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Un Sogno Italiano sabato, 19 ottobre 2019 ultimo aggiornamento

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Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi

(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Frammenti di riflessioni

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia comunitaria

Il decreto penale di condanna previsto per sanzionare reati minori deve essere considerato come un “documento fondamentale” in base alla direttiva 2010/64/Ue e, di conseguenza, deve essere assicurata una traduzione scritta agli indagati o agli imputati che non comprendono la lingua del procedimento per consentire l’esercizio del diritto di difesa e l’equità del processo (Corte di giustizia Ue, causa C-278/16, sentenza 12 ottobre 2017, con commento di Marina Castellaneta, “Il decreto di condanna previsto per i reati minori, è un documento fondamentale che va tradotto ai fini della difesa”, in Guida dir., n. 44/2017).

 

Scandalo Csm

Lo scorso mese di giugno il Csm è stato travolto dallo tsunami conseguente alle intercettazioni della Procura umbra, concernenti la nomina di importanti uffici giudiziari, con particolare richiamo a “carte dell’ENI”, utili per favorire una “discontinuità” nella Procura di Roma e cambiare così “lo spartito suonato da anni” con riguardo alle conversazioni tra componenti del Csm, riuniti in una sala riservata di un hotel romano, per piazzare nomi di loro gradimento ai vertici delle Procure italiane. 

La condotta del gruppo, a prescindere dalla rilevanza penale di siffatte iniziative, appare ben lontana da ogni regola istituzionale e deontologica (Paolo Biondani e Emiliano Fittipaldi, “Lotti e complotti”, L’Espresso, n. 40/2019, 34 ss.). 

 

Urbanistica italica

In Italia tutte le più grandi porcate urbanistiche sono a norma di legge (Vittorio Sgarbi, “Diario della capra 2019/20”, Milano, 2019).

 

Perché il Risorgimento fu fatto male

“Mi pare d’essere stato uno dei primi a dire – almeno in un linguaggio chiaro e tondo – che il Risorgimento fu fatto male, ma solo perché, mancandogli  un consenso popolare, non si poteva farlo in altro modo che quello di Cavour e cioè grazie ad abilissime combinazioni politiche e diplomatiche, più con gli stranieri (esercito francese e flotta inglese) che con gl’italiani, perché questi ultimi non c’erano, o erano così pochi che li conosciamo quasi tutti per nome… Ma dire che il Risorgimento è stato tutto una Tangentopoli e l’impresa dei Mille il risultato di un mercato fra un avventuriero (che non ha mai avuto una lira in tasca) e una banda di traditori (di cui non si capisce quale convenienza avessero a tradire): questo non è revisionismo, ma calunnia e disfattismo al servizio d’ideologie e d’interessi antinazionali. Di fronte a questi storici del Risorgimento, i suoi protagonisti diventano davvero incarnazioni dell’onestà, del coraggio e dell’ideale quali il mito raffigurava, che avrebbero meritato dei pronipoti un pò migliori di questi signori. Se l’Italia è questa, meglio lasciarla com’era” (Indro Montanelli, “Cialtroni”, a cura di P. Di Paolo, “Perché il Risorgimento fu fatto male” Milano, 2019, 31 s.).

 

Dieci, cento, mille Giuseppi

In Umbria è apparso il suo primo clone e altrettanti ne vedremo specie per le prossime elezioni regionali: dieci, cento, mille Giuseppi. “Cambiano le sfumature cromatiche, il compito impossibile resta: tenere insieme alleanze bizzarre e improbabili”.

“Tanti piccoli Conte da una parte, un Conte ubiquo dall’altra. Chi l’avrebbe detto che dal cuore del cambiamento, quello inneggiato dai Cinque stelle ai tempi in cui erano alleati con la Lega, sarebbe sorto il cuore antichissimo del trasformismo? Appena il tempo di farsi dare la fiducia in Parlamento e nominare i sottosegretari, e Giuseppe Conte si è prodotto in un tour con pochi precedenti nella storia”.

“Un tour di parole, oltreché di luoghi... Una disinvoltura da restarci di stucco, ipnotizzati” (Susanna Turco, “La Corte dei Conte”, L’Espresso, n. 40/2019, 10 ss.).

 

Ergastolo ostativo

Il Ministro della giustizia ha ritenuto “non condivisibile” la decisione della Cedu che ha chiesto all’Italia la modifica della legge sull’ergastolo ostativo il quale impedisce agli autori di reati gravissimi di uscire dal carcere anche solo temporaneamente.

L’ergastolo ostativo violerebbe, infatti, l’art. 3 della Convenzione europea sui diritti umani.

Ma il prossimo 22 ottobre anche la Corte costituzionale potrebbe mettere in discussione l’ergastolo ostativo condividendo i rilievi dei giudici di Strasburgo.

19 ottobre 2019

 

 

Replica dell’Ing. Domenico Giglio alla Prof.ssa Dora Liguori

 

Sono troppo liberale per contestare le libertà fondamentali che risalgono al 26 agosto 1789 e quindi il diritto di riunirsi a convegno. Il mio breve articolo riguardava una località ritenuta inopportuna per il suo passato ad accogliere un convegno neo borbonico, con date ed anche alcuni nominativi tra i più significativi. Punto.

Leggo invece una requisitoria dove si spazia su altri argomenti a cominciare ad esempio dalla non concessa costituzione del Re Carlo Felice al Regno di Sardegna nel 1821. Negare una costituzione era nel diritto di un Sovrano ancora “assoluto”, ma è molto meglio che concederla e “giurarla” per poi cancellarla, se non tradirla come accadde per quella siciliana del 1812 e per le due duosiciliane del 1820 e 1848, da parte di Ferdinando I e II. Forse non ho “quella più ampia visione della storia”, ma che gli eventi del 1799 e poi quelli del 1820 e 1848 avessero scavato un solco incolmabile tra le classi intellettuali e la casa regnante partenopea è un fatto dato per scontato da tutti gli studiosi. Punto.

D’accordo che gli eventi del 1848 sconvolsero molti stati europei. In Francia portarono alla repubblica, a Milano furono le “cinque giornate”, a Vienna portarono alla eliminazione politica del Metternich, ma non degli Asburgo, che regnarono per altri settant’anni, ma nelle Due Sicilie assunsero un aspetto ancora diverso, specie in Sicilia, che tutta si rivoltò contro i Borboni, dichiarati “decaduti” ed in altre parti continentali, non furono i primi sommovimenti perché, come da me scritto, vi erano state rivolte nel 1828, nel 1837, nel 1844, nel 1847 ed infine il 1848 e di questi precedenti significativi, e della sanguinosa riconquista della Sicilia, da parte borbonica, ricordiamo particolarmente Messina, nella requisitoria non si parla. Punto.

Quanto al brigantaggio, lo stesso non nacque nel 1860, ma era endemico nel regno di Napoli, fin dalla prima epoca borbonica, era proseguito nel periodo napoleonico murattiano, continuato dopo il ritorno del Borboni nel 1815, tanto da richiedere l’intervento dell’esercito, e su questo realtà esistente si innestarono soldati sbandati del disciolto esercito borbonico e anche contadini. Parlare però di “guerra civile” è semplicemente assurdo dato il carattere di guerriglia per bande, senza una strategia unitaria. Ricordo pochi nomi di ufficiali o generali, perché quelli, specie stranieri, che avevano raggiunto queste bande, ne erano scappati via inorriditi, un nome per tutti, Borges. Non per sfoggio di erudizione vorrei ricordare che le vere guerre civili furono quelle combattute da eserciti regolari o quasi, con generali, ufficiali e stati maggiori, cominciando da Cesare contro Pompeo, Ottaviano contro Marcantonio, poi dopo secoli, scozzesi stuartiani contro gli inglesi, la rivolta dei coloni americani contro la madre patria inglese, da cui nacquero gli Stati Uniti, la Vandea conto la repubblica francese, poi, sempre nel Nordamerica, Sudisti contro Nordisti, in Russia “Rossi” contro “Bianchi” ed in Spagna franchisti contro la repubblica. Punto

Episodi come quelli dei giovani Garibaldi, sono marginali e contrastanti con l’atteggiamento del Padre, che fu spesso fortemente polemico verso i governi nazionali, ma mai dimenticò il suo motto “Italia e Vittorio Emanuele”. Altri tentativi contro il nuovo stato monarchico si devono a Mazzini, che non aveva accettato la soluzione unitaria sotto Casa Savoia, e quindi continuava a fomentare disordini, anche accordandosi con nemici dell’unità, come a Palermo. Un conto è ribellarsi o sollevarsi contro un governo “assolutista”, dispotico e poliziesco, non essendoci altri mezzi, un conto è sollevarsi contro un governo costituzionale dove esiste un Parlamento, in cui siedono rappresentanti di tutta l’Italia ed esponenti di varie tendenze politiche, che legifera legittimamente, e non incostituzionalmente come nel caso della legge, proposta ed approvata, di un deputato, guarda caso, abruzzese. Tornando all’atteggiamento mazziniano lo stesso è ben diverso da quello, ottantacinque anni dopo, del Re Umberto II, che partendo per l’esilio sciolse gli italiani dal giuramento al Re, ma non da quello alla Patria, così i monarchici, collaborarono, magari senza entusiasmo, con la repubblica, particolarmente per il modo come era nata, e furono determinanti nella rinascita dell’Italia e del “miracolo Italiano”. Punto

 

I Savoia : questa terminologia è comune a tanti avversari della Monarchia per cui vale la pena di rifletterci. Lasciamo la storia millenaria e andiamo direttamente a Carlo Alberto, primo sovrano dei Savoia Carignano. Carlo Alberto non aveva fratelli. Ebbe due figli, Vittorio Emanuele e Ferdinando, ed un cugino Eugenio. Scese in guerra nel 1848 al comando dell’esercito. Con lui i figli che si comportarono valorosamente. Sul campo di Novara pare cercasse addirittura la morte. Abdicò e morì, solo, ad Oporto pochi mesi dopo. Rimane Vittorio Emanuele, nuovo Re che mantiene tricolore e Statuto. Nel giro di pochi mesi, nel 1854 perde Madre, Moglie e Fratello, per cui rimane solo, essendo ancora troppo giovani i suoi figli e questa solitudine durerà tutta la vita. Nella guerra del 1859 il re fu con il suo esercito in prima linea, mentre, ripeto i figli, Umberto ed Amedeo, erano troppo giovani per potere partecipare anche loro, ma furono a fianco del padre nel 1866, comportandosi valorosamente. Allora chi sono questi Savoia? Un Re, che deve mettere d’accordo Garibaldi con Cavour e nessun altro al suo fianco. Questo plurale che scopo ha se non offensivo? La famiglia si rafforzerà numericamente con i rami Aosta e Genova solo in epoca successiva all’Unità, e quindi non influente nel periodo di cui parliamo. Punto

Quando sia nato il termine Risorgimento non interessa in questa sede, come lo è, ad esempio, quando sia nato il termine Rinascimento. Servono per individuare e circoscrivere un periodo storico, che ha portato a determinati risultati, per cui non vedo motivo polemico, se non nel preconcetto che ha la mia interlocutrice verso questo periodo, il più bello ed unico della storia degli italiani. Ho detto italiani perché l’Italia, come ben disse Giovanni Pascoli, il 9 aprile 1911, celebrando il cinquantenario del Regno, all’Accademia Navale di Livorno: ”comincia cinquant’anni or sono… è cominciata in quel giorno di marzo ed in quell’anno mille ottocento sessant’uno …. la storia dell’Italia vivente come Italia.” Punto

Fuori delle righe è parlare di storici “ingaggiati dai Savoia” (sempre loro), termine più che offensivo, direi diffamatorio, per la memoria di insigni studiosi, in maggioranza proprio meridionali, alcuni repubblicani come l’Omodeo, il Romeo ed il Galasso, che hanno approfondito la storia del faticoso raggiungimento dell’Unità Nazionale. Se questi sono stati al “tavolino”, i borbonici, sia quelli “ vetero”, come il De Sivo, sia i “neo”, dove scrivevano? Le bibliografie citate nei volumi di questi storici sono vastissime e nelle stesse ci sono documenti ed autori di entrambe le parti. Quanto allo storico citato ricordo averne letto dei libri, ma tutto il suo tono è “acido” e sui Savoia poco obiettivo, anche con qualche imprecisione. Il suo non è quindi il Vangelo! Punto.

Per la destinazione dei prigionieri meridionali si parla di isole in stati che in realtà non erano Stati, ma colonie di un paese europeo, per cui trattasi di ipotesi e proposte rimaste inattuate, mentre proprio i Borboni avevano studiato la possibilità di fondare una colonia per prigionieri politici sulle rive del Paranà ed in Uruguay, e le trattative erano andate così avanti che il 13 gennaio 1857 si era giunti ad un vero accordo, tra il Regno delle Due Sicilie e la Repubblica Argentina, per la concessione di un territorio da utilizzare a tale scopo, che non si concretizzò per il rifiuto dei possibili abitanti. Nel marzo 1859 altre decine di prigionieri politici dei Borboni, tra cui Poerio, Spaventa e Settembrini, erano stati imbarcati per raggiungere le Americhe, ma riuscirono a dirottare la nave a Queenstown, in Irlanda, e da lì in Inghilterra e infine per molti il rifugio fu, guarda caso, in Piemonte. Quanto alla citata Guiana francese la sua prigione era anche destinata a prigionieri politici come ad esempio il famoso capitano Dreyfuss, prima che Zola, con il “Io accuso” facesse riaprire il caso. Punto

L’indebitamento del Regno di Sardegna fu dovuto alle ingenti opere pubbliche realizzate nel decennio 1850 - 1860 perché non si raggiungono 823 chilometri di strade ferrate, non si costruiscono 414 chilometri di strade nazionali, per cui nel solo 1958 si impegnarono 5.305.000 lire dell’epoca, non si rafforza l’esercito in vista di una nuova guerra all’Austria, non si costruisce un canale di 82 chilometri, largo 40 metri, con una portata di 110 mc al secondo, senza spese, ma la sicurezza e la fiducia che ispirava questo piccolo Stato, il suo Governo diretto da uno statista come Cavour, l’unico fortunatamente salvato nella requisitoria, e, diciamolo pure, questo Re, consentì di trovare i necessari finanziamenti. Punto.

Veniamo ora ad un tema ricorrente delle strutture industriali demolite dopo l’Unità. La prima volta che sentii il nome di Mongiana presi un atlante geografico per individuarla e finalmente la trovai quasi al centro della Calabria, vicino la famosa Serra San Bruno, a 1000 metri di altitudine, distante decine di chilometri dal mare. Nel posto vi erano, senza dubbio, delle miniere di metalli ferrosi, boschi ricchi di legname per gli altiforni, che favorivano una attività siderurgica e tutte queste terre appartenevano alla famiglia principesca dei Filangieri, che ne avevano iniziato e condotto l’attività, la cui antieconomicità per distanze e stato delle strade da percorrersi con muli, era temperata dal protezionismo imperante nello stato borbonico, che consentiva prezzi fuori mercato, non più sostenibili nello stato unitario. Lo stesso destino ebbero le officine di Pietrarsa, sempre opera del Carlo Filangieri, che però, per diversi anni, dopo il 1860, fornirono apparati motori per le navi costruite nei Cantieri Navali di Castellammare di Stabia. Infatti questi cantieri, malgrado le contrarie dicerie degli attuali nostalgici, furono conservati e potenziati e da loro uscirono le più potenti corazzate della Regia Marina, ed altro naviglio minore per centinaia di unità. A questo punto mi si consenta un ricordo familiare. Tra le carte conservate in casa ho trovato il cartoncino con il quale il Comando in Capo del II° Dipartimento della Regia Marina, invitava per il 24 aprile 1913, mio nonno, Domenico, quale Colonnello comandante il 31°Reggimento di Fanteria, di stanza a Napoli, ad assistere appunto nei cantieri di Castellammare, al varo della R. Nave “Duilio”, una delle più belle corazzate della nostra flotta. Un “mostro” di 23.000 tonnellate, lungo 180 metri, armato con 13 cannoni da 305 mm,, che riprendeva il nome di un’altra supercorazzata, la più potente dell’epoca, il 1873, in cui fu impostata sempre negli stessi cantieri. Un’altra istituzione valida mantenuta dal nuovo Regno fu poi la Scuola Militare della Nunziatella, dove fu allievo anche il giovane Vittorio Emanuele poi Re d’Italia. Infatti era nato a Napoli, l’11 novembre 1869, giusto centocinquantanni or sono, perché a Napoli risiedevano il Principe Ereditario Umberto con Margherita. Il governo, d’accordo con il Re, aveva consigliato questa residenza per mantenere a Napoli, già capitale, una presenza di prestigio, ed anche in seguito abitarono a Napoli, nella Reggio di Capodimonte, i Duchi d’Aosta, Emanuele Filiberto ed Elena, poi ancora Vittorio Emanuele, Principe Ereditario, quando assunse il comando del Corpo d’Armata di Napoli, e successivamente il giovane Duca Aosta Amedeo, fino a giungere al Principe Umberto e Maria Josè. Punto.

Certamente l’unità nazionale raggiunta in un strettissimo margine di tempo, dall’aprile 1859 al marzo 1861, tanto che ad esempio Domenico Fisichella intitolò un suo libro “Il miracolo del Risorgimento” ebbe un prezzo elevato, anche territorialmente perché in nome del principio di nazionalità con il quale il Regno di Sardegna si era mosso nel 1848 dovette cedere la Savoia e Nizza francofone, e poste al di là di quelle alpi che sono il confine geografico dell’Italia, ed anche difficoltà iniziali dal punto di vista economico, sociale, amministrativo, ma certamente il brigantaggio, chi lo finanziò o stimolo, provocando reazioni, talvolta anche eccessive, ha una pesante responsabilità perché non rovesciò lo stato unitario, ma ne rese più difficile il cammino, proprio nel mezzogiorno, che stante le sue enormi condizioni di arretratezza, dall’analfabetismo alla mancanza di strade, ferrovie, presidi sanitari più di altri aveva bisogno di interventi in tutti questi campi. Consiglierei di leggere, se ancora esiste qualche copia nel mercato antiquario dei libri, “La vita militare” di Edmondo De Amicis, ed in questo volume il racconto “L’ Esercito Italiano durante il colera del 1867”, per vedere lo stato di abbrutimento delle plebi meridionali, la loro atavica sfiducia e diffidenza nei confronti dell’autorità costituita, dopo secoli di servaggio, per capire la difficoltà del nuovo stato di portare legge ed ordine. Punto.

Per dare ai calabresi quello che loro spetta, non c’è bisogno del cranio di un povero ladruncolo. Basterebbe riprendere a leggere nelle scuole ed a casa quel libro più che centenario, che ha accompagnato generazioni di scolari, il “Cuore” di De Amicis, dove il maestro presenta ai compagni un nuovo scolaro, arrivato dalla Calabria: “Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all’Italia degli uomini illustri…. vogliategli bene.. fategli vedere che.. si trova tra fratelli.. chi di voi offendesse questo compagno, perché non è nato nella nostra provincia (Torino), non si renderebbe degno di alzare gli occhi quando passa una bandiera tricolore”. Quanto al Lombroso non è quel mediconzolo che sembra nella requisitoria. Nacque a Verona nel 1835, studiò e si laureò nella prestigiosa Università di Pavia nel 1858 con una tesi “Ricerche sul cretinismo in Lombardia”(!), fu anche nel 1859 e poi nel 1866 ufficiale medico prima nell’esercito piemontese e poi in quello italiano (da come leggo, sembrerebbe, ma forse mi sbaglio, essere ufficiale medico un titolo di disonore), si interessò di pellagra ed altre malattie endemiche, insegnò all’Università, diresse cliniche ospedaliere ed ebbe molti altri incarichi, oltre a viaggiare per tutta l’Italia, Calabria compresa, ed i suoi studi dettero inizio all’antropologia criminale, riscuotendo interesse e consensi. Se poi successivamente le sue teorie non abbiano più trovato approvazione non è ne sarà l’unico caso del genere nel campo medico e scientifico, come accade ancora oggi con i “no vax” o i tumori curati con le pecore! Punto.

Infine la Vandea! Mai avessi fatto, non un confronto, ma della ironia, forse era meglio dire riferendoci ai borbonici a Cosenza “non parlate di corda in casa dell’impiccato”, ma sia chiaro che non esiste possibilità di confronto tra i vandeani, anche loro contadini, ma guidati da un La Rochejacquelain: “se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi”, un de Bonchamp, uno Charette, ed i Crocco. Ninco Nando e simili. Punto.

Miscellanea finale: riferirsi a stampa estera contraria all’Italia non è nuovo. Purtroppo in Europa l’unità d’Italia fu mal vista “per principio”, specie da stati ufficialmente cattolici, da altri per la “concorrenza” che poteva fare loro. Ricordo un violentissimo attacco del Thiers che poi fece massacrare migliaia di “comunardi” parigini, che avevano certo delle colpe, ma……. Solo in Inghilterra trovammo comprensione, come l’avevano trovata i nostri esuli da Foscolo allo stesso Mazzini e la prova fu nel riconoscimento del nuovo stato che fu immediata per gli Stati Uniti d’America e l’Inghilterra, seguiti dalla Francia e dopo ancora da Prussia e Russia, mentre Spagna e logicamente l’Austria vennero anni ed anni dopo, per cui anche la stampa si allineò in questa contrarietà e quindi è da considerarsi non obiettiva, ma chiaramente di parte. Quanto all’unità degli italiani, senza dubbio la raggiungemmo completamente con la guerra 1915-1918,ma che le guerre, può essere triste dirlo, abbiano contribuito all’unità delle nazioni, il nostro non è né il primo, né l’unico caso. Infine le rivisitazioni storiche possono completare e rivedere dei particolari, ma non il quadro generale, e nel caso dei neoborbonici questo non è avvenuto nelle aule universitarie, ma in giornali e libri dai titoli altisonanti per fare colpo sui lettori, ma così facendo hanno fatto opera di divisione, incitato anche all’odio nelle menti meno razionali, scavando dei fossati (lo vediamo nelle tifoserie calcistiche), che non sarà facile recuperare, perché, lo dico come ingegnere a costruire ci vuol molto più tempo che non a distruggere. E con ciò punto e “satis”.

P.S. La mia interlocutrice non deve diventare “pasionaria”. Lo è già. Almeno, “onoraria”.

19 ottobre 2019

 

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

Inaugurazione del 72° Ciclo di Conferenze 2019- 2020

***

“I problemi costituzionali ed istituzionali non si risolvono tagliando solo il numero dei parlamentari. La crisi che da più anni affligge le nostre istituzioni ha radici più lontane e mette a rischio la nostra stessa civiltà. A questi ed altri interrogativi risponderà uno dei nostri massimi esperti di scienze politiche e storiche”

 

Domenica 27 ottobre alle ore 10.30,

il Sen. Professore DOMENICO FISICHELLA

“Crisi nella o della democrazia ? Il caso dell’Italia dal 1946 ad oggi”

Sala Italia presso Associazione “Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore)

 raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, “53” e “52”

 

 

 

Da Facebook

 

 

Giuseppe Cacciatore, filosofo salernitano e membro dell’Accademia dei Lincei:

“nessuno può negare che quella dei Borbone sia stata una tra le peggiori dinastie europee e contemporanee. E’ quella che ha mandato in carcere e al patibolo i patrioti napoletani, che impose il giuramento davanti ai vescovi delle diocesi dei professori universitari per avere il permesso ad insegnare”.

Metternich previde che la dinastia sarebbe morta di una “infezione” contratta durante i moti del 1820 – 1821: la paura.

D’altra parte, è un fatto storicamente accertato che le sorti del Regno borbonico erano affidate ad una classe “dirigente” composta in massima parte da corrotti e da traditori, pur con alcune lodevoli eccezioni.

Lo dimostra anche la repentina decomposizione del Regno dopo lo sbarco dei Mille a Marsala.

Come ogni esperienza umana, anche il nostro Risorgimento ha avuto le sue ombre, ma non v’è dubbio che abbia costituito, per il Sud, un’occasione vera di sviluppo. Se ne ricordarono bene, solo 86 anni dopo, le genti del Sud, quando votarono a grande maggioranza a favore della Monarchia sabauda nel referendum istituzionale.

 

 

 

 

 

Dora Liguori risponde a Domenico Giglio ed io invito “sudisti” e “nordisti” ad una serena valutazione dei fatti. Più cervello, meno pancia

 

Ho sempre creduto difficile capire la storia e raccontarla. Lo facciamo troppo spesso a distanza di anni sapendo come sono andate le cose per cui è facile dire di un personaggio, che ha vissuto gli eventi, che ha sbagliato, che avrebbe dovuto fare questo o quello. Soprattutto è difficile quando la storia viene utilizzata a fini politici, come nel caso degli eventi degli anni successivi al 1860, quando, per alcuni, il Sud fu liberato da un governo illiberale mantenuto dalle baionette austriache, per altri, quelle regioni furono conquistate per ragioni politiche e finanziarie. Tipica l’accusa all’ex Regno di Sardegna, in difficoltà finanziarie per aver sostenuto gli impegni delle guerre del Risorgimento in uno con una politica di ampliamento delle infrastrutture del regno.

C’è del vero, come sempre, nelle diverse tesi, portate avanti da due meridionali, Domenico Giglio, di origini siciliane, e Dora Liguori, Campana. A mio giudizio è interesse dell’Italia unita prendere atto degli errori di chi operò al Sud e al Governo del nuovo Regno in condizioni che oggi non sempre sappiamo valutare con serenità, in regioni dove la classe dirigente aveva mortificato il lavoro nei latifondi e si era costantemente schierata a fianco del potere usando la violenza della polizie private che poi sarebbero diventate malavita organizzata.

È certo che sono stati fatti errori nel corso degli anni anche da politici meridionali assurti a posizioni di potere nel Regno e nella Repubblica. Ed anche in sede locale non si è sviluppata una classe dirigente degna delle intelligenze del Sud. È un fatto che permane e si aggrava una diversità di sviluppo, anche oggi che le regioni hanno un rilevante ruolo politico amministrativo. La Sicilia, ad esempio, semplificando, è quasi uno stato autonomo.

Il Nord ha pulsioni separatiste evidenti e mai sopite. Ugualmente al Sud. Tutti hanno visto le cartine d’Italia con le regioni separate diffuse dai seguaci del giornalista Aprile, che si atteggia a storico.

C’è chi vuole dissolvere l’Italia unita. Farebbe comodo a molti. Non al Nord che ha arruolato nel tempo le migliori intelligenze meridionali, non al Sud dove lo Stato ha dimostrato di essere assente. E se Roma non riesce, è dubbio che vi possa riuscire Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo.

È un fatto che il Friuli, devastato dal terremoto, è stato ricostruito in poco tempo ed è ripresa la sua economia. Non scendo a considerare quel che è accaduto al Sud in analoghe circostanze.

Non mi piace il Sud piagnone che aspetta il sussidio.

Non è il Sud che Cavour aveva intuito essere una grande possibilità per lo sviluppo dell’Italia che lui voleva.

Insomma Domenico Giglio e Dora Liguori, che ha dedicato interessanti studi sugli eventi di quel periodo, dicono cose vere e danno corpo a suggestioni comprensibili e nobilissime. Il timore è di fare il gioco di chi vuole dissolvere il Paese. Una intenzione neppure troppo nascosta. Per cui ritengo di dover fare un appello, io che sono abituato a considerare gli italiani, ovunque nati, “fratelli”, anche quando qualcuno mi indispettisce perché un po’ cafone o arrogante. Lavoriamo per il futuro senza farci condizionare dal passato.

Questo giornale è aperto al confronto delle idee. Ospito volentieri tutti, cercando di evitare in futuro certe espressioni “di pancia” che non si addicono a chi ama la verità, come deve uno storico o aspirante tale.

Salvatore Sfrecola

 

La storia, infatti, non si offende.

di Dora Liguori

 

Tutte le epoche sono state teatro di grandi cambiamenti che hanno comportato violenze e distruzioni; colpa di tutto ciò è forse quella furia che, in presenza di specifici interessi, contrasti e resistenze, esplode nell’animo dei vincitori verso quanti si oppongono, sia pure legittimamente, al loro operato. Spesso s’innesca una furia sanguinaria che, del tutto dimentica della romana e anche cristiana pietà, spinge i più forti ad operare una serie di barbarie nei confronti dei propri simili. Ma, detto questo, un conto sono i fatti riprovevoli e purtroppo ricorrenti nella storia e altro conto diviene la negazione dei medesimi; ossia, quando si parla della cosiddetta conquista del Sud del 1860, in molti, a secondo delle proprie opinioni, perdono un giusto equilibrio e diventano, completamente, sostenitori di una parte o dall’altra dei contendenti, senza zone franche.

A questo eccesso di tendenze, se mi è consentito, appartengono le esternazioni dell’Ing. Giglio che appaiono prive di una più ampia visione della storia, una storia che ha visto sempre i regni o i governi del momento contestati da qualcuno che la intendeva diversamente. E ciò è avvenuto in tutta Europa e in tutti i tempi.

Ad esempio, parlando dei Savoia, essi furono contestati nel 1821 dagli insorti capitanati dal nobile Santorre di Santarosa, il quale, con l’appoggio più o meno esterno, addirittura dell’erede al trono Carlo Alberto, chiedeva al re Vittorio Emanuele I, una riduzione dei suoi poteri e un regime che, meno soffocante, avrebbe dovuto assicurare meno tasse e più diritti al popolo. Il risultato che ne sortì fu che il re abdicò e il suo successore, il fratello Carlo Felice, soffocò subito l’insurrezione, compresi gli ardenti spiriti del nipote Carlo Alberto, e tutto tornò peggio di prima.

Ugualmente, nel ’48, molti Stati, oltre al regno del Sud, fra i quali la Francia e l’Austria, se la videro male; non a caso esiste il detto: “fare un ’48”. Pertanto gli esempi che l’Ing. Giglio porta contro i Borboni non possono definirsi ribellioni specifiche contro quella monarchia ma effetti di un vento rivoluzionario che, erede dell’illuminismo, giustamente spirò in tutta Europa per ottenere una nuova visione circa la libertà delle genti.

Altra cosa, al contrario di quanto sostiene sempre l’Ing. Giglio, fu la rivolta scoppiata, dopo l’invasione del Sud, nel 60, chiamata, dai Savoia, per svilirla, brigantaggio. Essa, infatti, a parte qualche brigante vero e arruolato perché conoscitore dei posti, fu una vera guerra civile, combattuta soprattutto dai contadini che vennero, con l’avvento del nuovo regno d’Italia, privati delle loro terre, da ex soldati borbonici e persino da ex garibaldini. Sull’argomento occorre leggere il più autorevole storico del Risorgimento, Denis Mach Smith che, giovanissimo, si era confrontato anche con Benedetto Croce, nonché leggere altri storici europei, ampiamente scevri da servilismi di regime. Infine occorre leggere tutti fuorché, tranne pochissime eccezioni, gli storici italiani in quanto essi vennero ingaggiati, appositamente, dai Savoia, per occultare i tragici eventi che interessarono il Meridione e che, per la loro spesso inutile crudeltà, non rendevano onore a coloro che scendendo, armi in pugno, s’erano proclamati fratelli.

Insomma la favola bella del Risorgimento (parola coniata a posteriori) fu scritta a tavolino e “ad usum delphini” creando così quella che venne definita la “questione meridionale” dalla quale, il Sud, visti i falsi storici, stenta ancora ad uscirne. Ciò non toglie che, a parte gli interessi politici ed economici inglesi e del regno sabaudo (pesantemente indebitato), la spinta idealistica dei liberali nei confronti del Sud, prima del ’60, ci fu davvero, ma essa fu anche temporanea. Infatti, dopo gli eccidi, le deportazioni e soprattutto la famigerata e incostituzionale legge Pica, gli animi e le opinioni di quei liberali che avevano combattuto in buona fede, compreso Garibaldi, ebbero a profondamente ricredersi. Non a caso i figli di Garibaldi, Menotti e Ricciotti, presero parte nel ’70, trovandosi a Filadelfia in Calabria, ad un movimento insurrezionale tendente all’instaurazione della Repubblica, guidato dal garibaldino, Giuseppe Giampà. Il movimento filo repubblicano, subito soppresso per l’intervento del regio esercito, la dice lunga sul come la pensassero i calabresi nonché Garibaldi e figli.

Venendo, nello specifico al convegno calabrese indetto dai neo-borbonici, esistendo ancora libertà, appunto, di convegni e relativi pensieri, la scelta fatta su Cosenza appare tutt’altro che peregrina bensì appropriata alla luce di un dovuto ricordo sulla resistenza portata avanti dai calabresi (e su questo l’ing. Giglio si è alquanto distratto) e sulla repressione che ne seguì. Fatti inoppugnabili e relative motivazioni che possono essere così sintetizzati.

Prima motivazione: la rivolta dei calabresi, al contrario di quella più incisiva e pericolosa portata avanti da Carmine Crocco (dal 1861 al ’65) nella Lucania e nel salernitano, fu una protesta ancorché frastagliata, violenta e, nel contempo, anche la più irriducibile e lunga (dal 1860 al ’72), con la conseguenza, per i calabresi, di dover subire una repressione fra le più cruente con migliaia di uccisi in battaglia, fucilati sul posto e, quando andava bene, di prigionieri deportati al Nord, tenendo conto che i più, durante il viaggio, fatto in catene e a piedi, morivano prima di arrivare a destinazione. Una moltitudine di gente del meridione, soprattutto calabrese che, il neo governo italiano, non sapendo dove mettere detti prigionieri (in numero di centoduemilatrecentoquaranta, stime degli archivi torinesi) ebbe l’idea, per liberarsi di costoro, di acquistare qualche sperduta isola in Mozambico o in Angola e ivi deportarli. Questi Stati, però, conoscendo, attraverso i giornali stampati all’estero, la tragedia del Sud, si rifiutarono di vendere, per un fine tanto disumano, ai Savoia, i loro territori. Infatti, in coscienza, l’opinione dell’epoca era che le deportazioni, ad esempio nella Guiana francese, fossero una giusta ed estrema punizione riservata ai pluri-assassini e non certo ai prigionieri macchiatisi di opposizione politica. Né a giustificare la bella pensata poteva valere il fatto che questi oppositori meridionali, per la maggior parte, fossero contadini e povera gente. La vita umana e il diritto a ribellarsi non hanno scale di valutazione sociale, soprattutto se, a torto o a ragione, con o senza motivazioni liberali, si viene invasi e umiliati in casa propria.

Infine non è pensabile che le ribellioni compiute negli anni e citate dal Giglio contro i Borbone, fossero da intendersi quale espressione di un diritto divino e quelle contro i Savoia atti meramente ingiustificabili; esse, invece, furono tutte espressioni di malcontento e di ansia di libertà. Purtroppo, occorre dire che è ormai divenuto d’uso comune, esprimere giudizi, ad orecchio, sulle ribellioni, partendo, non dall’oggettività delle imprese, bensì da un’angolazione tutta personale e con la quale le medesime si vanno a giudicare.

Alla fine, una visione simile della storia diviene assoluta mancanza di rispetto per la verità e per la vita umana degli interessati.

Secondo motivazione: dopo l’invasione del Sud, il polo siderurgico calabrese di Mongiana (nato nel 1770, ossia molto prima della tedesca Krupp del 1811) che dava lavoro a 1500 calabresi, venne progressivamente smantellata e poi venduta, anzi svenduta, nel 1864, alla “Società Generale del Credito Mobiliare e Banco Nazionale”. L’operazione, come ovvio, non poteva essere condivisa, in generale dai calabresi e, in particolare, dalle 1500 famiglie di cui sopra, povera gente che venne messa letteralmente in mezzo ad una via (a Mongiano gli operai usufruivano di case e di scuole, tipo le nostre primarie, per i figli, ovviamente maschi, ché le femmine era meglio lasciarle analfabete). Pertanto con la chiusura del polo siderurgico fu innescata una bomba umana esplosiva, non certo definibile brigantaggio ma che diede ampio filo da torcere ai regi eserciti sabaudi.

Terza motivazione (la più miseranda nel suo squallore), nel museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” di Torino, nonostante le innumerevoli proteste, è ancora esposto il cranio del calabrese Giuseppe Villella, non propriamente un brigante (vedi le ultime ricerche in merito) ma un povero pecoraro che protestava per fame e che, dopo alcune piccole ruberie, fu arrestato e deportato a Pavia ove, per stenti, morì nel 1864. Di seguito il cranio, dello sventurato anche in morte, fu consegnato, su richiesta e per motivi di studio, a quel “genio” di Cesare Lombroso, ufficiale medico delle truppe piemontesi, che, per via della scoperta di una “fossetta cerebellare mediana” volle dimostrare, agli italiani del Nord, che “delinquenti ed assassini” si nasce e che quindi, più o meno, i compaesani del Villella, i calabresi, lo fossero. La teoria del Lombroso, su una razza superiore del Nord (precursore delle infamanti tesi razziali di Hitler), fu smentita da tutti gli studiosi del tempo e soprattutto dal fatto che alla morte del Lombroso venne scoperto che la famosa fossetta ce l’aveva anche lui.

Purtroppo, nonostante le civili e umane proteste dei meridionali per una degna sepoltura del povero Villella, il cranio è ancora lì nel museo di Torino, posto alla vista delle tante scolaresche in visita, ragazzi che, in modo indegno e falso, apprendono (e le impressioni delle infanzia sono le più durature) come la bella Calabria sia sinonimo di delinquenza.

Con queste motivazioni, e non sono le uniche, prevedere un convegno a Cosenza appare abbastanza logico anche se, a mio giudizio, occorrerebbe rendere memoria e rispetto a tutte le vittime di una pagina di storia che, forse sfuggita di mano, si è macchiata di atti crudeli e tutt’altro che edificanti. Infatti, alla sofferenza e all’umiliazione che l’impresa unitaria andò a creare nei popoli del Sud, occorre aggiungere le vite dei giovani soldati piemontesi spediti a morire, per gli interessi dei potenti, nel già florido meridione d’Italia. Fosse vissuto un politico intelligente come Cavour, molte atrocità avrebbero potuto essere evitate.

Ultima annotazione, l’accenno che fa il Giglio alla Vandea è quanto mai calzante ma in senso contrario. Infatti, l’insurrezione operata dagli abitanti della Vandea e regioni limitrofe avverso una rivoluzione, fatta soprattutto dai parigini, e i cui princìpi essi contestavano, venne soppressa, in modo atroce, nel sangue, prima dal giacobino Robespierre e poi dal primo console Napoleone, con ministro degli interni Fouché. Va a merito dei francesi se l’anniversario di quello che è possibile definire una specie di genocidio, viene ancora, e solennemente, celebrato in Vandea con la partecipazione ufficiale di esponenti del Governo, da sempre convinti nel rendere onore alle povere vittime della “bella” rivoluzione. Eppure stiamo parlando di francesi contro francesi, ma la scelta del Governo circa la parte dalla quale stare, da sempre, è stata giusta e netta. Ugualmente, per onestà storica, a nessun francese è venuta mai l’idea di camuffare o peggio occultare l’atrocità che vennero commesse in quel periodo rivoluzionario o, come dice il Giglio, di fare un convegno, sempre in Vandea, su Robespierre!

E allora perché i calabresi, o chi per loro, piuttosto che gli sventurati incolpevoli morti di Calabria, dovrebbero celebrare un Cialdini, un La Farina o un Lombroso?

La verità e che non ci potrà mai essere reale unificazione in Italia se si continua ad offendere e a svilire la storia. E per storia s’intende quella che emerge, nonostante le epurazioni fatte, dagli innumerevoli archivi del Sud con documenti basati quasi sempre su rapporti resi dagli eserciti piemontesi e dalle autorità locali, nonché dalle copiosissime testimonianze consultabili negli archivi di Torino.

Per concludere, democrazia significa anche libertà di parola e di idee per tutti, nonché rispetto per la passata sofferenza subita, senza distinzione, da quanti ebbero la sventura di trovarsi a vivere in quella tristissima epoca.

 

P.S. Non sono calabrese, non sono neo-borbonica e nemmeno invitata al convegno in oggetto, ma, innanzi a determinate mistificazioni ed anche ad una certa protervia, rischio di perdere il, sin qui, posseduto equilibrio e diventare una “pasionaria” anch’io.

 

 

"Neoborbonici" a convegno

Non offendere la storia.

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Sul Corriere della Sera di domenica 13 ottobre un lungo articolo è dedicato ad un convegno dei neo o vetero borbonici in quel di Cosenza. Ora, a prescindere da alcune inesattezze del promotore del convegno riportate dal giornale, come quella della famosa prima ferrovia, indicata del 1836, ma che è invece del 1839 (questo potrebbe essere un normale refuso tipografico), e collegante Napoli a Nocera, mentre invece era Napoli – Portici (e questo non questione di battitura), la cosa veramente offensiva e scandalosa per la locale memoria storica, è avere scelto proprio Cosenza per questa riunione.

Se c’è stata infatti nel regno delle Due Sicilie una regione apertamente e risolutamente antiborbonica, insieme con la Sicilia, il cui Parlamento nel 1848 proclamò decaduta la dinastia “spergiura”, questa è stata proprio la Calabria e Cosenza in particolare aveva dato prova ripetutamente di un sentimento ribelle nei confronti di un governo dispotico e poliziesco.

Le continue sollevazioni sanguinosamente represse risalgono agli anni ’20 del 1800, si rinnovano nel 1837, hanno un ulteriore episodio, ancor più sanguinoso nel 1844 e poi ancora nel 1847 e 1848 insieme con Reggio Calabria. Ora recarsi a Cosenza o è prova che questi “neo” non conoscono la storia, il che può anche essere, oppure che abbiano volutamente punito la Calabria per questi “peccati” liberali, come se nella Vandea oggi si tenesse un convegno su Marat e Robespierre! E vicino a Cosenza non vi è forse il vallone di Rovito dove furono fucilati due giovani ufficiali della Marina Austriaca, figli di un ammiraglio della stessa marina, i fratelli Bandiera, destinati ad una brillante carriera se non fossero stati conquistati dalla passione unitaria, oltre tutto non sudditi borbonici, e con loro proprio dei cosentini, tra cui Nicola Corigliano e Antonio Raho. Cosa hanno a che vedere tutti questi morti con i neo o vetero borbonici?

14 ottobre 2019

 

 

 

La maglia della nazionale, dall’azzurro al verde, non è solo questione di colore

di Salvatore Sfrecola

 

Sarà verde, non più azzurra ed anche senza lo scudetto tricolore, la maglia che indosseranno i calciatori della nazionale stasera durante la partita con la Grecia. È quanto ha deciso lo sponsor ed accettato la Federazione Gioco Calcio. Un errore in entrambi i casi, anche se si ricorda che una divisa dello stesso colore fu indossata nel 1954 in occasione di un’amichevole con l’Argentina, stavolta presentata come un omaggio al rinascimento del nostro calcio.

I disegnatori della società, il cui logo campeggia a sinistra, sono evidentemente privi non solo di consapevolezza della storia e della tradizione dello sport italiano ma anche di un minimo di fantasia se, dovendo cambiare colore, non hanno saputo assicurare alla nuova maglia, la “terza maglia”, come si è letto, la permanenza di quel colore azzurro se non nel colletto, per cui “azzurri”, nel linguaggio della cronaca e dello sport, sono quanti s’impegnano, nei vari sport, per l’Italia.

Assurda, poi, la eliminazione dello scudetto con il Tricolore. Evidentemente, se i disegnatori dello sponsor non hanno fantasia e consapevolezza dei valori che la maglia dei nazionali porta con sé, chi quella scelta ha approvato, alla ricerca di risorse finanziarie che il C.O.N.I. continua a tagliare, è privo di consapevolezza per la storia e la tradizione. Non deve stupire, considerati i personaggi, modesti e aridi, che dominano questa stagione dello sport più amato dagli italiani, a sentire le dichiarazioni con le quali si presentano ai giornali e telegiornali.

Da tempo abbiamo perso il senso della nostra identità e delle nostre tradizioni. Si è voluto all’indomani della guerra, per far dimenticare che lo Stato italiano non è nato nel 1946 ma il 17 marzo 1861 nel pieno di un moto nazionale, risorgimentale e liberale, che si concluderà nel 1918 con il ricongiungimento all’Italia di Trento e Trieste. E che già prima, e lungo i secoli, dall’indomani del crollo dell’Impero romano, la cultura, l’arte, la letteratura, la poesia avevano parlato d’Italia, anche quando francesi e spagnoli, con la complicità di principati e municipi guidati da incapaci e pusillanimi, dominavano città e contadi a Nord ed a Sud del Bel Paese. Bisognava dimenticare e far dimenticare perché un popolo fiero della propria storia e della propria identità è capace anche di esprimere una classe politica adeguata alle esigenze del momento storico, per cui le difficoltà di un Paese che potrebbe assicurare prosperità ai suoi abitanti sono frutto della damnatio memoriae iniziata nel dopoguerra ad iniziativa di forze politiche che alla storia unitaria erano state estranee. Lo ha detto bene Montanelli sottolineando come l’Italia è stata indotta a rinnegare il Risorgimento “unico tradizionale mastice della sua unità”. Scomparso anche quello, fin dal 1946, il Paese è “in balia di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione”. Com’è sotto gli occhi di tutti.

In questo sfacelo morale e culturale, che accetta il cambio di colore della maglia della nazionale di calcio, non ci sarà da stupirsi se, un giorno di questi, qualche sponsor a corto di fantasia inserisca il logo aziendale nel Tricolore Nazionale per far soldi, per vendere qualche maglietta in più. Non a me ed a quanti hanno a cuore l’identità italiana.

12 ottobre 2019

 

 

Frammenti di riflessioni

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia civile

In base all’art. 133, lett. e), del d.lgs. n. 104 del 2010, la devoluzione alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo delle controversie in materia di affidamento di pubblici lavori, servizi e forniture postula che la sottoposizione dell’appalto al regime pubblicistico discenda esclusivamente dalle sue caratteristiche oggettive e da quelle soggettive della stazione appaltante e non è, pertanto, configurabile nel caso in cui quest’ultima, pur non essendovi tenuta, si sia volontariamente vincolata all’osservanza del predetto regime, in tal modo procedimentalizzando l’individuazione in concreto dell’appaltatore (Cass., Sez. Un., 20 settembre 2019, n. 23541 – ordinanza, con commento di Licia Grassucci, “In materia di gare di appalto spettano al giudice ordinario le controversie riguardanti la stazione appaltante la quale, pur non essendovi tenuta, si sia volontariamente vincolata all’osservanza del regime pubblicistico”, in www.italiappalti.it, 8 ottobre 2019).

 

La Terza Repubblica

“Non avrà molto a che vedere con la Prima. Non solo perché uomini e partiti sono tutt’altra cosa. Ma soprattutto perché il tentativo di far coesistere antiche e blasonate tradizioni e immaginifiche visioni futuribili dilata fino all’estremo limite le differenze tra le quali si deve ora cercare un compromesso. Non si tratta più di gettare un ponte tra una forza e l’altra, ma di saltare l’abisso che divide le stagioni della nostra storia. Cosa, in tutta evidenza, assai più difficile” (Marco Follini, “La Terza Repubblica della politica erratica”, L’Espresso, n. 38/2019, 21).

 

Il tutto cambia e il nulla cambia

“Salvini serve ai partiti della maggioranza, che senza un nemico in comune avrebbero ben poco da dirsi. Perché è vero che, tra proclami epocali e la pratica di potere del giorno per giorno, tra l’evocazione del sol dell’avvenire e una quotidianità molto più modesta, resta senza risposta la domanda su quale sia il progetto per il Paese di questa nuova maggioranza di governo” (Marco Damilano, “Todo cambia e cambia niente”, L’Espresso, n. 40/2019, 8 s.).

 

Beppe Grillo visto da Montanelli

“Grillo non è un comico, non è un moralista, non è un predicatore: è tutte queste cose insieme. Nel panorama dello spettacolo italiano – dove abbonda il bollito misto – è un’eccezione ambulante (e urlante). Non soltanto esagera: provoca anche, e insulta, e offende. Ma tutte le categorie di giudizio, con un tipo così, risultano inadeguate. Grillo appartiene ad una specie animale particolare, formata da un solo esemplare: lui. O lo strozziamo o lo applaudiamo… Detto questo, resta aperta una questione: le parodie violente, i sarcasmi sanguigni, la caricatura grottesca della società fatti da Beppe Grillo, sono alla portata di tutti? Non rischiamo che qualcuno lo prenda alla lettera?” (Indro Montanelli, “Cialtroni”, a cura di P. Di Paolo, Beppe Grillo – Un incubo esilarante, Milano, 2019, 216 s.).

 

Passione

“La passione è uno strumento di difesa della ragione. Perché non basta avere ragione: bisogna anche, appassionatamente, difenderla” (Vittorio Sgarbi, “Diario della capra 2019/20”, Milano, 2019).

 

Ladri di bambini

È stato recentemente pubblicato “Bibbiano, i fabbricanti di mostri” di Francesco Borgonovo e Antonio Rossitto, con prefazione di Maurizio Belpietro, sul noto scandalo che ha sconvolto l’opinione pubblica e ha fatto riaprire, in tutta Italia, numerosi casi di bambini sottratti subdolamente alle famiglie di origine “creando incolpevoli carnefici”.

Psicologi, assistenti sociali, magistrati: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

12 ottobre 2019

 

 

 

 

La nuova trilogia di Domenico Fisichella

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Nel 2010 Domenico Fisichella, brillante articolista, prestigioso parlamentare, importante Ministro e Vice Presidente del Senato (all’epoca un po’ meglio di adesso, Presidente esclusa), dopo essere stato prestigioso maestro di dottrine e di scienze politiche ed autore di decine di testi tradotti nelle più varie lingue, conservati nelle più prestigiose biblioteche, tra cui quella del Senato (e che Senato !) degli Stati Uniti, ritenne quasi un dovere civico e morale, approssimandosi il centocinquantesimo della proclamazione del Regno d’Italia di impostare una articolata storia dell’Italia, dagli albori del XIX secolo, al 1861 pubblicando “Il miracolo del Risorgimento” dedicato alla formazione della Italia unita. Titolo quanto mai appropriato e suggestivo che provocò l’interesse della stampa e degli studiosi, che in molti casi si appropriarono del termine “miracolo”, avendo anche un successo di pubblico, con nuove edizioni e ristampe.

Da anni mancava chi affrontasse la storia d’Italia nella sua globalità, preferendo invece soffermarsi su singoli personaggi, di epoca posteriore all’Unità, o su studi settoriali e su eventi più recenti, lasciando nel dimenticatoio forse il periodo più bello della storia degli italiani, dalla caduta dell’Impero Romano in poi, sottolineo degli “Italiani”, come scrisse Rodolico, o come affermò un grande poeta, il Pascoli, quando nel cinquantenario del Regno, nel 1911 affermò “La storia dell’Italia vivente come Italia, comincia cinquant’anni or sono…….è cominciata in quel giorno di marzo e in quell’anno mille ottocento sessant’uno la storia della nostra Italia…..Cinquant’anni soli ha vissuto fin ora”.

A questo primo libro seguì nel 2012 “Dal Risorgimento al fascismo- 1861-1922” per concludere nel 2014 con “Dittatura e Monarchia- L’Italia tra le due guerre” che completava la nostra storia fino all’avvento della repubblica, tutti libri pubblicati dall’editore Carocci. Ora il successo e l’interesse suscitato da questa trilogia sulla storia dell’Italia, inquadrata nella storia dell’Europa, con ricchezza di confronti e raffronti, tenendo conto che si erano svegliati anche altri scrittori, ha convinto l’autore non ad una semplice ristampa di questi testi, ma ad una loro rivisitazione, aggiornandoli ed integrandoli, sì da costituire una nuova trilogia, questa volta edita da “Pagine s.r.l”, con nuovi capitoli e pagine (non che i libri si valutino dal numero delle stesse, ma dal contenuto!), arricchita anche nella bibliografia, sì da farne un testo di estrema completezza e compattezza storica ed attualità politica, specie per tutti i possibili raffronti con l’epoca attuale.

Così già nel 2018 era uscito, “Il Risorgimento tra virtù e fortuna- La formazione dell’Italia unita e l’Europa”, unico titolo modificato, le cui motivazione sono state illustrate in una nuova premessa, con un importante inserimento nel testo del Rosmini, fermamente unitario e sabaudo, seguito, agli inizi del 2019, “Dal Risorgimento al fascismo-1861-1922 “, con un approfondimento sui problemi economici del nuovo giovane regno, riprendendo tesi esposte dall’economista Felice Emanuele, in un volume uscito nel 2015 e con citazioni di Vittorio Emanuele Orlando sul significato della Quarta Guerra d’Indipendenza, ed infine nel settembre di questo anno da “Dittatura e Monarchia - L’Italia tra le due guerre”, anche qui con nuovi capitoli.

In conclusione questi tre volumi di Fisichella non dovrebbero mancare nelle biblioteche di ogni comune, ed in quelle delle famiglie che vogliano mantenere e rinforzare le radici ed i valori della nostra unità, che ci fece uscire dal servaggio, dalla inconsistenza, dalla impotenza internazionale per inserirci tra le potenze economiche europee ed ora anche mondiali.

11 ottobre 2019

 

 

 

La riforma dei 5 Stelle riduce i parlamentari e gli spazi di democrazia

di Salvatore Sfrecola

 

Ieri alla Camera è andata di scena la commedia dell’ipocrisia. Nel senso che molti di coloro che hanno votato a favore della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari sono contrari a quel testo ma non hanno avuto il coraggio di esplicitarlo per non passare per i difensori della “casta”, per coloro che non vogliono tagliare le poltrone. E così è passato il ricatto morale di Di Maio e compagni, favorito dal timore che, se fosse bocciata la riforma sarebbe caduto il governo e, con ogni probabilità, si sarebbe andati al voto, con effetti devastanti almeno su due partiti, il Movimento 5 Stelle ed il Partito Democratico che i sondaggi dicono in calo rispetto al consenso registrato il 4 marzo 2018. E sono stati anche costretti a battere le mani ed a sorridere, sia pure a mezza bocca perché, essendo già in forse la loro rielezione a causa del calo pauroso e continuo dei consensi, con la riduzione del posti disponibili in Parlamento le speranze di una rielezione sono ancora minori se non nulle.

Tuttavia non è certo sul numero dei parlamentari, come definito dalla riforma approvata ieri, 400 deputati e 200 senatori, che si soffermano nei commenti di oggi i critici della riforma “epocale” voluta dal M 5 S, con un risparmio minimo, calcolato in euro 1,70 annui (caffè e brioche) per ogni italiano. Quel che preoccupa sono gli effetti della consistenza delle assemblee legislative in rapporto alla rappresentatività delle minoranze territoriali e linguistiche ed alla definizione di alcune importanti decisioni parlamentari. A cominciare dalla elezione del Presidente della Repubblica da parte di un collegio, il Parlamento in seduta comune, nel quale crescerà l’importanza dei delegati regionali. Ma sarà anche ridotto il peso delle minoranze nella elezione dei rappresentanti del Parlamento nella Corte costituzionale e negli organismi di garanzia, quali il Consiglio Superiore della Magistratura e gli organi di autogoverno del Consiglio di Stato e della Corte dei conti.

Chi ha votato a favore, pur avendo manifestato in precedenza riserve, come il PD contrario in tutte le precedenti tre votazioni si fida di una promessa, di un patto “tra gentiluomini”, secondo il quale sarà avviata una stagione di riforme, a cominciare dalla legge elettorale, sulla quale, peraltro, si sa che ci sono opinioni molto diverse e mentre incombe il referendum promosso dalla Lega che vuole abolire la quota proporzionale dell’attuale legge, il rosatellum, per fare una legge maggioritaria.

Poteva essere l’occasione di una riforma che distinguesse, ad esempio, le competenze di Camera e Senato per snellire l’iter di approvazione delle leggi. Non si è fatto e non se ne parla nemmeno. Sono questioni complesse, meglio parlare alla pancia del popolino anticasta, che non sa neppure cosa si fa a Montecitorio ed a Palazzo Madama ma che si esalta se il numero dei parlamentari viene ridotto o se diminuiscono le indennità, mentre crescono i rimborsi spese per auto e alloggi.

Insomma, una riforma a metà che molto farà discutere, voluta da chi disprezza la democrazia parlamentare, che propende per la “democrazia diretta”, una utopia delineata dal Jean-Jacques Rousseau ai temi della Rivoluzione Francese, che non si è mai realizzata nella storia, neppure dell’antica Grecia dove si favoleggiava dell’Agorà nella quale a decidere erano i ricchi, coloro i quali potevano assentarsi dal lavoro per partecipare all’assemblea, non i commercianti ed i contadini che non potevano abbandonare la bottega e il campo.

È il punto più basso della vita politica nel nostro Paese, una mortificazione della rappresentanza iniziata con l’eliminazione del voto di preferenza che mette nelle mani di una ristretta oligarchia politica, i segretari dei partiti ed i capi corrente, la definizione delle liste elettorali e la posizione di ciascuno nella lista, così determinando l’elezione di un soggetto del quale gli elettori oltre al volto ignorano perfino il nome.

Infine qualcuno ha ricordato che la riduzione dei parlamentari era uno degli elementi fondamentali della proposta di Licio Gelli, il Maestro Venerabile della Loggia P2, nel suo “Piano di rinascita democratica” che peraltro prevedeva il monocameralismo, desiderio esplicito di tutti gli aspiranti autocrati.

9 ottobre 2019

 

 

 

 

Pensionati di piombo: umiliati ed offesi

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Nel luglio scorso sottolineammo un importante articolo dei giornalisti Antonietta Mundo ed Alberto Brambilla, pubblicato sul supplemento settimanale “L’ Economia” del Corriere della Sera, dell’8 luglio 2019, dove si dimostrava quanto avessero perduto le pensioni, cosiddette d’oro, per via della mancata indicizzazione delle stesse. Nell’arco di 14 anni dal 2006 al 2019 i dati dimostravano perdite di più del 50% per pensioni lorde di 40.000 euro, per sfiorare il 100% per quelle intorno ai 60.000.

Ora sul numero del 7 ottobre dello stesso supplemento, Alberto Brambilla, Presidente Itinerari Previdenziali, ritorna sull’argomento, in un articolo “Le verità che nessuno vi dice (i pochi che pagano per molti)”, ribadendo la enorme perdita subita dai pensionati che superano i 2.500 euro, mensili lordi, ma specificando che proprio questi pensionati,1.600.000, il 10% del totale di 16.000.000, versano il 60% (!) delle imposte gravanti su questa categoria, per la quale, anche nel recente programma del nuovo governo di sinistra nulla è previsto di miglioramenti. L’articolista sottolinea la mancata tutela sindacale per questa minoranza, che probabilmente è parte non indifferente degli elettori che non votano, in quanto nessuno schieramento politico si è mai interessato di sanare questo “non senso”, ma il discorso del Brambilla questa volta si allarga a tutta la massa di contribuenti e non solo dei pensionati quando sottolinea che il 60% dell’IRPEF grava sulle spalle del 12% degli italiani. Ma di queste ingiustizie la storia del fisco italiano è prodigo, come nel caso delle famiglie “monoreddito”, di cui anni ed anni or sono fu sottolineata la necessità di un correttivo in quanto l’unico titolare di un reddito “X”, pagava e paga di IRPEF, molto di più di due titolari di un reddito di “0,5 X” cadauno, che, una volta pensionati avrebbero goduto di due pensioni più basse che non incappavano nei blocchi, in cui probabilmente incappava il pensionato del famoso reddito “X”. Anche qui il problema riguardava una minoranza per cui il cosiddetto “legislatore” si è ben guardato da intervenire, quando addirittura non stimola l’odio sociale verso i “ricchi” epuloni.

9 ottobre 2019

 

 

Per i “grillini” fautori della “democrazia diretta” Il taglio di deputati e senatori deve limitare la democrazia parlamentare. Altro che risparmi!

di Salvatore Sfrecola

 

Tutti ricorderanno, in occasione del dibattito in Senato sulle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a seguito della crisi di governo provocata da Matteo Salvini, come il senatore Stefano Patuanelli, Presidente del gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle, abbia ripetutamente sottolineato, in opposizione alla richiesta della Lega di sciogliere le Camere in conseguenza del mutato orientamento manifestato dall’elettorato nelle più recenti elezioni regionali e comunali, come l’Italia sia una repubblica parlamentare, sicché è solamente nelle Assemblee legislative che si formano le maggioranze di governo. Lo ha detto con enfasi della quale non pochi si sono stupiti, considerato che il Movimento ha fatto sua una teoria apertamente antiparlamentare, quella della “democrazia diretta” patrocinata dal filosofo Jean-Jaques Rousseau ai tempi della rivoluzione francese e morta lì, richiamata anche nella denominazione della funzione ministeriale dell’on. Riccardo Fraccaro, Ministro per i rapporti col Parlamento e la democrazia diretta nel governo Conte 1.

Alla vigilia del voto definitivo sulla riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari è evidente che questo conferma l’ostilità del M5S per il ruolo del Parlamento. E non è un processo alla intenzioni se ricordiamo le parole di Davide Casaleggio, l’ispiratore del Movimento e creatore della piattaforma Rousseau, laddove qualche decina di migliaia di iscritti prendono decisioni per un partito che di voti popolari ne ha avuti alcuni milioni. Il Parlamento, diceva, e lo ha ripetuto parlando all’O.N.U., avrà un ruolo sempre più limitato, fino a divenire superfluo.

Espressione della demagogia più autentica, quella che dalla critica alla casta, per taluni versi certamente condivisibile, desume la necessità di ridurre i costi delle Camere limitando il numero dei parlamentari senza avere previamente proceduto ad una modifica costituzionale riguardanti il ruolo, il funzionamento delle Camere e la legge elettorale. Elementi che delineano il sistema parlamentare, in quanto il numero dei componenti delle Assemblee legislative e la legge elettorale ci dicono come deputati e senatori vengono scelti e conseguentemente come si formano le maggioranze, quelle che sono destinate non solamente a reggere il governo ma anche ad assicurare il funzionamento delle istituzioni di garanzia attraverso la elezione di cinque componenti della Corte costituzionale e degli organi di autogoverno delle magistrature.

La riduzione del numero dei parlamentari, senza una revisione delle funzioni delle Camere e del sistema elettorale, costituisce, dunque, una lesione significativa delle minoranze linguistiche e territoriali (diminuiscono, ad esempio, i delegati di alcune regioni nel collegio che elegge il Presidente della Repubblica) e non affronta conseguentemente il tema della governabilità che si ricollega necessariamente alla consistenza della maggioranza parlamentare che sostiene l’esecutivo.

È noto come in Italia si richieda da tempo un esecutivo più forte, sorretto da uno schieramento compatto, capace di adottare quelle misure di risanamento finanziario e di crescita economica alle quali sono intimamente collegate lo sviluppo dell’occupazione e il benessere delle persone. Deve, pertanto, preoccupare il fatto che, mentre si porta all’attenzione del Parlamento la riduzione di deputati e senatori, si va delineando nel dibattito politico un orientamento in favore di una legge elettorale proporzionale pura, cioè senza una quota uninominale, che avrebbe l’effetto, come insegna la storia delle elezioni in questo Paese, la frammentazione delle forze politiche presenti nelle assemblee legislative. Con la conseguenza di attribuire a modeste minoranze un ruolo di componenti essenziali nella definizione di una maggioranza di governo, assegnando loro una capacità di condizionamento pericolosissimo in democrazia. Chi è più esplicito la qualifica capacità di ricatto.

Il Paese si trascina da anni, da troppi anni, in un dibattito dagli effetti pressoché nulli sui temi del presidenzialismo, del federalismo e della democrazia maggioritaria alla ricerca di soluzioni tecniche che dovrebbero in qualche modo assicurare il raggiungimento di quegli obiettivi politico istituzionali.

Nel deserto di un dibattito politico sterile il M5S che ha saputo cogliere i risultati di una protesta demagogica e basata sull’invidia sociale, quella che aborre gli stipendi elevati e i ruoli emergenti, ha fatto leva su un argomento miserevole quale il risparmio che deriverebbe dal “taglio delle poltrone”, avendo al fondo una diffidenza nei confronti di chi gestisce il potere considerato potenzialmente corrotto o corruttibile.

Va rilevato, come aspetto negativo del dibattito, se così si può dire, quanto ha osservato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di oggi: “di fronte a questo attacco culturale, politico e istituzionale, alla democrazia parlamentare, gli altri, perlopiù, balbettano o assumono posizioni poco credibili. Balbettano quando tentano di normalizzare la riforma dei 5 Stelle, costituzionalmente ineccepibile nelle forme, ma eversiva nelle aspirazioni. Oppure, se non balbettano, fanno proposte che sembrano solo strumentali, sconnesse da una qualsivoglia visione politica”. E fa l’esempio della Lega, che si è convertita al maggioritario dopo aver difeso per tutta la sua esistenza il sistema elettorale proporzionale e dopo aver detto no al referendum del 2016, “al superamento del bicameralismo paritetico, ossia a una riforma che sarebbe stata indispensabile per stabilizzare e rendere coesi governi eletti con il meccanismo maggioritario. Gli antichi fautori del maggioritario (come chi scrive, aggiunge Panebianco) non possono che rallegrarsi per la conversione della Lega. Ma sono consapevoli del fatto che si tratta di una conversione basata solo su calcoli di convenienza momentanea. E i calcoli sulle convenienze cambiano di continuo”.

Come sempre l’analisi dell’illustre politologo è corretta e stimolante. Va tuttavia considerato, non senza amarezza, che tra le forze politiche italiane vi è chi ritiene il Parlamento un ostacolo alla governabilità (ricordiamo Berlusconi che non andava in Parlamento per non perdere tempo!). Eppure oggi Camera e Senato sono composti da “nominati” sulla cui fedeltà alle segreterie dei partiti che li hanno scelti e utilmente collocati in lista non dovrebbero sorgere dubbi. Eppure le ultime legislature hanno registrato un numero rilevante di cambi di casacca, cosa che rivela un minimo di indipendenza, quella che noi vorremmo fosse assicurata a tutti i parlamentari da un sistema maggioritario nel quale l’elettore identifica il candidato verso il quale vanno le sue preferenze e lo vota. In questo modo, come accade nella democrazia più antica del mondo, quella del Regno Unito, il parlamentare si trova a essere componente della Camera dei comuni in virtù dell’apprezzamento dell’elettorato essendo radicato sul territorio e, pertanto, indipendente rispetto alle decisioni delle segreterie dei partiti, almeno su temi eticamente e ideologicamente sensibili. Questa indipendenza finora è stata contrastata dai partiti. Le liste elettorali non si formano a seguito del confronto fra componenti dei partiti ma sono di esclusiva competenza delle direzioni politiche, con svilimento del dibattito politico all’interno dei partiti.

“È stato detto che la democrazia – sono parole di Winston Churchill – è la peggior forma di governo, eccezione fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. E al centro della democrazia sta il Parlamento, rappresentativo degli orientamenti della comunità nazionale. Ridurre il ruolo del Parlamento, come insegna la storia, significa dare l’avvio ad una deriva autoritaria dagli esiti inevitabilmente infausti.

7 ottobre 2019

 

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

Il Gestore dei servizi energetici (GSE) è persona giuridica di diritto privato, essendo stato costituito nelle forme della società per azioni. Tuttavia, il GSE rientra nel novero dei soggetti privati svolgenti pubbliche funzioni essendo stato investito dalla legge di funzioni di natura pubblicistica.

Hanno natura provvedimentale soltanto gli atti con cui il GSE accerta il mancato assolvimento, da parte degli importatori o produttori di energia da fonte non rinnovabile, dell’obbligo di cui all’art. 11 del d.lgs. n. 79 del 1999. Salvo il legittimo esercizio, ricorrendone i presupposti, dell’autotutela amministrativa, tali atti diventano pertanto definitivi ove non impugnati nei termini decadenziali di legge.

Deve, invece, riconnettersi natura non provvedimentale agli atti con cui il GSE accerta in positivo l’avvenuto puntuale adempimento del suddetto obbligo da parte degli operatori economici di settore (Cons. Stato, Ad. Plen., 3 settembre 2019, n. 09/2019, con commento di Licia Grassucci, “L’Adunanza plenaria si pronuncia sulla natura provvedimentale degli atti del Gestore dei Servizi Energetici”, in www.italiappalti.it, 20 settembre 2019).

 

Lo spazio politico non c’è più

“A inseguire lo sgangherato svolgersi degli avvenimenti sulla odierna scena politica, a farne la cronaca o a cercare di spiegarseli uno dopo l’altro, si rischia di smarrire il loro senso complessivo… Lo spazio politico si forma e deforma sulla spinta di personalità emergenti, finalità occasionali, sondaggi, ovvero in condizioni tali da rendere fisiologicamente impossibile qualsiasi seria prospettiva di riforma a medio-lungo raggio. I partiti diventano movimenti ondivaghi, le intese di governo contratti privati… L’occasionalismo regna sovrano” (Massimo Cacciari, ”Caro Zingaretti, è scaduto anche il tuo yogurt”, L’Espresso, n. 40/2019, 20 s.).

 

Storia reazionaria del calcio

Massimo Fini e Giancarlo Padovan sono gli autori della “Storia reazionaria del calcio”, con postfazione di Antonio Padellaro (Venezia, 2019), che esaminano i cambiamenti della società vissuti attraverso il mondo del pallone.

Nella prefazione viene spiegato che si parla di storia “reazionaria” nel “convincimento che il passato, calcistico e sociale, sia più avvincente del presente, anche se meno preciso dal punto di vista tecnologico, ma proprio per questo più affascinante perché imprevedibile”.

Anche per chi scrive, “ragazzino degli anni Cinquanta”, esistevano solo il calcio e il ciclismo, “i due grandi sport nazional popolari”, ma il calcio, parafrasando Arrigo Sacchi, era e rimane la cosa più importante tra le cose meno importanti.

Un caro zio, che portava il nome di mio padre ed esercitava, al pari di quest’ultimo, la professione di avvocato, volle condurmi ad assistere ad un incontro di calcio che contrapponeva la Roma al grande Torino: incontro che si disputava nel vecchio Stadio nazionale, poi denominato “Torino” in memoria dei campioni granata tragicamente scomparsi a Superga. L’esito dell’incontro fu decisamente disastroso per la Roma sconfitta per 7 – 1, nonostante l’iniziale goal messo a segno dall’indimenticabile Amadei.

Ma da quel giorno fui ancor più affascinato dal gioco del calcio e dalla Roma, squadra alla quale sono sempre rimasto legato da un amore sconfinato ed esclusivo. E ancora oggi nulla è mutato, anche se stiamo purtroppo tornando ai tempi non esaltanti della “Rometta”!

Ma come avvertito nel risguardo della pagina di copertina, il libro dovrebbe appagare anche le curiosità e le rivalità, che del calcio sono l’anima, dei tifosi oltre che di coloro che lo guardano da più lontano. Si tratta insomma di un libro per tutti e non solo per addetti ai lavori.

 

Trecce al vento

L’improvviso, generalizzato fervore ambientalistico non convince più di tanto.

I problemi non si risolvono di certo con oceaniche radunate studentesche, non si sa bene da chi pilotate, con relativi interessi sottesi ancora da individuare.

 

Il Crocifisso non si discute

Il Crocifisso, oltre un profondo valore religioso, riveste un indubbio significato simbolico, storico e culturale.

Possiamo al massimo concedere, a chi lo richiede, una porzione di “tortellini dell’accoglienza”.

 

Al voto! Al voto!  

A breve assisteremo, forse e senza forse, a manifestazioni scolastiche per reclamare la partecipazione al voto dei sedicenni.

Naturalmente, con assenze giustificate per i manifestanti.

 

 

 

Colf e badanti: l’emersione del nero dev’essere l’occasione per garantire equità fiscale e una migliore assistenza

di Salvatore Sfrecola

 

Sono fortemente critico nei confronti del Governo Conte 2, come avevo forti perplessità sul Conte 1, tutte confermate dalla persistente difficoltà di immaginare una efficace politica di crescita e sviluppo della quale l’Italia ha estremo bisogno. Niente viene immaginato che possa dare agli italiani la prospettiva di interventi intesi a tenere sotto controllo i conti e, contemporaneamente, di sollecitare l’economia e l’occupazione. È assolutamente deprimente, ma ancor più deprimente è la posizione assunta dall’opposizione politica e giornalistica. Entrambe scendono spesso nel qualunquismo becero, incapace di offrire un’alternativa rispetto all’assoluta inadeguatezza della politica del governo di 5Stelle e PD.

Uno dei temi sui quali si misura la capacità politica di percepire le reali esigenze del Paese è senza dubbio quello della lotta all’evasione fiscale che ha raggiunto, secondo dati ufficiali dell’Agenzi delle entrate, una misura assolutamente incompatibile con uno stato di diritto che dovrebbe assicurare la giustizia sociale. Evasione, infatti, significa che chi paga le imposte è soggetto ad un onere superiore a quello che sosterrebbe se tutti pagassero il giusto. Significa anche che l’effetto del fisco sull’economia è certamente distorto rispetto agli obiettivi asseritamente indicati da Parlamento e governo con la conseguenza che l’auspicata, da tutti, riduzione del carico fiscale è obiettivo difficile da raggiungere in presenza di forti squilibri nella distribuzione degli oneri tributari.fiscale.

Sono considerazioni di buon senso difronte alle quali una parte dell’opposizione torna a stare dalla parte degli evasori, acriticamente, senza formulare proposte alternative rispetto alle iniziative del governo come da ultimo delineate nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza e nella prospettiva della legge di bilancio 2020 il cui percorso parlamentare potrebbe riservare sorprese, in parte già prospettate in alcuni interventi di politici e commentatori.

Una delle vicende che sembrano più preoccupare, nell’ambito della preannunciata lotta all’evasione fiscale è senza dubbio quella di contrastare il lavoro in nero di colf e badanti attribuendo alle persone che si avvalgono di quelle collaborazioni del compito di sostituto d’imposta all’atto della corresponsione delle relative paghe. Il tema è obbiettivamente complesso e ne ha dato una esauriente dimostrazione l’articolo, a firma di Laura Della Pasqua su La Verità di oggi dal titolo “Obbligare i privati a riscuotere l’Irpef da colf e badanti è un autogol fiscale”. L’assunto è quello che le famiglie, “come tutti i datori di lavoro, sarebbero tenuti a trattenere le tasse nella busta paga e ad effettuare i relativi versamenti. Un compito che finora non hanno. Diventerebbero delle piccole aziende”. L’idea, conviene l’articolista, riferendo una valutazione di Assindatcolf, è quella di “far emergere il nero” in un settore nel quale il 60% di colf e badanti non è in regola. Le conseguenze evidenziate dall’articolo “rischiano non solo di vanificare l’intento anti evasione ma di allargarne i confini. Sarebbe un buco nell’acqua, con l’unico risultato di rendere la vita delle famiglie e degli anziani un inferno burocratico e di aumentare i costi del servizio”. Segnala che il compito di “sostituto d’imposta non è per niente facile”. Poi “La famiglia deve vedersela pure con il lavoratore che a causa del prelievo per l’Irpef, avrebbe lo stipendio decurtato. Non è difficile immaginare che questo cerchi di rivalersi della perdita esigendo un aumento”. Con la conseguenza da indurre, “anche chi è sempre stato in regola, a rifugiarsi nel nero”.

Fin qui la prosa di Laura Della Pasqua che mette sul tavolo tutti gli argomenti necessari per approfondire una vicenda certamente complessa.

Cominciamo dalla accertata evasione fiscale, rilevante, come dalla richiamata valutazione di Assindatcolf. Il 60% non è poco ed esige certamente un intervento capace di ridurre drasticamente l’evasione. Cosa necessaria, come dirò più avanti, anche perché uscire dal nero può significare garantire la professionalità dei collaboratori, non tanto per le colf quanto per i badanti il più delle volte senza un minimo di professionalità ai quali vengono affidati anziani e malati, persone fragili che non possono essere lasciati in balia di persone che, di fronte ad un malore, non sanno neppure chiamare il medico curante e spiegare cosa sta succedendo.

Sgombriamo subito il campo da un falso problema. Colf e badanti “costretti” a pagare le imposte chiederebbero, scrive Della Pasqua, un aumento di stipendio almeno corrispondente al prelievo alla fonte. È possibile che si verifichi ma parliamo di cifre modeste, sia pur significative per alcuni. Tuttavia è sfuggita una riflessione conseguente ad una considerazione che pure l’articolo fa. Le famiglie “diventerebbero delle piccole aziende”. Ed ecco che io avevo già suggerito, proprio in un articolo su La Verità di qualche tempo fa, come la lotta all’evasione fiscale passi innanzitutto da una completa deduzione della somma corrisposta al collaboratore, somma che, altrimenti, sarebbe tassata due volte, nel reddito del datore di lavoro e in quello della colf o del badante. Sarebbe una riforma assolutamente necessaria perché non è evidentemente giusto tassare una somma che viene trasferita ad altro soggetto. Che colui il quale spende per esigenze fondamentali della vita, come nel caso di chi deve servirsi di una collaborazione necessaria, vedersi tassata una somma che non utilizza per fini voluttuari ma per sopravvivere dignitosamente.

Così affrontato il tema della corresponsione delle somme dovute a colf e badanti, con una certa loro tracciabilità potrebbe essere superata l’esigenza di farne dei sostituti d’imposta in quanto il fisco saprebbe con certezza chi sono i percettori dei relativi redditi.

Quel che, a mio giudizio, non è accettabile è criticare ogni tentativo di lotta all’evasione fiscale senza fare proposte alternative idonee a dare soluzioni ad un problema di giustizia generalmente condiviso.

Come anticipato, per i badanti non ci si può limitare ai soli profili fiscali senza affrontare il tema della qualificazione professionale di queste persone, utilissime per i nostri anziani e malati. Occorre prevedere che per assumere quel compito e stipulare il relativo contratto di lavoro siano munite di una qualche attestazione pubblica su una competenza minima professionale: misurare la pressione arteriosa, fare un’iniezione, rilevare il livello di glicemia, conoscere i medicinali da somministrare, dialogando eventualmente con il medico sugli effetti di questi farmaci. Oggi molti badanti sono privi di qualunque conoscenza in proposito, hanno difficoltà con l’italiano e, pertanto, a leggere ed interpretare una prescrizione medica. Sicché suggerivo che una autorità pubblica, la ASL, la Croce Rossa, rilasciasse, al termine di un corso di qualche giorno, un patentino che attestasse queste conoscenze così dando certezze ai “badati” ed ai loro familiari.

Con queste regole si qualificherebbe un lavoro sempre più importante nella nostra società, che si misura in crescente aumento. Come sempre soluzioni semplici cui spesso la politica è spesso lontana con effetti negativi sul fisco e come visto sulla sicurezza delle persone assistite.

Qualcuno dirà che il fisco potrebbe vedere diminuito il gettito tributario in ragione delle deduzioni. È la solita scusa dei pigri, considerato che sarebbe possibile definire in termini di maggiore chiarezza un mercato del lavoro che rivela molteplici lati oscuri anche per la possibilità, nel Paese dei furbi, che alcuni si servano di aiuti privati e contestualmente ricevano vantaggi dallo Stato e dalle Regioni in termini di assistenza economica pubblica.

4 ottobre 2019

 

 

 

 

A Roma la prima del Don Giovanni di Mozart, musica straordinaria, bel canto e sceneggiatura  da dimenticare

di Dora Liguori

 

Nel lontano 1500, alcuni aristocratici signori, intrattenendosi fra loro, ebbero il genio di dar vita al melodramma, uno spettacolo che, almeno nelle loro intenzioni, doveva essere, per il fortunato fruitore, una specie di festa visiva ed uditiva. E tale, infatti, per lungo tempo è stato il cosiddetto, dramma in musica o dramma lirico finché, a cura di alcuni “illuminati” sovrintendenti non è invalso l’uso  di portare in scena cosiddette sperimentazioni registiche che, a definirle sconcertanti, si fa loro un complimento.  Pertanto, per i citati registi, è invalso l’uso di non tenere assolutamente conto delle indicazioni e del tempo storico stabilito dagli autori per procedere, invece, ad una aggiornata e “intelligente” rilettura del melodramma che, affidato alle loro cure, può, liberato da inopportune anticaglie, divenire una palestra  per illustrare al volgo (lo sfortunato pubblico) probabilmente le loro turbe sessuali.

Con queste belle idee, negli ultimi tempi, abbiamo potuto assistere ad una Norma palestinese che miete il sacro vischio nel deserto; ad una Sonnambula che, con un trionfo assoluto di cattivo gusto, insanguinata, abortisce in scena, mentre canta la sublime “Ah non credea mirarti” (roba da spingere, se fosse vivo, il povero Bellini al suicidio); una “Giovanna d’Arco” insidiata dal proprio padre e, tanto per finire, un romantico Alfredo della “Traviata” che stende, con tanto di matterello, le tagliatelle per la sua Violetta.

A questi “illuminati” principi si è ispirata anche la regia di Graham Vick (italiani non ce n’erano), per il “Don Giovanni” andato  in scena il 28 Settembre al Teatro dell’opera di Roma, una regia che, ad un certo punto, ha saputo convincere gli spettatori ad aspirare alla  “fortuna” di non vedere, per affidarsi ad occhi chiusi, solo alla magia della musica di Mozart, resa in modo onesto dal direttore d’orchestra Jeremie Rhorer (ma quanta simpatia, pare disinteressata, sembrano avere i sovraintendenti e i direttori artistici italiani per gli stranieri) nonché la godibile compagnia di canto, ovviamente disturbata dalle genialate registiche.

Inutile dire che si sono ripetute, a fine spettacolo, le contestazioni, i fischi e la riprovazione del pubblico, avverso il teatro della capitale, che non riesce più, salvo alcune sparute eccezioni, a mandare in scena una spettacolo guardabile. Da qui la forte tentazione del pubblico di dotarsi di occhiali del tutto oscuri, tali da impedire, lasciando intatto il piacere uditivo della musica dal vivo, la visione sconcertante di determinati parti registici.

Infatti, cosa dire di un donna Elvira, gratuitamente divenuta una suora; di immagini fuori luogo della Sacra Sindone e di un elemento, quello del dito del Michelangiolesco “Giudizio Universale”, apparso, improvvisamente, a sovrastare la scena; di un’orgia fatta da poveri invasati che, piuttosto che suscitare immagini sensuali, sfiorando il ridicolo, dava ai presenti una forte propensione al voto di castità; inoltre, tanto per gradire, una Zerlina che, nel finale, sceglie di farsela con donna Elvira piuttosto che un Masetto e, buon ultimo, un redivivo don Giovanni che, bel bello, si ripresenta in scena, alla faccia di tutti, soprattutto del pubblico pagante. Pertanto uno spettacolo che ispira l’opportuna scelta di non vedere poiché, a dirla tutta, i primi che da anni sono ciechi e anche sordi sono proprio i nostri politici, responsabili,  nonostante le proteste del pubblico (colui che, attraverso le tasse, consente gli spettacoli), di continuare a servirsi, in nome di non sappiamo cosa, di determinati soggetti che, assurti alla guida dei teatri, forse per una mancanza di estetica, ci propinano simili dissacranti e inguardabili spettacoli.

 

 

 

Ci ha lasciato Pietro Stroppiana, l’ultimo dell’Organizzazione Franchi, di Edgardo Sogno

di Rossella Pace

 

Con la morte dell’ingegnere Pietro Stroppiana scompare l’ultima memoria storica della celeberrima Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno. Una perdita, questa, che ci tocca dal profondo, proprio in un momento in cui sembra che l’antifascismo sia un valore appartenente ad una solo compagine politica, senza tenere conto di quella che fu la resistenza di quanti combatterono “senza alcuna bandiera” e lo fecero al pari degli altri partiti del CLN. L’attività dello Strop, così era noto,  all’interno dell’OF ne costituisce un esempio illuminante.  Entrò nell’organizzazione di Franchi nel luglio del 1944 con lo scopo di ottenere un appoggio per l’organizzazione del sabotaggio e del controsabotaggio degli impianti della RIV a Cimena, in quanto si era fatto assumere dall’impresa appaltatrice dei lavori SIP, esecutrice dei lavori di adattamento. Come connettore delle “rete” partigiana liberale mantenne i contatti quotidianamente con il comunista Riccardo Banderali e l’azionista Gigi Prat, capi cellula per la Franchi a Milano e a Torino. In questo suo ruolo riuscì a portare a termine molte azioni di disturbo alle linee tedesche. Dal 1945 passò ad occuparsi dalla difesa delle centrali idroelettriche in Val di Susa. Individuato dalle SS, fu costretto di continuo a spostarsi perdendo i contatti con la Banderali e a trascurare completamente l’attività cittadina, vivendo sotto falso nome fino alla liberazione di Torino. Vogliamo ricordarlo perché con lui se ne va non solo un grande uomo ma un pezzo di quel antifascismo che attende ancora di essere riscoperto.

30 settembre 2019

 

 

 

Di Maio e l’arroganza della partitocrazia che vorrebbe introdurre per i parlamentari il vincolo di mandato

di Salvatore Sfrecola

 

Luigi Di Maio non ha evidentemente idea alcuna della democrazia parlamentare e dell’autonomia di deputati e senatori. Uomo di pochi studi, di storia e diritto parlamentare, alla prima defezione, della Senatrice Silvia Vono passata sotto le insegne di Matteo Renzi, Di Maio, che teme l’esodo di altri deputati e senatori preoccupati di perdere il seggio in ragione del drastico calo di consensi che nelle più recenti elezioni ha caratterizzato le liste del Movimento 5 Stelle, non solo l’ha minacciata di richiedere 100 mila euro di penale, ma è tornato ad annunciare da New York che è sua intenzione proporre una modifica costituzione per introdurre il “vincolo di mandato”, cioè l’impossibilità giuridica per un parlamentare di passare dal partito nel quale è stato eletto ad un altro. In sostanza propone quello che si chiama il “mandato imperativo”

Il divieto di vincolo di mandato è sancito dalla Costituzione la quale, all’art. 67, stabilisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Una norma sostanzialmente fotocopia dell’art. 41 dello Statuto Albertino (1848), la Carta costituzionale del Regno d’Italia, il quale stabiliva che “I Deputati rappresentano la Nazione in generale e non le sole provincie in cui furono eletti.

Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori”.

È la regola base della democrazia parlamentare da quando è stato superato il modello delle assemblee medievali nelle quali gli eletti, esprimendo una “rappresentanza di interessi”, presentavano al sovrano le esigenze dei ceti sociali che li avevano scelti. Dalla rappresentanza degli interessi alla “rappresentanza politica” non è possibile definire a priori l’ambito di attività del rappresentante il quale agisce con piena autonomia. Il suo mandato deve restare libero da meri interessi settoriali per realizzare le diverse istanze che provengono dall’elettorato al fine di interpretare “l’interesse reale del Paese”, come scrive James Madison nel The Federalist.

Con il mandato imperativo, che oltre a Di Maio anche altri politici di tanto in tanto propongono di introdurre, si vuole dunque impedire il passaggio dei parlamentari da un partito ad un altro, quella scelta per la quale chi la compie viene definito, nella migliore delle ipotesi, trasformista, voltagabbana, traditore, doppiogiochista. Un’antica abitudine della politica italiana, anche di quella più nobile. Cominciò, prima dell’unità d’Italia, con il famoso “connubio”, come fu indicato ironicamente l’accordo politico del febbraio 1852 tra due schieramenti del Parlamento Subalpino, quello del Centrodestra, capeggiato da Camillo di Cavour, e quello del Centrosinistra, guidato da Urbano Rattazzi. Portò alla Presidenza del Consiglio il giovane Conte di Cavour. Continuò con Agostino Depretis nella stagione della Sinistra al Governo, poi con  Giovanni Giolitti, a lungo Presidente del Consiglio fino alla Grande Guerra. Prosegue con la Repubblica via via più frequente il cambio di partito che nella passata legislatura ha interessato centinaia di parlamentari anche più volte. Con il record di Dorina Bianchi che ha cambiato sette volte casacca.

Le “ragioni” per le quali si chiede l’abolizione della norma che esclude il vincolo di mandato sono evidenti e, in una certa misura, comprensibili anche se da respingere assolutamente e con fermezza, a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza dei parlamentari. Oggi l’elettore non sceglie il deputato o il senatore il quale viene eletto esclusivamente in ragione di una decisione della segreteria del partito, di quel piccolo comitato di dirigenti che individua le persone da candidare e le colloca in lista nella posizione che assicura loro l’elezione in ragione dei consensi previsti per il partito. E se il calcolo è confermato dai risultati delle urne il candidato si troverà eletto anche se nessuno l’ha mai visto in faccia. Per cui i capi dei partiti possono ben dire: “noi ti abbiamo fatto eleggere, se vuoi uscire dal partito devi dimetterti per rispetto degli elettori” i quali, come detto, probabilmente non lo conoscono. Ma poiché nessuno può fare affidamento su una dimissione volontaria ecco che il Di Maio di turno ripropone il vincolo di mandato.

Infatti i partiti cercano il controllo assoluto dei gruppi parlamentari che potrebbe essere messo in forse in caso il deputato o il senatore dissenziente rispetto alla linea del partito fosse eletto con voto di preferenza o in un collegio uninominale, cioè se avesse un sicuro radicamento sul territorio, ed in ragione del consenso personale si sentisse autonomo, ad esempio in caso di decisioni di particolare importanza politica ed etica. Un parlamentare inglese mio amico, eletto in un collegio uninominale, mi spiegava che lui cura i suoi elettori veramente “porta a porta”. Loro lo conoscono e ne condividono idee e programmi. Con la conseguenza, mi diceva, che “se il mio partito mi cambiasse collegio io mi presenterei ugualmente e sarei eletto”.

È il segreto della democrazia più antica del mondo (sancita dalla Magna Charta Libertatum del 1215), quella secondo la quale sulle rive del Tamigi, a Westminster House, al Primo Ministro di Sua Maestà, Boris Jhonson, i parlamentari del suo stesso partito, il Conservatore, possono negare il voto quando dissentono dalla sua linea politica, senza che questo desti scandalo.

Un esempio per dire che la democrazia, in Italia, deve ancora fare molti passi avanti verso le regole dell’anno…1215.

28 settembre 2019

 

 

Frammenti di riflessioni

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia penale

La sentenza, nella sua estrema sinteticità, affronta due temi di portata generale. Quello della specificità dei motivi di appello e quello della motivazione della sentenza.

È inammissibile l’appello se del tutto privo sia di riferimenti ad elementi oggettivi di valutazione, sia di una critica dialettica rispetto alle argomentazioni svolte dal giudice di primo grado.

La motivazione che si sostanzia in un modello prestampato, il cui contenuto è nella quasi totalità adattabile ad una quantità indiscriminata di ipotesi e oltretutto non corrispondente ai motivi d’appello, si pone in sostanza ai limiti della nozione di motivazione apparente (e, dunque, inesistente), che, come noto, è ravvisabile quando sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioè in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente (Cass., Sez. IV penale, 4 ottobre 2018, n. 47834, con commento di Licia Grassucci, “È inesistente la motivazione della sentenza che prescinde dalle risultanze processuali”, in www.italiappalti.it, 21 novembre 2018).

 

Ancora sul nuovo governo

“Tutto è possibile dopo la crisi dell’estate. Nell’abbraccio estivo, finiscono le spinte primordiali dei due partiti, la loro vocazione, la loro ambizione. Per M5S era il vaffa, l’attacco al sistema: ora sono diventati il partito del Palazzo e del governo, pronti a tutto per restarci. Per il Pd, il rischio è definitivo: abbandonare per sempre la vocazione maggioritaria, quella che ti spinge ad avere il migliore progetto di governo, una classe dirigente adeguata, un’organizzazione radicata nel Paese. Era l’ambizione per cui il Pd è nato: un progetto per il Paese, vincere e governare.  Nulla di tutto questo. Si prepara il ritorno alla legge proporzionale, come nella mitica Prima Repubblica dei partiti, ma nel frattempo i partiti non ci sono più. E dunque la sinistra torna al governo, ma senza il voto popolare, senza il popolo, o almeno un popolo, alle spalle… La sinistra torna al governo, ma è nuda” (Marco Damilano, “Il governo e il fossato”, L’Espresso, n. 37/2019, 8 ss).

Oggi, pertanto, possiamo senz’altro condividere l’affermazione che dietro i partiti, o presunti tali, non c’è più, come una volta, il popolo, ma soltanto una folla anonima inconscia del proprio destino.

 

Aggettivo

“Gli aggettivi devono essere quelli giusti, capaci di dire qualcosa di noi. L’aggettivo può metterti in luce, oppure farti precipitare in un baratro... L’aggettivo è una lama, capace di incidere contorni senza sbavature. Di profilare con nettezza la persona o la cosa alla quale si riferisce. Già, ma solo quando è necessario e scelto con cura… Succede invece spesso, come nel discorso di Conte alla Camera, che l’aggettivo sia un rimedio all’horrror vacui. Non è più una lama, assomiglia piuttosto a un gorgo, soprattutto se accoppiato a nomi altrettanto generici. Eccolo lì: fa girare la testa, fa perdere solidità al discorso. Alla fine, non ricordiamo quasi nulla di quello che è stato detto. Esornativo, svuotato di significato, è l’aggettivo che induce amnesia… Non abbiamo più bisogno di un linguaggio evanescente, ma di formule e parole esatte. È una questione politica, etica, umana. Non abbiamo bisogno di dimenticare, ma di vedere la realtà” (Gaia Manzini, “aggettivo”, L’Espresso, n. 38/2019, 7).

 

Per saperne di più

Si raccomanda di leggere (e meditare) il circostanziato articolo di Antonio Fraschilla “E a Catania l’Ateneo è cosa loro” (L’Espresso, n. 37/2019, 52 s), per conoscere “il generale sistema che ha consentito ai baroni dell’Università di Catania di trasformare l’Ateneo più antico della Sicilia, fondato nel 1434, il più grande a Sud di Napoli, in cosa loro”. Infatti, i magistrati della Procura etnea “hanno indagato sessanta docenti e sospeso i due rettori uscenti”.

 

Garibaldi visto da Montanelli

Tre meriti gli vanno riconosciuti. Primo, il coraggio: era sempre pronto a darne sul campo l’esempio, ed era solo con l’esempio che trascinava i suoi descamisados. Secondo, la personale onestà: povero era nato, e povero morì… Terzo, fra i protagonisti del Risorgimento fu l’unico che seppe suscitare qualche entusiasmo popolare, anche se dovuto più ai lati spettacolari, pittoreschi e buffoneschi del suo modo di essere e di apparire che non a delle vere qualità di capo. Ma questo, più che al suo, è da attribuire al carattere del popolo italiano che ama più le apparenze della sostanza e si lascia impressionare soltanto dalla teatralità dei gesti e delle parole” (Indro Montanellli, “Giuseppe Garibaldi – Un grosso pasticcione”, in “Cialtroni”, a cura di P. Di Paolo, Milano, 2019, 35 s).

26 settembre 2019

 

 

Il Ministro dell’istruzione tra auspici condivisibili e istigazioni a violare la legge

di Salvatore Sfrecola

 

Il Ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, da poco insediatosi a viale Trastevere, non si è limitato a proporre una imposta sulle merendine, per reperire risorse da destinare ad un incremento degli stipendi dei docenti delle nostre scuole. L’esigenza è ampiamente condivisibile ma lo strumento è sbagliato. Che poi è grave che l’abbia proposto un docente di economia, sia pure nella lontana Pretoria (Sudafrica). Infatti, se l’imposta scoraggia l’acquisto delle merendine, ritenute contrarie ad una sana dieta per i giovani, il ricavato per l’erario sarà progressivamente insufficiente per far fronte all’esigenza.

Non contento di questa iniziativa, subito bollata come assurda, il Ministro ha scritto una circolare indirizzata ai “cari dirigenti scolastici e cari docenti” e al “caro mondo della scuola” nella quale si spende, anche da padre, Salvini docet, per “lo sviluppo sostenibile, per lottare fattivamente contro il cambiamento climatico” al quale intende sensibilizzare docenti e studenti. Chi potrebbe dargli torto?

Ma il Ministro va oltre ed ha invitato le scuole, “pur nella proipria autonomia” a considerare giustificate le assenze degli studenti che partecipano alla mobilitazione per il clima il prossimo 27 settembre. Tuttavia questa circolare non l’ha firmata il Ministro ma il “Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione”, Carmela Palumbo. Indirizzata ai Dirigenti scolastici, ai Direttori degli Uffici Scolastici Regionali ed al Capo di Gabinetto, la circolare prende le mosse dalla manifestazione promossa dal movimento “Fridays For Future” (dal 20 al 27) e rende noto che “in previsione dell’ampia adesione degli studenti italiani alle iniziative locali, alle quali molto spesso le istituzioni scolastiche e le associazioni studentesche hanno fornito il proprio supporto organizzativo, l’on. Ministro esprime l’auspicio che le scuole, nella propria autonomia, possano considerare l’assenza degli studenti per la giornata del 27 p.v. motivata dalla partecipazione alla manifestazione, utilizzando le ordinarie modalità di giustificazione delle assenze adottate dalla stesse scuole”.

Fin qui la circolare anticipata dal Ministro su Facebook dove aveva annunciato di aver dato mandato in tal senso. Alcune considerazioni. Il “mandato” è certamente illegittimo e illecito. Sotto il profilo penale la scelta può ritenersi contraria a quanto previsto dagli artt. 331 e 340 c.p. in quanto ha l’effetto di turbare “la regolarità di un servizio pubblico”. Inoltre, sotto altro profilo, la prevista giustificazione delle assenze, che, non è dubitabile, saranno massicce, impedisce la regolare tenuta dei corsi con l’effetto che i docenti, i quali sono retribuiti dallo Stato per questo loro essenziale lavoro, saranno ovviamente pagati pur non prestando la loro attività perché impossibilitati per iniziativa del Ministro. Anzi del Capo Dipartimento, che non ha avuto il coraggio di dire al Ministro che non si poteva fare, come dovrebbe segnalare al proprio vertice politico ogni funzionario dello Stato. E si è parata scrivendo anche al Capo di gabinetto, che è un giurista e sarà inorridito.

La disposizione contra legem è, inoltre, foriera di danno erariale, cioè di quella particolare fattispecie illecita che si realizza quando un pubblico amministratore o funzionario determina direttamente o indirettamente un pregiudizio finanziario ai danni dello Stato e che la Corte dei conti è tenuta a sanzionare. Nel caso specifico il pregiudizio finanziario sta nel fatto che lo Stato pagherebbe delle prestazioni professionali senza che i docenti possano tenere lezione. Non per una circostanza eccezionale ma perché il Ministro ha favorito l’assenza degli studenti.

Il danno è rilevante, considerate le giornate di lavoro che vengono pagate senza che i professori svolgano il loro lavoro. Ma ancor più grande è il disservizio che il Ministro ha prodotto e l’insegnamento negativo che è implicito nella disposizione che ritiene meritevole di apprezzamento, e quindi giustificabile, l’assenza dalle lezioni per la partecipazione ad una iniziativa sostanzialmente politica, anche se nel merito assolutamente condivisibile. Chi, come me ama la natura, ed è pronto a dare testimonianza della lotta all’inquinamento e a tutte le altre forme di degrado dell’ambiente, apprezza certamente la partecipazione dei giovani a queste manifestazioni che, tuttavia, il Ministro strumentalizza in modo contrario ai doveri del suo ufficio.

Per concludere, giustissimo che la tutela della natura s’impari tra i banchi di scuola educando i giovani a diventare cittadini consapevoli e rispettosi dell’ambiente. Tuttavia ci si chiede da sempre perché gli studenti non manifestino fuori dell’orario delle lezioni, magari il sabato al posto della gita fuori porta. Invitarli a marinare la scuola, prima di essere illecito è diseducativo.

24 settembre 2019

 

 

Avanti un altro, c’e’ posto

di Giuseppe Borgioli

 

E così abbiamo un altro partito, nato dalla costola del PD che è stato battezzato col nome un po’ impegnativo “Italia viva”, ma non abbiamo dubbi che sarà chiamato da tutti “partito renziano”. Sosterrà il sempre più patetico Conte bis, in cui Renzi conta ministri, vice ministri e sottosegretari e parteciperà alla ulteriore distribuzione dei posti di sottogoverno. La cerimonia di battesimo si terrà alla Leopolda fra poche settimane.

Anche il “partito renziano” si propone di conquistare il centro politico un tempo occupato dalla mitica DC. Siamo tentati di porci la domanda: esiste ancora il centro come l’abbiamo conosciuto trenta anni fa? Se questa è la strategia, le forza conscia o inconscia che tiene in vita i neoscissionisti è il non poter fare a meno del potere. È quasi una droga che inchioda personaggi come Matteo Renzi.

Si autoassolvono parlando di bene comune, in realtà vanno come mosche dove li richiama il bagliore dei riflettori televisivi. Il caso di Renzi è emblematico: tre anni fa voleva semplificare la repubblica abolendo di fatto il senato (trasformandolo) e sposando decisamente il sistema elettorale maggioritario. Ora ci porterebbe dritti - se lo seguissimo – verso il proporzionale puro.

L’importante è tenere il potere. Dividerlo con i propri sodali come fosse un bottino, perdersi per passare il tempo nei giochetti delle alleanze e delle scissioni illudendosi di compiere scelte che rimangano nella storia. Nella storia non rimarrà nulla di tutto ciò, semmai queste vicende senza passione e qualità riempiranno la cronaca, le pagine di “Repubblica” a cui Renzi ha dato intelligentemente la sua prima intervista di capo partito. Del resto due giorni prima del lieto evento l’editore di “Repubblica” Carlo De Benedetti – che sa fare gli affari suoi, un pò meno quelli della nazione - intervistato da un canale televisivo prefigurava questi sviluppi.

Per fare un partito ci vogliono uomini (sempre disponibili sul mercato), soldi e idee. Le idee si raccattano facilmente al supermercato della Leopolda. Finalmente abbiamo capito perché certi personaggi non sentiranno mai la forza attrattiva del Re. Sono dei narcisisti che si accontentano della loro immagine restituita dagli scherni.

Il Re è pur sempre un principio che ti rimanda ad altro da te, alla nazione, alla storia, al passato che si fa presente. Questa sì che è l’Italia viva non quella nata già morta.

(da www.unionemonarchicaitaliana.it)

 

 

C’è movimento a destra, suscettibile di importanti novità

di Salvatore Sfrecola

 

C’è grande movimento dalle parti del Centrodestra, a seguito della crisi di governo che ha dato luogo all’Esecutivo Conte 2 ed in vista di scadenze elettorali importanti in regioni quali l’Umbria, la Toscana e l’Emilia-Romagna, da sempre governate dalle sinistre, oggi possibile conquista per la coalizione che vede uniti Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Tuttavia la crisi che ha portato all’uscita della Lega dal “contratto di governo” con il Movimento Cinque Stelle sta determinando riposizionamenti all’interno dello schieramento di Centrodestra. Per iniziativa di Giovanni Toti, che ha creato un movimento denominato “Cambiamo”, per l’incremento dei consensi registrato in questi ultimi tempi da Fratelli d’Italia, per le difficoltà evidenti di Forza Italia che soffre di una leadership personale e personalistica che non appare più adeguata all’attuale momento storico, vuoi per l’attrazione che su molti suoi elettori esercitano la Lega e Fratelli d’Italia, vuoi per il minore impegno di Silvio Berlusconi, inevitabile per il passare degli anni.

Tuttavia Berlusconi, che rivendica la centralità di FI nel Centrodestra, dice delle cose vere, nel senso che in quello schieramento lo spirito liberale, moderato, cattolico, rappresentato negli anni dal suo partito, trova nella crisi in atto l’esigenza di trovare altre sponde, dacché la Lega di Matteo Salvini non è per tutti l’approdo ottimale. In sostanza i portatori della cultura liberale, alla Einaudi, per intenderci, trovano difficoltà ad aggregarsi alla Lega chiassosa interpretata da Salvini e dai suoi, un’esperienza politica che si è andata consolidando in modo notevole nel corso degli ultimi mesi ma che tuttavia lascia perplessi i liberali italiani i quali, immersi nello spirito patriottico di derivazione risorgimentale, non possono dimenticare il pregresso spirito secessionista della Lega, l’ostilità alla condivisione degli ideali nazionali, a cominciare dalla bandiera nazionale, il Tricolore tante volte vilipeso, che sono testimoniate e sottolineate dalla difficoltà che la Lega trova nell’accrescere i consensi a Sud del Po, come dimostra la squadra di governo nell’esecutivo Conte 1 nel quale i ministri leghisti, con esclusione della Bongiorno, erano tutti padani. È vero che la Lega è cresciuta anche a Sud ma è un consenso “di pancia”, assolutamente inidoneo a garantire un permanente il successo per una forza politica che vuol essere nazionale.

Tra i problemi che riguardano Forza Italia e la Lega, molto diversi ma comunque importanti, Fratelli d’Italia si presenta nel dibattito politico maggiormente coerente e dinamica, guidata da una giovane esponente della destra che ha dato dimostrazione di saper affrontare i problemi dell’attualità e di mantenere forte e sicura la barra della navicella in un momento di gravi difficoltà di ordine economico e sociale che fanno ritenere necessario un maggiore approfondimento alla luce di moderne idee conservatrici.

Giorgia Meloni è cresciuta nella considerazione degli italiani moderati, come dimostrano i più recenti sondaggi, e potrebbe crescere ancora se, ricordando l’esperienza di Almirante, manifestasse una più decisa apertura al pensiero liberale conservatore che è parte essenziale di quella galassia che possiamo definire della “destra liberale”, alla quale si affacciano ambienti variegati del cattolicesimo tradizionalista e, negli ultimi tempi, i monarchici italiani impegnati nella battaglia sulle riforme costituzionali, per le quali si sentono particolarmente titolati.

Un siffatto ampliamento della prospettiva politica darebbe a Fratelli d’Italia un sicuro incremento di consensi, un po’ come fu per Alleanza Nazionale la quale seppe, in un momento di trasformazione profonda della politica, dopo il crollo della Prima Repubblica, richiamare l’attenzione di personalità della società civile, come si usa dire, particolarmente qualificate, da Domenico Fisichella a Giuseppe Basini, il politologo e lo scienziato, entrambi di cultura liberale.

Vedremo come nei prossimi mesi, anche per effetto del dibattito che si svilupperà nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali e nella opposizione al governo Conte 2, come si potranno riposizionare nell’ambito del Centrodestra personalità e gruppi i quali ben possono richiamare l’attenzione dei moderati e dei conservatori ai quali il Salvini che chiede i “pieni poteri” e che urla da una spiaggia non aggrada molto, anche se ne apprezzano l’impegno a difesa dei confini nazionali e nella lotta alla immigrazione indiscriminata.

23 settembre 2019

 

 

Un doveroso riconoscimento su Umberto II

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Lunedi 16 settembre, ore 23,30 su RAI 1 – è stato trasmesso un documentario “1948. L’anno che cambiò l’ltalia” affidato a Bruno Vespa, che si è avvalso per i commenti dello storico Gianni Oliva. Nel documentario interviste a Napolitano, De Mita, Ciccardini e Segre ed altri.

Dovendo inquadrare le elezioni politiche del 1948 si è dovuto logicamente partire dalle elezioni di due anni prima, il 2 e 3 giugno 1946 per il referendum istituzionale e l’Assemblea Costituente. Oliva sul referendum, oltre ai dati ufficiali per la affermazione repubblicana, di stretta misura, ha ricordato il quesito posto alla Corte di Cassazione, su gli elettori “votanti”, senza però approfondire il problema ed ha dato atto del comportamento corretto e lineare del Re Umberto, di evitare la guerra civile, dato che a Napoli già era scorso il sangue di giovani monarchici, concludendo che il Re, andando in esilio, tra l’interesse per la Dinastia e quello per l’Italia, “aveva scelto l’Italia”. Riconoscimento doveroso, di uno storico non monarchico, che è stato anche obiettivo in altri punti del documentario, con una decisa condanna del comunismo, pur riconoscendo a Togliatti, dopo il famoso attentato di Pallante che lo aveva colpito gravemente, di aver bloccato la rivolta che altri del suo partito, avrebbero voluto scatenare. Un documentario da meditare, anche per il ricordo degli aiuti statunitensi e del Piano Marshall.

18 settembre 2019

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia civile

La questione rimessa alle Sezioni Unite civili della Corte di cassazione, riguarda l’accertamento del diritto dei genitori di alunni delle scuole primarie e secondarie di scegliere, per i propri figli, tra la refezione scolastica e il pasto domestico (portato da casa o confezionato autonomamente) e, in particolare, di consumarlo all’interno dei locali destinati alla mensa e nell’orario della refezione.

La Suprema Corte, dopo un’ampia disamina del problema (dissociandosi, tra l’altro, dalla sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V, n. 5156 del 2018), ha ritenuto che un diritto soggettivo perfetto e incondizionato all’autorefezione individuale, nell’orario della mensa e nei locali scolastici, non è configurabile e, quindi, non può costituire oggetto di accertamento da parte del giudice ordinario, in favore degli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, i quali possono esercitare diritti procedimentali, al fine di influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa, rimesse all’autonomia organizzativa delle istituzioni scolastiche, in attuazione dei principi di buon andamento dell’amministrazione pubblica (Cass., Sez. Un. civ., sentenza 30  luglio 2019, n. 20504).

 

Il trionfo del trasformismo

È doveroso segnalare un articolo di elevata caratura, a firma di Massimo Cacciari, “Tutti senza radice” (L’Espresso, n. 36/2019), sulla recente crisi governativa.

Ricco di notazioni critiche particolarmente significative, specie quella finale, senz’altro meritevole di essere riportata integralmente.

“Questa crisi segna anche il punto culminante dell’onda lunga della crisi dell’istituto parlamentare. O entra in gioco un disegno radicale di riforma, o celebriamone pure il funerale, funerale che potrebbe durare anche cento anni. Le correnti demagogico-populistiche che tutti hanno inseguito negli ultimi decenni non potevano portare altrove, ma mai così drammaticamente come in questa fase è emersa l’impotenza del Parlamento rispetto a logiche privatistiche di gestione del potere. Tutto l’impianto dei rapporti tra esecutivo e legislativo, tra potere centrale e Regioni e Enti Locali, tra potere politico e funzioni autonome dello Stato, va finalmente riformato, se non vogliamo che dalla crisi della democrazia rappresentativa nelle forme che finora abbiamo conosciuto si passi alla fine della stessa democrazia in un regime di contrattazioni tra poteri economici, finanziari, mediatici che di volta in volta assumono la figura di questa o quella loggia, di questo o quel cerchio magico, di questo o quel tecnico-manager. Sempre più è questo il gioco cui assistiamo e ad esso l’opinione pubblica sembra ormai quasi assuefatta.

Sarà soltanto con una lunga lotta culturale e politica che la situazione potrà cambiare, non certo fuggendo il confronto aperto con chi l’ha voluta e la difende, né certo cambiando in commedia qualche attore”.

 

Norimberga

È il primo volume che il Corriere della sera dedica ai grandi processi della storia, autore Roberto Scevola (Milano, 2019).

Nell’ottima prefazione di Pierluigi Battista si evidenzia che “il processo di Norimberga ai criminali nazisti è stato uno spartiacque non solo nella storia del Novecento, ma in quella di tutt’intera l’umanità, messa al cospetto di atrocità inenarrabili”.

Il processo di Norimberga “suscita interrogativi, controversie e polemiche che il racconto di Scevola non minimizza e anzi spiega nei suoi aspetti anche più appassionanti dal punto di vista etico e giuridico. Interrogativi sulla opportunità stessa di tenere un processo”. Infatti, come sovente sostenuto, non è ammissibile fare il processo ai vinti.

Il volume passa in rassegna i protagonisti del processo, iniziato il 20 novembre 1945 e concluso con sentenza del 30 settembre – 1° ottobre 1946, con la condanna dei maggiori imputati all’impiccagione.

L’esecuzione della sentenza ebbe luogo tra la notte del 15 e del 16 ottobre e, subito dopo le 5, undici bare vennero avviate verso Monaco.

I corpi furono, quindi, immediatamente cremati nei forni del campo di Dachau e le ceneri disperse nelle acque dell’Isar.

Prima dell’esecuzione Göring si era tolto la vita in cella, avvelenandosi con il cianuro. La fiala del veleno era stata occultata in un vasetto di crema per le mani.

 

Bibbiano docet

L’ombra di Bibbiano si allunga anche su Verona” scrive Riccardo Torrescura su La Verità del 30 agosto 2019.

La Procura competente ha, quindi, aperto una inchiesta sull’affido dei minori – a quel che si dice, sottratti alle famiglie di origine anche con subdoli e riprovevoli espedienti – e “portati in comunità, per altro costose, anche se basterebbe aiutare le famiglie tramite un educatore”.

Da quanto abbiamo letto in questi giorni, è ormai venuta meno ogni credibilità dei servizi sociali.

 

 

 

I Senatori “a vita” non hanno più ragione d’essere

di Salvatore Sfrecola

 

Ha destato malcontento, tra le fila dell’opposizione e nel Paese che guarda a destra, il fatto che i Senatori “a vita” Mario Monti, Liliana Segre ed Elena Cattaneo abbiano votato la fiducia al Governo Conti 2. È accaduto quasi sempre così, all’unanimità, quando i governi erano di Sinistra. E sempre con seguito di polemiche.

Nessuno, ovviamente, nega il diritto dei Senatori a vita di votare la mozione di fiducia al governo ma prevale l’indicazione che, per un fatto di garbo istituzionale, personalità che non hanno ricevuto un mandato politico dovrebbero astenersi in una votazione tra le più politiche come quella che fa vivere il governo attraverso l’approvazione della mozione che condivide le dichiarazioni programmatiche del Presidente del consiglio.

I Senatori a vita, a parte gli ex Presidenti della Repubblica che sono membri di diritto della Camera Alta, sono previsti dall’articolo 59 della Costituzione scelti dal Presidente della Repubblica tra i cittadini italiani i quali abbiano “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Questi in qualche modo ripetono il ruolo dei Senatori del Regno, nominati ai sensi dell’art. 33 dello Statuto Albertino per decisione sovrana tra personalità delle istituzioni e tra coloro che “con servizi o meriti eminenti avranno illustrata la Patria”, da Manzoni a Marconi, da Einaudi a Croce, per fare qualche esempio. I Senatori non votavano la fiducia al governo, ritenendosi che solamente la Camera dei Deputati, in quanto elettiva, dovesse esprimere quel voto.

Il Senato della Repubblica è elettivo e, pertanto, vuota la fiducia ma i Senatori a vita non sono eletti e dovrebbero avere il buon gusto di astenersi. A differenza del Re, infatti, il Presidente della Repubblica, che li nomina, ancorché assumendo la carica diviene il custode imparziale della legalità costituzionale, è pur sempre un uomo di parte nel senso più proprio del termine in quanto è stato tesserato di un partito politico, per cui i senatori a vita sono stati costantemente scelti tra personalità di indubbio prestigio ma comunque “di area” come si dice. Di sinistra, in quanto i Presidenti della Repubblica, a parte Luigi Einaudi, sono stati eletti costantemente tra esponenti dei partiti di Sinistra.

Cresce, dunque, nel Paese la richiesta di abolire la carica di Senatore a vita. Anche per gli ex Presidenti della Repubblica, come accade ovunque. È bene che lasciando il Quirinale si dedichino, se qualcuno li richiede, a fare conferenze ed a scrivere libri, come accade in tutte le repubbliche.

12 settembre 2019

 

 

 

Conte si tiene stretto, attraverso il Prefetto Lamorgese, anche il Ministero dell’interno

di Salvatore Sfrecola

 

Perché un tecnico, un prefetto in pensione, alla guida di uno dei più politici dei ministeri, quello dell’interno? Un tecnico di prim’ordine, come Luciana Lamorgese, una lunga e brillante esperienza al ministero, anche come Capo di gabinetto del Ministro Angelino Alfano, quando aveva dovuto affrontare l’emergenza sbarchi negli anni 2014 – 2016, poi Prefetto di Venezia e di Milano.

Un tecnico alla guida del ministero nel quale ha esercitato le sue funzioni ha indubbi vantaggi ma anche qualche inconveniente. I primi derivano dalla conoscenza dell’apparato, degli uomini che vi operano, delle leggi che ne disciplinano le attribuzioni, essenziale in una stagione nella quale il governo si è impegnato a modificare i decreti Salvini. Gli inconvenienti potrebbero derivare dalla tendenza, naturale, ad avvalersi dei colleghi di concorso, di quelli con i quali si è lavorato, degli amici, con il rischio di creare malessere nella struttura. In teoria. In pratica non accadrà, per le doti umane del Prefetto Lamorgese e per il garbo con il quale si rapporta con la gente.

Sul piano politico la nomina di un tecnico alla guida del Ministero che più ha diviso la politica e l’opinione pubblica, assicurando il successo che a Matteo Salvini hanno riconosciuto i sondaggi, ha un rilevante significato sul piano degli equilibri di governo. Nel senso che evidentemente la gestione “politica” di quella delicatissima amministrazione sarà in mano al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale deve aver ritenuto di poter lucrare almeno parte dell’appeal che il leader della Lega si è conquistato nei quattordici mesi del governo giallo-verde nella lotta all’immigrazione clandestina.

In sostanza Conte ha voluto evitare che un ministro dell’interno politico, ad esempio un Marco Minniti, del quale si era detto alla vigilia della formazione del governo, gli rubasse la scena in un settore sensibile, immigrazione e sicurezza, al quale l’opinione pubblica guarda con estremo interesse.

Questa lettura della scelta del Prefetto Lamorgese dimostra che il Presidente Conte, individuato dalla stampa e dalla politica nella precedente esperienza di governo come personalità terza, messa lì per mediare tra due partiti che si erano duramente scontrati nella campagna elettorale conclusasi con il voto del 4 marzo 2018, è diventato un politico autonomo, dotato di personale visibilità anche internazionale di notevole rilievo, testimoniata dalle congratulazioni e sollecitazioni di Trump, Macron e Merkel.

Con questa scelta del ministro Lamorgese si conferma, dunque, la valutazione, diffusa tra gli osservatori politici, di un Giuseppe Conte che decolla definitivamente nel mondo politico istituzionale, pure non avendo un proprio partito. Ha detto, infatti, di non essere organico al Movimento 5 Stelle facendo dimenticare, per un momento, la indicazione che Di Maio ne aveva fatto nel 2018 quale possibile ministro della funzione pubblica. In tal modo Conte vuol apparire indipendente ma non terzo, guida sicura del Governo del quale, ai sensi dell’articolo 95 della Costituzione, ha la direzione e il coordinamento. Guardando alla scadenza della elezione del Presidente della Repubblica già qualcuno sostiene che a quella carica potrebbe legittimamente aspirare, avendo anche un credito da portare all’incasso: quello di aver evitato un prevedibile bagno di sangue per entrambi i partners di governo ove si fosse andati ad elezioni anticipate e di aver riportato con importanti responsabilità ministeriali il Partito Democratico, battuto in tutte le lezioni degli ultimi anni, a partire dal 4 dicembre 2016, quando gli italiani hanno detto no alla proposta di revisione costituzionale targata Renzi-Boschi.

5 settembre 2019

 

 

 

Un popolo senza identità teme la presenza di immigrati

di Salvatore Sfrecola

 

Non c’è dubbio che il tema dell’immigrazione tornerà prepotentemente nel programma e nell’azione del nuovo governo con tutti i problemi che conosciamo e che nei mesi scorsi hanno schierato su opposte trincee il governo giallo-verde e l’opposizione che oggi è al governo. La modifica dei decreti sicurezza, voluti da Salvini, è stata, infatti, preannunciata fin dalle prime interlocuzioni dei partner di governo. E c’è da essere certi che le modifiche andranno al di là delle sollecitazioni con le quali il Capo dello Stato aveva accompagnato la promulgazione della legge di conversione del decreto 2.

Di immigrazione scrivono oggi sul Corriere della Sera Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (“Due cose da fare”) in un pezzo che a tutto campo affronta i temi dell’economia e dei rapporti internazionali, con critiche che non risparmiano le impostazioni populiste e sovraniste che, secondo gli autori, con i limiti che stanno dimostrando Trump e Bolsonaro nella gestione dell’economia. E si soffermano sul tema dell’immigrazione, sulle percezioni del fenomeno considerate “errate”, facendo ricorso ad un argomento non nuovo: si esagera a proposito “dell’effetto dell’immigrazione sulla criminalità” e si dimentica “di tutti quegli immigrati che aiutano le nostre famiglie e la nostra economia e ristabiliscono un equilibrio generazionale”. È una impostazione effetto della concezione globalista dell’economia nella quale l’uomo è soprattutto un consumatore, non il portatori di valori culturali nei quali si identificano i popoli. Ne consegue che è facile gridare all’invasione, in presenza di una crescente presenza di stranieri con forte propensione alla natalità mentre gli italiani fanno sempre meno figli, a causa dell’incertezza delle condizioni di lavoro e della assoluta carenza di servizi per l’infanzia.

L’Italia, non bisogna dimenticarlo, ha sempre praticato l’accoglienza, fin da quando nelle nostre città vivevano libici, eritrei, somali, ed etiopi provenienti dalle colonne che non destavano nessuna preoccupazione nei nostri connazionali. Quelle persone avevano rispetto per la nostra storia e per la nostra identità ed erano accolte con simpatia dagli italiani di tutte le generazioni perché erano considerate parte della nostra realtà. Come nell’antica Roma, che accoglieva tutti purché rispettassero le leggi e fossero consapevoli della missione storica dell’Urbe. È sbagliato, quindi, scrivere come fanno i nostri autori che “la realtà è che l’italiano medio non è pronto a vivere in una società multietnica, almeno non lo è ancora, e queste preferenze culturali vanno tenute in conto quando si gestiscono i flussi migratori”.

Il fatto è che l’accoglienza degli immigrati, alcuni dei quali contribuiscono alla vita economica e sociale del nostro Paese, è condizionata dal grado di percezione nell’opinione pubblica della difesa della identità nazionale da parte delle istituzioni e della società. Nel senso che una forte identità non teme la presenza di stranieri appartenenti a culture e religioni diverse i quali, ad onta della politica di integrazione che ricorre nella pubblicistica e nella propaganda politica, in realtà rimangono il più delle volte estranei alle nostre comunità, emarginati, volontariamente per essere gelosi custodi delle proprie tradizioni e della propria cultura. Accade, dunque, che in ragione di questa difesa delle proprie radici culturali, orgogliosamente esibite e rivendicate, vada crescendo di generazione in generazione la ribellione nei confronti dei costumi dell’Occidente da loro ritenuto corrotto, perché ammette che le donne esibiscano le loro chiome, considerate oggetto di attrazione sessuale, mostrino le gambe, vestano abiti attillati. E, inoltre, abbiano rapporti disinvolti con l’altro sesso, anche solo nelle relazioni amicali, che negli ambienti di fede islamica non è consentito. Come dimostra il fatto che, più di una volta, giovani islamiche innamorate di italiani sono state maltrattate, segregate, financo uccise da persone della famiglia. Sono casi limite evidentemente, ma i casi limite sono sempre espressione esasperata di una concezione, di una modalità di vita. Le difficoltà di integrazione sono evidenti giorno dopo giorno e ne abbiamo prove a iosa. Una per tutte. Quando in una scuola sono state ricordate, con un minuto di silenzio, le vittime del Bataclan, le ragazze di fede islamica non si sono alzate in piedi dimostrando assoluta insensibilità per quelle giovani vittime di un vile attentato terroristico.

Tutto questo dimostra che la politica della immigrazione senza controllo e senza selezione è sbagliata. Infatti, in alcuni Stati, ad esempio in Germania, i governi si preoccupano di gestire l’accoglienza dando preferenza ai lavoratori specializzati od a persone di fede cristiana, come i siriani, ritenuti più affidabili e integrabili.

4 settembre 2019

 

 

 

Si scrive PD, si legge PCI

di Salvatore Sfrecola

 

Frugando tra i mei articoli di qualche anno fa alla ricerca di qualcosa che, da allora, fosse utile per l’oggi, mi sono imbattuto in un articolo del 2007, scritto all’indomani di una dura polemica che aveva opposto esponenti del Partito Democratico alla Senatrice Paola Binetti, docente universitaria del Campus Biomedico, eletta nelle liste del PD, teodem. La Binetti, esponente di punta del mondo cattolico, aveva votato contro un emendamento “antiomofobo”, governativo, così scatenando la reazione dei prodiani (era Presidente del Consiglio il professore bolognese) che ne avevano chiesto la testa. “È intollerabile – era stato il giudizio del collega deputato Andrea Papini - che una senatrice PD voti contro il governo”. E ne chiedeva l’espulsione. Singolare concezione della indipendenza del parlamentare!

Intervistata da Il Tempo, alla domanda se si fosse resa conto che, per la sua posizione, “è diventata un’eroina del centrodestra” la Binetti, che solo qualche mese prima aveva orgogliosamente detto a E-Polis “sono di sinistra”, aggiungendo che lì sono “i miei valori”, aveva detto che “c’è sicuramente un po’ di strumentalità, ma è indubbio che nel centrodestra l’accettazione di certi valori sia più chiara e meno discussa”. Aggiungeva, inoltre, “la mia posizione è nel centrosinistra” non senza sottolineare che la manovra finanziaria per il 2008 ha grossi nei. “Sulla famiglia, precisava, siamo profondamente insoddisfatti”.

Niente di nuovo sotto il sole, anzi di antico e … di peggio. Perché in questi giorni a destra si percepisce con orrore l’ipotesi che sulla famiglia e le pari opportunità sia attribuito un ruolo ministeriale a Monica Cirinnà, la vessillifera della confusione di genere.

È l’evidente effetto perverso della mancanza nei partiti dei riferimenti ideologici che un tempo segnavano la distinzione di ognuno rispetto agli altri. Luigi Di Maio, che orgogliosamente si qualifica “Capo politico” del M5S, in occasione del “penultimatum” dell’altro ieri a Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio incaricato, ha ripetuto ancora una volta che il suo è un movimento post-ideologico, mentre Nicola Zingaretti evita accuratamente qualsiasi argomento che possa apparire di filosofia politica per non provocare ulteriori fratture in un partito che aggrega una varietà di idee e opinioni a freddo inconciliabili. È la grande responsabilità che si sono assunta a suo tempo Francesco Rutelli e quanti con lui hanno deciso che la “Margherita”, erede della Democrazia Cristiana, confluisse nel PD. Così svendendo ai neocomunisti la tradizione, tutto sommato dignitosa, del cattolicesimo popolare di sinistra per un potere effimero, qualche poltrona di ministro, qualche consigliere di amministrazione. Teodem, ma in realtà comunisti anomali, come Rosy Bindi!

Stupiva, dunque, nel 2007 che Paola Binetti affermasse “non mi aspettavo davvero che all’interno di un partito che si dice nuovo ci siano riflessi da vecchio Partito comunista italiano”. Sperimentava sulla sua pelle che il Partito democratico non è altro che l’ultimo nome del Partito Comunista Italiano, nel quale i “cattolici di sinistra” fanno solo da alibi per i comunisti di sempre, perché possano dire di non essere più tali. Come quando inserivano nelle liste i cosiddetti “indipendenti”, che facevano pudicamente un gruppo parlamentare autonomo, ma erano sempre pronti a votare con il PCI. La Binetti avrebbe poi virato a destra, anzi al centro, dove oggi milita nell’UDC.

3 settembre 2019

 

 

La Costituzione, il Governo, la piattaforma Rousseau ed i dubbi (infondati) del Prof. Ainis

di Salvatore Sfrecola

 

Leggo sempre con attenzione e grande interesse gli articoli del prof. Michele Ainis, costituzionalista illustre ed editorialista brillante, che commenta da par suo i fatti della politica e le ragioni delle scelte dei partiti, così contribuendo al dibattito delle idee, anche quelle generiche e non collegate con la filosofia politica che un tempo chiamavamo ideologie, fino a quando si è ritenuto che esse siano tramontate. Con soddisfazione di alcuni. Tanto che Luigi Di Maio, nella dichiarazione al termine delle consultazioni del Presidente incaricato, ha tenuto a definire il suo Movimento “post-ideologico”. Per lui è un complimento, per me una iattura, dal momento che la classe politica ha da tempo rinunciato a riferimenti ideali. Per cui, ad esempio, tutti si dicono “liberali”, compresi i comunisti o i post comunisti. Il che vuol dire che qualcosa non funziona.

Per tornare al Prof Ainis, del quale, naturalmente, ho letto anche i libri con i quali svolge ulteriori approfondimenti di sistema, oggi ha scritto per La Repubblica un pezzo, “Tutti i limiti di Rousseau”, con il quale affronta un tema che fa discutere molto in queste ore, la questione del voto che, come si legge sul “Blog delle Stelle”, sarà raccolto per il tramite la piattaforma Rousseau, dal filoso francese Jean-Jacques, sulla ipotesi di formazione del nuovo governo. Rousseau è stato, al tempo della Rivoluzione Francese, il filosofo della “democrazia diretta”, proprio mentre l’Assemblea Nazionale a Parigi assumeva la funzione di rappresentanza dei cittadini. Democrazia diretta che il M5S ha posto alla base della propria azione politica, tanto che l’On. Riccardo Fraccaro è Ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta.

Ebbene, il Prof. Ainis ha dubbi sulla procedura che il M5S attua con ricorso al voto degli iscritti. E spiega tali “difetti e incongruenze” in quattro punti.

Il primo riguarda i tempi, nel senso che essi “non sono mai neutrali, specie in questa stagione, dove gli umori politici cambiano di ora in ora. Sicché scegliendo l’ora giusta si può ottenere una risposta positiva, quando il giorno prima sarebbe stata negativa”.

Il secondo riguarda la formula della domanda che, ricorda richiamando Norberto Bobbio, “in un referendum conta più della risposta. Perché il quesito referendario orienta il risultato, ne prefigura gli esiti”.

Terzo, votano solamente gli iscritti, pochi rispetto a quanti hanno votato per il M5S nelle elezioni politiche.

Quarto, non c’è vincolo per i dirigenti del Movimento, qualunque sia l’esito del voto, come precisa lo Statuto del Movimento.

Vediamo di ragionare sui singoli punti che, per la verità avevo già affrontato in un precedente pezzo su www.italianioggi.com.

I tempi evidentemente non sono neutrali, ma in questo caso oggi correttamente viene proposto un quesito adeguato al momento. Si chiede se si condivide la scelta di fare un governo con il Partito Democratico. Quesito e data, non “s’incrociano con l’agenda del presidente Mattarella, condizionandola, sottoponendola a decisioni esterne”, come, invece, ritiene il Prof. Ainis. Infatti il Capo dello Stato ha conferito l’incarico di formare il nuovo governo al Prof. Giuseppe Conte sulla base delle indicazioni provenienti dai partiti consultati. Tuttavia uno dei partiti, il M5S, ha una regola che impone, in talune occasioni, come nella formazione del governo, un sondaggio tra gli iscritti. Era accaduto anche in occasione del precedente governo giallo-verde ma la cosa non aveva destato attenzione. Era andata “liscia”, come si dice. Altri partiti hanno strumenti diversi di verifica delle intese raggiunte con il Presidente incaricato: riuniscono direzione o consiglio nazionale.

Non vedo l’interferenza con l’agenda del Presidente nel voto tramite Piattaforma Rousseau, come non vi è nel caso dei partiti che sottopongano agli organi statutari la proposta formulata dalla delegazione incaricata di condurre le trattative con il presidente incaricato.

Anche il terzo dubbio del Prof. Ainis non mi convince. Ne comprendo tutto il significato: votano pochi degli iscritti, pochissimi rispetto al numero degli elettori che hanno inviato in Parlamento molte decine di deputati e senatori grillini. L’esempio della consultazione del partito socialdemocratico tedesco, con oltre 400mila votanti, non mi convince. La regola del M5S è quella e va rispettata, come se a decidere fossero cento persone appartenenti ad un organo collegiale del movimento.

L’ultimo dubbio riguarda il vincolo del voto. Non c’è. La consultazione può essere ripetuta se lo chiedono il garante (Grillo) o il capo politico (Di Maio) e in questo caso occorre la maggioranza assoluta. Regola contraddittoria per il Movimento che ha sempre sostenuto i referendum senza quorum. È comunque una situazione diversa.

2 settembre 2019

 

 

LO SPONSOR AMERICANO

di Giuseppe Borgioli

 

Ha destato meraviglia il twit di Donald Trump che magnificava le doti di Giuseppe Conte diramato in un momento cruciale dello svolgimento della crisi, il giorno stesso in cui la direzione del PD stava discutendo sul suo possibile reincarico di Presidente del Consiglio. In effetti l’episodio è – come è stato osservato – alquanto irrituale. Secondo la prassi diplomatica i telegrammi (i twit) si inviano a cose fatte, a nomina avvenuta. Sono le famose felicitazioni che vengono pesate dal numero di parole impiegate o dalla lunghezza della telefonata.

Ma questo è un caso diverso. Si potrebbe adombrare il tentativo di una interferenza che avrebbe dovuto spingere ad una reazione garbata ma ferma. Qui non si tratta di un elogio della sovranità ma di indipendenza nazionale. Non ci risulta che i tutori dell’indipendenza nazionale, il presidente Sergio Mattarella e il soggetto in questione abbiano mostrato il ben che minimo imbarazzo.

L’aspetto più paradossale riguarda la sinistra che per l’occasione è passata sopra tutta la sequela di insulti ordinariamente rivolti all’“amico americano”. Noi non siamo fra coloro che hanno mostrato stupore e hanno tirato in ballo il carattere estroso di Trump, le supposte di disavventura moscovite della Lega, l’amicizia di Salvini per Putin più volta confessata.

La realtà è che l’Italia è una super dotata (anche di armi nucleari) portaerei americana nel mediterraneo. È sempre stato così. Ora lo è di più con lo smantellamento delle basi in Germania, il disimpegno storico della Francia e l’inaffidabilità riemersa della Turchia.

È il ritornello di sempre: cediamo territorio e sovranità in cambio di sicurezza. Lo sponsor americano è sin troppo discreto, si limita a tessere gli elogi di Giuseppe (anzi Giuseppi) Conte.

(da www.unionemonarchicaitaliana.it)

 

 

 

Frammenti di riflessioni

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

L’organismo di diritto pubblico

La nozione di organismo pubblico, con specifico riferimento al requisito teleologico di cui al punto 1) dell’art. 3, comma 1, lett. d), Codice dei contratti pubblici del 18 aprile 2016, n. 50, (“istituito per soddisfare specificamente esigenze di interesse generale, aventi carattere non industriale o commerciale”), deve essere estensivamente intesa e, nella valutazione degli indici richiesti dalla norma, deve essere privilegiato ad un approccio formalistico un approccio funzionale che tenga conto delle concrete modalità di azione della società, Per stabilire se una società agisca per un fine di interesse generale e, quindi, è un organismo pubblico, occorre procedere ad una valutazione in concreto degli elementi di fatto e di diritto che connotano l’agire della stessa (Cass., Sez. Un., 28 giugno 2019, n. 17567 – Ord., con commento di L. Grassucci, “Ancora sulla natura di organismo di diritto pubblico”, in www.Italiappalti.it, 24 luglio 2019).

 

Nuove indagini sul delitto Scopelliti

Gianfrancesco Turano, con un accurato e documentato articolo (“Scopelliti il grande enigma”, L’Espresso, n. 19/2019), ripropone l’irrisolto omicidio del magistrato Antonio Scopelliti, ucciso il 9 agosto 1991 a Campo Piale, sopra Villa San Giovanni, designato a sostenere l’accusa nel Maxiprocesso a Cosa Nostra.

Le stragi mafiose proseguiranno, poi, fino al 1994 con l’uccisione, tra gli altri, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di agenti delle scorte, di passanti in Via Palestro a Milano, in Via dei Georgofili a Firenze e in San Giorgio al Velabro a Roma.

Benché i vari processi ai mandanti ed agli esecutori del delitto Scopelliti si siano conclusi senza la condanna di chicchessia, oggi la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria  torna sull’irrisolto crimine.

Il Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha dichiarato che “il delitto Scopelliti è il prodotto dell’integrazione profonda fra crimine calabrese e siciliano, ma è anche collegato agli ambienti romani, segnati da componenti massoniche, e ai salotti democristiani che facevano da ponte con la parte riservata della ‘ndrangheta nel momento in cui si sviluppano i progetti autonomisti delle leghe meridionali”.

Materiale a disposizione degli inquirenti ce ne dovrebbe essere in abbondanza, anche se dopo circa trenta anni dall’omicidio Scopelliti appare oggi impresa non agevole “indagare sui lati oscuri del magistrato e dello Stato”.

 

“Le due vite di Lucrezia Borgia”

È la storia della “cattiva ragazza che andò in Paradiso”, scritta da Lia Celi e Andrea Santangelo (Milano, 2019).

Lucrezia nacque da Rodrigo Borgia e da Giovanna de’ Cattanei, detta Vannozza per la sua consistenza fisica.

Nella notte tra il 10 e l’11 agosto 1492, nel corso del quarto scrutinio del conclave, Rodrigo Borgia, cardinale diacono di S. Nicola in Carcere e S. Maria in Via Lata, venne eletto al soglio pontificio ed adottò il nome di Alessandro VI.

“Tutta l’Europa grida allo scandalo e griderà ancora di più durante il suo pontificato”.

Lucrezia, dai “capelli più biondi che si possano immaginare”, fu senza dubbio una avvenente fanciulla di notevole fascino, ma ebbe la sfortuna di nascere in un secolo corrotto e di essere dominata dall’autorità dispotica e accentratrice del padre e dall’indole malvagia del fratello Cesare, il famigerato Valentino.

Come evidenziano gli autori, “nel variopinto ventaglio di prove cui la vita l’ha sottoposta, è stata sposa-bambina, amante, moglie felice, ragazza immagine alla corte di Alessandro VI, amministratrice, madre, vedova”.

Ma, a questo punto, ci sentiamo di condividere il ponderato giudizio espresso su Lucrezia nell’ultima pagina di copertina del volume: “Obbediva a papà, voleva bene al fratello, a un marito salvò la vita, ad un altro il regno. I contemporanei la chiamarono angelo, santa, esempio per tutte le donne. Eppure da secoli il suo nome è sinonimo di intrighi, delitti e veleni. Forse nessuna donna della storia è stata più calunniata di Lucrezia Borgia. Esistono forse due Lucrezie, due vite, due storie. O forse no”.

La lettura del libro consente anche di conoscere come la nostra penisola fosse all’epoca frastagliata in innumerevoli potentati, nonché di seguire la rapida ascesa della famiglia Borgia nella curia romana.

 

Educazione civica: bentornata nella scuola

Dopo l’approvazione della Camera del d.d.l. sull’introduzione dell’insegnamento scolastico dell’Educazione civica, è di recente intervenuta anche quella del Senato (legge n. 92 del 20 agosto 2019, in G.U. n. 195 del 21 agosto 2019).

Pertanto, con il prossimo mese di settembre, l’Educazione civica potrebbe tornare come materia obbligatoria nella scuola primaria e secondaria.

Alle medie e alle superiori sarà argomento d’esame; per le elementari sarà, invece, un insegnamento più sintetico.

Come recita l’art. 1 della legge introduttiva, l’Educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri.

Sviluppa, inoltre, nelle istituzioni scolastiche la conoscenza della Costituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea per la promozione di principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale, diritto alla salute e al benessere della persona.

 

Il metodo Bibbiano

Prima che il c.d. metodo Bibbiano si spanda a macchia d’olio, venuto alla luce il Vaso di Pandora, è indispensabile un deciso intervento della magistratura, cosciente e responsabile, che metta fine, presto e bene, a questo riprovevole sconcio.

 

 

Matteo Salvini nel ritratto di Giampaolo Pansa

di Salvatore Sfrecola

 

Devo dire che il libro di Giampaolo Pansa (“Il dittatore”, Rizzoli, Milano, 2019, pp. 156, € 17.00), da poco più di un mese in libreria, non può essere assolutamente trascurato da quanti si occupano di politica. Infatti, questo “ritratto irriverente di un seduttore autoritario” dedicato a Matteo Salvini offre molteplici spunti al dibattito che accompagna l’osservazione dell’uomo politico che più di ogni altro, in questo momento storico, è in testa ai sondaggi del gradimento degli italiani. Da molti altri contestato e criticato duramente, accusato, senza mezzi termini, di costituire un pericolo per la democrazia. Da qui il titolo “Il dittatore”, che l’Editore abilmente accompagna con una foto nella prima di copertina, su uno sfondo nero, colore inevitabilmente associato all’idea di un italico uomo forte. Il quale, infatti, ha chiesto in un comizio i “pieni poteri”, minacciando in qualche modo anche il ricorso alla piazza. Un argomento gettato in pasto ad un uditorio osannante sulla spiaggia di un noto stabilimento balneare, il Papeete, certamente senza che quell’espressione volesse rappresentare una pretesa giuridica al comando, una gestione più attiva del Governo eppure contestato da Giuseppe Conte, il Presidente del Consiglio che, nelle sue comunicazioni in Senato originate dalla dichiarazione del leader leghista, non ha risparmiato al suo Vicepresidente ogni genere di accusa, non solo come membro dell’Esecutivo, ma anche come uomo e come politico per il tratto autoritario che lo caratterizzerebbe, al punto da prevaricare anche alcuni colleghi ministri. Tuttavia la Lega nella tempesta delle polemiche alimentate dal Prof. Conte e da alcuni ambienti del M5S risulta proprio oggi in crescita nei consensi registrati dal sondaggi.

Il libro vaga tra ricordi antichi e recenti l’illustre giornalista e richiami a scritti vari, alcuni desunti dal suo famoso Bestiario, per dire dei tempi che viviamo, diversi da quelli degli anni ’60 e seguenti, caratterizzati dal degrado della classe politica al potere, in un contesto nel quale Matteo Salvini è riuscito ad emergere ed a far crescere in misura esponenziale la sua Lega con grande spregiudicatezza. In questa narrazione Salvini compare, tuttavia, a tratti essendo protagonista solamente di alcuni capitoli. Sullo sfondo il libro ci dice di Silvio Berlusconi, della sua “discesa” in politica per “tutelare i propri interessi, a cominciare da quelli del suo gruppo televisivo”, con un “partito personale” (pagina 15) “introducendo nel nostro paese (la minuscola è nel testo, n.d.A.) una quantità di virus che in seguito hanno reso più fragile la Repubblica italiana” (pagina 16).

Altro protagonista è Umberto Bossi, con Roberto Maroni e le stagioni della loro gestione della Lega (il capitolo 4 è dedicato al ruolo del Prof. Gianfranco Miglio, “Il mago Merlino), fino all’avvento di Salvini (“il bomber leghista”) e alla sua scelta di costruire “un soggetto di carattere nazionale” (“ho cambiato idea sui meridionali”, a pagina 50), in aperta polemica nei confronti dell’Europa e della moneta unica ma d’intesa con altri movimenti ritenuti vicini, a cominciare dal Front National di Madam Le Pen. Un leader “esemplare politico del nostro tempo, furbastro, volgare, pronto persino a sfidare il ridicolo pur di far parlare di sé” (pagina 50). Né Pansa trascura gli aspetti personali del leader leghista (“Lo sciupafemmine”), cui dedica il capitolo 6.

Al suicidio della sinistra Pansa dedica un intero capitolo (il 7), come al governo di Giuseppe Conte, al ruolo dei protagonisti del M5S, da Di Maio a Grillo, sulla base di elementi forniti da una “gola profonda”, un informatore anonimo ma capace di chiarire il senso di fatti e di comportamenti. C’è poi il mondo dell’informazione, dei talk show, soprattutto de La7, con i vari protagonisti che siamo abituati a seguire nelle serate di approfondimento.

“L’avventura di Siri” è il titolo del capitolo 10 dove sono dettagliatamente analizzate le vicende giudiziario – governative maldestramente gestite dai protagonisti, lo stesso Siri e Salvini. Attenzione anche alle azioni di Grillo e Di Maio per spiegare in qualche modo il successo clamoroso e crescente del leader leghista. Si parla anche di Giuseppe Conte che non ne esce bene, una specie di comparsa di uno sceneggiato nel quale altri sono i protagonisti.

In realtà il titolo del libro si giustifica soprattutto per il capitolo 19 “lettera al futuro Dittatore”, laddove ne critica l’adesione al taglio delle pensioni, al condono “che premierà chi non ha pagato le tasse, i contributi e la famosa Iva”. In una parola “salverà gli evasori”. Tema sul quale insiste e lo accusa “di avere additato come ladri gli onesti. Di averci riportato al clima di guerra civile tra italiani dove non si usano più i fucili (per il momento), la gogna, l’invettiva, l’insulto sputacchiato nell’etere con ogni mezzo”. E gli ricorda che “chiunque si sia atteggiato a padrone del vapore ha dovuto ben presto fare i conti con la realtà. E la realtà in Italia, cambia velocemente. C’è chi l’ha sperimentato prima di lei, avendo addirittura preso più voti alle precedenti elezioni europee!”

È l’invito a tener conto dell’insegnamento della storia, quella che molti studiano, pochi evidentemente capiscono. Altrimenti le cose andrebbero, quanto meno, meglio.

E conclude con un detto popolare diffuso ovunque in Italia “temete l’ira dei calmi”. Mio padre lo correggeva in “l’ira dei giusti”. E ho sempre ritenuto che avesse ragione.

Tutto nello stile ironico e un po’ sarcastico della prosa di Pansa, che si legge sempre con piacere, anche per il senso di libertà di pensiero che caratterizza questo come tutti i suoi scritti, motivo per il quale a Sinistra gli hanno riservato critiche di revisionismo. Una libertà di giudizio che, peraltro, non ha saputo, o voluto mantenere, quando parla del Re Vittorio Emanuele III che definisce “fellone” a proposito dell’avvento del governo Mussolini (pagina 19) o quando, in relazione agli avvenimenti del settembre 1943, scrive de “la fuga della monarchia savoiarda” (pagina 84). Qui Pansa non riesce a scrollarsi di dosso la narrazione socialcomunista che, quanto ai fatti del 1922, trascura di considerare che Giolitti, Sturzo e Turati, interpellati dal Re, si rifiutarono di fare un Governo, del quale comprendevano le difficoltà, così aprendo la strada all’Esecutivo fascista. Mentre nel 1943 il Re si addossò l’impegno di chiudere con una guerra tragica, non voluta da lui e dal popolo italiano, un difficile armistizio e, lasciando Roma, indifendibile sul piano militare, ne impedì la distruzione, come sarebbe avvenuto se la città fosse stata campo di battaglia di almeno tre eserciti, l’italiano, il tedesco e l’anglo americano.

Ma criticare il Re fa comodo a tutti, a coloro che fuggirono nel 1922 alla richiesta di fare un governo e all’aggressione fascista, ma che forse, nel contesto, la considerarono un male minore. E nel 1943, quanti per intestarsi la lotta antifascista dovevano oscurare i meriti della Corona nella caduta del Fascismo e nella uscita dalla guerra. E continuarono nel creare una barriera nella storia d’Italia per dimenticare la storia del Regno, una storia di libertà e di sviluppo di un Paese in tante aree fortemente arretrato. Lo dimostra il ricordo in sordina della vittoria nella Grande Guerra conclusiva del Risorgimento e vero motivo unificante quando sulla frontiera combatterono, fianco a fianco, italiani che spesso non parlavano neppure la stessa lingua. Eppure credettero nell’impegno di dover lottare contro il “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, come le centinaia di migliaia di compatrioti che sottoscrissero con entusiasmo i prestiti nazionali per sostenere le spese di guerra. Basta leggere ancora Einaudi per rendersi conto di questo diffuso sentimento nazionale.

26 agosto 2019

 

 

Un Conte rancoroso chiude l’esperienza del governo giallo-verde

di Salvatore Sfrecola

 

“Grande, chiaro e responsabile discorso del Presidente Conte. Sta dimostrando di essere un uomo di Stato!” Così un mio amico che stimo molto, liberale doc. Tuttavia devo dissentire. Probabilmente spinto, come altri, da ostilità nei confronti della personalità politica di Matteo Salvini, ha trascurato di considerare che mai si era visto in un’aula parlamentare il Presidente del Consiglio attaccare a testa bassa un proprio ministro, anzi il vice presidente del Consiglio.

Mai si era visto perché, ai sensi dell’art. 95 della Costituzione “il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo… mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Pertanto dal 1861, dal Conte Camillo Benso di Cavour al Conte Paolo Gentiloni Silverj, le divergenze tra Presidente e ministro sono state sempre risolte in seno al Consiglio dei ministri. In mancanza il ministro si è dimesso o il partito del ministro ha tolto la fiducia al Governo.

Il contrasto tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte è evidentemente un fatto politico. Invece, con tono rancoroso il Prof. Giuseppe Conte, giunto a Palazzo Chigi senza esperienze politiche, scelto dal Movimento 5 Stelle per quel ruolo fondamentale di direzione e coordinamento della politica governativa, ha ritenuto di personalizzare un dissenso che non lo oppone evidentemente al ministro ma al partito del quale Matteo Salvini è Segretario, un partito che aveva manifestato negli ultimi mesi crescente insofferenza rispetto all’attività di altri ministri del M5S accusati di essere un freno alla realizzazione del programma di governo, definito “contratto”. Insofferenze che evidentemente il Presidente Conte aveva sottovalutato o non era riuscito a superare esercitando il suo ruolo di direzione e di coordinamento dei ministri.

È così che un fatto squisitamente politico ha assunto il carattere di una questione personale e pubblicamente, in Senato, Conte ha accusato il ministro per aver innescato la crisi di governo, una scelta politica della quale, per la verità, la Lega si è assunta pubblicamente la responsabilità presentando una mozione di sfiducia nei confronti del Governo. Mossa sbagliata, certamente, irrituale, Costituzione alla mano, ma da valutare sotto il profilo degli effetti politici voluti.

Ricorda Conte, in apertura delle sue “comunicazioni”, che il giorno 8 agosto il Ministro Salvini, dopo avergli anticipato la decisione “nel corso di un lungo colloquio, ha diramato una nota, con la quale ha dichiarato che la Lega non era più disponibile a proseguire questa esperienza di Governo e ha sollecitato l’immediato ritorno alle urne elettorali”.

Una scelta assolutamente lecita. È così che normalmente si aprono le crisi di governo. Conte, tuttavia, ha ritenuto la decisione “oggettivamente grave” per le “conseguenze molto rilevanti per la vita politica, economica e sociale del Paese”. Ed è giusto che ne abbia investito il Parlamento con le sue “comunicazioni” con le quali doveva limitarsi a dar conto della scelta di uno dei partiti di governo della quale poteva ben dire, come ha fatto, di reputarla “oggettivamente grave… perché… questa crisi interviene a interrompere prematuramente un’azione di Governo che procedeva operosamente e che, già nel primo anno, aveva realizzato molti risultati e ancora molti ne stava realizzando”.

È un fatto politico, materia di dissenso per approfondire il quale non si è mai scesi sul personale. Giusto, ancora, esporre considerazioni critiche sui tempi della crisi che, ha affermato, “espongono a gravi rischi il nostro Paese” per “il rischio di ritrovarsi in esercizio finanziario provvisorio”, con l’aggiunta di ipotetiche “difficoltà di contrastare l’aumento dell’IVA e con un sistema economico esposto a speculazioni finanziarie e agli sbalzi dello spread”.

Tutte valutazioni assolutamente legittime. Anche quella di ritenere la decisione di innescare la crisi di governo “come fortemente irresponsabile”. Non l’intento “di inseguire interessi personali e di partito”, certamente consentiti. È noto che nella culla della democrazia parlamentare, il Regno Unito, il Primo ministro chiede alla Regina lo scioglimento anticipato della Camera dei comuni quando ritiene favorevole al suo partito il contesto politico elettorale. Appare, pertanto, fuor di luogo il richiamo all’interesse nazionale che ogni partito è evidentemente libero di interpretare e perseguire nel modo che ritiene più opportuno per cui se finisse per comprometterlo ne subirebbe le conseguenze in termini di consenso elettorale.

Ed è qui che il tono del discorso del Presidente del Consiglio degrada ad una ripicca personale giacché riconosce che “ormai da molte settimane - certamente già all’esito delle elezioni europee - era chiara l’insofferenza per la prosecuzione di un’esperienza di Governo giudicata evidentemente ormai limitativa delle ambizioni politiche di chi ha chiaramente rivendicato pieni poteri per guidare il Paese”.

Comincia a questo punto contro la tesi della Lega, che il suo fosse il “Governo dei no, del non fare”, la difesa dell’attività di governo con una puntigliosa elencazione delle cose fatte nonostante le quali “all’indomani della competizione europea, il Ministro dell’interno e leader della Lega, forte del successo elettorale conseguito, ha posto in essere un’operazione di progressivo distacco dall’azione di Governo, un’operazione che ha finito per distrarlo dai suoi stessi compiti istituzionali e lo ha indotto alla costante ricerca di un pretesto, che potesse giustificare la crisi di Governo e il ritorno alle urne”.

Segue la contestazione personale, con riferimento alla richiesta di “pieni poteri per governare il Paese” e al preannunciato ricorso alle “piazze”, una concezione che “preoccupa” Conte. Giacché, aggiunge, “nel nostro ordinamento repubblicano le crisi di Governo non si affrontano né regolano nelle piazze, ma nel Parlamento”.

“Non abbiamo bisogno di uomini con pieni poteri, ma di persone che abbiano cultura istituzionale e senso di responsabilità. Se tu avessi mostrato cultura delle regole e sensibilità istituzionale, l’intera azione di Governo ne avrebbe tratto sicuramente giovamento”. L’accusa è pesante e personale. Quelle parole, certamente inopportune, come avrebbe detto il mio amico liberale, vanno contestualizzate e interpretate alla luce di una azione politica che utilizza slogan e che si svolge sulle piazze, non per evocare la rivoluzione, ma per dire che il consenso si misura da quel che pensano gli italiani nella vita di ogni giorno, nelle vie e nelle piazze dove chiedono alla politica di soddisfare le loro aspettativa.

Anche l’accusa di scarsa collaborazione è un po’ un boomerang per il Professore. Evidentemente non ha avuto capacità di direzione e coordinamento, specie quando accusa Salvini di invasione di competenze di altri Ministri.

“La cultura delle regole, il rispetto delle istituzioni certamente non si improvvisano”, richiama Conte, per il quale “chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare, durante i comizi, di accostare agli slogan politici i simboli religiosi”. Si può convenire, ma è una scelta che valuteranno gli elettori al momento del voto.

Chiude con altri rimproveri a Salvini, come non aver partecipato alla seduta nella quale si è parlato della “vicenda russa”, ma dimentica di chiosare la vicenda della mozione sulla TAV, dopo la sua scelta di dare avvio all’opera. Che il leader della Lega ben avrebbe potuto prendere a pretesto per rompere.

Errori ne ha fatti Salvini. Nel linguaggio, nel rapporto con le istituzioni, a partire dalla Magistratura che un uomo di Stato deve sempre rispettare anche quando deve subire l’effetto di pronunce sgradite. Ha sbagliato soprattutto nella scelta del tempo della crisi, quando avrebbe avuto ben altre occasioni per dire che il governo era superato, soprattutto quando, sulla base di ripetuti successi elettorali, era evidente che nel Paese si era formata una maggioranza molto diversa da quella che aveva consentito la formazione dell’Esecutivo.

In chiusura ha stilato un nuovo programma di governo, delle cose da farsi in “un periodo di grandi trasformazioni”. Nella replica il richiamo al coraggio che Salvini non avrebbe avuto mentre lui si apprestava a dimostrarlo recandosi al Quirinale. Ancora un fuor d’opera che dimostra l’assoluta inadeguatezza del personaggio per quel ruolo al quale evidentemente si era comunque affezionato sicché, la prospettiva di perderlo ha scatenato in lui la rancorosa reazione che non è certo da “uomo di Stato”, come il mio amico liberale aveva ritenuto, avendo Salvini in gran dispitto.

21 agosto 2019

 

 

 

26 agosto: un anniversario ignorato

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Oggi si ricordano gli anniversari più vari, si celebrano le “giornate” più strane, ma di quanto avvenuto duecentotrenta anni or sono, non ho mai visto ricordi e celebrazioni, nemmeno nel paese dove accadde questo fondamentale evento il 26 agosto 1789. Ebbene in tale data, in Francia, gli Stati Generali, inaugurati dal Re Luigi XVI, il precedente 5 maggio, trasformatisi in Assemblea Nazionale, approvavano la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, pietra miliare nel cammino della umanità, e fondamento di quella civiltà occidentale, alla quale si sono ispirate le relative istituzioni e costituzioni.

Rileggiamo perciò la Dichiarazione, nei suoi principali articoli, anche perché attualmente tanti ed importanti paesi ancora non la riconoscono ed altri che la conoscevano sembrano averla dimenticata, limitando, con leggi restrittive, diversi di questi diritti:

Art. I – Gli uomini nascono e vivono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Art. II- Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun ufficio, nessun individuo può esercitare della autorità che non emani espressamente da essa.

Art. IV. –LA libertà consiste nel potere fare tutto ciò che non nuoce ad altri, così l’esercizio dei diritti naturali di ciascun individuo non ha per limiti che quelli che assicurano agli altri membri della comunità il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti non possono che essere determinati che dalla Legge.

Art. VI – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o per mezzo dei loro rappresentanti alla sua formazione. Essa deve essere eguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca.

Art. XI.- La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo. Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere e pubblicare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi contemplati dalla Legge,

Art. XVII- La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro non potrà essere tolta in nessun caso, salvo quelli in cui la necessità pubblica, legalmente, constatata, lo esiga chiaramente e sempre con la condizione d’una precedente giusta indennità.

E questi principi furono approvati e promulgati dal Re e dovevano dare inizio ad una rinnovata Monarchia Costituzionale. Poi, purtroppo la storia della Francia, prese altre strade ed è inconcepibile che celebri oggi, come festa nazionale, invece del 26 agosto, il 14 luglio, quando dei sanculotti assetati di sangue massacrarono la sparuta guarnigione della Bastiglia, dove erano rinchiusi non prigionieri politici, ma qualche detenuto comune, e tagliata la testa al governatore della fortezza, dopo aver promesso l’incolumità, la issarono orgogliosi e trionfanti (di che ?)su di una picca.

20 agosto 2019

 

 

 

Il difficile pronostico della soluzione della crisi di governo

La debolezza dell’uomo solo al comando

di Salvatore Sfrecola

 

Mentre i giornali affidano ai più paludati commentatori di questioni politiche le ipotesi di soluzione della crisi di governo, riflettendo su “Gli accordi che sono possibili” (Sabino Cassese per il Corriere della Sera) tra cui “Una resa senza dimissioni” (Stefano Folli per La Repubblica), immaginando le possibili variabili desumibili dalle prese di posizione dei partiti, forse conviene andare più a fondo, al contesto politico culturale che caratterizza l’Italia ormai da molto tempo. Una analisi che tenta Marco Damilano che, su L’Espresso in edicola, mette “Matteo allo specchio”, intendendo che Salvini e Renzi stiano percorrendo un’esperienza parallela, che ha preso avvio per entrambi nelle giovanili performance nelle televisioni di Silvio Berlusconi, il primo a Doppio Slalom”, il secondo a “La ruota della fortuna”. Il comunista padano e il cattolico “di sinistra”, ispirato dall’insegnamento di Giorgio La Pira, si preparano in quegli anni a rivoluzionare la politica, senza tanti complimenti, entrambi allergici alle regole ed alle prassi che hanno guidato le istituzioni. È l’antipolitica: “sono i leader – scrive Damilano – della Distruzione, più che della costruzione. Coltivano il culto dell’esecuzione, della fretta, dei rapporti di forza”. Lo dimostra l’atteggiamento di sufficienza che entrambi hanno verso le istituzioni, a cominciare dal Parlamento, e nei confronti della Magistratura, della quale hanno in uggia le inchieste, un Corpo che, pur vivendo dopo le indagini della Procura perugina un calo di prestigio agli occhi degli italiani, è comunque un presidio di liberta, che richiede certamente molti e profondi aggiustamenti che non possono essere affrontati tagliando le ferie dei giudici (Renzi) o proponendo la separazione delle carriere (Salvini).

In questa furia demolitrice con obiettivi diversi, la rottamazione e la ruspa, emerge il ruolo dell’“uomo solo al comando”, che sarebbe buona cosa se fosse eliminato l’aggettivo “solo” che indica “persona che è senza compagnia di alcuno, che non ha nessun altro insieme o vicino”, come si legge nel vocabolario Treccani. Per cui la solitaria posizione del leader, che non si sofferma ad ascoltare amici e collaboratori, ne delinea, insieme, la forza e la debolezza, perché la solitudine non consente un’adeguata percezione della realtà politica e sociale nella quale l’azione del partito è destinata ad incidere. Solitudine che necessariamente impedisce al leader di utilizzare a pieno gli strumenti per governare, una volta raggiunto il potere per effetto della capacità, tutta personale, di convogliare consensi come dimostra plasticamente la propaganda elettorale che impegna i partiti in nome del loro leader.

E siccome è certamente più facile conquistare il potere che gestirlo e conservarlo, l’esperienza ci dice di uomini politici giunti al vertice delle istituzioni locali o nazionali i quali, alla prova della gestione del potere, hanno fallito e, conseguentemente, perso i consensi guadagnati con tanto impegno. Renzi e Salvini, per l’appunto. Il primo sommerso da una valanga di voti con i quali gli italiani hanno respinto la sua pasticciata riforma costituzionale, il secondo alle prese con una retromarcia rispetto alla contestazione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di Luigi Di Maio che probabilmente è stata tardiva e lo porterà fuori dal Governo.

Questa premessa per dire che la crisi di questi giorni è conseguenza della gestione solitaria del potere con insufficiente considerazione delle esigenze della gestione amministrativa delle istituzioni, quella che interessa i cittadini i quali, entrando nella cabina elettorale, difficilmente esprimono un voto per le idee politiche del leader ma per le politiche pubbliche concretamente portate avanti nelle materie che lo interessano, la scuola, il fisco, l’economia, ecc.

Ebbene, entrambi i Matteo hanno dimostrato incapacità di gestire la pubblica amministrazione affidata alle loro cure, quella che è fatta di atti e provvedimenti i quali sono diretti, giorno dopo giorno, ad incidere sugli interessi dei cittadini. Questo perché l’uomo solo al comando si circonda di yes men dei quali preme verificare quotidianamente la fedeltà, incurante della loro capacità di gestire il potere, di attuare leggi e regolamenti che interessano i cittadini utenti dei servizi pubblici e, all’occorrenza, di modificarli per renderli funzionali al perseguimento delle finalità indicate nell’indirizzo politico che ha raccolto consensi nelle urne.

In queste condizioni la crisi di governo è espressione della incapacità di governare, molto più che della distanza, in alcuni casi incolmabile, tra Movimento 5 Stelle e Lega. Se si fosse amministrato bene le distanze ideologiche, se vogliamo definire con questa nobile espressione la confusa congerie di aspettative del populismo straccione che ispira i due movimenti, il governo avrebbe potuto soddisfare la media degli interessi degli italiani e andare avanti per la legislatura.

Invece oggi è alle prese con ipotesi più o meno credibili mentre sullo sfondo si profilano impegnative scadenze, dalla legge di bilancio per il 2020 alla misura dell’IVA, mentre nel dibattito non assume alcun rilievo quello che dovrebbe essere l’impegno prioritario di una classe politica preoccupata del lavoro e del benessere degli italiani, un grande piano di investimenti per ammodernare un Paese che non riesce a stare al passo con i partner europei in assenza di infrastrutture viarie, ferroviarie, portuali e aeroportuali che agevolino lo sviluppo di una economia che dovrebbe sfruttare la straordinaria posizione geografica dell’Italia nel Mediterraneo quale porta dell’Europa sul Medio e l’Estremo oriente. Lo aveva scritto Camillo Benso di Cavour più di 170 anni fa. Bastava rileggere un po’quelle pagine! È mancata l’umiltà di studiare.

19 agosto 2019

 

 

Nella Lega c’è una questione meridionale

di Salvatore Sfrecola

 

Inizialmente sottovalutata, per la Lega, non più “Nord” e neppure “per l’indipendenza della Padania”, esiste una “questione meridionale”, nel senso che il partito di Matteo Salvini, da tempo a vocazione nazionale, trova più di qualche difficoltà al Sud, dove pure ha conquistato significativi consensi. Come in Basilicata, dove alle recenti regionali ha raggiunto un più che lusinghiero 19% rispetto al precedente 6,2.

Non basta, tuttavia. In primo luogo perché ha raggiunto quel risultato in coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia. Per cui se decidesse di correre da solo, in caso di elezioni anticipate di Camera e Senato, il partito di Salvini, come ha scritto più di un osservatore delle vicende della politica, rischierebbe nelle regioni meridionali per diversi motivi. Infatti, a margine delle piazze affollate si accalcano gruppi di contestatori di varia provenienza uniti, dicono le cronache, solamente dall’intento di ricordare al leader della Lega ed ai presenti alcune pregresse infelici battute su napoletani e siciliani. Battute che tornano anche con funzione moltiplicatrice sui social, la piattaforma prediletta da Salvini. Una imprenditrice napoletana ha scritto su Facebook “replicherò questo post fino alle elezioni. Se i meridionali tornano a ricordare cosa sia la dignità la Lega scende al 7%”.

L’estensione al Sud si presenta, dunque, meritevole di alcune riflessioni che non sembra siano state fatte a via Bellerio e dintorni. Ad esempio che la porta del Sud è Roma, anch’essa oggetto di epiteti sgradevoli (“Roma ladrona”). È qui che si fa la politica, è qui che si elaborano strategie legislative e amministrative. Roma è la città dei ministeri, dei grandi enti pubblici, delle società pubbliche e di importanti imprese private. È la sede della più grande università d’Europa circondata da una quarantina di atenei di prestigio, dalla Cattolica alla LUMSA, alla Lynk Campus University, creata da Vincenzo Scotti, da cui provengono alcuni quadri dei 5Stelle, alle moderne università telematiche. A Roma siedono le supreme magistrature, Cassazione, Corte dei conti e Consiglio di Stato, istituzioni intorno alle quali ruotano migliaia di professionisti, avvocati e consulenti che si riferiscono ai corrispondenti Ordini professionali che qui hanno sede. Insomma, Roma è il centro della vita politico-amministrativa e delle professioni. Ebbene, nessuno che appartenga al variegato mondo romano che abbiamo appena richiamato è presente nell’organigramma parlamentare e governativo della Lega. Tutti “padani”, con l’eccezione di Giulia Bongiorno, palermitana, preposta al Ministero della PA fondamentale per riformare, semplificandolo, l’ordinamento amministrativo e gestire il personale pubblico, un ruolo che la Democrazia Cristiana mai aveva lasciato ad altri. E comunque un Ministro che non si è fatto amare dai dipendenti pubblici.

Non solo. Roma è la porta del Sud perché la stragrande maggioranza degli odierni “romani” proviene dalle regioni meridionali. Anche in ragione di questa provenienza territoriale un partito avviato alla difficile conquista di regioni da sempre svantaggiate (perché, se Cristo si e fermato ad Eboli l’alta velocità non va oltre Salerno) e non di rado denigrate avrebbe dovuto presentarsi al di là del Garigliano con un solido pacchetto di nomi illustri di alti burocrati, magistrati, professionisti e imprenditori dai nomi meridionali, che con la loro presenza, accanto al lumbard Salvini, avrebbero potuto garantire napoletani, pugliesi, calabresi e siciliani che la Lega  è effettivamente cambiata, che oggi ha una vocazione nazionale, che talune folcloristiche critiche dei meridionali appartengono al vecchio e un po’ rozzo armamentario di un partito che Matteo Salvini (pur autore di alcune di quelle battutacce) ha effettivamente rinnovato, guarda all’Italia e vuole governarla per un bel po’. Per almeno 10 anni ha precisato.

Partendo da Roma la Lega forse si metterebbe al riparo di certi pericoli, spesso evocati, quelli di possibili infiltrazioni non desiderate, sempre possibili in ambiti nei quali la politica è andata spesso a braccetto di personaggi non raccomandabili.

Tuttavia, l’analisi della “questione meridionale” non sarebbe completa se non si facesse cenno a Fratelli d’Italia, che ha certamente maggiori potenzialità in ragione di una antica presenza della destra in quei territori, partito che è stato fin qui compresso da Forza Italia e, più di recente, dalla Lega. Ora non è dubbio che Forza Italia stia progressivamente cedendo consensi ai due partiti alleati. In questo contesto Giorgia Meloni deve assumere un maggiore impegno, anche lei partendo da Roma, dove peraltro il partito è più strutturato, per assumere una maggiore rappresentatività di quei ceti professionali che abbiamo richiamato, tradizionalmente moderati, rigidamente ancorati ai valori dello Stato, della legalità e dell’efficienza. Che credono nella sovranità ma dubitano delle espressioni “sovraniste”.

Giorgia Meloni dimostra molto acume politico ed ha abbandonato, ad esempio,, la battaglia sulle “pensioni d‘oro” avendo evidentemente compreso che, al di là delle pensioni non sorrette da contributi effettivamente versati, che meritano di essere tagliate, chi ha corrisposto quanto richiesto, nella prospettiva su una pensione rapportata al tenore di vita conseguito con sacrifici, ha il diritto di percepirla. Anche nell’ottica della valorizzazione del merito, considerato che le pensioni più elevate corrispondono a posizioni professionali conquistate con studio, selezioni rigide, un impegno di lavoro costante ed assunzione di responsabilità.

(a www.italianioggi.com, 17 agosto 2019)

 

 

Un popolo senza identità, una elite senza il senso dello Stato

di Giuseppe Borgioli

 

Ha ragione Giuseppe De Rita (La Repubblica 31 luglio) a dire che siamo un popolo senza identità perché ci rifiutiamo di conoscere la nostra storia e non coltiviamo la facoltà della memoria? Temiamo che sia proprio così. Questa anonimia è più grave della crisi economica e finanziaria perché ci inibisce in ogni sforzo comune, in ogni impresa (giusta o sbagliata) che presupponga il sacrificio di tutti, in ogni perseguimento di un traguardo da conquistare insieme.

De Rita dimentica un particolare non secondario: non abbiamo forse cancellato dal nostro dizionario la parola Patria? Non ci hanno forse insegnato i cattivi maestri a sostituirla con la parola paese? A quale paese apparteniamo? I lombardi o i veneti a sentire i loro governatori non appartengono allo stesso paese dei campani, dei pugliesi, dei calabresi.

Questo declino è casuale o ha che fare con le istituzioni che necessariamente si inverano nei simboli. Che cos’è il simbolo se non il legame di ciò che si vede con ciò che non si vede e che tiene unito un popolo?

Si dice spesso che nelle monarchie costituzionali il Re ha una funzione simbolica. Evviva quel simbolo che permette a un popolo di parlare la stessa lingua, di godere degli stessi successi, di patire gli stessi dolori. Funzione simbolica non significa funzione decorativa.

Lo stesso De Rita ha riaffermato spesso la necessità   di una Chiesa Cattolica adeguata ai tempi. Anche questo è vero, tanto più vero in una società secolarizzata che sembra aver perso la bussola del viaggio e si è smarrita.

Il Vaticano è un colle importante nella vita spirituale di Roma e dell’Italia.

Il suo dirimpettaio è il colle del Quirinale che ha bisogno di simbolo laico.

Se ha da esserci un Re in Vaticano, ci sia un Re anche al Quirinale.

Alla assenza di identità del popolo fa da pendant la mancanza di senso dello stato nella elite politica e civile.

L’accoppiamento di queste due mancanze genera il vuoto del nostro tempo.

(da www.unionemonarchica.it)

 

 

 

 

Taglio dei parlamentari? No grazie

di Salvatore Sfrecola

 

Taglio dei parlamentari? No grazie. Perché, in primo luogo, sarebbe necessariamente rinviata la verifica delle urne imposta dalla crisi del governo giallo -verde, occorrendo, dopo l’approvazione della riforma costituzionale, una modifica della legge elettorale con rideterminazione dei collegi prima di andare al voto. Poi, a ben pensare, la riduzione dei parlamentari, presentata dai grillini come una scelta popolare destinata ad assicurare un risparmio per i bilanci delle Camere, crea problemi non indifferenti in rapporto a taluni equilibri costituzionali, come messo in risalto, all’indomani della terza votazione, da Francesco Clementi e da altri costituzionalisti con argomenti che hanno convinto anche me, che avevo criticato Matteo Renzi per aver proposto la riduzione dei senatori a 100 lasciando 630 deputati.

Il fatto è che i nostri 630 deputati e 315 senatori costituiscono un numero che nella nostra Costituzione, attraverso un rapporto tra seggi e popolazione, assicura il buon funzionamento delle garanzie attraverso i quorum richiesti per eleggere il Presidente della Repubblica (2/3 dell’assemblea per i primi tre scrutini), i giudici costituzionali ed i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura. Si potrebbe dire che, ridotti i parlamentari, sarebbe pur sempre consentito il calcolo della misura richiesta per i componenti della Camera in seduta comune. Senonché ne risulterebbe significativamente compresso il ruolo delle minoranze, e delle regioni più piccole nel collegio per l’elezione del Capo dello Stato, rispetto all’esigenza di una rappresentanza plurale.

Non se ne dà carico il disegno di legge Fraccaro che, preso dall’esigenza assolutamente demagogica del risparmio, che fa breccia nel cuore dell’elettorato grillino, non tiene conto delle segnalate esigenze di garanzia e di pluralismo. Forse perché quella componente politica, che in questi giorni enfatizza il ruolo della rappresentanza parlamentare, propende per la democrazia diretta – tanto che non a caso la piattaforma che raccoglie i desiderata degli iscritti è intestata a Rousseau, dal filosofo francese che l’ha teorizzata – cosi relegando le Camere in un ruolo assolutamente residuale. Per Davide Casaleggio, infatti, ispiratore del M5S, giusto un anno fa, “grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”. Del resto la denominazione dell’incarico ministeriale attribuito all’On. Riccardo Fraccaro è quello di Ministro “per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta”. Non sono dunque credibili Luigi Di Maio e compagni quando, in nome dei risparmi, si fanno difensori del Parlamento, come ha fatto il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli che, intervenendo nel dibattito sulla mozione TAV, ha affermato con grande enfasi che forse a qualcuno, in quell’aula, era sfuggito che l’Italia è una repubblica parlamentare e “non un premierato”, considerato che il Presidente Giuseppe Conte, per scongiurare la crisi di governo, aveva in limine dato personalmente il via alla ferrovia Torino- Lione.

Demagogia, dunque, è quella che muove i grillini ma con l’intento evidente di procrastinare i tempi della verifica elettorale che immaginano per loro impietosa in ragione del calo significativo dei consensi registrato dai sondaggi e confermato dai risultati delle molteplici elezioni, europee, regionali e comunali che si sono tenute dopo le elezioni nazionali del 2018.

(da La Verità dell’11 agosto 2019)

 

 

 

Sotto tiro abuso d’ufficio e danno erariale. La politica non difenda incapaci e corrotti

di Salvatore Sfrecola

 

Interrotto l’esame del disegno di legge di riforma della Giustizia presentato dal Ministro Alfonso Bonafede il tema continua a tenere banco sui giornali, in particolare ad iniziativa del Vice presidente del Consiglio e leader della Lega, Matteo Salvini. “Tanti operatori, sia del pubblico che del privato, hanno chiesto il superamento di alcune fattispecie che stanno ingessando sia il pubblico che il privato”. Il riferimento ricorrente è all’abuso d’ufficio che, ha detto, abolirebbe, dopo la contestazione per quel reato al Presidente della Lombardia, Attilio Fontana. Ed oggi vorrebbe abolire anche il danno erariale, dopo che la Procura regionale della Corte dei conti per la Lombardia ha contestato al Viceministro Massimo Garavaglia di aver venduto sottoprezzo un immobile già dell’ASL.

Il tema è delicato e complesso. Indubbiamente l’abuso d’ufficio ha avuto una gestione giudiziaria che, a volte, ha destato perplessità, nonostante l’art. 323 c.p. lo preveda quando il pubblico funzionario o l’incaricato di pubblico servizio “in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intensionalmente procura a se è o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto”. Forse sulla base della giurisprudenza la norma merita una ulteriore messa a punto, ma la sua abolizione cozzerebbe con i principi costituzionali del buon andamento e dell’imparzialità dell’amministrazione stabiliti dall’art. 97 della Costituzione.

Diverso è il caso del danno erariale, che costituisce, secondo la giurisprudenza contabile, una fattispecie esattamente individuata, consistente nella accertato addebito al bilancio di un ente pubblico di una spesa non dovuta o eccessiva rispetto al valore del bene o della prestazione acquisite. Ma è danno anche il mancato introito di risorse di bilancio per omessa riscossione di un credito o, come nel caso ipotizzato per Garavaglia, per la vendita di un bene ad un valore inferiore a quello di mercato. Tutte situazioni da accertare, ovviamente, ed imputabili al pubblico amministratore o funzionario ove la condotta sia configurabile come gravemente colposa o dolosa.

In caso di danno erariale la mia esperienza dice che la condanna consegue a comportamenti di soggetti incapaci o disonesti. Nel senso che un funzionario il quale rispetti le leggi ed operi come un buon padre di famiglia, regola della gestione pubblica come di quella privata, non ha nulla da temere. L’idea dei Sindaci che non firmano per paura della Procura della Corte dei conti  conferma la scarsa preparazione professionale di molti amministratori e l’incapacità di servirsi della struttura amministrativa, terremotata da Matteo Renzi e Marianna Madia, con il ridimensionamento del ruolo dei Segretari comunali. Insomma i sindaci vogliono mani libere, scelgono i collaboratori preferendo gli amici di partito e sono convinti che la loro attività sia libera, certamente nelle scelte, non nelle decisioni tecniche, quelle da assumere sulla base di norme di legge e poi temono di incorrere nell’azione giudiziaria, penale e contabile.

La ribellione della quale si fa portavoce Matteo Salvini non ha dunque ragioni di essere condivisa. E l’uomo, intelligente e attento, lo capirà presto e inviterà chi lo interpella a studiare ed applicare bene le leggi.

Attenzione, la Giustizia, civile, penale, contabile è predisposta a garantire certezze al cittadino che, nel caso del processo contabile, sono poste a salvaguardia di un interesse pubblico concreto: la tutela della finanza e dei patrimoni degli enti pubblici, in sostanza delle tasche dei cittadini contribuenti. Il caso dei Consiglieri regionali che hanno speso per finalità personali le risorse assegnate ai Gruppi per attività politiche è emblematico di uno scarso senso del dovere e del rispetto delle risorse dello Stato e degli enti in violazione della regola che impone a coloro i quali sono affidate funzioni pubbliche “di adempierle con disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54, comma 2, Cost.

Vorrei, in chiusura, suggerire ai capi di partito di non ascoltare le doglianze dei loro amministratori quando si lamentano dei controlli e dei giudici, ma anzi di valutare quelle richieste come sintomo di scarso senso dello Stato e di inadeguata professionalità quando non di desiderio di far prevalere l’interesse privato sul pubblico. Con la conseguenza che il partito perde credibilità agli occhi degli elettori.

Quanto diverso il discorso di Quintino Sella che, da Ministro delle finanze, inaugurando la Corte dei conti del Regno d’Italia il 1° ottobre 1962, rivolgendosi ai magistrati diceva: “la fortuna pubblica è commessa alle vostre cure. Della ricchezza dello Stato… voi siete creati tutori. Né ciò basta:… È vostro compito il vegliare a che il Potere esecutivo non mai violi la legge; ed ove un fatto avvenga il quale al vostro alto discernimento paia ad essa contrario, è vostro debito il darne contezza al Parlamento”.

Altra classe politica, altri uomini.

8 agosto 2019

 

 

 

 

Chi causa gli incendi deve pagare

In Italia la maggior parte delle persone che provoca roghi non risarcisce lo Stato. Con la scusa di non mandare in rovina i distratti, la fanno franca anche i criminali

di Salvatore Sfrecola

 

Chi incendia paghi i danni. Dovrebbe essere normale secondo una regola elementare del diritto risalente ben oltre il diritto romano. Invece in Italia, che diciamo “patria del diritto”, chi incendia non paga per i danni causati dagli incendi all’ambiente, ai beni privati ed alle persone. Non paga neppure gli ingenti costi dello spegnimento che impiega uomini e mezzi, a terra e in cielo: vigili del fuoco ed altri uomini delle Forze dell’Ordine, canadair ed elicotteri per ore in volo, per raccogliere l’acqua da spargere sulle fiamme.

Nessuno paga a causa di una mentalità sbagliata delle amministrazioni le quali ritengono che, anche quando l’incendiario è identificato, sia sufficiente il rinvio a giudizio senza costituzione di parte civile e nessuna richiesta di risarcimento danni. La tesi, che ho ascoltato molte volte, è quella che nessun incendiario potrebbe risarcire gli ingenti danni, per cui è meglio soprassedere. È vero, nessuno potrà risarcire i danni effettivi ma è indubbio che tutti hanno qualcosa da perdere, la casa di abitazione, l’orto, l’auto, la moto. Per cui basterebbe il sequestro di questi beni e la spada di Damocle di ulteriori richieste risarcitorie, in caso di sopravvenute disponibilità, per intimorire l’incendiario che, se minorenne, determinerebbe un danno al patrimonio di famiglia. Con la conseguenza che se l’incendiario fosse il figlio scemo i genitori provvederebbero d’estate a tenerlo a casa.

C’è, poi, ma lo sappiamo da sempre, l’incendiario per fini di interessi personali o della criminalità organizzata. Magari di quanti saranno chiamati a fornire le alberature distrutte dal fuoco.

Nei giorni scorsi un vasto incendio ha interessato Monreale. Era già accaduto nel 2017 quando i roghi avevano devastato diversi ettari di macchia mediterranea. I Carabinieri, hanno scritto i giornali siciliani, arrestarono Pietro Cannarozzo, 62 anni, operaio del Servizio antincendi dell’Azienda foreste e territorio della Regione Siciliana, e Angelo Cannarozzo, 26 anni, padre e figlio, accusati a vario titolo di furto pluriaggravato in continuazione e in concorso, peculato e incendio boschivo. Nell’occasione si erano impadroniti di una telecamera installata dalla polizia giudiziaria per indagare proprio sugli incendi e diversi attrezzi agricoli, motoseghe e decespugliatori di proprietà dell’Azienda regionale per le Foreste.

Intercettati, hanno dato conto delle loro “imprese”. Con il padre che rimproverava il figlio di non rendersi conto del rischio “che si bruciano le persone”. E il figlio che rispondeva “che mi interessa a me”.

Ovviamente non basta la minaccia del risarcimento danni per frenare gli incendiari, anche perché non sempre si scoprono gli autori dell’illecito. Occorre un’opera di prevenzione con la cura del sottobosco che, abbandonato come avviene oggi, innesca facilmente il fuoco. Basta un mozzicone di sigaretta o una lattina di birra che faccia da specchio al sole, gettata o lasciata da uno dei tanti incivili che popolano l’Italia. E i nostri boschi.

(da La Verità del 7 agosto 2019, pagina 6)

 

 

 

Quando nei concorsi pubblici si richiedeva la “buona condotta”

di Salvatore Sfrecola

 

Un tempo, neppure molto lontano, per la partecipazione ai concorsi per l’accesso agli impieghi pubblici il candidato doveva allegare il certificato attestante la “buona condotta”. Lo stabiliva l’art. 2 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo Unico delle disposizioni concernenti gli impiegati civili dello Stato). Le Amministrazioni avevano, poi, la possibilità di accertamenti diretti. Ad esempio le amministrazioni militari acquisivano informazioni sulla persona, sulla famiglia e sull’ambiente anche per la partecipazione ai concorsi per allievo ufficiale di complemento. Fu così che un mio amico fu escluso dal concorso sulla base della informativa secondo la quale “ha rapporti con la Massoneria”. In realtà quei rapporti consistevano in una lettera che a lui, come ad altri giovani, era stata spedita in funzione promozionale da quella Associazione.

Al di là di un caso come quello appena ricordato le amministrazioni civili e militari vagliavano i requisiti professionali e morali dei candidati nell’ottica che persone legate a determinati ambienti, anche familiari, nei quali fossero presenti scommettitori, giocatori d’azzardo, protestati, ecc. fossero permeabili ad istanze illecite e, pertanto, meno indipendenti.

Il requisito non è più richiesto. Non deve stupire, pertanto, se tra i dipendenti pubblici, tenuti ad esercitare le loro funzioni con “disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54, comma 2, della Costituzione, emergono fatti delittuosi gravi, come la cronaca ci fa sapere: funzionari del fisco che s’intendono con gli evasori, funzionari che si fanno corrompere, carabinieri, poliziotti e finanzieri che spacciano droga, magistrati che si vendono le sentenze. Tutte situazioni che indignano i cittadini e riempiono di sdegno i colleghi onesti che rappresentano l’assoluta maggioranza dei corpi civili e militari dello Stato. Qualche mela marcia qua e là tra decine di migliaia di persone che ogni giorno fanno il loro dovere fino in fondo con personale sacrificio fino a mettere a repentaglio la stessa vita, come nel caso del giovane vice brigadiere Mario Cerciello Rega che abbiamo saputo essere anche un uomo dedito all’esercizio della carità nei confronti dei più bisognosi, fossero i senza tetto che dormono sotto la pensilina della Stazione Termini o i malati assistiti nei treni diretti a Lourdes, tutte attività che svolgeva come volontario del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Perché l’Amministrazione oggi recluta persone delle quali non conosce i requisiti morali? Questo mentre le Prefetture adottano “interdittive antimafia” non solo in caso di coinvolgimento della persona in attività illecite ma anche sulla base di un semplice sospetto derivante dal fatto che una persona possa aver consumato un caffè con un compagno di scuola mai più visto dai tempi delle medie del quale siano note frequentazioni professionali o familiari sospette.

Come spesso accade in questo nostro Paese è difficile stabilire la misura giusta.

Tutto comincia da una interpretazione, a mio giudizio azzardata, della norma costituzionale sulla c.d. presunzione di non colpevolezza” ricavata dall’art. 27, comma 2 (Responsabilità penale), secondo cui “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.

Di conseguenza la normativa sul pubblico impiego, disciplinata dal D.Lgs. n. 165/2001, non prevede forme di esclusione per chi ha condanne penali non definitive o procedimenti penali in corso, mentre il D.Lgs. n. 39/2013 (inconferibilità e incompatibilità di incarichi presso le P.A.) prevede l’esclusione dagli incarichi pubblici per coloro che abbiano riportato condanne penali per i reati previsti solo dal capo I del titolo II del libro secondo del c.p. (Delitti contro la P.A.).

Al riguardo il Consiglio di Stato con la sentenza del 26.08.2011, n. 4812, ha affermato che “una condanna penale non è di per sé preclusiva della costituzione del rapporto di pubblico impiego; e ciò non solo perché con la legge 29.10.1984, n. 732 è venuto meno tra le condizioni per l’accesso al pubblico impiego il requisito della buona condotta (che poteva ritenersi escluso dalla condanna penale), ma soprattutto per la considerazione che, in conseguenza della pronuncia della Corte Costituzionale n. 971/1988, la sentenza penale di condanna, così come non può determinare l’automatica destituzione di diritto ex art. 85 T.U. agli impiegati civili dello Stato (richiedendosi a tal fine l’apertura del procedimento disciplinare), così non può considerarsi ostativa alla instaurazione del rapporto d’impiego. Una condanna penale può essere causa di esclusione dalla procedura concorsuale ove ad essa si accompagni una autonoma e specifica valutazione dell’Amministrazione sulla gravità dei reati commessi”.

C’è, dunque, una possibilità per l’Amministrazione di valutare le qualità morali del candidato, ma non le è consentito di prevedere nei bandi pubblici forme di esclusione per reati penali non confermati in sede di giudizio definitivo.

A questo punto mi sembra opportuno richiamare un fatto di molti anni fa, quando una Soprintendenza ai beni culturali aveva assunto come custode e guardia giurata di un’area archeologica una persona che, al momento del rilascio del porto d’arma, risultò essere stato condannato con sentenza passata in giudicato per furto di beni artistici. Si potrebbe dire, celiando, che era la persona adatta, che se ne intendeva. Fu licenziato ma poi riammesso in servizio dal locale Tribunale Amministrativo Regionale.

Non c’è dubbio che si debba trovare una giusta linea di equilibrio tra i diritti costituzionali della persona e l’interesse della P.A., cioè della comunità. È urgente, perché non capitino con la frequenza di cui la cronaca ci informa, fatti illeciti commessi da chi opera in nome dello Stato.

(da www.italianioggi.com, 7 agosto 2019)

 

Ferrovie in italia pre e post 1861: una parola definitiva

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Nel 1861 alla nascita del Regno d’Italia la situazione delle linee ferroviarie in esercizio era di km.2.189 comprese le regioni che sarebbero entrate a far parte del nuovo stato italiano dopo il 1861 e cioè il Veneto nel 1866 ed il Lazio nel 1870. Di queste ben 850 chilometri erano nel Regno di Sardegna, 607 nel Lombardo Veneto, 303 in Toscana, 101 nello Stato Pontificio, 99 nel Ducato di Parma, 50 in quello di Modena ed infine appena 128 nel Regno delle Due Sicilie, che pure era stato il primo a costruire una sia pur breve linea ferrata da Napoli a Portici, di circa 8 chilometri, progettata dall’ingegnere francese Armand Bayard de la Vingtrie, inaugurata il 3 ottobre 1839, le cui prime locomotive “Bayard” e “Vesuvio” erano state costruite in Inghilterra. Sempre allo stesso ingegner Bayard si dovevano i progetti per altre ferrovie per Nocera, prolungabili per Salerno ed Avellino, interamente a sue spese, a fronte di una concessione economica di 99 anni. Invece a spese del governo fu costruita la linea che collegava Napoli con l’altra Reggia di Caserta, prolungata fino a Capua e terminata nel 1844.

Abbiamo voluto sottolineare questo slancio iniziale delle ferrovie del Regno delle Due Sicilie, perché poi rimase fermo per ben 17 anni, dal 1844 al 1861, anche se esistevano nei cassetti progetti, anche questo del Bayard di una linea transappenninica per raggiungere il porto di Manfredonia nelle Puglie ed anche altri progetti per strade non ferrate, ma se è vero che “la strada dell’inferno è lastricata si buone intenzioni” le Due Sicilie così lastricavano la strada della propria scomparsa. Questo mentre in Piemonte, veniva effettuato il traforo dei Giovi, sulla linea Torino-Genova, la più lunga galleria dell’epoca, di 3.254 mt., inaugurata il 18 dicembre 1853 dal Re Vittorio Emanuele II, e nel Veneto, il governo austriaco (diamo a Cesare quel che è di Cesare), completava l’accesso a Venezia, con il ponte sulla laguna, lungo 3.603 mt, con 222 arcate e 750.000 pali di larice. Rimanevano prive di ferrovie intere regioni, come Marche, Umbria (Stato Pontificio), Abruzzi, Puglie, Basilicata, Calabria e Sicilia (Regno delle Due Sicilie).

Iniziò così per il nuovo Regno uno sforzo veramente titanico che portò a realizzare dal 1861 al 1870 circa 4.000 km, per cui si raggiunsero i 6.429 km., di cui 1.372 nella Italia Centrale e 1.777 nella Italia Meridionale ed Isole, e delle 34 province che all’atto della unificazione erano completamente prive di ferrovie, soltanto nove erano ancora scollegate. Nel 1880 i chilometri erano 9.290, nel 1890 raggiungevano i 13.629 per toccare, nel 1911, cinquantenario del Regno d’Italia, i 18.394.

I collegamenti principali erano stati tutti assicurati fin dal primo decennio, con un occhio particolare per il Meridione che ne era privo, superando, anche qui difficoltà geologiche. Giustino Fortunato parlava per la sua regione di “sfasciume geologico, di acque non regolamentate per cui i lavori procedettero con qualche difficoltà, ma al tempo stesso scriveva: “Le strade ferrate, correggendo il vizio di conformazione e seguendo le stesse tracce delle grandi vie lastricate, il cui genio di Roma ne volle solcata l’Italia, hanno compiuto il miracolo. Gli ingegneri, i costruttori, gli operai valsero per l’unificazione della patria non meno dei martiri, degli statisti e dei soldati”.

Punto fermo alle stantie polemiche antirisorgimentali, perché le cifre parlano da sole .

4 agosto 2019

 

 

 

 

In ricordo di Anita Garibaldi nel 170° anniversario della morte

 

"Sabato 4 agosto 1849, ore 19,45: 170 anni fa domani, alla fattoria Guiccioli, a Mandriole, sul vecchio corso del Lamone (Lamone abbandonato), moriva Anita Garibaldi. (Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, 30 agosto 1821 – 4 agosto 1849), donna guerriera straordinaria, compagna dell'Eroe. Il 21 ed il 22 agosto successivi Garibaldi si recava a Modigliana, da don Giovanni Verità". L'Emilia Romagna commemora ogni anno l'evento storico.

3 agosto 2019

 

 

Giustizia: la riforma che non c’è (approvata “salvo intese”)

di Salvatore Sfrecola

 

L’approvazione “salvo intese”, che si legge nel comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 67 a proposito dello schema di disegno di legge sulla giustizia è formula sempre più spesso ricorrente, a dimostrazione delle evidenti difficoltà di decidere che caratterizzano l’attuale governo. Perché il provvedimento che si dice approvato in realtà, va scritto o completato e solo dopo le “intese” potrà essere presentato alle Camere. Intanto, con una buona dose di ipocrisia una parte politica potrà dire di aver ottenuto l’approvazione e l’altra di averla impedita.

E così il disegno di legge, presentato dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che introduce deleghe al Governo “per l’efficienza del processo civile e del processo penale, per la riforma complessiva dell’ordinamento giudiziario e della disciplina su eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati nonché disposizioni sulla costituzione e il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura e sulla flessibilità dell’organico di magistratura”, è rimasto a “bagno Maria”. Perché non piace, soprattutto per il processo penale, alla Lega che nella materia si è affidata all’avv. Giulia Bongiorno la quale vorrebbe un intervento più incisivo sulle intercettazioni e sulla prescrizione, limitando le une e l’altra. La Lega vorrebbe, poi, introdurre la separazione delle carriere, un tema, come è noto che parte del centrodestra si porta appresso da Berlusconi.

Devo dire che quando sento proporre riforme complessive del “Sistema Giustizia”, sciabolando a destra e a manca, mi corre un brivido lungo la schiena pensando alle implicazioni che quella riforma di per sè ha sui cittadini. La Giustizia è materia da maneggiare con estrema prudenza. Riguarda tutti, i cittadini e le imprese, chi è di destra e chi è di sinistra, i ricchi e i poveri: è la misura del buon funzionamento di una comunità che, se improntata ai principi di uno Stato liberale, ha regole rigidamente ancorate al riconoscimento del diritto delle persone.

Sono preoccupato soprattutto perché le annunciate riforme, di cui quasi nulla si conosce, arriverebbero dopo anni di errori od omissioni, quelle che un saggio legislatore avrebbe da tempo corretto alle prime avvisaglie che qualcosa non va, a cominciare dalla inconcepibile lentezza dei processi, sia civili che penali, denunciata quotidianamente come causa del disagio crescente dei cittadini e delle imprese le quali, in particolare, vengono scoraggiate dall’investire nel nostro Paese proprio dalla difficoltà di avere giustizia in tempi ragionevoli. Situazioni complesse per chiunque si avventuri a disegnare qualcosa di nuovo, anche la più semplice. Polemizzano avvocati e magistrati, ciascuno con qualche buona ragione, ne discutono i partiti che spesso in questa materia rivelano il peggio della mancanza di una filosofia politica legando proposte e polemiche agli interessi di categorie, soprattutto imprenditoriali, o comunque di quanti assicurano loro il consenso. E dei loro amministratori che vorrebbero avere le mani libere per non incorrere in una nuova “mani pulite”. Perché se è vero che l’abuso d’ufficio appare sempre più una fattispecie di arduo inquadramento è pur vero che abusare delle funzioni svolte per un pubblico funzionario è obiettivamente negazione della funzione pubblica che è chiamato a svolgere con “disciplina ed onore”, come sappiamo dall’art. 54, comma 2, Cost..

Cosa c’è da riformare? Molto, a cominciare da disfunzioni percepibili con immediatezza, come quella che denuncia Piercamillo Davigo quando ricorda che le Corti supreme nei paesi a democrazia liberale, dagli Stati Uniti alla Francia al Regno Unito normalmente sono impegnate in un numero di processi che mai raggiunge il centinaio. Da noi la Corte Suprema di Cassazione emette 100.000 sentenze l’anno. Non ci vuole molto per sottolineare che qualcosa non va, che da 100 a 100.000 il carico di lavoro della Magistratura suprema è causa ed effetto del ritardo nella definizione dei processi. Questo perché nell’Italia ipergarantista la Corte che è il Giudice della giurisdizione è chiamata a definire questioni che mai dovrebbe giungere dinanzi a quei giudici, come nel caso del panino vietato a scuola durante la pausa pranzo. È una sentenza che va letta, naturalmente, ma è singolare che di una tale causa si debba occupare il massimo giudice dell’ordinamento.

Altre questioni premono. Ad esempio, l’introduzione del processo telematico non esclude che ai giudici debbano essere esibite le copie cartacee, definite “di cortesia”, degli atti notificati tramite posta certificata. Per cui un adempimento viene sostanzialmente duplicato con effetti non indifferenti per l’attività dei difensori. Tutto questo nel silenzio dell’avvocatura, perché non può essere considerato elemento di riflessione qualche pudico borbottio in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario dei Tribunali e delle Corti.

In tutto questo bailamme che si snoda lungo idee e proposte provenienti da partiti, associazioni imprenditoriali e culturali interessate a singoli aspetti, viene meno il senso della visione globale del processo per cui nessuno si fa promotore di una elementare esigenza che è quella di rendere omogenee per quanto possibile le regole della fase pre-processuale e processuale, da cui deriverebbe un sicuro vantaggio per il cittadino, per gli avvocati e per i magistrati.

Poi c’è tutta la tematica ideologizzata della cosiddetta separazione delle carriere, patrocinata da tempo da alcune parti politiche. Non dobbiamo mai dimenticare che nel processo penale il Pubblico Ministero rappresenta lo Stato nel ruolo di promotore di giustizia. Per cui sfugge ai fautori di questa teoria che il Pubblico Ministero non è l’avvocato dell’accusa, secondo una formula di berlusconiana memoria, ma è, appunto, il funzionario pubblico che in nome dello Stato persona, chiede ad un altro funzionario pubblico con funzioni giudicanti di affermare il diritto nel caso concreto nell’interesse generale. Ma, si dice, appartenendo entrambi alla stessa carriera si avrebbe una sorta di continuità tra funzione requirente e funzione giudicante che, se effettivamente esistente, priverebbe il cittadino del diritto ad un equo giudizio. Tuttavia non è così. L’esperienza insegna che in ognuna delle due funzioni il magistrato è geloso custode delle attribuzioni che gli vengono conferite.

Se tuttavia alcune disfunzioni sono dovute al fatto che il ruolo della magistratura inquirente è attribuito spesso ai più giovani, con meno esperienza sicché non di rado si percepisce incertezza o si rileva inadeguatezza dell’azione esercitata, è evidente che questo “male” non si risolve separando giudici dai Pubblici Ministeri ma assicurando all’esercizio della funzione requirente magistrati che abbiano per più tempo esercitato funzioni giudicanti sicché siano portatori di quel senso di terzietà che non è solo proprio del giudice ma anche del Pubblico Ministero, che agisce nell’interesse dello Stato, quindi di un interesse obiettivo. Questo problema si risolve in sede di assegnazione dei magistrati alle relative funzioni. È un compito del Consiglio Superiore della Magistratura.

C’è, poi il tema delle intercettazioni che si vorrebbero limitare nonostante sia evidente che questo strumento è essenziale per una serie di delitti, non solo in materia di criminalità organizzata ma anche nei casi nei quali l’azione illecita nei confronti dello Stato e degli enti pubblici assume le forme del peculato, della corruzione e della concussione, tutti reati in relazione ai quali molti sono gli indizi, poche le prove, in quanto gli autori dell’illecito sono legati al silenzio, come dimostra l’esperienza quotidiana delle indagini e dei processi che riguardano il perseguimento dei reati contro la pubblica amministrazione.

Naturalmente quanti vogliono limitare le intercettazioni prendono spunto dalla pubblicazione sui giornali di notizie relative ad indagini che a volte coinvolgono persone non direttamente interessate o si riferiscono a fatti marginali rispetto all’azione investigativa. Si ricorda fra gli altri, fra i più recenti, il caso di un ministro ritenuto compiacente nei confronti di persona alla quale era sentimentalmente legata. Questo per dire che il margine di estraneità di notizie apparentemente private alla valutazione delle condotte poste in essere è molto marginale e va rimesso in primo luogo alla responsabilità della stampa, all’autoregolamentazione, alla disciplina dell’esercizio della funzione informativa che uno dei pilastri della democrazia liberale.

Poche considerazioni, a prima lettura – si fa per dire visto che un testo da leggere e da commentare non c’è, - per segnalare la complessità dei problemi da troppo tempo incancreniti per errori gravissimi del legislatore, che, ad esempio, negli anni scorsi ha voluto fare una riforma del processo penale “all’americana” senza tener conto dell’ordinamento delle strutture dell’amministrazione giudiziaria, e della giurisprudenza chiamata a decidere nell’incertezza di una stratificazione di norme sempre più confuse, sempre più inadeguate a quell’esigenza di chiarezza che tutti riconosciamo alla legislazione dell’antica Roma della cui saggezza diciamo spesso di essere tributari.

2 agosto 2019

 

 

 

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA in occasione dell'assassinio del Vice Brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega.

 

Il sacrificio del Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega ci rende sempre più grati all’Arma dei Carabinieri per l’alto spirito di abnegazione posto al servizio della tutela di ogni cittadino.  
Mi inchino grato al Suo alto sacrificio e sono vicino alla Famiglia e all’Arma. Castiglion Fibocchi, 27.07.2019.

 Amedeo di Savoia 

 

 

 

Anticorruzione: dopo Cantone non abbassare la guardia

di Salvatore Sfrecola

 

Se ne va Raffaele Cantone. Lascia la presidenza dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (A.N.A.C.) e torna in Magistratura, in anticipo rispetto alla scadenza del mandato, e si toglie qualche sassolino dalle scarpe segnalando con garbo che non sempre l’attuale Governo lo ha ascoltato, soprattutto nella fase della definizione del decreto “sblocca cantieri”, quando, secondo Cantone è stata abbassata la guardia.

Se ne va, tuttavia, con soddisfazione, avendo incassato il giudizio, ampiamente positivo, delle Nazioni Unite sull’aderenza dell’ordinamento nazionale a quanto stabilito dalla Convenzione di Merida contro la corruzione del 2003. Infatti, nell’ambito del secondo Rapporto di valutazione, previsto periodicamente per gli Stati contraenti, l’Italia è risultata soddisfare tutti gli adempimenti stabiliti nel capitolo II dell’intesa (prevenzione e recupero dei beni). Oltre a dare atto dei progressi compiuti a partire dal 2012 nella lotta alla corruzione, il report si concentra sull’efficacia dell’azione svolta dall’ A.N.A.C., affermando che la legislazione italiana “prevede l’applicazione di tutte le disposizioni della Convenzione relative alla prevenzione”.

Il Rapporto elogia il lavoro dell’Autorità sotto più aspetti, soprattutto per le buone prassi introdotte. Nello specifico, viene manifestato particolare apprezzamento per lo sviluppo di un modello di controllo sugli appalti pubblici economicamente rilevanti, così da impedire l’infiltrazione mafiosa e quella criminale. Il riferimento è agli “High Level Principles per l’integrità, la trasparenza e i controlli efficaci di grandi eventi e delle relative infrastrutture”, che già l’Ocse aveva definito una best practice internazionale.

Il Rapporto riconosce vari pregi al “modello italiano” della prevenzione: la centralità del Piano nazionale anticorruzione redatto dall’ A.N.A.C. e lo sforzo per coinvolgere nell’elaborazione dei propri atti normativi tutti gli enti della pubblica amministrazione e gli stakeholder; la creazione di una piattaforma online dedicata alle segnalazioni di whistleblowing e l’istituzione di un ufficio specifico per la loro trattazione; la collaborazione con la società civile e l’impegno nella promozione di appositi programmi educativi all’interno delle scuole.

“Il lusinghiero giudizio dell’Onu sull’attività dell’A.N.A.C. è per noi motivo di particolare orgoglio” ha affermato l’ormai ex Presidente dell’Autorità: “Il Rapporto non solo riconosce il lavoro svolto nel corso di questi anni, ma dimostra quanto sia importante un’azione di sistema per contrastare la corruzione, nella quale la repressione non può essere disgiunta dalla prevenzione. Una valutazione tanto favorevole, fra l’altro - conclude Cantone - produce ricadute positive in termini di immagine e reputazione internazionale di cui può beneficiare tutto il Paese”.

In effetti l’A.N.A.C. ha assicurato prevenzione, nonostante la politica non abbia favorito una razionale semplificazione delle procedure. Una condizione che sarebbe ingiusto addebitare all’A.N.A.C., come fa chi ha addirittura ipotizzato la soppressione dell’Autorità. Cosa che non è possibile, non solo perché a prevedere un apposito organismo per la lotta alla corruzione è la Convenzione delle Nazioni unite contro la corruzione, adottata dall’Assemblea generale il 31 ottobre 2003, ratificata dal Parlamento italiano con la legge 3 agosto 2009, n. 116, ma anche perché obiettivamente l’A.N.A.C. ha dimostrato di saper svolgere il ruolo assegnatole. GRECO (Group of States against Corruption) lo riconosce e nel suo rapporto del 13 dicembre 2018 ha concluso che l’Italia “ha compiuto progressi per prevenire la corruzione nel sistema giudiziario, ma è necessario faccia ancora di più”. In materia di conflitto di interessi, di ineleggibilità e incompatibilità.

E torma a farsi sentire il “partito degli affari” il cui interesse non è diretto ad ottenere procedure snelle che premino il confronto tra imprenditori onesti e capaci ma ad avvalersi di compiacenze varie, a livello politico e amministrativo, per aggirare le regole della concorrenza e dell’interesse pubblico.

Per confondere le idee ai lettori i giornali mettono a confronto le idee di Cantone e quelle di Piercamillo Davigo, entrambi magistrati con vasta esperienza investigativa, espressione di due diversi orientamenti, quello della prevenzione, il primo, quello della repressione, il secondo. Sennonché, come è evidente a chiunque abbia un po’ di esperienza di pubblica amministrazione, le due funzioni non sono assolutamente incompatibili. Anzi sono complementari e funzionali ad una effettiva lotta alla corruzione, quella che appare sempre più necessaria perché l’Italia, nonostante sia negli ultimi anni risalita nella graduatoria che Transparency Iternational redige annualmente per indicare il livello di percezione della corruzione, è ancora lontana dai paesi più virtuosi, come i Regni di Danimarca, di Norvegia o di Svezia, anche se ha guadagnato qualche posizione allontanandosi da Botswana e Cuba ai quali per troppo tempo si è affiancata.

È evidente che la lotta alla corruzione non si può fare solo con la repressione. È necessario che lo Stato predisponga strumenti capaci di evitare che corrotto e corruttore s’incontrino per fare i loro sporchi interessi. Ciò che esige una efficiente organizzazione amministrativa, una disciplina dei controlli, di legittimità e di gestione, capace di intercettare comportamenti illegittimi e illeciti, e pertanto fonte di danno erariale, che significa addossare ai bilanci pubblici spese inutili o eccessive per opere o servizi inadeguati. Occorre, in sostanza, dissuadere i malintenzionati.

È quel che fa l’A.N.A.C. monitorando la gestione delle spese per appalti e forniture accendendo un faro su alcuni passaggi delle procedure amministrative. Naturalmente non basta. La corruzione è un reato che si consuma all’ombra di un concerto illecito, quando un pubblico ufficiale infedele “indebitamente  riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa”, come si legge nell’art. 318 del codice penale, così assicurando ad un imprenditore disonesto la scorciatoia per ottenere un appalto che sarebbe spettato ad altri. Distorcendo le regole del mercato e della concorrenza, con effetti negativi sulla gestione del denaro pubblico che viene in tal modo destinato a forniture di beni e servizi spesso scadenti, perché il corruttore deve in qualche modo recuperare il costo della tangente. Ciò che fa risparmiando sui lavori o sulla qualità dei beni e servizi ceduti oppure con fittizie variazioni in aumento del costo del contratto, ad esempio con perizie di variante e suppletive inutili ma ben remunerate.

Quando il fatto è avvenuto l’indagine per scoprire l’illecito non è facile. Per cui Davigo giustamente fa presente che la magistratura inquirente dispone di strumenti di indagine che l’Autorità amministrativa non può utilizzare. Tutti, peraltro, vorremmo che non si giungesse alla repressione, che lo Stato fosse tanto bene organizzato ed autorevole da impedire la corruzione. Attraverso regole trasparenti e semplici, capaci di dissuadere i disonesti e di assicurare gli imprenditori onesti che le loro offerte saranno valutate obiettivamente nel quadro di una verifica delle esigenze delle stazioni appaltanti. Anche per riportare sul nostro mercato gli imprenditori esteri, soprattutto dell’Unione Europea, che se ne sono allontanati dubitando che la concorrenza fosse trasparente e, in caso di contenzioso, la pronuncia dei giudici, ordinari e amministrativi, giungesse in tempi ragionevoli, compatibili con le esigenze delle imprese.

Il dopo Cantone parte, dunque, da una verifica dell’esistente, dalle regole che Governo e Parlamento hanno voluto, a volte gravando troppo l’A.N.A.C. per scaricare sull’Autorità anticorruzione incombenze proprie degli uffici dell’Amministrazione. Un alibi comodo ma inutile. Come dimostra il codice dei contratti, più volte modificato, alla ricerca della misura giusta di regole che devono garantire una buona prestazione in un contesto di legalità. Il Parlamento con la recente legge 9 gennaio 2019, n. 3, ha dettato norme in tema di reati contro la P.A., di prescrizione, di trasparenza di partiti e movimenti politici. Il Movimento 5 Stelle che se l’è intestata si attende molto da questa normativa che ha inasprito le pene, migliorato la disciplina dei beni sequestrati e introdotto una causa di “non punibilità” in favore di chi denuncia il fatto “prima di avere notizia che nei suoi confronti sono svolte indagini”.

E come prima cosa va scelto il nuovo Presidente dell’Autorità. Bravo, competente e realmente indipendente.

26 luglio 2019

 

 

Tempo di vacanze … tempo di viaggi e di riflessioni

da Trenitalia a Camilleri al Conservatorio di Bolzano

di Dora Liguori

 

L’ineffabile Trenitalia, che potrebbe anche definirsi la ferrovia italiana del Nord, prima ancora di Bossi, aveva già deciso di dividere l’Italia in due ben netti territori, con la differenza che quelle di Bossi erano intenzioni e quelle di Trenitalia, nel colpevole silenzio dei politici del Sud, sono divenuti fatti.

 L’Italia, innegabilmente, è infatti ormai divisa in due ben distinti tronconi ferroviari. Il primo, altamente tecnologico che parte da Milano e termina, tanto per non far vedere, a Napoli, con l’aggiunta di pochissimi treni per Salerno, e l’altro (il secondo) che da Roma va verso il Sud, ed è, invece, tanto arretrato, sia per i binari che per le vetture, da poter essere definito, e a ragione, un reperto archeologico.

 Ebbene, per quanti ancora non ci avessero fatto caso, va subito detto che sulla linea Roma - Milano, la cosiddetta direttissima, sfrecciano ogni venti minuti treni che si chiamano appunto frecce rosse, bianche, argento, e colori vari, i quali, in meno di tre ore, portano direttamente e comodamente, i passeggeri dalla capitale reale (Roma) alla cosiddetta capitale morale d’Italia (Milano). Di contro, al Sud, arrancano ancora i citati reperti archeologici, con aria condizionata e toilette puntualmente fuori uso e, in compenso, la gioiosa presenza di zecche varie, alberganti nelle vetture e ivi poste, immaginiamo, per tenere “compagnia” ai viaggiatori nel lunghissimo viaggio.

 Detti treni raggiungono (se la raggiungono), partendo da Roma una volta al giorno, Potenza in circa cinque ore e Taranto in ben otto ore … sempre se tutto va bene. E purtroppo, in tanti anni che frequento i citati treni, avendo stretto anche amicizia con le zecche e altri animaletti, debbo constatare che non va mai bene!

 Da alcuni anni, poi, Trenitalia, con grande propaganda e dispendio di denaro, anche pubblico, ritenendo eccessive le tre ore per raggiungere Milano da Roma, ha varato un AV 1000 che fa risparmiare ben 40 minuti di viaggio ai milanesi; gente che, lavorando (e magari è vero), deve economizzare il proprio tempo, diversamente dagli abitanti del Sud i quali, con ogni evidenza (o almeno a detta di Trenitalia), non lavorando, possono pure, “piacevolmente”, soggiornare in treno.

 Insomma Roma Milano in due ore e venti, mentre Milano Palermo (ripetiamo sempre che il treno arrivi) in dodici ore (testamento incluso). Infine, peggio della partenza che facevano i Crociati da Messina per la Terra Santa.

 Che dire? Riferendoci ai Borbone, qualche anno prima della caduta del loro regno per “merito” dei cugini Savoia (guardarsi sempre dai parenti), essi avevano iniziato la Napoli – Foggia, ovvero una linea diretta fra Campania e Puglia, lavori, però, che vennero interrotti appunto per la fine del regno e che non furono più ripresi. Potete stare certi che, come da loro consuetudine, se fossero rimasti, non avrebbero mancato di dotare il meridione della più avanzata linea ferroviaria esistente. Infatti, nella prima metà dell’Ottocento, era precipuo vanto di questa famiglia regnante nel Sud di essere tecnologicamente all’avanguardia rispetto al resto dell’Italia e, Inghilterra permettendo, anche rispetto all’Europa. Pertanto, ne sono quasi certa, i Borbone, avrebbero dotato il Sud di treni super veloci, capaci di raggiungere le meravigliose località del meridione o anche del Settentrione in pochissime ore, con opportuno conforto nei servizi e magari con vetture … prive delle attuali graziose “bestiole”. Tanto per non essere incolpati di parzialità, il discorso del Sud vale anche per le Marche etc. etc. Insomma, fatti i conti, a viaggiare, per Trenitalia dovrebbero essere solo i cittadini del Nord. E gli altri italiani? Costoro, pur pagando le tasse, debbono provvedere in modo autonomo, ai loro spostamenti oppure… restino a casa!

Camilleri o quando l’illogicità manifesta viene coperta dalla bravura

In questo scorcio accaldato di Luglio se n’è andato Andrea Camilleri e, giustamente, c’è stato un profluvio di omaggi, tra l’altro ben meritati, avendo, egli, venduto milioni di libri! Forte di questi numeri, più prima che poi, la televisione, per la millesima volta, rimanderà in onda alcune puntate del suo inossidabile “Commissario Montalbano”, e, per la millesima volta, si registreranno i soliti iperbolici ascolti. Quale, dunque, il segreto di questa godibile serie?

Prima di parlare di Montalbano, vorrei ricordare che Camilleri ha scritto altri libri, tutti ben più profondi e godibili del commissario ma… si sa i gusti non sono discutibili e anche la fortuna letteraria di alcuni di essi. Comunque, tornando al famoso commissario e alla serie televisiva, vorrei far osservare come anche la sua fortuna televisiva sia meritata. Infatti, essa gode e si basa su alcuni fondamentali ingredienti: l’ottima sceneggiatura di Camilleri; attori, oltre al bravo Zingaretti, sopraffini, in specie le cosiddette “parti di colore” (tutte provenienti dal teatro di prosa dialettale siciliano) e, non ultima, una regia tesa non a sopraffare bensì a valorizzare tutto e tutti, compreso il contesto ambientale e, perché no, la cucina sicula.

 Ma, detto questo, e lo facciamo proprio perché ammirati dal prodotto, dobbiamo aggiungere che, parlando delle avventure del commissario, mai è stato scritto nulla di più illogico. Infatti, a ben riflettere, è mai possibile che nell’inventata cittadina di Vigata, una località che appare con un massimo di dieci-quindicimila abitanti, avvengano circa due delitti al giorno con altri annessi e non trascurabili reati? Roba che, nel confronto, la Chicago degli anni ’30 potrebbe definirsi un luogo di relax e conforto salutare, genere Terme di Montecatini. Insomma, la rappresentazione di questo lembo di Sicilia è tale da far ascrivere, nelle guide siciliane, Vigata (località inesistente), come località assolutamente infrequentabile, sempre ammesso che si desideri campare almeno cento anni. E invece, gli italiani (e non solo), è probabile che continuino a frequentare ancora l’illogica Vigata, e il suo altrettanto illogico commissario, con sempre rinnovato piacere.

A nemmeno ventiquattro ore dalla scomparsa di Andrea Camilleri è scomparso anche un altro grande e singolare scrittore - Luciano De Crescenzo- con il quale ho avuto la fortuna di lavorare in molteplici spettacoli (interamente dedicati a Napoli) dal titolo “Musica e poesia” e incidere, sempre con lui, un disco. Ritengo De Crescenzo, per la singolarità dei suoi libri (pensate solo alla filosofia raccontata in modo godibile), uno dei maggiori scrittori del novecento, un’artista che ha saputo farci partecipi di una Napoli che ben rappresenta il carattere positivo di molti italiani, così riassumibile: “Chiove ma aroppo stracqua”. (Se piove non vale disperarsi poiché, prima o poi, spiove e il sole ritorna). In sintesi: se le cose vanno male prepariamoci al bello del sole che sempre… ritorna. Purtroppo, da alcun tempo, almeno per gli artisti, pare che questo sole stenti a ritornare… e questo sarà l’argomento della mia ultima riflessione.

 La favola nera di Bolzano

Nel dicembre dello scorso anno, direbbero sempre a Napoli “all’intrasatta” (all’improvviso), in occasione della finanziaria, senza alcuna preventiva discussione, veniva approvato un articolo di legge che, di fatto, sopprimeva il glorioso Conservatorio di Bolzano per inglobarlo nella “Libera Università di Bolzano”. La cosa mi “puzzò” subito, mentre i soliti amici, o meglio i colpevoli di questa bella “pensata”, si precipitarono a magnificare l’avvenimento. Premesso che mai nella storia è avvenuto che un privato ingoi un’Istituzione pubblica, essendo, io, malfidata (o meno scema) avvertii subito che la cosa sapeva di bruciato; insomma non valeva emozionarsi, soprattutto conoscendo l’amore che certe Università (per fortuna non tutte) hanno per le, ben più storicamente titolate e conosciute nel mondo, Istituzioni dell’Arte. Istituzioni che, a sentire la Costituzione (e tutti la dovrebbero sentire), sono di pari livello alle Università e rilasciano, appunto, lauree di primo e secondo livello, ugualmente alle Università.

Parlando di storia, il ruolo della inascoltata profetessa Cassandra non è dei più belli e non lo amo affatto, ma, ancora una volta, nel caso di Bolzano, dovetti sostenere un simile ruolo e quindi profetizzai (e ci voleva poco a farlo) che le cose, per i colleghi del Conservatorio, non si sarebbero messe bene. Insomma sarebbero piovute lacrime amare! Purtroppo, leggendo l’intervista rilasciata dall’ottimo direttore del Conservatorio, più che piovere lacrime, per volere della Provincia e della ineffabile Libera Università, sul Conservatorio sta per piovere un torrente di m… insomma, per dirla elegante, di acque reflue.

A fronte di questo panorama, cosa si può fare per difendere il Conservatorio e il personale? Semplice:

-essere tutti uniti nella convinzione dei propri diritti;

-ricordare che una legge non può superare il dettato Costituzionale

- benedire la L.508, attuativa della Costituzione, legge che, tanto diffamata dai soliti “amici degli amici”, si è rivelata, per le autonomie che contempla, l’unico argine alla volontà di dequalificazione e di arretramento che, in continuazione, viene posto in essere avverso il nostro settore. Poi, nel caso specifico di Bolzano, l’essere inglobati è un controsenso in fatto di autonomia… pertanto una negazione del dettato Costituzionale. E su questo, nessun tribunale potrà mai affermare il contrario, sempre che, come dice quel detto… a menare si sia per primi.

Un’ultima raccomandazione, poi, vorrei rivolgere a quei colleghi che non pongono sufficiente attenzione ai fatti di Bolzano e magari girano la testa: non astraetevi poiché un simile atteggiamento è dei più errati. Comunque essendo, appunto, vacanze, per meglio descrivere i rischi che, a disinteressarsi di Bolzano, potrebbero avvenire, mi affido ad una storiella che in maniera leggera, ancorché efficace, ben descrive la situazione qualora, malauguratamente, dovesse crollare Bolzano.

Si dice che sul finire del 1400 fosse invalsa la moda, presso le signore, di esagerare con l’ampiezza delle scollature, ancorché le medesime venissero mitigate da un leggero fazzolettino di tela di Fiandra, posto nel mezzo. La cosa stava divenendo tanto esagerata che un predicatore, non sapendo più come arginare quella che lui riteneva la “pericolosità” di un belvedere femminile a portata di mano dei maschietti, e, dunque, rischiosa alla conservazione del pudore, si affidò ad una similitudine militaresca per avvertire la comunità. Infatti, il povero frate, parlando da sopra un pulpito, non poteva usare parole che fossero poco confacenti al luogo e nemmeno voleva che i presenti non capissero i suoi timori. Pertanto disse: Ricordate, donne… prese le Fiandre, addio Paesi Bassi.

Presa Bolzano, addio anche agli altri Conservatori: di Università in agguato con un politico compiacente, ne esistono parecchie. E allora? Meglio… non profetizzare!

26 luglio 2019

 

 

 

Le toghe rosse rifiutano il sorteggio

per tenere in scacco la politica

La Guglielmi, segretario di Magistratura Democratica, spara sulla riforma del CSM: “Rischiamo di essere subalterni all’esecutivo”. Nonostante il caos correnti, l’idea del giudice “creatore di diritto” è dura a morire

di  SALVATORE SFRECOLA

 

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul ruolo “politico” delle correnti organizzate nella Magistratura, a fugarli ci ha pensato Maria Rosaria Guglielmi, Segretario Generale di Magistratura Democratica, certamente la più ideologizzata, definita da Armando Cossutta, storico leader del P.C.I., “componente marxista e classista”, la cui azione, secondo uno dei suoi più noti esponenti, Livio Pepino, “è consistita nella traduzione, sul piano giurisprudenziale, delle posizioni di non subalternità al sistema, di rifiuto della falsa neutralità”. Per “la promozione di scelte giudiziarie nelle quali si affermi la prevalenza degli interessi funzionali all’emancipazione delle classi subalterne, cui del resto la Costituzione accorda specifica tutela, sugli interessi ad essi virtualmente contrapposti e che non sono protetti da analoga garanzia costituzionale”.

Intervenuta su La Repubblica, nel dibattito sulle ipotesi di modifica del sistema elettorale per la scelta dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura, la Guglielmi ha sparato a zero sulla proposta di scegliere la componente magistratuale mediante sorteggio avanzata da più parti, da La Verità, fin dal 9 giugno, e dal Ministro della giustizia Alfonso Bonafede che vi sta lavorando.

L’ipotesi di sorteggio vuol essere una risposta alla distorsione che all’esercizio delle attribuzioni del CSM, individuate nell’art. 105 Cost. (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari), è derivato dal ruolo che hanno assunto le correnti organizzate. Queste scelgono i candidati, contribuiscono alla loro elezione e, quindi, influiscono sulle decisioni che nel Consiglio vengono assunte dagli eletti, indotti a scegliere per posti direttivi nelle Procure, nei Tribunali e nelle Corti d’appello colleghi appartenenti allo stesso orientamento ideologico. Lo dimostra la Guglielmi per la quale l’ipotesi di sorteggio “sovverte del tutto il senso della rappresentanza come aggregazione su idee e visioni diverse (dal ruolo del magistrato nella società, alla modalità di amministrazione della giurisdizione, dal concetto di carriera a quello di dirigenza) e annulla ogni principio di responsabilità (a chi è come risponderanno delle loro scelte i “sorteggiati”?)”. Ed aggiunge che quella riforma costituirebbe “un passo decisivo verso la riduzione del ruolo del Consiglio che, trasformato in organo tecnico amministrativo e di mero governo del personale, è destinato inevitabilmente a essere subalterno alla sfera politica esterna e funzionale alla ristrutturazione in senso verticistico e burocratico dell’ordine giudiziario”.

Anche se all’esponente di MD non piace le attribuzioni del CSM sono amministrative, come abbiamo appena letto nell’art. 105 Cost. e sono di “governo del personale”, funzione per cui “la Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost.). Ne consegue, sostiene il magistrato, che “riconoscere le degenerazioni correntizie, e impegnarsi a contrastarle, deve essere la premessa per rivendicare e difendere il ruolo che storicamente i gruppi hanno svolto nel creare una magistratura consapevole, in grado di portare nell’autogoverno il risultato di elaborazioni culturali collettive e di ritrovarsi unita, attraverso il confronto plurale e aperto, nella difesa dei valori costituzionali della giurisdizione”. Pepino immagina la magistratura come luogo di “pluralismo ideale e politico” che si esprime attraverso una interpretazione “creativa” del diritto, con buona pace della sua certezza. Per cui davanti al giudice non ci si deve preoccupare del suo indirizzo interpretativo ma della sua ideologia politica. Operazione “eversiva”, scrive Giuseppe Valditara, ordinario di diritto romano a Torino nel suo “Giudici e legge” (edito da Pagine nella Biblioteca di Storia e Politica diretta da Domenico Fisichella) quella dei giudici “creatori del diritto”. Ora la  “degenerazione correntizia”, la crisi “senza fondo”, come Ernesto Galli della Loggia ha commentato le intercettazioni che davano conto di accordi per nominare questo o quello a seconda del potere delle correnti, che Magistratura Democratica si impegnerebbe a contrastare nasce dal sistema elettorale che aggrega gli elettori sulla base “di idee e di visioni diverse”, sul ruolo del magistrato nella società, sulle modalità di amministrazione della giurisdizione. E alla Guglielmi che si chiede a chi risponderebbe il componente togato sorteggiato diremo che risponde alla sua coscienza di magistrato impegnato, in quel ruolo, a scegliere, senza condizionamenti correntizi, chi merita di ricoprire una determinata funzione per cultura ed provata esperienza professionale. Anche se di idee “politiche” diverse. Solo così gli italiani torneranno ad aver fiducia nella Magistratura il cui prestigio deriva dall’essere i giudici “soggetti soltanto alla legge” (art.101, comma 2, Cost.), con la conseguenza che, come si legge nelle aule di giustizia, “la legge è uguale per tutti”.

Ora, nessuno dubita che il magistrato, come iusperitum, abbia il diritto-dovere di approfondire idee e visioni sul ruolo delle regole del diritto sostanziale e processuale nelle quali si realizza la Giustizia. Può, quindi, ritenere opportune o necessarie riforme più adeguate al momento storico nel quale opera. Tuttavia questa sua opzione “politica” deve rimanere fuori della decisione che egli assume. Diversamente si farebbe egli stesso legislatore, cosa che non gli è consentita in un ordinamento liberale retto dalla regola della distinzione dei poteri: le leggi le fa il Parlamento, la Magistratura le applica, con il solo limite di sollevare eventuali questioni di costituzionalità ove ritenga che la norma sia in contrasto con regole della Costituzione.

Infine va detto che c’è un pericolo alle viste, che la degenerazione che tutti riconoscono possa provocare qualche riforma che limiti l’indipendenza dei giudici, un valore per tutti, il nucleo centrale della democrazia, anche quando nel caso concreto non fa comodo.

(da La Verità del 19 luglio 2019, pagina 13)

 

 

Frammenti di riflessioni

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia comunitaria

Se i giudici di appello sono chiamati a decidere sulla fondatezza delle accuse e raggiungono un verdetto di condanna dopo l’assoluzione in primo grado, è necessario che i giudici procedano a un esame diretto delle prove. In particolare, la Corte di appello, che decide la condanna giudicando i testi attendibili dopo che i giudici di primo grado li hanno ritenuti non attendibili, deve procedere a una nuova audizione degli stessi e non può limitarsi a decidere sulla base della trascrizione delle testimonianze (Cedu, Sez. I, n. 63446/13, sent. 29 giugno 2017, con commento di M. Castellaneta, “Per ribaltare in appello un giudizio di primo grado i giudici devono procedere all’esame diretto delle prove”, in Guida dir., n. 33/2017, 96 ss.).

 

Rileggendo Gervaso

Nel libro di Roberto Gervaso (Italiani pecore anarchiche, Milano, 2003), più volte citato in questi Frammenti, raccomandiamo a tutti di leggere, o rileggere, il lungimirante Prologo del volume (p. 11 ss.).

Il peggiore dei tanti difetti di noi italiani, “figlio dello scarso carattere, è il trasformismo, mix di conformismo e opportunismo”.

È vero che siamo una stirpe di poeti, santi, navigatori, artisti, ma anche di camaleonti che cambiano idee e casacca secondo l’aria che tira.

Ma, in Italia, non è facile vivere “perché troppe cose non funzionano, e quelle che funzionano potrebbero funzionare meglio”.

Non funziona la burocrazia, “arrogante e servile, arruffona e sprecona, che ha una difficoltà per ogni soluzione e un cavillo per ogni certezza”.

Non funziona il fisco, “la più affilata e spietata spada di Damocle”.

Non funziona la giustizia, “che in primo grado, dopo dieci anni, ti dà torto; in secondo, dopo altrettanti, ti dà ragione. E a babbo morto, in Cassazione, ti condanna o ti assolve, prosciugando i tuoi risparmi”.

“Il guaio è che la nostra democrazia è nata tardi e male o, comunque, non come sarebbe dovuta nascere… Anche se si proclama tartufescamente tale, la nostra non è una democrazia perché questa presuppone uno Stato forte, che non significa autoritario, ma autorevole”.

“Morale: sforziamoci di cambiare, ma senza farci troppe illusioni… E senza mai dimenticare che questa è l’Italia perché questi sono gli italiani”.

 

Ancora toghe sporche

In un recente e ben documentato servizio apparso su L’Espresso (n. 26/2019, 36 ss.), Paolo Biondani e Emiliano Fittipaldi tornano sullo “tsumani che ha investito la magistratura”.

Le intercettazioni dei soliti noti “stanno terremotando non solo la giustizia italiana, ma anche molti palazzi del potere, travolti da un vortice di ricatti incrociati, abusi, minacce e dossieraggi… Registrazioni alla mano, i comportamenti di toghe e politici (al di là della rilevanza penale ancora tutta da dimostrare) sembrano lontani da qualsiasi canone istituzionale e deontologico. E raccontano trame di potere intessute nell’ombra, per spartirsi poltrone e per curare interessi personali e giudiziari”.

Gli autori del servizio ricordano, tra l’altro, come, “nel febbraio 2018 il Sistema Siracusa salta in aria: Amara e Calafiore vengono arrestati per associazione per delinquere, corruzione giudiziaria e altri reati assortiti. Sono accusati di aver gestito per anni un sistema di corruzione di magistrati, in particolare giudici amministrativi del Consiglio di Stato, sia a Roma che in Sicilia. A luglio finisce in manette anche il pm Longo”.

Comunque, le indagini sulle toghe sporche si sono, intanto, allargate e intrecciate, disegnando un “sistema complesso di tangenti e favori”.

Ma non è ancora possibile stabilirne la consistenza e la rilevanza concrete. Certo è che l’inchiesta sulle toghe sporche ha seriamente, se non definitivamente, compromesso la credibilità della nostra giustizia, di ogni ordine e grado, già da tempo impantanata in acque limacciose e insalubri, priva oltretutto di un valido nocchiere capace di ricondurla, presto e bene, sulla “diritta via” ormai smarrita.

 

Un libro da leggere

È quello di T. Nichols, “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia” (trad. it. di C. Veltri, Roma, 2019).

Come si legge nel risguardo di copertina, il grande sviluppo tecnologico della nostra era ci ha dato accesso a una quantità di informazioni senza precedenti. Il risultato, però, non è stato l’inizio di un nuovo illuminismo, ma il sorgere di un’età dell’incompetenza in cui una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato sembra avere la meglio sul tradizionale sapere consolidato.

Il capitolo iniziale è dedicato a “esperti e cittadini” e, più in particolare, alla categoria degli spiegatori. “Tutti noi li abbiamo incontrati. Sono nostri colleghi, nostri amici, membri della nostra famiglia. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni con un’istruzione, altri armati solo di un computer portatile o della tessera di una biblioteca. Ma tutti hanno una cosa in comune: sono persone mediocri che credono di essere dei pozzi di scienza. Convinti di essere più informati degli esperti, di avere conoscenze più ampie dei professori e maggiore acume rispetto alle masse credulone, sono gli spiegatori, sempre felicissimi di illuminare noi e gli altri su qualsiasi argomento, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli dei vaccini”.

Ma “la verità è che non possiamo funzionare se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui”.

In definitiva, “nella vita intellettuale, che per la sua stessa essenza richiede e presuppone la qualità, si avverte il progressivo trionfo degli pseudo-intellettuali senza qualifica, inqualificabili o squalificati per la loro stessa struttura”.

 

Morte di Andrea Camilleri

Il 17 luglio è deceduto in Roma Andrea Camilleri, all’età di 93 anni, suscitando unanime rimpianto. Scrittore prolifico e di indubbio valore, autore di ben cento volumi.

 

 

Buona memoria o l’oro di Mosca

di Domenico Giglio

 

Avere una certa età ed una buona memoria consente di non stupirsi o meravigliarsi di fronte ad eventi attuali, come adesso il caso di possibili finanziamenti russi ad un movimento politico italiano e della scoperta che su tale problema la magistratura milanese avesse aperto da mesi un fascicolo. Peccato che anni or sono, parliamo degli anni 1950 e 1960, né a Milano né in altre procure fossero stati aperti analoghi fascicoli su finanziamenti, questa volta reali, consistenti, effettivi, che sempre da Mosca, allora URSS (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche), partivano a beneficio del Partito Comunista Italiano consentendogli una disponibilità economica per sedi del partito, giornali, manifesti e propaganda che surclassava gli altri partiti italiani, salvo briciole per i socialisti nenniani. E di questi finanziamenti vi erano state date notizie su giornali non comunisti, vi erano state indagini giornalistiche accurate e documentate, per cui non erano rimaste segrete, ma evidentemente in molti posti di comando, non solo giudiziari, ma anche governativi vi erano le famose scimmiette che non vedevano, non udivano e non parlavano, mentre se avessero visto, udito e parlato, forse la storia italiana da quegli anni avrebbe preso un diverso indirizzo. Ma specie la Democrazia Cristiana allora preferiva operare per dividere il partito monarchico, suo pericoloso concorrente, specie nel Meridione e perché non si costituisse alla sua destra un consistente coagulo liberaldemocratico, alieno da nostalgie, tralasciando la battaglia anticomunista, per la quale aveva preso i voti e lasciando che i comunisti si infiltrassero in tutti i settori della vita non solo politica e se poi, decenni dopo, il crollo dell’URSS coinvolse nella caduta anche i partiti comunisti occidentali i meriti vanno cercati altrove.

19 luglio 2019

 

 

Le pensioni di piombo

di Domenico Giglio

 

Mi auguro che molti abbiano letto, specie se uomini politici e/o di governo, in primis gli attuali, l’articolo uscito sul supplemento settimanale “L’Economia” del “Corriere della Sera”, dell’8 luglio, titolato “Rendite amare. Pensioni inadeguate” di Antonietta Mundo ed Alberto Brambilla, relativo all’esproprio effettuato dal governo, esecutore materiale l’INPS, sulle pensioni medie di tanti funzionari, professionisti, dirigenti, con una perdita incredibile in termini monetari, per cui chi parla di “pensioni d’oro”, o ignora totalmente il problema, o è volutamente disinformato, o, ancora peggio è una squallido demagogo (guai ai ricchi!) o è in malafede.

Per cui è necessario partire dall’inizio quando si andava in pensione, con il retributivo, con l’80% delle ultima retribuzioni, avendo 40 anni di contributi. In realtà l’80% riguardava solo una prima fascia di retribuzione, intorno ai 32 milioni delle vecchie lire, per poi scendere al 60, poi al 50 ed infine al 40% sugli importi di retribuzione superiori alla prima fascia. A titolo indicativo da una retribuzione di 100 milioni, si arrivava ad una pensione di poco superiore ai 60 milioni, già con una perdita netta di circa il 40% sull’ultima retribuzione, e conseguente abbassamento del tenore di vita. Se questa cifra iniziale fosse stata aggiornata annualmente al costo della vita, sia pure con qualche iniziale disagio, i pensionato poteva anche accettare. Ma la realtà fin dall’inizio si dimostrò ben riversa, perché l’aggiornamento era anch’esso valutato su multipli della pensione base minima, per cui a livelli di pensione sopra accennati l’adeguamento si riduceva drasticamente. Il peggio, però doveva ancora avvenire quando un governo, non comunista di nome, ma di fatto, retto da quei cattolici di sinistra, che confondono la media borghesia con quei “ricchi” che non possono passare per la “cruna di un ago”, sterilizzò completamente ogni adeguamento, trovando connivente, anche una Corte, a sua volta emanazione partitica, che giustificò sia pure “temporaneamente” questa manomissione, e così via via, anche con altri governi, in nome della (in)giustizia sociale. Ora, tutto ciò premesso vediamo in quanto è consistita la perdita, in termini economici della pensione così come risulta documentato e precisato nell’articolo citato all’inizio.

Gli autori, limitando la loro indagine al mancato adeguamento al periodo di 14 anni dal 2006 al 2019, (per molti pensionati dovrebbe calcolarsi anche il periodo precedente che in molti casi risale agli anni 1990-2000) hanno individuato perdite di più del 50% per pensioni lorde annue di meno di 40.000 euro, e che arrivano a sfiorare il 100% per un lordo annuo intorno ai 60.000 euro, per poi, trionfalmente (per INPS) superare il 100% per pensioni superiori. I rivoluzionari francesi ghigliottinavano, i rivoluzionari bolscevichi fucilavano, i comunisti cinesi rieducavano quelli che non avevano eliminato, i comunisti cambogiani pure eliminavano, i cripto comunisti italiani hanno preferito lentamente strangolare la media (ed anche piccola) borghesia, sulla cui scomparsa versano, oggi, lacrime di coccodrillo.

15 luglio 2019

 

 

Sovranismo, democrazia, populismo

di Salvatore Sfrecola

 

La riflessione più recente in tema di “sovranismo” è del 14 dicembre 2018 e si rinviene nei contributi al Convegno internazionale promosso dalla rivista on-line Logos su “Sovranità, democrazia e Libertà” di studiosi di economia e diritto provenienti da alcune tra le più prestigiose università del mondo, da Navarra a Torino, da Washington a Pisa, a Budapest, Cambridge, Oxford, Salisburgo, Stoccolma, Tel Aviv. Nelle loro relazioni è delineato una sorta di “Manifesto dei sovranisti” con l’ambizione di dare avvio ad una “internazionale sovranista” per ribadire le ragioni di quella reazione crescente che, in Europa e non solo, si oppone ad una visione del mondo che, globalizzato nell’economia, si vorrebbe anche avviato verso la perdita di ogni riferimento culturale, ideologico e identitario, tradizionalmente collegato al concetto di Nazione, espressione delle radici più profonde dei popoli, per sostituirla con una società “mondialista” senza valori, senza stati, senza confini, dove l’economia è destinata a prevalere sulla politica. L’Italia, nella quale il richiamo all’identità è stato uno dei fattori ideologici fondamentali che hanno accompagnato il processo risorgimentale e l’unificazione nazionale, si candida, dunque, alla guida del movimento sovranista, di una coalizione che comprenda i popoli e le forze politiche che oggi stanno lottando per un’Europa diversa, che sia patria dei diritti politici secondo l’insegnamento del Barone di Montesquieu che giustamente Giuliano Amato, in occasione del discorso di insediamento della Convenzione europea istituita per scrivere la Costituzione dell’Unione, aveva constatato non essere “mai passato da Bruxelles”, per segnalare quel deficit di democrazia e quella ambiguità nei rapporti tra le istituzioni che l’autore dell’Esprit des lois avrebbe severamente censurato, convito che la separazione dei poteri sia il cardine della democrazia parlamentare.

Nel 2003 l’Europa non volle riconoscere le proprie radici cristiane eppure evidenti nelle sagome delle cattedrali, che svettano da Nord a Sud del Continente, come soleva dire Robert Schuman, uno dei padri della Comunità della quale furono gettate le basi proprio in una sua Dichiarazione del 9 maggio 1950 che delineava l’avvio del “sogno europeo” mettendo insieme le produzioni di carbone e di acciaio, essenziali nella ricostruzione post bellica. L’Europa che – si legge - “non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme”. E sarà “l’unione delle nazioni”, della realtà viva delle singole comunità che si alimenta della vitalità dei corpi sociali intermedi, chiesa, associazioni, corporazioni, classi sociali con la loro “imprescindibile funzione di cuscinetto tra il potere individuale e quello dello Stato”, come ha scritto Robert Nisbet, tra i principali studiosi del conservatorismo. Quella realtà culturale che gli eredi della Rivoluzione Francese vorrebbero annullare nello stato centralizzato, che nega l’autonomia delle istituzioni territoriali e, dove le condizioni storiche lo richiedono, il federalismo.

A definire un’idea identitaria “forte”, che è al fondo della scelta sovranista, ci ha pensato, a conclusione del convegno milanese, Giuseppe Valditara, ordinario di diritto romano a Torino ed oggi Capo Dipartimento istruzione universitaria e ricerca del MIUR, autore di Sovranismo”, Una speranza per la democrazia”, convinto che “per sapere dove vogliamo andare, quale futuro dare alla nostra società, dobbiamo recuperare la consapevolezza dei nostri valori di riferimento”. Per dare una risposta a quanti negli anni hanno cavalcato la fine delle ideologie, ritenute fonte di tutti i mali del XX Secolo. Così facendo venir meno anche le idee che nel corso degli anni avevano delineato il pensiero, la filosofia dei movimenti e dei partiti che, divenuti via via avidi gestori del potere, la “partitocrazia” di Giuseppe Maranini, hanno sempre più screditato agli occhi dei cittadini e degli elettori le ragioni della politica, il valore delle tradizionali distinzioni, Destra e Sinistra, conservatorismo e progressismo, nell’illusione che pace e prosperità sarebbero state assicurate dalla globalizzazione dell’economia e da quella dimensione cosmopolita e internazionalista ostile a riconoscere il valore politico dei fenomeni identitari. Come quel nazionalismo liberal conservatore che, scrive Andrea Geniola nella prefazione a “Nazionalismo banale” di Michael Billig, è una identità che “sopravvive alla globalizzazione”, a quegli interessi finanziari internazionali che traggono vantaggi da una società senza frontiere. Secondo la logica “mercatista” denunciata da Giulio Tremonti che esige una immigrazione di massa incontrollata per assicurare ai produttori manodopera a basso costo e aumentare i profitti e condizionare i poteri degli Stati, ultimo vero ostacolo al dominio incontrastato dei mercati, all’omologazione dei popoli. Sovranismo, dunque, per andare oltre gli slogan dei movimenti sbrigativamente definiti “populisti”, quasi sempre privi di senso identitario, come il Movimento 5 Stelle, sicché la qualificazione ha assunto un significato a volte dispregiativo e comunque limitativo dell’offerta politica.

(Contributo a “Sovranismo vs populismo, La genesi e le peculiarità dei due movimenti che stanno cambiando gli equilibri dell’Europa”, n. 6/inverno 2019 di Nazione Futura)

 

 

In ricordo di Antonio Galano

di Salvatore Sfrecola

Ciao Antonio, amico da anni lontani, nei quali pensiero e azione ci hanno accomunato, tanto ci piaceva discutere e approfondire, fare ipotesi ed attuare iniziative, guardare lontano, forse, a volte, sognare.

Ti daremo un saluto non formale domattina, nella Chiesa di San Pio X alla Balduina a poche decine di metri dalla tua abitazione, in quel viale delle Medaglie d’oro, arteria centrale di un quartiere che ricorda eroi e martiri, italiani che hanno servito con onore la Patria, spesso con sacrificio della vita. Da Luigi Rizzo, l’intrepido comandante del Mas che ha violato la munitissima base austriaca di Buccari, ad Ugo de Carolis, il Maggiore dei Carabinieri impegnato a Roma contro i tedeschi invasori insieme al Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Entrambi catturati dalla Gestapo finirono alle Fosse Ardeatine dopo essere passati per la prigione di via Tasso.

Le avevi illustrate più volte con dovizia di riferimenti le gesta di questi soldati. Ricordo, in particolare la tua conferenza al Circolo Rex. Avevi condotto una ricerca approfondita, sicché alcuni nomi che per molti di noi indicano solo vie e piazze hanno assunto attraverso le tue parole le dimensioni autentiche di personalità forti, decise a tenere alto il vessillo della Patria che per i militari era anche fedeltà al giuramento prestato al Re. Personalità diverse, esperienze diverse, ma di tutti ricordavi l’impegno condotto senza timore per la propria persona, convinti che quello di prendere le armi contro l’invasore per riscattare l’onore dell’Italia fosse un dovere da compiere a qualunque costo.

Ci eravamo sentiti e visti ancora di recente. Mi avevi detto nei giorni scorsi “vieni a trovarmi”. Non ho avuto il tempo e adesso me ne rammarico. Eri stato discreto, come sempre, sulla tua salute. Non avevo capito, non pensavo che ci avresti abbandonato così presto.

Alla notizia ho pianto. Avevo trattenuto le lacrime in altre occasioni, anche familiari. Ma ieri non sono riuscito. È stato un pianto silenzioso. Ed ho ripercorso gli anni, i tanti anni della nostra militanza nel Fronte Monarchico Giovanile, a via Rasella, in quel Palazzo Tittoni dove abbiamo imparato a sperimentare la difficile politica monarchica in tempo di repubblica, guidati da quel “l’Italia prima di tutto” che ci aveva lasciato Re Umberto II, che andammo a salutare a Beaulieu sur mer. Avevamo viaggiato tutta la notte in treno, senza dormire, solo parlando di politica.

Qualcuno di noi era attratto dall’impegno nei partiti. Liberali entrambi, ma tu impegnato direttamente, sentivamo il fascino del Risorgimento delle libertà, di quel periodo di vigorosa aspirazione all’unità di quanti, provenendo da ogni angolo d’Italia, mettevano a disposizione di quell’ideale, invano perseguito lungo i secoli, le intelligenze della migliore gioventù. Tutti volevano che gli italiani “calpesti/desiri”, perché “non siam popolo perché siam divisi”, si ritrovassero in un unico Stato, che fu possibile solo grazie all’impegno coraggioso dei Sovrani di Casa Savoia che osarono contro l’Imperial Regio Governo e la sua potenza militare. Un faro nell’Italia dai sette staterelli che perfino il campione dei repubblicani, Giuseppe Mazzini, identificò pubblicamente in una celebre lettera a Vittorio Emanuele II come unica speranza d’Italia. Di questo parlavamo, impegnati tuttavia ad attualizzare il messaggio che ci proveniva da quegli uomini, un messaggio di speranza anche per oggi, un tempo nel quale ricerchiamo la nostra identità di italiani e di europei per sopravvivere alla fine delle ideologie che spesso ha travolto anche le idee che hanno alimentato la filosofia politica.

Quante battaglie nell’ambito del Fronte Monarchico Giovanile e dell’Unione Monarchica Italiana, quando mettevamo a confronto esperienze ed aspirazioni, diverse secondo l’indole, la formazione professionale, gli studi condotti. Eravamo tanti ed impegnati in vario modo. Vorrei fare qualche nome ma sono certo che ne dimenticherei qualcuno, non per mancanza del ricordo ma perché la mente vaga tra immagini in bianco e nero ed a colori che fanno emergere volti che si ricorrono, amici ed amiche dei quali sento la voce, percepisco l’accento della regione di provenienza, battute che sono rimaste nel mio patrimonio di esperienze umane straordinarie.

Poi, passato il tempo dell’impegno giovanile il lavoro ci ha costretto a diradare gli incontri, ma ogni occasione era propizia per ritornare sulle nostre idee che continuavano ad essere oggetto di riflessione mentre l’Italia si avviava, da una repubblica all’altra, a perdere il senso della sua storia, volutamente lasciata da parte, non solamente nel dibattito politico ma anche nella scuola, perché i giovani non sapessero che uomini illustri avevano sacrificato la loro vita personale e professionale per dedicare le migliori energie all’interesse nazionale, perché passasse la versione dell’italiano arruffone, che approfitta di quanto può e come può, soprattutto se svolge una funzione pubblica, per cui troppo spesso gente senza arte né parte oggi può aspirare a ricoprire compiti parlamentari e di governo e ad arricchirsi quando un tempo chi svolgeva un ruolo pubblico inevitabilmente sacrificava patrimonio e professione per servire lo Stato, per indossare “la giubba del Re”, come titola un libro famoso sulla corruzione scritto da Piercamillo Davigo, per ricordare come nel suo paese fosse un onore servire lo Stato.

Abbiamo seguito questo degrado, caro Antonio, e ne abbiamo parlato più volte negli ultimi anni nella speranza di poter contribuire in qualche modo alla rinascita di questo nostro Paese. Non ci siamo mai scoraggiati ed anche di recente ci eravamo ripromessi di discuterne. Non ce l’abbiamo fatta. Ma non disperiamo neppure questa volta. Continuerò fingendo che tu sia accanto a me ad aiutarmi a riflettere e ad operare per la Patria nostra amatissima.

Ciao Antonio, amico mio.

Salvatore

21 giugno 2019

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Giustizia amministrativa

È illegittimo il decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, emanato di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, del 12 febbraio 2018, nella parte in cui fissa il compenso lordo minimo per i componenti della commissione giudicatrice (Tar Lazio, Sez. I, 31 maggio 2019, n. 6926, con commento di L. Grassucci, “Illegittima la previsione con decreto ministeriale di un compenso minimo per i commissari di gara”, in www.Italiappalti.it, 5 giugno 2019).

Nomine del CSM ed altro

Come avevamo già previsto in questi Frammenti, anche le prossime nomine del CSM non sfuggono a ricorrenti critiche che possono proiettare ombre sospette sui comportamenti della magistratura, a tutto detrimento di quanti domandano giustizia.

Occupandosi dello spinoso problema, Marco Travaglio (“Chi perde vince”, il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2019) ricorda, non a caso, quanto avvenuto, anni addietro, per la nomina del Procuratore di Palermo che provocò un ricorso al Tar del Lazio degli esclusi, che accolse il gravame. Decisione, poi, disattesa dal Consiglio di Stato, in sede di appello, con una tutt’altro che esemplare sentenza (Presidente del Collegio ed estensore, successivamente coinvolti in altre scabrose vicende).

Auguriamoci che di qui a poco tutto possa concludersi nel pieno rispetto della legge e non mediante regole e criteri inesistenti, rabberciati per la bisogna.

Sono, infatti, quelli odierni, tempi particolarmente duri per la credibilità della magistratura di ogni ordine e grado.

In un recente e magistralmente documentato articolo, Emiliano Fittipaldi (“Magistratura dipendente”, L’Espresso, n. 24/2019, 10 ss.) osserva che “nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili”.

Al “mercato delle sentenze”, quanto emerge per le nomine del CSM è connesso ad altre “inchieste che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese… come quella su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di stato…Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del bel Paese”.

Né è da meno il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, “campo da gioco preferito” da un ben orchestrato “gruppo di faccendieri”.

In realtà, l’ultima inchiesta sul CSM “dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l’indipendenza della magistratura”.

Ma una cosa è certa. Ormai l’organo di autogoverno della magistratura ha perso ogni affidabilità per il palese discredito che ha gettato sull’intera categoria che ha preteso di rappresentare.

Propaganda politica nella scuola

Una insegnante di scuola media statale di Palermo è stata sospesa dal servizio per non aver vigilato sul lavoro degli alunni che, nella ricorrenza del 25 aprile, hanno presentato un video nel quale si accomunano le leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza voluto dal Ministro Salvini.

È, a tale riguardo, da condividere quanto posto in risalto da Salvatore Sfrecola (“Teacher ride per la prof. di Palermo. A scuola è l’ora dell’indottrinamento”, La Verità, 2 maggio 2019, 12) e cioè che della docente “si può dire, con ragionevole certezza, che non ha saputo spiegare come le leggi razziali siano un unicum nell’ordinamento giuridico italiano e non possono essere poste a confronto con la legislazione sulla sicurezza, come tutte le leggi criticabile, ma assolutamente non associabile alla legislazione razziale”.

Dopo siffatto precedente, ripristinato l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, non si può non temere che le lezioni di tale materia possano trasformarsi in riprovevoli espedienti di propaganda politica.

Sul Codice degli appalti

Il Ministro Salvini ha dichiarato che si rende ormai quanto meno necessaria una sospensione biennale del Codice degli appalti.

L’iniziativa del Ministro merita attenta considerazione con l’auspicio che, trascorso il biennio, venga in toto sostituita, entro breve e perentorio termine, questa sorta di pateracchio, denominato Codice, palesemente inadatto ed ostativo alle finalità che intende perseguire. Situazione questa che l’eventuale conversione dell’ultimo decreto in materia non può riuscire a sovvertire.

Invero, il Codice appalti risulta, sotto molteplici profili, decisamente inadeguato perché frutto di innumerevoli rimaneggiamenti che lo rendono di ardua applicazione concreta, dando così ampio spazio ai magistrati per la strutturazione ondivaga degli istituti ed alla burocrazia per rallentare ad libitum i tempi di inizio dei lavori.

Mentre taluni sostengono che l’unico mezzo per vincere la corruzione è comunque necessaria una normativa minuziosa, altri ritengono che, pur non potendosi considerare buona parte degli imprenditori integerrimi gentiluomini, non possono certamente essere ritenuti aprioristicamente affiliati alle cosche mafiose.

In ogni caso, sono sempre da escludere le assurde gare al ribasso che hanno indubbiamente influito negativamente su ogni lavoro appaltato.

Anche Totti dice addio alla Roma

Francesco Totti, con apprezzabile e condivisibile gesto di dignitosa rilevanza, lascia la Roma di cui ancora oggi rappresenta un glorioso passato.

Alla società e alla squadra altro non resta che un inutile ciarpame.

Addio grande, indimenticabile Capitano.

 

Il C.S.M. nella bufera. La soluzione passa attraverso una riforma costituzionale che preveda il sorteggio e non l’elezione dei membri togati

di Salvatore Sfrecola

Mio padre amava ripetere che il magistrato dev’essere come il prete, attento alle frequentazioni, in modo da apparire sempre estraneo alle beghe dei suoi parrocchiani. Non so se ripeterebbe oggi lo stesso esempio, visto l’andazzo di certi ecclesiastici dalle amicizie disinvolte. Ma è certo che il monito resta valido per l’attenzione che chiunque eserciti funzioni giudiziarie deve tenere non solo nei confronti di amici, parenti e compagni di circolo sportivo, ma anche degli ambienti politici.

Stona, dunque, ed è grave che nessuno l’abbia notato, quanto ha scritto Franco Roberti, passato dalla toga alla politica, che, intervistato da Il Fatto Quotidiano dell’8 giugno parla di “noi” riferendosi al PD, il Partito Democratico che lo ha messo in lista per le elezioni europee. Certo è stato eletto in quel partito ma l’atteggiamento disturba – mi auguro non solo me – perché un tempo il magistrato che scendeva in politica teneva ad apparire indipendente, perché nessuno sospettasse che quella “passione” politica non fosse sopravvenuta ma lo avesse accompagnato e, in qualche modo, condizionato nel tempo in cui esercitava le funzioni di giudice o di pubblico ministero. Che è poi quello che ha mosso Matteo Salvini a “ricusare” giudici che, a suo dire, hanno pronunciato sentenze che interpretano norme governative come avrebbero in qualche modo preannunciato in occasione di esternazioni di sapore politico che un magistrato dovrebbe sempre evitare per non apparire “di parte”. Che, poi, magari non è vero. Ma apparire indipendente è necessario, posto che è “normale” che indipendente lo sia.

Si comprende, dunque, come le polemiche che in questi giorni accompagnano le notizie sull’inchiesta del Procuratore della Repubblica di Perugia, Luigi De Ficchy, un magistrato di grande valore e di lunga esperienza, possano far molto male alla Magistratura se la lente d’ingrandimento degli inquirenti si è fermata sui comportamenti di alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura intenti ad immaginare, insieme a uomini di partito, chi avrebbe potuto essere votato per la preposizione alle più importanti Procure, a cominciare da quella di Roma, libera dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone. Infatti, sull’onda dello scandalo, per cui – tra l’altro - un politico sotto indagini si sarebbe incontrato con alcuni componenti del C.S.M. per concorrere alla scelta di quello che sarebbe stato il suo inquisitore, vanno emergendo ipotesi varie di “riforma”, come quella della separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, della sottoposizione di questi alle direttive del Governo, della eliminazione della obbligatorietà dell’azione penale. Se ne parla da tempo con opposte valutazioni, ma il pericolo è sempre quello che Governo e Parlamento intervengano sull’onda delle emozioni. Non va mai bene, malissimo in materia di Giustizia, che è interesse di tutti sia oggetto di iniziative di riforma particolarmente meditate.

La riforma fondamentale, visto che parliamo di nomina dei responsabili degli uffici direttivi, in particolare delle Procure, cui spetta l’esercizio dell’azione penale, è quella di una composizione del Consiglio Superiore in qualche modo impermeabile alla politica. Ed anche alle correnti interne, considerato che esse hanno dimostrato nel tempo di essere non solamente espressione di orientamenti culturali e di indirizzi giurisprudenziali ma di portare nel dibattito interno elementi di carattere ideologico molto spiccati, come dimostrano i documenti presentati in congressi e convegni, in particolare, di Magistratura Democratica, da sempre “vicina” alle sinistre, a cominciare dal Partito Comunista Italiano.

Il C.S.M., espressione dell’indipendenza di quell’“ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” che è la Magistratura, come si legge nell’art. 104 della Costituzione, presieduto dal Capo dello Stato e con componenti di diritto il Primo Presidente della Corte e il Procuratore Generale della Cassazione, è composto per due terzi da magistrati ordinari eletti “tra gli appartenenti alle varie categorie” e per un terzo da eletti dalle Camere. Eletti, dalle correnti, cioè da gruppi portatori di orientamenti culturali e ideologici che si riversano nel voto dei componenti togati i quali, al momento della scelta, attribuiscono le loro preferenze ai colleghi di corrente o comunque ad essa vicini, anche sul piano ideologico. Roberti le difende. “servono all’elaborazione del pensiero della giustizia”, dice. Ma sa bene che organizzano il consenso ai fini delle elezioni e delle scelte.

L’esperienza ci dice, infatti, di una progressiva degenerazione del sistema dovuto proprio alla elezione attraverso le correnti che organizzano il consenso all’interno della magistratura per cui il magistrato che si candida ad un posto direttivo, Presidente di Tribunale o di Corte d’appello, Procuratore della Repubblica o Procuratore Generale, ha speranza di veder accolta la propria istanza solamente se appoggiato da un gruppo che conta autorevoli rappresentanti nel CSM.

Tra i primi a criticare questo sistema Piercamillo Davigo, all’atto del suo insediamento nel ruolo di Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Non va bene disse perché introduce elementi personalistici che nulla hanno a che fare con scelte che dovrebbero essere guidate da una obiettiva valutazione della specifica professionalità ed esperienza in relazione all’esercizio di una determinata funzione.

Le correnti della Magistratura, tuttavia, non ci stanno. Negano che la loro influenza nel CSM ne condizioni le scelte. Il tema è antico ma in questa stagione la polemica si è aggravata e la lotta “di potere”, un’espressione che dovrebbe essere bandita quando si parla di Giustizia, è diventata ancora più esasperata da quando Matteo Renzi ha ridotto il limite di permanenza in servizio dei magistrati (da 75 a 70 anni) così scatenando una lotta furibonda per l’assegnazione dei posti di vertice di gran parte degli uffici giudiziari. Non solamente nella Magistratura ordinaria ma anche in Consiglio di Stato e Corte dei conti, con l’effetto di far giungere al vertice di uffici importanti magistrati con insufficiente esperienza.

Nella gestione delle nomine, come ha dimostrato l’inchiesta di Perugia, le scelte vengono pesantemente determinate dalle varie componenti presenti nel CSM dove siedono laici eletti dal Parlamento, cioè dai partiti, e togati scelti dalle varie correnti della Magistratura, per cui è inevitabile che i curricula dei partecipanti alle procedure di assegnazione siano esaminati almeno sotto due profili, uno per qualche verso “politico”, l’altro dell’appartenenza ad una determinata corrente dell’ANM. Fuori di questa logica non c’è spazio. Clamoroso il caso di Giovanni Falcone che, nonostante l’esperienza che poteva vantare nella lotta alla mafia, fu superato nell’attribuzione del posto di capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo da un collega, certamente più anziano, ma ignoto ai più, con una esperienza che forse sarebbe stato meglio utilizzare altrove.

Una soluzione s’impone, dunque, rapidamente per restituire serenità alla Magistratura con una modifica incisiva della composizione degli organi di autogoverno. Ma serve una modifica della Costituzione che prevede l’elezione. La soluzione è una sola, quella di prevedere che i componenti togati siano scelti sulla base di un sorteggio tra tutti i magistrati in servizio, tenendo conto di anzianità e funzioni svolte, in modo da assicurare all’organo di autogoverno esperienze e professionalità diverse, capaci di una equilibrata valutazione delle candidature ai vari posti di funzione. Ci sarà sempre la possibilità che un magistrato sorteggiato nel CSM possa essere “sensibile” alle aspettative del collega di concorso o che ha condiviso con lui qualche esperienza professionale. Ma non ci sarà più una scelta per motivi di appartenenza correntizia a tutti i costi, anche quando sia evidente che il candidato non ha i requisiti per ricoprire il ruolo per il quale concorre.

8 giugno 2019

 

L’alchimia che trasforma le Pensioni in Oro

di Serenella Pesarin e Antonio Grassi

Sappiamo che l’età media della popolazione si sta alzando, mentre aumenta l’attesa di vita nell’età avanzata e la coorte del baby boom post-bellico sta entrando in tale età, grazie anche all’accresciuta qualità della vita e alle conquiste della medicina. Di fronte a questo insorgente mondo di “vecchi”, alla dilagante disoccupazione giovanile, all’assenza di politiche sociali preventive, alla povertà in aumento, all’afasia di rimedi nel breve periodo, la strada più semplice da percorrere è quella dell’odio di classe o di status. Per legittimare questo odio di classe serve identificare in alcuni livelli sociali gli untori di manzoniana memoria! Ed ecco che alcuni tipi di anziani vengono improvvisamente proposti alla collettività come ladri e truffatori. Chi sono? I pensionati dalle cosiddette “pensioni d’oro”! Senza alcuna distinzione tra chi ha versato negli anni cospicui contributi e chi no! E così sentiamo parlare di tutti questi anziani, indistintamente, come dei fuorilegge, dei predatori perché “hanno ridotto il Paese in queste condizioni”, o perché, solo esistendo, hanno rubato e rubano ai giovani la possibilità di inserirsi nel mondo occupazionale grazie ai privilegi di cui, nessuno escluso, hanno goduto. Ma ecco il rimedio magico per questa malvagia presenza: la rottamazione, iniziata da Renzi, prende il posto della trasmissione intergenerazionale dei saperi e dell’esperienza che si accresce solo con il trascorrere degli anni. Questa rottamazione colpisce un nucleo, anche numeroso, ma socialmente più debole rispetto alla grande massa. Ma è il principio della rottamazione che conta e basta una disposizione di legge per farne poi indebitamente una regola generale. Ecco una esemplificazione di qualcosa già realizzato. Il caregiver (significato: datore di cure), nato per valorizzare gli aspetti affettivi di chi si prende cura di un minore bisognoso di cure (di una minoranza, per fortuna), è stato poi usato come “cavallo di Troia”, per introdurre provvedimenti che stanno abbattendo qualsiasi differenziazione tra madre e padre sul piano sociale. Poiché tutti possiamo essere caregiver, il ruolo biologico di madre e padre viene così liquefatto e il Caregiver (cavallo di Troia), destinato ad un nucleo minoritario, si è poi esteso come una epidemia attraverso “gli untori di turno”, ben nascosti nel ventre del cavallo, dissolvendo in un grande magma indifferenziato il significato unitario di famiglia. Diventa a questo punto indispensabile proporre alcune riflessioni che sono fondamentali secondo noi per comprendere lo sfacelo individuale e sociale in cui viviamo come anziani, come giovani, come coppie, come lavoratori, come pensionati, etc. In questo sfacelo trova la sua funzione la rottamazione degli anziani, di cui il taglio delle pensioni cosiddette d’oro rappresenta uno step necessario per avviare, o, meglio sarebbe dire, continuare il processo di abbattimento della funzione paterna; obiettivo” eclissare il padre”!

Abbattuto il Padre Celeste, con la morte di Dio celebrata nel secolo scorso, bisognava abbattere anche la funzione paterna terrena, mediatrice di Verità-Regole- Etica-Sacralità. Oggi ci troviamo ad affrontare un grande mostro nella caotica indifferenziazione del parassitismo e della predatorietà sociali, presenti anche nell’agone politico. Ed ecco che nel caso del taglio delle pensioni che diventano, per puro slogan elettorale di qualcuno, improvvisamente ”d’oro”; a livello inconscio profondo il significato vero sta nell’attuazione di una rottamazione del valore della tradizione, cioè del passato. Se tu impoverisci gli anziani, non li colpisci solo sul piano esistenziale cosciente, ma ne impoverisci il valore (denaro) anche per il significato che hanno nel contesto sociale. Se poi lo fai in maniera retroattiva, prendi “due piccioni con una fava”: dai corpo concreto al Grande Mostro, gli permetti di colpire mortalmente anche Verità, Regole, Etica. La Verità, costituita dal significato univoco che aveva nel passato, vale a dire rapporto contrattuale Cittadino–Stato, viene abbattuta sostituendola con la relativistica verità del potere del momento: diventa improvvisamente “d’oro” una pensione conquistata con il sudore della fronte, a seguito di un patto specifico di lavoro tra il cittadino e lo Stato contratto nel passato. -Le Regole: quelle tra Cittadino e Stato, anche queste abbattute in modo retroattivo, colpendo la parte più debole. Ci lamentiamo della violazione delle regole che ordinano il civile convivere della famiglia e dei cittadini e produce la violenza di coppia, dei giovani sugli anziani, degli adolescenti, dei figli che aggrediscono i genitori, degli uomini che uccidono le donne, di donne che bullizzano altre donne (e stanno cominciando a farlo anche con gli uomini). Ma questi fenomeni di violazione delle regole e dei confini trovano un modello di identificazione “Alto”, un Ideale dell’Io di freudiana memoria, proprio in uno Stato che viola le Regole del suo rapporto con il Cittadino: una decisione, quella del taglio delle pensioni, che introduce il principio della legalità dell’illegalità. Illegale e truffaldino è cambiare le regole con valore retroattivo. Se passa un principio che consente al più forte di turno sul piano del potere politico, non di creare nuove regole per il futuro, ciò è legittimo, ma di intervenire sulle regole del passato, regole che hanno condizionato pesantemente, in termini di correlata responsabilità e fatica, la vita di persone, tante persone, milioni di persone, una volta instaurato questo principio, che cosa dovremo insegnare ai nostri figli e ai nostri giovani? Che non esistono regole certe neppure nel rapporto tra Stato e Cittadino. Che lo Stato ritiene che la democrazia non sia una bandiera da difendere, ma una banderuola che deve seguire là dove spira il vento del più forte di turno o di chi siccome non riesce a rispondere ai problemi reali, quali la disoccupazione giovanile, trova un capro espiatorio per assolversi dalle proprie incapacità! Allora la verità, la giustizia, l’etica, le regole sono solo parole - scatole vuote in cui è” lecito “inserire quello che si vuole, dove la” innovativa Regola Magistrale dello Stato” è predicare bene e razzolare male. E che per ora loro , i giovani, l’unica certezza civica che hanno è che a 70 anni, come gli attuali settantenni, faranno la stessa fine degli anziani settantenni del “paleolitico sardo”. Allora i giovani, vestiti di pelli di pecora (oggi in giacca blu e camicia bianca), buttavano giù da una rupe, uccidendoli, i settantenni, che opponevano come unica forma di affermazione della propria dignità una risata di sfida, che ha poi dato origine all’espressione “riso sardonico”. L’Etica: viene posto in essere e si dà corpo al principio antietico proprio dell’etica relativistica. Qualunque patto tra cittadino e Stato può essere trasgredito, in modo anche unilaterale e retroattivo, in qualunque momento, subordinatamente alle esigenze di parte di uno degli attori del patto: lo Stato, rappresentato da chi esercita il potere pro-tempore. Il principio operativo del relativismo etico anche ad un livello politico. Esso già vige in alcuni settori della giurisprudenza, nella formazione culturale scolastica ed universitaria, nell’attuale concezione del termine famiglia. Sul piano educativo lo Stato rischia di trasmettere così ai nostri giovani nella forma più efficace, cioè quella dei comportamenti, che la legge che domina è proprio quella della trasgressione dei principi e delle regole di base dell’esistenza umana, scritte sulla pietra. Tutto diventa possibile, quando le regole sono liquide! Si introduce una unica legge: quella del Far West. Si fa quello che vuole colui che è più forte e che spara più velocemente degli altri. In questo stiamo all’erta! Se le pratiche educative - comunicative sono centrate per formare sempre più velocissimi pistoleri, non meravigliamoci poi se la desertificazione culturale otterrà il suo primato su quell’umanesimo pedagogico e sulla trascendenza dei valori, vitale per salvaguardare quella dignità umana di cui ogni persona è, indistintamente, portatore! Ma se le cose stanno così unica via di salvezza e sopravvivenza resta la terra promessa per gli anziani italiani del terzo millennio: il Portogallo.

5 giugno 2019

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Giustizia amministrativa

Il diploma di massofisioterapista, rilasciato ai sensi della legge 19 maggio 1971, n. 403, non consente ex se l’iscrizione alla facoltà di Fisioterapia, né dà vita, nella fase di ammissione al corso universitario, ad alcuna forma di facilitazione, nemmeno se posseduto unitamente ad altro titolo di scuola secondaria di secondo grado di durata quinquennale.

L’iscrizione alla facoltà di Fisioterapia potrà, quindi, avvenire solo secondo le regole ordinarie che postulano il possesso di un titolo idoneo all’accesso alla formazione universitaria ed il superamento della prova selettiva di cui all’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 (Cons. Stato, Ad. plen., 9 novembre 2018, n. 16, con commento di L. Grassucci, Secondo l’Adunanza plenaria il solo diploma di massofisioterapista non è sufficiente ai fini dell’iscrizione alla Facoltà di Fisioterapia, in ItaliAppalti, 13 novembre 2018).

Ai sensi dell’art. 95 c.p.a., l’impugnazione deve essere notificata, nelle cause inscindibili, a tutte le parti in causa e, negli altri casi, alle parti che hanno interesse a contraddire; pertanto, è sufficiente la notificazione dell’appello al ricorrente in primo grado e non deve essere disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri soccombenti, i quali, avendo una posizione coincidente con quella dell’amministrazione, sono privi di interesse a contraddire e non devono essere, perciò, evocati in giudizio (Cons. Stato, Sez. III, 12 maggio 2017, n. 2245, a cura di A. Corrado, in Guida dir., n. 33/2017, 94).

“Palazzo d’ingiustizia”

È il titolo di una nuova, scottante inchiesta di Riccardo Iacona (Marsilio Editori, Venezia, 2018): “un viaggio dietro le quinte della giustizia italiana, tra opacità, correnti politiche e conflitti personali”.

L’autore ci conduce nelle stanze dei Palazzi dove si esercita la ”malagiustizia” italiana, “puntando i riflettori su un intricato groviglio di lotte fratricide e interessi inconfessabili”.

È una demoralizzante storia della giustizia italiana e di “come non viene esercitata”.

Un libro da leggere e da meditare.

Il tricolore non è uno straccio

Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, nel corso di una cerimonia pubblica, si è servito della bandiera tricolore per lucidare una targa commemorativa.

Come ha ben evidenziato Salvatore Sfrecola (Il disprezzo di Gori per la bandiera gli può costare due anni di galera, in La Verità, 14 maggio 2019, 5), nella condotta del Sindaco “ci sono evidentemente tutti gli elementi soggettivi ed oggettivi dell’illecito penalmente sanzionato dal comma 2 dell’art. 292 c.p.: l’intenzionalità del gesto, che manifesta disprezzo; il deterioramento del vessillo che, se usato per lucidare o spolverare una targa, avrà certamente subito gli effetti di tale impiego; la natura pubblica della cerimonia” e ciò con evidente vilipendio al valore simbolico del tricolore.

Ora pro nobis

Il Papa regnante rifiuta di ricevere il Ministro Salvini e di stringergli la mano finché non muterà orientamento su migranti e accoglienza.

Da “Il Vangelo secondo Bergoglio”.

Profugopoli

Il libro (Milano, 2016) di Mario Giordano, è un documentato atto di accusa contro “quelli che si riempiono le tasche con il business degli immigrati”.

Si parla troppo spesso di accoglienza e solidarietà, ma – scrive l’Autore – è sufficiente sollevare il velo dell’emergenza immigrazione per scoprire che dietro il paravento del buonismo si nascondono soprattutto affari. Non sempre leciti, peraltro. Fra quelli che accolgono stranieri, infatti, ci sono avventurieri improvvisati, faccendieri dell’ultima ora, speculatori di ogni tipo… che sulla disperazione altrui hanno accumulato notevoli fortune.

Giordano ha percorso le vie della Profugopoli italiana, raccontando sprechi, follie, assurdità, tangenti, corruzione, seguendo il fiume di denaro che circola nel nostro Paese sotto le mentite spoglie della solidarietà.

Addio De Rossi

Con De Rossi, mitico “Capitanfuturo”, è stata ammainata l’ultima bandiera giallorossa.

Conduzione della Società a dir poco disastrosa.

Siamo, purtroppo, tornati tristemente alla “Rometta” d’un tempo.

4 giugno 2019

Un interessante giudizio di Frederick Rolfe sul Re Vittorio Emanuele III - di Domenico Giglio

 

Per rispetto alla verità storica Perché l’Istituto Vittorio Emanuele III non deve cambiare nome - di Salvatore Sfrecola

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI - del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

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