintesi, Milano, “Il Convegno di Peschiera, 8 novembre 1917 ed il suo verbale ignorato”;

Gianluca Pastori, Università Cattolica, Milano, “L’Italia, la politica della nazionalità e il Congresso di Roma sulle nazionalità oppresse,8 – 10 aprile 1918”;

Massimo de Leonardis, Università Cattolica, Milano, “La posizione diplomatica dell’Italia all’inizio della Conferenza della pace”;

Giorgio Guaiti, giornalista e scrittore, Milano, “La stampa italiana e la Vittoria”;

Ilaria De Palma, Conservatore delle Civiche Raccolte Storiche, Milano, “Il Museo del Risorgimento in via Borgonuovo, 23. Un tesoro sconosciuto”;

Salvatore Sfrecola, Presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma, “I costi della guerra e per effetto della guerra”;

Salvatore Paolo Genovese, Docente di Disegno e Storia dell’Arte, Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto”, Milano, “Claudio Maria Cumetti, medico U.N.U.C.I., Milano”;

Paolo Lorenzetti, Segretario provinciale del M.F.E., Milano, “Tematiche delle arti figurative alla fine della Grande Guerra”;

Claudio Maria Cumetti, medico U.N.U.C.I. Milano, “La febbre spagnola”;

Paolo Lorenzetti, Segretario proivinciale del M.F.E. Milano, “Società delle Nazioni o Federazione Europea?”

Roberto Cipriani, Emerito di Sociologia, Università Roma 3, “La guerra secondo Vilfredo Pareto”.

I lavori del Convegno saranno coordinati da Paola Manara, Direzione Cultura del Comune di Milano, Area Biblioteche, e Paolo Foschini, giornalista del Corriere della Sera

Completa il convegno la mostra del Maestro Ferdinando Carcupino, pittore, illustratore e soldato sul tema “La guerra dei nostri Padri”.

 

Gli incendi delle discariche che arroventano il clima nel Governo

di Salvatore Sfrecola

Divampano incendi nelle discariche, in Campania, nella terra “dei fuochi”. Ma non solo, perché anche al Nord sono stati denunciati incendi provocati dalla malavita organizzata. E s’infiamma anche la polemica politica all’interno della maggioranza, tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Il primo suggerisce inceneritori in ogni provincia, richiamando l’esperienza, a suo dire positiva, in Lombardia e altrove in Europa, il secondo propende per riduzione, riuso, recupero, riciclo dei rifiuti, tutta un’altra filosofia. E poiché il tema non è tra gli obiettivi del “contratto di Governo” il leader dei 5Stelle sospetta che il collega Vicepresidente del Consiglio si muova per un secondo fine e lo accusa di atteggiamento “provocatorio”. Insomma Salvini sarebbe alla ricerca di consensi in un’area tradizionalmente lontana dalla Lega, ma dove il Centrodestra con  Forza Italia ha sempre riscosso vasti consensi nell’elettorato moderato al quale il leader del Carroccio oggi guarda con particolare interesse.

Salvini evoca preoccupazioni di ordine sanitario e in qualche modo entra in un terreno caro al Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che non perde occasione per mostrare il volto arcigno del tutore della legalità e dell’efficienza amministrativa, quella nella quale, tuttavia, si intravedono crepe pesanti, proprio a causa dell’abbandono incontrollato di rifiuti, non solo urbani, ma soprattutto industriali, spesso “speciali”, particolarmente pericolosi, che inquinano terra ed acque, creando difficoltà non indifferenti per le attività imprenditoriali in un contesto agricolo che si vorrebbe fosse il fiore all’occhiello della Campania. Qualcuno ricorderà la pubblicità di un pomodoro del quale si specificava l’origine, lontana dalla Campania.

Sul tema è intervenuto anche il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, che di malavita organizzata in quelle terre molto s’intende per avere, nell’esercizio delle funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica, perseguito clan camorristici particolarmente titolati. “Chi ha l’autorità di governo – ha detto Cantone in un’intervista a Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera - deve proporre soluzioni il più possibile condivise” anche perché “la criminalità organizzata non ha mai smesso di occuparsi di questo settore”.

Stupisce, tuttavia, come il Ministro dell’interno, il quale giustamente si preoccupa della salute dei cittadini, consapevole che lo smaltimento dei rifiuti è un affare ricco per i clan, non abbia posto il problema della assoluta inadeguatezza dei controlli nel percorso che i rifiuti fanno dall’industria che li produce al luogo dello smaltimento, che evidentemente non è quello “legale”, come dimostrano gli incendi la cui funzione è proprio quella di occultare le prove della provenienza dei rifiuti.

Di Maio in risposta a Salvini ha voluto sottolineare che i rifiuti che si smaltiscono illegalmente in Campania provengono da tutta Italia, in gran parte dal Nord industriale. Illegalmente, per risparmiare sui costi, nella certezza dell’impunità favorita dall’inadeguatezza dei controlli, insomma dall’inefficienza della burocrazia. Infatti, non è problema di norme ma di una appropriata iniziativa, essendo evidente che non è difficile sapere quanti sono i rifiuti che produce una determinata impresa in relazione al ciclo delle lavorazioni. Non è pertanto arduo quantificarne l’ammontare dei rifiuti e chiedere alle imprese di documentare dove li abbiano smaltiti. Perché questo controllo non viene svolto? È questa la domanda che devono farsi le autorità del Governo. E ad essa va data immediata risposta per evitare sospetti di compiacenze, della Lega nei confronti delle imprese del Nord, dei M5S, ancor più grave, nei confronti delle malavita.

(da Italiani Oggi, 19 novembre 2018)

 

 

Unione Monarchica Italiana

19 novembre 2018 - ore 18.00

 

Conversazione

del Prof. Avv. Salvatore Sfrecola

1919-1922: vinta la guerra l’Italia affronta una difficile crisi politica, economica e sociale

 

Via Riccardo Grazioli Lante, 15/A

 TEL. 06-3720337

Gli immobili dello Stato tra (s)vendita e valorizzazione.

di Salvatore Sfrecola

L’idea di vendere parte dei patrimonio immobiliare dello Stato per fare cassa e ridurre il debito pubblico è ricorrente nei governi in difficoltà di bilancio, pressati dall’opinione pubblica e dall’Unione Europea. E così, in risposta alla richiesta di chiarimenti proveniente da Bruxelles in ordine al progetto di legge di bilancio 2019, il governo di Giuseppe Conte si ripromette di alienare parte degli immobili pubblici, una operazione dalla quale ritiene di ricavare 18 miliardi. Non è chiaro come questa cifra sia stata determinata, considerato che non è stato mai facile vendere beni immobili non necessari per le esigenze dell’Amministrazione, come l’esperienza insegna. In passato programmi analoghi sono stati un flop, come la vendita degli immobili degli enti pubblici dalla quale hanno guadagnato esclusivamente le società di intermediazione facendo gravare sugli inquilini, divenuti proprietari, mutui pesanti, molto più dei canoni di locazione che in precedenza pagavano. Con la conseguenza che il settore pubblico ha incassato meno del previsto e non è stata realizzata quella iniziativa di carattere sociale imporrante dovuta alla trasformazione degli inquilini in proprietari senza particolari oneri a carico degli stessi.

Si ripropone oggi l’iniziativa senza considerare, sempre sulla base dell’esperienza che dovrebbe guidare i governi come guida alle persone, che gli immobili, che si vorrebbe alienare, spesso prestigiosi ed al centro delle città, sono caserme ed uffici dismessi che possono certamente interessare il mercato, ma a condizione che i piani regolatori consentano una diversa destinazione, ad esempio ad albergo, uffici privati o centri commerciali. Molti di quegli immobili inoltre hanno vincoli di carattere storico artistico che ne limitano l’utilizzazione, così influendo sul loro valore di mercato che, in ogni caso, sconta rilevanti costi di risanamento (ad esempio dall’amianto) e di ristrutturazione. Questo vale anche per i molti palazzi di grande pregio che possono ben interessare banche, compagnie di assicurazione, enti culturali, uffici diplomatici i quali hanno spesso l’esigenza di disporre di immobili di rappresentanza.

Saggezza politica vorrebbe che il governo considerassi l’esigenza di alienazione degli immobili non più utili a fini istituzionali nell’ambito di un più ampio contesto che consideri come oggi molti uffici pubblici sono in affitto con oneri rilevanti per lo Stato del quale offrono un’immagine negativa, tenuto conto che, tra tutti gli stati, ha il più grande patrimonio immobiliare. Chi osserva questa situazione vorrebbe che lo Stato, come farebbe una famiglia, si preoccupasse innanzitutto di utilizzare i beni che possiede, se del caso ristrutturandoli. Diversamente li alienerebbe per acquisirne di nuovi, idonei alle proprie esigenze.

Appare, infatti, singolare che moltissimi uffici della pubblica amministrazione, tribunali, ordinari, amministrativi e contabili, Stazioni dei Carabinieri, Commissariati di P.S.  e comandi militari vari sono in affitto, prevalentemente da privati, banche, compagnie di assicurazione, con costi altissimi, per canoni e manutenzioni. Al punto che di recente è stata prevista (art. 3 del DL n. 95 del 2012) la sospensione dell’aggiornamento Istat del canone dovuto dalle Amministrazioni per gli anni 2012/2014, e la riduzione del 15 per cento del canone di locazione per gli immobili in uso istituzionale, (a decorrere dal 1° gennaio 2012 per le locazioni passive già stipulate, e con decorrenza immediata per i contratti di locazione passiva di nuova stipulazione o rinnovati) e più stringenti condizioni per i rinnovi, la verifica da parte dell’Agenzia del demanio della possibilità di utilizzo di immobili di proprietà di Enti pubblici non territoriali in locazione passiva da parte delle Amministrazioni statali.

Sarebbe dunque opportuno e utile, ai fini della crescita dell’economia e dell’occupazione, che lo Stato italiano accompagnasse una intelligente vendita degli immobili non più utilizzabili, assicurando la loro appetibilità sul mercato con correzione di norme che ne limitano la utilizzazione da parte di un privato, ad un grande piano di ristrutturazione e di adattamento degli immobili che, invece, possono essere utili al fine della allocazione di uffici pubblici. In questo modo le istituzioni civili e militari avrebbero “casa propria”, con risparmi notevoli per il bilancio dello Stato.

L’occasione di un grande piano di investimenti nel settore immobiliare pubblico consentirebbe la valorizzazione di immobili importanti che darebbero anche agli occhi del cittadino l’immagine di uno Stato, qual era un tempo, che si presenta anche con strutture immobiliari adeguate all’importanza delle istituzioni, le quali, ovunque nel mondo, sono ospitate da immobili storici o di grande prestigio che ne sottolineano l’importanza, come tribunali e istituzioni culturali.

Dubito molto che l’occasione sarà colta, che effettivamente questo Stato che non riesce neppure ad immaginare un grande programma di opere pubbliche, stradali, ferroviarie, di gestione e controllo del territorio dal punto di vista idrogeologico, che condivide le doglianze dei cittadini in ordine all’abbandono dei fiumi, degli acquedotti, dei boschi, con la conseguenza che tutti abbiamo sotto gli occhi, delle esondazioni che provocano danni immensi, della perdita della portata delle strutture che distribuiscono l’acqua, elemento fondamentale della vita della comunità, che favoriscono in estate gli incendi con perdita di rilevanti contesti forestali, riesca a mettere in campo una grande operazione di gestione e ristrutturazione del patrimonio immobiliare che neppure nelle scuole è stato portato a termine, anche sotto il profilo della sicurezza.

Proprio a proposito degli istituti di istruzione di ogni ordine e grado, anche qui l’esperienza dimostra il grave degrado del settore. Chiunque di noi sa bene che, rispetto alle strutture scolastiche nelle quali ha studiato, quelle dei propri figli e nipoti sono spesso l’espressione della incapacità di immaginare degli immobili adeguati all’esigenza. Faccio un esempio. Io ho studiato in un liceo famoso di Roma, il Torquato Tasso, scuola dell’800, costruita subito dopo il trasferimento a Roma della capitale d’Italia, che dispone, oltre ad aule ampie e luminose, di una ricca biblioteca, di un teatro dove si tenevano iniziative culturali importanti, di due aule dedicate l’una alle scienze l’altra alla fisica, entrambe a forma di anfiteatro, ricche di apparecchiature e di reperti necessari per illustrare agli studenti i programmi delle rispettive discipline, anche con esperimenti capaci di stimolare l’attenzione e la curiosità degli studenti. Il liceo Tasso dispone anche di una grande palestra chiusa e aperta mentre le scuole dove hanno studiato le mie figlie non disponevano di un locale per le lezioni di educazione fisica.

Per concludere, l’Italia dovrebbe immaginare un impegno finanziario massiccio per queste attività di ristrutturazione del patrimonio immobiliare pubblico, compreso quello scolastico, per l’adozione di interventi sul sistema idraulico forestale, un programma che metterebbe in campo risorse rilevanti che sarebbero certamente assistite dall’Unione Europea e che comunque creerebbe le condizioni per un impegno consistente di un numero notevole di imprese con effetti positivi sullo sviluppo e, quindi, sull’occupazione. Assicurando a tanti giovani ben più di un “reddito di cittadinanza”, un vero e proprio lavoro.

15 novembre 2018

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

***

Il 22 luglio 1968, cinquanta anni or sono

ci lasciava Giovannino Guareschi,

il cui ricordo sarà il tema che tratterà

Domenica 18 Novembre, ore 10.30

Il Professore Pier Franco Quaglieni

 

“GIOVANNINO GUARESCHI, UN GRANDE PATRIOTA,

UN GRANDE SCRITTORE”

***

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 53”

***

Ingresso libero

 

 

La parola Patria va di moda a Parigi, non a Roma

di Salvatore Sfrecola

Immagino che più d’uno, tra quanti hanno visto i telegiornali che davano conto delle manifestazioni organizzate a Parigi per celebrare i 100 anni della vittoria nella prima guerra mondiale, si sia chiesto perché una analoga iniziativa non ha assunto il governo italiano considerato che quella celebrazione è stata l’occasione di un importante summit internazionale, presenti, tra gli altri, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il presidente della federazione russa Vladimir Putin, ed il cancelliere tedesco Angela Merkel. Più un’altra settantina di capi di Stato e di governo convenuti per rendere onore all’orgoglio francese ma anche per sottolineare un ruolo internazionale della Francia in Europa e nel mondo che il presidente Emmanuel Macron è impegnato a valorizzare.

I maligni diranno che il Presidente francese, in forte calo di consensi, con questa iniziativa è andato alla ricerca di una visibilità che possa in qualche modo contenere l’espansione della destra che sui temi della patria è impegnata con il leader del Front National, Marie Le Pen, ritenuta dai sondaggisti in forte espansione. Ma al di là dei problemi interni della Francia, quel che emerge dall’osservazione dei fatti della politica internazionale è l’incapacità del nostro governo di assumere un ruolo adeguato all’Italia, in particolare nel Mediterraneo che da sempre la classe dirigente più avvertita ritiene essenziale per il nostro Paese, per la sua economia e per il ruolo politico che possiamo ritagliarci anche in rapporto all’Europa della quale l’Italia per la sua collocazione geografica, è la naturale porta aperta sul medio e l’estremo oriente.

Infatti, mentre a Parigi squilli di tromba e rullar di tamburi ricordano la conclusione della Grande Guerra, l’Italia è impegnata con i governanti della Libia in una difficile trattativa che vorrebbe definire le modalità di un contenimento delle migrazioni che passano attraverso quella sponda dell’Africa e contestualmente affermare la sua presenza sul piano dello sfruttamento degli ingenti giacimenti di petrolio sui quali anche la Francia ha messo gli occhi da tempo, come dimostra l’improvvido intervento militare contro il regime di Gheddafi. Del resto Francia e Italia si sono più volte presentate concorrenti nel Mediterraneo, tanto che coloro i quali hanno un po’ di dimestichezza con la storia ricorderanno che la conquista della Libia nel 1911 fece seguito all’occupazione francese della Tunisia, una regione con la quale l’Italia ed in particolare le imprese ittiche siciliane avevano da tempo un ricco interscambio commerciale.

Le considerazioni sulle celebrazioni francesi della Grande Guerra che hanno portato a Parigi oltre 70 leader della politica mondiale, non possono farci trascurare che, a fronte di una orgogliosa rivendicazione del ruolo avuto dalle armate francesi nel corso di cruente battaglie con l’esercito tedesco, costate centinaia di migliaia di vittime, sta una commemorazione di routine tra Roma e Trieste da parte del governo italiano che non ha avuto il coraggio e l’intelligenza di richiamare i valori della Patria e dell’identità nazionale, per ricordare agli italiani che i loro nonni e i bisnonni hanno combattuto, per la prima volta da una stessa parte, contro il “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, quell’Austria-Ungheria che nel corso dell’Ottocento aveva in ogni modo ostacolato il processo unitario nazionale sostenendo con le baionette governi illiberali, assolutamente sordi alle richieste di riforme costituzionali provenienti dalla parte più moderna delle società degli Stati preunitari.

Quel che si nota nei discorsi ufficiali è il timido riferimento agli eventi, ancor meno alle motivazioni culturali e ideali che avevano mosso generazioni di italiani a rivendicare Trento e Trieste per ricondurre l’Italia politica nei limiti dei suoi confini geografici e per riportare in ambito nazionale quelle aree dell’Istria e della Dalmazia nelle quali Venezia nei secoli aveva portato civiltà e prosperità. Nel timore che il richiamo alla Patria, alla sua identità, ai suoi valori di civiltà che poggiano le loro radici nella filosofia della Grecia e nel diritto di Roma possano essere occasioni di rivendicazioni nazionalistiche, definite anche sovraniste, si è fatto di tutto per non nominare il re Vittorio Emanuele III, il suo ruolo essenziale a Peschiera l’8 novembre 1918 a difesa della dignità e del valore del soldato italiano dopo Caporetto. E poiché non era possibile ignorare che la Regina d’Italia aveva trasformato il Quirinale in un ospedale militare nel quale aveva ospitato feriti e mutilati si è detto “la regina di allora”, con inconcepibile distacco, nel timore evidente che sottolineare il ruolo di Elena, Sovrana “della carità”, come l’avrebbe definita il Papa Pio XI nel conferirle il 15 aprile 1937 la “Rosa d’oro della Cristianità”, sia un riconoscimento del ruolo della monarchia in quel determinato momento storico. Ecco, quello che manca ai governanti di oggi è il senso della storia, l’incapacità di collocare nel tempo gli eventi, e di riconoscere a uomini e istituzioni il ruolo che hanno avuto in quella circostanza. Evidente dimostrazione della fragilità dell’attuale dirigenza politica e istituzionale che non è capace di confrontarsi con la storia del Paese perché, a fronte di quegli uomini che fecero l’Italia e la resero grande, oggi annaspano tra modeste proposte di governo, incapaci di delineare un quadro di crescita economica e sociale quale questo Paese merita proprio per la sua storia che, con alterne vicende, è stata grande in momenti significativi e che vorrebbe tornare ad esserlo perché gli italiani sentono che possono essere competitivi in Europa e nel mondo per il loro genio, per la fantasia, per gli studi.

Ci vogliono modesti, come modesti sono i nostri governanti, modestissimi, di scarsa cultura, privi assolutamente di esperienza, eppure pronti a discettare dei massimi sistemi della politica e dell’amministrazione. Ne è dimostrazione la politica dell’istruzione che sta erodendo gravemente una tradizione che faceva degli studi nelle nostre scuole una base sicura per ulteriori impegni di ricerca e professionali. Si continua nello smantellamento dei programmi, che necessitavano certamente di integrazioni, tuttavia mantenendo quella struttura della quale la cultura letteraria, storica, filosofica, artistica si univa alla conoscenza delle discipline scientifiche per assicurare ai nostri studenti quella preparazione che ha loro assicurato nel tempo prospettive professionali di tutto riguardo in Italia e all’estero.

Smantellati gli studi classici, scompare dall’orizzonte dei nostri giovani la storia politica, militare, letteraria, artistica che è espressione della nostra identità nazionale che intendiamo rivendicare, non per un vacuo sciovinismo al modo di altri, ma perché nella consapevolezza di noi stessi sta la forza per gestire il presente e di immaginare il futuro. E così spariscono dall’orizzonte degli italiani i personaggi che hanno fatto la storia di questo Paese. E mentre sulle rive della Senna il Presidente socialista, o presunto tale, enfatizza il ricordo di un’impresa patriottica come avrebbe fatto la destra erede di Charles Maurras, in quella Francia dove non è consentito parlare male di Napoleone, nonostante abbia disseminato di cadaveri le pianure di mezza Europa, in Italia il ricordo della storia unitaria, dal Risorgimento ai nostri giorni, volutamente ignorata nelle scuole, si attenua quasi ad annullarsi nella toponomastica. Sicché  Camillo Benso, Conte di Cavour, il più grande statista europeo, secondo il Cancelliere austriaco Clemente Lotario di Metternich, per molti adulti e gran parte dei giovani è nulla più di una targa a lato di una strada o di una piazza al centro della loro città.

Contro l’ignavia che regna sovrana nei Palazzi del Potere noi vogliamo dire alto e forte che ci sono care le parole Vittoria e Patria, quella per la quale avevano combattuto milioni di italiani tra nevi e pietraie, dal Monte Grappa al Sabotino, al Carso, fino al Piave. E sul mare Adriatico.

Il centenario di Vittorio Veneto è, dunque, ancora un’occasione perduta, per i partiti di governo, che avrebbero potuto fare di più per ricordare ai giovani soprattutto il senso dei sacrifici di nonni e bisnonni, che combatterono per un’Italia più forte e s’impegnarono nel dopoguerra per ricostruirla, e per quelli di opposizione che non provano neppure a parlare di Patria e di identità degli italiani, un valore che ovunque è comune a tutti, che non è possibile tingere di un qualche colore partitico.

13 novembre 2018

Pensioni “d’oro”, tra demagogia e realtà

di Salvatore Sfrecola

L’idea dei 5Stelle, ormai evidente, è quella che a pagare i buchi della previdenza, dovuti ad errori di anni, debbano essere ancora una volta i pensionati titolari di assegni elevati corrispondenti a contributi effettivamente versati. Lo dimostra il fatto che è stata abbandonata l’idea di rideterminare le pensioni secondo l’ammontare dei contributi. Avrebbe reso pochi centesimi. Ed allora ecco spuntare dal cilindro l’idea di un nuovo “contributo di solidarietà” da porre a carico di coloro che ad esigenze di solidarietà già hanno più volte risposto, a cominciare da quando hanno versato contributi oltre i quarant’anni utili a pensione.

Si fa demagogia di basso conio. Ma tant’è, “pensioni d’oro” suona bene e in una società nella quale ha sempre giocato un ruolo l’invidia è politicamente utile dare in pasto ai diseredati, prodotto della politica dell’austerità e della malapolitica degli anni scorsi, alcune categorie, soprattutto di pubblici dipendenti, incuranti che prelevare ad libitum da questi trattamenti più elevati costituirebbe negazione di principi giuridici fondamentali. Ha ricordato di recente Corrado Calabrò, giurista insigne tra i più illustri magistrati del Consiglio di Stato, che in primo luogo viene violato il principio della nostra Costituzione sancito nell’articolo 1 per il quale la Repubblica è “fondata sul lavoro” sicché l’idea di imporre un pesante contributo sulla retribuzione differita, costituita dai contributi di chi ha lavorato per diversi decenni, contraddice apertamente quel principio. Il lavoro diventa un disvalore a vantaggio del non lavoro.

Va considerato, infatti, che in tal modo si colpiscono cittadini i quali hanno avuto accesso ad importanti istituzioni dello Stato dopo aver superato concorsi difficili ed aver svolto attività lavorativa con elevate, pubbliche responsabilità per decenni, nel corso dei quali parte della retribuzione è stata accantonata per essere erogata dopo il collocamento a riposo. Sia sulla parte pagata in servizio che su quella corrisposta dopo questi cittadini hanno pagato imposte elevate spesso arrivate al dimezzamento di quanto percepito. “È stato così – ricorda Calabrò - anche nel periodo in cui vigeva il sistema retributivo, che valorizzava lo stipendio percepito negli ultimi anni nella convinzione che il passaggio dalla condizione economica del lavoratore a quella del pensionato non avrebbe dovuto far precipitare la condizione di vita. Anche con il sistema contributivo, in cui sono esclusivamente i nostri contributi - vale a dire i nostri versamenti al sistema pensionistico - a costituire l’accantonamento”.

Questo sistema equilibrato, che si basa su diritti maturati, è stato scardinato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 173 del 2016 la quale ha ritenuto che il diritto sulle somme accantonate andasse contemperato e bilanciato con altri principi; in particolare con quello di solidarietà. Quello e quello solo sarebbe suscettibile di decurtazione tra i diritti patrimoniali, compresi quelli più indicativi di una situazione di agiatezza. La sentenza è evidentemente “politica”, costituisce una palese arrampicata sugli specchi, specie quando confonde i conti della previdenza con quelli dello Stato, al cui bilancio affluiscono le somme prelevate, negando che si tratti di una norma sostanzialmente tributaria.

Un po’ di storia fa comprendere meglio di cosa si tratta. Negli anni ’50, quando il sistema pensionistico venne rifondato, la gestione era in attivo, perché, a fronte dell’afflusso di contributi, le pensioni erogate erano poche. Vi era, anzi, un eccesso di liquidità che poté essere utilizzato dal Governo per il piano INA Casa, un grande progetto sociale che si era intestato Amintore Fanfani, uno dei “cavalli di razza” della politica nella Prima Repubblica.

La storia continua con le cosiddette baby pensioni, quelle che potevano ottenere i pubblici dipendenti al compimento di 15 anni, sei mesi e un giorno di servizio. Pensioni modeste, ovviamente, in ragione dei pochi contributi versati ma destinate ad essere erogate per molto tempo. Se ne avvalsero soprattutto le donne che desideravano dedicarsi alla famiglia. Certo un valore sociale il riconoscimento della donna mogli e madre, che lo Stato avrebbe dovuto sostenere a carico della fiscalità generale, non della previdenza.

All’epoca i pubblici dipendenti andavano in pensione a 65 anni: e questo temperava gli effetti del sistema retributivo, allora vigente, sotto due aspetti: perché all’anzianità erano generalmente correlati i contributi versati e perché quanto più tardi si va in pensione tanto meno numerosi sono gli anni in cui la pensione viene erogata, in relazione alle aspettative di vita.

Lo squilibrio del sistema previdenziale continuava ad accentuarsi, anche perché aggravato dalle prestazioni assistenziali, cioè dalle pensioni d’invalidità che vengono corrisposte a carico della previdenza. Anche questa è un’esigenza sociale importante, ma andava distinta dalla previdenza per non alterare i conti del sistema pensionistico vero e proprio basato sul rapporto tra contributi versdati ed assegni corrisposti.

Negli anni 90’ si rese così indispensabile intervenire, trasformando il sistema da retributivo in contributivo e fissando una soglia per il diritto alla corresponsione della pensione, determinata dalla somma degli anni di contribuzione e degli anni di età. Per il personale in servizio il passaggio al contributivo era differito in relazione agli anni di servizio prestati (più o meno di 18), salvaguardando così quanto capitalizzato fino a quella data col sistema retributivo in base al principio della retribuzione differita. Secondo i calcoli attuariali la cifra soglia avrebbe dovuto essere fissata, all’epoca, a 100. Lega Nord si oppose e la CGIL minacciò lo sciopero generale. Ci fermammo così a 95, ma con l’impegno a passare entro 3 anni a livello 100 e di adeguare poi questo livello alle accresciute aspettative di durata della vita. All’elaborazione del provvedimento aveva collaborato il prof. Alberto Brambilla, esperto vicino alla Lega Nord la quale, tuttavia, contestò il provvedimento fino al punto di far venire meno la fiducia al Governo di Silvio Berlusconi.

I maligni dicono che la Lega propende per l’anticipo dell’età pensionabile perché molti lavoratori dipendenti, al Nord, anelano a mettersi in proprio in un’età ancora giovanile che consenta loro di svolgere proficuamente un’attività di piccoli imprenditori, negozianti, agricoltori, artigiani, avendo già assicurato un reddito sufficiente con la pensione. I soliti maligni alludono anche al fatto che da quelle parti, con quelle possibilità di lavoro, è facile eludere le imposte. Si chiama “lavoro nero”.

Per effetto della modifica della legge Fornero prevista dal provvedimento approvato nelle scorse settimane dal Consiglio dei Ministri, il costo di questo beneficio per il bilancio dello Stato è di 7 - 8 miliardi all’anno ed è considerato dall’UE il principale fattore di squilibrio strutturale, insieme al debito pubblico.

Non è vero, quindi, che il finanziamento del sistema previdenziale non sia intercomunicante con la fiscalità generale, come affermato nella sentenza Morelli n. 173/2016 della Corte Costituzionale. Il contributo di solidarietà è un surrogato del finanziamento a carico del bilancio dello Stato, come già accennato.

Un surrogato ancora più iniquo quando mira a sovvenire misure di elargizione sconsiderate che pongono un fardello molto gravoso sulle spalle dei nostri figli e nipoti e squinternano i conti dell’INPS (oltre 130 miliardi secondo il presidente dell’INPS Boeri).

Nessun intervento una tantum di pretesa solidarietà potrà rimettere in sesto quei conti, dove già tutte le gestioni sono in deficit.

Tutte meno una, quella dei magistrati, perché versano contributi per più anni in quanto vanno in pensione ad età più avanzata. Una condizione che l’Avvocatura Generale dello Stato ha definito nella sua memoria dinanzi alla Consulta “beneficio”. Lavorare più a lungo è forse un beneficio? E se sì, lo è anche per gli avvocati dello Stato che hanno gli stessi limiti di età dei magistrati.

Insomma, l’accantonamento costituito con la retribuzione differita sarebbe liberamente espropriabile, sia pure in una certa misura a quanto pare liberamente definibile dalla Consulta (è vera giustizia?), ciò che, come detto, costituisce negazione del principio costituzionale che valorizza il lavoro. Negazione implicita nella volontà di attuare un “reddito di cittadinanza” espressione intrinsecamente equivoca che qualifica reddito non la retribuzione di un lavoro ma un assegno assistenziale. Che è certamente giusto corrispondere a chi ha bisogno, ma non a carico di una determinata categoria privata delle aspettative sulle quali legittimamente faceva conto in un patto con lo Stato: “tu paghi i contributi ed in relazione a quelli che hai versato io ti riconosco una determinata pensione”. Queste iniziative si pagano a carico della fiscalità generale, del bilancio dello Stato.

Ricordo a me stesso, come dicono gli avvocati quando si rivolgono con garbo ai giudici per ricordare loro ciò che dovrebbero sapere, che quando si comincia a manomettere alcune regole che risalgono nei secoli come principi di diritto si sa da dove si comincia, non dove si va a finire, perché di sentenza in sentenza è facile dimenticare che l’unicuique suum è regola di civiltà e di pacifica convivenza.

9 novembre 2018

Corrado Augias riscopre l’importanza dell’identità

Di Salvatore Sfrecola

Non accade sovente che io condivida quel che scrive su Repubblica Corrado Augias. Lo trovo supponente, tuttologo, politicamente schierato su posizioni politiche che non condivido, intollerante.

Stavolta, però, rispondendo ad un lettore, il quale lamentava che si ricorda troppo spesso “Caporetto e non Vittorio Veneto, la miopia di alcuni generali e non la resistenza della leva del 99 sul Piave”, il Nostro ha un risveglio non dico patriottico ma più consapevole della nostra identità. Il lettore, Alessandro Insolia, segnala anche che nel 2014 i parigini Champs Elysées “erano tappezzati di pannelli con episodi della guerra, niente di simile in Italia”. In sostanza, è la tesi del lettore, “è mancato da parte delle amministrazioni locali qualcosa che parlasse alle persone: sembra che abbiano lasciato al caso il culto della memoria”.

Nella sua risposta Augias si dice parzialmente d’accordo e sottolinea come in Italia “non si tratta solo di memoria corta, c’è di peggio, più esattamente c’è quel vizio nazionale che Carlo Emilio Gadda definiva “la porca rogna dell’autodenigrazione” per cui si abbonda in piagnistei sulle nostre debolezze mentre restano pochi e rari i giudizi equilibrati sui tanti aspetti positivi della nostra convivenza”. E della nostra storia politica, culturale, artistica e anche militare. Infatti, scrive Augias “La Francia non ha una storia militare più brillante della nostra. Ha però molta più stima di sé stessa, addirittura troppa secondo alcuni, un eccesso opposto a quello italiano. Almeno per il 4 novembre, si potrebbe cercare di riequilibrare”.

Mi tocca essere d’accordo con Augias, anzi forse, senza saperlo, è lui ad essere d’accordo con me, considerato che, con molta obiettività, da sempre cerco di soffermarmi su difetti e virtù degli italiani e soprattutto sulla storia che ci propone personalità di altissimo profilo sulle quali si dovrebbe indurre i giovani a riflettere per farne esempi da seguire.

Mi auguro che il 4 novembre 2018 costituisca una svolta e che gli italiani assumano consapevolezza della identità nazionale che, se “debole”, come ha scritto Eugenio Scalfari domenica, lo è anche perché dal dopoguerra, con l’intento di cancellare il ricordo dell’enfasi patriottica usata dal regime fascista, si è voluto contemporaneamente non solo ridimensionare certi eccessi ma addirittura cancellare la memoria di quel processo unitario che si era sviluppato nel corso dell’800 per iniziativa delle migliori menti e dei cuori più generosi ovunque in Italia e che il 4 novembre 1918 ha trovato la sua conclusione con la liberazione di Trento e di Trieste.

Il fatto è che negare la storia e l’identità di un popolo, da parte di forze politiche che alla storia unitaria non hanno concorso, regge fino ad un certo punto perché inevitabilmente il sentimento compresso cova nelle menti e nei cuori e, se non valorizzato nei suoi termini reali e concreti, rischia di esplodere, così come nel primo dopoguerra certo nazionalismo aveva rivendicato il valore della italianità e della vittoria e, trovandosi contrastato da chi quei valori non condivideva ma anzi vilipendeva, è esploso e si è alleato al fascismo, nonostante l’evidente matrice di sinistra di questo movimento.

A differenza di Peppone, sindaco comunista ma ex combattente, al quale Giovanni Guareschi fa dire, nel crescente entusiasmo indotto dalle note della Canzone del Piave, viva l’Italia Viva il Re, Augias è un freddo ma condivide che si debba riconoscere il valore dei “ragazzi del ’99 (dunque diciottenni) schierati sul Piave che ressero l’urto e rovesciarono le sorti del conflitto”. Va bene comunque.

6 novembre 2018

Aimone di Savoia Aosta da Mosca a Roma per ricordare la Grande Guerra

di Salvatore Sfrecola

Per celebrare la vittoria nella Grande Guerra 1915-1918, la prima nella quale gli italiani “da secoli calpesti, derisi”, secondo le parole dell’Inno di Mameli, non si sono combattuti tra loro, ma hanno lottato fianco a fianco sotto la guida del re Vittorio Emanuele III per unificare l’Italia liberando Trento e Trieste dal “nemico storico”, come ha scritto Luigi Einaudi, l’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) organizza per sabato 3 novembre alle 11, a Roma, nella Sala Umberto di via della Mercede, un incontro con Aimone di Savoia Aosta, Duca delle Puglie.

Il Principe-manager, Amministratore delegato di Pirelli in Russia, figlio di Amedeo è il Pronipote di Emanuele Filiberto, il leggendario Comandante della “invitta” Terza Armata, come di legge nel Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918, dato dal Comando Supremo a firma di Armando Diaz, il Capo di Stato Maggiore subentrato a Luigi Cadorna dopo la rotta di Caporetto.

Quel giorno si concludeva la guerra dei nostri nonni e, per i più giovani, dei bisnonni. Al termine di una guerra durata ben quarantuno mesi nella quale si sono sacrificate generazioni di italiani, al fronte, sul Carso, tra le montagne innevate, sul mare. Combattenti nelle trincee, operai nelle fabbriche, contadini nelle campagne, tutti hanno concorso all’impegno di un intero popolo.

“Italiani, Cittadini e Soldati! Siate un esercito solo”, è stato l’incipit del proclama del Re Vittorio Emanuele dopo il Convegno di Peschiera, dove impose ai capi politici e militari di Francia e Inghilterra la difesa sul Piave, garantendo che l’esercito italiano avrebbe resistito, nonostante i dubbi dei generali alleati.

E dal Piave partì la grande offensiva che nell’ottobre 1918 diede una spallata definitiva all’esercito austriaco costringendolo alla fuga, realizzando quella che lo stesso Diaz definì “una Caporetto alla rovescia”. “Annientato – come si legge nel Bollettino della Vittoria -: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Nella Sala Umberto parleranno Vittorio Sgarbi, Giuseppe Basini, liberale, deputato della Lega, Salvatore Sfrecola, Andrea Ungari, professore di storia contemporanea, autore de “La Guerra del Re”, con le conclusioni dell’Avv. Alessandro Sacchi, Presidente dell’U.M.I., autore, insieme ad Adriano Monti Bozzetti Colella, di “Conversazione sulla Monarchia”. L’Unione Monarchica, si legge nel sito www.unionemonarchicaitaliana.it richiamando un intervento di Re Umberto II del 1956 “è istituita per raccogliere e guidare tutti i monarchici, senza esclusioni, al fine di ricomporre in sè quella concordia discors che è una delle ragioni d'essere della Monarchia e condizione di ogni progresso politico e sociale. Suo compito non è la partecipazione diretta alla lotta politica dei partiti, ma la affermazione e la difesa degli ideali supremi di Patria e libertà, che la mia casa rappresenta”.

“A Roma ci sarà un’altra Italia – ci dice Sacchi -, quella dei sacrifici e dei risultati, un modello cui tendere perché i giovani crescano nella consapevolezza della nostra identità nazionale, importante sempre, essenziale nel contesto europeo. E perché, come i loro nonni e bisnonni, s’impegnino negli studi e nelle professioni, per partecipare alla vita politica, negli ultimi anni troppo spesso rappresentata da persone modeste, prive finanche dei requisiti minimi per vincere un concorso pubblico di basso livello. Eppure pieni di vanagloria”.

“Mi auguro anche – prosegue Sacchi – che continui l’attenzione per la Patria e per la sua storia che i giovani sentono più di quanto ritengono gli adulti. Loro sono la nostra speranza ed è logico che ricerchino nelle nostre tradizioni, nell’esempio dei nostri progenitori lo spunto e la volontà di impegnarsi negli studi, nelle professioni, nella politica che deve tornare ad essere il luogo nel quale si confrontano i migliori, per competenza e onestà per perseguire il bene comune”.

Insomma i monarchici dell’U.M.I. puntano ad un rinnovamento della vita pubblica sulla base di valori che tradizionalmente appartengono alle democrazie costituzionali segnalando come, non a caso, i paesi dove più solida è la democrazia sono monarchie, dal Regno Unito alla Danimarca, dalla Svezia alla Spagna, dalla Norvegia al Belgio, all’Olanda.

1 novembre 2018

 

 

 

 

 

 

 


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