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Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi

(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

 

 

 

 

Palazzo Spada, l’uomo del governo è incompatibile

L’esecutivo, pur essendo in ordinaria amministrazione, ha espresso tre nomi per i vertici del Consiglio di Stato. Uno di essi appartenendo già all’organismo, è in conflitto di interessi. L’unica donna, invece, è stata collaboratrice stretta della Boschi

di Salvatore Sfrecola

 

C’è da essere certi che a Santi Romano o a Meuccio Ruini, giuristi illustri, certo tra più eminenti Presidenti del Consiglio di Stato, sarebbe corso un brivido lungo la schiena a leggere la richiesta di parere sulle nuove nomine a Consigliere di Stato nell’aliquota riservata all’Esecutivo, giunta a Palazzo Spada all’inizio di gennaio. Dei tre candidati, infatti, uno è modesto, un altro è incompatibile. Ed è certo che saranno in forte imbarazzo i componenti del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi, in particolare i togati che parteciperanno oggi alla seduta nella quale su quella richiesta di parere dovranno pronunciarsi. Perché c’è dell’anomalia grave in questa vicenda. Infatti il governo è in carica per l’ordinaria amministrazione, essendo sciolte le Camere. Ed è la stessa Presidenza del Consiglio che, con una circolare del 29 dicembre 2017, nel definire i poteri che residuano a Palazzo Chigi in questa situazione. ha previsto che si possono effettuare nomine solamente “per assicurare la funzionalità di enti e organi”. E non è certo il caso del Consiglio di Stato che può benissimo funzionare senza i tre che il governo vorrebbe nominare.

Ma c’è di più. I tre sono Carla Ciuffetti, funzionario della Camera, Luigi Fiorentino, dirigente della Presidenza del consiglio, e il professor Pierluigi Mantini, già parlamentare del Partito Democratico, che ha svolto funzioni di Vicepresidente del Consiglio di presidenza come componente di elezione parlamentare. Il Prof. Mantini alla data del 23 dicembre 2017, quando il Governo ha deliberato la sua designazione al Consiglio di Stato, era in carica e in quel ruolo è rimasto fino al 3 gennaio 2018, data in cui la richiesta del governo è pervenuta a Palazzo Spada.

Escluso Luigi Fiorentino, che ha un curriculum professionale e scientifico certamente adeguato alla nomina, la Ciuffetti è soprattutto una stretta collaboratrice del Sottosegretario alla Presidenza del consiglio Maria Elena Boschi. E basta. In precedenza al massimo organo della Giustizia Amministrativa giungevano dalle Assemblee parlamentari candidati particolarmente titolati. Insomma Segretari Generali o Vice segretari generali, cioè funzionari al vertice della burocrazia di Montecitorio e Palazzo Madama. Per quanto possa essere brava e stimata dalla Boschi la dottoressa Ciuffetti è solamente funzionario di medio rango.

Ma la cosa che più desta sconcerto è la proposta di nomina del Professor Mantini per la quale osta un chiaro disposto normativo, l’art. 7, comma 5, della legge 27 aprile 1982, n. 186, sull’Ordinamento della giustizia amministrativa, a tenore del quale ai componenti laici del Consiglio di presidenza (quelli eletti da Camera e Senato) “si applica il disposto dell’art. 12 della legge 13 aprile 1988, n. 117”. Questo richiama, a sua volta, le disposizioni della legge 24 marzo 1958, n. 195, sulla costituzione e il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, la quale all’art. 36 prevede che “i componenti del Consiglio superiore eletti dal Parlamento non possono essere assunti in magistratura per meriti insigni, fin quando sia in carica il Consiglio al quale appartengono o hanno appartenuto”. Non possono, cioè, essere nominati Consiglieri di Cassazione e, quindi, in forza del rinvio, neppure Consiglieri di Stato. È evidente un conflitto di interessi ed una manifesta lesione recata all’indipendenza della Giustizia amministrativa. Insomma il professor Mantini non può essere assunto per nomina governativa al Consiglio di Stato, almeno fino a quando rimarrà in carica l’attuale Consiglio di presidenza per avervi egli appartenuto fino al 3 gennaio 2018.

Le regole non sono forma ma sostanza, in particolare considerato che parliamo dei massimi giudici degli atti amministrativi del Governo. Un po’ di garbo istituzionale non guasterebbe.

(da La Verità del 23 febbraio 2018)

 

 

 

I cattolici in politica: soli o accompagnati?

di Salvatore Sfrecola

 

C’era una volta il partito dei cattolici, la Democrazia Cristiana, dove tutti ostentavano fede in Dio e vicinanza alla Chiesa. Si facevano fotografare all’atto della comunione, non mancavano a matrimoni e battesimi, come Giulio Andreotti o Remo Gaspari, che ho incontrato un mese prima che morisse, ormai ultraottantenne, in Abruzzo, al matrimonio dell’amica di una mia cugina. Era onnipresente nella sua regione per la quale, in verità, ha fatto molto negli anni, soprattutto sollecitando la realizzazione di importanti infrastrutture viarie per le quali gli abruzzesi lo ricordano ancora con sincera riconoscenza. Non solo le centinaia di postini che ha fatto assumere da Ministro delle poste.

Ugualmente gli altri dc marcavano il territorio e portavano a Roma ministri e sottosegretari con esperienza amministrativa e parlamentare. Per anni i governi sono stati democristiani, poi “a guida democristiana” con qualche ministro dei partiti satelliti, laici ma fedelissimi, liberali, socialdemocratici, repubblicani. Poi sono subentrati Craxi e Spadolini, ma la Dc aveva ancora molto potere, anche quando fu ministro dell’interno Giorgio Napolitano, comunista, il primo ad essere benedetto a Washington. Lì ed a Roma non si erano accorti che quel napoletano dall’eloquio rassicurante era un fazioso, come aveva dimostrato al tempo dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica e come dimostrerà, da Presidente della Repubblica, facendo campagna elettorale nel referendum sulla riforma costituzionale votata da un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale bocciata dalla Consulta perché incostituzionale. Poi il partito dei cattolici è sparito dall’orizzonte politico dall’oggi al domani. I vari Buttiglione e Mattarella hanno tentato invano di rianimarlo con un’iniezione di storico sturzianesimo, chiamandolo Partito Popolare Italiano. Tutto inutile, tirando a campare invece hanno tirato le cuoia. Inossidabili, hanno creato la Margherita, poi confluita nel Partito Democratico confermando di essere quel movimento politico “di centro che guarda a sinistra”, secondo un’immagine degasperiana certamente sottovalutata.

Sul piano dei valori cristiani, la famiglia la sacralità della vita dal concepimento alla fine naturale, la libertà di insegnamento, nessuno si è accorto negli anni che ci fosse partito cattolico al potere. Amintore Fanfani aveva fatto la battaglia per il “SI” nel referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio. Fu un tentativo inutile. Le famiglie erano state già divise dal fisco che favoriva le separazioni fittizie dei benestanti e dei professionisti. Per contadini ed operai ci pensò la legge Fortuna. Poi ci sarà la legge sull’aborto, lesione forte del diritto nel nascituro. Sarebbe stato possibile minimizzarne gli effetti con una sana politica per le famiglie “con particolare riguardo alle famiglie numerose”, come si legge nell’art. 31 della Costituzione. Intanto le scuole cattoliche chiudono perché suore e preti hanno rinunciato all’insegnamento ed i costi di gestione delle scuole non consentono di continuare a tenere aperti elementari e licei. La Chiesa non ha ritenuto di impegnarsi altro che nelle università dove ci sono risorse da gestire. Una battaglia perduta, l’insegnamento che una volta era la forza del mondo cattolico denuncia un arretramento gravissimo. A 18 anni chi entra in una università “cattolica”, se non ha acquisito valori in famiglia ed a scuola, a quei valori è, il più delle volte, perduto.

La “politica” dei cattolici “in politica” segue il potere delle lobby di affari ed ha trascurato i valori. Nei quali evidentemente non credevano. Come Pierferdinando Casini, dc tutto d’un pezzo, forlaniano di ferro, che oggi è candidato dal Partito Democratico nella rossa Bologna. Nessuno ha saputo fare proposte serie in tema di unioni civili o fine vita, con la conseguenza che su quei temi, certo da regolare con legge, non si è fatta una normativa equilibrata. Oggi in vista del voto del 4 marzo Massimo Gandolfini, uno dei promotori del Family Day, scrivendo su La Verità condanna il tentativo di Mario Adinolfi che con il Popolo della Famiglia evoca valori non esclusivamente cattolici. La famiglia naturale fondata sul matrimonio, come si esprime la Costituzione all’articolo 29 non è necessariamente cristiana ma ha uno scopo ben preciso, procreare ed educare i figli. Insomma investire in figli e futuri cittadini e lavoratori è interesse della società e dello Stato. Gandolfini non vuole che si pensi ad un partito cattolico o di cattolici e sponsorizza i soliti noti che nei partiti di provenienza poco hanno fatto in difesa dei valori cristiani che forse, se propugnati con convinzione, sarebbero stati condivisi da altri, anche dai laici. I vari Maurizio Lupi, Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello, Simone Pillon, Alessandro Pagano, Antonio Palmieri, Paola Binetti, tutti rigorosamente in neretto nel testo dell’articolo, sono politici impegnati soprattutto a mantenere il seggio a Montecitorio o a Palazzo Madama per tirare a campare incuranti della facile previsione che alla fine tireranno (politicamente) le cuoia. L’importante per loro è durare, non difendere valori. Di questi cattolici la società e la Chiesa, mi perdonerà l’aperturista Monsignor Galantino, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), non ha assolutamente bisogno. Anzi, sono pericolosi perché costituiscono un alibi per la politica senza valori che si arrende alle Bonino ed ai Cappato di turno. “Cattolici” che a parole definiscono “non negoziabili” principi che in nessun modo tutelano per assoluta mancanza di idee e incapacità di proposta.

23 febbraio 2018

 

 

Il Ministro Madia evita il confronto con i dirigenti pubblici

di Salvatore Sfrecola

 

Marianna Madia, Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, attesa alla tavola rotonda organizzata dalla Confedir (Confederazione autonoma dei dirigenti, quadri e direttivi pubblici), per un confronto con i partiti su “Riforme e rinnovo dei contratti”, non si è fatta viva. Ha preferito dare forfait, consapevole del fatto che la dirigenza delle pubbliche amministrazioni è fortemente critica con le riforme da lei volute, “fallite o mai nate”, perché bocciate dalla Corte costituzionale, come ha detto aprendo i lavori il Prof. Michele Poerio, Segretario generale della Confedir, il quale ha insistito sull’esigenza che il futuro governo valorizzi le professionalità della dirigenza amministrativa riconoscendole il ruolo che la Costituzione all’art. 98 le assegna, quella di essere “al servizio esclusivo della Nazione”, non del politico di turno, ministro, sindaco, assessore. Perché lo spoil system dissennato, sul quale si è esercitato soprattutto il governo di Matteo Renzi, di fatto ha condizionato l’attività dei dirigenti in quanto la nomina e la conferma sono esclusivamente in mano alla politica che li sceglie secondo criteri che quasi mai corrispondono alla loro esperienza e professionalità, ma alla vicinanza alla politica. Come nel caso delle agenzie fiscali, delle quali ho scritto ripetutamente, che dalla loro costituzione non hanno indetto concorsi ma hanno dirigenti “incaricati”, quindi precari, in violazione financo della sentenza della Corte costituzionale la quale aveva ribadito che nel nostro ordinamento la regola delle assunzioni nel pubblico impiego e quella del concorso.

C’è, poi, il tema scottante delle retribuzioni. “Lo Stato negli ultimi otto anni – ha detto il Prof. Poerio – ha risparmiato dodici miliardi di euro grazie al blocco del contratto dei dipendenti pubblici, dato certificato dalla Ragioneria generale dello Stato”. Nel corso della tavola rotonda sono intervenuti Luciano Ciocchetti (Noi con l’Italia), Loredana De Petris (Liberi e Uguali), Stefano Fassina (Liberi e Uguali) Mauro Vaglio (Movimento 5 Stelle) e Paola Maria Zerman (Popolo della Famiglia). Tutti hanno convenuto sulla necessità che Governo e Parlamento mettano mano ad una riforma che riconosca il livello di professionalità dei dirigenti pubblici abolendo il ruolo unico voluto dalla Madia, con evidente sottovalutazione delle specificità proprie di settori importanti delle pubbliche amministrazioni rispetto alle quali le esperienze maturate dai dirigenti costituiscono un apporto indispensabile.

Nel corso della tavola rotonda è stata anche denunciato l’errore gravissimo della abolizione del Segretario comunale, una garanzia preziosa di legittimità ed efficienza dell’azione amministrativa negli enti locali, come ha sottolineato la senatrice De Petris, richiamando la sua esperienza di assessore al Comune di Roma. Sulla necessità di semplificare le procedure per venire incontro alle esigenze delle persone e delle imprese, in vario modo affrontato da tutti, si è soffermata in particolare Paola Zerman, avvocato dello Stato, la quale, tornando sulla scelta dei dirigenti, ha criticato l’eccessivo ricorso ad estranei alla pubblica amministrazione, con evidente mortificazione dei funzionari in servizio nell’area quadri, fondamentale ma trascurata in tutte le riforme.

L’invito del Prof. Poerio alla politica a “fare chiarezza sui programmi in merito alle possibili soluzioni che intende adottare per il miglioramento della PA e del contratto” è stato accolto da tutti i presenti. Speriamo che alle promesse seguano i fatti, si è augurato Pietro Paolo Boiano, Segretario Generale Aggiunto della Confedir, mentre Arcangelo D’Ambrosio, Segretario generale della DIRSTAT ha consegnato ai partecipanti un documento sulle “verità nascoste” sulle pensioni, contestando, in particolare, la misura delle ritenute sulle retribuzioni, pari al 33% a fronte del 19,6% della Germania, del 16,7% della Francia, del 28,3% della Spagna.

 

 

 

Morto Giuseppe Galasso, lo storico repubblicano che piace ai monarchici

di Salvatore Sfrecola

 

Non deve stupire se, alla notizia della morte di Giuseppe Galasso, sulla soglia dei 90 anni, il sito dell’Unione Monarchica Italiana lo ricorda come un grande storico, “mai di parte”. Perché in effetti Giuseppe Galasso, certamente repubblicano ed esponente del P.R.I., partito per il quale è stato consigliere e assessore comunale di Napoli, poi deputato al Parlamento e Sottosegretario ai beni culturali e ambientali (a lui si deve la legge n. 431 del 1985 per la protezione del paesaggio, detta, appunto, “legge Galasso”), è stato uno storico di raro equilibrio, mai “di parte”, come molti che, per convinzione o per convenienza, si sono schierati, magari per farsi strada nelle università. E così, con la lente dei partiti, hanno letto fatti e personaggi della storia italiana, soprattutto di quella più recente. Come dimostrano i toni del dibattito che in questa stagione hanno riguardato la polemica Fascismo-Antifascismo.

Uomo del Sud, Galasso è stato protagonista della cultura della sua terra. Ha iniziato con una borsa di studio dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, di cui sarebbe divenuto successivamente segretario, ed ha terminato la sua esperienza accademica insegnando storia moderna presso l’Università Federico II, nella quale è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. Ha tenuto la medesima cattedra presso l’Istituto Suor Orsola Benincasa. In precedenza aveva insegnato nelle Università di Salerno e Cagliari.

Presidente della Società napoletana di storia patria, ha ricevuto la Medaglia d’oro come benemerito della cultura e dell’arte e, nel 2005, il “Premio speciale della Cultura” della Presidenza del Consiglio dei Ministri  per la sezione “Storia”.

Numerose le opere che lo hanno fatto conoscere non solo agli studiosi ma al grande pubblico degli appassionati di storia. A cominciare da la Storia d’Europa, edita da Laterza per continuare con gli studi che hanno riguardato l’Italia meridionale. Qualche esempio: Mezzogiorno medievale e moderno; Dal Comune medievale all’Unità. Linee di storia meridionale; Napoli spagnola dopo Masaniello. Politica Cultura Società; Potere e istituzioni in Italia. Dalla caduta dell’Impero romano ad oggi; Il Mezzogiorno nella storia d’Italia. Lineamenti di storia meridionale e due momenti di storia regionale; L’Italia come problema storiografico; Storia del Regno di Napoli (1266-1860), 6 volumi; Italia nazione difficile. Contributo alla storia politica e culturale dell’Italia unita; L’Italia moderna e l’unità nazionale (con Luigi Mascilli Migliorini); L’Italia nuova. Per la storia del Risorgimento e dell’Italia unita, 7 volumi; Storia della storiografia italiana. Un profilo.

Crociano di formazione, del grande filosofo e storico di Pescasseroli ha curato la riedizione delle opere per la casa editrice Adelphi.

È stato anche – e forse lì è la ragione della simpatia dei monarchici – un grande stimatore di Camillo Benso di Cavour, il grande statista che ha avuto un ruolo centrale nella formazione dello Stato unitario. Che anche noi ricordiamo con le parole del Cancelliere austriaco Clemente Lotario di Metternich: “in Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il Conte di Cavour”.

Di Cavour Galasso scrive nella prefazione all’“Autoritratto” di Camillo Benso di Cavour (BUR 2010), nel quale lettere, diari, scritti e discorsi del grande statista sono presentati con straordinaria comprensione del contesto storico. A cominciare dal perimetro istituzionale nel quale il Conte si muoveva, persuaso che lo Statuto Albertino racchiudesse “tutti i più grandi principii delle libere costituzioni”, in quanto “consacra fra noi tutti i diritti di cui godono tutte le nazioni più incivilite”, come scrisse il 10 marzo 1848, all’indomani della promulgazione della Carta fondamentale del Regno, in un articolo per “Risorgimento”, il giornale sul quale avrebbe condotto le grandi battaglie per l’unità d’Italia e il riordinamento dello Stato.

Di Cavour lo storico napoletano apprezza soprattutto il fatto che parlasse e scrivesse, già nel 1847, dell’“Italia considerata come un solo paese”, un discorso unitario all’epoca non frequente neppure a proposito dell’economia della penisola. Ed un anno prima aveva scritto su la “Revue Nouvelle” di Parigi del ruolo unificante delle ferrovie. Non solamente dal punto di vista interno, ma nella prospettiva dello sviluppo economico di un’Italia protesa verso l’oriente, vicino e più lontano (diceva della Cina), in ragione della posizione geografica della penisola, un promontorio nel Mediterraneo, e dei suoi porti, Palermo e Napoli, capaci di convogliare le merci provenienti dall’Europa. Una visione modernissima che Galasso sottolinea come espressione della visione politica dello statista piemontese, con adesione piena e convinta ai principi del liberismo economico, del mercato e della concorrenza, nemico degli stati che mantenevano un sistema “protettore” o “ultraprotettore”.

Ed a proposito dell’impegno politico di Cavour, Galasso si chiede: “ha corrisposto l’Italia unificata da Cavour a quelli che poterono essere i suoi propositi e le sue speranze? È nata l’Italia libera, moderna, progredita sulla linea dell’Europa più avanzata, che egli auspicava? Si è formato uno Stato efficiente, bene strutturato, equilibrato fra esigenze pubbliche e private, collettive e individuali, liberiste e sociali, forte ma giusto nell’ordine e nella giustizia?” Risposte affermative, scrive Galasso, “sarebbero poco credibili già in via di principio”. Ma “le risposte negative sarebbero, tuttavia, sicuramente errate”. Questo è Giuseppe Galasso, storico per nulla condizionato dalle sue idee politiche, consapevole del valore dell’unità nazionale raggiunta nel Risorgimento. Per cui, di fronte ad alcune letture critiche delle annessioni al Regno di Sardegna in attesa che divenisse d’Italia, non ha dubbi che siano un errore, anche quando si debba riconoscere che non tutto andò per il verso giusto. E il 13 luglio 2015 scrive sul Corriere della Sera che gli “appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno”.

Insieme all’attività accademica e politica Galasso è stato un editorialista molto apprezzato per i suoi scritti su quotidiani e periodici nazionali, da Il Mattino al Corriere della Sera, La Stampa, L’Espresso. Le sue parole hanno sempre lasciato un segno nelle menti più attente.

Da appassionato di storia sentirò la mancanza di Giuseppe Galasso. Ed è certo che non sarò il solo.

15 febbraio 2018

 

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

Come è stato scritto che dopo la grande guerra 1914-1918 “nulla fu come prima” a complemento di questo ciclo storico , non bisogna dimenticare oltre agli altissimi costi umani, altre importanti conseguenze i cui effetti durarono decenni e coinvolsero tutti i paesi belligeranti. Su questo tema parlerà

 

Domenica 18 febbraio, ore 10.30

 

il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola,-Presidente Associazione Italiana

Giuristi di Amministrazione:

“I costi umani e finanziari della Grande Guerra”

 

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”

 

 

 

Votare è un dovere, astenersi un errore

di Salvatore Sfrecola

 

Nelle conversazioni che hanno ad oggetto la campagna elettorale in vista del voto del 4 marzo accade spesso di sentire, da giovani e meno giovani, una sorta di rifiuto del voto, in ragione di una diffusa disaffezione provocata da una classe politica ritenuta, quanto meno, inadatta al ruolo. Conta molto in queste valutazioni la percezione del disagio che vivono vaste aree della popolazione, le difficoltà delle famiglie, soprattutto di quelle numerose, la diffusa insicurezza, in gran parte dovuta all’immigrazione incontrollata, la pesante tassazione che colpisce ogni genere di attività economica, la disoccupazione che penalizza i giovani, spesso costretti a cercare lavoro all’estero, risorse preziose che abbandonano il nostro Paese. Poi la evidente incapacità della scuola di formare, le diffuse inefficienze della sanità che in alcune regioni denunciano gravi ritardi nelle liste di attesa e non poche disfunzioni, soprattutto in Italia meridionale, come ci informa spesso la stampa.

Si aggiungono i problemi del sistema pensionistico che non tutela le persone più modeste per le quali, infatti, un po’ tutti i partiti propongono aumenti.

Promesse, promesse, promesse di quanti, al governo, avrebbero potuto fare quanto oggi promettono. E questo, ovviamente, è un motivo di insoddisfazione e di distacco dalla politica. Il balletto delle promesse con le quali i partiti s’inseguono a vicenda non lasciano certo indifferenti gli italiani e indubbiamente alimentano il rifiuto del voto. Che sembra diffuso in alcuni ambienti, anche intellettuali. Come nel caso di Giampaolo Pansa, battagliero polemista che oggi scrive su La Verità il quale, senza mezzi termini, ha affermato che si asterrà come gli “italiani onesti e disgustati da una Casta politica che fa vomitare”.

Preoccupa non tanto il giudizio, quanto la scelta di non deporre la scheda nell’urna. Perché votare è un dovere, civico e morale per tutti i cittadini, in particolare per quanti, come Pansa hanno dedicato la vita ad un impegno civile coraggioso. Astenersi è comunque un errore, politico e civico. Non per un obbligo formale. Nel definire il testo dell’art. 48 della Costituzione, secondo il quale il voto “è un dovere civico”, i costituenti vollero che tutti si sentissero coinvolti delle scelte. Tanto che la legge elettorale nel 1948 aveva stabilito, in caso di non voto, che il cittadino si giustificasse dinanzi al suo sindaco, con la conseguenza che se i motivi non fossero stati giudicati idonei sarebbe stata applicata la sanzione, sia pure simbolica, dell’iscrizione in un elenco esposto al pubblico nella “casa comunale” per trenta giorni. E in aggiunta la menzione “non ha votato” da mantenere per un periodo di cinque anni nel certificato di “buona condotta”. Nel frattempo quel certificato non si rilascia più, in quanto sono state abrogate le norme che attribuivano la competenza al Sindaco. Ne sarebbe lieto Mario Vinciguerra, storico e giornalista, che ne aveva scritto ne “Il voto obbligatorio nel paese dei balocchi”, nel quale narrava le sue disavventure nel vano tentativo di farsi apporre quell’annotazione sul certificato. Si era rivolto al suo sindaco e, infine, alla Procura della Repubblica, immaginando financo un reato di omissione, suo per non aver votato e del sindaco per non aver provveduto ad apporre la dicitura prevista. Riferisce che nessuno lo aveva ascoltato e che tutti si erano infastiditi per la sua insistenza.

Votare è necessario e utile, non solamente quando troviamo sulla scheda elettorale il simbolo del “nostro” partito e il nome del candidato che stimiamo e che vorremmo vedere deputato o senatore. La democrazia vive di scelte pro o contro un partito o un programma. Se non c’è quello che vorremmo la partecipazione si manifesta nel senso di ostacolare il partito o la persona (in caso di collegio uninominale) lontano dalle nostre idee. Un po’ come nel ballottaggio, che semplifica il confronto limitandolo ai due candidati più votati. È accaduto ovunque, nelle più recenti elezioni amministrative a Roma ed a Torino, dove gli elettori che aveva votato i candidati rimasti fuori dal ballottaggio si sono schierati da una parte o dall’altra.

Altri si sono astenuti. Ma anche astenersi è, in fin dei conti, una scelta, che peraltro consegniamo a quanti hanno espresso la preferenza per un partito o un candidato. E molto spesso significa contribuire a far prevalere chi non avremmo voluto.

Astenersi , dunque, è in ogni caso un errore. Gli italiani “onesti e disgustati” da questa classe politica, per ripetere la frase con la quale Pansa ha annunciato la sua volontà di non votare, devono dire la loro. In tempi di prima repubblica Indro Montanelli invitò quegli italiani ad andare ai seggi turandosi il naso. È un invito valido ancora oggi. Tutti possiamo farci un’idea, quantomeno per dire no ad un partito o ad un candidato, tra quelli che presentano in questi giorni le promesse più varie senza preoccuparsi di dimostrare in qualche modo se siano utili ed effettivamente realizzabili, bilancio mano. Intanto vanno scartati partiti e uomini che, avendo potuto fare quel che oggi promettono non lo hanno fatto quando hanno gestito il potere, al Governo o in Parlamento.

C’è, poi, da mettere in conto i valori, lo Stato, la Famiglia, la Giustizia, la Sicurezza. Chi li ha difesi, chi li ha traditi? Chi è credibile per la propria storia personale e professionale? Insomma, gli elementi per scegliere pro o contro ci sono. Basta individuare simbolo e nome e metterci una croce sopra.

7 febbraio 2018

 

9 maggio 1946 – Umberto di Savoia da Luogotenente a Re d’Italia

di Domenico Giglio

 

Premessa

La scomposta reazione dei ministri repubblicani nel governo De Gasperi, dei loro partiti e dei loro giornali alla notizia, il 9 maggio 1946, della abdicazione di Vittorio Emanuele III, con accuse di “tradimento”, della “ultima fellonia dei Savoia”, come intitolò l’ Unità, della “rottura della “tregua istituzionale” e simili, dimostrano che la assunzione al trono del Principe Umberto avrebbe senza dubbio giovato alla causa monarchica. E’ infatti ridicolo ed assurdo che coloro i quali, due anni e più prima avevano richiesto pretestuosamente, preteso, intimato, l’abdicazione del Re, dallo stesso, all’epoca, giustamente respinta, la ritenessero adesso una scorrettezza ! E che l’abdicazione potesse giovare alla Monarchia, fu anche recepita dalla stampa estera, come il caso del giornalista inglese Martin Moore che sul “Daily Telegraph”, scrisse:” La reazione della stampa di sinistra al momento dell’abdicazione dimostra che quei partiti ne temono gli effetti”.

In realtà, come lo stesso Umberto ebbe a precisare nel suo messaggio di saluto agli italiani, nulla cambiava in merito alle sue prerogative ed agli impegni presi, se non questa, apparentemente ininfluente, modifica nelle Leggi e nei Decreti, che gli stessi ora fossero firmati da Re, e non più dal Luogotenente, anche se questo Re, non lo era più “per grazia di Dio e volontà della Nazione”. Era però la figura di Umberto a risaltare e ad assumere quel carisma che, storicamente, accompagnava la figura dei Sovrani, per cui da quel momento i monarchici, che ad esempio, a Roma, accorsero in folla, ad acclamarlo in piazza del Quirinale, potevano gridare la loro convinzione, che era anche una fede, con le parole “Viva il Re”.

A questo punto viene spontanea una domanda. Perché questo anziano Sovrano, Vittorio Emanuele, che aveva amato l’Italia appassionatamente, malgrado la sua apparente freddezza, aveva tardato così tanto a prendere la decisione della abdicazione? Il 5 giugno del 1944 con la istituzione della Luogotenenza, aveva rinunciato, in via definitiva ed irrevocabile ai suoi poteri costituzionali, ma era pur sempre Re e la sua effigie era rimasta, può sembrare banale, ma non lo era, sui francobolli, sulle marche da bollo e simili. L’Italia all’epoca era ancora divisa, dilaniata dalla guerra e Vittorio Emanuele, era quello che ne aveva indicato e promosso la strada della rinascita che voleva attendere come Re. Il 25 aprile, o meglio ancora la successiva data della firma, a Caserta, della resa delle truppe germaniche, poteva essere una data possibile per una abdicazione, ma grondava ancora troppo sangue. Il successivo, 29 luglio, data della sua assunzione al Trono? Allora il primo gennaio 1946, inizio dell’anno che avrebbe visto le elezioni ed il referendum? Nel diario di Falcone Lucifero dobbiamo giungere alla data dell’8 marzo 1946, per trovare un accenno ad una possibile abdicazione, che acquista concretezza solo alla fine di aprile quando, in data 22 aprile è lo stesso Principe Umberto a comunicare riservatamente al Ministro della Real Casa che l’abdicazione sarebbe avvenuta tra il 2 ed il 10 maggio. Nessuno ha dato una motivazione di questo ritardo, per cui accettiamolo per quello che è stato, anche se il rilancio delle motivazioni a favore del mantenimento della Monarchia, avvenuto dopo il 9 maggio, ci fanno ragionevolmente pensare che anche un solo mese in più di effettivo regno di Umberto avrebbe potuto aumentare ulteriormente i consensi, rendendo più difficile od impossibili le manipolazioni referendarie di Romita e le manovre nella magistratura di Togliatti.

Tutta la famiglia del nuovo Re, acquistava così il giusto risalto, sintetizzato nel bellissimo ed unico manifesto stampato per la Monarchia, con la foto della Famiglia Reale nei giardini del Quirinale, e Maria Josè, come Regina acquisiva prestigio ed aumentava simpatie, ed a proposito delle insinuazioni su un preteso “repubblicanesimo” della Regina, solo perché il successivo 2 giugno non volle ritirare la scheda per il “referendum” istituzionale, sempre nel diario di Lucifero, in data 22 aprile vi è la notizia di una festa di beneficenza alla quale la Principessa aveva presenziato con i principini, dove, essendo stata suonata la Marcia Reale, Maria Josè esclamasse: “ Finalmente. Era tanto che non la sentivo !”.

 

Inizio del Regno

Risolti i problemi giuridici con De Gasperi si apriva un periodo di 20 giorni drammatici perché a questo punto, il nuovo Re doveva assolutamente scendere in campo per difendere e riaffermare il ruolo e la funzione della Monarchia, e più precisamente di una Monarchia che rinnovasse i valori con i quali si era affermata nella Italia del Risorgimento, adeguandoli alle mutate condizioni storiche politiche e sociali. E se le giornate, quando era Luogotenente, iniziavano prestissimo alle sei del mattino e si concludevano oltre la mezzanotte per potere assolvere ai compiti istituzionali, visitare i soldati del Regio Esercito e le località via via liberate e ricevere infine tutte le persone che facevano richiesta di incontrarlo, adesso come Sovrano il tempo era ancor più necessario a meno di un mese dalle elezioni, che erano state irrimediabilmente fissate per il 2 e 3 giugno, data che non poteva essere più modificata, anche se molti in campo monarchico, lo richiedevano. E così il 10 maggio, primo giorno di Regno, i Reali alle 7 della mattina ascoltarono la Santa Messa nella Cappella del Quirinale e successivamente si affacciarono al balcone della Reggia per rispondere alle acclamazioni della folla accorsa a festeggiarli, e nello stesso giorno il Re indirizzava al popolo italiano un nobile messaggio.

La modifica della originale legge relativa alla Costituente, con il contemporaneo voto referendario, che oltretutto ricordava i plebisciti che avevano sancito l’adesione degli abitanti dei precedenti stati al Regno costituzionale di Vittorio Emanuele II e suoi successori, dava una precisa motivazione ad una presenza personale del nuovo Sovrano, che scendeva in campo per difendere la sua Casa, in quanto sulla scheda, per la Monarchia, il simbolo scelto era stato lo stemma sabaudo, sormontato dalla Corona. Ben diverso sarebbe stata la posizione del Re se si fossero tenute le sole elezioni per l’Assemblea Costituente, con liste partitiche, dove non era presente un partito monarchico, e quindi qualsiasi suo intervento poteva sembrare una indicazione che avrebbe contrastato con la posizione “super partes”, tipica della istituzione monarchica.

Per il resto in quel periodo l’attività legislativa fu molto ridotta se si eccettua il decreto istitutivo della autonomia della Sicilia, Regione a Statuto Speciale, che veniva a concludere due anni difficili, in cui in Sicilia, si era arrivati a chiedere l’indipendenza, costituendo addirittura un esercito, l’EVIS, con i suoi gradi e gerarchie, e solo con un adeguato contenimento da parte delle forze dell’ordine e dell’esercito, la minaccia secessionistica era stata sconfitta, ma era appunto opportuno tenere conto di queste richieste di autonomia ed inserirle nel quadro unitario così da non metterlo più in discussione. E di questo rinnovato spirito unitario fu testimonianza il successivo referendum istituzionale che vide i siciliani votare a grandissima maggioranza per la Monarchia Sabauda, con punte superiori all’80 per cento in diverse città, a dimostrazione che in uno stato monarchico le autonomie non avrebbero intaccato quella unità attuatasi il 17 marzo 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, e completata poi nel 1866 con il Veneto, nel 1870 con Roma ed infine nel 1918 con Trento e Trieste, raggiungendo i confini storici e geografici.

Fu pure significativa la nomina di Luigi Einaudi, monarchico a viso aperto, già dall’anno precedente, Governatore della Banca d’Italia, a Commissario dell’Istituto della grande Enciclopedia Treccani, che così poteva riprendere il suo cammino storico di vero monumento della cultura italiana.

Abbiamo accennato all’assenza nella competizione elettorale di un partito monarchico, anche se in realtà i due maggiori raggruppamenti esistenti dal 1944, che si richiamavano alla Monarchia Sabauda, il Partito Democratico Italiano di Enzo Selvaggi e la Concentrazione Democratico Liberale di Alberto Bergamini ed Alfredo Covelli, avevano concluso un accordo elettorale, con il nome di Blocco Nazionale della Libertà, e simbolo una “Stella a cinque punte”, senza alcun riferimento visivo sabaudo, presentandosi in quasi tutte le circoscrizioni. In realtà, per completezza di informazione, vi furono alcune liste (Alleanza Monarchica Italiana – voti 30.505; Movimento Democratico Monarchico Italiano – voti 29.916 e Partito Patriottico Monarchico Rinnovatore – voti 11.102) con simboli monarchicizzanti che raccolsero complessivamente 71.523 i voti, disperdendoli senza raggiungere il quorum per la elezione di un deputato, per cui gli unici deputati dichiaratamente monarchici, quali esponenti di partiti o movimenti monarchici furono i 16 del Blocco della Libertà, che aveva avuto 636.489 voti, anche se numerosi furono, purtroppo minoritari rispetto al totale dei “Costituenti”, altri deputati di convinzioni monarchiche eletti nelle liste della Democrazia Cristiana e, particolarmente, della Unione Democratica Nazionale (PLI + Democrazia del Lavoro) e dell’Uomo Qualunque, molti dei quali successivamente entrarono o nel Partito Nazionale Monarchico, sorto all’indomani del referendum, per dare ai monarchici una propria voce partitica, o nella Unione Monarchica Italiana che doveva unire quanti, pur monarchici, ritenevano non dovere lasciare il proprio partito.

 

I venti giorni prima del referendum

Ritornando al Re, dopo, il 14 maggio quando inviò un opportuno messaggio di saluto agli italiani d’America, tramite il diffuso giornale “Progresso Italo-Americano”, diretto da Generoso Pope, in modo che gli stessi scrivessero ai loro parenti in Italia in favore del voto alla Monarchia, iniziarono il 18 le sue visite alle principali città italiane, e caratteristica di queste visite furono i messaggi inviati alla popolazione delle città dove si era recato, con riferimenti storici specifici per ciascuna di queste, di cui il più significativo fu quello di Genova dove si accennava ad un secondo referendum, qualora la maggioranza, eventualmente raggiunta dalla Monarchia fosse stata troppo esigua. Questa promessa rientrava nella mentalità e sensibilità democratica del Re, che riteneva che il nuovo Regno dovesse basarsi su di un largo consenso popolare. Non si doveva infatti dimenticare la precedente esperienza del Regno, dopo il 1861, quando la Monarchia aveva saputo lentamente attrarre nella sua orbita molti repubblicani, per cui, anche un modesto risultato positivo nel 1946 poteva essere seguito da un successivo risultato migliore, sia per il ravvedimento di molti che avevano votato repubblica per disinformazione, sia per il voto delle centinaia di migliaia di italiani che non avevano potuto votare il 2 giugno e che mai, successivamente, furono interpellati in ordine al problema istituzionale. Ragion per cui, anticipando i risultati ufficiali del voto referendario del 1946 ( repubblica -voti 12.717.923; Monarchia – voti 10.719.284), tenendo conto dei voti nulli ( 1.509.735) e di queste centinaia di migliaia di cittadini che non potettero votare, e che assommano ad oltre due milioni, possiamo affermare serenamente che la repubblica, il cui vantaggio ufficiale sul numero complessivo dei votanti (24.946.942), già si era ridotto a soli 244.451 voti, è stata scelta da una minoranza degli italiani!

Oltre alle visite nelle principali città italiane, e al ricevere, al Quirinale tutti coloro che ne facevano richiesta, il primo atto di Umberto II, l‘11 maggio, era stata la richiesta, usuale nella tradizione monarchica all’avvento di un nuovo Re, di un’ampia amnistia politica, militare ed amministrativa che facilitasse la pacificazione interna, ma venne a cozzare con la volontà del Guardasigilli, che era appunto il leader comunista Palmiro Togliatti, il quale frappose tutti i possibili ostacoli, offrendo una ridicola amnistia che, a questo punto, il Re logicamente rifiutò. Si aveva con questo episodio la conferma che avendo subito la presenza nei due dicasteri principali, Giustizia e Interni, di due repubblicani dichiarati, la Monarchia era già condannata, prima ancora del risultato elettorale! Per la storia ricordiamo che quell’ampia amnistia negata ad Umberto II, fu poi predisposta e concessa, dopo il referendum, dalla repubblica.

Come detto le visite iniziarono con la Sardegna, arrivando a Cagliari, il 18 maggio, di prima mattina, proseguendo lungo la strada intitolata a “Carlo Felice” per Sassari ed Alghero, fermandosi brevemente anche a Macomer, per tornare nuovamente la sera a Cagliari accolto da una grande manifestazione di entusiasmo popolare. Sia in queste sue prime visite, sia in quelle successive nulla avevano fatto le autorità prefettizie per dare notizia della visita alla popolazione, per cui il radunarsi delle folle fu sempre spontaneo. Nel caso della Sardegna si deve ricordare anche l’interessamento del Re, che volle visitare le zone colpite da una impressionante invasione di cavallette, intrattenendosi con operai e gente del luogo.

Dove però l’entusiasmo popolare raggiunse il culmine, fu l’indomani, 19 maggio, a Napoli, dove Piazza del Plebiscito non fu sufficiente a raccogliere la folla inneggiante al Re ed a Casa Savoia, dimostrazione di una fedeltà che portò, dopo il referendum, a pacifiche, ma imponenti, manifestazioni monarchiche che la polizia, riempita da Romita con esponenti provenienti da gruppi partigiani di sinistra, stroncò nel sangue, in quelle tragiche giornate che hanno visto cadere, arrossando con il loro sangue le strade di Napoli, undici giovani, il più giovane, Carlo Russo, aveva 14 anni, tra i quali era anche una donna, l’unica non napoletana, ma milanese, Ida Cavalieri, di 19 anni, passati alla storia come “martiri di Via Medina”.

Bisognava però puntare al Nord! Per due anni e più, prima con i giornali “repubblichini”, poi con i giornali ciellenisti il Re, Casa Savoia, la Monarchia erano stati oggetto di una campagna diffamatoria, condotta con una virulenza polemica alla quale solo dopo la Liberazione aveva potuto cominciare ad opporsi qualche voce monarchica, con, ad esempio, il quotidiano “Corriere Lombardo”, diretto da Edgardo Sogno ed “Il mattino d’Italia”, che era praticamente quello che l’Italia Nuova aveva rappresentato a Roma e nel Mezzogiorno, per cui la presenza del nuovo Re rappresentava la prima importante riaffermazione che la Monarchia ancora esisteva, e non era cessata come la avevano definita gli avversari. E la prima città dove recarsi il 22 maggio non poteva non essere per il Re, già Principe di Piemonte, che Torino, capitale del Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna ed infine Regno d’Italia. E di questi motivi storici, dinastici e risorgimentali è composto il proclama lasciato, dopo una giornata che aveva visto Umberto II, visitare la mensa per i poveri, un asilo nido, la Basilica di Superga e la “Consolata” e poi ricevere centinaia di cittadini che, appreso della presenza del Re, volevano salutarlo, e tra questi anche qualche comunista. Il Re, che in questi viaggi era sempre accompagnato, tranne che a Genova, dal Ministro Lucifero, che serviva di collegamento con la autorità, dopo aver predisposto il programma delle visite, non mancò mai di incontrare le massime autorità ecclesiastiche delle città visitate, in molti casi Cardinali, che specie nelle città del Meridione, propendevano per il mantenimento dell’istituto monarchico, storicamente congeniale alle locali popolazioni.

Stanco della giornata torinese o forse per rivedere il luogo dove era nato, Umberto volle recarsi la mattina successiva a Racconigi, per poi rientrare a Roma dove lo attendevano altri visitatori, tra cui alcuni importanti industriali, il che è significativo perché queste persone non si erano fatte vive prima della sua ascesa al Trono, come pure aveva ricevuto l’omaggio dei Senatori del Regno. Questo soggiorno romano durò alcuni giorni che servivano per gli incontri sopra citati ed a Lucifero per gli ultimi tocchi della campagna elettorale monarchica, di cui aveva preso le redini da alcune settimane e per definire il messaggio che avrebbe letto alla Radio, dato che era rimasto insoddisfatto di quanto preparato da collaboratori.

E la mattina del 28 il Re era a Palermo dove fu oggetto di un’altra manifestazione delirante della folla accorsa, stimata in 200.000 persone, come giorni prima a Napoli. Poi visita a due ospedali e forse per ricrearsi lo spirito una corsa a Monreale, per rivedere l’eccezionale mosaico del Duomo. Poi a Trapani e l’indomani a Catania, Messina, sempre accolto da folle numerose e plaudenti, attraversando lo Stretto su di una torpediniera della Regia Marina, per raggiungere Reggio Calabria. E questo entusiasmo, questa folla che si stringeva fisicamente al suo Re, portarono a strappi della giacca e della camicia, come non era avvenuto, né avvenne in seguito per tanti capi partito e per i presidenti della repubblica.

La scadenza elettorale si avvicinava e mancava nel calendario delle visite la più importante città del Nord, Milano, nonché Genova e Venezia. Ed a Genova, il 31 maggio, il Re nel proclama prospettava un secondo referendum come già scritto in precedenza. Proposta e promessa altamente democratica, che non ebbe alcun riscontro nei repubblicani, che mai pensarono ad un secondo referendum, ad esempio, per l’approvazione popolare della nuova Costituzione. L’indomani Milano e Venezia, dove se vi furono applausi, vi furono anche fischi, che erano scontati, ma specie a Venezia dove il Re percorse le calli in un motoscafo vi furono maggiori manifestazioni di simpatia.

Avvicinandosi alla chiusura della campagna elettorale, il 24 maggio, vide ancora una imponente manifestazione monarchica al comizio in Piazza del Popolo, che ebbe tra gli oratori il generale Bencivenga, che era stato il principale esponente della Resistenza a Roma, dopo la cattura e l’uccisione del colonnello Montezemolo. Folla che volle poi salire al Quirinale, ostacolata dalla Polizia, dove Romita, come già detto, aveva immesso migliaia di ex partigiani social comunisti, come documentò il quotidiano “Italia Nuova”, acclamando al Re, che si affacciò al balcone, prima solo, poi con la Regina ed i principini.

Chiuse infine la campagna elettorale per la Monarchia alla Radio, il Ministro Lucifero con un calmo e nobile discorso, ragionato ed obiettivo, in cui venivano tratteggiate le linee di una moderna, rinnovata Monarchia, sempre più aperta al popolo ed ai problemi sociali, come del resto era stata la tradizione sabauda, ed anche il desiderio del Padre, frustrato dall’atteggiamento miope e controproducente dei socialisti, incapaci di imboccare la strada del riformismo e della collaborazione governativa, come era accaduto in altri stati monarchici, con vantaggio delle classi lavoratrici.

 

Il referendum

La data stabilita era il 2 con prosecuzione nel giorno successivo, 3 giugno, fino alle ore 12, dopo di che sarebbe iniziato lo spoglio delle schede, cominciando da quelle del referendum istituzionale. La Regina votò il 2 e non avendo ritirato la scheda del referendum fu quasi accusata di essere repubblicana, non comprendendone la signorilità del gesto, lo stesso che la mattina del 3, avrebbe fatto il Re, che non intendeva votare per sé stesso, sempre per quella superiore visione di imparzialità e disinteresse personale che lo aveva contraddistinto nei due anni di Luogotenenza.

Adesso si entra nelle vicende del conteggio dei voti, con una lettera iniziale del 4 giugno, di De Gasperi a Lucifero, attestante una maggioranza monarchica, che l’indomani 5 giugno, veniva ribaltata, con un vantaggio per la repubblica, di due milioni di voti, ormai incolmabile. Di fronte a questi risultati il Re prese una amara decisione, altrimenti inspiegabile, di far partire da Napoli per il Portogallo, la Regina ed i principini sull’incrociatore “Duca degli Abruzzi”, che, un mese prima aveva portato in esilio, in Egitto, il Re Vittorio e la Regina Elena, che, per la storia, furono accolti regalmente dall’allora Re Farouk, prendendo residenza in una modesta villetta, denominata “Villa Jela” (nome di Elena in montenegrino ). Ed in questa villa ad Alessandria d’Egitto, si spense il successivo 28 dicembre 1947, il Re Vittorio Emanuele, avendo, sempre grazie alla signorilità di Farouk, funerali imponenti, con l’esercito egiziano schierato, presenti i Reali di tutte le maggiori famiglie, oltre logicamente al Re Umberto ed i Savoia, per essere tumulato in una semplice tomba nella Chiesa di Santa Caterina da dove, dopo settant’anni, rientrato il feretro in Italia, è stato accolto nel Santuario di Vicoforte, opera di un suo avo, Carlo Emanuele I.

Sempre in questa giornata il Re ritenne di dover lasciare in deposito nel caveau della Banca d’Italia le gioie della Corona, con la scritta “a chi di dovere”, atto ancora una volta di una estrema signorilità perché, obiettivamente, appartenevano a Casa Savoia, come esclamò Einaudi, presente quale Governatore, “ma perché non se le porta via. E’ tutta roba sua”, gioie che Lucifero scrive “…io vedo per la prima volta e che sono davvero meravigliose: valgono più di un miliardo”.

Tornando alle vicende post referendarie inizia qui il drammatico scontro tra il Re, che vuole il rispetto della legalità democratica e che tutto si svolga regolarmente, con il controllo della Corte Suprema di Cassazione, cui per legge spettava il controllo finale dei risultati, ed il Governo, in cui la quasi totalità dei ministri repubblicani, ritiene oramai decisa la vittoria repubblicana e legittimo il risultato, e non vede cosa aspetti il Sovrano a lasciare anche lui l’Italia. Ma il 7 giugno alcuni politici di parte monarchica, in primo luogo Enzo Selvaggi, ed alcuni giuristi di Padova trovano che alle cifre esposte da Romita, manca qualcosa di molto importante e cioè il numero totale dei “votanti”, come scritto nelle legge, sul quale calcolare la effettiva maggioranza dei voti e da qui nascono i ricorsi alla Corte di Cassazione sul significato di “votante”, mentre giungono alla stessa centinaia di ricorsi su singoli fatti avvenuti nelle sezioni prima e durante gli scrutini. Il Re che deve consultarsi con i suoi consiglieri, divisi tra i fautori della maniera “forte” nei confronti del Governo e quelli più propensi a soluzioni diplomatiche, divisione di punti di vista che durerà fino alla scelta del 13 giugno, si reca in una visita già definibile di “commiato”, la sera del 7, alle 19,30, in Vaticano, da Pio XII. L’incontro privato di trenta minuti, ha ormai solo un carattere protocollare ed il Pontefice, accomiatandosi dal Re ha per Lui nobili parole, “E’ nel segno del rispetto della legge divina ed umana, che Vostra Maestà troverà, in questi giorni amarissimi, la giusta strada, secondo le tradizioni della sua Casa”, ma che ormai non possono portare ad alcun risultato pratico. E di questo carattere privato e politicamente inutile la controprova è nel diario di Lucifero che alla data del 7 non ne fa alcun accenno, avendo avuto invece incontri importanti, fra i quali quello con Massimo Pilotti, Procuratore Generale della Cassazione.

La Chiesa infatti si era mantenuta piuttosto equidistante sul problema referendario anche se fra le righe del messaggio papale poteva scorgersi una certa contrarietà a cambiamenti istituzionali, ma era abbastanza noto che i due maggiori collaboratori del Pontefice, i monsignori Montini e Tardini, fossero uno più propenso alla soluzione repubblicana e l’altro al mantenimento della Monarchia. Del resto nessuna pressione era stata esercitata sul partito democratico cristiano che si era pronunciato nel suo congresso prima del referendum a maggioranza degli iscritti (circa un milione) particolarmente i giovani ed i maggiorenti del partito, per la repubblica, maggioranza che non corrispose a quella dei suoi elettori che furono 8.083.208 (ottomilioniottantatremiladuecentootto) dei quali la stragrande maggioranza votò per la Monarchia.

Nella giornata dell’8 giugno da parte del Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, Tullio Benedetti, che era stato eletto alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà, viene inviata una lettera all’ammiraglio Stone per sottolineare la irregolarità del referendum, ma la lettera rimane senza risposta. Gli anglo-americani pilatescamente si lavano le mani circa le vicende elettorali ed a nulla pure giova un incontro del generale Infante sempre con Stone, malgrado una amicizia personale tra i due militari. La Monarchia, abbandonata anche da generali spergiuri e da una parte della nobiltà, da sola aveva affrontato la battaglia referendaria e sola era anche adesso, con il solo popolo, altrimenti non si spiegherebbero i milioni di voti ottenuti, mentre i “poteri forti” nazionali ed internazionali avevano parteggiato per la repubblica, facendo in particolare, per quelli nazionali, della Monarchia il “capro espiatorio” delle loro colpe ben maggiori, per cui, come scrisse un grande giornalista liberale, Manlio Lupinacci, “la Monarchia non è stata sconfitta, è stata tradita”. Del resto gli americani erano fondamentalmente e storicamente contrari alle monarchie e nel Regno Unito, dal 1945, non vi era al governo Churchill, di cui conosciamo i lusinghieri giudizi sulla figura di Umberto, battuto alle elezioni dal laburista Attlee.

Queste manovre di esponenti del governo sulla magistratura per affrettare la proclamazione della repubblica, con pressioni e motivazioni menzognere sul Presidente Pagano portano ad una riunione ufficiale della Corte Suprema di Cassazione, il pomeriggio del 10 giugno, a Montecitorio nella Sala della Lupa, ma il Presidente Pagano si limita alla lettura dei dati pervenutigli, con i voti attribuiti alle due forme istituzionali, rinviando ad una successiva seduta i dati definitivi. Questa lettura provoca un grande scorno nel campo repubblicano e dà motivo al Re, di attendere, sempre sereno e fiducioso, la seconda riunione, da tenersi dopo l’esame delle contestazioni, delle proteste, dei reclami e dei ricorsi.

Il Guardasigilli Togliatti non era stato però in tutti i mesi precedenti con le mani in mano per cui la Suprema Corte aveva già, al suo interno, una parte “governativa”, guidata dal Consigliere Brigante, e di questo si sarebbe avuta la prova in occasione della discussione del ricorso sul numero dei votanti, quando contro il parere espresso dal Procuratore Generale, 12 consiglieri votarono contro l’accoglimento dei ricorsi e solo sette, compreso il Presidente Pagano, a favore. Perciò si doveva mettere il Re di fronte al “fatto compiuto”, e dal 10 al 12 giugno si susseguono tra il Presidente del Consiglio, De Gasperi, Lucifero ed il Re incontri e scontri, per costringerLo a partire, tanto che il Re, in quella che sarebbe stata l’ultima notte in territorio italiano, pernottò in una abitazione privata, a via Verona 3, raggiungibile solo attraverso il generale Graziani, dopo essere stato a cena a casa dell’amico giornalista Luigi Barzini, circostanza che denota la tranquillità del Re che non immaginava quanto stava avvenendo nel Consiglio dei Ministri. Ed il Ministro Lucifero quando si reca da Lui il 13 mattina alle 8,30, con il comunicato del Governo che proclamava De Gasperi, quale Presidente del Consiglio, nuovo capo dello stato, facendo del Sovrano un privato cittadino, trova il Re già al corrente, perché avvertito dal Barzini, così da questa ora iniziano, per terminare alle 15,30 le sette ore più drammatiche della vita del Re e della moderna storia d’Italia.

 

Epilogo

In queste ore infatti si decide se e come reagire alla decisione del Governo, presa alle 2 di notte, con il voto unanime del Consiglio dei Ministri, eccettuato il voto del liberale Leone Cattani, Ministro dei Lavori Pubblici, e l’astensione di De Courten, ministro della Marina, che si riteneva ministro tecnico. Si scontrano nuovamente i fautori di una risposta forte, che già il Re in precedenza aveva respinto perché avrebbe portato fatalmente alla guerra civile, che per il Sovrano, e lo era stato anche per il Padre in occasione di determinate decisioni (firma cosiddette leggi razziali ed entrata in guerra nel 1940, che ora ipocritamente gli vengono rinfacciate), significava un trono macchiato di sangue e la rottura dell’unità nazionale che era stata raggiunta proprio con e grazie alla Casa Savoia. A queste considerazioni storico politiche si aggiungeva la profonda fede religiosa di Umberto alieno dalla violenza ed il suo senso di responsabilità ed umanità, perché fossero evitati nuovi morti.

Le quattro alternative erano le seguenti: dimettere il Ministero ribelle e nominarne uno nuovo; tacere ed andare avanti come se nulla fosse accaduto; rimanere protestando; protestare e partire. Il Re respinse subito i primi due, mentre ci si soffermò sul terzo, in quanto alcuni consiglieri ritenevano che il Re, con la sua sola presenza in Roma poteva esercitare una influenza morale sulla Corte di Cassazione, essere cioè l’unica vera forza per coloro che intendevano rispettare la legge. Anche questa ipotesi fu però scartata per cui rimase l’ultima e fu questa che il Re scelse. Si apriva però il problema di una legittima protesta e quindi della stesura del proclama che partendo, Umberto II, avrebbe indirizzato alla nazione. Proclama alto e preciso nella rivendicazione dei diritti calpestati, ma netto altrettanto nell’invito ai monarchici di astenersi da qualsiasi atto di rivolta verso le nuove istituzioni.

I consiglieri del Re in questa ultima mattina furono, come già in precedenza, il giurista Carlo Scialoia, il senatore Alberto Bergamini ed i politici Enzo Selvaggi e Roberto Lucifero, che insieme con Bergamini erano stati eletti alla Costituente nel già citato Blocco della Libertà, e, logicamente il Ministro della Real Casa. I “politici” erano per una risposta forte e fino all’ultimo pregavano il Re, “Maestà non parta”, ma, tenuto conto della volontà del Sovrano, addivennero alla stesura di quel messaggio agli italiani, dove, dopo una prima bozza in cui si definiva l’atto del Governo, come un “colpo di stato”, si affermava egualmente chiaro e forte che si era trattato di “un gesto rivoluzionario, unilaterale ed arbitrario”, che aveva posto il Re nella alternativa da Lui rifiutata “di provocare spargimento di sangue”. Così Umberto II compiva, con la partenza per l’esilio un “sacrificio nel supremo interesse della Patria”, ma elevava al tempo stesso una ferma protesta contro la violenza perpetrata. Ma a questa protesta il Re faceva seguire, coerente con la nobiltà del suo atteggiamento tenuto dal 5 giugno del 1944, un invito ai monarchici di continuare ad operare per il bene della nazione, sciogliendo infine, quanti lo avevano prestato, dal giuramento di fedeltà al Re, ma non alla Patria.

Così, alle ore 16,09 del 13 giugno, il velivolo “S.M.95”, ovvero un “Savoia Marchetti”, con a bordo Umberto II, si levava in volo, dall’aeroporto di Ciampino, e contemporaneamente veniva ammainata la bandiera tricolore con scudo sabaudo e corona reale, dalla Torre del Quirinale.

 

Considerazioni finali

Solo oggi dopo 72 anni si può capire e constatare che, ammainando quella bandiera, che era quella del Risorgimento e della Unità Nazionale, non si ammainava un pezzo di stoffa, ma un insieme di valori dalla fedeltà, all’onore, all’amor di Patria, alla lealtà, al senso del servizio verso lo Stato ed il Sovrano, allo spirito unitario e nazionale, che avevano accompagnato prima l’ascesa dell’Italia, ed allora, anche dopo lutti e dolori della guerra, già ne stavano accompagnando la ripresa, della quale aveva posto le basi il vecchio Re, ed ora stava proseguendo il nuovo Sovrano, come, tardivamente, ed in molti casi, ipocritamente, riconobbero anche gli avversari.

 

appendici:

Proclama al popolo italiano in occasione dell’assunzione al trono – 10 maggio 1946-

 

“Italiani!

il mio Augusto Genitore, effettuando il proposito manifestato da oltre due anni, ha abdicato al trono nella fiducia che questo Suo atto possa contribuire ad una più serena valutazione dei problemi nazionali nella pace imminente. Nell’assumere da Re quegli stessi poteri che ho esercitato come Luogotenente Generale, ho la piena consapevolezza delle responsabilità e dei doveri che mi attendono.

Fiero e commosso ricordo i Caduti della lunga guerra, i Morti nei campi di concentramento, i Martiri della liberazione e rivolgo il mio pensiero agli italiani della Venezia Giulia e delle terre d’oltremare che invocano di rimanere cittadini della Patria comune, ai prigionieri di cui aneliamo il ritorno, ai reduci a cui dobbiamo ogni riconoscenza, a tutte le incolpevoli vittime della immane tragedia della Nazione.

La volontà del popolo espressa nei comizi elettorali determinerà la forma e la nuova struttura dello Stato, non solo per garantire la libertà del cittadino e l’alternarsi delle parti al potere, ma per porre altresì la Costituzione al riparo da ogni pericolo e da ogni violenza, Nella rinnovata Monarchia costituzionale, gli atti fondamentali della vita nazionale saranno subordinati alla volontà del Parlamento, dal quale verranno anche le iniziative e le decisioni per attuare quei propositi di giustizia sociale che, nella ricostruzione della Patria, unanimi perseguiamo. Io non desidero che essere primo fra gli Italiani nelle ore dolorose, ultimo nelle liete, e nelle une e nelle altre restare vigile custode delle libertà costituzionali e dei rapporti internazionali che siano fondati su accordi onorevoli ed accettabili.

Italiani!

Mentre nel mondo sussistono divergenze e divisioni e affannosamente si ricerca la via della pace, diamo esempio di concordia nella nostra Patria martoriata, con quella tolleranza che ci è suggerita dalla nostra civiltà cristiana. Stringiamoci tutti intorno alla Bandiera sotto la quale si è unificata la patria e quattro generazioni di italiani hanno saputo laboriosamente vivere ed eroicamente morire.

Davanti a Dio giuro alla nazione di osservare lealmente le leggi fondamentali dello Stato che la volontà popolare dovrà rinnovare e perfezionare. confermo altresì l’impegno di rispettare, come ogni italiano, le libere determinazioni dell’imminente suffragio che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria

UMBERTO

 

Messaggio del Re Umberto II all’atto della partenza - 13 giugno 1946-

 

Italiani!

Nell’assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima, e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. Eguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione,alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum. Di fronte alla comunicazione dei dati provvisori e parziali fatti dalla Corte Suprema, di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli ; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancor ieri, ho ripetuto ch’era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta.

Improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale ed arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.

Italiani!

Mentre il Paese da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore ed altre lacrime siano risparmiate al popolo che già tanto ha sofferto.Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola ; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il Governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare nuovi lutti e nuovi dolori.

Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta: protesto nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio ed ogni sospetto.A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l’esortazione a volere evitare l’acuirsi dei dissensi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gtavi le condizioni del trattato di pace, Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia patria.

Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà del Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia ed il mio saluto a tutti gli Italiani.

Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.

Viva l’Italia

Roma, 13 giugno 1946

UMBERTO

 

BIBLIOGRAFIA:

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2) Falcone Lucifero, L’ultimo Re –Diari del Ministro della Real Casa 1944-1946, Mondadori, Le Scie, ottobre 2002

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4) Ludovico Incisa di Camerana, L’ultimo Re – Umberto II di Savoia e l’Italia della Luogotenenza, Garzanti, Milano 2016

5) Gianni Oliva, Umberto II. L’ultimo Re, Mondadori, Milano 2000

6) Aldo A.Mola, Declino e crollo della Monarchia in Italia, Mondadori, Le Scie, 2006

7) Giovanni Artieri, Cronaca del Regno d’Italia – volume II, Mondadori, Milano, 1978

8) Giovanni Artieri, Il Re, Edizioni del Borghese, Milano 1959 (il libro a cura di P. Cacace e F. Perfetti è stato ripubblicato con il titolo Umberto II –il Re Gentiluomo- Colloqui sulla fine della Monarchia, Le Lettere, Firenze, 2002)

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10) Franco Malnati, La grande frode, Bastogi, 1997

11) Paolo Monelli, Il giorno del Referendum, Le lettere, Firenze, 2007

12) Luigi Barzini, La verità sul referendum, Le lettere, Firenze, 2005

13) Aldo A. Mola, Storia della Monarchia in Italia, Bompiani, 2002

14) Aldo A. Mola, Il referendum Monarchia- Repubblica del 2-3 giugno 1946 – Come andò davvero, Bastogi, 2016

15) Domenico Fisichella, Dittatura e Monarchia – L’Italia tra le due guerre, Carocci, Roma, 2014

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19) Francesco Cognasso, I Savoia, Corbaccio, Milano, 1999

20) Alfredo De Donno, I Re d’Italia- vita pubblica e privata dei Savoia-Carignano -1831-1946, Panella, Roma, 1971

21) Oreste Genta, S.M. Umberto II nei due anni di Regno, conferenza tenuta al Circolo REX il 21-1-1990, Editore INGORTP

22) Luciano Regolo, Il Re Signore, Simonelli, 1998

23) Vincenzo Staltari, Umberto II, Istituto Teano, 2003

24) Franco Garofalo, Un anno al Quirinale, Garzanti

25) Enrica Lodolo, I Savoia, Piemme, 1998

26) Silvio Bertoldi, Savoia – Album dei Re d’Italia, Rizzoli, Milano, 1996

27) Aldo A. Mola, Umberto II di Savoia, Giunti, 1996

 

 

Rinascita, declino e crollo del Regno di Napoli

di Domenico Giglio

Entrato a Napoli il 25 maggio 1734, lasciata dagli austriaci, ed incoronato Re di Napoli e Sicilia, il 3 luglio dello stesso anno, Carlo di Borbone ( 1716-1788), figlio di Filippo V, iniziatore della dinastia dei Borbone di Spagna e nipote del Re Sole, Luigi XIV, assumeva il titolo di Carlo VII, come Re di Napoli, divenendo Carlo III, quando nel 1759 lasciò Napoli per salire sul trono spagnolo . Iniziava così con lui la linea del Borbone di Napoli, dopo che per un brevissimo periodo, Carlo, aveva regnato sul Ducato di Parma, dove si era estinta la locale famiglia ducale dei Farnese, per cui anche in questo caso, dopo di lui, salì su quel trono, non un principe italiano, ma un altro Borbone, il fratello Filippo, da cui il ramo dei Borbone-Parma.

È logico ed evidente che tornare ad essere un Reame indipendente, anche se legato inizialmente alla Spagna, non poteva non essere accolto con favore da parte della parte pensante ed istruita dei due Regni originari, ora riuniti, dopo secoli di regime vicereale spagnolo, anche se taluni di questi vicerè si erano mostrati amministratori accorti ed onesti, e dopo il successivo breve periodo di governo austriaco . Era senza dubbio una dinastia straniera quella che iniziava a regnare, ma del resto in tutti quei secoli nessuna grande famiglia principesca napoletana e siciliana, aveva saputo o potuto ergersi a paladina dei due Regni, dando inizio ad una dinastia locale, tant’ è che quello di Sicilia, era stato assegnato nel 1713 ai Savoia, che vi regnarono fino al 1720, quando dovettero accettare il cambio con la Sardegna . Per cui la soluzione di una dinastia esterna era, all’epoca, l’unica praticabile, in Italia, escluso il Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna, che aveva una dinastia autoctona da centinaia e centinaia d’anni, in quanto si erano estinte altre grandi famiglie, come i toscani Medici ed i già citati Farnese.

Era infatti ben triste che, in un reame vasto e popolato, il più grande di tutta l’ Italia, pensiamo a tutte le regioni che lo componevano, così diverse fra loro, e con un fiorire di ingegni brillanti nei campi della storia, dell’economia e della finanza, un nome per tutti : Giambattista Vico, il potere venisse esercitato dal rappresentante di una potenza straniera, ma il ritrovarsi un Re giovane e quindi desideroso di affermarsi e di realizzare opere durature nel tempo apriva una stagione positiva. E di questa sono testimonianza significativa lo stralcio di una lettera del 1754, scritta dal grande economista, Antonio Genovesi, riportata da Benedetto Croce nella sua “Storia del Regno di Napoli”, che con “Uomini e cose della vecchia Italia”, sono testi che andrebbero riletti e meditati : “…cominciamo anche noi ad avere una patria, e ad intendere quanto vantaggio sia per una nazione avere un proprio principe…”, e le realizzazioni imperiture quali la Reggia vanvitelliana di Caserta, dall’enorme palazzo e dal fascinoso parco, il palazzo di Capodimonte che ospitò la fabbrica reale delle porcellane che dal palazzo presero il nome, il Teatro San Carlo, e l’imponente Albergo dei Poveri. Ed a questo proposito è opportuno e interessante notare un parallelismo con le realizzazioni sabaude dei palazzi di Stupinigi, Racconigi, Venaria Reale, e della Basilica di Superga, avvenute anch’esse nell’arco di tempo del XVIII secolo, ad opera di due Sovrani che regnarono in quel periodo, Vittorio Amedeo II, dal 1684 al 1730, e, Carlo Emanuele III, dal 1730 al 1773.

Il governo del Regno era però affidato ad un uomo politico toscano di indubbio valore, Bernardo Tanucci, che governò dal 1737 al 1776, iniziando una tradizione di governanti stranieri, estranei alla vita dei popoli che dovevano guidare, come successivamente l’inglese John Acton, dal 1778 al 1806, ed il colonnello Pommereuil per l’esercito, per non parlare derl pesante intervento di certi ambasciatori inglesi dall’Hamilton al Bentinck, sì che da una influenza spagnola vivente Carlo III, si passasse ad una inglese e ad una austriaca, essendo la consorte del figlio di Carlo, Ferdinando, la principessa Maria Carolina, una donna dotata di forte volontà e personalità, degna figlia di Maria Teresa d’Austria.

Questa stagione di regno di Carlo, che vide anche importanti provvedimenti amministrativi e trattati commerciali, nonchè la rivendicazione della indipendenza dal papato, come l’abolizione del dono al Pontefice, della chinea, cavallo o mulo bianco, in segno di sottomissione, durò 25 anni, perché gli altri 29 anni della sua vita, furono dedicati alla Spagna, con aperture da sovrano illuminista, non proseguite dai figli che gli succedettero . Sul trono di Spagna, il primogenito, l’inetto Carlo IV (1748-1819), e sul trono di Napoli, il secondogenito, Ferdinando IV (1751-1825), il cosiddetto “Re Lazzarone”, per i suoi modi popolareschi che lo avvicinavano ai “lazzari” napoletani, succubo della moglie, con un notevole parallelismo nella vita tra i due fratelli.

Quindi il periodo aureo dei Borbone di Napoli coincide unicamente, con il primo sovrano, perché nel lungo regno di Ferdinando, dal 1759 al 1825, che inizia effettivamente nel 1768, alla raggiunta maggiore età, in quanto nei 9 anni tra il 1759 ed il 1768 la politica napoletana, era ancora diretta da Madrid con i Reggenti lasciati da Carlo VII, alla sua partenza da Napoli per la Spagna . Infatti in circa trent’anni di regno, prima che in tutta Europa ed anche perciò su Napoli si abbattesse la tempesta della rivoluzione francese e dei suoi eserciti rivoluzionari che scorrazzavano per l’Italia, ben poco di positivo può ascriversi a Ferdinando IV, che non fosse opera dell’Acton, come la scuola militare della Nunziatella, ancor oggi operante, se non la fabbrica di tessuti di San Leucio, interessante esperimento sociale oltre che tecnico, essendo passione dominante la caccia, passione che lo accompagnò per tutta la sua lunga vita . Ed a proposito della Nunziatella, la cui fondazione risale al 1787, è bene ricordare che la prima accademia militare, la Reale Accademia di Savoia, era stata istituita nel Ducato di Savoia da Carlo Emanuele II, nel settembre del 1677, quindi ben centodieci anni prima, ed inaugurata il primo gennaio 1678, con sede, a Torino, nel prestigioso palazzo progettato dal famoso architetto Amedeo di Castellamonte.

Tornando al Regno di Napoli, la tempesta arrivò alla fine del 1798 con l’esercito francese che scendeva verso Napoli e Ferdinando il 23 dicembre si imbarcò sull’ammiraglia di Nelson, la “Vanguard” e si trasferì con la corte a Palermo, dove non era mai stato nei precedenti 40 anni di regno . A Napoli si apriva così 23 gennaio 1799 la breve stagione della Repubblica Partenopea, debole di consenso popolare, ma ricca di adesione dei migliori ingegni del Regno. Vita breve, perché dalla Calabria risalivano le bande del cardinale Fabrizio Ruffo, che aveva avuto pieni poteri dal Re, e tra incendi e saccheggi, sia pure contro la volontà del Cardinale, di cui ricorderemo Cotrone (Crotone oggi), Palmi, Altamura, solo a titolo indicativo, e si avvicinavano a Napoli, dove i repubblicani non avevano messo radici, come spiega Vincenzo Cuoco, in un suo saggio diventato famoso per la precisione degli argomenti storici e politici e per la lucidità della esposizione.

Così nel giro di pochi mesi l’armata del Ruffo giungeva a Napoli, dove il popolo si dava alla caccia dei “repubblicani”, con una ferocia, che ritroveremo nei briganti di sessant’anni dopo nei confronti dei soldati italiani, “denudandoli, smembrandoli”, per poi innalzare le teste recise sulle picche, o giuocando con le stesse, arrivando ad arrostirle e divorarle, ed altre cose innominabili, che pure sono descritte dallo storico filo borbonico Harold Acton, nei suoi due fondamentali volumi sui “Borboni di Napoli”. Eccessi che provocavano lo sdegno del cardinale Ruffo, ma che non aveva i mezzi per evitarli. Così dopo cinque mesi, 19 giugno 1799 avveniva la capitolazione dei repubblicani, ed iniziava la repressione, della quale, è triste dirlo, fu incitatore il famoso ammiraglio inglese Nelson, con il processo sommario dell’ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo, impiccato il successivo 30 giugno, e con altri provvedimenti repressivi, contro la volontà del Ruffo, che pure aveva avuto pieno mandato dal Re, mentre la Regina, non dimenticando di essere la sorella della sfortunata Maria Antonietta, ghigliottinata dai repubblicani francesi, incitava a non avere pietà, “né tregua, né perdono”. Vi furono poi i processi con 1004 condanne, di cui 105 a morte, fra cui ricordiamo Pagano e Cirillo, 222 all’ergastolo, 288 alla deportazione e 67 all’esilio, ed altre minori . Famosa è rimasta l’esecuzione successiva di Luisa Sanfelice, per la salvezza della quale si era anche mossa, la nuora del Re, moglie del principe ereditario Francesco, che avendo partorito un figlio, aveva chiesto la grazia della vita.

Ferdinando poteva rientrare a Napoli il successivo 10 luglio, accolto con entusiasmo dal popolo, mentre le esecuzioni dei patrioti repubblicani e la repressione poliziesca iniziavano a scavare quel fossato tra la monarchia borbonica e gli intellettuali che con alterne vicende durò fino alla scomparsa della monarchia stessa, sostituita in questo caso, fortunatamente, da un’altra monarchia e da un’altra dinastia, i Savoia, in quanto tale istituzione era maggiormente congeniale alle popolazioni meridionali, come si ebbe a costatare il 2 giugno 1946, nel referendum istituzionale, con il voto a grandissima maggioranza favorevole al mantenimento della monarchia dei Savoia.

Il rientro a Napoli del Re ed il suo soggiorno intervallato da viaggi e ritorni a Palermo, durò fino al gennaio del 1806, quando essendo nuovamente l’esercito napoleonico penetrato nel regno, il 23 di detto mese Ferdinando con Maria Carolina, ripartì per la Sicilia, dove, protetto dagli inglesi, sarebbe rimasto fino al 7 giugno 1815, data del suo rientro definitivo a Napoli, come Ferdinando I, Re delle Due Sicilie, titolo assunto per la nuova denominazione del suo regno, dopo essere stato “quarto” per Napoli e “terzo” per la Sicilia.

Tra queste due date a Napoli furono insediati da Napoleone come Re, per non ripetere l’errore della repubblica del 1799, prima il fratello Giuseppe, entrato a Napoli l’8 febbraio 1806, e poi, dal settembre 1808, il cognato Gioacchino Murat, maresciallo dell’Impero, epico comandante della cavalleria francese, che rivelò notevoli doti di governante, mentre per Ferdinando la Sicilia si rivelò difficile da governare, esistendo da secoli, un parlamento che le vicende dell’epoca avevano risvegliato da un lungo sonno ed ora voleva legiferare, specie, nel campo finanziario, motivo per il quale del resto era nato anche il famoso parlamento inglese, ed avere una costituzione, che il Re, pressato anche dall’ambasciatore inglese Bentick, firmò nell’agosto 1812, per poi rinnegarla, l’8 dicembre 1815 dopo il ritorno a Napoli e lo scioglimento del parlamento siciliano già decretato il 23 luglio 1815. Anche qui si scavava un fossato tra i Borbone e la Sicilia, che avrebbe avuto la sua sanzione ufficiale e definitiva, nel 1848, in una famosa seduta del Parlamento, nuovamente riunitosi, che l’8 maggio 1848, proclamava la decadenza dei Borbone, dal Regno di Sicilia, denunciandone il “sistematico spergiuro” ed offrendo la Corona ad un altro principe italiano, individuato nel secondogenito di Carlo Alberto, Ferdinando, Duca di Genova, che non poté accettare essendo impegnato con il padre ed il fratello nella guerra contro l’Austria .

Con il 1815 si apriva un quinquennio scarso di avvenimenti, come in tutta l’Europa, nel quale però operavano nel silenzio e nel segreto alcune organizzazioni, in particolare la Carboneria, che trovava terreno fertile nei giovani ufficiali ed in altri militari dell’epoca murattiana, della quale in parte erano anche nostalgici, per cui all’alba del primo luglio 1820 due giovani tenenti, Morelli e Silvati, muovevano da Nola con un drappello di cavalleggeri, per richiedere la Costituzione, che all’epoca si immedesimava nella “Costituzione di Spagna”, della quale, molto probabilmente, ben pochi di quelli che la richiedevano, conoscevano il contenuto. Via via le file si ingrossarono, poi a Napoli vi furono cortei, adesioni, manifestazioni ed infine dopo giornate di scontri e violenze il 13 luglio 1820, Ferdinando, giurava fedeltà alla Costituzione ed il primo di ottobre si riuniva per la prima volta il Parlamento. Questa concessione non poteva essere vista con favore dalle potenze della Santa Alleanza, che avevano messo come cardine della loro politica interna, il governo assoluto ed il divieto di qualsiasi tipo di costituzione, per cui Ferdinando fu invitato, o meglio, costretto a recarsi a Lubiana, per discolparsi e per disconoscere la concessione effettuata. E per meglio sancire ed attestare questa decisione del Re, di rinnegare la Costituzione, si mosse un esercito austriaco, forte di 42.000 uomini. E’ nota la decisione del parlamento napoletano di opporsi con il proprio esercito, la sconfitta dello stesso, l’entrata a Napoli degli austriaci il 23 marzo 1821, che ridotti successivamente a 35.000 soldati, rimasero nel regno fino al 1827, a totale carico dell’erario napoletano per la notevole cifra complessiva di 85 milioni di ducati, che avrebbe potuto essere ben diversamente utilizzata, mentre Ferdinando tornava nella sua capitale il successivo 15 maggio. Per cui, anche se questo primo parlamento non si era dimostrato all’altezza della situazione, senza dubbio non facile, il suo scioglimento approfondì il famoso fossato, che il successivo breve regno di Francesco I (1777-1830), salito al trono nel 1825, e mancato ancora in giovane età, nel 1830, non ridusse, se non aggravò, se pensiamo alla rivolta del Cilento del 1828 ed alla sua spietata repressione, che, portò, fra l’altro alla cancellazione di un paese, Bosco, ed alla decisione di ricorrere a truppe mercenarie, arruolando alcuni reggimenti composti da svizzeri, anche qui con aggravio per le finanze statali, non fidandosi del proprio esercito, quando l’uso di truppe mercenarie era scomparso nelle altre nazioni europee, dove gli eserciti erano ormai nazionali, come secoli prima aveva auspicato il Machiavelli. Dello stato del Regno sono sintesi le frasi del Metternich che indicava nella corruzione e venalità la causa della decomposizione e del degrado del Regno stesso, mentre “…il Re tentenna, il governo privo di morale non incute né rispetto, né timore…,”. Ed a questo discredito si aggiungeva anche l’infelice risultato della spedizione navale del 1828 contro il Bey di Tripoli, per impedire le sue scorrerie, mentre un ben diverso esito positivo aveva avuto analoga spedizione della flotta del Regno di Sardegna.

È con l’ascesa al trono, l’8 novembre 1830, del figlio ventenne, Ferdinando II ( 1810-1859), e la concessione di una amnistia per i numerosi condannati politici, che si riaprirono le speranze di un miglioramento nei più vari settori ed il primo decennio, dal 1830 al 1840, vide diverse realizzazioni nel campo tecnico, una minore vessazione fiscale unita a tagli di spese inutili e superflue, prebende varie comprese, anche se la corruzione nell’amministrazione, sviluppatasi nei precedenti periodi era sempre diffusa, come pure era la camorra ed il brigantaggio, fenomeno endemico in quasi tutto il regno. Del nuovo Re era apprezzata anche l’affabilità nei confronti del popolo, mentre della sua prima consorte, la principessa Maria Cristina di Savoia, era nota la carità ed il suo influsso benefico nelle decisioni del Sovrano, Regina amata dal popolo, ma purtroppo mancata in giovane età, dopo aver dato alla luce l’erede al trono, Francesco (1836-1894).

Lo sviluppo del regno, anche dal punto di vista strettamente numerico della popolazione salita da 5.732.114 abitanti nel 1830 ai 6.177.598 del 1840, era però viziato da una politica economica autarchica, basata sul basso costo della mano d’opera e su dazi protettivi, per cui non aveva prospettive in una Europa che si apriva ad una discreta libertà di commercio, ed alla industrializzazione con sviluppo di strade normali e di quelle “ferrate”, che non servissero unicamente al collegamento tra due regge, come era avvenuto nel 1838, per i pochi chilometri della linea ferroviaria tra Napoli e Portici. Inoltre nel decennio successivo, dal 1840 erano riprese rivolte locali, duramente represse, cospirazioni e tentativi avventurosi di insurrezioni, finiti tragicamente, come accadde per i fratelli Bandiera, di nobile famiglia, nel 1844 e come poi fu nel 1857 per Carlo Pisacane, duca di nascita e, al tempo stesso, socialista. Nel mezzo tra queste due date anche il Regno delle Due Sicilie, dove già nel 1847 era uscita anonima una “Protesta del popolo delle Due Sicilie” (scritta in realtà da Luigi Settembrini) fu scosso dalle vicende del 1848, dalla caduta in Francia della monarchia orleanista, dalla rivolta di Vienna con la estromissione di Metternich, da analoga rivolta, in Ungheria e dalla richiesta ovunque di regimi non più assoluti con la concessione delle Costituzioni. In questo quadro si inserisce la ribellione della Sicilia nei confronti del dominio borbonico, successivamente repressa con durezza, culminante nell’assedio di Messina, sottoposta a ripetuti bombardamenti, fino alla sua resa nel settembre 1849. Così, Ferdinando II, che pure aveva un orrore istintivo per una monarchia costituzionale, dovette concedere la Costituzione, come aveva deciso anche il Granduca di Toscana, lo stesso Pontefice Pio IX e Carlo Alberto, che inoltre aveva levata la spada per l’indipendenza italiana, muovendo guerra all’Impero Austriaco, riuscendo inizialmente a coinvolgere anche Ferdinando, che aveva inviato a sostegno un consistente contingente del suo esercito.

Tutto questo fu un sogno di un mattino di primavera perché poi venne l’ordine di ritirare le truppe, e la costituzione con il parlamento appena eletto vennero praticamente soppressi, anche se ufficialmente erano solo “sospesi”, con condanne ed esilio della migliore classe dirigente del regno che trovò rifugio all’estero e di questo “estero”, faceva parte il Piemonte Sabaudo, dove la costituzione, lo “Statuto”, era stato conservato, così come la bandiera tricolore, ed un libero Parlamento legiferava, modernizzando la struttura dello Stato, ed il governo, composto dalla locale classe dirigente formatasi in decenni di lavoro e di fedeltà dinastica, presieduto da Camillo Benso, conte di Cavour, “tanto nomini, nullum par elogium”, impostava una politica estera spregiudicata, con lo scopo di estromettere l’Austria dall’Italia, così che nacque la “Società Nazionale”, dove erano confluiti i patrioti delle più varie provenienze ideologiche e regionali, che ebbe, come sintesi del suo programma, il motto: “Italia e Vittorio Emanuele”, che fu quello che Garibaldi lanciò ai siciliani, nel proclama di Salemi, il 14 maggio 1860.

È chiaro che questo sconvolgimento della vita politica in Italia non poteva non colpire Ferdinando che riteneva sicuro ed estraneo il suo regno, racchiuso tra l’acqua salata e l’acqua santa, mentre la frontiera dell’acqua santa, era in pericolo perché nel progetto unitario era prevedibile l’eliminazione dell’anacronistico ed antistorico Stato della Chiesa, e la fine del non certo evangelico potere temporale dei Papi. Senza ricordare i giudizi negativi di uomini politici inglesi, forse prevenuti nei confronti del Regno delle Due Sicilie, come Gladstone, senza dubbio il regime diveniva sempre più poliziesco e la sua indipendenza era in realtà un isolamento, che andava dall’ostilità inglese, alla quasi ostilità della Francia repubblicana e poi napoleonica, ed alla indifferenza della Prussia, della Russia e della stessa Austria, che ideologicamente era la più vicina, ma che si trovava a dover affrontare il problema dell’attacco al suo potere nelle regioni italiani a lei sottoposte. Inoltre preoccupava anche la salute del Re, che declinava senza una esauriente spiegazione medica. Di questo declino è testimonianza il racconto del viaggio per via di terra, da Napoli a Bari, per ricevere la sposa del figlio, la principessa bavarese Maria Sofia, sorella della Imperatrice d’Austria, Elisabetta. Racconto allucinante sia per lo stato delle strade, in pieno inverno (Ferdinando era partito dalla Reggia di Caserta l’8 gennaio 1859), sia per la salute del Re che peggiorava di giorno in giorno. L’arrivo a Bari, la permanenza, i consulti e consigli medici non ascoltati ed il viaggio, questa volta via mare, per ritornare a Caserta, dove si sarebbe spento il successivo 22 maggio, mentre da un mese circa era in corso in Lombardia la guerra dei franco-piemontesi contro gli austriaci, in quella seconda guerra d’indipendenza che avrebbe dato la svolta decisiva al processo unitario dell’Italia, che tanti anni prima era stato proposto, senza esito, proprio a Ferdinando.

In pratica potremmo dire che con la morte di Ferdinando inizia l’epilogo del regno, anche se la fine avvenne un anno e mezzo dopo, con il plebiscito di adesione alla Monarchia Costituzionale dei Savoia, con la successiva resa di Gaeta il 13 febbraio 1861 e la partenza del Re Francesco II, il successivo 14 febbraio, sulla nave francese “La Mouette” ed il suo esilio romano.

L’ascesa al trono del primogenito Francesco, ventitreenne, in un simile momento storico si era infatti presentata fin dall’inizio difficile, non tanto per la giovane età ed inesperienza del principe (non dimentichiamo che il padre era diventato Re a vent’anni, ma in un diverso momento storico!), quanto per l’assenza di consiglieri qualificati e politicamente adeguati ai tempi che si stavano vivendo, causa quel distacco tra dinastia e possibile classe dirigente, iniziato fin dall’epoca del primo Ferdinando e proseguito sotto i suoi successori che disprezzavano i “pennaruli”, ricambiati da analoga disistima e sfiducia degli stessi nei loro confronti. Perciò Francesco II, non trovò altra soluzione di richiamare il 4 giugno 1859, il settantacinquenne Carlo Filangeri, come capo del governo, incarico che tenne fino al successivo 16 marzo 1860, avendo un successore egualmente anziano, come anziano era l’ottantaduenne Winspeare, Ministro della Guerra, e i settantenni generali Lanza, Landi e Letizia, che di lì a pochi mesi avrebbero dovuto opporsi a Garibaldi.

Ed il giovane Re doveva anche guardarsi dalle camarille di Corte che facevano capo alla intrigante matrigna, l’austriaca Regina Madre. Maria Teresa, seconda moglie di Ferdinando II, che avrebbe preferito sul trono uno dei suoi figli. Così si persero mesi preziosi, pensando a lavori per porti, strade e ferrovie, progettati anche all’epoca del padre, ma non realizzati, lasciando inutilizzati i fondi che pur esistevano, mentre si trascurò la questione politica di un accordo con il Regno di Sardegna, come suggeriva lo zio del Re, Leopoldo, conte di Siracusa. Venne così nel maggio 1860 lo sbarco a Marsala di Garibaldi, e solo dopo, il 25 giugno, la firma della Costituzione tardivamente concessa, e l’adozione della bandiera tricolore con lo stemma borbonico. Che poi sul Volturno, i resti, ancora numerosi e bene armati dell’esercito napoletano abbiano combattuto valorosamente ed il Re fosse presente insieme con alcuni dei suoi fratellastri, non modifica l’esito negativo di questa ultima battaglia campale, dove Garibaldi dimostrò doti strategiche e non solo di audacia personale, ben diverse dalle incertezze e dai timori del comandante avversario, il generale Ritucci.

L’arroccarsi successivo dei Sovrani a Gaeta, fortemente fortificata, e la resistenza, prolungatasi oltre ogni logica militare, all’assedio di quella che era ancora l’Armata Sarda, dove erano già stati inseriti elementi delle regioni unitesi al Piemonte, e comandata dal Cialdini, se dette un giusto rinnovato risalto al valore delle truppe napoletane ed alle figure del Re e della Regina, sempre sugli spalti ed in mezzo ai soldati, confortando i numerosi feriti, non poteva mutare le sorti del Regno, come non lo mutarono successivamente i tentativi di rivolte inseritesi nel precedente brigantaggio, per le quali, dall’esilio romano di Francesco II, partivano migliaia di ducati per organizzarle e sostenerle, quando gli stessi ducati, anni prima non erano stati usati per costruire scuole, strade, ospedali e ferrovie.

Bilancio quindi globalmente negativo quello del regno borbonico, con un finale, nelle zone più interne del vecchio reame, di violenze ed atrocità contro i rappresentanti del nuovo stato unitario, che provocarono reazioni ampiamente giustificate anche se, forse, in qualche caso eccessive, quando avrebbero dovute essere invece meditate le nobili parole del proclama del generale Cialdini, quando volle far celebrare, il 17 febbraio 1861, una Messa per i caduti di entrambe le parti, sull’istmo di Gaeta: “Soldati, noi combattemmo contro italiani, e fu questo necessario, ma doloroso ufficio…..Là pregheremo pace ai prodi, che durante questo memorabile assedio perirono combattendo tanto nelle nostre linee, quanto sui baluardi nemici. La morte copre di un mesto velo le discordie umane e gli estinti sono tutti eguali agli occhi dei generosi. Le nostre ire non sanno sopravvivere alla pugna. Il soldato di Vittorio Emanuele combatte e perdona.”

(da "Nova Historica, n.61/62, del  2017, anno XVI. Edizioni Pagine, Roma)

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Verso le elezioni: prospettive di difficile governabilità - di Salvatore Sfrecola

La ruota dello Stato macina oltre i regimi - di Aldo A. Mola

I giovani studiosi non vanno delusi - del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Il Popolo della Famiglia alla prova delle urne Adinolfi va alla guerra (elettorale) - di Salvatore Sfrecola

 

Ancora un uso politico della storia. Per aver promulgato le leggi razziali è a “processo” il Re Vittorio Emanuele III ma non il Cavalier Benito Mussolini che le aveva volute - di Salvatore Sfrecola

 

 

 

 

 

 

 

 


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