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Non è la libertà che manca,
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(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

 

 

 

 

 

Da ex magistrato dico al pm Rossi che avrebbe dovuto passare la mano

Oltre alle regole c’è l’opportunità:

bisogna apparire indipendenti non solo esserlo

di Salvatore Sfrecola

 

Ricordo sempre le parole di mio padre, che prima di me ha indossato la toga di magistrato, e che avrei sentito ripetere all’atto del giuramento dal Presidente della Corte dei conti, Silvio Pirrami Traversari: “non basta essere indipendente occorre che tu appaia tale agli occhi della gente”.

Una banalità, si potrebbe dire, dacché l’indipendenza del magistrato è scritta in Costituzione all’art. 101, comma 2,  laddove si dice che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Eppure questa esigenza dell’apparire, essenziale nella società che privilegia ovunque l’immagine, è sovente trascurata, anche quando intimamente seguita. Come nel caso del Procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, il quale avendo svolto legittimamente, per esservi stato autorizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura, funzioni di consulenza presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, quando Maria Elena Boschi rivestiva il ruolo di Ministro per le riforme costituzionali, avrebbe dovuto sentire la necessità di astenersi dall’indagare su Banca Etruria e su papà Boschi, perché nessuno potesse dubitare della sua obiettività in ragione della conoscenza e della pregressa collaborazione con la figlia.

Non mi sfiora neppure il dubbio che il magistrato sia stato men che ligio al dovere dell’indipendenza, ma è certo che l’aver proceduto a quelle indagini con esiti ancora non chiari, almeno per quanto riferiscono i giornali sulla sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Pierferdinando Casini, ha scatenato sulla stampa illazioni e critiche le quali non hanno giovato alla Magistratura che certamente non ha bisogno che qualcuno dubiti della obiettività di giudici e pubblici ministeri.

È un fatto importante in un momento di crisi delle istituzioni, come si rileva quando i sondaggisti, che indagano sulle opinioni degli italiani in ordine al gradimento di uomini e istituzioni, il Capo dello Stato, le Camere, il Governo, questo o quel ministro, l’Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato, non trovano al vertice delle preferenze la Magistratura. La quale evidentemente non gode di quella autorevolezza che i cittadini desidererebbero perché vorrebbero, come un tempo il mugnaio Arnold di Postdam si chiedeva se ci fosse un giudice a Berlino per ottenere giustizia contro un signorotto prepotente, e la trovò nel Re di Prussia Federico II, che anche in Italia ci fosse ovunque un giudice indipendente pronto a dar ragione al cittadino, anche contro le prepotenze del potere politico e burocratico. È in questo contesto di sfiducia che si parla spesso di “partito dei giudici” o “dei pubblici ministeri”, espressione sgradevole che sollecita iniziative avventate, come quella di suggerire la separazione delle carriere ritenendo, a mio giudizio infondatamente, come ha chiarito anche su questo giornale Bruno Tinti, che questa sia la panacea dei mali della Giustizia penale, senza considerare che il Pubblico Ministero non è, come qualcuno afferma, “l’avvocato dell’accusa” ma colui il quale, in funzione dell’interesse pubblico alla giustizia, in presenza di una notitia crinminis , indaga e, se raggiunge il convincimento che siano stati effettivamente commessi dei reati, porta all’attenzione del giudice la condotta ritenuta illecita perché si pronunci punendo il colpevole.

Ecco, dunque, che il magistrato, qualunque sia la funzione cui è assegnato, dovrebbe apparire, oltre che essere, come la moglie di Cesare, assolutamente insospettabile, sicché fu ripudiata, pur se innocente rispetto ai comportamenti che le malelingue le attribuivano, perché non risultasse offuscata l’immagine dell’illustre consorte.

Insomma, vorrei che i magistrati avessero sempre la sensibilità di astenersi quando, per amicizia, per consuetudine di carattere culturale o sportivo si trovassero ad indagare o ad occuparsi, in un giudizio di carattere civile, amministrativo o tributario, di persona conosciuta e frequentata in altro ambiente. Darebbe loro serenità nel lavoro, assicurando alla toga che indossano quella autorevolezza che tutti noi desidereremmo, perché la Magistratura nel suo complesso risalisse nell’indice di gradimento degli italiani.

(da La Verità del 7 dicembre 2017, pagina 5)

 

 

 

 

Cosa insegna la legislatura che si chiude: disprezzo della politica per le istituzioni e per gli elettori

di Salvatore Sfrecola

 

La legislatura che si avvia a conclusione, al di là della narrazione dei partiti che rivendicano improbabili successi, in particolare il Partito Democratico, sarà ricordata quale espressione tra le più significative del distacco della politica dalle istituzioni e dagli elettori che purtroppo coinvolge, in varia misura, tutti i partiti. In primo luogo chi ha governato, ma anche chi dall’opposizione non ha saputo rivendicare il rispetto della Costituzione. Infatti Matteo Renzi ed i suoi ispiratori la volevano cambiare profondamente alterando le regole della democrazia parlamentare, laddove la volontà del popolo si esprime nelle assemblee elettive e nei contrappesi, uno dei quali è costituito dalla presenza di due Camere in funzione di controllo sul governo. Ma anche di controllo l’una sull’altra in materia di legislazione.

Cominciamo da capo. Gli attuali componenti della Camera e del Senato sono stati eletti in misura determinante sulla base di una legge elettorale dichiarata dalla Corte costituzionale non conforme ai principi che in materia di rappresentanza si ricavano dalla Carta fondamentale. Dunque, questo Parlamento avrebbe dovuto chiudere i battenti il giorno dopo secondo la logica conseguenza della pronuncia adottata dalla Consulta. Impossibile, in quanto si sarebbe tornati a votare con la stessa legge dichiarata incostituzionale. La sentenza numero 1 del 2014 ha, così, previsto la permanenza in carica delle assemblee legislative esclusivamente per quello che, per un organo amministrativo, si chiamerebbe “il disbrigo degli affari correnti”, l’ordinaria amministrazione. Lo ha spiegato bene la Corte richiamando due articoli della Costituzione che indicano proprio la routine più emblematica, la prorogatio dei poteri delle Camere sciolte “finché non siano riunite le nuove” (art. 61, comma 2), la convocazione delle Camere, “anche se sciolte”, per decidere della conversione dei decreti legge che, come è noto, hanno una vita breve (60 giorni) e se non ratificati dal Parlamento decadono (art. 77, comma 2).

Due esempi di attività minima obbligatoria. Naturalmente, anche se la Corte non lo ha detto esplicitamente, le Camere “illegittime”, quanto alla loro composizione, avrebbero dovuto fare immediatamente una nuova legge elettorale per essere subito dopo sciolte dal Presidente della Repubblica ed andare al voto.

Sarebbe avvenuto in qualunque paese serio, in una democrazia compiuta. Invece i parlamentari della maggioranza non solo hanno omesso di fare in tempi rapidi la nuova legge elettorale, per non essere costretti ad andare a casa e perdere i benefici economici della legislatura, ma addirittura hanno riformato la Costituzione, la legge fondamentale dello Stato, quella sulla base della quale la Corte costituzionale aveva decretato l’illegittimità della legge elettorale.

Non solo. Quando il 4 dicembre 2016, con un referendum cosiddetto confermativo, ben due anni dopo la dichiarazione di incostituzionalità, il popolo italiano, a stragrande maggioranza, ha bocciato la legge di revisione costituzionale, quanti l’avevano voluta non hanno battuto ciglio. Convinti che gli italiani abbiano memoria corta, coloro che avevano preannunciato la decisione di abbandonare posti di governo e politici in caso la riforma non fosse stata approvata – ritenendo così di forzare la mano agli elettori - sono ancora lì. Renzi, la Boschi, il digiunatore a giorni alterni Del Rio ed altri. Renzi si è dimesso, infatti, da Presidente del Consiglio ma non ha abbandonato la politica, come aveva promesso, e nel giro di pochi giorni è tornato in sella alla guida del Partito Democratico ed ha preso ad insistere per l’approvazione di leggi di particolare rilievo, da ultimo la disciplina cosiddetta del fine vita e la riforma della legge sulla cittadinanza. Che stanno avvelenando il clima politico di questi mesi.

L’opposizione protesta ma, di fatto, sta al gioco. Anche chi si oppone a Renzi e chi ha fatto finta di opporsi (Forza Italia in primis) “tiene famiglia”. Nella maggior parte dei casi sono persone senza arte né parte che non sia l’attività politica e di partito e non sono disposte ad abbandonare l’indennità parlamentare nella prospettiva della pensione. E così protestano sulle piazze, di fronte all’elettorato, ma in Parlamento consentono al governo di sopravvivere. A volte votano “per senso di responsabilità”, a volte si sfilano al momento opportuno. Dal “Patto del Nazareno” è evidente che a Berlusconi quel giovanotto parolaio e inconcludente venuto da Rignano sull’Arno in fin dei conti piace. Anche lui racconta balle, anche lui vorrebbe che il potere fosse concentrato nell’esecutivo, anche lui succubo dei “poteri forti” può essere controllato dalle lobby politiche internazionali, quelle che dettano l’agenda dell’economia e della finanza. Per cui se i francesi comprano imprese italiane è l’effetto positivo della globalizzazione e delle regole dell’Unione Europea e se le nostre vanno a fare shopping a Parigi, sulle rive della Senna il governo si ricorda di essere prima di tutto francese, sia all’Eliseo la destra o la sinistra. Tanto sono cadute le ideologie! E sbarra la strada agli italiani.

Qualche richiamo ai fatti, qualche considerazione per tracciare alcune conclusioni. Il mancato rispetto della pronuncia della Corte costituzionale consentito dall’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che avrebbe avuto istituzionalmente il dovere di presidiare quel che era scritto nella sentenza perché fosse attuato, denota il venir meno della funzione di garanzia del Capo dello Stato. Avrebbe dovuto richiamare governo e maggioranza al rispetto delle regole. Non lo ha fatto, dimostrando una contiguità con il potere politico, incompatibile con il suo ruolo di garante della legalità costituzionale. Un comportamento reso palese dalle ripetute affermazioni che la riforma costituzionale era la sua eredità politica. Lo ha detto di giorno in giorno durante la campagna referendaria. Una autentica bestemmia in un sistema parlamentare liberale. Lui, Renzi e i partiti, inoltre, hanno dimostrato aperto disprezzo nei confronti del popolo italiano, che, bocciando con voto significativo la legge di revisione costituzionale, hanno in primo luogo bocciato il governo e la sua maggioranza.

La legislatura avrebbe dovuto essere chiusa a quella data, ma non c’era ancora la legge elettorale che, furbescamente, i partiti hanno tardato ad approvare. Arriviamo così alla fine “naturale” della legislatura. La pensione è salva. Il popolo è stato fatto fesso. Qualcuno si stupisce se sono sempre meno gli italiani che vanno a votare?

8 dicembre 2017

 

 

 

 

Ad un anno dal referendum sulla riforma costituzionale

Quando gli italiani hanno detto a Renzi: “no grazie”

di Salvatore Sfrecola

 

Marco Travaglio mi ha rubato il titolo su Il Fatto Quotidiano di domenica con quel “NO grazie” che ricorda la risposta degli italiani al referendum sulla legge di revisione costituzionale di Matteo Renzi. L’avrei voluto usare io quel titolo di nuovo, come all’indomani del 4 dicembre 2016 quando gli italiani, a stragrande maggioranza, hanno respinto le proposta di riforma, con un voto che, per la verità, come fu subito evidente, era diretto soprattutto contro il giovanotto di Rignano sull’Arno, parolaio e inconcludente, che aveva occupato Palazzo Chigi e le televisioni dalle quali invadeva le case degli italiani per illustrare, a furia di slogan, una riforma che qualcuno evidentemente gli aveva suggerito. Confusa e contraddittoria, anzi, come si legge nelle ultime righe del documento del Comitato per il “SI” “un testo non privo di difetti e discrasie”. Ed io mi sono sempre chiesto come sia possibile che un uomo delle istituzioni possa proporre la revisione della legge fondamentale dello Stato nella consapevolezza della sua fragilità. Il fatto è che Renzi non è, se non formalmente, un uomo delle istituzioni, cioè uno che sia loro fedele e, all’occorrenza, proponga di revisionarle nello spirito costituente, considerato che il limite alla revisione sta nella conformità alla forma di stato e di governo, al di là della quale siamo alla rivoluzione, al cambio di regime. Come dal Regno d’Italia alla Repubblica, dallo Statuto Albertino alla Costituzione votata a fine 1947 da un’Assemblea Costituente che, con straordinaria saggezza, seppe incastonarvi principi che soddisfacevano forze politiche diversissime per ispirazioni ideali e per obiettivi politici. Ed insieme regole di buon funzionamento delle istituzioni che Renzi ed i suoi seguaci hanno cercato di piegare ad esigenze di bottega, di piccolo cabotaggio poluitico, già sperimentate nella spartizione delle poltrone. Avendo di mira il rafforzamento dell’Esecutivo a danno del Parlamento, demonizzato per quel bicameralismo paritario o perfetto additato all’opinione pubblica come la causa di tutti i mali e, soprattutto, della lentezza del processo legislativo. Cosa, dati alla mano, non vera, perché quando la politica ha voluto, cioè in presenza di un accordo tra i partiti, le leggi sono state approvate anche nel giro di poche ore. E se effettivamente le Camere sono composte da troppi membri, 630 deputati e 315 senatori, molti più di quelli che siedono a Washington a governare gli Stati Uniti d’America con 323,1 milioni di abitanti, non si capisce perché la riforma abbia previsto 100 senatori, un numero certamente congruo, proprio come negli Stati Uniti (2 per 50 stati), lasciando 630 deputati, mentre la Camera dei rappresentanti americana conta 441 membri. Rendendo evidente che se li avesse ridotti la riforma non sarebbe stata approvata. E questo ne attesta la strumentalità sul solco della impostazione ideologica, cara alla sinistra comunista, del monocameralismo nel quale il governo propone e la Camera unica disciplinatamente approva. Tutto questo nella logica del potere del partito egemone che è cosa diversa dalla governabilità, che è certamente obiettivo prezioso ma che va individuato in altre condizioni senza invertire la logica del sistema parlamentare che vede nelle Camere l’espressione della rappresentanza popolare. Laddove il governo vive della fiducia della maggioranza che si è manifestata nel responso delle urne.

Così Renzi, non essendo riuscito ad abolire il Senato, come desiderava ed aveva preannunciato all’atto dell’insediamento del suo governo, ne ha proposto una sorta di parodia, avendo previsto che fosse formato da consiglieri regionali e da Sindaci. Sicché fu definito anche il “dopolavoro” di persone elette per altra funzione, inviati a Roma alcuni giorni la settimana, spese di viaggio di vitto e alloggio comprese. Senatori a Roma consiglieri e sindaci in provincia. Difficile immaginare una proposta più assurda.

Insomma il bicameralismo, che ha spesso consentito la correzione di errori in testi approvati da una Camera, senza produrre quei ritardi erroneamente enfatizzati, esiste quasi dappertutto con esclusione di alcuni piccoli Stati. Bicameralismo che negli Stati uniti d’America fu immaginato dai Padri Fondatori per garantire un reciproco controllo delle assemblee, in forma assolutamente paritaria. Eppure Renzi aveva convinto il Presidente Barack Obama a lodare la proposta di revisione del sistema parlamentare giovandosi di un assist che evidentemente nasce da un equivoco e del quale comunque non ha tratto vantaggio.

Poi un sistema di formazione della legge assurdo e pesante del quale molto si è detto. Una proposta di riforma che ha certificato l’assoluta inadeguatezza di Renzi per il ruolo che si era ritagliato nella storia politica di questo nostro Paese.

Aveva promesso, in caso di esito negativo del referendum, di lasciare non solo il governo, come ha fatto, ma anche la politica. Non ha mantenuto la parola. Ovunque i politici sconfitti lasciano. Come David Cameron che, travolto dall’esito negativo del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, che nessuno gli aveva chiesto di fare e che aveva solamente una funzione consultiva, si è dimesso non solo da Primo Ministro e da leader del Partito Conservatore ma anche da parlamentare. Altro stile altra dignità di fronte al popolo.

Di personaggi alla Renzi l’Italia non ha bisogno. E la meteora del giovanotto di Rignano sull’Arno deve insegnare agli italiani che è necessario conoscere le persone che la politica propone sulla base della loro storia pregressa e della loro professionalità. Ebbene molti si sono illusi che l’ex Sindaco di Firenze, per essere stato votato nella città che è nel cuore degli italiani per storia ed arte fosse di per sé stesso idoneo a governare l’Italia solo perché giovane ed abile affabulatore. Attenzione, dunque, al Renzi di turno che promette governabilità attraverso leggi elettorali palesemente incostituzionali, come attestato dalla Consulta. Governabilità, anzi governo stabile è certamente un valore e che va perseguito attraverso il consenso dell’elettorato che sia ampio e certo, non nella riforma della Costituzione. Ma nelle leggi ordinarie e nei regolamenti che disciplinano modi e tempi dell’azione di governo. E nei partiti, nella loro, al momento, dimostrata incapacità di essere forza omogenea e decisa, nella loro permeabilità alle lobby e agli interessi, non di rado illeciti che muovono le loro scelte. La ricerca della governabilità non deve limitare le funzioni degli organi rappresentativi della comunità nei quali si esprime la volontà popolare.

Scorciatoie come il monocameralismo e il presidenzialismo, presentati all’opinione pubblica come la panacea dei mali della politica, fanno intravedere, in assenza di significativi contrappesi, una realtà di lesioni gravi alle regole della democrazia liberale, quella di cui tutti si riempiono la bocca ma che nei fatti è stata ripetutamente violata, nello spirito e nella forma.

4 dicembre 2017

 

 

Se critichi i magistrati scatta l’applauso

di Salvatore Sfrecola

 

In ogni riunione politica se vuoi gli applausi a scena aperta devi parlare male di giudici e pubblici ministeri. E siccome nessuno è immune dal fascino adrenalinico del consenso sottolineato da una fragorosa battuta di mano, come sanno bene gli artisti, dai palchi della politica arrivano sovente bordate contro i magistrati, anzi il “partito dei magistrati”, detentori di un potere privo di ogni investitura popolare. Nel senso che né i giudici né i procuratori sono eletti dai cittadini. Altro argomento ricorrente, soprattutto quando a polemizzare sono esponenti della Lega Nord. Che vorrebbero giudici eletti dal popolo, con la conseguenza di vedere aspiranti magistrati non più “soggetti soltanto alla legge”, come si legge nell’art. 101 della Costituzione, ma all’elettore, se vogliono essere al prossimo giro rieletti. Un’infamia che si commenta da sola.

Al gusto dell’applauso facile non si è sottratto neppure Vittorio Sgarbi che con Giulio Tremonti gira l’Italia per far conoscere “Rinascimento” il libro che pubblicizza un movimento culturale che è anche un soggetto politico, intenzionato a presentarsi alle elezioni regionali e politiche. Così ieri sera, in un Auditorium della Conciliazione pieno più di quanto si potesse prevedere, l’Assemblea organizzativa del movimento ha ascoltato un profluvio di accuse alla magistratura secondo un copione già noto, che parte dalla affermazione che pubblici ministeri e giudici indagando su tangenti varie, hanno fatto fuori nei primi anni ’90, un’intera classe politica inquisendo o condannando esponenti illustri della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista Italiano, del Partito Liberale e del Partito Repubblicano, sfiorando appena il Partito Comunista. E così, quanti applaudivano ad ogni arresto di politici o godevano dinanzi al televisore al vedere la bava al lato della bocca di Arnaldo Forlani incalzato da un implacabile Antonio Di Pietro, oggi applaudono a Sgarbi che sull’ex P.M. ha riversato una serie incredibile di accuse. D’altra parte la mutevolezza dell’opinione pubblica è una condizione diffusa, diffusissima in Italia dove un popolo di fascisti si è scoperto “da sempre” antifascista, ma solo all’indomani del 25 luglio 1943 e alla destituzione di Benito Mussolini da parte del Re Vittorio Emanuele III.

Vediamo di mettere ordine nelle idee. Intanto era “storicamente certo” che quella stagione di condanne di esponenti politici e amministrativi di partiti aveva preso le mosse da accertati illeciti in forma di tangenti pagate da imprenditori che cercavano scorciatoie per ottenere un appalto che una gara non avrebbe loro consentito di conquistare. La via della scorciatoia aveva un pedaggio che si chiama tangente, in un sistema nel quale le imprese da sempre hanno dominato nella spartizione dei lavori utilizzando la tecnica dell’offerta economicamente più vantaggiosa per spartirsi il mercato. Più imprese partecipano alla gara, una fa l’offerta minore (più vantaggiosa) le altre sparano un prezzo che non le rende competitive. Naturalmente alla prossima gara s’invertono le parti. E quelle che restano fuori spesso sono compensate dall’aggiudicataria con subappalti o altre compartecipazioni.

Questo accade ovunque da sempre, con la complicità o meno dell’uccellino che all’orecchio di chi deve vincere suggerisce la cifra da proporre. Accade sempre, ancora oggi. Ma nei mitici anni ’90 era qualche uccellino di partito a suggerire la cifra da offrire per vincere. Un suggerimento ovviamente non gratuito perché in qualche modo dovevano essere sostenuti i “costi della politica”: per pagare gli apparati, le sezioni (affitto, segretario, luce e riscaldamento), le spese delle manifestazioni culturali, dei giornali e giornalini dei partiti e delle correnti, quelli, per intenderci, che nessuno legge, neppure quelli che vi scrivono. Per avere un’idea quasi tutti gli esponenti politici della Prima Repubblica, a leggere il loro curriculum sul sito della Camera o del Senato, anche quando privi di altra professionalità perché arruolati in politica fin da piccoli, si qualificano giornalisti. Nessuno di loro ha mai scritto sul Corriere della Sera, su Repubblica o Il Tempo, al più su Il Popolo o L’Unità, finché questi due giornali erano pagati da DC e PCI.

Una classe politica corrotta, dunque, anche quando formalmente ispirata a nobili ideali, come rappresentati nelle denominazioni di cristiana, socialista, liberale e via discorrendo. Nessuna giustificazione, dunque, e se qualcuno può sostenere che dopo quei partiti c’è stato un degrado della politica è proprio per loro responsabilità perché non avevano formato una classe dirigente che non fosse dedita alla mazzetta e non gestisse il potere per fini di parte, finiti i De Gasperi ed i Fanfani che nel dopoguerra avevano operato con responsabilità favorendo quella ripresa economica nella quale, anche in presenza di una classe imprenditoriale rapace, si è innestata la corsa ad una corruzione diffusa, “pulviscolare”, come ha scritto l’ex Presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, che ha fatto uscire dal mercato le imprese sane per favorire, coperti dalla politica, imprenditori senza scrupoli che ci hanno consegnato opere realizzate spesso con gravissima trascuratezza delle prescrizioni contrattuali e con significativi difetti tecnici che le hanno presto condannate ad un degrado che è sotto gli occhi di tutti. Complici, in questi casi, anche collaudatori scelti dai partiti tra amici e amici degli amici. E, poi, le opere incompiute, che spesso ci denuncia “striscia la notizia”, non sono forse un danno alla comunità prodotto a seguito di opere finanziate ma non entrate in esercizio.

La magistratura, dunque, ha “fatto fuori” una classe politica di corrotti e spesso di incapaci. Purtroppo non sostituiti da una classe nuova, di onesti e capaci.

29 novembre 2017

 

La candidatura di Leonardo Gallitelli

già Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri

E Berlusconi mise in campo il Generalissimo

di Salvatore Sfrecola

 

E Berlusconi lanciò la candidatura di Leonardo Gallitelli a Presidente del Consiglio. Per molti anni Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri il Generalissimo, come lo definisce La Verità, esce dal cilindro dell’ex Cavaliere in un momento cruciale della fase iniziale della campagna elettorale, quando Matteo Renzi tenta di recuperare i consensi che ha perduto via via nel corso delle elezioni successive alle europee, logorato dall’esito del referendum del 4 dicembre 2016 e dalle successive competizioni amministrative, quando nella rossa Romagna ha votato solamente il 37 per cento degli elettori ed in Sicilia il Partito Democratico è giunto solamente terzo. Una graduatoria che inutilmente ha cercato di ribaltare alla Leopolda.

La battaglia elettorale si riscalda e chi meglio di un Generale famoso, si è chiesto Berlusconi, per guidare un Centrodestra dove La Lega, anche nella versione “sudista” di NoiConSalvini sgomita e minaccia di superare ForzaItalia con la conseguenza che, in caso di vittoria, Matteo Salvini pretenderebbe legittimamente di varcare il portone di Palazzo Chigi. Magari con l’appoggio di Rinascimento, la lista di Sgarbi e Tremonti che va raccogliendo consensi in giro per l’Italia, a Sud con Raffaele Fitto ed a Nord con Enrico Costa.

L’idea è anche quella di rispondere alla richiesta di sicurezza che proviene dalla gente, preoccupata per l’immigrazione incontrollata che rende praticamente immuni da ogni responsabilità uomini provenienti da ogni parte del mondo, non identificati al loro ingresso in Italia e, pertanto, non facilmente perseguibili per i delitti compiuti. In particolare per le aggressioni, delle quali si sente dire soprattutto a Nord, a cose e a persone, situazioni che dominano la percezione di insicurezza di molti italiani.

Mentre si ha la diffusa impressione che per motivi politici e di difficoltà delle Forze di Polizia l’ordine pubblico non sia garantito come si vorrebbe la candidatura del Generale Gallitelli, uomo di esperienza provata, per molti anni al vertice dell’Arma che riscuote da sempre la stima degli italiani, è indubbiamente una iniziativa che richiama l’attenzione sul partito di Berlusconi. Il quale nello stesso tempo marca la distanza dall’alleato Salvini del quale apprezza senz’altro l’impegno politico che ha portato la Lega a conquistare ampi consensi ma del quale teme l’effetto sui moderati, i quali potrebbero non gradire alcune performance dell’esuberante leader dalla ruspa facile.

L’evoluzione della campagna elettorale ci dirà che il nome di Gallitelli è stato lanciato nel dibattito politico come un ballon d’essais o è una proposta effettiva. Intanto un effetto lo ha indubbiamente avuto, quello di rilanciare in grande stile il tema della sicurezza, che Berlusconi da fine interprete dei sentimenti degli italiani ha percepito, anche per effetto dell’incremento dei voti della Lega. E conferma quello che il leader di Forza Italia va ripetendo da qualche tempo in ordine alla ipotesi di un governo di 20 ministri nel quale, accanto a dei tecnici, ci siano anche ben 12 esponenti della “società civile”. Guidati da un tecnico, come va definito Gallitelli.

A questo punto qualche breve riflessione s’impone. I tecnici, anche quando di grande valore, non sempre hanno fatto bene in politica. Anche di Mario Monti si è detto che la sua esperienza e la sua contiguità professionale con alcuni “poteri forti”, che avrebbe potuto favorire la sua azione di governo, in realtà non ha prodotto gli effetti positivi che ci si attendeva. Anche se va detto che il tempo che ha avuto a disposizione non è stato molto ed ha dovuto tamponare a destra e a manca una serie di falle di natura finanziaria che minacciavano l’economia del Paese.

Devo dire, peraltro, che in generale i tecnici non sempre hanno una visione politica adeguata alle esigenze, quella percezione che va al di là del contingente, del bilancio di esercizio, per dirla in termini contabili, e di quelli immediatamente successivi. La politica è la scienza del possibile in rapporto alle esigenze autentiche della comunità e delle prospettive nelle quali si pone nel tempo, nei decenni a venire. Si pensi solamente alle esigenze delle famiglie, dell’industria e dei commerci che sono funzionali all’occupazione e, quindi, ai consumi, alla scuola, che deve formare negli anni cittadini e professionisti, al sistema di tutela delle infrastrutture e dell’assetto idrogeologico di un Paese ad alto rischio sismico e non solo, perché qui esondano fiumi e laghi, franano tratti di monti e colline.

Per andare a cercare una visione prospettica delle esigenze di un popolo, anche di quelle che concretamente questa generazione non percepisce, si deve tornare indietro negli anni, lungo una storia nella quale pochi sono i politici che possiamo definire statisti, da contare sulle dita di una mano, senza impegnarle tutte. E si chiamano Camillo Benso di Cavour, Giovanni Giolitti, Alcide De Gasperi e Amintore Fanfani. L’ultimo è morto anni fa e non ha lasciato eredi.

28 novembre 2017

 

 

Per aiutare i disabili rendiamo deducibili i salari delle badanti

di Salvatore Sfrecola

 

Nelle polemiche sull’immigrazione, a quanti chiedono regole certe e numeri compatibili con le condizioni sociali e di lavoro del nostro Paese, si sente spesso richiamare il ruolo delle badanti “che pensano alle nostre mamme e alle nostre nonne”. Giusto, verissimo, ne abbiamo tutti consapevolezza e ne sentiamo l’importanza in una società che invecchia grazie alle migliori condizioni di vita e di assistenza sanitaria. Badanti, donne e uomini provenienti da lontano, molto spesso pagati in nero perché la legislazione tributaria non consente la deducibilità dei relativi oneri se non in misura assolutamente inadeguata rispetto all’ammontare delle spese che le persone sostengono per questi ausili personali indispensabili: la paga, le spese di mantenimento ed i relativi contributi previdenziali. Il Testo unico delle imposte sui redditi consente, infatti, di dedurre dal reddito complessivo (art. 10, comma 1, lettera b) le spese “necessarie nei casi di grave o permanente invalidità o menomazione, sostenute dai soggetti indicati nell’articolo 3 della legge 5/2/1992, n. 104”. Si tratta di persone che presentano “una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva”, con la precisazione (comma 3) che, “qualora la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità”.

Letta così sembra una deduzione totale o, quanto meno, significativa degli oneri concretamente sostenuti della persona handicappata o dalla sua famiglia. Niente affatto, perché andando a leggere l’art. 15, comma 1, si scopre che “dall’imposta lorda si detrae un importo pari al 19% dei seguenti oneri sostenuti dal contribuente” che al comma 1-septies così sono specificati: “le spese, per un importo non superiore a € 2.100, sostenute per gli addetti all’assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana, se il reddito complessivo non supera € 40.000”. Il 19% di € 2.100 è pari ad € 399! Una presa in giro.

Quanto agli “oneri versati per gli addetti ai servizi domestici e all’assistenza personale o familiare” (i contributi INPS per la badante) sono deducibili “fino all’importo di € 1.549,37” (comma 2 del citato articolo 10).

Fatti due conti si comprende come lo Stato non abbia alcuna considerazione per le persone affette da gravi menomazioni, come indicate nell’art. 3 della legge 104/1992. Infatti gli oneri per la badante con regolare contratto di lavoro sono consistenti e tali da incidere, come scrive Francesco Tesauro a proposito della ragione delle deduzioni, “sulla capacità contributiva” del soggetto d’imposta: la remunerazione, senza considerare vitto e alloggio, non è inferiore a 1000 euro, cui si aggiungono i contributi da versare all’INPS ad ogni quadrimestre per oltre 700 euro. E siccome la badante ha diritto al riposo settimanale, la domenica ed un pomeriggio libero, il “badato” deve attrezzarsi con altra persona che l’assista in quelle ore per una somma che non è mai inferiore a 6-700 euro, cui si aggiungono i contributi intorno a 400 euro. È facile tirare le somme: parliamo di oltre 15 mila euro cui vanno aggiunte oltre 10 mila euro per la sostituta della badante. In queste somme sono comprese le ferie ma non la sostituta della badante in vacanza per un altro migliaio di euro. In tutto intorno a 25 mila euro esclusi gli oneri per vitto e alloggio. E tenuto conto che parliamo di redditi inferiori a 40 mila euro. Per cui se ne va più della metà.

Sono cifre che attestano di una grave ingiustizia sociale. Perché oneri di questo genere impongono alle famiglie significativi sacrifici, rinunce, alienazioni di beni per far fronte alle spese. E quando è una persona di famiglia che si dà carico dell’invalido chi assume questo impegno deve rinunciare in tutto o in parte al proprio lavoro.

Un tema di giustizia sociale, dunque, che è anche un problema di giustizia fiscale, perché nelle attuali condizioni il mancato aiuto del fisco incentiva il lavoro “nero”, con evasione, in primo luogo, degli oneri contributivi, alla faccia di coloro i quali sostengono che gli immigrati, quindi anche le badanti, pagheranno le nostre pensioni. Ma se non pagano tasse e per loro non sono versati contributi? Non riceveranno la pensione e certamente non pagheranno le nostre.

Un problema non di poco conto che, in un Paese nel quale l’Agenzia delle entrate certifica molte decine di miliardi annui di imposte evase, non è tollerabile. Ed accende un faro su altre situazioni: quella del classico idraulico che non rilascia ricevuta, come il falegname che ripara la porta o il fabbro che sostituisce la serratura o lavora alla ringhiera del balcone. Ricevute che nessuno chiede perché non saprebbe che farne. Quante volte ci siamo sentiti rivolgere la domanda “con ricevuta o senza, perché se vuole la ricevuta devo aggiungere l’IVA”? E 90 su 100 si paga senza ricevuta per pagare meno. Perché inevitabilmente aumenta anche lo stesso costo della prestazione. È il problema del nostro sistema fiscale che, diversamente da altri, più civili, consente limitate deduzioni e detrazioni con effetto disincentivante del rispetto delle regole e con conseguente incentivo all’evasione.

Il fisco dovrebbe considerare che colui il quale si serve di un badante è un datore di lavoro il cui reddito è ridotto da spese non voluttuarie o facoltative ma necessitate dall’esigenza di essere assistito nelle attività fondamentali della vita. Contestualmente riducendo gli oneri che la comunità sosterrebbe se la persona dovesse essere assistita in una struttura pubblica. Pertanto è del tutto evidente che anche questo tipo di “datore di lavoro” dovrebbe poter dedurre, in sede di dichiarazione dei redditi, la somma corrisposta al lavoratore e gli oneri previdenziali. D’altra parte le somme corrisposte per le esigenze della badante sono trasferite al lavoratore, con l’effetto di essere oggetto di una doppia tassazione, prima quale reddito del “badato”, poi del “badante”.

Consentire l’integrale deduzione delle spese di assistenza, oltre ad essere giusto di per sé farebbe emergere quel consistente sommerso che l’impossibilità di una deduzione naturalmente alimenta. Come nel caso delle collaborazioni domestiche per le quali, anche quando con regolare contratto di lavoro, spesso sono indicate prestazioni in misura nettamente inferiore a quella effettiva. Per pagare meno contributi.

Giustizia, dunque, ma anche chiarezza, fondamentale in uno stato di diritto. E se vogliamo richiamare uno slogan comune a tutte le parti politiche, è evidente che se pagano tutti, tutti pagano di meno.

(da La Verità del 25 novembre 2017, pagina 11)

 

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

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Su Caporetto si è scritto molto. Libri ed articoli hanno illustrato con ricchezza di particolari documenti, grafici, schieramento e composizione delle truppe. Ma c’ è qualcosa di più e su questo tema parlerà

domenica 26 Novembre, ore 10.30

l’ Ambasciatore d’ Italia

Dr. Roberto Falaschi: “Caporetto in una diversa prospettiva”

Sala Roma, presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”

***

Ingresso libero

 

 

Legalità tradita

Le scuole occupate sono un danno

Che va fatto pagare alle famiglie

di Salvatore Sfrecola

 

Se non fosse stato per il video hard diffuso tramite WhatsApp sulle performances sessuali di due studenti del liceo Virgilio di Roma a destare l’attenzione pruriginosa del pubblico giornalistico e televisivo, nessuno avrebbe rilevato che quell’antico e prestigioso istituto romano, del quale si è detto spesso per la bravura di professori e presidi, era stato occupato. E in “regime” di occupazione era avvenuto il fatto boccaccesco. Così, mentre giornali e televisioni ospitano sociologi e pedagogisti per dire di quel che muove certi comportamenti, che non sono evidentemente nuovi se non nella compiaciuta esibizione alla presenza di estranei e nella diffusione delle immagini attraverso i social, a dire dello svilimento dei sentimenti e del sesso, nessuno parla dell’occupazione, anch’esso fatto non nuovo e, come di consueto, tollerato. Perché in quella scuola che, a seguito dell’occupazione è diventata una “piazza aperta”, come l’ha qualificata un professore intervistato da TG Cronache de La7, nessuno ha cercato di ristabilire il rispetto della legge. Neppure la Polizia “che sa ma non interviene”. Dichiarazioni rese mentre la telecamera indugiava impietosamente su un portone imbrattato fino all’inverosimile, come le pareti laterali.

Sennonché, a dirla tutta ed a collocarla nel contesto giuridico cui appartiene, l’occupazione costituisce un illecito dai molteplici profili, penali e di danno erariale, perché interrompe l’esercizio di una funzione pubblica ed impedisce la libera fruizione del servizio scuola per quanti intendessero seguire comunque le lezioni. Sottrae un bene dello Stato destinato all’esercizio di una attività, l’insegnamento, che grava sul bilancio pubblico, cioè sulle tasche di tutti, anche dei genitori degli occupanti.

È evidente che gli studenti possono disertare le aule, quel che un tempo si diceva marinare la scuola. Ci saranno conseguenze sul piano disciplinare? È previsto, quando l’assenza ingiustificata si protrae per un certo periodo rispetto alla durata legale dell’anno scolastico, che vi siano delle conseguenze sul piano dell’esito finale.

L’occupazione, come intuitivo, è contraria a regole elementari. Al di là dei danni che essa può provocare, come l’esperienza insegna, all’edificio scolastico ed ai suoi arredi, e con l’utilizzazione impropria di strutture informatiche e con aggravio dei costi di gestione delle utenze, l’occupazione costituisce essa stessa quello che si definisce un “pregiudizio erariale”, cioè un danno al bilancio pubblico.

Chi ne è responsabile sul piano giuridico? La questione è delicata. Si può ritenere illecita la mancata, ingiustificata partecipazione alle lezioni? È possibile ritenere che, diversamente da quanto avviene nel lavoro dipendente, dove lo sciopero è un diritto fondamentale con il quale vengono rivendicate migliori condizioni di lavoro, economiche e di status dei lavoratori, gli studenti non possano protestare e rivendicare anch’essi un diverso modo di insegnare e materie da inserire nel programma degli studi?

In teoria questo non dovrebbe essere consentito in quanto è lo Stato che decide cosa e come insegnare, sulla base di valutazioni che spettano a chi insegna e non a chi deve imparare in quanto non sa. Perché solo lo Stato è in condizioni di apprezzare le esigenze del mondo della cultura e del lavoro e solamente allo Stato spetta individuare gli obiettivi di formazione delle future classi professionali ai vari livelli.

Ma se vogliamo lasciare al dibattito politico il confronto sui termini nei quali può determinarsi la protesta studentesca ed ammettiamo che lo studente possa disertare le lezioni senza pregiudizi per l’esito dell’anno scolastico, non di meno resta il tema della imputabilità dei danni prodotti nel corso dell’occupazione della scuola. Che sono di due tipi: quelli provocati dagli studenti ai locali, agli arredi e alle utenze dei quali devono rispondere innanzitutto le famiglie degli occupanti. I Presidi devono chiedere loro i danni. Non farlo fa gravare su di essi una diversa responsabilità, di natura “erariale”, di competenza della Corte dei conti. Infatti non pretendere il risarcimento di un danno ingiusto costituisce un comportamento illecito per un pubblico funzionario. Una responsabilità che si aggiunge a quella per l’interruzione del servizio scuola nel quale saranno coinvolti anche i responsabili delle Forze di Polizia (il Questore). I Presidi per non aver messo in atto tutte le misure per impedire l’occupazione dei locali, il secondo per non essere intervenuto a liberarli per consentire la prosecuzione dei corsi. Senza arrivare al caso del Preside che a Roma, qualche anno fa, di fronte ad un’assemblea studentesca decisa a proclamare lo “sciopero” e ad occupare i locali, ha consegnato agli studenti le chiavi del portone d’ingresso e se ne è andato a casa.

E qui s’innesca anche una responsabilità del governo di “natura politica”, insindacabile in sede giudiziaria, in quanto l’autorità politica potrebbe decidere di non intervenire per motivi di ordine pubblico.

Ma una cosa è certa. Se si attivasse la regola elementare della responsabilità civile per danno, quella per cui “chi rompe paga”, e una volta tanto i genitori degli studenti fossero chiamati a risarcire i danni provocati all’immobile e agli arredi dai loro figli “birichini”, probabilmente le occupazioni non si farebbero più o potrebbero svolgersi con astensione dalle lezioni le quali potrebbero essere tenute ugualmente per quanti volessero parteciparvi.

E questo diventerebbe un Paese normale.

(da La Verità, 22 novembre 2017, pagina 10)

 

NUOVE SINTESI

trimestrale di cultura e politica

Direttore Responsabile Michele D’Elia

con la collaborazione dell’Istituto Zaccaria

1915 - 1918

PROFILO DELLA GRANDE GUERRA

DEGLI ITALIANI

La battaglia di Gorizia,

 sesta battaglia dell’Isonzo

4-17 agosto 1916

Sabato 25 novembre 2017

Istituto Zaccaria, Aula Magna - ore 15.00

Via della Commenda, 5 – Milano, MM 1

P R O G R A M M A

Presentazione del Convegno

Saluti istituzionali

RELAZIONI

La fronte orientale alpina e le sue fortificazioni,

Lamberto Laureti, già Docente all’Università di Pavia

La presa di Gorizia, Michele D’Elia, Direttore di Nuove Sintesi, Milano

Il fronte orientale nel 1915, Gianluca Pastori, Università Cattolica, Milano

I nostri corrispondenti di guerra, Giorgio Guaiti, giornalista e scrittore, Milano

Guerra e ideologia della guerra nell’antichità, Cinzia Bearzot, Università Cattolica, Milano

I costi della guerra e la loro proiezione nel dopoguerra, Salvatore Sfrecola, Presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma

I poeti inglesi e la Grande Guerra, Daniela Savini, Docente di Lingua e Letteratura Inglese, Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto”, Milano

L’attività degli Artisti nel contesto interventista, Salvatore Paolo Genovese, Docente di Disegno e Storia dell’Arte, Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto”, Milano

La sociologia italiana dai suoi inizi sino alla fine della guerra ,  Roberto Cipriani, Emerito di Sociologia, Università Roma Tre

Dibattito

Conclusioni: Michele D’Elia

Coordina i lavori

Paolo Foschini, giornalista del Corriere della Sera

PER INFORMAZIONI: 02.68.08.13 – michele.inhostem@gmail.com

 

Convegno a Padova

Quando a Peschiera, fu riscattata Caporetto

 

Gran serata al Circolo Interforze di Padova l’11 scorso. Sala piena, attenzione massima, vivissimo apprezzamento per i relatori intervenuti all’Incontro sul Convegno di Peschiera 1917, presieduto da Re Vittorio Emanuele III, organizzato dal Circolo Cavalletto e dalla Rivista OpinioniNuoveNotizie.

È stato così adeguatamente ricordato nel Centenario un avvenimento che ha avuto un ruolo cruciale dopo lo scacco di Caporetto e che, con la decisione, fortemente voluta dal Sovrano di effettuare la difesa al Piave, aprì la strada al successo delle armi italiane, a Vittorio Veneto.

Relazioni hanno tenuto il Prof. Domenico Fisichella, già Vice Presidente del Senato e Ministro per i Beni Culturali e Ambientali (Caporetto: un profilo storico-politico), il Prof. Frédéric Le Moal, storico, dell’Institut Catholique di Parigi al quale si deve una pregevole biografia del Re (Vittorio Emanuele III e la Grande Guerra), il Prof. Marco Mondini, storico, dell’Università di Padova (Il mito della colpa. Cadorna e Caporetto come rivelazione morale degli italiani), il Prof. Ciro Romano, storico, dell’Università Federico II di Napoli (Da Caporetto a Peschiera: un percorso storico archivistico) che ha anche rappresentato al Convegno l’Istituto delle Guardie d’Onore al Pantheon del quale è Ispettore nazionale.

Hanno partecipato anche l’Associazione Combattenti e Reduci e l’Assoarma, che hanno concorso nell’organizzazione dell’incontro, presenti con delegazioni e i loro rappresentanti patavini. Tra i presenti il Conte Giustiniani, i Generali Angileri e Zacchi, le delegazioni della Guardie d’Onore di Chioggia, di Padova, della Provincia della zona nord, sud, ed ovest, dei Colli Euganei. Molti provenienti da fuori provincia e da fuori regione. Presenti anche3 numerosi collaboratori di Opinioni Nuove con il direttore, dott. Patrizia Rossetti.

Ai partecipanti è giunto anche un messaggio di saluto del Principe Emanuele Filiberto di Savoia, letto dal Prof. Sandro Gherro.

Nell’occasione sono stati anche resi noti i prossimi incontri organizzati dal Circolo Cavalletto e dalla Rivista OpinioniNuoveNotizie:

Rovigno – in Istria il 22 Novembre prossimo, dove il prof. Sandro Gherro, che ne ha curato l’edizione, presentderà, su invito della Locale Comunità degli Italiani, i due volumi degli “Scritti minori” di William Klinger, il nostro collaboratore, studioso fiumano, assassinato tre anni fa a New York in circostanze non ancora chiarite.

20 Gennaio, ospiti del Circolo Interforze di Padova, Convegno dibattito sul “Plebiscito 1866 “, più che mai attuale, in risposta alle “istigazioni” indipendentiste attuali.

Interverranno la dott. Angela Maria Alberton, dell’Istituto per la storia del Risorgimento, autrice di una recente pubblicazione in tema: “La Volontà dei Veneti e il plebiscito 1866” ed il dott. Giulio de Rénoche (Alberto Cavalletto e il plebiscito del 1866).

A fine gennaio è prevista la presentazione de la Terza Armata del 4° Quaderno di OpinioniNuoveNotizie, della collaboratrice del giornale Lisa Bregantin sul tema “Vivere e morire per l’Italia”.

17 novembre 2017

 

 

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale

 della Capitale”

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Nel quarantesimo anniversario della morte del grande invalido,

mutilato della Quarta Guerra d’Indipendenza,

Carlo Delcroix

Domenica 19 Novembre, ore 10.30

 

Prof. Pier Franco Quaglieni

Vice Presidente del Centro Pannunzio

ricorderà

“Carlo Delcroix : un patriota che amò disperatamente l’Italia”

Sala Roma, presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

 

 

 

Catastrofe della scuola pubblica

come rimediare?

di Aldo A. Mola

 

La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, voialtri invece ne fate una spelonca di briganti!”. Lo scrissero gli Evangelisti Matteo (21, 13), Marco e Luca, con identiche parole. Matteo aggiunse: “Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che siete simili a sepolcri imbiancati: sono belli all'apparenza, ma dentro sono pieni di ossa di morti e d'ogni immondezza… di ipocrisia e di iniquità”. È il ritratto di tante scuole italiane, da decenni alla deriva. L'ultima seria legge sulla scuola è quella varata nel 1923 da Giovanni Gentile, ministro della Pubblica istruzione nel governo di coalizione nazionale in carica dal 31 ottobre 1922, sulla traccia di quella approntata da Benedetto Croce due anni prima col governo Giolitti. Scuola è disciplina: studio, preparazione e applicazione, come la Scuola dell'Esercito all'Arsenale di Torino, comandata del gen. Claudio Berto. Scuola è educazione dalla ferinità all'umanità, attraverso lungo tirocinio. È palestra (ginnasio): il dominio di sé si raggiunge con impegno e sacrificio.

Nel 1944-1946 furono i “vincitori/liberatori” a imporre in Italia la “nuova scuola”. Ordinarono persino l'epurazione dei manuali, ma non poterono sostituire con i loro “sergenti” presidi e docenti che continuarono la loro “missione”. Il Sessantottismo perpetuo ha poi portato allo sfascio attuale, documentato dal bulletto che tira il cestino dei rifiuti contro la professoressa inerte e rassegnata in un Istituto intitolato a Galileo Galilei, genio perseguitato dalla curia pontificia. Presidi (oggi avvolti nella mantelletta di “dirigenti”, nocchieri di sedi centrali, staccate e periferiche autocefaliche), docenti (alla mercé di allievi e genitori spesso spaesati e spaiati) e personale amministrativo (dalle palpebre quotidianamente abbassate su circolari inapplicabili) celebrano le esequie della Scuola pubblica, ancora per alcuni mesi nelle mani di un ministro immeritevole di menzione.

Dalla buffa zazzera e dallo sguardo più spiritato che ispirato, codesta ministro ha l'attenuante: decenni di invenzioni devianti. Per primo si esibì Giuseppe Bottai, con la “Carta della Scuola”, tanto celebrata dai “fascisti di sinistra” poi transitati in partiti accomunati dal mito dei soviet, di Mao e, perché no?, del socialnazionalismo fatto proprio dal “socialismo reale”. “Fascista critico”, già Bottai mescolò la cura degli orti scolastici alla traduzione dal greco e alla comprensione di un sistema filosofico, come oggi accade con la fatua alternanza scuola/lavoro: due fantasmi evanescenti mentre la disoccupazione giovanile non si schioda dal 36% e i “ni-ni” aumentano.

Lo sfascio fu accelerato dai famigerati decreti presidenziali che nel 1974 istituirono i Consigli scolastici elettivi provinciali, distrettuali e di istituto, dalle elementari alle superiori, in nome di una parità spacciata per democrazia. La Scuola non è né può essere “paritaria” né “democratica”. È trasmissione di cognizioni da chi sa a chi non conosce. È educazione del discepolo da parte del maestro. È responsabilità del maggiore verso il minore. Quei consessi furono la fiera delle vanità. A caccia di chissà quale popolarità e in vista di non si sa quali mete, genitori rampanti organizzarono liste elettorali e stamparono manifesti con le loro faccette per raccattare preferenze. Altrettanto fecero i figli, mentre il personale amministrativo-tecnico-ausiliare (Ata: segretari, assistenti di laboratorio, bidelli) si contese il “posto” riservatogli dalla legge.

Quell'orgia di scambisti fu sterile, perché le scuole tanto ricevevano dallo Stato, tanto potevano spendere. Per di più quei decreti abolirono le benemerite Casse scolastiche che da un secolo avevano fatto beneficenza vera, con tatto e discrezione, aiutando chi davvero ne aveva bisogno: ciò che non fa la Repubblica, che dal suo carrozzone carnevalizio lancia soldi/bonus come coriandoli o caramelle invecchiate.

Il resto è sotto gli occhi. Gli esami di maturità hanno cambiato norme e volto varie volte in pochi anni. Così come sono non servono a nulla. I “test” per la verifica del sapere scolastico nazionale sono un rito come le candelore. L'insieme della pubblica istruzione è un caleidoscopio di istituti che si barcamenano, scuole in abbandono, classi allo stato brado, accampate in edifici ancora solidi se sottratti tempo addietro a monache e a frati, in caserme dismesse o di anteguerra. Quelli di costruzione recente spesso paiono usciti da menti obnubilate che o non sono mai state a scuola o non ne hanno mai capito le necessità fondamentali. Aule per conferenze e palestre nella generalità dei complessi scolastici rimangono aspirazione insoddisfatta.

Così stando le cose, la scuola pubblica muore. Essa nacque con l'unificazione nazionale, con ministri quali Pasquale Villari, Quintino Sella, Michele Coppino, Francesco De Sanctis, Ferdinando Martini..., quasi tutti massoni con buona pace dell'altra riva del Tevere che continua a vedere la Massoneria come “lobby”, quasi i papi non abbiamo mai maneggiato potere, denaro e altro. Per restituire la Scuola alla sua identità originaria occorrono tre rimedi: un ministro serio (una persona colta e competente, come furono Vittorio Emanuele Orlando e il fossanese Balbino Giuliano...) in un governo durevole e dal progetto politico e civile altrettanto serio; il ripristino della sovranità educativa dei collegi docenti presieduti da persone colte e competenti, responsabili della formazione scientifica nella libertà; l'adeguamento delle retribuzioni del personale scolastico al valore della sua missione., mentre oggi più che misere sono offensive. Chi forma il cittadino va remunerato più di chi ne cura gli acciacchi fisici. I malanni del corpo passano, con la guarigione o con la morte. Quelli della personalità di adolescenti e di giovani durano e creano danni irreparabili, come mostra il fanatismo oscurantista di tutti i culti. Per curarli va letta “La Porta Magica di Roma, simbolo dell'Alchimia occidentale” (ed. Olschki) di Mino Gabriele, eccellente candidato al Premio Acqui Storia 2017.

Diversamente le famiglie hanno il diritto/dovere di provvedere in proprio alla scolarizzazione dei figli, trattenendo però dalle tasse quanto allo scopo debbono spendere per scuole private: un mondo,codesto, sempre all'anno zero, anche e soprattutto per la colpevole ignavia della borghesia di recente fortuna, doviziosa per caso, inconsapevole e incapace di un progetto culturale di lungo periodo.

È significativo che nella competizione elettorale in corso in Sicilia il tema dell'istruzione sia pressoché ignorato. Accadrà altrettanto alle elezioni politiche nazionali? Nel frattempo gl'insegnanti vengono mortificati dagli allievi, da genitori incoscienti e da quella parte di scalcinata opinione pubblica che si gonfia le gote con chiacchiere su democrazia e onestà. È la stessa che condannò a morte Socrate, perché rinfacciava agli ateniesi di non capire che la classe politica, i “governanti”, deve essere il meglio della “città”: non espressione di pulsioni tumultose, della “balda gioventù”, di giocose e oscure “piattaforme”, ma anziani fatti saggi dalla vita, dallo studio, dalle armi.

Sarà benemerito chi caccerà i mercanti dal Tempio della Pubblica istruzione, come fece Gesù appena entrato in Gerusalemme, e lo restituirà ai suoi sacerdoti: la Scuola ai docenti. Se lo Stato latita, lo facciano i cittadini, moltiplicando le scuole private.

(da Il Giornale del Piemonte e della Liguria del 5 novembre 2017)

 

 

Piero Cenci, “Quando i giudici non indossavano lo spezzato”, Futura Edizioni, Perugia, 2017, pp. 207, € 14,00

di Salvatore Sfrecola

 

Si legge tutto d’un fiato questo “diario” di Piero Cenci che ci fa conoscere, attraverso le sue esperienze di magistrato che via via assume funzioni sempre più rilevanti sul piano professionale, una personalità ancorata a valori civili e spirituali che emergono con straordinaria efficacia di pagina in pagina, anche quando annota episodi con sottile ironia, a volte con il rimpianto di non aver potuto fare quanto avrebbe desiderato, ostacolato da leggi e o da prassi giudiziarie. Sullo sfondo la quotidianità, l’amore per la sua famiglia, l’affetto per la diletta Marilena, moglie e madre dei suoi figli, la “fortuna” della sua vita.

Aveva scelto di indossare la toga del giudice, l’attività che un tempo con enfasi certamente sincera era definita “sacerdozio civile”, come ricorda Giulio Andreotti nella prefazione ad un libro di Giovanni De Matteo (Vita a rischio di un magistrato), Procuratore della Repubblica a Roma, ai tempi del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, essendo educato, con la parola e con l’esempio, dal padre, carabiniere, al senso dello Stato, al rispetto della legge “con la L maiuscola, senza sofismi e senza furberie”. E grande era stata, dunque, l’emozione al suo ingresso in magistratura che rievoca con semplicità e rara efficacia.

Queste pagine dovrebbero leggerle tutti i magistrati all’ingresso in carriera, perché riflettano sul compito specialissimo che loro è affidato, di applicare le leggi alle quali “soltanto” sono soggetti, come specifica l’art. 101 della Costituzione. Un avverbio che ha una forza straordinaria per affermare, ad un tempo, l’indipendenza di chi è chiamato a punire i delitti e definire il diritto nelle controversie tra privati e l’autonomia della Magistratura, segno distintivo di un regime politico, la misura di uno stato “di diritto”,  come ci ha insegnato Montesquieu. Il quale ha anche spiegato che i giudizi devono essere fissi, “a tal punto da non essere altro che un testo preciso della legge. Se fossero l’opinione particolare del giudice, si vivrebbe nella società senza conoscere con precisione quali impegni vi si contraggono”, quali sono i diritti e i doveri dei cittadini, quali comportamenti vanno tenuti e quali omessi. Altrimenti, verrebbero meno la certezza del diritto e la prevedibilità della sanzione. Per garantire la pacifica convivenza all’interno della comunità, ne cives ad arma ruant, come dicevano i romani, i quali hanno insegnato e continuano ad insegnare al mondo intero che il diritto è la regola della pacifica convivenza e la Giustizia il riconoscere a ciascuno il proprio, come ha scritto Ulpiano (Libro 2, regularum): Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi.

Piero Cenci aveva scelto di fare il magistrato nella consapevolezza che sarebbe andato incontro ad una vita “inevitabilmente connotata da sacrifici, solitudine, sofferenza e necessario isolamento sociale”, come avrebbe sentito dire nel fervorino del Presidente della Corte d’Appello che lo aveva ricevuto, insieme ai nuovi uditori, nello studio austero che occupava nel Palazzo che un tempo era stato il prestigioso Convento dei Barnabiti, al centro di Perugia, tra reperti medievali e mobili ottocenteschi. Quarant’anni dopo, in questo diario, Cenci avrebbe scritto che l’autore di quella che gli era parsa una “interminabile litania” tutto sommato “aveva ragione”. I sacrifici li aveva fatti e accettati. Del resto, per dirla con Giovanni Falcone, un uomo o è un uomo o non lo è.

Si era presentato a quell’appuntamento in un rigoroso e austero completo Principe di Galles, avendo dovuto a malincuore rinunciare all’elegante spezzato del quale andava fiero, da cui il titolo del libro. Il Presidente del Tribunale aveva sentenziato, con fare garbato ma fermo, che lo “spezzato” non si addiceva al decoro di un magistrato. Quel completo lo avrebbe accompagnato nel corso del suo uditorato.

Il libro ripercorre, quasi giorno dopo giorno, le molteplici attività alle quali Piero Cenci è stato assegnato nel corso della sua carriera, le emozioni del giovane uditore, la palestra della Camera di consiglio, dove s’impara “il mestiere…nell’angosciosa ricerca della verità”, il peso dei carichi di lavoro esorbitanti, i fascicoli “più rognosi e vetusti”, rifilati ai giovani “freschi di studi e bravi”. Una consuetudine da sempre, ovunque.

Poi le soddisfazioni del pretore, il “più giovane d’Italia”, come aveva scritto Il Resto del Carlino all’atto del suo insediamento. Il Pretore, quella figura antica e possente che nella realtà locale rappresentava un riferimento forte per il cittadino, vicina e autorevole perché il capo di quell’ufficio conosceva persone e cose, soprattutto nelle piccole realtà. Il Pretore, soppresso dall’improvvida riforma del processo del 1998 da un Parlamento “disinformato quanto ideologizzato”, da quel Legislatore che “sarebbe opportuno che qualche volta esca dal palazzo e si confronti con la realtà”. Quel Pretore che “incarnava la giustizia, mediava e risolveva i contrasti, espletava in delega funzioni del Tribunale e della Procura della Repubblica”. La sua eliminazione travolgeva con sé il carcere mandamentale, “un istituto utile per decongestionare le case circondariali e contenere il piccolo delinquente in una realtà il più delle volte autenticamente risocializzante”. Un passaggio che sottolinea la grande umanità di Piero Cenci che sarebbe stata esaltata nel successivo ruolo, difficile e delicato, presso il Tribunale dei minorenni.

In questo senso il Pretore era anche un osservatorio prezioso della vita locale e Cenci ce lo ricorda tra episodi esilaranti e grotteschi, e ci fa intendere come un magistrato di grande preparazione professionale, se assistito da una profonda umanità, possa, come lui ha fatto, riuscire a trattare i rapporti spesso difficili tra le persone cercando di favorire ragionevoli ricomposizioni al di là di contrasti economici o caratteriali. Come quando si occupò di divorzi, cercando di superare difficoltà psicologiche spesso ancorate a ragioni le più varie, nel tentativo di portare pace tra le coppie. Ciò che era possibile in una piccola sede, meno in un grande tribunale, non tanto per il numero delle cause iscritte a ruolo quanto per l’anonimato che nelle grandi città circonda le persone che il giudice non conosce. E s’imbatte anche nei divorzi “programmati”, quelli tra un vecchietto, spesso tratto da un ospizio nel quale era stato parcheggiato, e la giovane, di solito proveniente dall’Est europeo. Non si erano mai conosciuti, e non solamente in senso biblico ovviamente, altro che in tribunale nel corso di un’udienza necessariamente breve perché ogni tentativo di conciliazione non era prevedibile.

Poi il tirocinio presso la Procura della Repubblica, costellato di episodi che il lettore apprezzerà anche per il garbo e l’ironia con il quale vengono narrati, come nel caso di una presunta violenza carnale che, nella narrazione della “vittima”, sarebbe avvenuta di giorno, in pieno centro, e fin qui nulla di strano. Ma confusa nella descrizione dell’aggressione, da parte di un uomo che, mentre con una mano le tappava la bocca, con l’altra le serrava i polsi, e con un’altra le sollevava la gonna. Fu evidente che, mancando la prova che il presunto stupratore fosse figlio della Dea Kalì, la vicenda apparve subito poco verosimile, pur tenendo conto della concitazione del racconto e l’orrore del fatto in sé.

E poi c’è Piero Cenci nella sua esperienza di magistrato presso il tribunale dei minorenni, Procuratore della Repubblica e poi Presidente, testimone di sofferenze grandissime, delle famiglie, dei giovani, non di rado vittime di abusi, violenze e sopraffazioni, e il suo sentirsi impegnato a trovare per tutti una condizione di vita possibile, aperta al futuro, a prospettive di soddisfazione di soggetti spesso ai margini della società, ai quali desiderava restituire l’umanità smarrita, non solo per i minori in stato di abbandono. Il dolore delle adozioni internazionali, la difficoltà di decidere quando intervenivano fattori diversi, in presenza di donne africane o sudamericane dai rapporti difficili con il “compagno” italiano, a quelle spesso dedite alla prostituzione, un “lavoro” difficilmente conciliabile con la cura degli adempimenti materni.

C’è anche lo spazio per le vicende emerse nell’ambito di famiglie musulmane, di madri segregate, considerate oggetti in una cultura millenaria lontana dalla nostra, dai valori della società che attraverso il diritto romano e l’insegnamento cristiano ha messo al centro la persona.

Anche il capitolo dei rapporti con i colleghi, con le loro diversità caratteriali sono di grande interesse. Cenci mette in risalto soprattutto l’ironia, in particolare dei partenopei, impegnati spesso a sdrammatizzare, perché il dolore sotteso ad alcune cause non si trasformasse nei giudici in una ansiosa partecipazione, al di là del desiderio di applicare la legge nel modo più consono per gli interessi generali e delle persone. Nel contesto professionale c’è spazio per l’attenzione riservata al confronto delle idee e delle prassi operative maturato anche nei corsi di aggiornamento organizzati dal Consiglio Superiore della Magistratura e nei convegni di studio ai quali ha partecipato.

Ho conosciuto Piero Cenci nei primi anni 90 quando il mio ufficio di Procuratore Regionale della Corte dei conti per l’Umbria aveva sede nello stesso immobile, pur in una diversa ala, che ospitava anche il Tribunale dei minorenni. Eravamo accomunati dagli orari, spesso prolungati fino a serata inoltrata. Nel corso della giornata a volte approfittavamo di una pausa caffè, tra una udienza ed un interrogatorio (da noi si chiama audizione), per confrontare le nostre diverse esperienze e per scambiarci qualche impressione sui concerti del Conservatorio di Perugia, nell’aula magna dell’Istituto o al Teatro Morlacchi, dei quali eravamo assidui frequentatori. Favoriva la nostra amicizia anche questo idem sentire per la musica, da entrambi ritenuta espressione altissima di un’arte straordinaria capace come poche di arricchire l’umanità delle persone e di rasserenarle sulle note di Mozart e Beethoven e dei grandi compositori italiani, da Verdi a Puccini, a Rossini. Ce li presentava il maestro Giuliano Silveri, Direttore del Conservatorio, attraverso le pregevolissime performance dei suoi giovani allievi e dei più esperti docenti. In quelle occasioni lo accompagnava Marilena. Conobbi anche i suoi figli, soprattutto Daniele che ne avrebbe ereditato la toga, un’emozione straordinaria che ci accomuna, perché anch’io ho indossato per anni la toga di mio padre, magistrato della Corte dei conti.

In questo libro è Piero Cenci, con la sua umanità, il suo carattere di uomo sobrio, come appare dalla prosa, dal gusto per l’aneddoto, per ricordare ma anche per far riflettere tutti sul ruolo, difficile e impegnativo di chi ha scelto la professione del giudice con tutte le difficoltà proprie delle decisioni che è chiamato ad adottare. Perché a quell’uomo che pronuncia “in nome del Popolo Italiano” si chiede di essere indipendente ma anche di apparire tale, come lo vogliono i cittadini. Incurante di una certa impopolarità che naturalmente accompagna chi commina sanzioni e dirime diritti, per l’ovvia considerazione che colui che le subisce o chi non si vede riconosciuta una posizione giuridica che riteneva di poter pretendere, quasi mai “ci sta”.

Di Piero Cenci si potrebbe ripetere con le parole di San Paolo (Seconda lettera a Timoteo, 4,7) Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi.

8 novembre 2017

 

P.S. Il libro è stato presentato ieri pomeriggio in una gremitissima Sala dei Notari nel corso di un evento patrocinato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e dal Comune di Perugia, da me, quale autore di una delle prefazioni, insieme a Monsignor Fausto Sciurpa, Presidente del Capitolo della Cattedrale di Perugia, al Prof. Luigi Ferrajoli, Emerito di Filosofia del diritto presso l’Università di Roma Tre, all’avv. Maria Giovanna Ruo, Presidente di CamMiNo, Camera Nazionale Avvocati per la Famiglia ed i Minorenni ed all’Editore Fabio Versiglioni. Saluti sono stati portati ai convenuti dall’Avv. Andrea Romizzi, Sindaco di Perugia, da S.E il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia e dall’avv. Gianluca Calvieri, Presidente dell’Ordine degli Avvocati.

Ha concluso il dottor Daniele Cenci, Consigliere della Corte di Cassazione, figlio del Presidente Cenci.

 

 

 

L’Italia verrà presa sul serio

solo continuando a restare unita

Le richieste autonomiste sono giuste,

ma se ci dividiamo diventeremo l’anello debole d’Europa

di Salvatore Sfrecola

 

L’anello “debole” dell’Europa rischia di diventare debolissimo. L’Italia, cui spesso è associato quell’aggettivo per indicare soprattutto la scarsa incisività della politica nazionale nel contesto europeo e l’insufficienza del PIL, appare ancor più precaria, alla vigilia di elezioni che potrebbero aprire una stagione di incertezze per la difficoltà di produrre una maggioranza forte e coesa. Si rafforzano le ipotesi di accordi strumentali alla conquista del potere con finalità di tutela di interessi non esplicitati agli elettori. “Inciuci”, nella migliore delle ipotesi, anche per evitare una stagione “alla spagnola”, con ripetute consultazioni alla ricerca di una maggioranza sempre sfiorata, per cui il governo di Mariano Rajoy si regge sull’astensione del Partito socialista. Di maggioranze impossibili si sente dire nel contesto tripolare in cui centrodestra, PD e M5S nei sondaggi sostanzialmente condividono percentuali simili.

Ma questa è anche la stagione dell’insufficienza di identità nazionale, componente essenziale della forza morale e politica di un popolo che si sente tale proprio perché nazione. Anche nella patria dei mille campanili, che richiamano storie diverse dal Nord al Sud ed all’interno di quelle aree. Se si pensa ai “convenuti dal monte e dal piano…  cittadini di venti città” che si ritrovarono a Pontida per schierarsi in difesa della autonomia dei loro Comuni contro Federico I, il Barbarossa, all’esperienza dei comuni toscani o alle “città libere” della Puglia. Mentre altrove, dinastie locali non guardavano oltre l’orizzonte pur di mantenere il potere si facevano vassalle di potenze straniere, dalla Francia all’Austria alla Spagna, nella assoluta indifferenza dei popoli. Per cui il noto adagio “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure, ad oltre 150 anni dall’unità, insorgono a minarne le fondamenta ed il futuro polemiche localistiche, dalla contestazione dei plebisciti che decretarono le annessioni al Regno d’Italia, al riconteggio dei “sì” all’annessione, dimenticando che il senso della Patria seguiva il pensiero di pochi intellettuali. Tra i primi i cattolici, da Vincenzo Gioberti ad Antonio Rosmini, e i laici come il genovese Giuseppe Mazzini, il lombardo Carlo Cattaneo e il siciliano Francesco Ferrara esule in Piemonte. E poi Camillo Benso Conte di Cavour, Massimo d’Azeglio, Luigi Carlo Farini, dalmata, un elenco infinito di cuori e di intelligenze che da ogni parte d’Italia, come il “grido di dolore” che percepiva Vittorio Emanuele II, si levarono a propugnare l’unità.

Cosa non ha funzionato se c’è chi rivendica la propria storia, la propria cultura, le proprie tradizioni? Fa bene a farlo: questa è la nostra ricchezza. Ma perché demonizzare l’unità cambiando i nomi a strade e piazze, eliminando statue? Per alimentare divisioni che minano la coesione e l’immagine del Paese e la capacità di essere patria comune dalle Alpi al Lilibeo nell’Europa che tante patrie vuole rappresentare consapevole delle comuni radici che la Convenzione europea, chiamata a scrivere la prima Costituzione, non ha voluto incastonare nel preambolo, e definire “cristiane”. Nonostante la consapevolezza diffusa che quelle radici, nate sulle sponde del mar Egeo alimentate dal diritto di Roma, hanno permeato l’Europa.

Cosa non ha funzionato? Certo tanto, molto in una Repubblica che nella Carta “riconosce e promuove le autonomie locali” ma non riesce a dare corpo al principio di responsabilità che esalta la politica nelle periferie operose, senza che venga meno la solidarietà per le aree svantaggiate in forme assistenzialistiche. Autonomia, dunque, e responsabilità verso la comunità locale e nazionale. In forza di un nuovo modo di governare, di un nuovo patto tra gli italiani. Ed allora ecco che Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti parlano di nuovo risorgimento, e Matteo Salvini scende al Sud per una Lega che vuol essere “nazionale” porti ovunque le esperienze virtuose delle aree più ricche del Paese. Un nuovo risorgimento perché siamo in tanti a sentire fastidio nella definizione di “anello debole” e non risorsa preziosa dell’Europa attribuita all’Italia, che vorremmo porta aperta sull’Oriente come avevano immaginato uomini di pensiero ed azione, da Federico II, che alle soglie del Medio Evo immaginò rapporti diplomatici e commerciali con quei mondi ma con assoluta fermezza nella difesa dell’identità, a Cavour che volle unificare l’Italia per renderla prospera e protesa verso l’Europa e l’Oriente.

(da La Verità dell’1 novembre 2017, pagina 15)

 

CIRCOLO DI EDUCAZIONE

 E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

Inaugurazione 70° ciclo conferenze 2017-2018

Domenica 5 Novembre, ore 10.30

 

Sen. Prof. Domenico Fisichella

relatore sul tema

“Europa, Italia, sovranità”

 

Sala Italia, presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

 

 

Su Caporetto gli storici si dividono

 da 100 anni

 

La battaglia cosiddetta di Caporetto è stata oggetto nel corso del tempo di interpretazioni diverse. Ed ancora oggi non si rinvengono valutazioni univoche dei fatti e degli antefatti, intendendo con questa parola la conduzione della guerra nel corso dei mesi e degli anni precedenti. Una guerra “nuova”, combattuta con strategie e tattiche diverse rispetto a quelle del Risorgimento e soprattutto con armi nuove. Basti pensare all’uso della mitragliatrice che ha modificato in misura significativa il modo di combattere, come dimostra il famoso film di Stanley Kubrick “Orizzonti di gloria”. Ma come sapevamo dalla guerra di secessione americana di oltre cinquant’anni prima.

Tra le tante questioni oggetto di riflessioni la cultura militare dei nostri generali e la mancanza di coordinamento, peraltro già vista in altre battaglie e in altre guerre. Da evitare, in ogni caso, la difesa ad oltranza per “amore della Patria” di comportanti a dir poco inadeguati e la denigrazione delle forze armate e dei suoi comandanti consueta a certi ambienti “politici”, riversati anche in opere di carattere storico.

Sbagliano gli uni, sbagliano gli altri.

Personalmente ritengo che sia sempre necessario sottoporre a rigorosa verifica fatti controversi perché se ci sono stati errori non si ripetano. Perché è sempre necessario approfondire i fatti per correggere eventuali disfunzioni, soprattutto quando riguardano aspetti del funzionamento delle istituzioni, come quelle che presiedono alla sicurezza nazionale e alla tutela degli interessi di una Nazione. I grandi stati hanno sempre fatto così. Sugli eventi di Caporetto ci fu una specifica commissione d’inchiesta come sulle spese militari che rivelò, come aveva denunciato Giovanni Giolitti, corruzione e sprechi. Ho intitolato un mio articolo “Non solo eroi ma anche corrotti e corruttori”. Niente di nuovo, dunque, sotto il sole. Allora e dopo.

Pubblico, pertanto, volentieri lo scritto del Professore Aldo M. Mola, editoriale de Il Giornale del Piemonte e della Liguria, di oggi 22 ottobre 2017, un contributo che sicuramente i nostri lettori avranno modo di apprezzare.

Salvatore Sfrecola

 

Da Caporetto alla Vittoria

di Aldo A. Mola

 

Cent'anni dopo diciamo la verità: Caporetto non fu affatto “Caporetto”, “la madre di tutte le disfatte”, la condanna dell'Italia a sentirsi “bella e perduta”, da sempre e per sempre. Chi lo scrisse e lo ripete è disinformato o in malafede. Tanti manuali echeggianti il Sessantottismo perenne, ripetono la litania di un'Italia perpetuamente perdente: Custoza (1848 e 1866), Novara (1849), Lissa (1866), Adua (1896), Sciara-Sciat e poi, appunto, la ritirata dall'Isonzo al Piave (24 ottobre-8 novembre 1917) e, s'intende, l'8 settembre 1943, la “fuga di Brindisi”, ecc. ecc. Così l'Italia viene avvolta in lugubri panni anziché nel tricolore.

Caporetto? Venne già scritto tutto nella famigerata “Inchiesta” varata nel gennaio 1918, in piena guerra. Mentre l'Esercito preparava la riscossa, una Commissione presieduta dal generale di esercito Carlo Caneva (nel 1912 esonerato dall'inconcludente comando della guerra contro l'impero turco) mise alla gogna il Comandante Supremo, Luigi Cadorna, quello della Seconda Armata, Luigi Capello, e molti generali e ufficiali superiori, rimossi dagli incarichi e “messi a disposizione”. Da mesi Cadorna rappresentava l'Italia a Versailles. Godeva della massima stima a livello internazionale (anche da parte dei condottieri nemici, che lo attestarono nelle loro memorie) ma i politicanti nostrani volevano azzannare l'osso. Morso dopo morso, sarebbero arrivati al comandante della Terza Armata, Emanuele Filiberto di Savoia duca d'Aosta, e al re stesso, Capo dello Stato e garante dell'unità nazionale all'interno e all'estero, in un mondo nel quale l'Italia aveva alleati ma nessun amico. Il re, come mostrò nell'incontro di Peschiera l'8 novembre 1917, tenne nervi saldi mentre tutto sembrava crollare. Lo documentano le introduzioni alla ristampa anastatica dell'Inchiesta su Caporetto, pubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito col contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e dell’Associazione di Studi sul Saluzzese. Il re aveva una visione chiara delle sorti dell'Italia: dopo il cattivo, arriva sempre il bel tempo. Dopo la siccità arriverà la pioggia. Bisogna resistere, come dopo Caporetto dissero orgogliosamente alla Camera Vittorio Emanuele Orlando e Giovanni Giolitti, con il consenso del socialista Filippo Turati (“anche per noi la patria è sul Piave”) e dei cattolici, capitanati dal milanese Filippo Meda, memori che “bastone tedesco Italia non doma”. Nei giorni drammatici l'ormai anziano Leopoldo Franchetti, patriota a 24 carati e senatore del regno, si uccise col rimorso di aver voluto l'intervento. Anche il socialriformista Leonida Bissolati fu sull'orlo dell'abisso. Erano persone colte e responsabili. Contrariamente a quanto si è detto e ancora si ripete in evocazioni ripetitive, a reggere fu proprio la “macchina militare”, che attuò la manovra da anni messa a punto da Cadorna e conclusa con la battaglia di arresto del nemico “sulla Piave”, come egli amava dire.

Caporetto non fu ha ritirata, non una “disfatta”. Fu una battaglia perduta come ne ebbero tutti gli eserciti in lotta. Con una profonda differenza, però. L'Italia era entrata in guerra per una decisione discutibile e persino deprecabile, sulla base dell'accordo (arrengement) del 26 aprile 1915 con l'Intesa contro gli imperi centrali, suoi alleati dal 1882. Il governo (Salandra-Sonnino) azzardò l'intervento il 24 maggio nell'illusione che il conflitto sarebbe terminato entro l'autunno stesso. Povera di risorse per il suo sistema industriale e persino per l'alimentazione, con domini coloniali remoti e indifendibili (Tripolitania, Cirenaica, Eritrea, Somalia...), essa era presa alla gola da alleati e avversari, chiusa tra Gibilterra, Malta, Cipro e Suez, tutte “piazze” in mano inglese. Per capirne le scelte bisogna guardare la carta geo-storica dell'epoca. Da quando l'Italia scese in campo al novembre 1918 i suoi nuovi alleati non compirono alcuna azione navale contro la flotta astro-ungarica nell'Adriatico. Decisero di aiutarla solo quando ne temettero il crollo: a le loro divisioni arrivarono quando gli italiani si erano già riorganizzati.

Per comprendere quanto accadde dopo Caporetto bisogna poi osservare una carta del dopoguerra. Con una premessa, però: la vittoria nacque dalla resistenza del “Paese Italia”, dalla sua tenacia, dal ferreo comando di Armando Diaz (niente affatto più “tenero” di Cadorna, come attesta l'amministrazione della giustizia militare nel 1917-1918) e per molti aspetti persino più aggressivo e con determinazione più spietata, dagli Arditi ei corpi speciali degli Alpini e via continuando, inclusa l'aviazione che tra i molti eroi contò Francesco Baracca.

Chi guardi quella carta vede un fatto inoppugnabile. Esattamente dodici mesi dopo Caporetto l'Esercito italiano passò all'offensiva, travolse l'armata nemica e impose l'armistizio all'impero asburgico con la clausola strategica: la facoltà di attraversare in armi l'Austria per aggredire la Germania da sud. Ma i tedeschi avevano tutte le loro forze schierate sul fronte occidentale, contro i franco-anglo-americani. Perciò chiesero l'armistizio a confini inviolati. Il kaiser dovette riparare in Olanda. Il Paese collassò tra ammutinamenti, insurrezioni, rivoluzioni: il caos generò il mito del tradimento e l'ascesa del nazional-socialismo, tenuto per le dande dal feldmaresciallo Hindenburg, massonofago. Quella stessa carta mostra l'altra evidenza: la Grande Guerra vide sparire l'impero russo, dilaniato dalla guerra civile tra comunisti e armate bianche, l'impero turco ottomano, il germanico e quello d'Austria-Ungheria, il cui sovrano, Francesco Giuseppe, mostrò cocciuta incapacità di trattative diplomatiche con l'Italia, caldeggiate da Giolitti. Se le avesse riconosciuto “compensi” in cambio della neutralità, come suggeriva il plenipotenziario di Berlino, principe Bulow, avrebbe salvato l'impero e risparmiato all'Europa la catastrofe della “repubblicanizzazione”, accelerata dal 1917.

Nel dopoguerra unica monarchia “pesante” del continente rimase quella d'Italia, del “re Soldato” che il 25 maggio 1915 trasferì i poteri a suo zio, Tomaso di Savoia, in veste di Luogotenente, per seguire di persona le operazioni belliche e mediare con pazienza e sagacia tra governo, Comando Supremo e Alleati: quarantun mesi durante i quali si susseguirono tre diversi presidenti del consiglio (Salandra, Boselli, Orlando), decine di ministri e un centinaio e più di sottosegretari. Il ministero meno stabile fu proprio quello della Guerra, il più bisognoso di continuità. Dall'avvento di Salandra vi si alternarono Domenico Grandi, Vittorio Zupelli, Paolo Morrone, Gaetano Giardino, Vittorio Alfieri e ancora Zupelli. Il 18 gennaio 1919 fu la volta di Enrico Caviglia. Ma il peggio venne dopo: una mezza dozzina di ministri in un paio d'anni. Il Paese che aveva vinto la guerra perse la pace. La pubblicazione dell' “Inchiesta” su Caporetto nell'agosto 1919 (in vista delle elezioni, a tutto vantaggio di socialisti e clericali) fu la pugnalata dei “politici” nella schiena dell'Esercito. Alimentò la rivolta contro la “vittoria mutilata” e accelerò l'impresa di d'Annunzio a Fiume. La polemica contro i “generali” (anzitutto Cadorna) mirava a stendere un velo pietoso su un dato oggettivo. Nella battaglia detta di Caporetto l'esercito contò 30.000 morti (poco più di quelli avversari) ma circa 300.000 prigionieri. Troppi. Il che spiega quel che fu subito chiaro. Da molti l'avanzata austro-germanica venne intesa arretramento quale fine della guerra: si arresero. Rispetto ai caduti in divisa percentualmente furono più numerose le vittime civili, brutalizzate dal nemico che in troppi casi si condusse in modi bestiali, stuprando e rubando nella certezza di dominio perpetuo: la vittoria avrebbe coperto le tracce delle loro malefatte. Per capire Caporetto occorre andare oltre la trita “lamentela” contro Cadorna, Capello, ecc., e affrontare la storia di quella guerra, di quella Europa. Nel 1914-1918 (né poi...) nessuno fu “innocente”.

Cent'anni dopo la lezione dell'“evento” è duplice. In primo luogo occorre documentare i fatti. L'Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa diretto dal col. Massimo Bettini ha pubblicato l'“Inventario del fondo H-4, Commissione d'Inchiesta - Caporetto” e l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito conserva un'enorme quantità di carte per chi voglia davvero capire e spiegare. In secondo luogo la ormai secolare polemica su quella battaglia (non disastro irreparabile, non catastrofe , non apocalisse...: sennò non ci sarebbe stata Vittorio Veneto) invita ad aprire gli occhi dinnanzi a quanti continuano a brandire le “sconfitte” militari del passato remoto come clava nel confronto politico attuale e drammatizzano esasperatamente la vita quotidiana degli italiani inventando Caporetto climatiche e di altro genere per distrarre l'opinione pubblica dalla loro incapacità di amministrare, di far quadrare piccoli conti in tempo di pace. È lo storico francese Hubert Heyriès (vincitore del Premio Acqui Storia 2017) a ricordarci che nel 1866 l'Italia vinse al tavolo delle trattative una guerra non felice sul campo: gli scacchi militari (a Custoza e a Lissa, non bilanciate dall'avanzata di Garibaldi vittorioso a Bezzecca) furono capovolti dalla diplomazia nel quadro europeo. Anziché di polemiche sterili gli italiani hanno appunto bisogno di storia vera, di restaurare i monumenti ai caduti e i sacrari militari, di tutelare i confini e di ripetere “l'Italia innanzi tutto”: il messaggio che quotidianamente arriva dal Quirinale, oggi come un secolo fa, contro i seminatori di zizzania, spesso unicamente ispirati da capriccio personale.

(da Il Giornale del Piemonte e della Liguria, 22 ottobre 2017)

 

 

Caporetto, la disfatta che riscattò l’Italia

Il 24 ottobre 1917 il nostro esercito subì una sconfitta di enormi proporzioni, tuttora al centro delle polemiche tra gli storici.

Un evento da ricordare per le molte ombre ma anche per le luci che risvegliarono orgoglio nazionale e senso di appartenenza

di Salvatore Sfrecola

 

Alla vigilia di quel tragico 24 ottobre 1917 nessuno aveva previsto un attacco nell’area di Caporetto, la cittadina, oggi in Slovenia (Kobarid), nell’alta valle dell’Isonzo, sulla riva destra del fiume, tra Tolmino e Plezzo, dove si combatté fino al 27 novembre. In quei giorni le truppe italiane dovettero abbandonare migliaia di chilometri quadrati, il Friuli e parte del Veneto. A rischio la stessa Venezia che, infatti, si pensò di abbandonare. Una sconfitta grave, definita anche “rotta”, “disfatta” o “catastrofe”, con uno strascico di polemiche che ancora oggi impegnano molte pagine nei libri di storia.

L’attacco non l’aveva previsto Luigi Cadorna, il Comandante Generale, “molto scettico” sulla ipotesi di partecipazione germanica all’offensiva nemica che si immaginava in preparazione ma che, a suo giudizio, si sarebbe concretizzata solo in primavera, come disse al Colonnello Angelo Gatti, che ne riferisce nel suo prezioso Diario di Guerra: “passiamo così l’inverno”.

Eppure i segnali di una imminente offensiva austro-tedesca c’erano stati, provenienti da varie fonti (non solo dai disertori che potevano apparire inviati ad arte), ignorati dai servizi di informazione. Li avevano percepiti sia il Generale Luigi Capello che Re Vittorio Emanuele e ne avevano informato Cadorna. Fu sottovalutato anche il significato dell’iniziale cannoneggiamento la mattina del 21, tiri isolati ma con obiettivi precisi, come osservò il Re che ritenne fossero destinati a saggiare la nostra capacità di reazione, preludio del bombardamento che sarebbe iniziato alle 2 del 24 ottobre, inizialmente con i gas. Durò cinque ore, “con grandissima intensità”, scrive Gatti. Eppure non ne fu compresa la finalità. “Nulla di importante” commentò il Generale Pietro Badoglio. I suoi cannoni, oltre 400, rimasero silenti. E gli fu sempre rimproverato. Uno dei tanti errori di percezione delle intenzioni degli austro-tedeschi i quali percorsero il fondovalle coperti dalla nebbia. Il fuoco delle batterie nemiche aveva creato una breccia che permise il passaggio degli alpini del Wüttemberg guidati da un giovane tenente destinato ad una prestigiosa carriera militare, Erwin Rommel, futura “Volpe del deserto”.

Lo sbandamento fu generale. Nella confusione s’immaginava fosse necessario arretrate sempre di più, dall’Isonzo al Tagliamento al Piave e forse all’Adige, al Mincio o, se non fosse bastato, al Po. Una soluzione che avrebbe consegnato al nemico Venezia e Milano, un autentico disastro per la coalizione. Dalla pianura padana sarebbe stata minacciata anche la Francia.

Intanto nel Paese montano le polemiche, le accuse di tradimento e disfattismo, soprattutto contro socialisti e cattolici. Gli alleati, che s’incontrarono a Rapallo il 6 novembre in un clima di sfiducia nei confronti dell’Italia, chiedono la testa di Cadorna. Ne riferisce Gatti che dà conto dell’umiliazione subita. Infatti francesi e inglesi “si riunirono fra loro, con esclusione dei nostri. Orlando, Sonnino, Alfieri e Porro attesero così, alla porta come servitori, che gli altri decidessero”. Vittorio Emanuele Orlando era il Presidente del Consiglio, Sidney Sonnino il Ministro degli esteri, Vittorio Alfieri il Ministro della guerra e Carlo Porro il Sottocapo di Stato maggiore. Dovettero limitarsi ad ascoltare le decisioni assunte. E se fu riconosciuto “che la difesa dell’Italia era anche interesse alleato”, con apporto di 4 divisioni francesi e di 4 inglesi (che poi diventeranno 6 e 5), il primo ministro inglese Lloyd George impose come condizione “assoluta” la creazione di un Consiglio interalleato composto dai 3 presidenti dei consigli dei ministri.

In questa condizione di aperta sfiducia degli alleati per il nostro Esercito il Re, “l’unico a non perdere la testa”, come ha sottolineato RAI Storia, mai tenera nei suoi confronti, volle si resistesse sul Piave. A Peschiera sul Garda, l’8 novembre, dove aveva invitato i ministri ed i generali che si erano incontrati a Rapallo, presenti Paul Painlevé, Primo Ministro di Francia, i Generali Ferdinand Foch e Henry Hugue Wilson e Lloyd George (che ce ne ha lasciato la cronaca), il Re, parlando in inglese e francese, si guadagnò “il rispetto di tutti per la chiarezza e franchezza con cui fece il punto della situazione, realisticamente”. Lloyd George “ne rimase impressionato” (M. Silvestri, Caporetto, - Una battaglia e un enigma). Il suo ruolo fu determinante nel richiamare l’impegno di ciascuno, senza retorica, tanto che cancellò dal proclama, che Orlando gli aveva preparato, l’incipit enfatico che non era nel suo stile (“Una immensa sciagura ha straziato il mio cuore di italiano e di Re”). Invece esordì: “Italiani, siate un esercito solo!”

Da allora “Caporetto”, nel linguaggio comune, evoca un fatto negativo gravissimo, una sconfitta senza rimedi, la “disfatta per antonomasia”, scrive Stefano Lucchini in un libro, “A Caporetto abbiamo vinto?”, che ricostruisce, “attraverso la viva voce di protagonisti e testimoni, la drammatica successione dei fatti e il loro impatto sull’opinione pubblica”. Eppure, dopo le polemiche di quei giorni e all’indomani della vittoria, si volle in qualche modo archiviare la sconfitta, rimuoverla dalla narrazione dell’“Italia di Vittorio Veneto”. Ne è prova l’attribuzione del grado di “Maresciallo d’Italia” contemporaneamente al generale sconfitto, Luigi Cadorna, ed al vincitore, Armando Diaz.

E se è vero che “a Caporetto non abbiamo vinto” è altrettanto vero che quella battaglia ha segnato una svolta fondamentale, che ha posto le basi della ripresa delle operazioni militari e della vittoria. Immediato fu il risveglio delle migliori energie, della politica, delle Forze Armate e dell’intero popolo italiano. Fu “uno scatto di orgoglio nazionale” (P. Milza, Storia d’Italia). Cambiarono molte cose. Tutto quello che doveva cambiare da tempo. Dai rapporti tra il Governo ed i vertici dell’Esercito che, con il nuovo Comandante generale, Armando Diaz, divenne più moderno nell’organizzazione e credibile nelle modalità d’impiego, anche agli occhi dei governi e degli Stati Maggiori alleati.

Le cause della disfatta, come denuncia la conta dei caduti e dei prigionieri, la vastità delle terre perdute e il numero dei profughi, furono essenzialmente militari, come fu evidente di lì a breve anche dalle prime risultanze della Commissione d’inchiesta. Cause individuate nella inadeguatezza della cultura di guerra dei comandi, ancorati a concezioni superate, come l’attacco all’arma bianca. L’aveva codificato il Comandante generale Cadorna: attacco frontale ed intervento aggirante della cavalleria, nonostante fosse ormai acquisito il ruolo residuale di questa Arma dopo che l’invenzione della mitragliatrice aveva reso improponibili le cariche di lancieri e dragoni che con tanto onore avevano combattuto nelle guerre dell’800. Non che i comandanti degli altri eserciti fossero più “moderni”. Esclusi i tedeschi, che avevano maturato la consapevolezza delle nuove tecniche di guerra, i francesi avevano subito perdite molto superiori alle nostre in assurdi, inutili assalti a posizioni fortificate, come quelli al famoso “formicaio” nel film “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, magistralmente interpretato da Kirk Douglas, un valoroso colonnello alle prese con un generale idiota.

Giocarono un ruolo essenziale negli eventi tragici di Caporetto non solamente la mancata previsione dell’attacco e di misure adeguate in caso di ritirata, l’accertata confusione nella catena di comando, la disorganizzazione di molti settori dell’esercito, la sottovalutazione del previsto dispiegamento di divisioni tedesche tratte dal fronte russo. Le comandava un valoroso generale prussiano Otto von Below, reduce da molte vittorie e con provata capacità strategica. Con un piano di guerra originale che rompe con la dottrina e le consuetudini dello sfondamento in orizzontale e che farà meraviglie anche l’anno dopo contro gli anglo-francesi, sul fronte di Arras-LaFère, nelle Fiandre. Con lui generali di prim’ordine, con carriere brillanti, come Albert von Berrer, Herman von Stein e Konrad Krafft von Dellmesingen, che di quegli eventi ci ha lasciato una descrizione particolarmente accreditata tra gli storici.

Il resto è noto. Si contarono 35.000 tra morti e feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 sbandati; la perdita di un’ingente quantità di armi, cannoni, mortai e mitragliatrici, depositi di munizioni, automezzi e strutture dell’apparato logistico. Senza contare il dramma delle popolazioni civili, un milione circa di profughi, l’abbandono della case, delle aziende, degli animali. Solamente la III Armata comandata da Emanuele Filiberto Duca d’Aosta si sganciò con ordine dal nemico. Fu così pronta alla controffensiva di primavera tanto da meritare, nel bollettino della Vittoria, il 4 novembre 1918, l’aggettivo di “invitta”.

(da La Verità del 20 ottobre 2017, pagina 19)

 

Riprendiamoci il Mare Nostrum

di Aldo A. Mola

 

Ottone II di Sassonia, “Imperator Romanorum”, spese la vita per liberare l'Italia dagli islamici. Li cacciò da Taranto, ma fu sconfitto a Capo Cotrone (982). Salvò la vita a stento. Quasi non ne parla James Bryce nel poderoso volume “Il Sacro Romano Impero” (un “classico” cresciuto lungo mezzo secolo di studi, tra il 1860 e il 1904), curato da Paolo Mazzeranghi per D'Ettoris Editori. Eppure tanta parte della storia d'Europa è lì: nella lotta millenaria tra Carlomagno e Maometto, come scrisse Henri Pirenne.

Ora, nell'Europa dei trenta denari, Filippo VI di Borbone, Re di Spagna, mostra il ruolo della monarchia costituzionale: il richiamo, pacato e fermo, all'unità nazionale. Come gli altri grandi Paesi europei, la Spagna ha una storia complessa. In gran parte soggiogata dagli islamici dal 711 d.Cr., eliminò l'Emiro di Granada solo nel 1492, l'anno dell'approdo di Cristoforo Colombo in “America”. La “riconquista” cristiana richiese otto secoli. Invece di liberarsi dall'invasore a ovest, la chiesa di Roma, dopo secoli di scandalosa depravazione, promosse spedizioni in Terrasanta, dirottò la Quarta crociata contro l'impero di Bisanzio anziché volgerla alla liberazione dei Luoghi Santi e concorse alla creazione di potentati precari in terre lontane.

Finalmente libera dai “mori”, la Spagna creò l'impero coloniale più ampio e durevole della storia universale, dai Caraibi alle Filippine, dal Messico alla Terra del Fuoco. Durò tre secoli. Quello inglese, tanto decantato, è vissuto meno di cento anni. Da inizio Cinquecento Carlo I d'Asburgo, sacro romano imperatore e re di Spagna, aggiunse alle Fiandre e alla “Germania” l'egemonia sull'Italia, da Milano alla Sicilia. I suoi eredi, Filippo V di Borbone e via continuando, ebbero le alterne fortune delle monarchie in un'Europa che contava due soli Stati “nazionali”, la Francia e la Spagna, caratterizzati da una lingua e da una confessione religiosa prevalente, la cattolica. Neppure questi due paesi erano veramente compatti. Lo si vide in Francia nel 1792-93 quando la Vandea insorse contro la repubblica di Robespierre. Quella guerra fratricida franco-francese superò in orrori ogni altra guerra civile. Il resto dell'Europa era fatto di conglomerati sotto giogo imperiale (gli Asburgo di Vienna, il Sultano di Istanbul, che dominava l'intera penisola balcanica, Bulgaria e Romania con metodi brutali) o di staterelli caleidoscopici, come in “Germania” e in Italia.

Nella Spagna odierna la monarchia costituzionale garantisce il massimo di unità possibile tra regioni diverse come Andalusia e Asturie, Aragona e Galizia, Bilbao e Valencia..., esattamente come fa la corona britannica in Gran Bretagna, divisa non solo tra inglesi, scozzesi e irlandesi, ma tra le varie “genti” dell'Inghilterra. Lo stesso vale per il piccolo Belgio, inventato nel 1830 come “Stato cuscinetto” comprensivo di litigiosi valloni e fiamminghi.

Filippo VI di Borbone svolge in Spagna il ruolo di Macron in Francia, successore di Napoleone I e di Luigi XIV (perciò ha ricevuto Trump a Versailles e a les Invalides) e di Elisabetta II a Londra. Il depositario costituzionale della sovranità non ha neppure bisogno di “parlare”: “parlano” per lui il paesaggio, i monumenti, la vita quotidiana dei cittadini, la miriade di simboli che esprimono il senso di appartenenza a una Comunità, che va oltre ogni particolarismo.

In Spagna la friabile minoranza di una regione periferica e in sé niente affatto compatta, qual è la “Catalogna”, da decenni esaspera il provincialismo, chiede rumorosamente il ritorno a un passato remoto che potrebbe parere fiabesco (o farsesco) se non prospettasse risvolti antistorici e tragici. Unico antidoto alla deflagrazione dei regionalismi estremistici in quel grande e composito Paese è appunto la monarchia costituzionale, richiamo perenne all'unità nella complessità. Lo aveva compreso bene in Italia il mazziniano e garibaldino Giosue Carducci quando dichiarò che l'Italia aveva bisogno vitale di una Forma unitaria, proprio perché arrivava da secoli di frantumazione, tra dominazioni straniere, microstati e repubbliche declinanti, da Genova a Lucca e alla stessa assopita Venezia.

Come ha scritto Domenico Fisichella (Premio Acqui Storia alla carriera: gli viene consegnato il prossimo 21 ottobre all'“Ariston” della Città termale) la nascita dell'Italia unita ha davvero i requisiti di un “miracolo”. Nel 1859-1860 Vittorio Emanuele II di Savoia, perciò ricordato “Padre della Patria” al Pantheon, riuscì a fondere insieme i principi della legittimità, della nazionalità e dell'equilibrio internazionale dello Stato che dette forma alla “itala gente da le molte vite”.

L'eredità della monarchia costituzionale, che arriva dallo Statuto di Carlo Alberto, re di Sardegna (4 marzo 1848), non è affatto terminata con il cambio della forma costituzionale. Essa vive nella Costituzione della repubblica. Il Presidente è “Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale (…) Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge (…) Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali (…) Ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di difesa (…) dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere, presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere la grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze...” (art. 87), “non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”. La Carta in vigore dal 1° gennaio 1948 ha tradotto in repubblicano lo Statuto albertino, come ripetuto da Tito Lucrezio Rizzo in “Parla il Capo dello Stato” (Gangemi). Il Presidente è il Principe costituzionale, custode e vindice della coscienza del Paese. Questa, va detto sin che siamo in tempo, si staglia al di sopra di chi vorrebbe appiccare fuochi di divisione, come è avvenuto con la stolida invezione della “Giornata della memoria per le vittime meridionali del'Unità d'Italia”, deliberata dal Consiglio regionale della Puglia e stigmatizzata dall'Associazione mazziniana italiana, presieduta da Mario Di Napoli, con parole condivisibili da qualunque cittadino fedele ai destini del Paese, inclusi i fautori della monarchia costituzionale.

A quanti (non facciamo nomi di agitatori in caccia di popolarità, né di chi se ne fa megafono) innalzano nel Mezzogiorno lo stinto vessillo dell'anti-unitarismo va ricordato che Napoli e Palermo furono regni distinti e ripetutamente contrapposti in lotte sanguinose anche quando divennero “Due Sicilie” (per umiliazione di Napoli), mentre le Calabrie e le Puglie (al plurale come le Marche) erano realtà al loro interno profondamente diverse. Prima dell'unificazione nazionale non esistevano strade costiere da Reggio di Calabria a Salerno, né litoranee in Basilicata e sulla costa ionico-adriatica, né carrozzabili interne né, meno ancora, ferrovie. I popoli delle terre già appartenute a Ferdinando di Borbone (IV di Napoli, I delle Due Sicilie) e a suo nipote Ferdinando II cominciarono a conoscersi e ad avere una visione organica dei loro problemi (a cominciare dalla politica estera e dalla difesa) solo dopo l'unificazione nazionale. Perciò tra i fautori del regno d'Italia furono in prima linea meridionali come l'irpino Francesco De Sanctis, docente alla Nunziatella di Napoli, autore dell'appassionato “Discorso ai giovani (ripubblicato da Giuseppe Catenacci) e della vivida storia della letteratura italiana, il lucano Giustino Fortunato, Silvio e Beltrando Spaventa, Pasquale Stanislao Mancini e una moltitudine di patrioti che i Borbone suppliziarono, incarcerarono, costrinsero all'esilio. Quei “meridionali” furono anche profeti dell'Italia europea e dell'Europa delle nazioni. Basti, fra i molti, il nome di Gaetano Martino, il ministro degli Esteri che fu artefice precipuo del Trattato di Roma dal quale nel 1957 nacque il Mercato Comune Europeo, non abbastanza ricordato in questo smemorato 2017. Fu il siciliano Francesco Crispi a pronunciare nel 1864 alla Camera le parole famose, “la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”: un motto che l'Italia liberale ed europeista odierna (memore di averne usato la Costituzione di Cadice del 1812) può prestare alla Spagna di Filippo VI di Borbone, anche per ribadire il profondo legame tra i due Paesi, impegnati in prima linea nella difesa del Mare Nostrum, consapevoli di quanto poi sia lunga e dolorosa la “reconquista”. Lo sa bene proprio il Mezzogiorno d' Italia, ove si logorò sino a morirne il sacro romano imperatore Ottone II di Sassonia, marito della bizantina Teofano, in lotta contro gli invasori islamici. Sognava un Mediterraneo cristiano, la “Renovatio Imperii Romanorum”, proclamata da suo figlio, Ottone III. Un millennio fa. E ora? La frantumazione degli Stati per capricci localistici accelererebbe la disfatta dell'Europa dei trenta denari. L'euro non basta a fare storia. La fecero i sacri romani imperatori, dai Sassoni a Federico II Staufen, che dal Mezzogiorno d'Italia scrutarono con occhi azzurri l'orizzonte della civiltà greco-romana e lo rivendicarono italo-europeo. I monarchi costituzionali e i presidenti di repubblica fondati sul consenso dei cittadini ne sono i continuatori.

(da Il Giornale del Piemonte e della Liguria, 15 ottobre 2017)

 

 

 

 

 

Tra menzogne e frustrazioni la contestazione dell’unità d’Italia. Con invito a Pino Aprile ad una più accurata lettura delle fonti

di Salvatore Sfrecola

 

“I fatti distinti dalle opinioni” è una regola del giornalismo, che s’insegna al praticante quale elemento cardine della deontologia professionale. È anche la regola degli storici, i quali non solo devono tenere distinti i fatti dalle interpretazioni che ne danno, che non possono prescindere dal contesto nel quale si sono svolti. Sarebbe sbagliato, per fare un esempio, criticare la società romana perché ammetteva la schiavitù, soprattutto di soggetti prelevati da eserciti vinti in battaglia o da popolazioni soggiogate. Sarebbe sbagliato perché quella società, come le altre contemporanee, non conosceva il valore della persona umana, esaltata solamente dal Cristianesimo, e, pertanto, riteneva normale considerare gli schiavi come soggetti alla proprietà di chi l’avesse acquisita con la forza o con il denaro.

Sono riflessioni che vengono in mente nel leggere la polemica che monta dappertutto in Italia, al Nord come al Sud, sia pure in forme diverse. Al Nord i veneti rivendicano la loro “lingua” e contestano i plebisciti che hanno annesso al Regno d’Italia quelle terre un tempo soggette ad una dominazione straniera, l’Impero austro-ungarico. È tanto forte e antico questo sentimento che, in occasione della guerra del 1866, quella che avrebbe portato il Veneto nel Regno i contadini veneti si facevano pagare dai soldati italiani l’acqua. Avete capito bene, non il vino, che pure avrebbero dovuto offrire a chi rischiava la pelle per liberarli da giogo straniero, sia pure in una realtà di buon governo com’era l’imperial Regio Governo, come si diceva allora. Non basta la buona gestione della cosa pubblica se uno ha il senso dell’appartenenza, la consapevolezza dell’identità che non può essere limitata al borgo, alla provincia allargata ma più ampia, considerata la tradizione unitaria dell’Italia che risaliva all’impero romano.

Tuttavia deve essere forte questo attaccamento al buon governo se il Presidente della Regione Veneto, come i colleghi di tutta Italia autodefinitosi “Governatore” (l’eterno nostro provincialismo!) dice che, con il referendum sull’autonomia che si terrà il 22 ottobre, non darà più un soldo a Roma per trasferirlo alla Sicilia, regione, come è noto a statuto speciale, anzi specialissimo come spesso si dice, anteriore alla Costituzione della Repubblica.

Non c’è dubbio, dunque che ci sia del malessere, al Nord come al Sud, se la Sicilia con l’ampia autonomia della quale gode deve essere assistita con denaro proveniente dalle tasche dei veneti e non solo, pur passando per Roma, ed è, nonostante incameri le entrate statali, in condizioni drammatiche, quanto ai conti della Regione ed alle condizioni di vita della popolazione, se non altro dal punto di vista delle infrastrutture viarie, ferroviarie, acquedottistiche e via discorrendo. Cioè delle strutture pubbliche che segnano il grado di benessere di una comunità. Ed anche di civiltà, perché l’acqua non è un lusso ma la condizione della vita, le strade e le ferrovie condizionano lo sviluppo economico della regione.

Come la Sicilia non stanno molto meglio le altre regioni meridionali. E Se Cristo si è fermato ad Eboli, l’alta velocità si è fermata a Salerno, appena sotto Napoli che del Regno delle Due Sicilie era la capitale. La Salerno Reggio Calabria è in corso di realizzazione da decenni. Matera, capitale europea della cultura per il 2019, dispone da anni di una stazione senza binari. Ed è certo che quando si decidessero a stenderli la stazione sarà certamente da ristrutturare e molto probabilmente da adeguare a normative di sicurezza di derivazione europea che saranno intervenute nel frattempo.

Viaggiando per le meravigliose regioni del Sud, dalla Puglia alla Basilicata alla Calabria grande è la rabbia di chi ama l’Italia e, pertanto, ogni angolo di questo stupendo Paese, nel vedere opere pubbliche incompiute o non adeguate, oltre alla già segnalata carenza delle infrastrutture viarie e ferroviarie. Da Roma a Bari la Freccia Bianca impiega più di quanto occorre per andare da Roma a Torino. Per tacere delle linee ad un solo binario sulle quali sappiamo dalla cronaca che può accadere, com’è accaduto, che siano stati in molti a lasciarci la pelle nello scontro frontale tra due treni. Nel 2017 è inconcepibile.

Inadeguata, assolutamente inadeguata quasi dappertutto è l’accoglienza alberghiera e la valorizzazione del patrimonio storico artistico e archeologico, qualcosa di stupendo tra l’altro inserito in contesti ambientali di rara bellezza. Il Bel Paese del resto lo è dalle Alpi al Lilibeo e in questo un apporto essenziale viene dalle regioni centro meridionali alle quali Dio ha assicurato condizioni ambientali straordinarie. Lo diceva già all’inizio del 1800, esattamente nel 1846, Camillo Benso Conte di Cavour che vorrei leggesse Pino Aprile, il giornalista inventatosi storico, il quale insiste, come altri, che poco hanno letto e molto scrivono e dicono. Nell’ultimo fascicolo (settembre – ottobre) di Storia in rete, www.storiainrete.com a pagina 36 dove scrive che Cavour “parlava solo di annessioni” evidentemente estrapolando qua e là, ma rigorosamente senza citare dove e quando lo ha letto.

Per cui è agevole rispondere sul punto con documenti di data certa di cui ho scritto su www.logos-rivista.it del mese corrente. Il titolo “Quando Cavour immaginava di proiettare l’Italia in Europa e nel mondo, attraverso strade, ferrovie e linee di navigazione” in una visione unitaria dell’Italia ancora suddivisa in staterelli alcuni dei quali retti da dinastie straniere a ricordare che nei secoli eravamo stati “calpesti derisi perché non siam popolo perché siam divisi”. Dinastie straniere messe sul trono da eserciti francesi, spagnoli, austriaci per garantire il permanere del controllo di territori strategici. Dinastie spesso subentrate a incapaci signorotti locali che, per fare dispetto al vicino, chiamavano in aiuto re e regine che governavano oltralpe. Dinastie spesso distintesi con straordinaria ferocia nei confronti dei moti liberali che tra fine ‘700 e primi anni dell’800 hanno rivendicato costituzioni e libertà di pensiero e di stampa. E qui Aprile dovrebbe sapere che i Borbone si sono distinti nella repressione dei liberali impiccando e fucilando. E dovrebbe anche sapere che quel regime che non fu azzardato definire “la negazione di Dio eretta a sistema di governo” (Gladstone) conosceva abbondantemente il brigantaggio assolutamente endemico tanto che alcune aree erano da evitare accuratamente se non si voleva incappare nel taglieggiamento delle bande. Ricordo che il nonno di un magistrato amico, Giudice di Cassazione nel Regno, vivendo a Bari raggiungeva la capitale col vapore circunnavigando lo stivale.

            Ma torniamo a Cavour ed alle questioni italiane che Aprile evidentemente non ha approfondito o che non ritiene di dover approfondire, altrimenti dovrebbe cambiare opinione.

            Negli anni giovanili il Conte aveva molto viaggiato e apprezzato, soprattutto in Inghilterra, l’introduzione delle macchine nelle industrie e nelle attività manifatturiere. Inoltre aveva percepito l’apporto che avrebbero dato le ferrovie nello sviluppo dei commerci attraverso il trasporto delle merci e delle persone. Rimase colpito dalla velocità (per l’epoca) del treno tra Liverpool e Manchester: cinquanta chilometri percorsi in un’ora e mezza. Con entusiasmo. È qui che nasce il Cavour “ferroviere”, come ha scritto Adriano Viarengo nel suo bel saggio del 2010 sullo statista piemontese.

Porterà quelle esperienze in Piemonte da ministro e Presidente del Consiglio attraverso la riforma dell’amministrazione, convinto della necessità che essa debba rendere servizi efficienti ai cittadini ed agli imprenditori volonterosi ed audaci. S’impegnerà nel potenziamento delle infrastrutture del trasporto, compresi i famosi canali che da lui prendono il nome, e delle ferrovie. Queste, si potrebbe così riassumere il pensiero di Cavour, unificheranno l'Italia e la renderanno prospera. Anche perché, disponendo di importanti porti, con una rete ferroviaria completa l’Italia avrebbe goduto di “un considerevole commercio di transito”.

L’Italia, dunque. “Non era allora frequente un discorso unitario italiano neppure a proposito dell’economia della penisola”, scrive Giuseppe Galasso in apertura del volume “Autobiografia, lettere, diari e scritti di Cavour”. Una prefazione che significativamente intitola “Il pensiero italiano di Cavour”, a smentire quanti ritengono che il Conte avesse una visione Piemontecentrica: “L’Italia considerata come un solo paese”, ne scrisse a proposito Dell’influenza che la nuova politica commerciale inglese deve esercitare sul mondo economico e sull’Italia in particolare, nell’“Antologia Italiana” del 31 marzo 1847.

1847, una data, un periodo storico da tenere a mente. Cavour opera in Piemonte ma ha una visione complessiva dell’Italia, della sua storia, delle sue potenzialità. In lui il Risorgimento non sarà solamente la fortunata testata di un giornale che avrà grande influenza in quegli anni nel dibattito sulla libertà politica ed economica. È effettivamente l’idea di una sorta di “nuovo Rinascimento”, nella prospettiva di un recupero del genio e della fantasia degli italiani, che “un tempo erano stati all’avanguardia della civiltà europea”, come Denis Mack Smith sintetizza il pensiero del Conte nella nota biografia che gli ha dedicato, una volta affrancati dal giogo delle potenze straniere che nel corso dei secoli hanno asservito ai loro interessi importanti aree del Paese attraverso dinastie chiuse nel loro particulare, assolutamente prive di una visione unitaria dell’Italia.

1847! Ma già un anno prima, il 1° maggio 1846, sulla parigina Revue Nouvelle Cavour aveva scritto, in francese, un articolo che appare di una straordinaria attualità ad oltre centosettant’anni di distanza e dimostra lo straordinario intuito dell’uomo, la sua capacità di acquisire ed elaborare quanto vedeva realizzato altrove, specialmente per effetto del progresso tecnologico. “Le ferrovie in Italia”, un commento all’opera di Ilarione Petitti di Roreto, pubblicata un anno prima, che Cavour sviluppa sul piano economico e politico-economico nella prospettiva del movimento nazionale italiano. Ed è sintomatico che uno storico come Galasso, napoletano, conoscitore della storia del meridione, introduca la presentazione del pensiero di Cavour, in un volume di oltre 700 pagine ricco di scritti che spaziano dall’economia alla storia alla politica, con un richiamo proprio all’articolo sulle ferrovie e sul loro ruolo nello sviluppo e nell’unificazione, in un’ottica totalizzante nella quale ogni problema affrontato è costantemente aggettivato come “nostro”, cioè italiano.

Cavour aveva 36 anni, essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, e da tempo aveva iniziato ad impegnarsi in politica, sia pure, all’epoca, ancora senza incarichi di governo, quelli nei quali emergerà il suo straordinario intuito riformatore delle istituzioni e dell’economia del Piemonte. Un uomo geniale, uno statista europeo, ben presto ammirato anche da chi gli era ostile. Come Clemente Lotario di Metternich, il potentissimo Cancelliere austriaco, che dirà: “In Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il conte di Cavour”.

E nazionale ed europea è la visione che Cavour ha delle ferrovie “destinate a rendere grandi servigi all’Italia. In effetti, se sono vantaggiose per i paesi manifatturieri, non sono meno utili a quelli in cui fiorisce una ricca agricoltura”. E spiega: “le derrate prodotte dall’agricoltura e le materie che impiega per mantenere le sue forze produttive, come i concimi e gli ammendamenti inorganici, sono altrettanto ingombranti che le materie prime e i prodotti dell’industria manifatturiera. Per i trasporti agricoli i canali sarebbero da preferire alle ferrovie; ma laddove non esistono canali, soprattutto nei luoghi in cui la loro realizzazione presenta enormi difficoltà, sia a causa di circostanze naturali, sia ancora perché è conveniente utilizzare l’acqua di cui si può disporre per l’irrigazione delle terre e per la formazione dei canali, si può affermare che le ferrovie daranno all’agricoltura vantaggi di cui è difficile esagerare l’importanza”.

Chiarissima la visione di Cavour anche sotto il profilo dell’assetto idraulico e della sua connessione con l’agricoltura, che oggi purtroppo abbiamo dimenticato. Con gli acquedotti che perdono quasi il 50% della loro portata e con la riduzione degli invasi, che un tempo alimentavano le condotte forzate per le turbine delle aziende di produzione di energia elettrica, un paese ricco di acque come l’Italia, con qualche grado in più di calore d’estate si è trovato a boccheggiare, con perdite notevoli, com’è accaduto questo agosto, proprio nel settore agricolo. Per non dire dell’immagine negativa che si è letta sui giornali di tutto il mondo: “a Roma razionata l’acqua”, con i turisti incerti se visitarla.

L’acqua è bene prezioso, per i romani l’aqua profluens era ricompresa tra le res communes omnium, raccoglierla e distribuirla alle persone e alle imprese è espressione di civiltà. E chi la spreca merita una sanzione. Sempre ovunque durissima. Nel Celeste Impero, la decapitazione!

Ma torniamo alle ferrovie. Che ovviamente giovano moltissimo al sistema industriale che si va sviluppando in quegli anni. Infatti “l’istituzione di un sistema completo di ferrovie, facilitando le comunicazioni, diminuendo i costi di trasporto e soprattutto sollecitando l’attività e l’energia degli animi intraprendenti, di cui il paese abbonda, contribuirà potentemente al rapido sviluppo dell’industria in Italia”.

Ancora fiducia negli italiani, in una visione moderna proiettata al di là dei confini per una Italia che non dovrà mai più essere considerata soltanto un’“espressione geografica”. Ricordiamo, Cavour scrive nel 1846. Ed ecco che le ferrovie “rendendo pronte, economiche e sicure le vie di comunicazione interna, facendo sparire in qualche modo la barriera delle Alpi che la separano dal resto d’Europa e che sono così difficili da valicare per una parte dell’anno, nessun dubbio che l’afflusso di stranieri che vengono ogni anno per visitare l’Italia aumenterà in maniera prodigiosa. Quando il viaggio da Torino, Milano, Firenze, Roma e Napoli richiederà meno tempo e minor fatica di un giro in un lago svizzero, è difficile calcolare il numero di persone che verranno a cercare in queste contrade, piene di attrattive, un’aria più salubre e più pura per la loro salute malferma, ricordi per la loro intelligenza o anche solo semplici distrazioni dalla noia che sviluppano le brume del Nord. I profitti che l’Italia trae dal proprio sole, dal suo cielo privo di nubi, dalle sue ricchezze artistiche, dai ricordi che il passato le ha lasciato, cresceranno certamente in una proporzione considerevole”. È evidente che pensa anche, se non soprattutto, al centro Sud, dove il sole abbonda in tutti i mesi dell’anno.

Studiava, si potrebbe dire, da ministro dell’economia. Ed anche del turismo.

Nella visione di Cavour un’attenzione particolare è riservata ai nostri porti, da Genova a Trieste, da Napoli ad Ancona, collegati da ferrovie che potranno attraversare le Alpi: “i porti italiani saranno in grado di condividere con quelli dell’Oceano e del mare del Nord, l’approvvigionamento dell’Europa centrale in derrate esotiche”.

Cavour guarda anche a sud per cui, “se le linee napoletane si estenderanno sino al fondo del regno, l’Italia sarà chiamata a nuovi alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa, la trasformerà incontestabilmente, quando il vapore la attraverserà in tutta la sua lunghezza, il cammino più breve e più comodo dall’Oriente all’Occidente”.

Capito Pino Aprile?

Com’è, dunque, che l’Italia meridionale, nonostante queste potenzialità, dall’ambiente stupendo, al mare, che spesso troviamo a poca distanza dalle montagne, come in Calabria, non decolla? Siamo sicuri che è “colpa” dei piemontesi allora e di Roma oggi? Che i tanti ministri meridionali, da Francesco Crispi e Gaetano Martino, a Ciriaco De Mita siano stati tutti venduti al Nord? E siccome i meridionali sono mediamente più vivaci e fantasiosi dei connazionali da Firenze in su tanto che ovunque vadano, in Italia e nel mondo, si distinguono per capacità di lavoro e inventiva, non sarà che al Sud la classe politica è selezionata sulla base di condizionamenti mafiosi, tanto per semplificare, e che gli interessi criminali non si riesce a tenerli fuori della gestione delle risorse pubbliche, quelle che dovrebbero assicurare strade, ferrovie, acquedotti, fognature? Se nella costruzione della strada dei due mari, che collega il Tirreno allo Ionio, in Calabria si dovette ricorrere al coprifuoco notturno ad evitare che le attrezzature delle imprese che lavoravano fossero fatte saltare con la dinamite perché non volevano pagare il pizzo è sempre colpa dei piemontesi e di Roma?

Non intendo dire che errori non ne siano stati fatti all’indomani della costituzione del Regno d’Italia e che la repressione del brigantaggio, endemico in quelle regioni, come la storia ci dice, assume una connotazione nuova in quanto arruola disertori, contadini che rivendicavano le terre che lavoravano, soggetti pagati dai Borbone in esilio a Roma, sia stata condotta con metodi militari anziché di polizia. Anche se va detto che i Borbone avevano provocato quella ribellione contro i poteri dello Stato nel vano tentativo di riprendere un trono del quale erano stati privati non dai piemontesi ma dalle popolazioni e dalla storia. Era il metodo dell’epoca. Ed è chiaro che un esercito di popolo schiera inevitabilmente anche qualche delinquente che può commettere dei reati che noi uomini delle istituzioni riteniamo inconcepibili per un servitore dello Stato. Del resto a Milano Bava Beccaris sparò col cannone sulla folla dei dimostranti per una protesta economica. Oggi ci fa ribrezzo. All’epoca si faceva così. Come Napoleone che a Tolone sparò sulla folla riempiendo le bocche dei cannoni con ogni genere di ferraglia per fare più male a più persone. Fu lodato, divenne Primo Console e poi Imperatore dei francesi.

La storia è cosa seria, come ha insegnato Erodoto. L’appello di Aprile a pagina 41 del suo articolo su Storia in Rete è espressione di quel diffuso cerchiobottismo tipico di chi è consapevole di essersi spinto oltre e comincia subire l’effetto di chi gli ricorda, di giorno in giorno, il governo crudele e ingiusto dei Borbone che aveva una parvenza di dignità solo a Napoli e che a Palermo era odiato dal popolo come dalla nobiltà e dal clero, come dimostra il fatto che i poco più di Mille di Garibaldi sono diventati presto migliaia, anzi decine di migliaia. Ed ecco l’appello aprilante: “ripuliamo le nostre città dall’orgia sabauda che le snatura e recuperiamo le nostre tracce cancellate, ma lasciandone anche di quelle altre, sbagliate solo perché esagerate”.

Anche nelle pagine precedenti ce l’aveva con i Savoia i quali, per non dire altro, si recavano negli ospedali a visitare i degenti, mentre i Borbone fuggivano da Napoli ad ogni rigurgito di colera, l’infezione endemica che anche oggi ricompare di tanto in tanto. Come fuggivano dalla Capitale quando il popolo non ne poteva più e li cacciava. Tornavano di lì a poco regolarmente protetti dalle baionette di qualche potenza straniera della quale erano vassalli. E procedevano ad impiccagioni e fucilazioni.

I Savoia hanno regnato e non governato. Perché prendersela con loro e non con i Presidenti del Consiglio ed i Ministri che dal 1861 hanno governato l’Italia, molti nati e vissuti nel Meridione. Incapaci o disonesti? Attendiamo da Aprile una riflessione onesta sul punto. O non è forse che nell’acredine con la quale mette di fatto in discussione l’unità d’Italia richiamando uno straordinario passato economico che non c’è stato, come ha ricordato ancora di recente un grande storico meridionale Giuseppe Galasso, anziché puntare sul potenziale meraviglioso presente che potrebbe dare ricchezza alle popolazioni meridionali attraverso lo sviluppo dell’agricoltura, della industria di trasformazione dei prodotti che la terra assicura e del turismo, da rendere fruibile attraverso strutture alberghiere adeguate, strade, ferrovie e la valorizzazione di musei ed aree archeologiche da visitare attraverso percorsi virtuosi studiati da tour operator.

Lasciamo stare quel che divide per ritrovare in quel che ci unisce il futuro di questo meraviglioso Paese. E soprattutto evitiamo, attraverso il richiamo di un passato nella migliore delle ipotesi mediocre, quella che non è altro che una frustrazione del presente, di fare il gioco della concorrenza. Consapevoli che il disagio del turista, turlupinato per un servizio inferiore al valore di quanto pagato e per ogni altro incidente di percorso, anche sotto il profilo della sicurezza, viene enfatizzato dai nostri concorrenti, dalle televisioni e dai giornali di tutto il mondo. Una cosa che nella società dell’immagine continuiamo troppo spesso a trascurare.

14 ottobre 2017

 

 

È l’uomo della profezia di San Pio da Pietrelcina?

I cinquant’anni di Aimone di Savoia duca d’Aosta,

un manager pretendente al trono d’Italia

di Salvatore Sfrecola

 

La maggior parte dei monarchici italiani, soprattutto dei ragazzi del Fronte Monarchico Giovanile (F.M.G.), che fa capo all’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), lo vorrebbe Re d’Italia. E in effetti nei confronti di Aimone di Savoia, figlio di Amedeo e di Claudia d’Orleans, che oggi compie 50 anni, essendo nato a Firenze il 13 ottobre 1967, milita una profezia non di poco conto. L’avrebbe fatta San Pio da Pietrelcina molti anni fa a Maria Josè, allora Principessa di Piemonte. Era andata a trovarlo a San Giovanni Rotondo nell’atmosfera ricca di tensioni alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il frate santo aveva preannunciato la caduta della Monarchia. Ma aveva anche previsto che un Re all’Italia l’avrebbe dato, negli anni a venire, un principe di un altro ramo di Casa Savoia.

E così è stato facile per i monarchici dell’U.M.I., l’Associazione presieduta da un giovane e brillante avvocato napoletano, Alessandro Sacchi, identificare in Aimone di Savoia Aosta l’uomo della profezia dell’umile cappuccino che infiamma i cuori e le menti di milioni di cattolici in Italia e nel mondo.

La famiglia Aosta, i Duchi di Aosta come comunemente vengono identificati, è, infatti, un ramo della Casa di Savoia che discende da Amedeo di Savoia terzogenito di Vittorio Emanuele II, il primo Re d’Italia. Amedeo sarà Re di Spagna nel 1871, abdicherà nel 1873 e riprenderà il titolo ducale. Gli Aosta si sono distinti nel tempo attraverso il multiforme impegno di straordinarie personalità, da Emanuele Filiberto Comandante della III^ Armata, qualificata “invitta” nel Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918, a Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi, due volte circumnavigatore del globo, scalatore ardito (Monte Sant'Elia, Ruwenzori, K2), partecipante alla spedizione verso il Polo Nord, colonizzatore della Somalia, ad Amedeo eroico difensore dell’Amba Alagi, ad Aimone, Re di Croazia con il nome di Tomislavo II, padre di Amedeo e pertanto nonno del giovane Aimone.

Come molti principi moderni non impegnati in un ruolo istituzionale Aimone lavora in una grande realtà industriale, la Pirelli, in qualità di Amministratore Delegato della filiale russa ed ha sede a Mosca. Laureato in economia alla Bocconi Aimone è stato, come il padre Amedeo, allievo del Collegio Navale Francesco Morosini di Venezia. Ha frequentato i corsi dell’accademia navale e, da Ufficiale di Stato maggiore, è stato imbarcato su nave Maestrale, una fregata della nostra Marina Militare impegnata nelle operazioni della Guerra del Golfo.

Dopo la laurea ed un periodo di specializzazione presso la J.P. Morgan & Co., ha lavorato nel settore marketing del Gruppo Rinascente e del Gruppo Merloni. Nel 1994 si è trasferito in Russia, a Mosca per lavorare con la Tripcovich Trading Company. Nel 2000 è stato assunto dal gruppo Pirelli nell’ambito del quale ha ricoperto la carica di direttore generale responsabile per il mercato della Russia e di tutti i paesi dell'ex Unione Sovietica. Nel 2006 è stato vicepresidente dell'Associazione delle imprese italiane in Russia, la Gim-Unimpresa, socio aggregato di Confindustria. Dal 1º luglio 2012 Amministratore Delegato della Pirelli Tyre Nordic, responsabile per tutti i mercati dei paesi scandinavi, e, dal 1º settembre 2013, è responsabile per Pirelli Tyre della regione Russia e paesi nordici.

Imparentato con le famiglie reali di Grecia, Danimarca, Bulgaria, Romania, Regno Unito, Spagna, Francia e Russia, Aimone, che parla correttamente inglese, francese, spagnolo e russo, è sposato dal 2008 con Olga di Grecia, secondogenita del principe Michele. Ha tre figli, Umberto (Parigi 7 marzo 2009), principe di Piemonte, Amedeo (Parigi, 24 maggio 2011), duca degli Abruzzi, Isabella (Parigi, 14 dicembre 2012).

I monarchici italiani sperano nella profezia di San Pio e guardano con fiducia il bassorilievo dello scultore Cesarino Vincenti nella cripta dove fino a qualche tempo fa riposava il corpo del cappuccino Santo. L’opera raffigura la Sacra Famiglia attorniata da un gruppo di persone: vi compaiono la Madonna con Gesù Bambino in grembo e San Giuseppe. Dinanzi alla Sacra Famiglia è Padre Pio che regge tra le braccia un agnello. Compare poi un gruppo di giovinetti e una ragazzina inginocchiati. Tutti sono rappresentati negli abiti tradizionali, eccetto lo stesso Padre Pio, con il saio francescano, ed uno dei ragazzi ritratto in abito moderno da cerimonia. Ha le sembianze di Aimone di Savoia ed indossa il collare dell’Annunziata che Re Umberto II gli aveva conferito quando il giovane aveva 15 anni. Titolo dell’opera: “Bellezza e regalità ti stanno d’intorno”.

Per Alessandro Sacchi e per quanti aderiscono all’Unione Monarchica Italiana non c’è dubbio che l’uomo del bassorilievo sia Aimone di Savoia Aosta, il principe manager che vorrebbero incoronare Re d’Italia per rinverdire l’albero dell’antica dinastia, dopo i Savoia Carignano, da Carlo Alberto ad Umberto II, il Re sfortunato che ha salvato l’Italia dopo un referendum dall’esito più che dubbio, accettato perché “un Re è di tutti e non regna con il 51 per cento”, come mi ricorda Sacchi con un sorriso tra mestizia e speranza, che incontro all’ingresso del Palazzo di Giustizia di piazza Cavour, a Roma, la toga sul braccio per difendere in Cassazione.

13 ottobre 2017

 

 

 

 

Presentato domani sera a Palazzo Ferrajoli

“Rinascimento”, un libro di Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti, un manifesto culturale che è anche un programma politico

di Salvatore Sfrecola

 

È, per scelta dei suoi autori, un manifesto culturale e politico ad un tempo dal titolo che non lascia dubbi. “Rinascimento”, di Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti, presentato a Roma, a Palazzo Ferrajoli, per iniziativa dell’Unione Nazionale Arte Musica e Spettacolo (UNAMS) e dell’Associazione Giuristi di Amministrazione, si apre con la constatazione che “viviamo nella perfetta inconsapevolezza di cosa sia la nostra civiltà artistica”, come si legge nella introduzione. E se i partiti che sono stati espressione di cultura politica, quando si sono affidati al pensiero di Gobetti, Gramsci o De Gasperi, oggi hanno perduto quei “valori di identificazione, di riconoscimento… rimane un solo valore: la cultura”. Da qui Sgarbi e Tremonti intendono partire, da una idea che nasce dalla constatazione che al mondo esistono potenze militari e potenze economiche ed una grande “potenza culturale”, l’Italia. Il cui valore è superiore a quella di qualunque industria, anche perché ha potenzialità in gran parte inesplorate dalla classe politica ed imprenditoriale. Potenzialità che possono dar vita ad un nuovo Rinascimento se pubblico e privato, in sinergia, riusciranno a trasformare una realtà culturale indiscutibile in un volano di sviluppo per l’economia del nostro Paese che unisce arte e cultura in un contesto paesaggistico straordinario.

“Il nostro è un patrimonio di valori di civiltà – si legge nel piego della copertina – che si può tradurre in valore patrimoniale, e gli esempi non mancano. Solo valorizzandolo l’Italia può tornare a dispiegare, con Dante, “le ali al folle volo””. Con questa frase prende avvio la seconda parte del libro, quella con la quale Giulio Tremonti apre a considerazioni più politiche che prendono le mosse dal nostro Rinascimento che fu “un fiotto di vita: sole e luce, libertà a follia, fortuna e virtù, rottura ed armonia, estetica e tecnica, recupero del sapere antico e scoperte nuove, mondo classico e mondo naturale, vita attiva e non solo contemplativa.. inquietudine spirituale e mito del rinnovo”. Insomma, sulla base di questo passato che vive nel presente, “quello che serve oggi è un sogno: qualcosa di più, di diverso e più grande”. Ma occorre una visione che vada oltre l’atmosfera cupa che caratterizza il nostro Paese “per l’effetto dei troppi conflitti, poca speranza e molta stupidità”.

Gli esempi sono nella percezione di tutti. A cominciare dalla ipertrofia legislativa che ad onta del monito di Tacito (“plurime leges corruptissima respublica”) continua ad imperversare sui cittadini e le imprese. Tremonti ha diligentemente contato le pagine della Gazzetta Ufficiale nel 2016; sono 40.508, pari a 12 chilometri lineari. Un sistema normativo che ha invertito un principio proprio degli ordinamenti democratici nei quali la regola è la libertà, l’eccezione il divieto. Dunque meno libertà, più lacci e lacciuoli in un labirinto di regole spesso incomprensibili che comunque denotano sfiducia dello Stato nei confronti dei cittadini i quali lo ripagano con uguale moneta, allontanandosi dalle istituzioni e dal voto.

In questi termini il manifesto culturale diviene politico nel senso migliore del termine che fissa le sue tappe nella prospettiva di un “nuovo Risorgimento” che metta in campo le forze migliori del Paese sulla base di un programma, delineato nel tredicesimo capitolo del libro che significativamente fa riferimento ad uno successivo “da scrivere insieme”. Sulla base di tappe di un percorso virtuoso, a cominciare dalla rimozione dalla nostra Costituzione dei “vincoli europei”. Come in Germania che ammette le regole europee solo se compatibili con i principi costituzionali interni di sovranità e democrazia. Ne deve conseguire l’affermazione della “eccezione italiana”. Tremonti spiega che questa eccezione è stata ritenuta compatibile con i “Principi fondativi” e con i “Trattati europei” nel caso del Regno Unito, prima che optasse per la Brexit.

Non sarà facile, ammette, ma se l’Europa ha fin qui dimostrato di essere debole con i forti e forte con i deboli, noi dobbiamo essere “forti, ma se del caso anche astuti”. Lavorando sui dettagli delle decisioni e facendo valere il nostro “voto-veto”.

L’obiettivo è la rimozione unilaterale automatica del Bail-in, della Bolkenstein, ancora lacci e lacciuoli, dalle motivazioni spesso incomprensibili, anzi “demenziali e negative”, come scrive Tremonti che fa derivare dalla loro cancellazione “un effetto non marginale a favore del Sud” per il quale, come era previsto nel Trattato di Roma, “si può e si deve reintrodurre un regime finanziario e fiscale speciale. Un regime che oggi sarebbe ideale per l’attrazione internazionale dei capitali. Come avviene per l’Irlanda”.

Tremonti non guarda solamente all’Europa perché torni ad essere un’opportunità e non un motivo di disagio che scatena pulsioni ostili. E chiede alla politica una “tregua legislativa” per interrompere quell’orgia di norme che impacciano cittadini e imprese e la stessa azione delle autorità pubbliche nella realizzazione degli obiettivi contenuti nel programma definito nell’indirizzo politico che scaturisce dalle consultazioni elettorali. “Nel deliro dell’attuale cialtroneria politica si è infatti perso di vista l’elementare principio per cui la ricchezza, per essere detassata o distribuita, deve essere prima prodotta e non invece, come ora, soffocata sul nascere! È inutile deliberare e finanziare investimenti – spiega Tremonti - se poi è la mano pubblica che, ferrea nelle sue regole, li blocca per anni e anni”. Quando le regole che, ovviamente, ci devono essere, sono sbagliate o inapplicabili.

In questo contesto il programma “politico” si occupa anche dei flussi migratori alla luce di attente riflessioni che giungono ad una conclusione logica e ampiamente condivisa: “non solo “aiutiamoli a casa loro”, ma anche “lasciamoli a casa loro””. Per cui di fronte alla richiesta di ius soli questo “va attribuito in funzione di presupposti specifici costituiti caso per caso dall’accettazione sostanziale e convinta degli elementi che costituiscono la nostra identità nazionale”.

Per finire, debito e patrimonio, temi sui quali, nel dettaglio, Sgarbi e Tremonti hanno idee puntuali sulla tassazione, sulla spesa pubblica e sulla circolazione del denaro contante. Ed altre proposte sulle quali riflettere “per un programma serio e non fieristico, come tanti altri purtroppo stanno facendo nella logica del tutto tutto, niente niente”.

10 ottobre 2017

 

 

 

Primero la legalidad

Il Re Felipe richiama le regole dello Stato di diritto e l’unità del Regno

di Salvatore Sfrecola

 

Infine il Re Felipe VI, che nei giorni scorsi aveva mantenuto sulla vicenda del referendum catalano un riserbo che aveva suscitato commenti diversi, molti dei quali critici, ha parlato alla Nazione. Perché, si chiedevano politici e commentatori in Spagna e all’estero, come gli intervenuti allo “speciale” del Tg7 diretto da Enrico Mentana la sera del referendum catalano, il Re di Spagna non interviene in un momento difficile per le istituzioni, di fronte ad una iniziativa apertamente secessionista in Catalogna, eversiva del sistema statale? Avrebbe dovuto richiamare le regole dello stato di diritto, come ha fatto il Presidente del Consiglio Mariano Rajoy, e condannare il referendum come eversivo dell’ordine costituzionale? Avrebbe potuto, ma sarebbe stato un intervento tardivo e forse fonte di ulteriori polemiche di fronte all’evidente inadeguatezza della classe politica spagnola, a Madrid come a Barcellona, che non ha saputo percepire l’esigenza di attuare una più ampia autonomia, soprattutto finanziaria, della Catalogna nel contesto dell’ordinamento dello stato.

Che la regione più ricca del Paese, da sempre animata da spirito indipendentista, avesse organizzato un referendum illegale, non previsto dalla Costituzione in un contesto apertamente eversivo del sistema statale si sapeva da tempo e da tempo si erano levate voci a Madrid di condanna, sul piano politico e giuridico, con intervento anche della Corte costituzionale.

Va detto subito che domenica sono venuti al pettine nodi antichi che saggezza politica, a Madrid come a Barcellona, avrebbe consigliato di sciogliere attraverso una trattativa senza preconcetti sui limiti dell’autonomia riconoscibile alla Catalogna all’interno dello Stato unitario, come già è avvenuto per i paesi baschi, senza che si arrivasse alla prova di forza dell’indizione di un referendum incostituzionale che avrebbe inevitabilmente costretto governo centrale e magistratura ad intervenire per far cessare una situazione di illegalità che, se tollerata, avrebbe leso gravemente l’immagine del Governo e del Sovrano, custode della unità della Spagna.

Di fronte alla pervicace volontà dei partiti che reggono la maggioranza del governo catalano di andare comunque avanti, pronti a proclamare l’indipendenza dal Regno, il governo avrebbe potuto seguire due strade: far finta di niente dicendo che quel referendum illegale non avrebbe portato conseguenze sul piano giuridico ed attendere gli sviluppi della situazione, oppure, com’è avvenuto, dichiarare che non poteva ammettere un tentativo eversivo dello stato di diritto, espressione ripetuta più volte dal Presidente del Consiglio Mariano Rajoy nel suo discorso di domenica sera al termine delle operazioni elettorali e dal Re Felipe ieri sera. Si è scelta questa seconda strada non priva di rischi possibili per gli effetti sull’immagine del governo che usa la forza contro i manifestanti e quanti volevano esercitare un presunto diritto di voto, nonostante fosse prevedibile che nel confronto tra attivisti del partito secessionista e la forza pubblica ci sarebbero stati feriti e contusi che è evidente che sono stati voluti soprattutto dai partiti catalani con evidenze che hanno fatto il giro delle televisioni in tutto il mondo. Come nel caso dell’anziana con il volto sanguinante. Con un conto dei feriti e dei contusi, oltre 800 per i separatisti, 80 per la polizia, che annovera tra questi anche gli agenti intervenuti sul posto, un’immagine che alcuni enfatizzeranno per molto tempo, anche per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi veri, che sono quelli di una autonomia che è giusto la Catalogna rivendichi ed ottenga nei termini di altre regioni spagnole, dal contesto giuridico che, purtroppo, interessa soltanto chi ha alto il senso dello stato. Le regole della democrazia.

Resta la ferita del tentativo eversivo, perché di questo si tratta, portato avanti da quella che è evidentemente una minoranza chiassosa ed estremista che annovera frange della sinistra ancora veterocomunista, che ha messo in scena un referendum farsa dove si poteva votare ovunque. Il corrispondente de La7 da Barcellona stamattina, intervenendo ad Omnibus ha detto che si è votato anche più volte, con schede autocompilate, che il voto veniva espresso in pubblico, facendo quindi venir meno quella segretezza che è garanzia della correttezza di una consultazione. In queste condizioni è evidente che chi avesse voluto votare “no” avrebbe avuto molte difficoltà nel dare un voto palese. Un referendum farsa, dunque, un brutto precedente, trattandosi di una importante regione spagnola, un senso di smarrimento di quel principio di legalità che è alla base di qualunque ordinamento civile e democratico.

“Primero la legalidad”, mi dicevano un tempo i miei amici spagnoli quando richiamavano le regole della organizzazione dei poteri e della verifica dei comportamenti degli amministratori pubblici. Lo ha ricordato ripetutamente domenica il Presidente del Consiglio Rajoy, lo ha richiamato ieri sera il Re Felipe. Fuori della legalità non c’è possibilità di pacifica convivenza da nessuna parte. Lo sappiamo bene noi italiani che abbiamo un Parlamento che, eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale, avrebbe dovuto limitare la sua attività al minimo indispensabile per tornare quanto prima al voto. Non è stato così, auspice il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che quella sentenza della Corte costituzionale avrebbe dovuto presidiare è stato possibile a quelle Camere approvare addirittura una legge di revisione della Costituzione sonoramente bocciata dai cittadini, una riforma della legge elettorale bocciata dalla Consulta e tante altre leggi in gran parte finite sotto la lente d’ingrandimento delle magistrature e molte rinviate al giudice delle leggi per vizi di costituzionalità. Infine si pensa addirittura di modificare la legge sulla cittadinanza gabellando la proposta per una norma di civiltà senza riflettere che quella legge, ovunque nel mondo, è la regola che individua gli appartenenti ad una comuni tà.

Invidiamo un po’ questo Capo dello Stato spagnolo che richiama alla legalità, al rispetto della Costituzione e si fa garante dell’unità del Paese nella varietà delle sue storie e delle sue tradizioni. Ricordando anche che l’“indipendenza” di una regione non è affare solo di coloro che la abitano ma dell’intero Paese. E si è fatto garante dell’unità auspicando il superamento della crisi nel rispetto della legge e nella prospettiva di un nuovo patto costituzionale che potrà essere l’occasione per la ripresa di un dialogo che certamente troverà ampi consensi in tutta la Spagna. Lo ha fatto perché il ruolo di un Re è quello di garantire l’unità dello stato nel rispetto della Costituzione ma anche della sua storia che, come accade in molte realtà statali, è fatta di storie e tradizioni diverse che proprio una monarchia costituzionale può valorizzare perché siano una ricchezza comune anziché la ragione di divisioni. Il Belgio si mantiene unito, nonostante gli antichi dissidi fra fiamminghi e valloni, proprio per la prudente azione del Re.

L’Italia ha una storia simile, anzi molto più articolata, di esperienze che lungo i secoli hanno fatto grande questo nostro Paese attraverso la cultura, l’arte, la scienza, Un Paese nel quale le singole realtà regionali sono una ricchezza per tutti non solamente in termini ideali ma anche economici, come insegna il turismo culturale.

Quel che sembra sfuggire ai catalani, infatti, è che la loro ricchezza, fatta di industrie, commerci e turismo non è estranea all’appartenenza alla Nazione spagnola. La Catalogna, come altre regioni del Paese, ha subito, è vero, gli effetti negativi dell’austerità imposta dalle condizioni generali dell’economia spagnola e dalle indicazioni provenienti dall’Unione europea ma essere Spagna comunque ha giovato anche a Barcellona, a Madrid come a Bruxelles. Un po’ di saggezza avrebbe dovuto consigliare l’individuazione di un regime di autonomia che salvasse contemporaneamente l’unità del Paese e la tutela degli interessi locali, come è stato fatto per i baschi. Invece è prevalso l’indirizzo degli intransigenti che hanno soffiato sul fuoco alimentando fiamme che sarebbe stato necessario spegnere prima che giungessero a bruciare molte delle carte a disposizione per superare la crisi nella legalità.

Nell’occasione molti hanno ricordato le parole, poche ma significative, della Regina Elisabetta alla vigilia del referendum sull’indipendenza della Scozia nel 2014. Una consultazione, è bene ricordare, legittimamente indetta. E fu facile alla Sovrana invitare all’unità con poche parole, in una conversazione privata alla presenza della stampa, all’uscita della Cappella del castello di Balmoral, quando si augurò che la gente “pensasse con molta attenzione al suo futuro”. Perché gli interessi di una parte non sono mai autonomi rispetto a quelli dell’intero Paese. Dove la monarchia unisce e, si è letto, contribuisce al PIL per un punto, perché dà il senso della continuità dello stato, della sua storia e, così, contribuisce anche al turismo interno e internazionale.

Infine, è stato facile ieri ed oggi, nei commenti sulla vicenda spagnola, richiamare i referendum consultivi di Lombardia e Veneto, pienamente legittimi ai sensi dell’art. 116, comma 2, Cost., con i quali si chiede più autonomia nella gestione delle risorse. Purché nessuno trascuri che l’unità ha un valore, a volte impercepibile o non percepito. In un Paese il quale, come la Spagna, ma certamente più della Spagna, ha una storia ricca di individualità locali, di provincia in provincia, di borgo in borgo, di città in città. A Nord come a Sud le individualità e le storie sono una ricchezza per l’intera Nazione, come ha ricordato Matteo Salvini, impegnato ad esprimere il senso dell’unità al di là di alcune frettolose semplificazioni ancora vive in alcuni ambienti della base leghista.

4 ottobre 2017

 

 

 

Nei commenti alle vicende di Catalogna

Pericolosa confusione di idee tra unità e secessione, guardando a Barcellona

di Salvatore Sfrecola

 

Non è un bello spettacolo quello che le televisioni trasmettono da Barcellona, dove è in atto una vicenda che si doveva ad ogni costo evitare. L’autonomia della Catalogna avrebbe dovuto essere oggetto di una disciplina analoga a quella di cui godono i paesi baschi ad evitare che si giungesse ad una iniziativa separatista, certamente dolorosa per una buona parte dei catalani e degli spagnoli.

Infatti il referendum, non previsto dalla Costituzione del Regno e, pertanto, illegittimo, ha costretto governo e magistratura ad assumere un atteggiamento che, nel rispetto della legge, ha comportato l’uso della forza che è destinato a lasciare una ferita non facile da rimarginare.

Fino al momento in cui scrivo le televisioni ci dicono di qualche ferito non grave. Ma è certo che qualcuno tra quanti hanno tirato la corda, soprattutto a Barcellona, desidererebbe che ci scappasse il morto per alzare il tono della polemica e dello scontro con il governo centrale.

Anche le prospettive dell’indipendenza, i vantaggi per la ricca Catalogna, sbandierati dai separatisti, sono un elemento importante del dibattito interno alla Spagna e danno luogo a diverse letture non tutte favorevoli ad una crescita dell’economia catalana, fuori dall’Europa e, quindi, fuori dall’euro. C’è chi ha fatto l’esempio della ricca California che mai penserebbe di staccarsi dagli Stati Uniti d’America. L’unità, infatti, è un valore ed ha un valore, anche economico.

Sull’onda delle polemiche sulle vicende di oggi a Barcellona i nostri politici si sono esibiti in commenti vari, taluni dei quali mostrano una pericolosa deriva secessionista forse fin qui strumentalmente occultata. O, meglio, un sottofondo psicologico che va al di là delle istanze federaliste di taluni ambienti politici del Nord, soprattutto del Nord Est, evidenti nei commenti nei quali si parla di “autodeterminazione dei popoli”, di “diritto al voto”, di “violenza del governo centrale”. Espressioni che potrebbero sembrare in aperto contrasto con la dimensione “nazionale” per la quale si batte Matteo Salvini, impegnato da Nord a Sud a parlare di nazione. È un tema delicato che desta preoccupazioni se si pensa che in Veneto, ad esempio, si rivendica l’insegnamento del dialetto, si contestano i plebisciti con i quali nel 1867 i veneti accettarono l’annessione al Regno d’Italia. O al Sud, dove si fanno sentire nostalgie borboniche le quali, contro ogni evidenza storica, documentata dalle fonti, negano perfino l’apporto dei reparti dell’ex esercito del Regno delle Due Sicilie, inquadrati nell’esercito italiano, nella lotta al brigantaggio. Un fenomeno che quei militari conoscevano benissimo perché presente in Italia meridionale ben prima che Giuseppe Garibaldi sbarcasse a Marsala e, conquistata rapidamente la Sicilia da sempre antiborbonica, risalisse lungo lo stivale per giungere a Napoli e consegnare a Teano le terre dell’ex Regno a Vittorio Emanuele II.

Ed io mi chiedo quale senso abbiano oggi, nel 2017, la contestazione dei plebisciti o le nostalgie del Sud che era entrato nel nuovo Regno a testa alta portando nei governi ministri nati al di sotto del Volturno. Nessun senso se non quello di indebolire il già precario spirito nazionale che dovrebbe essere posto a fondamento di quel “Rinascimento” del quale parlano Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti nel loro libro, che così s’intitola, con il quale intendono risvegliare negli italiani il senso dell’appartenenza, l’orgoglio di una storia straordinaria fatta di cultura, scienza, arte. Dimenticando quella sudditanza con la quale nel corso dei secoli modesti governanti hanno chiamato a supporto delle loro avidità di potere eserciti stranieri i quali hanno occupato regioni d’Italia considerandole colonie da sfruttare, imponendo dinastie straniere, estranee alla nostra storia ed alla nostra cultura. Dinastie che solamente nel corso del 1800, per iniziativa di un vasto movimento di patrioti, soprattutto giovani, è stato possibile scrollarci di dosso sotto la guida di uomini illuminati. Primo tra tutti il Conte di Cavour, un uomo geniale, uno statista europeo, ammirato anche da chi gli era ostile, come Clemente Lotario di Metternich, il potentissimo Cancelliere austriaco: “In Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il conte di Cavour”.

Quel tempo, il Risorgimento, non a caso Tremonti parla di “nuovo Risorgimento”, fu veramente un miracolo”, come ha scritto Domenico Fisichella nel titolo di un suo bel libro, se Giuseppe Mazzini, il campione dei repubblicani, scrive a Vittorio Emanuele II dimostrando di saper accantonare i suoi ideali perché l’Italia fosse unita. “Io repubblicano – scrive Mazzini al Re nel 1859 – e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, sclamerò nondimeno con i miei fratelli di patria: preside o re, Dio benedica a voi come alla nazione per la quale osaste e vinceste”.

Questo spirito nazionale e unitario, che Cavour coltivava dalla giovinezza in scritti da molti ignorati o dimenticati (ne parlava apertamente nel 1846-1847), il momento più alto della politica nazionale ci ha permesso di dimenticare che per secoli siamo stati “calpesti, derisi/ perché non siam popolo/ perché siam divisi”, vogliamo forse dimenticarlo oggi che nell’Europa servono ideali nazionali forti, il concorso di energie consapevoli delle singole identità?

Oggi in Italia prevalgono i partiti che al Risorgimento non hanno concorso, il Partito Democratico, come in precedenza il Partito Comunista e la stessa Democrazia Cristiana, che ha sempre dimostrato scarso sentimento nazionale, come oggi i suoi epigoni che vorrebbero uno ius soli incompatibile con la tutela della identità, che essi non sentono, non capiscono.

Andiamo alle elezioni in un clima di confusione pericolosa che potrebbe determinare, con una legge elettorale proporzionale, l’assoluta ingovernabilità del Paese con tutti pericoli che ne possono derivare. Rinunciare allo spirito identitario ed al sentimento nazionale, per chi ambisce al potere potrebbe essere un errore fatale.

1 ottobre 2017

 

 

Identità e cittadinanza

di Salvatore Sfrecola

 

Il dibattito, in Parlamento e nel Paese, è vivacissimo e assai spesso ha assunto i toni di uno scontro sui valori fondanti della democrazia, quelli che costituiscono in qualche modo l’identità di uno Stato, come dimostra la levata di scudi di tutte le forze liberali nei confronti della pesante interferenza della CEI che, secondo notizia giornalistiche, avrebbe fatto pressioni sul Governo per un’approvazione della nuova legge sullo ius soli prima della fine dell’anno. E ciò perché il disegno di legge n. 2092, all’esame del Senato, recante “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”, divide profondamente, e non soltanto per motivi di merito.

C’è, infatti, in primo luogo, un tema di legittimità del Parlamento chiamato a decidere. Una questione di regole della democrazia parlamentare, anzi della democrazia tout court, che non può essere accantonato con un’alzata di spalle come si continua a fare dal 2014, da quando, cioè, con la sentenza n. 1 del 2014, la Corte costituzionale ha dichiarato in contrasto con la Carta fondamentale dello Stato la legge elettorale sulla base della quale deputati e senatori erano stati eletti nel 2013.

Il Parlamento avrebbe dovuto chiudere le porte il giorno dopo. Sennonché, per evitare la paralisi delle assemblee legislative, la Consulta ne ha riconosciuto la sopravvivenza, tuttavia entro limiti rigorosi, individuati nell’esercizio degli affari di ordinaria amministrazione. Lo ha fatto richiamando due norme costituzionali assolutamente chiare, l’art. 61, comma 2, secondo il quale, in caso di nuove elezioni, “finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti”, e l’art. 77, comma 2, il quale prevede che, in caso il Governo adotti “provvedimenti provvisori con forza di legge” (decreti legge), questi devono essere presentati per la conversione “alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni”.

Una indicazione inequivocabile, il Parlamento può fare poche cose, in primo luogo la nuova legge elettorale per tornare a votare. Sennonché, la maggioranza, con l’avallo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che, in ragione del suo ruolo “di controllo e di garanzia costituzionale”, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, avrebbe dovuto presidiare il rispetto della sentenza della Corte costituzionale, ha continuato, come nulla fosse avvenuto, a fare leggi. Ha approvato una riforma costituzionale bocciata dagli elettori nel referendum del 4 dicembre 2016, ha approvato, a colpi di mozioni di fiducia, una nuova legge elettorale, l’Italicum, dichiarato incostituzionale dalla Consulta.

Non contenti gli stessi partiti, incuranti delle regole e della volontà espressa degli elettori, si apprestano a modificare in fretta e furia, alla vigilia delle elezioni, la legge sulla cittadinanza, una normativa la quale attiene ad uno degli “elementi dello Stato”, come si esprimono i libri di diritto pubblico nel ripartire la materia, e minacciano di ricorrere ancora una volta al voto di fiducia, come se fosse una riforma essenziale alla realizzazione del programma del governo e non una questione propria del Parlamento. E questo a prescindere dalla sentenza del 2014!

È così che, attraverso la reiterazione incontrollata di comportamenti assunti in violazione delle regole elementari che riguardano il funzionamento delle istituzioni rappresentative, si mette in gioco una democrazia.

Nel merito, poi, va detto a chiare lettere che la disciplina della cittadinanza non è una legge qualunque, perché l’essere cittadino non è un fatto formale, burocratico, come si sente dire, ma il riconoscimento dell’appartenenza ad un contesto culturale, il che vuol dire a valori, in primo luogo a quelli indicati nella Costituzione: principi fondamentali, nei rapporti civili, economici e politici che fanno dell’Italia un Paese nel quale lo Stato “riconosce e garantisce i diritti inviolabili, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2), per cui tutti i cittadini “hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge” (art. 3), assicura la libertà dei culti (art. 8), la libertà personale (art. 13), del domicilio (art. 14), della corrispondenza (art. 16), di riunione (art. 17), di associazione (art. 18), di manifestazione del pensiero (art. 21) e via dicendo. Diritti, ma anche doveri, di cui uno “sacro”, come “la difesa della Patria” (art. 52), la fedeltà alla Costituzione e alle leggi (art. 54). Una somma di “regole della democrazia e della convivenza”, che identificano la storia e l’essere di un popolo che, pertanto, è tale e si qualifica come italiano. Quel popolo in nome del quale i giudici amministrano la Giustizia (art. 101, Cost.). La cittadinanza lo certifica, in Italia, come ovunque nel mondo. E se è naturale che il figlio di cittadini sia egli stesso cittadino ovunque nasca, chi non si trova in questa condizione, se desidera diventare cittadino italiano, deve chiederlo e dare dimostrazione di possedere i requisiti previsti dalla legge. La cittadinanza, in sostanza, consegue all’accertamento di una condizione che è innanzitutto morale, che presuppone la condivisione di valori civili e spirituali, quelli che individuano l’identità di un popolo come si è formata nella sua storia lungo i secoli, le sue tradizioni. Questo significa la Patria Italiana.

Nell’antica Roma, accogliete nei confronti di tutti, la cittadinanza era un privilegio. Poter dire civis romanus sum riempiva di orgoglio ed attestava la condivisione di un’appartenenza ad un ordinamento e ad una storia. I romani che avevano “nel loro archetipo l’idea dell’unità nella diversità”, hanno praticato grande apertura sociale ed integrazione nella quale la concessione della cittadinanza “sta nel fatto di arricchire la comunità di persone degne di farne parte” (Valditara). In coerenza con questi principi, laddove la concessione della cittadinanza riguardasse gruppi di stranieri “doveva fondarsi sul consenso dei cittadini”. Cittadinanza concepita “nell’interesse di Roma”, per cui si procede all’espulsione dello straniero ed alla revoca della cittadinanza a chi avesse dimostrato di non meritarla.

Non a caso oggi i difensori del cosiddetto ius soli, che secondo Costantino Mortati, al di fuori del caso degli stati che “tendono ad aumentare anche artificiosamente il numero dei cittadini … conduce a conseguenze aberranti”, sono gli eredi di una tradizione politico ideologica che non ha radici nella storia unitaria. Per dirla con Emilio Gentile, lo storico, sono “italiani senza padri”. Ius soli, cui ipocritamente si aggiunge l’aggettivo “temperato”, così come lo ius culturae, per dire che in alcuni casi può bastare la frequentazione di un qualche ciclo scolastico. Un periodo che Giovanni Sartori riteneva del tutto insufficiente a formare un “nuovo italiano”, che non crea automaticamente identificazione.

La legge vigente sulla cittadinanza è fondata essenzialmente sul cosiddetto ius sanguinis, nel senso che è italiano chi nasce da almeno un genitore italiano. Un criterio che, come ha scritto Fausto Cuocolo, “mira a garantire una maggiore coesione all’elemento popolo, il che rende questo criterio astrattamente preferibile”. Soprattutto “quando vuole salvaguardarsi l’omogeneità nazionale esistente”. Tuttavia un bambino nato sul territorio italiano da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza al raggiungimento del diciottesimo anno, purché sino a quel momento abbia risieduto nel Paese “legalmente e ininterrottamente”. Una normativa senza dubbio ragionevole, equilibrata. Si chiede la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età, consapevoli del senso di una scelta.

La proposta di modifiche all’esame del Senato prevede una semplificazione dei criteri di concessione della cittadinanza per i bambini, figli di genitori stranieri, nati o cresciuti in Italia. Infatti un bambino nato in Italia ne acquista la cittadinanza se uno dei genitori vi risiede legalmente da almeno 5 anni “o sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo”. Altra ipotesi. “Il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana”. Dove è evidente che il frequentare corsi “idonei al conseguimento” non è la stessa cosa che “conseguire”. Norma che si presta ad evidenti aggiramenti, considerata la facilità con la quale si ottengono attestazioni compiacenti. Anche perché il disegno di legge, quando ha voluto, ha previsto come “necessaria la conclusione del corso” (di istruzione primaria) o “il conseguimento di una qualifica professionale” per lo straniero “che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età”.

Secondo le sinistre queste sono regole “di civiltà”. Sennonché si tratta all’evidenza di una legge “politica”, non nel senso nobile di una scelta destinata ad assolvere alle esigenze primarie della polis, ma di una legge a scopi elettorali, di basso interesse elettorale. Lo ha detto senza mezzi termini un osservatore qualificato come Antonio Padellaro intervenendo ad Otto e Mezzo, la trasmissione de La7 condotta da Lilly Gruber: “è una questione elettorale”. “Una legge – ha scritto su Il Messaggero Alessandro Campi, storico e politologo - che deriva non da un imperativo etico universale al quale si può solo obbedire, ma da una decisione politica frutto a sua volta di una ben definita visione della società e della storia. Chi la sostiene immagina un mondo nel quale le frontiere siano destinate un giorno a scomparire. Ritiene che gli uomini siano per definizione esseri nomadi e pendolari. Le appartenenze, statuali o nazionali, a loro volta sono viste come qualcosa di fittizio e convenzionale. Mentre la cittadinanza è considerata solo come uno status legale-formale che nulla può avere a che fare con legami in senso lato familistici o naturali, o che siano basati su una qualche forma di discendenza, anche solo di tipo storico-culturale”.

Siamo di fronte evidentemente a due contrapposte concezioni dello Stato e della società.

Ma non è tutto qui. Occorre, infatti, valutare gli effetti della normativa che si vorrebbe approvare anche alla luce di una situazione che non è di normalità, ma di emergenza legata ai continui sbarchi sulle nostre coste di clandestini e di profughi, un’ondata migratoria mai vista, perché organizzata. Non profughi che a gruppi di qualche decina fuggono dal loro paese a causa di una guerra o di difficili condizioni economiche, come nel caso di carestie, ma gruppi di centinaia e migliaia, reclutati, trasportati via terra, alloggiati in attesa dell’imbarco, d’intesa spesso con organizzazioni malavitose alcune delle quali li attendono per farne schiavi nelle campagne meridionali o per avviare le donne alla prostituzione. Organizzazioni che ricattano i familiari rimasti in patria. Una forma moderna di tratta degli schiavi. Un tempo i mercanti di uomini razziavano con violenza giovani soprattutto nei villaggi dell’Africa atlantica, oggi li “convincono” a spendere tutte le risorse della famiglia, migliaia di euro o dollari (ma dove li avranno mai se con quelle somme si possono avviare proficuamente attività produttive?) per finire nei ghetti, nelle periferie delle grandi città o nelle campagne.

Ecco perché la proposta scalda gli animi.

Naturalmente abbonda sui media il ricorso ad immagini ed a fatti strappalacrime che vorrebbero sottolineare la scelta “di civiltà” sottesa alla legge. Si dice, ad esempio, che nelle scuole siedono nello stesso banco bimbi italiani e stranieri. Gli uni e gli altri si sentono amici, studiano e giocano insieme, ma gli stranieri percepiscono una discriminazione nei loro confronti. Cosa non vera perché l’unico diritto che distingue questi bimbi è il diritto di voto che comunque non si può esercitare prima del 18° anno di età. E poi noi facciamo di tutto per essere accoglienti. Abbiamo notizie di scuole dove non si festeggia più il Natale o la Pasqua per non dispiacere ai musulmani, per rispetto ai quali ai nostri bambini in alcuni casi è stato proibito di portare il panino con la mortadella per colazione.

Le Sinistre vogliono che diventino italiani, che si integrino. Per verificare questa condizione devono rispettare le nostre tradizioni, il Natale, la Pasqua e la mortadella, non nel senso che debbano cantare “tu scendi dalle stelle” o mangiare il panino, ma che condividano il pluralismo delle idee come dei gusti alimentari e li rispettino. E se a scuola si fa un minuto di silenzio per ricordare le vittime di un attentato terroristico si vorrebbe che gli studenti di fede islamica che “ambiscono” a diventare cittadini di un Paese libero e civile rispettino il senso di cordoglio espresso per vittime innocenti, spesso loro coetanei.

Il rispetto per chi ospita è il primo requisito da verificare per comprendere se è autentico il desiderio di essere accolti.

Non bisogna neppure trascurare che l’accoglienza, che va ad onore della nostra civiltà, rischia di essere confusa con debolezza sul piano del rispetto delle regole, e di incentivare la prepotenza. È comunque un segnale pericoloso per i mercanti di uomini dare l’impressione che l’Italia abbia aperto le sue frontiere a chiunque voglia entravi per diventarne cittadino. Senza preoccuparsi della effettiva integrazione, come dimostra l’esperienza dolorosa di altri stati, dal Regno Unito alla Francia al Belgio nei quali le cronache ci dicono che la cittadinanza legale non favorisce ex se l’integrazione sociale e culturale, cioè la condivisione di una identità. Infatti in quei contesti i giovani figli di immigrati, in particolare di fede islamica, maturano forme di ribellione, spesso violenta, in ragione di un orgoglio identitario che rinviene le proprie radici nelle comunità di provenienza e nella religione, la cui purezza rinfacciano all’Occidente decadente corrotto, che consente alle donne di guidare l’automobile o di andare in bicicletta. Per non dire del fatto che le occidentali mostrano i capelli, oggetto di attrazione per gli uomini, le gambe, rese visibili da vertiginose minigonne, e circolano per le strade con generose scollature, che tanto piacciono ai maschi del Continente, nel quale la Turchia, ad esempio, vorrebbe entrare e ne è impedita dalla scarsa tutela dei diritti assicurata ai cittadini.

Se non è una guerra di religione ci somiglia molto. E senza dubbio è un confronto di culture nelle quali rischia di soccombere quella più debole o che appare tale.

Aperti, dunque, all’accoglienza, come Roma ci ha insegnato, ma rigidi nel pretendere il rispetto delle regole (che vale anche per gli italiani ovviamente) e condivisione dei tratti fondamentali della nostra identità se si vuole diventare cittadini italiani. A 18 anni, dando dimostrazione di crederci.

19 settembre 2017

 

 

Ius soli sì – ius soli no

Una questione di identità

di Salvatore Sfrecola

 

“Intesa governo-Vaticano: “sì allo sius soli entro l’anno”, così titola La Repubblica di oggi in prima pagina. Le due parti avrebbero, dunque, concordato di mandare avanti la riforma della legge sulla cittadinanza. Ed io mi chiedo, al di là della singolarità della individuazione delle parti di un accordo evidentemente diseguale dal momento che governo è scritto con la "g" minuscola e Vaticano con la "V" maiuscola, perché mai il Governo della Repubblica ritenga di dover concordare con un'Autorità religiosa, sia pure maggioritaria, le regole dell'appartenenza allo Stato, il diritto di cittadinanza.

Siamo fuori dello stato di diritto dacché la materia non appartiene certamente alla sfera religiosa, che riguarda la cura delle anime alla luce della dottrina che ci è stata rivelata nel Nuovo Testamento. E se Cristo ha detto “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (greco: πόδοτε ον τ Καίσαρος Καίσαρι κα τ το Θεο τ Θε; latino: Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo), quella celebre enunciazione riportata nei vangeli sinottici, in particolare da Matteo (22,21), Marco (12,17) e Luca (20,25) delinea nettamente la distinzione dei ruoli, tra la Chiesa che ha cura delle anime e lo Stato che si occupa dell’organizzazione politica della società e che stabilisce, in primo luogo, chi vi appartiene, chi può essere cittadino, con tutti i diritti ed i doveri che ne conseguono. “Dallo Stato non viene la salvezza- si legge nell’avvertenza al celebre saggio di Oscar Cullman “Dio e Cesare” - .. ma esso ha una funzione da svolgere nel disegno divino di salvezza e il cristiano non può ignorarlo”.

Quella della cittadinanza non è materia religiosa. La Chiesa, come tutte le chiese, si occupa della diffusione del verbo e della salvezza delle anime non della loro appartenenza ad una società civile per il semplice fatto che quella religiosa è una società universale (non è forse questo il significato della cattolicità della Chiesa?) cui appartengono cittadini di vari paesi, i cui membri sono uniti solamente dal fatto di credere in uno stesso Dio che per i cattolici è quello della Bibbia, come per gli ebrei, per i musulmani Allah, per altri Buddha, per altri ancora sono Brahma Shiva e Vishnù.

È gravissima l’interferenza che il titolo di Repubblica delinea come la sudditanza del governo (necessariamente con la “g” minuscola) in una materia che è propria del Parlamento e non del Governo. Di un Parlamento – va ricordato ancora una volta -, eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale ed al quale residuano compiti limitati, in sostanza riferiti alla ordinaria amministrazione, come hanno scritto i giudici della Consulta nella sentenza n. 1 del 2014.

Abbiamo veramente perso la testa oltre che il senso delle regole fondamentali dello Stato di diritto.

A rincarare la dose Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, che, intervistato da La Repubblica esordisce dicendo “vorrei ascoltare un liberale, qualcuno anche in Forsa Italia che abbia un po’ di coraggio, che si spenda per la legge sullo ius soli. E poi vediamo chi ha la statura sulla scena politica per farla approvare…”. E aggiunge “La legge sullo ius soli andava fatta ieri, altro che aspettare domani”.

Per il giornalista “si tratta di dare una mano agli italiani, a coloro che lo sono ma non vengono compresi come tali”. Ecco, dunque, che al centro della questione ci sarebbero italiani che non lo sono giuridicamente. Ma Tarquinio non si fa la domanda. Chi sono gli italiani? È sufficiente nascere in Italia e magari parlare la lingua? O serve qualcos’altro, sentirsi italiani? Non ho dubbi è necessario sentirsi italiani. Per questa ragione la legge dello Stato oggi vigente, la n. 91 del 5 febbraio 1992 (Nuove norme sulla cittadinanza) prevede che, oltre a coloro che sono figli di italiani i quali, pertanto, sono cittadini iure sanguinis, la cittadinanza può essere concessa “allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica” (art. 9, comma 1, lettera f). Con la precisazione (art. 10) che “il decreto di concessione della cittadinanza non ha effetto se la persona a cui si riferisce non presta, entro sei mesi dalla notifica del decreto medesimo, giuramento di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. La cittadinanza, cioè l’appartenenza ad uno stato è, dunque, regolata da principi che attengono alla identità di un popolo, alla sua storia, alle sue tradizioni, per cui è cittadino il primo luogo il figlio di cittadini o adottato da cittadini o anche “il figlio di ignoti trovato nel territorio della Repubblica, se non venga provato il possesso di altra cittadinanza” (art. 2 comma 2). Una deroga significativa che Tarquinio dovrebbe apprezzare. Ma forse non lo sa o, più probabilmente, a lui non basta.

Le legislazione vigente, in sostanza, è aperta a varie situazioni ritenute meritevoli di riconoscimento. Non stupisce che Tarquinio non percepisca il tema della “identità nazionale”. Evidentemente appartiene a quella corrente di cattolici che non ha mai “sentito” lo stato unitario, non ne ha condiviso i valori di libertà. E magari è ancora adirato con Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi per aver attentato allo Stato della Chiesa e portato la capitale a Roma, a quella realtà antistorica per cui Mastro Titta, in nome del Papa Re,  calava la mannaia sul collo dei liberali e dei patrioti che volevano liberare l’Italia dallo straniero, di farne uno stato, stanchi di sentirsi “calpesti/ derisi perché non siam popolo/ perché siam divisi”. Quello Stato inefficiente e corrotto che tanto ha danneggiato la Chiesa, gettando un’ombra sulle istituzioni religiose e del laicato cattolico meritevoli della massima considerazione sul piano sociale (da rileggere “L’opposizione cattolica” di Giovanni Spadolini).

Tarquinio non si sente evidentemente parte di quel mondo cattolico cui appartenevano quanti, nelle guerre del Risorgimento e poi nella Prima Guerra Mondiale (quarta guerra d’indipendenza per l’annessione di Trento e Trieste) hanno combattuto per l’Italia unita. E racconta dello ius culturae, una furbesca variazione sul tema che fa passare per consapevoli della identità italiana quanti frequentino un ciclo scolastico (si badi bene non che lo concludano con un diploma) senza spiegare perché questo non potrebbe avvenire come oggi al compimento del diciottesimo anno con la consapevolezza di essere veramente parte di una comunità di storia e di cultura.

A Tarquinio non insegna niente che in Francia o in Belgio o nel Regno Unito gli attentatori che tanto sangue hanno sparso siano cittadini di seconda o di terza generazione. Che non si integrano perché rimasti legati alle tradizioni dei loro padri e della terra dalla quale provengono. Sentimenti nobili, se non si trasformano molto di frequente, come è successo finora, in odio per l’Occidente decadente e corrotto, dove – udite udite! – alle donne sono riconosciuti gli stessi diritti degli uomini, una società debole, imbelle tanto da credere che un ciclo scolastico senza controlli faccia un cittadino consapevole della storia e delle tradizioni per le quali ci sentiamo italiani.

18 settembre 2017

 

 

L’Italia esiste ancora come Paese libero e sovrano?

di Michele D’Elia*

 

All’inizio di settembre ho letto sulla stampa (Il Quotidiano di Lecce) che la società… ha ottenuto il permesso ministeriale di trivellare al largo del Capo di Santa Maria di Leuca, per cercare giacimenti di petrolio, che con ogni probabilità, non troverà. Ma il danno è comunque arrecato ad uno dei luoghi più intatti e suggestivi della Penisola.

Non si può dire no agli Stati Uniti.

Mi vengono in mente il caso Regeni, il massacro di Nicolò Ciatti, ad opera di Rassoul Bissoultanov e compagni, a Lloret de Mar (Barcellona) senza che nessuno intervenisse; Martina Rossi, ufficialmente suicida, il 3 agosto 2011 a Palma di Maiorca; le tredici studentesse dell’Erasmus, 20 maro 2016, morte a Valencia in un incidente causato dall’autista del pullman, che si era addormentato mentre guidava, sua ammissione: nessuna indagine, nessun colpevole, addirittura l’Assicurazione non volle pagare nulla.

L’ultimo in ordine di tempo è il caso di Gianluca Di Gioia, avvelenato e rapinato, ora in coma farmacologico al Bangkok Hospital di Udon Tani, in Thailandia. Per farlo rientrare in Italia occorre una somma ingente; sino ad oggi sono stati raccolti 105 mila euro (Il Messaggero del 3 settembre 2017).

In tutte queste e in altre vicende analoghe c’è un convitato di pietra: lo Stato italiano, la Nazione Italia.

Non una parola, una presa di posizione, una protesta anche minima e se c’è stata non ce ne siamo accorti, anzi non se n’è accorto nessuno.

Le spiegazioni possono essere soltanto due: il nostro governo ed i politici in generale hanno paura anche di fiatare, per chissà per quale motivo: interessi superiori alla vita di una o più persone; o puro e semplice menefreghismo: fino a quando non capita a me…affari come apertamente dichiarato dalle nostre Autorità politiche, l’Egitto è “nostro partner economico”.

La conclusione è una sola: se colpisci un italiano all’estero non succede niente; ergo, su può fare.

Xilella

Sarò forse “complottista”, ma per me ce l’hanno messa apposta per distruggere le nostre migliori colture: ulivi e adesso anche i mandorli; e tra poco vedrete, qualche altra pianta; purché sia in Italia ed in Puglia.

Nessuno si chiede come mai non progrediscano gli studi per debellare questo flagello, né come vengano usati i milioni di euro all’uopo stanziati.

Nessuno si chiede mai perché tanta facilità nell’ordinare tagli ed espianti da parte di Bruxelles né il perché della supina acquiescenza dei nostri governi, verso burocrati che decidono tutto a tavolino e che, forse, in vita loro non hanno mai visto un ulivo od un mandorlo.

Ma soprattutto se è vero che questo insetto non vola, come può aver attraversato il mondo, per arrivare qua dal Sudamerica?

Certamente qualcuno lo sa.

Torre Suda (LE) 18 settembre 2017



* Direttore di “Nuove Sintesi”

 

 

Quale Lega dopo Pontida?

Salvini guaderà il Rubicone?

di Salvatore Sfrecola

 

Grande è l’attesa del mondo politico per l’incontro di Pontida, tradizionale adunata della Lega, occasione di riflessioni e di cambiamenti lungo una storia che con Matteo Salvini si è rinnovata nella prospettiva di assumere una connotazione non più localistica ma nazionale, già percepita dalla gente che ha assicurato al partito consensi molto superiori a quelli dai quali è partita la sua segreteria. Tanto che si è detto anche di un cambio di nome, escludendo la parola Nord aggiungendo a Lega aggettivi che diano conto del nuovo corso, quindi “nazionale”, “italica, “italiana”, come la fantasia ed i ricordi storici suggeriscono.

Ma è pronta la Lega a questo passaggio al di là della volontà di Matteo Salvini che va assumendo, come gli è unanimemente riconosciuto, un profilo di leader nazionale di un partito che intende ricevere consensi in tutta Italia, considerate le diverse culture e storie che caratterizzano questo Paese? Certo la Lega “delle autonomie” sembra fatta apposta per cogliere quella straordinaria ricchezza di pensiero e di tradizioni che caratterizza l’Italia, dalle Alpi al Lilibeo, che poggia sul pensiero e sull’opera dei grandi che hanno riempito le biblioteche delle città e dei borghi, che hanno arricchito di dipinti e sculture le chiese ed i palazzi del potere e della cultura, che hanno disegnato nel corso dei secoli strade e piazze e giardini e parchi noti in tutto il mondo, ciò che spinge uomini di cultura e persone più modeste a visitare il bel Paese. Che è anche uno straordinario museo a cielo aperto dove la natura ha dato il meglio di se.

Il passo di Salvini è lento ma sicuro, come quello dei montanari, che mirano alla vetta. Non tutto e non tutti sono con lui. Ci sono i tiepidi e quelli che di più non possono dare perché portatori di una esperienza politica limitata, perché, al di là dell’incarico parlamentare o consiliare, non operano nella società con mestieri e professioni e, pertanto, non percepiscono le aspettative di chi le esercita, non ne colgono le ansie e le preoccupazioni. E poi c’è un profilo territoriale ancora predominante. La Lega espone, anche a livello di gruppi parlamentari e nelle assise televisive sempre uomini e donne del nord. La più a Sud è la Bergonzoni, combattiva leghista bolognese, già candidato sindaco nel capoluogo emiliano. Ci sono, è vero, esponenti della Lega in Umbria ed anche nel Lazio, come l’attivissima Saltamartini. Ma il passaggio ad un profilo nazionale esige altro. Roma, ad esempio, capitale d’Italia richiede di più, molto di più, anche una specifica attenzione al pubblico perché è qui che si fanno le leggi e si amministra l’amministrazione, scusate il bisticcio, quella che dà la misura dell’efficienza dello Stato e della capacità della politica di essere in sintonia con la gente. Anche le leggi si fanno spesso con i “romani”, siano i dirigenti delle pubbliche amministrazioni, siano i magistrati amministrativi e contabili (Consiglieri di Stato e della Corte dei conti), Avvocati dello Stato e docenti delle università della Capitale, da sempre consiglieri del potere.

È a Roma che maturano le scelte, è Roma che può mediare con il Sud variegato e vivace, sofferente perché non percepisce la presenza dello Stato, un disagio che fa ritrarre molti nel proprio particulare, al punto da risvegliare antistoriche e inattuali critiche al processo unitario che portò nel 1861 alla creazione dello Stato nazionale. Altrimenti che senso avrebbe certa polemica che intende richiamare in tono polemico nei confronti di Cavour, Garibaldi e Mazzini l’esperienza del Regno delle due Sicilie facendo la conta dei morti ai tempi del brigantaggio, dimenticando che c’era anche prima dell’unità e c’è anche oggi solo che ha forme diverse ed ha cambiato nome, si chiama Mafia Camorra, Sacra Corona Unita, e ’Ndragheta? Avendo dinanzi agli occhi l’esempio di una Sicilia, la regione che avendo, tra tutte, il massimo possibile di autonomia non ha ancora una rete stradale e ferroviaria degna di questo nome che possa assicurare la mobilità delle persone e delle merci in un contesto ambientale che potrebbe dare ricchezza ai suoi figli? Tra arte e natura la Sicilia, come si è un meraviglioso continente.

In questa Italia difficile, nella quale la gente è talmente disgustata dalla politica che il Movimento 5 Stelle miete consensi anche quando non amministra come gli elettori si sarebbero aspettati, come a Roma dove mancano non solo i risultati, che certamente richiedono qualche tempo, ma anche segnali di un cambiamento generalmente atteso, la Lega è al di là del guado, di un ideale Rubicone che è necessario passare se si vuole conquistare l’Italia, se si vuol mettere mano ad una nuova stagione della politica, quella che Giulio Tremonti va indicando come il nuovo Rinascimento, in ciò con Vittorio Sgarbi.

Alea iacta est! Ripeterà Salvini la celebre frase di Giulio Cesare, che comunque sembra l’abbia detta in greco, per lanciare le sue legioni verso la Capitale e le province del Sud generoso e fantasioso che tanto potrebbe dare alla politica e all’economia e, con esse, all’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo? Cominciando dal Mediterraneo che è il luogo del confronto delle civiltà laddove Roma ha saputo, nel rispetto delle diverse culture e storie, farne un mare romano, nostrum, nel senso più nobile della parola, di dialogo e di integrazione nel segno della identità. Un tema che deve essere caro agli italiani perché identità significa dare un contenuto all’essere italiano, che non significa soltanto parlare la bella lingua, purtroppo trascurata nella scuola e nei mezzi di informazione, ma avere consapevolezza di una storia unica, straordinaria, di pensiero e azione, che fanno degli italiani qualcosa di diverso da tutti gli altri. Senza voler escludere nessuno ma nella consapevolezza che il confronto, l’integrazione, cui spesso si fa riferimento anche con riguardo agli immigrati, esige la consapevolezza di chi siamo. Altrimenti non c’è integrazione ma sudditanza a culture straniere con le quali si può convivere ma delle quali non possiamo essere succubi. Quindi come io rispetto culti e luoghi di culto diversi dai miei esigo altrettanto rispetto per le mie usanze, per il mio pensiero, per occasioni civili e religiose che festeggio, per i miei gusti alimentari.

Al di qua del Rubicone c’è, dunque, aspettativa e speranza. Matteo Salvini la incarni e se ne faccia portatore con i suoi uomini migliori, che deve reclutare, con saggezza e accortezza, anche al di qua di quel fiume.

16 settembre 2017

 

Istria, Fiume e Dalmazia – La tragedia degli esuli

di Domenico Giglio

 

Definire Waldimaro Fiorentino uno scrittore prolifico e poligrafo è una realtà, perché, oltre ad aver firmato dodicimila articoli sui più vari argomenti, i suoi lavori più impegnativi spaziano dagli scienziati italiani, opera monumentale, patrocinata dalla Società Italiana per il Progresso delle Scienze, al mondo della musica e dell’operetta italiana, ai problemi religiosi della “Rerum Novarum”, a problemi storici e politici da De Gasperi, al rapporto di Casa Savoia con l’Alto Adige, al federalismo e decentramento, alla questione istituzionale vista dal punto di vista monarchico, agli italiani in Egitto, alla genesi della prima guerra mondiale ed ora agli esuli dell’Istria, Fiume e Dalmazia.

Il volume così intitolato “Istria, Fiume e Dalmazia – La tragedia degli esuli” ( Edizioni Catinaccio – Bolzano – maggio 2017 – Euro 15,00), uscito da pochi mesi e che ha avuto importanti e positive recensioni sui quotidiani trentini ed altoatesini, è una precisa documentazione storica dal 1800 ad oggi della vita e delle azioni che gli italiani di queste terre hanno compiuto per riaffermare la loro italianità sotto il governo asburgico, e poi, dopo il purtroppo breve periodo del loro ricongiungimento al Regno d’Italia, nel triste e tragico dopoguerra della seconda guerra mondiale sotto la ben peggiore oppressione comunista titina, terminato con la partenza e l’abbandono della terra natia e dei beni, da parte della grande maggioranza della popolazione di lingua, cultura e tradizione italica. Esuli che non sempre furono accolti in Italia, specie all’inizio, con sentimenti fraterni particolarmente da parte dei comunisti, per i quali la solidarietà ideologica con la Jugoslavia, era superiore alla solidarietà nazionale.

Secondo il suo stile e metodo Waldimaro Fiorentino, approfondisce date e nominativi di persone nate in quelle terre, frutto di una non certo facile ricerca storico anagrafica, che rendono il suo testo difficilmente oppugnabile e discutibile . Ed a date e nominativi, di coloro, numerosi, che si distinsero in tutti i campi e che ben operarono per l’italianità, nomi che in molti casi lasceranno sorpresi i lettori, si aggiungono cifre e statistiche altrettanto precise per cui libri come questo sono come pietre miliari della storia di terre dove Venezia aveva impresso il suo stampo d’italianità, che dopo la sua caduta, venne ripreso in quel più vasto movimento nazionale che fu il Risorgimento ,con l’unità raggiunta, sia pure parziale, nel 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia. Ed al Regno d’Italia da tale data al 1915, inizio della IV Guerra d’Indipendenza, guardarono, sperarono e dettero anche un contributo di sangue, gli italiani di queste terre .Quindi Irredentismo e senso nazionale che suscitarono la reazione politica, poliziesca, e snazionalizzatrice dell’impero austro-ungarico, a vantaggio di slavi e croati, così ben documentata ed approfondita da Fiorentino, di cui è doveroso ricordare le sue ragionate convinzioni monarchiche sabaude che lo portarono, giovanissimo, ad iscriversi al Movimento Giovanile del Partito Nazionale Monarchico ed il suo impegno successivo che lo ha visto per decenni rappresentante monarchico nel Consiglio Comunale di Bolzano.

13 settembre 2017

 

Il falso mito della marcia su Roma*

del Prof. Aldo A. Mola

 

La disputa sulla “Marcia su Roma” programmata da Forza Nuova per il prossimo 28 ottobre salirà ancora di tono, anche per le improvvide dichiarazioni del sindaco della Capitale, Virginia Raggi, che intima: “Non può e non deve ripetersi”, quasi “il duce” fosse alle porte. L'occasione è propizia per sfatare un “mito” abusato. Chiariamo subito che la famosissima “marcia” non avvenne il 28 ottobre 1922 e che, se per tale si intende l'assalto armato alla Città Eterna, essa non ebbe mai luogo. Solo il 31 ottobre, invero, circa 25.000 “militi”, stanchi e per niente soddisfatti, sfilarono per il centro di Roma e furono subito spediti a casa. Il governo Mussolini era già insediato e non ne aveva alcun bisogno. I mestatori, però, continuano a rinfocolare una leggenda che fece comodo a fascisti e ad antifascisti: a beneficio dei professionisti della “guerra civile” e a scapito della verità storica.

In un Paese bisognoso di “normalità”, narriamo i fatti, con ordine. Il 24 ottobre Mussolini aprì al teatro San Carlo di Napoli il secondo Congresso del partito Nazionale Fascista. Il precedente (Roma, novembre 1921) aveva segnato il passaggio dal movimento al partito. A presiederlo era stato il generale Luigi Capello, massone, all'epoca “in bonis” con il Duce e molto apprezzato dalla Milizia. Passato poi all'opposizione, il 4 novembre 1925 Capello fu incastrato nell' “attentato Zaniboni” alla vita di Mussolini e condannato senza prove convincenti a trent'anni di carcere, tre dei quali in isolamento.

Quel 24 ottobre 1922 da un palco del Teatro di Napoli si affacciò anche Benedetto Croce. Da storico, amava “vedere”. Applaudì persino. Mussolini aveva tre obiettivi: accelerare la crisi del governo presieduto da Luigi Facta ed entrare nell'esecutivo con alcuni ministri prima che iniziasse il declino del suo sempre caotico partito, con un piede nello squadrismo e uno sulla soglia di un potere. Aveva messo le mani avanti nel discorso di Udine (20 settembre) in cui aveva precisato che il fascismo, per allora, non poneva in discussione la monarchia. Il secondo scopo era tagliare la strada a Gabriele d'Annunzio che stava progettando con Facta un raduno patriottico all'Altare della Patria per il 4 novembre, festa della Vittoria. Sapeva bene, infine, che, forte di appena 37 deputati su 543 e di squadristi “a noleggio”, il tempo giocava contro di lui. Come si entusiasmano, così gli italiani presto si stufano. A Cesarino Rossi Mussolini confidò che il suo vero timore era il ritorno di Giolitti al governo: in tal caso, egli disse, “siamo fottuti” (sic!). Lo Statista aveva sgomberato a cannonate d'Annunzio da Fiume; altrettanto avrebbe fatto con i fascisti se avessero tentato l'assalto alle Istituzioni.

Il Parlamento non si radunava dal 7 agosto, quando aveva concesso la fiducia al secondo governo presieduto da Facta, nel quale erano entrati due ministri di polso: PaolinoTaddei all'Interno e Marcello Soleri alla Guerra. Abituato a fiutare il pericolo (era anche rabdomante, secondo Angelo Gatti), Vittorio Emanuele III incalzò invano il primo ministro a convocare le Camere.

Il 18 ottobre i quadrumviri del fascismo (il generale Emilio De Bono, Italo Balbo, oratore della loggia Gerolamo Savonarola di Ferrara, Cesare Maria De Vecchi, monarchico indefettibile, e Michele Bianchi, repubblicano) si radunarono a Bordighera. I primi tre resero omaggio alla Regina Madre, Margherita di Savoia, che non nascondeva simpatie per un governo “di ordine”. Lo stesso giorno gli industriali di Milano (esasperati da scioperi e non dimentichi dell' “occupazione delle fabbriche” del settembre 1920) ebbero un incontro rassicurante con esponenti del PNF. Poiché Mussolini minacciava di lanciare le squadre all'assalto della capitale per imporre il cambio di governo, Soleri impartì al generale Emanuele Pugliese, comandante della divisione militare di Roma, l'attivazione delle misure predisposte da un mese.

Il 24 ottobre Facta rassicurò il re: “Credo ormai tramontato progetto marcia su Roma”. Si destò alle 0.10 del 27 quando telegrafò al sovrano che le squadre avevano iniziato la mobilitazione in alcune città dell'Italia settentrionale (da Cremona, sotto la guida di Roberto Farinacci, “il più fascista”, ad Alessandria) e in Toscana, ove l'ordine pubblico venne ferreamente mantenuto dal generale cuneese Ernesto De Marchi.

Al prolisso telegramma di Facta il re rispose ruvidamente con due parole. Partì da San Rossore e arrivò alla Stazione Termini alle 19.40. Fu ricevuto da Facta. Nel frattempo il governo aveva deliberato le dimissioni, quindi era in carica solo per l 'ordinaria amministrazione. La città di Roma era tranquillissima. L'esercito effettuò blocchi ferroviari a Civitavecchia, Orte e Velletri, togliendo i binari e mettendo carrozze di traverso. Aveva sconfitto l 'Austria-Ungheria, completa di alleati germanici. Non temeva i “marciatori su Roma”.

La mattina del 28 due liberal-nazionalisti (Aldo Rossini e Giuseppe Bevione) svegliarono Facta di buon ora. Il governo si radunò senza un ordine del giorno e decise di sedere in permanenza. Alle 6.30 Taddei trasmise al capogabinetto Efrem Ferraris il testo della proclamazione dello stato d'assedio in tutte le province a decorrere dalle 12 e l'ordine ai prefetti e ai comandanti militari di “arrestare immediatamente, senza eccezioni, capi e promotori del movimento insurrezionale contro i poteri dello Stato”. Voleva dire la legge marziale in tutto il regno.

A vegliare furono Vittorio Emanuele III ,e il suo primo aiutante di campo, il generale Arturo Cittadini. Verso le 9 Facta andò dal re con il decreto dello stato d'assedio, già diramato. Vittorio Emanuele lo mise in un cassetto e gliene impose la revoca. Senza la sua firma valeva zero. Facta fece quanto ordinato. Sconcertati dalla clamorosa auto-smentita del governo, molti prefetti chiesero conferma in cifra.

Il re si sarebbe valso volentieri di Giolitti, che però stava festeggiando l'80° compleanno a Cavour, in Piemonte, e non fu in grado di raggiungere Roma. Lo stesso avvenne per il cattolico milanese Filippo Meda altro possibile presidente del Consiglio. Tramontata la candidatura di Antonio Salandra, non gli rimase che rimettersi al consiglio di tutte le personalità consultate: incaricare Mussolini. Accompagnato forse da Raoul Palermi, sovrano della Gran Loggia d'Ialia, il messaggero riservato del duce, Ernesto Civelli, assicurò che i fascisti non costituivano alcun pericolo per la monarchia. Ottenuto il preincarico, la sera del 29 ottobre Mussolini partì da Milano in vagone-letto. A Civitavecchia sostò forzatamente. Nel cambio di treno e nel breve viaggio seguente gli venne spiegato dai nazionalisti romani che doveva depennare dalla lista dei ministri Luigi Enaudi, liberale liberista, e il socialista Gino Baldesi. Ricevuto dal re a fine mattina del 30, nel tardo pomeriggio presentò l'elenco dei ministri. Convocati per telefono o telegrafo, l'indomani questi si presentarono per giurare. Lo fece anche Mussolini, che, presente il re, prese le consegne da Facta. Poi corse al ministero dell'Interno e agli Esteri, ove scelse come capogabintto Giacomo Barone, massone.

E le squadre? Ne ha scritto Roberto Vivarelli, Premio Acqui Storia alla carriera, nell'esemplare “Storia delle origini del fascismo” (il Mulino). Partite il venerdì per “marciare” il sabato, festeggiare la domenica e trovarsi a casa il lunedì mattino, armate di bastoni, pugnali, rivoltelle, qualche fucile, ormai da giorni erano a corto di “munizioni da bocca”. Pioveva; faceva freddo. Solo a governo nominato, nella notte tra il 30 e il 31 poterono avvicinarsi alla città. Nel quartiere di San Lorenzo si registrarono scontri tra neri e tossi, e vittime, come da anni in varie città piccole e grandi.

La sfilata partì da Piazza del Popolo arrivò all'Altare della Patria (ove erano schiarati i deputati nazionalisti), salì al Quirinale, dal cui balcone si affacciarono il re e i ministri della Guerra e della Marina,Armando Diaz e Paolo Thaon di Revel, e raggiunse Termini. Di lì gli squadristi vennero mandati a casa con 45 treni speciali. Nella seduta inaugurale del Consiglio dei ministri, l'1 novembre, Mussolini assicurò che in 24 ore Roma sarebbe stata tranquilla. Così fu.

Ad aprire la parata del 31 (e non 28) ottobre, il sindaco di Roma mandò la banda musicale della città. I fascisti sfilarono nell'indifferenza della popolazione. Era un martedì. Il 5 novembre, reso omaggio al Milite Ignoto, il re partì per San Rossore.

L'Italia si avviava alla normalità. Nessuno poteva immaginare quanto sarebbe accaduto dieci, quindici, vent'anni dopo. Niente di quanto avviene, infatti, è già scritto. Sono gli uomini a fare, bene o male, giorno dopo giorno. Tante “storie” raccontano gli eventi partendo dalla fine anziché seguendo i fatti uno dopo l'altro. Scrivono profezie del passato, non la storia.

Il sindaco Raggi, se vuole, può affidare a una banda musicale il compito di sdrammatizzare qualunque prossima sfilata in una città che, come l'intero Paese, ha ben altre priorità che la rievocazione di un evento storico. La “leggenda” della “marcia su Roma” fece comodo ai fascisti, che vantarono una vittoria in realtà ottenuta “a tavolino” (il PNF oltre a Mussolini ebbe tre ministri in un governo di coalizione nazionale comprendente nazionalisti, cattolici, demosociali e il giolittiano torinese Teofilo Rossi di Montelera); ma quel falso mito giovò anche agli antifascisti che si dipinsero vittime della proterva aggressione di centomila squadristi armati sino ai denti. L' Italia ha bisogno di storia vera, non di fiabe, né di polemiche strumentali.

 

*Editoriale del Giornale del Piemonte e della Liguria, domenica 10 settembre

 

 

Dopo gli scontri a Roma, in Piazza Indipendenza

Assuefatti all’illegalità

di Salvatore Sfrecola

 

Il Funzionario di Polizia che nel corso dello sgombero di coloro che occupavano abusivamente l’immobile di via Curtatone, all’angolo di Piazza Indipendenza, ha detto ai suoi collaboratori “se tirano le pietre spezzategli le braccia” è stato rimosso dall’incarico che rivestiva e trasferito ad altro Commissariato.

Comprendo le motivazioni della Questura di Roma in un contesto di polemiche, prima che sulla frase, sullo sgombero. Non sta certamente bene che un funzionario dello Stato usi quella frase che, peraltro, avrebbe detto chiunque di noi fosse stato destinatario del lancio di un oggetto idoneo a ferire. E forse lo abbiamo detto in qualche occasione.

L’opinione pubblica, che queste situazioni comprende e che è sempre più preoccupata della crescente impunità che circonda delinquenti e clandestini non ha certamente apprezzato che il funzionario della Polizia sia stato punito e che, invece, nessuna sanzione abbia subito chi quella frase ha provocato, lanciando oggetti atti a ferire e perfino una bombola di gas, come risulta dai filmati diffusi via internet, anche su Facebook.

La polemica continua, dunque, sulle modalità dello sgombero. A noi interessa riflettere sul fatto che siano trascorsi ben quattro anni prima di liberare un palazzo occupato illegalmente, ed i giardini prospicienti, in Piazza dell’Indipendenza, a Roma, lì dove siede il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici e dei pubblici ministeri ai quali lo Stato affida il rispetto delle leggi. Al centro della Città, a cento metri dalla Stazione Termini, quella che chiamiamo spesso “il biglietto da visita” della Città che, non dimentichiamo, è la Capitale d’Italia.

Così, prima di capire se l’opposizione degli occupanti allo sgombero, con le modalità violente che le televisioni hanno documentato, integri un reato ben più importante della “resistenza a pubblico ufficiale” (art. 337, c.p.) e se qualcuno degli operatori di polizia abbia usato maniere forti non necessarie, va detto che l’occupazione di un immobile consentita o tollerata per così tanto tempo è uno scandalo, un fatto inammissibile in uno stato di diritto. Inammissibile per definizione, perché nel lungo tempo dell’inattività delle autorità competenti, si è ingenerata la convinzione che ciò sia tollerato. Un esempio negativo, che ne trascina altri perché non c’è nulla di peggio della diffusa convinzione che la legge può essere impunemente violata. E siccome in questo Paese le regole non rispettate sono tante, senza che il più delle volte intervenga una sanzione, si diffonde da tempo un senso di illegalità che mina profondamente la pacifica convivenza.

Naturalmente la lesione della legalità non è prodotta soltanto dalla occupazione abusiva di immobili pubblici e privati da parte di italiani, di cittadini dell’Unione Europea o di extra comunitari, una pratica, peraltro, diffusa in tutta Italia, perché a violare impunemente le regole e senza sanzione è la stessa amministrazione dello Stato e degli enti locali, come hanno dimostrato i crolli seguiti ad un terremoto, come quello che nel mese di agosto ha interessato alcune località dell’isola di Ischia, di lieve entità (4.0) che gli esperti hanno dichiarato unanimemente non avrebbe fatto danno alcuno se fossero state rispettate le regole di progettazione e realizzazione, compreso l’uso di materiali idonei, previste dalle leggi in vigore. E, aggiungiamo, fossero stati eseguiti i controlli di legge sui progetti e sulla loro realizzazione (collaudi).

E poiché si parla di Ischia, ci dobbiamo chiedere perché, in un’area di diffuso abusivismo, è stata in tutti i modi ostacolata la costruzione della casermetta del Corpo Forestale dello Stato, da dove gli uomini in grigioverde (oggi inseriti nell’Arma dei Carabinieri) avrebbero potuto vigilare sul rispetto delle molteplici norme che disciplinano le distanze delle costruzioni dal mare e la tutela dei boschi, una ricchezza per l’isola, per la sua economia turistica, per i suoi abitanti. Ma non per tutti evidentemente, perché sicuramente alcuni perseguono interessi personali illeciti, in dispregio delle regole.

Il rispetto della legge e, in caso di violazione, l’applicazione di una sanzione, è dunque la cartina di tornasole della civiltà di un popolo, di una comunità preoccupata dell’oggi e ancor più del domani. L’Italia purtroppo, che qualcuno continua a chiamare “Patria del diritto”, evidentemente ricordando che a Roma le regole si rispettavano e si facevano rispettare, è un Paese a diffusa illegalità, come dimostra la corruzione, che un Presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino definì “pulviscolare”, per sottolineare la sua diffusione fin dalle pratiche più minute delle pubbliche amministrazioni, dove c’è sempre chi vuol guadagnare ricevendo indebitamente denaro o altra utilità, come si legge nell’articolo 318 del codice penale.

È una situazione intollerabile, che relega l’Italia nella graduatoria stilata da Transparency International in una posizione che è motivo di disonore per tutte le persone perbene, le quali auspicano veramente una svolta che necessariamente deve passare attraverso una riforma delle procedure che assicuri celerità e trasparenza in modo da non dare spazio a chi vuole lucrare sulla farraginosità della burocrazia italiana a fini personali. E in questo senso non c’è che da sperare nel futuro, perché il governo di Matteo Renzi come quello di Paolo Gentiloni non sono stati capaci di una svolta che andasse al di là degli slogan ripetuti ossessivamente forse per autoconvincersi di aver fatto qualcosa di buono per gli italiani i quali continuano a non percepire novità nella legalità.

4 settembre 2017

 

 

Il caso Regeni: la verità introvabile

di Salvatore Sfrecola

 

L’unica cosa certa nel caso Regeni è che non sapremo mai la verità. Quella autentica, con nomi e cognomi dei mandanti e degli esecutori di questo orrendo delitto. Lo sanno anche i politici ed i giornalisti che dicono e scrivono, giustamente indignati perché un giovane cittadino italiano, in Egitto per motivi di studio, è stato rapito, sottoposto ad interrogatorio e torturato fino a morirne. Perché nulla, neppure il sospetto che il giovane fosse, magari inconsapevolmente, una spia, al servizio di chi lo ha incaricato delle ricerche che stava svolgendo, può giustificarne il sequestro e la morte.

La storia ci insegna che fatti di questo genere è possibile accadano ove i diritti delle persone, anche se affermati in una legge, sono soggetti a tutela variabile. Spesso a nessuna tutela effettiva, in presenza di una “ragione di stato” come potrebbe essere avvenuto nel caso di Guido Regeni, probabilmente sospettato, svolgendo un ruolo di ricercatore per conto di una università del Regno Unito, quella di Cambridge, di fornire dati sull’attività sindacale che in quel paese è presumibile non goda della stessa libertà che caratterizza i paesi occidentali.

Il governo egiziano smentisce ogni coinvolgimento nella vicenda. E questo, ovviamente, va tenuto presente, anche perché, da quanto si legge le autorità, che comunque devono indagare per fornire elementi di conoscenza alla magistratura locale ed al Governo italiano, hanno dato versioni via via contrastanti, così ingenerando il sospetto che, invece, ne sappiano, e molto.

È credibile la posizione del governo egiziano, è possibile che quel che è accaduto non sia riconducibile all’iniziativa di un servizio pubblico di sicurezza forse troppo zelante? O talmente segreto da non ricadere sotto il controllo delle autorità?

L’Italia ha risposto con un gesto forte nei rapporti internazionali, immediatamente prima della rottura delle relazioni diplomatiche, il ritiro dell’ambasciatore, e continua a chiedere di sapere con certezza documentata cos’è accaduto.

Detto questo occorre fare chiarezza riprendendo le fila degli eventi ed esaminarli sulla base di due ipotesi teoricamente possibili, quella del coinvolgimento diretto di autorità egiziane, la più probabile, probabilmente l’unica, e quella della sua estraneità agli eventi.

Secondo la prima ipotesi, il giovane Giulio Regeni sarebbe stato fermato perché sospettato di acquisire dati che avrebbero potuto essere utilizzati a danno dell’immagine dell’Egitto sotto il profilo della scarsa tutela dei diritti dei lavoratori in quel paese. Nel senso che, anche se teoricamente neutri, potevano sempre essere interpretati ad uso di chi volesse ad esempio trarne elementi di supporto all’opera critica dell’opposizione interna o dei critici esterni di un regime politico che non è propriamente liberale come noi lo intendiamo. E può essere accaduto, come si legge su alcuni giornali, che qualcuno abbia “venduto” il giovane ricercatore ai servizi di sicurezza, magari enfatizzando l’attività che andava svolgendo. Non sarebbe il primo caso che viene gonfiato il valore di una informazione trasmessa allo scopo di alzare il prezzo o per affermare l’utilità del ruolo dell’informatore.

Venduto a chi? È immaginabile ai servizi di sicurezza egiziani. Ed è altrettanto immaginabile, come accade ovunque, che la sicurezza di un paese, specie se di dubbia democrazia all’occidentale, possa essere affidata a più organismi anche informali, che magari rispondono a diverse istituzioni. Ad esempio al ministero della difesa o dell’interno o a qualche corpo militare, enti tra i quali, spesso, non si ha collaborazione ma concorrenza, a fini di lotta interna di potere o anche solamente per apparire più affidabile all’autocrate di turno.

A questo punto il giovane torturato non ha fornito le informazioni che ci si attendeva perché probabilmente non ne aveva o non ne aveva consapevolezza, nel senso che i dati singoli che poteva aver fornito all’università committente avrebbero potuto diventare importanti solamente a seguito di una elaborazione in concorso con informazioni da altri acquisite. Un passaggio ulteriore che il giovane probabilmente non era in condizioni di fare o che comunque non spettava a lui fare.

Che fare, dunque, di Regeni una volta “interrogato”? Certo non era possibile lasciarlo andare malconcio, anche se il torturatore si fosse fermato per tempo. Morto, si è scelto di abbandonarlo per strada, come se fosse stato vittima di una aggressione o di un incidente. E qui i conti non tornano, perché è evidente un errore marchiano da parte di professionisti della lotta segreta e della tortura. I quali non avrebbero potuto trascurare che un cittadino straniero, tra l’altro ricercato perché scomparso, una volta rinvenuto in quelle condizioni sarebbe stato oggetto di accertamenti medico-legali i quali avrebbero immediatamente rese palesi le ragioni della morte. Perché non far sparire il corpo o immaginare un diverso esito, ad esempio un incidente stradale con incendio del mezzo al punto da renderlo irriconoscibile, da identificare solamente attraverso l’esame del dna o di un documento rimasto miracolosamente incombusto in una borsa magari volata fuori nel mezzo al momento dell’impatto? Uno svarione inimmaginabile da parte di un servizio di sicurezza con un minimo di “professionalità”. Che potrebbe avvalorare la seconda ipotesi, quella che il cadavere di Regeni sia stato gettato lì per danneggiare il governo.

È è teoricamente possibile, infatti, che, a sequestrare e ad uccidere Regeni, sia stata qualche organizzazione nemica del regime, perché ne fosse incolpato e messo in difficoltà rispetto all’Italia e, per quanto possibile, all’opinione pubblica interna ed internazionale. Se così fosse l’obiettivo sarebbe stato pienamente raggiunto perché, in fin dei conti, l’opinione pubblica è contro il governo egiziano il quale non può altro che dire, ma non dimostrare, di non essere coinvolto nella vicenda. Sembra abbia tentato ma senza successo.

La verità, dunque, non si conoscerà mai. Ha fatto bene l’Italia a pretendere dalle autorità egiziane chiarezza, che spieghino come è stato possibile che un cittadino italiano con passaporto europeo, sia stato rapito e torturato, identificando i responsabili, chiunque siano. Fa bene la nostra magistratura ad indagare ricercando la difficile collaborazione di quella egiziana a sua volta destinataria di insufficiente collaborazione da parte governativa. Ed è comprensibile che la famiglia, sconvolta dall’orrendo delitto, abbia manifestato critiche al Governo italiano che, a suo giudizio, avrebbe di fatto attenuato l’iniziale protesta inviando nuovamente al Cairo l’Ambasciatore. Né si può pretendere dai genitori del ragazzo ucciso che comprendano le ragioni politiche che hanno indotto il Governo italiano a “normalizzare” i rapporti diplomatici, in considerazione di pressanti esigenze di collaborazione, ad esempio nella lotta al traffico di uomini.

E comunque l’Ambasciatore ha anche il compito di ricordare giorno dopo giorno al Governo egiziano l’esigenza di collaborare alle indagini della magistratura egiziana ed italiana.

Una bruttissima vicenda, che troppi, al di là ed al di qua del mare, hanno avuto difficoltà ad affrontare sul piano politico, come spesso accade a questioni obiettivamente complesse. A cominciare dall’Europa della quale Giulio Regeni era cittadino e che avrebbe potuto svolgere un ruolo forte a fianco dei quello del Governo italiano per pretendere un impegno nelle indagini dalle autorità egiziane. Le quali, diciamocelo chiaramente, non hanno dato rilievo alla vicenda né si sono preoccupate delle possibili reazioni dell’Italia, che ci sono state come abbiamo visto, né di quelle dell’Europa, che invece non ci sono state. Ma certo non potevamo attenderci molto dalla Mogherini, l’evanescente Alto Commissario per la politica estera e di sicurezza.

Resta l’angoscia della famiglia Regeni, dolorosa e crescente, alla quale dobbiamo la nostra solidarietà di cristiani e di italiani.

25 agosto 2017

 

 

Figuraccia internazionale

Il 112 non decolla

e c’è chi cerca di sabotarlo

di Salvatore Sfrecola

 

L’avvio della riforma è stata faticosa e c’è già chi lavora per affossarla, enfatizzando ogni incertezza e più di qualche disservizio, invece di spingere per superare le difficoltà che sono la dimostrazione plastica di come in Italia, purtroppo, sia arduo semplificare la vita dei cittadini in un contesto di efficienza. È la vicenda dell’attuazione del 112, il Numero unico europeo delle emergenze (NUE), che leggiamo sulle auto della polizia e sulle ambulanze europee e perfino in Turchia. Raccomandato già del 1976 dal CEPT, la Conferenza Europea delle amministrazioni delle Poste e delle Telecomunicazioni, è attivo da anni in tutti gli stati dell’Unione e in molti altri in tutto il mondo, dalla Russia alla Svizzera, dall’Ucraina all’Islanda, alla Norvegia. Ovunque, componendo il 112, si viene messi in contatto con il sistema di emergenza.

Istituito per tutta l’Unione nel 2004, perché entrasse in vigore ovunque nel 2008, il NUE prende le mosse dell’esperienza degli Stati Uniti d’America dove il 911, che abbiamo imparato a conoscere dai polizieschi made in USA, funziona benissimo. Al punto che se negli Stati Uniti o in Canada qualcuno compone il 112 le chiamate d’emergenza vengono trasferite al 911. Lo stesso avviene anche in alcuni Paesi dell’America latina, nel Costa Rica, ad esempio, e in alcune regioni dell’Oceano pacifico meridionale, a Vanuatu e in Nuova Zelanda.

Nel 2008, quando la maggior parte degli stati membri dell’Unione aveva già dato attuazione alla direttiva comunitaria, l’Italia cominciava a fare “sperimentazioni” nelle provincie di Biella, Brindisi, Modena, Pistoia, Rimini e Salerno. Tra mille difficoltà, tanto che il nostro Paese è stato sanzionato dalla Corte di Giustizia dell’UE a seguito del ricorso presentato dalla Commissione nel 2007. È del 15 gennaio 2009 la sentenza dei giudici europei i quali hanno ritenuto inconsistenti le misure sperimentali adottate dall’Italia e le “difficoltà” eccepite a giustificazione del ritardo. Sanzione inizialmente sospesa a seguito di nuove giustificazioni presentate a Bruxelles e della buona volontà dell’Arma dei Carabinieri, in atto titolare del 112, che aveva dato dimostrazione di poter in qualche modo sopperire alle esigenze, tra l’altro assicurando la presenza di operatori capaci di rispondere in varie lingue. Ma alla Commissione non si sono accontentati ed è venuto un nuovo richiamo con minaccia di sanzioni onerosissime. Eppure, con l’avvento del Giubileo del 2015 a Roma e provincia era stata disposta l’attivazione del Numero Unico. Dotato di 34 postazioni, con circa 80 addetti a conoscenza di 14 lingue, per un totale di 6 milioni di potenziali di utenti, il servizio ha dato buona prova sull’intero territorio regionale. A conferma che siamo il Paese delle emergenze, dei “grandi eventi”, nei quali, con sovrabbondante e disinvolto dispendio di risorse, si riesce a fare presto e, spesso, bene, quando non emergono gravi irregolarità negli appalti e nella esecuzione dei lavori.

Nonostante nel 2009 la Commissione europea, il Parlamento ed il Consiglio dell’Unione avessero adottato una risoluzione che ha istituito l’11 febbraio la “Giornata europea del 112”, si è dovuto attendere il 20 gennaio 2016 perché il Consiglio dei ministri approvasse il decreto attuativo per lintroduzione in Italia del NUE e decollasse, sulla carta, la riforma prevista ben otto anni prima, sperimentata ma rallentata dalla tipica mentalità italiana della difesa strenua dell’orticello delle competenze. Come accade nelle amministrazioni dello Stato quando, nel concorso di più uffici in un procedimento, si ricerca un accordo nella composizione dei vari interessi intestati ai singoli. Tra chi deve adottare l’atto finale, chi assicurare il concerto, chi rilasciare un parere, per cui si deve ricorrere alle “conferenze di servizi” per conciliare i vari interessi coinvolti, ai fini della decisione finale. Difficile, difficilissimo procedere presto e bene. Ognuno difende la propria specificità, non di rado con effetti negativi sull’efficienza della stessa amministrazione e sulla tutela degli interessi primari dello Stato.

E così il 112, destinato a costituire il riferimento unico di più istituzioni, l’Arma dei Carabinieri (112), la Polizia di Stato (113), il Corpo dei vigili del fuoco (115), il soccorso sanitario (118) non poteva non subire i veti incrociati, i richiami alle diverse specificità, alle competenze, alle priorità. Nessuno vorrebbe perdere o veder declassato il proprio numero e lo fa eccependo una specifica efficienza quanto ai tempi di risposta. Intanto il sistema non decolla se non in alcune realtà (si deve dire, ancora una volta, prevalentemente al Nord, in Lombardia) per cui è inevitabile che accadano disfunzioni, le quali a volte hanno causato gravi danni alle persone. E così, in occasione di un recente ritardo in un caso di emergenza sanitaria, si è addirittura titolato: “Il 112 ha un altro morto sulla coscienza”, senza neppure una parola che individuasse le responsabilità di chi ha attuato o sta attuando e/o gestendo il servizio. Si fa demagogia a basso costo accreditando le “ragioni” di chi non vuole innovare, infischiandosi di quel che accade in Europa e della figuraccia che il nostro Paese fa ed ha fatto nei confronti dell’Unione e dei turisti che a milioni vengono in Italia. Ai quali non interessano le beghe tra i “titolari” dei vari numeri ma vogliono sapere se, come accade nel loro paese, hanno un riferimento certo ed efficiente in caso di aggressione, di incendio, di preoccupazioni per la salute. Si è letto di “Bufera sul 112” con la scusa che “l’obiettivo del 112 è ancora lontano, e in alcune regioni che l’hanno già introdotto si registrano troppi ritardi e reclami”. Ancora lontano? Siamo a dieci anni dalla data prevista nella direttiva comunitaria e da quando gli altri stati dell’Unione vi hanno dato attuazione! E nessuno si vergogna!

A dieci anni anche dalle prime sperimentazioni la riforma procede a macchia di leopardo nonostante la lunga sperimentazione che ha dimostrato possibile, senza eccessive difficoltà (che, infatti, non hanno trovato altri in Europa) l’instradamento delle chiamate tra le centrali operative di Carabinieri e Polizia di Stato (anche per le competenze territoriali dei due corpi di polizia), con la localizzazione del chiamante e il trasferimento di quelle del soccorso tecnico e sanitario alle competenti centrali operative dei Vigili del Fuoco e del Soccorso Sanitario, le quali hanno accesso al sistema di localizzazione delle chiamate anche per le telefonate ricevute sulle linee 115 e 118,

A partire dal 2017 in molte città italiane viene adottato il numero unico con standard GSM riconosciuto da tutte le reti. Le chiamate al 112 vengono indirizzate alla Centrale unica, anche se i numeri di emergenza nazionali rimangono tuttora validi.

Il modello è quello di PSAP 1 (Public safety answering point) Centrale di Primo Livello, che risponde a tutte le chiamate dirette al 112, indirizzandole, dopo la localizzazione del chiamante ed una breve intervista per accertare la veridicità e il grado del pericolo della richiesta, al PSAP di II livello (pubblica sicurezza, vigili del fuoco o emergenza sanitaria) più adatto alla situazione. Così, componendo qualsiasi numero dell’emergenza (112, 113, 115, 118) il cittadino entra in contatto con l’operatore della Centrale Unica di Risposta del Servizio Emergenza, che si posiziona tra l’utente e le centrali operative specifiche (Pubblica Sicurezza, Arma dei Carabinieri, Vigili del Fuoco ed Emergenza Sanitaria).

Riusciremo ad adeguarci al resto dell’Europa ovunque in Italia, o avremo ancora regioni a risposta differenziata? Ma quanto dura il processo di unificazione dell’Italia avviato il 17 marzo 1861?

(da La Verità del 19 agosto 2017 a pagina 12)

 

 

 

 

NO all’istruzione superiore di quattro anni.

Riflessioni del Prof. Michele D’Elia, già Preside, Direttore di Nuove Sintesi

 

In forma di comunicato stampa il Professor Michele D’Elia, già Preside in istituti di istruzione secondaria di primo e secondo grado, Direttore della Rivista Nuove Sintesi, ha manifestato il suo aperto dissenso rispetto alla proposta, avanzata dal Ministro per l’istruzione, Valeria Fedeli, di modificare la durata dei corsi della scuola media superiore, sia pure in via sperimentale.

Osserva il Prof. D’Elia:

1)              I programmi, da anni sono diventati “linee guida”, vale a dire il nulla, nel quale ciascuno propone agli studenti ciò che gli pare. In questo nulla entra a pieni titolo la sperimentazione quadriennale, già condotta alla chetichella.

2)              Sempre uguale il copione: per abolire il latino nella scuola media, il governo di allora lo rese facoltativo, nessuno lo scelse più, subito dopo fu abolito formalmente. A maggior ragione oggi nessuno studente sceglierebbe un istituto di cinque anni. I politici, Ministro in testa, grideranno al successo della sperimentazione.

3)              I quattro anni di corso sono una bufala espunta dopo la sperimentazione dello scientifico 1923-1928 portato a cinque anni, nel 1930, dallo stesso Gentile.

4)              All’estero, esperienza professionale, la scuola italiana è ancora considerata di alto livello; non c’è ragione di scopiazzare sistemi che non ci appartengono.

5)              L’ingresso anticipato nel mondo del lavoro, che nemmeno si vede all’orizzonte, è pretesto ipocrita per continuare a demolire la scuola pubblica e per disporre nell’industria di manovali con il colletto bianco.

Le sue considerazioni:

Il ministro Berlinguer elevò a cinque anni l’efficace istituto magistrale, sostenendo che quattro non erano adeguati alla società contemporanea; oggi, la stessa parte politica abbassa a quattro tutto l’impianto, connivente la cosiddetta opposizione. Chissà perché in agosto …

I docenti universitari, che già si lamentano dell’ignoranza di base dei loro studenti, saranno soddisfatti. Hanno sotto gli occhi il fallimento della laurea triennale.

17 agosto 2017

 

 

Da appunti, lontani nel tempo ma attualissimi

Passeggiando per le strade di Roma, tra disservizi e “puzza” (che è di Destra e di Sinistra). Considerazioni e prudenti suggerimenti

di Salvatore Sfrecola

 

L’articolo riproduce, con alcune integrazioni, aggiornamenti ed ampliamenti, l’articolo pubblicato ieri, 15 agosto, da La Verità a pagina 17 ed intende rappresentare un contributo obiettivo e stimolante per il Sindaco e la Giunta comunale guidata da Virginia Raggi nella considerazione che gli interessi di Roma e dei romani prevalgono rispetto agli orientamenti degli schieramenti politici che si sono confrontati nelle elezioni comunali del 2016 ed a quelli che si vanno delineando nella prospettiva (o nella speranza) che l’attuale maggioranza deluda e possa portare alla fine anticipata della Consiliatura Capitolina. L’Autore si augura che il Sindaco voglia apprezzare questo contributo e trarne insegnamento, mettendo in atto alcuni comportamenti capaci di restituire efficienza all’apparato e fiducia ai cittadini.

 

Mi colpì molto anni addietro un amico che, a proposito delle sue ferie, mi disse di averle sistematicamente trascorse a Roma nel mese di agosto. E ne spiegò le ragioni: la possibilità di riappropriarsi della Città liberata da gran parte del traffico e quindi di godere delle sue bellezze naturali e architettoniche, assaporando la frescura dei suoi parchi pluricentenari e dei viali alberati che l’attraversano. Ma anche di visitare musei e aree archeologiche mischiandosi alle comitive variopinte dei turisti italiani e stranieri che l’affollano in questi giorni più di sempre.

Roma, comunque la città più desiderata, anche se le statistiche dicono di un turismo veloce, “mordi e fuggi”.

In effetti, mai come ad agosto ci si può immergere nella Città più bella del mondo, che possiamo definire unica, perché solamente a Roma si possono ammirare monumenti della civiltà lungo quasi tremila anni, gli acquedotti, le terme, i templi che attestano la civiltà dell’accoglienza, anche dei culti, gli stadi, i palazzi del potere e, via via, fino ad oggi gli immobili della storia civile, politica e religiosa, splendide architetture in un contesto ambientale del tutto particolare, i lungotevere, i colli che l’hanno resa famosa. La Città che, come nessun’altra, possiede un patrimonio arboreo ricco e variegato, ovunque, non solamente nelle ville famose, dalla Borghese alla Doria Panfili alla Sciarra o lungo i viali della Roma Umbertina. Come nel quartiere Delle Vittorie, dove vivo e prevalentemente lavoro, con i viali dalla possente alberatura di platani centenari, Giulio Cesare e delle Milizie. E poi anche strade minori arricchite di piante fiorite, ovunque, da Via Ricciotti dagli oleandri enormi con i rami piegati dal peso dei fiori, a via Paolucci de’ Calboli ricca di HIbiscus odorosi, a Via Silvio Pellico dai Tigli profumati. E ancora gli oleandri maestosi di via Cornelio Nepote, alla Balduina.

La Città che, illuminata dal sole che rende magici gli scorci dell’antico e del moderno, mette in mostra anche le sue carenze. Che risaltano agli occhi del cittadino e del visitatore. Partendo dalla ammirata alberatura va detto, infatti, che il Servizio Giardini del Comune di Roma, un tempo fiore all’occhiello dell’Amministrazione capitolina, con il suo orto botanico straordinario ed i suoi tecnici specializzati, marcia oggi a ranghi ridotti. Molti servizi sono trascurati, altri abbandonati. Come il sistema di innaffiatura a goccia. Francesco Rutelli, da Sindaco, volle che la barriera spartitraffico di viale Cristoforo Colombo fosse abbellita da fiori e arbusti e innaffiata automaticamente. Tutti ricorderanno che percorrendo quella importante arteria in alcuni orari gli zampilli bagnavano oltre le aiuole anche la strada e le auto in transito. Oggi non più. Le aiuole spartitraffico non hanno fiori né arbusti ma mostrano in bella vista i tubi dai quali non è erogata più acqua. Rutelli lo ha denunciato qualche mese fa a Porta a Porta, ma non è accaduto nulla. I tubi sono ancora a secco. Come in viale Mazzini, anche dinanzi alla Corte dei conti che dovrebbe ricondurre la civica amministrazione nelle sue varie articolazioni ad una gestione oculata del denaro pubblico. Evidentemente al Municipio non temono che la Procura regionale chieda conto di quel servizio pagato e interrotto.

Cos’è accaduto? C’è un contratto non rinnovato o inadempiuto? O non adempiono gli uffici del Comune?

Ancora nell’afa agostana, qualche giorno fa ho affiancato al semaforo al crocevia, tra via Nomentana e viale 21 Aprile, un filobus della linea 90 nel quale i passeggeri si sventolavano alla ricerca di qualche refrigerio. Erano trascorse da poco le 16. Immagino non funzionasse l’aria condizionata, anche perché il conducente teneva il finestrino aperto. O forse non voleva attivare l’impianto, come mi hanno riferito più volte passeggeri dei mezzi ATAC. Come i conducenti dei taxi che sfrecciano con i finestrini aperti, incuranti di quella ospitalità che dovrebbero dimostrare nei confronti degli utenti, non solamente degli stranieri abituati a ben altro confort. Il risultato è che una corsa anche di dieci minuti si trasforma in una sauna intollerabile, in un mezzo con alla guida un conducente spesso maleodorante.

Poi c’è il problema della pulizia della Città e dei cassonetti.

Ne avevo scritto più volte in passato. Così mi è capitato in questi giorni, nel mettere ordine tra i miei libri ed i miei articoli, con l’aiuto del mio bibliotecario di fiducia, come si è definito il mio nipotino Leonardo, di ritrovare alcuni pezzi del 2008, attualissimi perché scritti a proposito delle “maleodoranti strade di Roma”. Firmavo, per questo Giornale con lo pseudonimo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che, da cavallo, osserva ancora oggi la Città dalla piazza del Campidoglio, immaginavo senza molta soddisfazione, quanto al traffico e alla pulizia. E mi chiedevo se la “puzza”, come diciamo noi romani, cioè il fetore che proviene dalle strade e dai cassonetti, sia di Destra o di Sinistra, per concludere che è responsabilità di entrambi gli schieramenti, considerato che gli uni e gli altri hanno indegnamente amministrato la Capitale d’Italia.

Più articoli tra aprile e settembre di quell’anno. Iniziavano con un ricordo, neppure molto lontano, quando con i primi caldi facevano la comparsa nelle strade di Roma le autobotti che irroravano l’asfalto, eliminando lo sporco che si accumula giornalmente, la polvere grassa e appiccicosa, i residui oleosi delle autovetture. Quell’acqua attenuava in qualche modo anche la sensazione dell’afa. Un tempo, dicevo, perché oggi quei mezzi, tra l’altro immortalati in un celebre film di Totò, non si vedono più e noi romani dobbiamo pazientemente attendere che a pulire la nostra Città ci pensi il Padreterno. Il quale, evidentemente commosso dalle preghiere dei Quiriti, quell’anno vi aveva provveduto già ai primi di aprile, in modo egregio, anche eccessivo, quando Roma si era allagata in più punti, a dimostrazione che non viene attuata neppure la manutenzione degli scarichi delle strade, le caditoie, quell’elemento del sistema di drenaggio urbano che serve ad intercettare le acque meteoriche (o di lavaggio delle strade) che scorrono in superficie. Queste, se non liberate dalle foglie, non consentono il deflusso delle acque. Anche ai margini dei ponti sul Tevere, dove sarebbe facilissimo fare una canaletta che porti l’acqua piovana al fiume. A lungotevere Flaminio, ad esempio, all’angolo di ponte del Risorgimento, in direzione Stadio Olimpico sulla riva sinistra, si forma sistematicamente una pozza che arriva quasi al centro della strada. Nel 2008 (anche d’inverno ovviamente). Ugualmente nel 2017. Segno che nessuno delle migliaia di vigili, funzionari, amministratori della città che passano di lì tutti i giorni si è dato carico di una segnalazione a chi di dovere. Un lavoretto di quelli che si fanno “in economia”, spesso senza una gara, neppure informale, perché affidato all’impresa aggiudicataria dell’appalto della manutenzione delle strade.

Incuria, disattenzione, incapacità di gestire, presunzione di una classe politica municipale modestissima (oggi sono in vena di complimenti!) ma arrogante. E non è questione di Destra o di Sinistra perché questo giudizio negativo coinvolge comune e municipi, chi ha governato e chi sta o è stato all’opposizione, in ogni caso incapaci di farsi portavoce del disagio della gente. Modesta anche la classe amministrativa.

Governare significa assumersi responsabilità rispetto alle molteplici e diverse esigenze di una comunità. Esigenze di lungo periodo, che corrispondono a progetti “politici” nello sviluppo e nell’assetto di una città, che esprimono la “filosofia” di una politica del territorio e del sociale. Poi vi sono richieste “minori”, ma essenziali per la cittadinanza, la viabilità, la sicurezza nelle strade, l’illuminazione, i marciapiedi. Perché le autovetture devono poter circolare agevolmente, trovare un parcheggio, quanto più possibile in tempi brevi, ad evitare il girovagare con effetti inquinanti evidenti. La gente deve poter camminare sui marciapiedi, spesso ridotti in condizioni che impediscono la deambulazione di chi ha difficoltà motorie, o spinge carrozzine, come le mamme o le nonne, o le carrozzelle. I marciapiedi sono sconnessi, coperti a tratti con asfalto sovrapposto a precedenti interventi, le classiche “toppe”, o con pietre che si muovono sotto i piedi perché non fissate o rotte. Un esempio, tra tanti, il marciapiede prospicente il cinema Adriano a piazza Cavour. Ho chiesto ad un mio amico ingegnere se fosse un problema di materiali scadenti e di messa in opera. Mi ha risposto “l’uno e l’altro”. Mi chiedo da sempre chi abbia collaudato quei lavori e chi abbia disposto la liquidazione della spesa.

Strade ingombre di foglie che, alle prime piogge diventano trappole, micidiali con l’imbrunire in assenza di adeguata illuminazione. Qualche anno fa, in una serata buia e piovosa, all’incrocio tra viale delle Milizie e Via Carlo Alberto Dalla Chiesa un anziano con impermeabile nero fu urtato da un autobus. Il conducente non se ne accorse e l’uomo, rimasto a terra privo di sensi, fu travolto da altri mezzi pubblici perché chi era alla guida, tra mucchi di foglie e pozzanghere in un fondo stradale sconnesso, non aveva notato quel fagottone, neppure sotto le ruote.

Strade poco o per nulla illuminate, come i tunnel di Corso d’Italia o quello al quale si accede da via di Porta Cavalleggeri. Pericolosissimi anche per le pozze d’acqua lungo i bordi.

Tornando all’estate, nella lettura dei miei articoli del 2008 e degli appunti che avevo preparato i vista di quei pezzi ritrovo altre annotazioni. Ormai siamo a settembre. C’è ancora la speranza che Giove Pluvio voglia donare ai Quiriti un po’ di refrigerio con gli acquazzoni autunnali, di quelli tipici dell’Urbe, violenti ed abbondanti, quando piove “a goccioloni”, come si dice qui. Anche nel 2008 arrivarono, come sempre, in barba ai cultori delle variazioni climatiche, e le strade diventarono fiumi di schiuma giallastra maleodorante. Che non fu in grado di defluire rapidamente perché le famose caditoie a settembre sono ancor più intasate che in primavera dalle foglie cadute tra giugno e agosto, che nessuno raccoglie.

Diciamo la verità, Roma è una delle città più sporche del mondo. Ovunque, non solo le capitali, le città storiche sono oggetto di quell’attenzione alla quale il cittadino tiene molto, che marca la differenza, e che ha influito negativamente sull’esito di alcune competizioni elettorali. All’indomani della vittoria di Giorgio Guazzaloca a Sindaco di Bologna si è letto che la Giunta di sinistra era caduta sulle cacche dei cani. Animali meravigliosi, che amo tantissimo, che spesso hanno padroni maleducati, irrispettosi dei loro concittadini. Nei loro confronti fu minacciata anni fa una severa sanzione se non avessero avuto sacchetto e paletta per rimuovere gli escrementi del loro “Fido”. Mi piacerebbe sapere quante multe sono state elevate. Azzardo un numero, “zero” o vicino allo zero! Anni fa AMA aveva acquistato una serie di motociclette, mi sembra venti, per la raccolta delle deiezioni canine. Indagò la Procura della Corte dei conti perché sembra non fossero state mai utilizzate.

Nel 2008, quando scrivevo, si era appena insediata la nuova Giunta presieduta da Gianni Alemanno. Era logico nutrire qualche speranza, pensare ad una iniziativa straordinaria del Sindaco della Destra romana, ad una sorta di lavacro che avrebbe potuto assumere un significato simbolico, un cambio di passo, la rigenerazione dell’Urbe.

Niente da fare. Una non piccola delusione! La prima di tante altre che hanno avuto un esito scontato, la sconfitta del Sindaco e dei partiti che incautamente l’avevano appoggiato.

Sembra che gli amministratori capitolini non riescano a percepire quali sono i problemi veri dei cittadini. Eppure sono pochi, anche se non sempre è facile risolverli: il traffico, il servizio pubblico di trasporto, e la manutenzione delle strade, la pulizia. Cominciando dalle buche. Abituati a muoversi con auto di servizio dalle robuste sospensioni, che sfrecciano veloci, con i finestrini rigorosamente chiusi per non disperdere l’effetto dell’aria condizionata, gli amministratori capitolini non percepiscono lo stato del manto stradale e il cattivo odore che ammorba la Città. La classe politica di Destra e di Sinistra si rivela sempre più lontana dai problemi veri della gente.

“Pulizia, soddisfatto solo un romano su 3”, titolava il Corriere della Sera del 13 settembre 2008 nella cronaca di Roma. Gli altri due evidentemente hanno difficoltà di olfatto. Intanto Franco Panzironi, appena nominato nuovo amministratore delegato di AMA, dichiarava che “la situazione dei servizi di igiene a Roma è difficile e l’azienda versa in una condizione organizzativa confusa”. A fare chiarezza è stata la magistratura che ha individuato i responsabili di fatti di gestione illeciti, anche in questo carrozzone mangiasoldi. E su Panzironi si è abbattuta la scure della giustizia. Pochi giorni fa.

Oggi a Sindaco di Roma (mi perdoni, ma a me quel “Sindaca” proprio non va giù) è Virginia Raggi, del Movimento 5 Stelle, votata a larghissima maggioranza in un ballottaggio che nel 2016 le opponeva lo scialbo e triste Roberto Giachetti, uno “di prima”. Su Facebook scrissi in quei giorni che i romani non avevano bisogno di “giacchetti” in presenza di “raggi di sole”, un post che ebbe molto successo. E così, disgustati dalle precedenti esperienze, hanno avuto fiducia in lei, nel giovane avvocato che aveva svolto un ruolo di opposizione alla Giunta di Ignazio Marino. L’hanno votata ad occhi chiusi. A scatola chiusa, come si sentiva dire a Carosello nella pubblicità di un noto prodotto alimentare.

Nessuno la conosceva ma, devono aver pensato i romani, non potrà fare peggio dei suoi predecessori. Tanto che le perdonano ancora oggi incertezze, mancanza di uno staff già pronto all’uso, più volte integrato con qualche imbarazzo, le difficoltà che naturalmente incontra chi non conosce l’amministrazione, una struttura complessa, poco affidabile e difficile da guidare. Più di qualcuno non la rivoterebbe, ma prevale ancora in molti l’aspettativa che riesca a mettere in moto la macchina. “Famola lavorà porella. Damole tempo”, sentenziava giorni fa al mercato una arzilla romana “de Roma” rispondendo a chi criticava il Sindaco (non cambio!).

Ma almeno la “puzza” riuscirà ad eliminarla?

Il Movimento 5 Stelle, che l’ha candidata e l’appoggia, sembra aver trascurato di considerare che a Roma si gioca la speranza del Movimento di prevalere alle elezioni legislative del 2018, che la capacità di governare la Capitale sarebbe stata agli occhi dei più un momento di verifica dell’attitudine ad assumere maggiori responsabilità. Per loro fortuna Matteo Renzi ha talmente deluso che il Partito Democratico è in caduta libera nei sondaggi.

Tornando ad esempi di gestione della Città, nei giorni scorsi sono state eliminate un po’ di foglie accatastate lungo viale delle Milizie, un po’, solo un po’, per carità, di quelle accumulate nelle precedenti settimane. Lo avevo segnalato su Facebook con tre foto di vari punti dell’importante arteria che costeggia tre tribunali con notevole, continuo flusso di cittadini. È accaduto, infatti, che intorno alle 14 di venerdì 11 un buon numero di uomini e mezzi di AMA sia stato impegnato nella raccolta delle foglie la cui presenza minacciava la funzionalità delle caditoie al primo acquazzone.

Bene dunque AMA in questo caso. Ma male anche i privati, ad esempio il ristorante all’angolo tra viale delle Milizie e Via Silvio Pellico non si è peritato di togliere le foglie che si erano accumulate in quell’angolo, dinanzi alle colonnine che delimitano il marciapiede. Non aveva l’obbligo di farlo? Forse. Ma certamente sarebbe stato apprezzato dai clienti.

E mi chiedo se esiste o no una disposizione che imponga agli operatori economici con accesso sul marciapiede o ai condomini di tenere pulito il marciapiede antistante? Se non esiste questa regola sarebbe il caso fosse introdotta perché i cittadini devono contribuire alla pulizia della città e questa loro partecipazione al decoro delle strade è intuitivo che potrebbe contribuire al contenimento dei costi dell’azienda municipalizzata e, quindi, della tassa sui rifiuti.

Un invito al Sindaco agli assessori. Perché di tanto in tanto, ma senza preannunciarlo, non salgono su un autobus, sulla metro o si mettono in fila dinanzi ad uno sportello di un ufficio comunale? Perché, alla vista di una buca di quelle che più propriamente andrebbero chiamate voragini, non chiamano la manutenzione e rimangono sul posto fino all’arrivo dei tecnici? E della stampa. Così per altre disfunzioni.

Federico II di Svevia il Re e Imperatore che, ai suoi tempi, ha fatto stupire il mondo (fu definito, appunto, Stupor Mundi) amava andare al porto di Palermo o al mercato, la Vucciria, ed ascoltare, camuffato nel vestire, cosa dicevano i cittadini del suo governo e dei suoi funzionari. Se accertava disfunzioni nella sua amministrazione provvedeva immediatamente a rimediare e se scopriva che qualcuno usava la prepotenza o prendeva la classica mazzetta lo convocava e gli chiedeva conto del suo operato. E lo invitava a dimettersi. Spesso lo dimetteva lui stesso e, tenuto conto delle usanze del tempo, quelle dimissioni a volte non erano proprio incruente.

Infine Sindaco Raggi, Roma è stata devastata da incendi, come a Castelfusano. Alcuni dei piromani sono stati individuati ed arrestati. Li attende una pena lieve, come insegna l’esperienza. E assolutamente non dissuasiva. Perché l’Amministrazione non si costituisce parte civile nei processi penali chiedendo il risarcimento del danno? Si sente dire che è inutile perché i danni sono milionari, l’intervento degli uomini e dei mezzi per spegnere l’incendio costa molto, e nessuno degli imputati potrebbe risarcirli. Ma se fossero condannati a sborsare una somma significativa sulla base di una sentenza assistita da un sequestro, della casa, dell’automobile, del conto in banca, certamente la sanzione sarebbe maggiore e maggiormente dissuasiva rispetto all’evanescente e ipotetica condanna penale, lieve e il più delle volte sospesa. E se ad appiccare il fuoco è un minorenne deficiente (a sentire la stampa e l’avvocato difensore) o un disturbato mentale il sequestro si fa a carico dei genitori e di chi è responsabile della tutela. Il questo modo chi ha un minore deficiente o la responsabilità di un disturbato l’anno prossimo lo terrà chiuso a casa, almeno per il periodo estivo. E lo Stato e le Istituzioni recupereranno credibilità agli occhi del cittadino.

16 agosto 2017

 

 

 

Grande Guerra,

quarta dell’indipendenza italiana

di Michele D’Elia

 

Aspre sono le guerre. Aspra è la Prima Guerra Mondiale. Questa nasce da un groviglio di interessi economici e coloniali, di errori diplomatici e di egoismi politici, di pesi e contrappesi nazionali ed internazionali e di guerre locali. Concetti dei quali non aveva idea Gravilo Princip, assassino per caso di Francesco Ferdinando e della sua consorte Sofia Chotek il 28 giugno 1914, dopo il fallito primo tentativo nella stessa mattinata. L’Attentatore pensava che la morte dell’Arciduca, peraltro aperto alle richieste degli slavi, avrebbe liberato la Serbia e gli slavi meridionali dal dominio austriaco. Ne nacque, invece, un infernale domino, con la seguente scansione temporale:

23 luglio, ultimatum dell’Austria alla Serbia; 28 luglio, l’Austria dichiara guerra alla Serbia;

30 luglio, lo zar Nicola II, protettore degli slavi meridionali, ordina la mobilitazione generale;

31 luglio, Guglielmo II intima alla Russia e alla Francia di interrompere la mobilitazione entro12 ore; 1 agosto, dichiara guerra alla Russia e il 2 invade il Lussemburgo; il 3 dichiara guerra alla Francia; nella notte tra il 3e il 4 invade il Belgio, il 7 i tedeschi entrano a Liegi.

Lo stesso 3 agosto, l’Italia dichiara la propria neutralità, in forza dell’art. VII del Trattato della Triplice Alleanza. 4 agosto, l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania; il 6 anche l’Austria dichiara guerra alla Russia; il 9 e il 13 rispettivamente Francia e Regno Unito dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico. Il 27, il Giappone interviene a fianco dell’Intesa; il 5 ottobre, la Bulgaria dichiara la propria alleanza con gli Imperi Centrali; il 31, la Turchia si schiera con l’Austria e la Germania.

Secondo una tesi propria anche di personalità come il Premio Nobel Thomas Mann, la Germania aggredisce per non essere aggredita, come Federico II ai tempi della Grande Coalizione.

L’esercito tedesco il 20 agosto occupa Bruxelles, il 3 settembre giunge Senlis a 35 Km da Parigi. Il Governo francese si era già trasferito a Bordeaux.

Anche questa sconosciuta velocità delle armate tedesche prelude e simboleggia le profonde trasformazioni dell’assetto tecnico, geopolitico, sociale ed economico, e soprattutto mentale, del vecchio continente e delle sue colonie. Infatti, la Grande Guerra sarà anche un conflitto coloniale; o, secondo Lenin, l’ultima frontiera del capitalismo.

Per tutti i Paesi europei la dichiarazione di guerra è quasi un automatismo; non così per l’Italia.

 

Il giovane Regno, vincolato agli Imperi Centrali dall’Alleanza firmata nel 1882 e confermata nel 1902, dovrebbe intervenire, ma non lo fa; motivo ufficiale: il patto è difensivo e non offensivo.

Nei fatti le cose stanno diversamente: l’Italia è un Paese di recente costruzione, ancora geograficamente incompleto, perché privo di alcune sue vaste regioni, sintetizzate, nella memoria collettiva, nei nomi di Trento e Trieste, perle dell’Impero. Le popolazioni della Penisola non sono amalgamate; milioni di cittadini, nonostante l’impegno della Monarchia, non sanno nemmeno leggere e scrivere. Gli italiani sono cattolici e rifiutano lo spargimento di sangue, anche se tra i cattolici emergono frange interventiste, che fanno capo a don Romolo Murri. La diplomazia è delusa dall’altalenare del Governo Salandra. Questa amarezza è manifesta in molta corrispondenza tra i vari Ambasciatori; un esempio: l’ambasciatore a Vienna Avarna il 5 ottobre 1914 rispondendo al collega di Berlino, Bollati, che gli aveva scritto il 25 settembre, lamenta che il Corpo Diplomatico “sia tenuto interamente all’oscuro del vero pensiero del Governo” e preannuncia l’intenzione di voler lasciare l’incarico “… non volendo rendermi complice dell’atto di slealtà che sta maturando”, ovviamente verso l’Austria-Ungheria. (Documenti Diplomatici Italiani)

Violente fibrillazioni scuotono il mondo politico: i socialisti e le Sinistre in generale pensano prima ad uno sciopero contro la guerra, poi si dividono in interventisti democratici e tradizionali. Benito Mussolini cambierà fulmineamente idea e campo: espulso dal P.S.I. fonda il Popolo d’Italia il 14 novembre 1914 e lancia una specie di grido di battaglia con l’articolo “Audacia!”. Il mondo operaio si riunirà a Zimmerwald, presso Berna, tra il 5 e l’8 settembre 1915; con un proprio Manifesto, detto appunto di Zimmerwald, contesterà la scelta dei socialisti europei di partecipare alla guerra ciascuno per il proprio Paese, in nome del sacro egoismo nazionale; ma il loro grido: “Proletari di tutti i paesi unitevi!”, cadde nel vuoto.

I socialisti italiani, in tale consesso, sono rappresentati da Lazzari, Serrati, nuovo direttore dell’Avanti! e Modigliani. I Futuristi, primo fra tutti Marinetti, ma anche Papini, Curzio Malaparte, le riviste La Voce, Lacerba, … i pittori Carrà, Carlo Erba, i matematici come Eugenio Elia Levi, architetti come Antonia Sant’Elia, scrittori come Serra, che cadranno in battaglia; gli irredenti Battisti ed i fratelli Filzi, si schierarono per l’intervento. Quasi superfluo ricordare Giuseppe Ungaretti e l’indigesto D’Annunzio. Tanti altri ancora come Monelli, Papini, Omodeo, Pertini, Lombardo Radice, Parri, Calamandrei, Pieri, Cecchi, Rebora, Volpe, l’anziano Bissolati, Amendola … non tutti futuristi e neanche nazionalisti, per dovere civico o libera scelta, parteciparono al conflitto, con diverse funzioni . Anche i repubblicani mazziniani sono per la guerra. Ogni nome rappresenta una storia diversa, ma un ideale comune: quello di Patria, pur diversamente declinato.

A fronte di queste minoranze più che vivaci, la classe politica liberale, che fa capo a Giovanni Giolitti, tiene un contegno molle ed incerto, segno di decadenza. Il Re tace. La Camera, contraddicendo un suo precedente e recente atto, il 20 maggio 1915 vota l’intervento contro l’Austria-Ungheria con 407 sì e 74 no; ma solo il 28 agosto 1916 dichiareremo guerra all’Impero germanico, segno che il secolare nemico è uno solo. Antonio Salandra, che si era dimesso il 13, viene riconfermato Presidente del Consiglio ed ottiene i pieni poteri. Il 22 maggio il Re firma il decreto di mobilitazione generale, il 23 l’ambasciatore a Vienna Avarna, consegna la dichiarazione di guerra al ministro Burian. Il 26 il Re, dal quartier generale Martignacco di Udine, lancia il suo primo Proclama ai soldati. Vittorio Emanuele III lascerà il fronte solo per risolvere le crisi di governo.

Il giovane Regno ha un’occasione ed una speranza: accreditarsi tra le potenze continentali ed intercontinentali anche e proprio perché fu presto chiaro, forse non a tutti, che l’eurocentrismo stava scomparendo e che il conflitto ne avrebbe accelerato la fine.

La guerra fu luogo di scontro e d’incontro, per l’Italia, di uomini di regioni, civiltà, costumi e lingue diverse. I nostri soldati analfabeti cominciarono ad imparare a leggere e scrivere in una lingua sino ad allora sconosciuta: l’italiano (De Mauro).

La guerra è una costante del genere umano: da Socrate a Karl von Clausewitz i conflitti armati sono la continuazione della politica, quando questa e la diplomazia non hanno più niente da dire.

Guerra e pace sono intimamente connesse. Solo dallo scontro cruento nascono nuove realtà sociopolitiche, anche se a volte peggiori di quelle soppiantate.

Aree di frizioni geopolitiche divennero, lentamente e poi sempre più rapidamente, origine di frattura ideologica e sociale. Ozioso è chiedersi se un conflitto sia giusto o ingiusto, morale o immorale. Pungente ed equilibrata la tesi di Benedetto Croce in L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra ha scritto: “… quando la guerra scoppia (e che essa scoppi o no, è tanto poco morale e immorale quanto un terremoto o altro assestamento tellurico) i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della Patria … Solo a questo modo l’individuo è giusto, sebbene, a questo modo, giusto sia anche l’avversario e, per questa via giusto sarà per un tempo più o meno lungo, l’assetto che si formerà dopo la guerra”.

Tra questa tesi e quella di von Clausewitz si dispiega una serie quasi infinita di livelli e di interpretazioni polemologiche. Sta di fatto che la Grande Guerra è il displuvio tra il nuovo e l’antico, processo di trasformazione al quale l’Italia non poteva sottrarsi.

I belligeranti respinsero con fastidio l’appello di Benedetto XV, dell’1 agosto 1917, concordato con l’imperatore Carlo, per porre fine all’inutile strage, tanto si erano identificati nei propri interessi e nelle proprie ragioni, e pure, proprio in agosto a Torino era scoppiata la sanguinosa ‘rivolta del pane’.

Caporetto e Vittorio Veneto sono due metafore che rappresentano l’Italia, sempre caricate di significati estranei alla loro natura di fatti bellici. Mercoledì 24 ottobre 1917 alle ore 2 del mattino gli austro-tedeschi investono, con i gas, gli avamposti della conca tra Plezzo a Tolmino. Hanno in mente un’operazione di ordine tattico, condotta su tre colonne che attaccano contemporaneamente sulla destra e sulla sinistra dell’Isonzo. Il progetto divenne via via strategico, quando il nemico si rese conto che i nostri Comandi al più alto livello nelle prime ore non riuscivano ad organizzare alcun contrasto in profondità, poiché la loro filosofia era sempre stata solo di attacco e non anche di difesa in profondità. La 14ª Armata austro-tedesca, 15 divisioni, investì tre nostre divisioni prive di riserve. In sintesi, il nemico avanzò lungo la linea Isonzo-Tagliamento-Udine- Belluno- Piave nel vuoto, per tutta la prima giornata. Il piano di contrasto fu preparato da Cadorna tra il 28 e il 30 ottobre. I reparti in linea, nel frattempo, si ritiravano combattendo. Pochi esempi: il 24 stesso alle ore 14 nel comune di Idersko si combatte casa per casa e solo alle 16 i battaglioni slesiani occuperanno Caporetto.

il 25 ottobre: “… ufficiali della brigata Napoli, 75° reggimento, che si trovavano verso Monte Piatto videro al mattino del 25 i battaglioni della brigata Firenze, che salivano a plotoni affiancati l’erta ripida verso la cima del Podklabuk … L’artiglieria nemica rivolse il tiro contro di essi. Si videro i plotoni colpiti scomporsi, ricomporsi subito e ritentare la salita; ed i fanti della brigata Firenze salivano sempre più in alto, mentre vuoti continui si osservavano nelle loro file”. Così Guido Sironi, I vinti di Caporetto.

Il Diario del LI Corpo d’Armata tedesco conferma: “Gli italiani difesero lo Jeza con straordinario valore”.

Il 27 ottobre il Bollettino austriaco afferma: “ Gli italiani hanno difeso la Bainsizza a passo a passo”.

E ancora: “Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un’altra sistemazione alle loro truppe” (Generale Enrico Caviglia in La dodicesima battaglia – Caporetto pag 93).

La travolgente avanzata dopo le prime 24 ore andò gradatamente rallentando sino a spegnersi del tutto sulle rive del Piave il 9 novembre; tra il 10 e l’11 dicembre 1917, si spensero anche le ultime spallate di Conrad.

L’arretramento sulla linea del Piave era previsto sin dai tempi di Odoacre, di Napoleone e del generale Cosenz. Cadorna il 27 ottobre giunge a Treviso e predispone il rischieramento dell’esercito sulla riva destra del Piave; il 30 il nuovo progetto è pronto. Sarà attuato da Diaz. Purtroppo, alle ore 13 del 28 il Generalissimo aveva emanato l’infelice Bollettino n.° 887, che accusava di viltà la II Armata. Cadorna avrebbe spiegato la sua accusa nel volume Pagine polemiche Garzanti 1951. (D. D. I.) Un po’ tardi!

Sul fronte politico il Re, tornato a Roma il 26, risolve la crisi di governo sostituendo Boselli con Orlando e nominando, poi, il generale Diaz al posto di Cadorna. Il 5 e il 6 novembre si svolse a Rapallo la riunione preparatoria del convegno dell’8 a Peschiera. Qui Vittorio Emanuele III sostenne le ragioni del soldato italiano e la sua capacità di resistenza. Non sbagliò. Il Piave, quindi, fu un disegno netto e meditato, che riduceva la linea del fronte da 650 a 300 km, e ci consentiva un rafforzamento fondamentale nell’immediato e nella prospettiva.

 

L’altra metafora è Vittorio Veneto. Per taluni è modesta battaglia enfatizzata dalla propaganda governativa. Falso. Le tre battaglie del Piave, che a Vittorio Veneto si conclusero il 31 ottobre, ci costarono 36.000 perdite, delle quali 7.000 morti accertati. Vero è, invece, che l’implosione dell’Impero asburgico non aveva intaccato la capacità di resistenza e offesa dell’esercito, fedele all’Imperatore.

Non possiamo descrivere l’andamento degli scontri sul Piave e sul Grappa, dove già il 24 eravamo partiti all’attacco e dove i combattimenti saranno più sanguinosi che sulle rive del Piave e sugli Altipiani, ma la montagna non ebbe un Cantore; diremo soltanto che il nemico organizzò la propria manovra su tre momenti: a. superare il Piave; b. prendere Venezia; c. dilagare nella Pianura Padana.

La massima penetrazione del nemico si ferma sull’ansa tra Zenson e la Grave di Papadopoli. Lo storico londinese Erbert A. L. Fisher nella sua Storia d’Europa, a pag 401, aveva scritto: “Che, dopo simile disfacimento del morale militare,[Caporetto ndr] il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l’enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia. Ma al sopraggiungere dell’inverno era ancora incerto se l’esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco”. Purtroppo l’illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l’invio, già iniziato, di altri 102 bocche di fuoco, il 19 settembre 1917, non credendo all’imminente attacco degli Imperiali. Non solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Gli Stati Uniti entrati un guerra il 6 aprile del 1917, ci manderanno un solo reggimento. Astuti!

Epitome della guerra italiana è il passaggio del Piave. Sera del 26 ottobre 1918: “Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e Le Grave. La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XII corpo d’armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume”. Le tre battaglie del Piave (pagg. 174-175) Così il Generale Enrico Caviglia, comandante l’VIII Armata, che condusse la manovra.

Da questo momento le truppe italiane proseguiranno in profondità riprendendo uno per uno tutti i centri occupati dal nemico. Il 3 novembre alle 15,15, i nostri primi reparti entrano a Trento. Alle 16,30 dal caccia “Audace”, i bersaglieri sbarcano a Trieste. Sempre il 3 novembre, alle 18,20, i generali Badoglio e Webenau, a Villa Giusti, firmano l’armistizio. Questo atto stroncò la nostra avanzata verso Vienna. Nessuno, amici ed alleati, voleva che l’Italia andasse oltre.

Tuttavia, l’esperienza bellica modifica le coscienze e testimonia l’esaltazione della storia di un popolo, ignaro, sino a quel momento, di quanto sapesse fare e sconosciuto a se stesso. I nostri giovani chiusero un’epoca e ne iniziarono un’altra. Diedero prova di virtù civiche prima ancora che militari. Si identificarono nello Stato Nazionale. Cianciare di “generazione perduta” significa negare noi stessi.

14 agosto 2017

 

 

Napolitano ha spadroneggiato

Grazie a un Parlamento complice

Re Giorgio ha benedetto la legislatura bocciata dalla Consulta.

In cambio, ha regnato lui

Di Salvatore Sfrecola

 

Monta la polemica sull’operato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell’intervento militare in Libia nel 2011. Né si placherà presto, perché la critica nei confronti di questo Presidente ha accompagnato l’intero suo settennato nel quale egli, a giudizio di molti, si è atteggiato non da arbitro, come vuole la Costituzione, ma da giocatore in una delle squadre in campo, tanto che sulla stampa ricorre l’espressione “Re Giorgio”, proprio a sottolineare il suo protagonismo, in versione presidenzialista. Che ha raggiunto il suo acme in occasione della proposta di riforma costituzionale che egli si è intestato ed ha posto come obiettivo dell’agenda del Governo. Lo ha ripetutamente affermato, durante la campagna referendaria, l’allora Ministro per le riforme Maria Elena Boschi, insieme al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, un altro che non ha saputo stare al suo posto, perché la riforma costituzionale è del Parlamento e non del Governo.

Tornando a Giorgio Napolitano, il suo impegno per le riforme del Governo Renzi è stato rilevante e continuo, fino all’ultimo giorno del suo secondo mandato terminato il 14 gennaio 2015, tanto da rivendicarne apertamente la paternità, con interventi, ripetuti e pressanti, non consueti ad un Capo dello Stato in una Repubblica parlamentare. Ed ha continuato, da Presidente emerito, a difendere la riforma durante la lunga campagna referendaria, come quando ha affermato che, se avesse prevalso il NO, avrebbe considerato il risultato una sua personale sconfitta, un disconoscimento della sua iniziativa (“col referendum, a rischio la mia eredità” Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2016), aggiungendo che in tal caso “per le riforme è finita: l’Italia apparirà come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento e mettersi al passo con i tempi”(Corriere della Sera, 3 maggio 2016).

È così che la lettura “presidenzialista” che Napolitano ha impresso alla sua presidenza è stata al centro del dibattito politico e dell’attenzione dei costituzionalisti la maggior parte dei quali ha ritenuto che il Presidente fosse fuori della Costituzione. Un comportamento entrato nel mirino di Gustavo Zagrebelsky, ordinario di diritto costituzionale a Torino e Presidente emerito della Corte costituzionale, che, nell’accusare il Governo  di “arroganza”, ha ripetutamente sottolineato come “queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di chi, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione” (Loro diranno, noi diciamo, Laterza, Bari, 2016).

Se facciamo un passo indietro la responsabilità di Giorgio Napolitano è ancora maggiore, con riguardo alla legittimità del Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 1 del 2014 la quale ha anche delimitato i poteri delle Camere, consentendo loro, per un principio di continuità delle istituzioni, di restare in carica per attività di ordinaria amministrazione. Come si deduce dal riferimento, che si legge nella sentenza, a due disposizioni della Costituzione, l’art. 61, il quale prevede che “finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti” e l’art. 77, comma 2, sulla base del quale le Camere, “anche se sciolte” si riuniscono per esaminare decreti legge che devono essere convertiti entro sessanta giorni, pena la decadenza. Due riferimenti che delimitano fortemente l’ambito di operatività delle Camere.

Chi avrebbe dovuto presidiare il rispetto della sentenza se non Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica e pertanto garante della legalità costituzionale? Invece il Capo dello Stato non si è preoccupato di tenere sotto controllo il rispetto della sentenza ed anzi ha consentito al governo, non solamente di farsi promotore di una serie di disegni di legge approvati a colpi di maggioranza, ma addirittura di promuovere la riforma della Costituzione, la legge fondamentale dello Stato. Insomma un Parlamento eletto sulla base di una legge incostituzionale che modifica la Costituzione. Ne scriveranno per anni nei libri di storia costituzionale.

Un Presidente sopra le righe, dunque, le cui iniziative gli italiani hanno dimostrato di non gradire respingendo con un voto senza appello, il 4 dicembre 2016, la riforma costituzionale che Matteo Renzi aveva proposto anche su sua indicazione. Quella riforma, quel testo – lo si legge nelle conclusione del documento dei fautori del SI – che “non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie, ma non ci sono scelte gravemente sbagliate”. Ed io mi sono sempre chiesto se sia possibile proporre una riforma radicale della Costituzione, la legge delle leggi, nella consapevolezza che il testo “non è privo di difetti”.

La Verità, 6 agosto 2017, pagina 11

 

 

 

Nello sport l'immagine

dell’unità d’Italia

di Domenico Giglio

 

Già in occasione delle recenti Olimpiadi di Rio, del 2016, avevo scritto compiacendomi per il risultato raggiunto, come numero di medaglie, dalla rappresentativa italiana, confermando un andamento positivo che può farsi risalire al record di 30 medaglie, ottenuto alle Olimpiadi del 1932 tenute a Los Angeles (che dopo il bis del 1984 farà il tris nel 2028!), ed avevo sottolineato che questo risultato era uno dei frutti della unità nazionale, in quanto il medagliere aveva premiato atleti di tutte le regioni italiane.

Adesso, luglio 2017, i campionati mondiali di nuoto e di scherma hanno confermato l’Italia nei primi posti di queste specialità per cui non posso che confermare il precedente giudizio altamente positivo, che riguardava inoltre la presenza di numerose donne campioni. E questo apprezzamento delle nostre atlete si rinnova per questi campionati mondiali e quale maggiore soddisfazione vedere le vittorie nella scherma della squadra femminile, sport dove l’Italia aveva sempre primeggiato, a livello maschile, con schermitori di livello mondiali che sono entrati nella leggenda dai Nedo Nadi ai Mangiarotti.

Fortunatamente da anni le ipotesi secessioniste che erano state avanzate qui in Italia, per il Nord, sono rientrate, ma ancora oggi vi sono invece scrittori che scavano fossati ed incitano a sentimenti quasi di rivolta, questa volta nel Sud, ed ai quali invio queste considerazioni sportive, pensando cosa sarebbe stato il medagliere di un’Italia divisa, in più stati e staterelli, quale era prima del 17 marzo 1861.

1° agosto 2017

 

 

Quando un popolo perde la propria identità

Da Passa ‘a bandiera, passa a Patria e o’ Re ai vessilli sporchi e stracciati dei nostri giorni

di Salvatore Sfrecola

 

Sporca, ridotta a brandelli la bandiera nazionale, il “Tricolore Italiano”, come si esprime all’art. 12 la Costituzione, è il simbolo di un Paese che non crede in sé stesso, che non riconosce la propria identità. Ovunque è così nell’Italia di questi anni e duole che siano  in queste condizioni soprattutto le bandiere all’ingresso delle scuole di ogni ordine e grado laddove si formano, o, meglio, si dovrebbero formare i futuri cittadini, non solamente quelli che iure sanguinis lo sono dalla nascita, ma anche coloro ai quali la cittadinanza si vorrebbe attribuire in base al cosiddetto ius culturae, se dovesse essere approvato il disegno di legge in discussione al Senato. Quale cultura, quale rispetto per l’Italia possono acquisire giovani provenienti da ogni parte del mondo nel vedere come viene trattata la bandiera nazionale proprio nelle scuole che sono invitati a frequentare per ottenere la cittadinanza italiana? Senza che si levi una qualche protesta, ma soprattutto senza che le autorità sovraordinate intervengano richiamando all’ordine presidi e direttori didattici, funzionari dello Stato evidentemente senza dignità della loro funzione. Come potranno i migranti, così generosamente accolti, integrarsi, il che vuol dire percepire il senso della identità nazionale, quella fatta di cultura, di storia, di tradizioni. In particolare di quella unitaria realizzatasi nel Risorgimento, quando quel vessillo dai tre colori. Verde, bianco, rosso, fu per la prima volta alla testa dei soldati del Regno di Sardegna, come volle il proclama del Re Carlo Alberto del 23 marzo 1848 in vista dell’ingresso il Lombardia per rispondere alla richiesta che Gabrio Casati gli aveva rivolto a nome del Governo provvisorio milanese. Alla prima guerra di indipendenza contro il “nemico storico”, per dirla con le parole del mite Luigi Einaudi, all’indomani del 4 novembre 1918, quando, come abbiamo tutti appreso dal Bollettino della Vittoria firmato alle ore 12 di quel giorno dal Generale Armando Diaz, “i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo” risalivano “in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

La bandiera, ovunque rispettata ed amata al di là del credo politico, perché quei colori sono di tutti, di destra o di sinistra. La bandiera ovunque è il simbolo della nazione e del suo orgoglio. Basta pensare agli Stati Uniti d’America, spesso impropriamente richiamati quale esempio dell’apertura allo ius soli, che lì c’è, ma che vale esclusivamente per i figli di chi è legittimamente presente sul territorio, cosa sempre trascurata.

Qualche mese fa Il Messaggero denunciava il caso di Villa Leopardi, nel romano quartiere Africano, in via Makallè, dove, sui pennoni della biblioteca comunale, il Tricolore non c’era più, ridotto ad uno straccio con la striscia bianca e quella verde divorate dal tempo.

Immaginavo che sarebbe andata così quando fu approvata la legge sull’esposizione della bandiera nazionale. Ero certo che sarebbe stata interpretata “all’italiana” (quanto mi addolora questa espressione!). Perché la bandiera non deve essere esposta continuativamente sugli edifici pubblici ma, ai sensi dell’art. 2, comma 1, della legge : Legge 5 febbraio 1998, n. 22 ("Disposizioni generali sull'uso della bandiera della Repubblica italiana e di quella dell'Unione europea") “per il tempo in cui questi esercitano le rispettive funzioni e attività”, il che vuol dire, per le scuole, “nei giorni di lezioni e di esami” (art. 4, comma 3, del Decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 2000, n.121 ("Regolamento recante disciplina dell'uso delle bandiere della Repubblica italiana e dell'Unione europea da parte delle amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici"). Il che esclude che siano esposte di notte e in tempo di vacanze.

Le bandiere esposte giorno e notte col sole o con la pioggia degradano nel giro di pochissimo tempo e diventano assolutamente irriconoscibili. Uno spettacolo desolante che la dice lunga sul senso dell’italianità dei contri concittadini che, alla visione di quella bandiera vilipesa non insorgono, se non in pochi casi, peraltro inascoltati. Con questo spirito nazionale il Paese non riesce a risorgere, come fece un tempo, più di recente dopo la guerra perduta e le lacerazioni che ne sono seguite.

Bandiere che non hanno più neanche la forza di sventolare per ricordare a giovani e anziani la nostra storia, chi siamo. Forse perché non lo sappiamo, perché abbiamo avuto cattivi maestri che mano mano hanno fatto perdere alle giovani generazioni il senso dell’appartenenza, quella che oggi in qualche modo vorremmo riconoscere nei migranti per effetto dello ius culturae, attraverso un ciclo scolastico in istituti al cui ingresso la bandiera è necce condizioni che tutti possiamo constatare. Impareranno che non c’è rispetto per la nostra storia, come per l’autorità dello Stato. Quanta differenza con gli Stati Uniti dove le bandiere sventolano immacolate su ogni casa, dove bianchi, neri, gialli si sentono effettivamente americani, come abbiamo imparato a conoscere dai film di guerra che esaltano il soldato USA, spesso di colore in un reparto comandato da un ufficiale di colore. Laddove la Patria è un valore di tutti.

Un tempo era così anche in Italia, un sentimento che è anche un’idea consegnata in una canzone dall’inconfondibile accento partenopeo, “Passa a bandiera, passa a Patria o Rre”, spesso richiamata nelle rievocazioni della Grande Guerra.

Mi perdoneranno i lettori di fede repubblicana. Ma converranno certamente che bandiera e Patria sono inscindibilmente connessi come o’ Rre, per chi si è abbeverato ai valori di libertà del Risorgimento e dell’Unità nazionale.

Non esistono convenzioni internazionali sull'uso della bandiera (flag etiquette), ma le linee di comportamento seguono regole comunemente accettate. E sono tali da garantire una esposizione della bandiera che eviti il degrado che denunciano le nostre. In primo luogo la bandiera viene esposta dall'alba al tramonto, alzata vivacemente ed abbassata con solennità, non deve mai toccare il suolo né l'acqua. Mai può essere usata come copertura di tavoli o sedute o come qualsiasi tipo di drappeggio. Non può mai essere esposta in posizione inferiore ad altre rispetto alle quali deve occupare la posizione privilegiata.

Regole logiche che attestano un senso di rispetto che dobbiamo assolutamente ritrovare.

28 luglio 2017

 

 

 

Il Governo declassa i Conservatori di musica, un’eccellenza italiana.

di Salvatore Sfrecola

 

“Ci stiamo lavorando”. Pressata da più parti, in primo luogo dall’Unione degli Artisti (UNAMS) e, da ultimo, dall’ex senatore Vincenzo Vita che sul Manifesto aveva parlato di “legge dimenticata”, a proposito della normativa sugli istituti di alta formazione artistica e musicale (Afam) datata 1999, il Ministro Fedeli ha assunto l’impegno di provvedere a varare il necessario decreto ministeriale. Parliamo di accademie di belle arti, conservatori di musica, accademia nazionale di danza, istituti musicali pareggiati, accademia di arte drammatica e istituti superiori per le industrie artistiche, un’eccellenza italiana nel mondo, oggetto del desiderio di quanti da ogni continente si iscrivono in questi istituti prestigiosi per studiare e spesso restano in Italia per frequentare corsi di perfezionamento.

“Ci stiamo lavorando”. Ma sarà credibile il Ministro? Se ha trascurato di chiedere alla collega Madia di dar corso, in sede di modifica del decreto legislativo sul pubblico impiego (n. 165 del 2001), alla sollecitazione del Senato che aveva invitato il Governo a valutare la possibilità di rivedere l’inquadramento del personale AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale), prevedendo uno stato giuridico formalmente più consono con la loro professionalità e in analogia con la disciplina prevista per i professori universitari”. Secondo le indicazioni della Costituzione che all’art. 33, ultimo comma, riconosce alle “istituzioni di alta cultura, università ed accademie… il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato”. Come, del resto, aveva fatto la legge 508 del 1999 (diciotto anni fa!) che ha stabilito l’equipollenza dei titoli, rinviando ad un regolamento mai adottato la sua attuazione. Ed ha ignorato la risoluzione presentata in Commissione cultura della Camera (n. 7-01282) da Manuela Ghizzoni, che ha invitato il Ministro ad avviare “una solida e accurata procedura di accreditamento che permetta di adeguare la qualità di questi corsi alle migliori esperienze nazionali e internazionali…”. Una inpasse attribuita a resistenze burocratiche o corporative. E ciò nonostante la legge di riforma abbia stabilito che ai Conservatori ed alle Accademie si acceda solo dopo il completamento della scuola secondaria di secondo grado e che essi rilascino diplomi accademici di primo e secondo livello al termine dei relativi corsi accademici, rinviando ad un successivo regolamento i criteri generali per l’istituzione e l’attivazione dei corsi e per i relativi ordinamenti didattici, come accade ovunque nel mondo. Ma il regolamento poi emanato con decreto del Presidente della Repubblica 8 luglio 2005, n. 212, si è limitato a dettare le norme relative agli ordinamenti didattici, rinviando ad un atto successivo, mai adottato, quelle relative all’istituzione e all’attivazione dei corsi di studio. Che, per quanto riguarda i corsi di diploma di secondo livello, sono autorizzati esclusivamente “in via sperimentale”, nelle more del regolamento sull’istituzione e attivazione dei corsi previsto dalla legge di diciotto anni fa. In assenza del regolamento è nuovamente intervenuto il legislatore che, con l’articolo 1, commi 102 e 103, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge finanziaria 2013), ha disposto l’equipollenza dei diplomi Afam di primo livello con le lauree universitarie e dei diplomi Afam di secondo livello con le lauree magistrali, ma al fine esclusivo dell’ammissione ai pubblici concorsi per l’accesso alle qualifiche funzionali del pubblico impiego per le quali ne è prescritto il possesso.

Un gran marasma, dunque, che pagano docenti e studenti di istituzioni che, come pure riconosce il Ministro, sono il “fiore all’occhiello” della nostra cultura, in un settore di riconosciuta eccellenza. E ci chiediamo se sia mai possibile che, per dare compiuta esecuzione ad una legge di diciotto anni fa, occorrano sollecitazioni parlamentari ripetute e, finora, ignorate?

La legge n. 228 del 2012 ha stabilito che le istituzioni Afam dovessero concludere la procedura di messa a ordinamento di tutti i corsi accademici di secondo livello, ma questa previsione, a distanza di quasi cinque anni non è stata rispettata in assenza di indicazioni del Ministero riguardo ai criteri da rispettare per gli ordinamenti didattici dei corsi accademici di secondo livello (l’unica eccezione è costituita da quelli di didattica della musica e dello strumento, istituiti dal decreto ministeriale 28 settembre 2007, n. 137, da attivare in conservatori sedi di dipartimenti di didattica della musica.

            “Ci stiamo lavorando”, assicura il Ministro. E speriamo sia la volta buona per le molte migliaia di studenti che hanno conseguito un diploma accademico di secondo livello, ma che, a causa della mancata disciplina dei relativi corsi, non dispongono ancora di un titolo di studio equipollente ad una laurea magistrale, contrariamente a quanto disposto dalla legge n. 228 del 2012, pur essendo ampiamente scaduto il periodo previsto per l’adeguamento dei regolamenti didattici. Contestualmente il Ministro dovrà assumere iniziative per avviare accurata procedura di accreditamento che permetta di adeguare la qualità di questi corsi alle migliori esperienze nazionali e internazionali e di disattivare i corsi che eventualmente non superino positivamente la procedura di accreditamento.

            Intanto il decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 59 (Madia), di cui si è detto, avendo trascurato la sollecitazione del Senato a rendere autonomo il “comparto di contrattazione” delle Accademie e dei Conservatori di musica ha improvvidamente “retrocesso” questi istituti nel comparto del personale della Scuola “di ogni ordine e grado”. In sostanza dal luglio 2016 i docenti di Accademie e Conservatori (intorno a 6.000) sono stati inglobati nel mare magnum del personale delle scuole materne, elementari, secondarie ed artistiche, nonostante si tratti di istituzioni culturali che, sulla base della legge n. 508/99, devono rilasciare titoli accademici di I e II livello, insomma lauree, come accade ovunque nel mondo. Immaginate quale attenzione Governo e sindacati possono riservare ad un settore assolutamente minoritario, sia pure illustre, tra centinaia di migliaia di docenti “di ogni ordine e grado”!

È evidente l’assurdità di questa situazione. Con la conseguenza che, in prospettiva, sarà difficile mantenere alto il prestigio di queste istituzioni, dal momento che al corpo insegnante e agli studenti sarà sempre più evidente che le loro scuole non sono più considerate un’eccellenza, che l’Italia non è più il Paese dei grandi pittori, scultori o musicisti ai quali si ispirano gli artisti ovunque nel mondo.

(da La Verità, 15 luglio 2017)

 

 

Denis Mack Smith, amico dell’Italia ?

di Domenico Giglio

 

La recente scomparsa, l’11 luglio scorso, dello storico inglese ha dato logicamente occasione ad articoli che ne ricordassero le sue opere, grande parte delle stesse dedicate alla storia dell’Italia e che ebbero anche una notevole diffusione, nel trentennio dal 1960 al 1990, riempendo un vuoto sulla storia della nostra Unità, che dopo Benedetto Croce e Gioacchino Volpe, la cui “Italia Moderna” si fermava al 1914, non aveva avuto per decenni alcuna opera di valore, vuoto che solo in occasione del centocinquantesimo del Regno, ha trovato in Domenico Fisichella l’autore che in una trilogia da “Il miracolo del Risorgimento”, “Dal Risorgimento al fascismo” e infine “Dittatura e Monarchia” ha realizzato finalmente una storia completa e leggibile della Italia Unita.

Da questo interesse dello Smith per la nostra storia, farlo passare ad amore per l’Italia o ad amico della stessa, c’è una notevole differenza, perché specie nell’opera principale, “Storia d’Italia- 1861-1958”, le sue simpatie, senza dubbio giustificate, furono solo per Garibaldi, mentre su Cavour il giudizio non fu benevolo, tanto che Rosario Romeo, il più accreditato tra gli studiosi dell’opera del Cavour dovette replicargli, ottenendo, successivamente una qualche ritrattazione. Egualmente acre fu pure il suo giudizio sui Re di Casa Savoia ,”I Savoia re d’ Italia”, arricchendo anche qui i suoi studi di aneddoti che stimolano la curiosità del lettore, ma non rappresentano il vero quadro storico nel quale si erano svolti i fatti.

Senza dubbio in questa sua visuale era determinante la sua formazione ideologica, democratica radicale, così che anche per quanto riguarda il fascismo lo Smith ne trova possibili origini addirittura nel Risorgimento e nel patriottismo liberale e successivamente in un Crispi, ma non ricorda che senza il troppo spesso dimenticato ”biennio rosso”, dal 1919 al 1921, e la altrettanto famosa “rivoluzione d’ottobre” in Russia, di cui, fra l’altro, ricorre quest’anno il centenario, con le sue successive rivolte in Prussia, Baviera ed Ungheria, il fascismo non avrebbe trovato il terreno fertile per la sua azione e successiva affermazione. E come per Cavour, Smith aveva trovato le repliche di Romeo, così per il fascismo le trovò in De Felice, che partendo da una giovanile militanza comunista, era arrivato ad una visione globale, veramente storica, del fenomeno Mussolini, visione che a tutt’oggi rimane insuperata, provocando travasi di bile negli antifascisti di “professione”, che non possono perdonargli di avere sottolineato gli anni del consenso al regime, di cui pure tanti e qualificati compatrioti del Mack Smith erano stati pure ammiratori.

15 luglio 2017

 

 

Dovrà occuparsene la Procura della Corte dei conti

Costituiscono danno erariale le spese sostenute in violazione della Convenzione di Dublino

di Salvatore Sfrecola

 

Alla fine dovrà occuparsene la Procura della Corte dei conti. Infatti la violazione del cosiddetto “Trattato di Dublino”, cioè della “Convenzione sulla determinazione dello stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli stati membri delle Comunità Europee”, recentemente denunciata da Emma Bonino, ha riguardato anche una regola fondamentale della gestione della finanza pubblica, quella secondo la quale ogni spesa a carico del bilancio dello Stato deve trovare necessariamente una giustificazione in una legge che la preveda. Questo non è accaduto secondo l’ex Ministro degli esteri ed ex Commissario europeo per l’immigrazione.

Infatti, parlando alla 69sima Assemblea generale di Confartigianato, la Bonino ha testualmente affermato: “all’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. In sostanza, è la tesi dell’ex Ministro, tra il 2014 e il 2016, il governo italiano, in accordo con altri stati o autonomamente, avrebbe deciso che il coordinamento delle operazioni in mare sarebbe stato gestito in esclusiva dalla Guardia Costiera Italiana con la conseguenza che, da allora, i migranti sbarcano solamente in Italia, anche se soccorsi in acque internazionali o di altri Paesi, come dimostra la circostanza che, ancora recentemente, unità delle marine del Regno di Spagna, del Regno Unito e del Regno di Svezia, hanno accompagnano nei porti italiani soggetti recuperati in mare.

In sostanza, ha voluto dire l’ex Ministro, abbiamo fatto sbarcare tutti in Italia, anche coloro che, sulla base della Convenzione di Dublino, raccolti in mare da navi straniere, avrebbero dovuto essere accompagnati nei porti dei paesi dei quali battevano bandiera, ai fini dell’esame della richiesta di asilo. Le navi, infatti, secondo il cosiddetto diritto di bandiera, sono a tutti gli effetti territorio dello Stato del quale inalberano il vessillo, sicché ai sensi della Convenzione di Dublino il paese di prima accoglienza è quello della nave che ha raccolto i profughi e che, conseguentemente, deve darsene carico ai fini del riconoscimento e degli altri adempimenti previsti. La Convenzione, infatti, ha stabilito che ogni domanda di asilo per quanti raggiungono uno stato membro deve essere esaminata da quello stato e non da altri.

La decisione di accogliere tutti, dunque, si pone in violazione della Convenzione di Dublino. Non solo. In tal modo è stata violata anche la regola base della gestione del bilancio, secondo la quale la legittimità di una spesa deve rispondere ad un duplice requisito, l’esistenza di un apposito stanziamento e di una norma di legge che quella spesa preveda. Senza alternativa, nel senso che una somma stanziata in bilancio ma non sorretta da una norma di legge non può essere spesa. Per converso la semplice esistenza di una legge non può consentire una spesa che non sia stata preventivamente inserita nel bilancio con apposito stanziamento.

La situazione denunciata dall’ex Ministro Bonino, dunque, va configurata come una spesa non dovuta ed ulteriore rispetto a quella con la quale legittimamente lo Stato italiano ha inteso far fronte agli oneri di riconoscimento dei richiedenti asilo come stabilito dalla Convenzione di Dublino. Con la conseguenza che non sono conformi a legge gli oneri sostenuti dalle varie strutture dello Stato quando si sono prese carico, con tutte le ulteriori spese di assistenza, di soggetti i quali sono presenti in territorio italiano per essere stato consentito ad unità di flotte straniere di attraccare nei nostri porti e di far scendere a terra soggetti recuperati in mare.

Il fatto che si tratti di una Convenzione internazionale non è certamente di ostacolo alla individuazione della fattispecie illecita costituente danno erariale. La regola vale sempre. Naturalmente non potrà essere considerato responsabile a titolo di colpa il singolo funzionario italiano, civile o militare, prefetto o comandante di porto, il quale abbia consentito che da una nave militare spagnola, inglese o svedese, tanto per fare riferimento ai casi più recenti, scendessero a terra i profughi che su quella nave avrebbero dovuto essere riconosciuti ai sensi della Convenzione ai fini dell’istruttoria della domanda di asilo. I nostri funzionari hanno agito secondo una evidente indicazione dell’autorità politica, esplicita o implicita che sia. Ed in questa indicazione è la ragione della spesa non consentita, il requisito soggettivo della responsabilità amministrativa per danno erariale che ricade sull’autorità politica. Né può costituire esimente, sotto il profilo della colpa, la “ragione politica” di una scelta che, secondo indicazioni di stampa, sarebbe alla base della decisione di accogliere tutti “indiscriminatamente”: l’ottenimento di una maggiore “flessibilità”, cioè la possibilità di un maggiore deficit di bilancio. Salus rei pubblicae suprema lex esto? Difficile possa configurarsi nella autorizzazione ad un maggiore deficit di bilancio in cambio di una spesa dai confini difficilmente definibili, nel quantum e nel tempo, perché naturalmente moltiplicatore di ulteriori oneri, al di là di quello immediato che, peraltro, è notevole.

(da La Verità dell’11 luglio 2017)

 

 

 

Immigrazione: prendiamo schiaffi a Tallin

E ce li dobbiamo tenere perché abbiamo violato le regole di Dublino

di Salvatore Sfrecola

 

Credo nell’Europa, fortemente. Io innamorato della mia Patria, uomo “del Risorgimento”, come suole ripetere un mio amico, perché fortemente ancorato ai valori che hanno trovato accoglienza in quello straordinario processo unitario che seppe mettere insieme idee e ambizioni personali, territori e culture, il rivoluzionario Mazzini e il liberale Cavour, la Sicilia e il Piemonte, confluiti nel Regno d’Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II. Un “miracolo”, come ha scritto Domenico Fisichella.

Credo nell’Italia e perciò credo nell’Europa alle cui radici il nostro Paese concorre in virtù della sua storia, della tradizione di Roma, del suo senso dell’universalità, del suo diritto, le cui regole innervano oggi tutti gli ordinamenti civili al di qua e al di là dell’oceano. L’Italia della cultura, dell’arte, della filosofia, del pensiero medievale, moderno e rinascimentale. E soffro nel constatare che l’Italia, socio fondatore di quella Comunità che nel frattempo è diventata Unione, non riesce ad essere partner credibile e, pertanto, determinante nella definizione delle politiche pubbliche europee, a cominciare, per motivi di attualità, da quelle della immigrazione. Un fenomeno “epocale”, si è detto con l’enfasi del politically correct per qualificarlo immediatamente come irrimediabile, che poco c’è da fare per contrastarlo o, anche solo, per regolarlo secondo gli interessi dei migranti e dei paesi che li accolgono di buona o di mala voglia.

Poi ci si accorge, ma sarebbe stato facile capirlo prima, che il fenomeno “epocale” in realtà è organizzato, con il concorso di interessi vari, economici e politici. Di chi recluta, assiste e trasporta per terra e per mare migliaia di esseri umani. Non gruppetti di fuggiaschi ma persone che pagano somme rilevanti, fino a 5000 dollari/euro, si dice, per essere trasportati in Europa. Quanto basta per aprire un’attività produttiva in Africa spesa per una traversata!

L’Europa ha capito. Lo aveva certamente già presente, ma lasciava fare all’Italia, volonterosa e caritatevole, dove con i soldi del contribuente si arricchiscono organizzazioni le più varie, anche criminali se qualcuno ha potuto affermare che, con l’accoglienza dei migranti, si guadagna più che con la droga.

Era prevedibile, dunque, che i nodi sarebbero venuti al pettine, che gli ingressi indiscriminati e incontrollati avrebbero creato problemi di tenuta del sistema dell’accoglienza e della sicurezza interna. Del resto una massa di soggetti sbandati e senza lavoro è naturalmente portata a ricercare espedienti per sopravvivere o per non annoiarsi. E così, quando abbiamo deciso di fare quello che avremmo dovuto fare all’inizio per frenare il fenomeno, i nostri partner europei giustamente non accettano di essere chiamati a risolvere un’emergenza che noi abbiamo volontariamente provocato, come ha affermato l’ex Ministro degli esteri ed ex Commissario europeo Emma Bonino. Parlando di immigrazione in un intervento alla 69sima Assemblea generale di Confartigianato, al quale i mezzi d’informazione hanno riservato uno speciale rilievo, la Bonino ha affermato: “all’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. In sostanza, è la tesi dell’ex Ministro, tra il 2014 e il 2016, il governo italiano, in accordo con altri stati o autonomamente, avrebbe deciso che il coordinamento delle operazioni in mare sarebbe stato gestito in esclusiva dalla Guardia Costiera Italiana con la conseguenza che, da allora, i migranti sbarcano solamente in Italia, anche se soccorsi in acque internazionali o di altri Paesi, come dimostra la circostanza che unità delle marine di altri paesi europei, negli ultimi giorni navi del Regno di Spagna e del Regno Unito, hanno accompagnano nei porti italiani soggetti recuperati in mare in acque non italiane.

In sostanza, ha voluto dire l’ex Ministro, abbiamo fatto sbarcare tutti in Italia, anche coloro che, sulla base della Convenzione di Dublino, raccolti in acque di altri stati, avrebbero dovuto essere accompagnati nei porti di quei paesi ai fini della richiesta di asilo. In questo sta la violazione della Convenzione di Dublino.

E così rimaniamo col cerino in mano, screditati, avendo dimostrato per molto tempo di agire con colpevole leggerezza anche contro gli interessi dei migranti e dei paesi di provenienza, come se volessimo fare un piacere al lucroso business dell’accoglienza o della carità pagata dal contribuente. Per cui prendiamo solo schiaffi con la consolazione, che solamente il ministro Minniti può ritenere tale, che a Tallin, al vertice dei Ministri europei dell’interno, tutto è andato secondo le previsioni. Insomma gli schiaffi previsti li abbiamo presi. E ce li teniamo.

7 luglio 2017

 

 

A Milano italiani e russi parlano del pensiero conservatore in Europa oggi

Importante incontro culturale e politico oggi a Milano, presso l’Hotel dei Cavalieri, per iniziativa della Lega Nord e del partito russo Partiya Dela ("Partito d'Azione"), sul pensiero politico conservatore in Europa. Si tratta di una Conferenza Internazionale e di una Tavola Rotonda.

I lavori saranno articolati in quattro sessioni.

Dopo i saluti degli organizzatori, Il dottor Alexey Lapushkin, Segretario del Consiglio federale del Partiya Dela e di Gianluca Savoini, Consigliere per la Politica Internazionale del Segretario Federale della Lega Nord, Matteo Salvini, e Presidente dell'Associazione Culturale "Lombardia-Russia”, interverranno:

il dottor Andrey Kobyakov, economista ed analista politico, Membro del Consiglio generale del Partiya Dela, Membro del Board of Organizers of the Moscow Economic Forum, Chairman of the Bord of tre Intitute of Dynamic Conservatism;

il dottor Srdja Trifkovic, editore degli Affari Esteri di Cronache: Una Rivista di Cultura Americana, Professore di Relazioni Internazionali, Rappresentante Ufficiale del Presidente del Movimento Serbo Dveri;

il dottor Yvan Blot, professore di scienze politiche e economiche, dottore in economia, ex deputato dei parlamenti europei e francesi (Partito del Fronte nazionale), membro dell'Accademie catholique de France;

Konstantin Cheremnykh, scienziato politico russo, scrittore;

Prof. Riccardo Cappellin, Professore Ordinario di Economia Industriale, Università di Roma "Tor Vergata", Coordinatore del Gruppo di discussione "Crescita, Investimento e Territorio".

La Seconda Sessione sul tema Conservatorismo moderno in Europa e Russia. Il ruolo dei partiti conservatori nei paesi europei. Conservatorismo e l'identità nazionale sarà aperta da Alexey Lapushkin, Segretario del consiglio federale di Partiya Dela ("Partito d'azione").

Prenderà, quindi, la parola Gianluca Savoini, Consigliere per la Politica Internazionale di Matteo Salvini e Presidente dell'Associazione Culturale "Lombardia-Russia".

I successivi oratori saranno:

il dottor Eliseo Bertolasi, della LegaNord, co-fondatore dell'Associazione culturale "Veneto-Russia", dottore di ricerca in antropologia culturale e ricercatore in geopolitica presso l'Istituto di studi avanzati in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG );

Cendrine Chereil de la Rivière, candidato per le elezioni del Parlamento per il partito Debout la France, già membro del Front National, consigliere regionale in Provenza e vicepresidente del Comune di Toulon;

il Prof. Giuseppe Valditara, ordinario di Diritto Romano nell’Università di Torino e Direttore Scientifico di Logos Magazine.

Nel pomeriggio la Terza Sessione tratterà del Consolidamento delle Forze Conservatrici (partiti politici, think tank, ONG, media): possibili modi e prospettive.

L’aprirà Gerard Hardy, presidente dei Volontaires pour le France.

Interverranno quindi:

Manuel Ochsenreiter, direttore del Centro tedesco per gli studi Eurasiatici;

Luciano Sandona, Consigliere regionale del Veneto (Lega Nord), Presidente dell'Associazione Culturale "Veneto-Russia";

Marine Voskanyan, giornalista e analista politico, coordinatore internazionale dei collegamenti del Forum economico di Mosca e di Partiya Dela.

La Quarta Sessione sul tema Concetto e agenda dell’International Conservative Club & Wordwide Conservative Network (Rete Conservatrice Mondiale) sarà presentata dal:

Dott. Andrey Kobyakov, Economista e Analista Politico, Membro del Consiglio Generale del Partito Politico Russo Partiya Dela ("Partito d'Azione"), Membro del Consiglio degli Organizzatori del Forum Economico di Mosca, Presidente del Consiglio dell'Istituto di Conservatorismo dinamico;

Alexey Lapushkin, segretario del consiglio federale di Partiya Dela.

Seguiranno gli interventi

Tra i partecipanti:

il dottor Yvan Blot, professore di scienze politiche e economiche, dottore in economia, ex deputato dei parlamenti europei e francesi (Partito del fronte nazionale), membro dell'Accademie catholique de France;

Gerard Hardy, presidente dei Volontaires pour le France;

il dottor Srdja Trifkovic, editore degli Affari Esteri di Cronache: Una Rivista di Cultura Americana, Professore di Relazioni Internazionali, Rappresentante Ufficiale del Presidente del Movimento Serbo Dveri;

Gianluca Savoini, Consigliere per la Politica Internazionale di Matteo Salvini del Partito e Presidente dell'Associazione Culturale "Lombardia-Russia";

Il dottor Eliseo Bertolasi, co-fondatore dell'Associazione culturale "Veneto-Russia"), dottore di ricerca in antropologia culturale e ricercatore in geopolitica presso l'Istituto di studi avanzati in Geopolitica e Scienze Ausiliarie ( ISAG);

Luciano Sandona, Membro del Veneto Veneto, Parlamento, Italia, LegaNord (Partito Lega Nord), Presidente dell'Associazione Culturale "Veneto-Russia";

Manuel Ochsenreiter, direttore del Centro tedesco per gli studi Eurasiatici;

Alexey Lapushkin, segretario del consiglio federale di Partiya Dela;

il Dott. Andrey Kobyakov, Economista e Analista Politico, Membro del Consiglio Generale dei Partiya Dela, Membro del Consiglio degli Organizzatori del Forum Economico di Mosca, Presidente del Consiglio dell'Istituto di Conservatorismo dinamico;

Konstantin Cheremnykh, scienziato politico russo, scrittore politico;

Marine Voskanyan, giornalista e analista politico, coordinatore internazionale dei collegamenti del Forum economico di Mosca e di Partiya Dela;

Tra gli invitati italiani:

il Prof. Gianpio Bracchi, Professore Rettore "Politecnico" di Milano, ex vicepresidente "Banca Intesa";

Pietro Foroni, Consiglio regionale della Lombardia;

Fabrizio Ricca, Consiglio Comunale di Torino;

Gianmatteo Ferrari, Vicepresidente dell'Associazione culturale "Lombardia-Russia";

Claudio D'Amico, Segretario per le Relazioni Esterne per Lega Nord, ex parlamentare al Parlamento Nazionale;

Alessandro Bernasconi, professore in procedura penale, Università di Milano;

Francesco Rotondi, esperto nel diritto del lavoro;

Roberto Brustia, esperto in politica estera, consulente aziendale;

Francesca Fuso, avvocato penalista, Milano;

Daniele Bracchi, avvocato internazionale, esperto geopolitico, Milano;

Pietro Foroni, Parlamento regionale lombardo;

Luca Bertoni, tesoriere dell'Associazione culturale "Lombardia-Russia";

Prof. Riccardo Cappellin, Professore Ordinario di Economia Industriale, Università di Roma "Tor Vergata", Coordinatore del Gruppo di discussione "Crescita, Investimento e Territorio".

13 giugno 2017

Legge elettorale: soglia di sbarramento e governabilità

di Salvatore Sfrecola

Sembra sia in dirittura di arrivo la nuova legge elettorale, enfaticamente definita “alla tedesca” per far intendere che è capace di assicurare quella governabilità che oltre il Reno è garantita da sempre, anche quando nessun partito ottiene la maggioranza assoluta. Naturalmente, come usa sulle rive del Tevere, dove purtroppo è evaporata la saggezza giuridica romana, le correzioni apportate al modello preso ad esempio hanno snaturano l’originale, sicché la legge in itinere è già definita maialinum, un “mega porcellum”, secondo la senatrice del Movimento 5 Stelle Paola Taverna. Infatti le liste sono bloccate, ciò che da sempre desiderano i capi dei partiti che, in tal modo, controllano i gruppi parlamentari e rafforzano il loro potere. Senza preoccuparsi della governabilità che interessa i cittadini ma della gestione dei bilanci pubblici alla quale comunque accedono in ragioni di coalizioni di governo che “democraticamente” si spartiscono la torta secondo le percentuali elettorali, insomma secondo il famoso “Manuale Cencelli”, anche sulla base di alleanze innaturali come quella alle viste tra Renzi e Berlusconi, l’unica possibile per fermare l’ascesa del Movimento di Grillo, che metterà in archivio le “prospettive riformiste” nelle quali credeva Walter Verini. Un Paese condannato alla instabilità che vuol dire ingovernabilità, il “trionfo del trasformismo”, come intravede Walter Veltroni.

Ecco perché i partiti hanno rigettato il Mattarellum che attraverso i collegi uninominali, consentiva agli elettori di individuare il candidato favorito o il meno peggio e che avrebbe effettivamente incoronato, al termine dello spoglio delle schede elettorali, chi avrebbe governato nei prossimi anni nel corso della legislatura. Invece preferiscono il proporzionale, così ognuno ha una fetta di potere che farà valere al tavolo delle trattative per la formazione del governo e degli incarichi parlamentari e “in proporzione” avrà una fetta di potere che cogestirà comunque. Potere che significa incarichi negli enti, nelle società e banche pubbliche, potere di gestire contratti di appalto ed assunzioni, il sottobosco nel quale si alimentano interessi non sempre limpidi.

Ce n’è abbastanza per giustificare quella disaffezione verso la politica che alimenta il successo dei cosiddetti populisti che non sono molto diversi dai partiti tradizionali, ma almeno si presentano come tali.

Tuttavia la “novità” della legge elettorale, della quale più si parla, è quella della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento ai partiti che non la raggiungono, quel 5% che sostituisce il 3% in precedenza previsto. La ragione della scelta è quella della semplificazione che, escludendo i piccoli partiti, i “cespugli”, come si dice nel linguaggio politico giornalistico, eliminerebbe il loro “potere di ricatto”, come esplicitamente affermato dai leader dei maggiori partiti quelli, in sostanza che nel tempo lo hanno subito.

Scenario verosimile certamente, ma che trascura la varietà e la variabilità delle scelte politiche parlamentari che caratterizzano il nostro mondo politico, perché lo sbarramento inevitabilmente favorirà la confluenza di gruppi e gruppuscoli in formazioni più ampie. Sicché l’effetto “ricatto”, parola brutta ma che potrebbe anche rivelare una più nobile difformità di opinioni su temi “sensibili”, si manifesterà all’interno dei partiti, che poi è quello che accadeva nella prima Repubblica quando i governi cadevano per manovre di correnti all’interno, soprattutto, della Democrazia Cristiana.

Questa varietà di opinioni è ineliminabile e non va eliminata, pena la crisi della democrazia che si regge sul consenso e sulle idee. Queste e non le indicazioni provenienti da interessi economici particolari dovrebbero governare i partiti i quali si presentano all’elettorato sulla base di una piattaforma programmatica, illuminata da idee forti che limiterebbero in radice la possibilità di influenze di interessi esterni non coerenti.

Il buon funzionamento di un sistema politico esige, dunque, certamente regole giuridiche, come quelle elettorali, che consentano la scelta dei rappresentanti del popolo, condizione perché la gente si appassioni alla politica, ma anche scelte ideologiche il cui valore si tende a trascurare anzi a negare, trascurando che nelle idee è il sale della democrazia, il motivo della partecipazione popolare, un dato che caratterizza le comunità politiche avanzate che poi sono quelle dove da più tempo il cittadino si sente veramente partecipe delle scelte che opera nel suo collegio elettorale. Un “gusto” per la politica che da noi si è perso da tempo e che i partiti non vogliono far rivivere.

3 giugno 2017

L’esilio dei morti

di Salvatore Sfrecola

La Festa Nazionale ovunque nel mondo è una gioiosa occasione per ricordare la data nella quale lo Stato si è formato, assumendo una autonoma configurazione territoriale, con propri confini e un autonomo ordinamento, spesso distaccandosi da un precedente contesto più ampio. In Italia, invece, noi festeggiamo il 2 giugno, un episodio nella storia italiana, tra l’altro notoriamente controverso, avvenuto in un contesto politico particolare con l’Italia divisa dalla guerra e con le armate di Tito minacciose al confine orientale omogenee ai reparti partigiani comunisti ancora in armi. Dimenticando che lo Stato unitario non è nato quel giorno ma molto prima, il 17 marzo 1861, quando fu proclamato il Regno d’Italia, per l’impegno di uomini di pensiero e di azione i quali, lungo buona parte dell’800, hanno immaginato, scritto ed operato perché l’Italia, la penisola che uno straordinario disegno della natura ha identificato come uno stivale nel Mare Mediterraneo. Così cessando di essere, come con disprezzo era stata qualificata dal Cancelliere austriaco Clemente di Metternich, “una espressione geografica” per divenire uno Stato moderno, costituzionale, che ha riunito le tante preziose realtà di questo meraviglioso paese, ricco di storia, di arte e di straordinarie intelligenze anche politiche, come il Presidente del Consiglio dell’unità d’Italia per “certificazione” proprio del Metternich: “in Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi: il Conte di Cavour”.

A distanza di 71 anni, la Repubblica, che si è accanita contro la Famiglia reale prevedendo alla 13^ disposizione transitoria che “agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale”, di fatto ha sancito anche l’esilio dei morti del re Vittorio Emanuele III, della regina Elena e del re Umberto II, uomo di straordinaria lealtà che ha saputo evitare una possibile guerra civile dopo il contestato esito del referendum. Meritava un monumento, lo hanno fatto morire fuori d’Italia.

Non è accaduto in nessuno Stato nel quale i sovrani sono stati spodestati. Non in Egitto, dove Re Faruq I, fu defenestrato il 23 luglio del 1952 da un colpo di stato di militari, comandati dal colonnello Gamal Abdel Nasser il quale, tuttavia, ne ha permesso la sepoltura nella grande moschea di Ahmad al-Rifāʿī, al Cairo, ai piedi della cittadella su cui svetta la moschea di Mehmet Ali.

Non è accaduto nei paesi nei quali i regni sono caduti sotto la violenza dell’Armata Rossa, dalla Bulgaria alla Romania, per anni sotto il tallone di Mosca. A Sofia, ad esempio, re Simeone, cui spetta il titolo sovrano, per non aver mai abdicato, è stato eletto primo ministro. A Bucarest a re Michele sono stati riservati gli onori che gli competono, insieme alla sua famiglia. Ad Atene è tornato re Costantino. Tutti a disposizione dei loro paesi cui molto possono dare, per esperienza e importanti relazioni personali, considerato che i più prosperi Stati europei sono delle monarchie.

Ebbene la Repubblica, che si è accanita contro Casa Savoia, la dinastia che è stata determinante nel moto risorgimentale e nella formazione dello Stato unitario, ha anche avocato allo Stato i beni personali dei sovrani, come se si trattasse di malfattori, non ha consentito finora la tumulazione nella sede naturale nella quale sono sepolti i sovrani d’Italia, il Pantheon, Vittorio Emanuele III, Elena del Montenegro, regina d’Italia e Umberto II. Il re riposa ad Alessandria, la regina a Montpellier dove è morta a seguito di una malattia incurabile, non essendole stato concesso neppure di farsi visitare da un medico di fiducia a bordo di una nave che aveva attraccato nel porto di Napoli essendo diretta in Francia. Umberto II riposa nel Monastero cistercense di Hautecombe nella Savoia francese.

L’esilio è istituto antico riservato ai nemici della Patria, applicato ai morti è una infamia contro la storia di un popolo. Napoleone Bonaparte, responsabile di milioni di morti, francesi e non solo, un generale che, alla stregua delle regole di oggi, sarebbe giudicato per crimini di guerra, riposa onorato nel sepolcro di porfido rosso finlandese, su un piedistallo di granito verde, attorniato da dodici colossali Vittorie in stile neoclassico, nella cripta de Les Invalides. I suoi resti mortali furono trasferiti nel 1840 dall’isola di Sant’Elena dov’era morto il 5 maggio 1821. La decisione la prese re Luigi Filippo appartenente alla dinastia spodestata dalla rivoluzione del 1789 che Napoleone aveva servito e della quale si era servito per scalare il potere. Marinai francesi, sotto il comando del principe di Joinville, portarono la sua bara in Francia a bordo della “Belle Poule”. Fu accompagnato al sepolcro da un grandioso corteo funebre, con la partecipazione di migliaia di parigini, fra cui Victor Hugo, che ne scrisse in alcune pagine memorabili.

In Italia il re soldato, il fante tra i fanti, per dirla con Gabriele D’Annunzio, della Grande Guerra, più esattamente della quarta guerra d’indipendenza, deve riposare all’estero tra l’altro in una chiesa a rischio attentati dell’ISIS perché gli è impedito di essere tumulato in Italia nell’anno della vittoria contro “il nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, quando l’ultimo lembo di terra italiana occupata dallo straniero fu liberata e “i ragazzi del 99” giunsero a Trento e a Trieste.

La civiltà di un popolo si misura dal rispetto per la propria storia, un rispetto che, da quel 2 giugno 1946, si è progressivamente affievolito, dal momento in cui il potere è stato assunto in Italia da partiti che non avevano partecipato alla formazione dello Stato nazionale, i cattolici della Democrazia Cristiana, che pure avevano votato in gran parte per la monarchia al referendum istituzionale, e i comunisti che vantavano uno spirito internazionalista succubi dell’Unione Sovietica, alieni dal riconoscimento delle glorie patrie che, invece, nella patria del socialismo reale venivano esaltate, sia pure a fini di mobilitazione delle coscienze nella guerra contro i tedeschi.

Le conseguenze si vedono, gli italiani sono stati indotti progressivamente ad abbandonare il sentimento nazionale, la consapevolezza della loro storia, l’orgoglio della appartenenza che è un sentimento necessario per potersi confrontare con gli altri in Europa e nel mondo.

Si parla tanto di confronto e di dialogo interculturale. È evidente che in assenza della consapevolezza della propria identità il confronto è impossibile, è possibile solamente subordinazione.

2 giugno 2017

Laura Bianchini. Una vita per la scuola - del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Le elezioni e lo spettro della legge di bilancio - di Salvatore Sfrecola

 

Occidente ed Islam Integrazione, la tragedia degli equivoci - di Salvatore Sfrecola

 

 

 

 

 

 

 


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