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APRILE 2017

 

Quando a Caporetto ritrovammo l’orgoglio nazionale*

di Salvatore Sfrecola

 

Pochi nomi di località che si ricordano per importanti scontri armati hanno la forza evocativa di Caporetto, la cittadina, oggi in Slovenia (Kobarid), nell'alta valle dell'Isonzo, sulla riva destra del fiume, tra Tolmino e Plezzo, dove si combatté tra il 24 ottobre e il 27 novembre 1917, quando le truppe italiane, sconfitte, dovettero abbandonare migliaia di chilometri quadrati di suolo patrio e ritirarsi oltre il fiume Piave. Una sconfitta grave, definita anche “rotta”, “disfatta” o “catastrofe”, con uno strascico di polemiche e di recriminazioni che ancora oggi impegnano molte pagine nei libri di storia, alla ricerca delle responsabilità di quel tragico evento che fece temere per la tenuta dell’Esercito e per la stessa sopravvivenza del Regno, del quale era stato appena celebrato (1911) il cinquantenario della sua costituzione.

E da allora “una Caporetto”, nel linguaggio comune, evoca un fatto negativo gravissimo, una sconfitta senza rimedio.

Tuttavia quella battaglia perduta non pregiudicò l’esito della guerra che per noi ha rappresentato il momento conclusivo del Risorgimento, “visto che aveva finalmente completato l’unità del paese, facendo coincidere i confini naturali della penisola con quelli politici” (A. Ventrone, Prefazione a L. Falsini, Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta, Donzelli, Roma, 2017, VII). Anzi, immediato fu il risveglio delle migliori energie, della politica, delle nostre Forze Armate e dell’intero popolo italiano. Fu “uno scatto di orgoglio nazionale” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, Milano, 2006, 785). Cambiarono molte cose. Tutto quello che doveva cambiare da tempo. Dai rapporti tra il Governo ed i vertici dell’Esercito che, con un nuovo Comandante generale, Armando Diaz, divenne più moderno nell’organizzazione e credibile nelle modalità d’impiego, anche agli occhi dei governi e degli Stati Maggiori alleati che furono convinti, a Peschiera, dove erano stati invitati dal Re con un telegramma del 6 novembre, della validità della ipotesi di resistenza sul Piave. Presenti Painlevé , Lloyd George (che ce ne ha lasciato la cronaca), ministri ed alti esponenti delle forze armate alleate, Vittorio Emanuele III, parlando in inglese e francese, tenne un rapporto che gli guadagnò “il rispetto di tutti per la chiarezza e franchezza con cui fece il punto della situazione, realisticamente e senza retorica. Elencò le cause del disastro citando anche la “falla morale”, ma senza attribuirla alla propaganda disfattista, cui infatti non credeva (e lo aveva già detto ai nostri generali). Garantì la capacità di resistenza dell’Esercito escludendo perentoriamente qualsiasi ipotesi di crollo nazionale. “Alla guerra si va – disse – con un bastone per darle e con un sacco per prenderle”. Gli alleati rimasero colpiti dalla sua fermezza, e concessero gli aiuti richiesti: sei divisioni francesi e cinque inglesi, che avrebbero collaborato col Comando italiano” (I. Montanelli – M. Cervi, L’Italia del Novecento, Rizzoli, Milano, 1998, 40). Per il Sovrano il valore del soldato italiano non era in discussione, come il sentimento patriottico della maggioranza degli italiani nell’ora difficile che il Paese viveva. Lloyd George “ne rimase impressionato” (M. Silvestri, Caporetto, - Una battaglia e un enigma, RCS, Milano, 2014, 235). Il suo ruolo fu determinante nel richiamare l’impegno di ciascuno, senza retorica, tanto che cancellò dal proclama, che il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando gli aveva preparato, l’incipit enfatico che non era nel suo stile (“Una immensa sciagura ha straziato il mio cuore di italiano e di Re”). Invece esordì: “Italiani, siate un esercito solo!”

Tornava in prima linea alla testa del suo popolo in armi per combattere contro il “nemico storico”, come avrebbe scritto di lì a poco Luigi Einaudi solitamente sobrio nella sua prosa.

Le cause della disfatta, perché di questo si tratta, come denuncia la conta dei caduti e dei prigionieri, la vastità delle terre perdute e il numero dei profughi, furono essenzialmente militari, come fu evidente di lì a breve anche dalle risultanze della Commissione d’inchiesta. Cause individuate nella inadeguatezza della catena di comando, della organizzazione dell’esercito e della conduzione delle operazioni su fronti difficili, fino a sottovalutare i segnali evidenti di una imminente offensiva austro-tedesca provenienti da varie fonti (non solo dai disertori che potevano apparire inviati ad arte), tanto che sia il Generale Capello che il Re ne informarono Cadorna in quei giorni in licenza. Dal 4 ottobre, infatti, il Generale era a Villa Carmenini (Vicenza) essendo “molto scettico” sulla ipotesi di partecipazione germanica all’offensiva nemica in preparazione e che, a suo giudizio, si sarebbe concretizzata in primavera: “passiamo così l’inverno”, dice al Colonnello Gatti (da Caporetto, 250-251, richiamato da P. Melograni, La storia politica della grande guerra 1915/1918, Laterza, Bari, 1969, 395). Era la cultura delle guerre dell’800 che si combattevano nelle stagioni buone.

Fu sottovalutato anche il significato di un iniziale cannoneggiamento la mattina del 21, caratterizzato da tiri isolati ma con obiettivi precisi, come osservò il Re nel corso delle sue ispezioni al fronte, riferendone a Cadorna. Forse per saggiare la nostra capacità di reazione, preludio del massiccio bombardamento che sarebbe iniziato alle 2 del 24 ottobre. Durò cinque ore ed anche di questo fu sottovalutata la finalità. “Nulla di importante” commentò il Generale Badoglio, uno dei tanti errori di percezione delle intenzioni del nemico. Invece, il fuoco delle batterie aveva determinato una piccola breccia (eppure Luigi Cadorna, per storie familiari, di brecce si doveva intendere!) che aveva consentito ad un battaglione di alpini del Wüttemberg di penetrare alle spalle delle nostre linee per una decina di chilometri. Insomma, mentre le vedette erano state invitate a tener conto di quanto poteva accadere in alto, sulle montagne dalle quali secondo il Comando supremo il nemico avrebbe eventualmente attaccato, questo aveva scelto di percorrere indisturbato il fondovalle. L'operazione l'aveva condotta un giovane tenente destinato ad una gloriosa carriera militare, Erwin Rommel, che in ventiquatt’ore aveva fatto 30 mila prigionieri e occupato le preziose posizioni del Kuk e del Kolovrat perdendo, tra morti e feriti, appena una trentina di uomini.

            Ad Udine, sede del Comando supremo, nessuno si era accorto di quanto stava accadendo. Cadorna se ne rese conto solamente quando le avanguardie nemiche giunsero in vista della città che, infatti, fu abbandonata. Non aveva un quadro esatto della situazione anche per le difficoltà dei collegamenti telefonici con i comandi dispersi o posizioni precipitosamente abbandonate. Infatti non erano stati previsti piani di ritirata, che comunque fu ordinata in ritardo lasciando in mano al nemico migliaia di soldati (350.000 tra morti feriti e prigionieri) e oltre 400.000 sbandati all’interno ed un ingente quantità di armi, cannoni, mortai e mitragliatrici, depositi di munizioni, automezzi e strutture preziose dell’apparato logistico. Senza contare il dramma delle popolazioni civili, un milione circa di profughi, l'abbandono della case, delle aziende, degli animali. Con un arretramento di oltre 100 chilometri, la perdita del Friuli e di parte del Veneto, fino a mettere a rischio la stessa Venezia che, infatti, si pensò di abbandonare. Solamente la III Armata del Duca d’Aosta si era sganciata con ordine dal nemico. La II Armata del Generale Capello era “ridotta a una torma di fuggiaschi” (I. Montanelli – M. Cervi, cit. 35) che creava ulteriori problemi alle truppe in ritirata, intasando le vie di comunicazione, in particolare i ponti, così impendendo un deflusso ordinato delle unità in ripiegamento. Mancavano le carte e nessuno aveva da indicare percorsi alternativi.

Niente colpa dei disfattisti, dunque, e dei soldati ai quali Luigi Cadorna aveva voluto addebitare la responsabilità della sconfitta denunciando, in un comunicato del 28 ottobre, nel pieno della battaglia, la “mancata resistenza di reparti… vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico”, un giudizio a dir poco sconveniente “sconcertante e clamoroso, vien di aggiungere vigliacco, per il modo in cui il massimo comandante delle truppe italiane, che in tre anni di conflitto ne aveva determinato addestramento, strategie e posizionamento, rifiutò di assumersi qualsiasi responsabilità della catastrofe in corso. Talmente grave fu il suo passo che il governo a Roma cercò subito di censurarlo, ma con poco successo, visto che la prima versione del documento era già stata resa pubblica” (L. Cremonesi, Da Caporetto a Baghdad, la Grande Guerra raccontata da un inviato dei conflitti di oggi, RCS, Milano, 2017, 269).

Un atteggiamento dagli effetti devastanti sul morale delle truppe già pesantemente colpite proprio dall’evidente insufficienza del Generalissimo. E fu comunque uno sconquasso nel Governo e nell’Esercito che comportò la revisione totale nel rapporto tra la classe politica e combattenti ed anche un nuovo modo di gestire i rapporti con la truppa, così restituendo al soldato italiano quello spirito combattivo che era stato mortificato dalla conduzione precedente improntata alla tecnica di combattimento che Luigi Cadorna aveva teorizzato fin dall’inizio della guerra. In Attacco frontale e ammaestramento tattico, un volumetto, che riproduceva una circolare del febbraio 1915, nella quale immaginava combattimenti all’arma bianca e cariche di cavalleria (un’arma uscita di scena già cinquant’anni prima con la guerra civile americana). Il Generale dimostrava di non essere adeguato ai tempi (anche se, va detto, era in buona compagnia soprattutto per quanto riguarda i comandanti francesi). Di quel testo scrisse un autorevole critico militare, Aldo Valori: “è terrorizzante pensare ch’esso abbia servito sul serio di base alle operazioni offensive di un esercito in una guerra moderna”. Assalti inutili all’arma bianca ed inadeguata gestione delle artiglierie. Inanellando una serie di combattimenti spesso inutili che avevano sollevato vivaci proteste, represse duramente dai tribunali militari dinanzi ai quali venivano portati quanti percepivano gli errori dei comandi. Per non dire delle decimazioni o di altre forme di punizione

Cambiò tutto con Armando Diaz, un ufficiale che si era formato più che sul campo di battaglia negli Uffici dello Stato Maggiore, anche se da Colonnello nella guerra di Libia si era distinto al comando del 93° reggimento rimanendo ferito e nel 1917 era al comando del XXVI Corpo d’Armata. Aveva una visione moderna della guerra, della organizzazione delle Forze Armate e delle esigenze della truppa. Il Re lo aveva osservato e lo stimava, come ricorda Gioacchino Volpe riferendo di una battuta del Sovrano nel luglio 1917, dinanzi ai monti Kuk e Vodice, sul fronte della II Armata, quando, indicando al suo seguito Diaz pronunciava parole che sono state definite giustamente “profetiche”: “questo generale un giorno potrà servire” (P. Gentile, Vittorio Emanuele III, Il Sole 24 Ore, Milano, 2014, 17). Riservato “lontano da ogni esibizionismo, naturalmente portato a guidare gli uomini tenendo conto delle loro esigenze e delle loro opinioni”. Erano doti che “in un preciso momento storico valsero a segnalarlo come il migliore candidato ad assumere il comando dell’esercito dopo la fallimentare esperienza dell’autoritario e accentratore Cadorna” (C. Rosso, Armando Diaz, Il Sole 24 Ore, Milano, 2014,13). “Sobrio nel gesto e ordinariamente parco di parole; lavoratore attivissimo, ma non frettoloso, anzi ordinato, preciso e spesso anche minuzioso” (C. Rosso, ivi, 16), le sue caratteristiche principali erano “l’equilibrio, la duttilità, l’umanità coniugata alla fermezza, la laboriosità, la precisione, il senso del dovere e del servizio” (C. Rosso, ivi, 17). Proprio quel che serviva nel momento drammatico di una sconfitta che, se non affrontata a sangue freddo, come il Re, che “anzi non lo aveva mai perso” (I. Montanelli – M. Cervi, ivi, 39. E da allora i due agirono all’unisono. Il Generale si consultava quotidianamente con il suo Re, cosa che non era stata nelle abitudini di Cadorna.

Subito favorì licenze dal fronte, dialogo con le famiglie e diede luogo ad un riordino dei comandi con una strategia nuova che, non solo diretta all’attacco, tenesse conto della necessità di una difesa articolata e di quel coordinamento, che, in particolare, era mancato a Caporetto, secondo le valutazioni di Lloyd George e del Maresciallo Foch (D. Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1997, Laterza, Bari, 1998, 366), quando i comandi non avevano neppure immaginato che potesse verificarsi la necessità di un ripiegamento, qualunque ne fosse l’occasione.

Caporetto è un nome fatale. Ma la storia insegna che spesso le più gravi sconfitte sono capaci di risvegliare l’orgoglio di un popolo, specialmente quando divenuto finalmente tale dopo che nel corso dei secoli gli era stato negato il diritto di avere uno stato nei confini naturali della sua straordinaria geografia e che non parlasse tedesco, francese o spagnolo.

21 aprile 2017


 


* Sintesi di una relazione prevista per il prossimo Convegno organizzato a Milano dal Prof. Michele D’Elia sul tema “profilo della Grande Guerra degli Italiani”

 

 

 

La riforma dei gradi sfascia i militari

di Salvatore Sfrecola

 

“Dimmi, Tu saresti dunque come Armando Diaz?” Guardando le spalline argentee sulle quali spiccano le tre stellette di Generale di Corpo d’Armata mi è venuto spontaneo il ricordo del Duca della Vittoria, che aveva condotto il Regio Esercito al successo del 4 novembre 1918. Uno sfottò che sapevo di potermi permettere. Infatti quel mio carissimo amico non comanda un Corpo d’Armata, che non c’è. Ed ha un incarico “a latere” nell’Esercito.

Lo spunto, l’avranno intuito i lettori, per parlare di quel che si sente dire e ha scritto, su questo giornale Francesco Bonazzi: “La Pinotti promuove 13.000 ufficiali. Alla “truppa” resteranno le briciole”. Non vogliamo soffermarci tanto sui costi   (quasi un miliardo per i primi tre anni, poi 400 milioni a regime) ma gli effetti sul funzionamento dell’apparato militare. E si intuisce immediatamente che così non può andare, se avremo più generali degli Stati Uniti che arruolano uomini e donne in misura molto maggiore dei nostri.

Non è una novità in Italia. Per dare ai dipendenti pubblici, un migliore trattamento economico, giusta aspettativa specialmente dopo anni di blocco degli stipendi, si promuovono. Si è fatto sempre così, per i civili e, di recente, anche per i militari. Così aumentano i dirigenti, ai quali si deve trovare una collocazione funzionale, che s’inventa dividendo precedenti uffici. Lo stesso è avvenuto per gli ufficiali assegnati a funzioni collegiali o di staff. Con conseguenze disastrose per il buon funzionamento delle strutture interessate nelle quali i ruoli, le qualifiche ed i gradi corrispondono a posizioni organizzative funzionali al perseguimento degli obbiettivi istituzionali, in rapporto alla dislocazione sul territorio ed alla consistenza delle unità, la sezione o la divisione, la compagnia, il reggimento, la brigata e via dicendo. Per restare ai militari, per i quali i gradi rendono più evidente la loro corrispondenza all’articolazione della Forza Armata, è evidente che il numero degli ufficiali di un certo grado non può superare in modo significativo il numero delle strutture cui quel grado si riferisce. Se, ad esempio, ad una Compagnia è ordinariamente preposto un capitano, non vi possono essere più ufficiali di quel grado di quante siano le compagnie. Così per i reggimenti, le brigate e via discorrendo. È evidente la necessità di ufficiali con incarichi di coordinamento e di staff, aiutanti maggiori o di bandiera e via discorrendo, ma devono essere previsti i numeri di queste posizioni.

La questione è gravissima sotto un profilo funzionale. Un’amministrazione di dirigenti non funziona, come non funziona un esercito di generali. Quale la soluzione? Semplicissima. Il decorso del tempo esige necessariamente l’aumento del trattamento economico per soddisfare evidenti esigenze delle persone e delle loro famiglie. Si riconoscano quei miglioramenti ma permanga la qualifica o il grado se non si giustifica, dal punto di vista dell’efficienza della struttura, l’aumento del numero delle qualifiche o dei gradi. Questa esigenza è trascurata dagli interessati i quali si sentono soddisfatti dal rivestire una qualifica o un grado superiore, per nulla preoccupati che questi non corrispondano alle effettive funzioni di un tempo. L’effetto? Politico, prima di tutto. Il divide et impera, che per gli antichi romani assicurava il potere ai capi della Repubblica e dell’Impero, oggi garantisce alla classe politica la prevalenza sulla burocrazia civile e militare attraverso la parcellizzazione degli incarichi che diventano espressione di un ruolo sempre meno rilevante a fronte dell’autorità di governo. In questo modo i funzionari, civili e militari, prendono soldi ma perdono potere. Che non è attribuito nell’interesse della persona ma del buon funzionamento dell’apparato. Loro non se ne danno carico, soddisfatti che la qualifica o il grado dia lustro al biglietto da visita e niente più.

Un esempio eloquente. Alcuni anni fa, nel 2001, fu istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento Nazionale per le politiche antidroga, affidato al Prefetto Pietro Soggiu, una straordinaria personalità, già Generale di divisione della Guardia di finanza, con compiti di prevenzione ad ampio raggio, dalla famiglia alla scuola. Si ritenne necessario far confluire in quella struttura la Direzione centrale del Ministero del lavoro che si occupava di tossicodipendenze e di famiglia. Stupì molto, quando si predispose il provvedimento, che fosse composta da 11 persone, oltre al dirigente generale. La denominazione di quella direzione era consegnata in un numero di parole nettamente superiore a quello degli addetti. Evidentemente istituita per creare un posto dirigenziale. Al tempo di Monsù Travet, che i lettori più anziani certamente ricorderanno, se ne sarebbe occupata una sezione. Ricordate Carlo Campanini l’impiegato con le “mezze maniche” ossequioso nei confronti di un quasi invisibile Cavaliere, Capo Sezione? Mai veniva nominato un direttore generale.

Per concludere a proposito della “carriera a sviluppo dirigenziale”, con progressione automatica al passare del tempo, che il Governo si appresta a varare. Qualcuno certamente dirà che è così anche per i magistrati. Con una differenza di non poco rilievo. I giudici in un collegio fanno tutti lo stesso lavoro, qualunque sia l’anzianità. Non è così per i funzionari civili ed i militari. Perché un capitano comanda una compagnia ed un colonnello un reggimento. E trasformare una sezione in una direzione centrale è inevitabilmente l’inizio dello sfascio. E i quadri, la fascia intermedia, quella che un tempo si chiamava carriera direttiva? Nessuno ne parla. Non interessa ai sindacati ed al potere politico. Ma sono la struttura portante dell’Amministrazione.

(da La Verità, 18 aprile 2017, pagina 18)

 

 

Requiem per un Imperatore defunto*

di Domenico Giglio

 

Che Vienna, nel 2016, centenario della morte di Francesco Giuseppe, abbia dedicato numerose mostre ed esposizioni allo stesso ed alla sua epoca, cominciando da Schonbrunn, il palazzo dove era nato il 18 agosto 1830 ed era mancato la sera del 21 novembre 1916, è logico ed opportuno, trattandosi dell’Imperatore che vi aveva regnato per 68 anni, dal lontano 2 dicembre 1848 e che vi fu sepolto nella Cripta dei Cappuccini, sepolcreto degli Asburgo dal 1633, il successivo 30 novembre, cripta che dette il titolo ad un celebre romanzo storico di Joseph Roth ed il rituale per accedervi fu a sua volta ricordato da Franz Werfel nel suo “Nel crepuscolo di