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Un Sogno Italiano sabato, 08 giugno 2019 ultimo aggiornamento

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Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi

(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

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Il C.S.M. nella bufera. La soluzione passa attraverso una riforma costituzionale che preveda il sorteggio e non l’elezione dei membri togati

di Salvatore Sfrecola

 

Mio padre amava ripetere che il magistrato dev’essere come il prete, attento alle frequentazioni, in modo da apparire sempre estraneo alle beghe dei suoi parrocchiani. Non so se ripeterebbe oggi lo stesso esempio, visto l’andazzo di certi ecclesiastici dalle amicizie disinvolte. Ma è certo che il monito resta valido per l’attenzione che chiunque eserciti funzioni giudiziarie deve tenere non solo nei confronti di amici, parenti e compagni di circolo sportivo, ma anche degli ambienti politici.

Stona, dunque, ed è grave che nessuno l’abbia notato, quanto ha scritto Franco Roberti, passato dalla toga alla politica, che, intervistato da Il Fatto Quotidiano dell’8 giugno parla di “noi” riferendosi al PD, il Partito Democratico che lo ha messo in lista per le elezioni europee. Certo è stato eletto in quel partito ma l’atteggiamento disturba – mi auguro non solo me – perché un tempo il magistrato che scendeva in politica teneva ad apparire indipendente, perché nessuno sospettasse che quella “passione” politica non fosse sopravvenuta ma lo avesse accompagnato e, in qualche modo, condizionato nel tempo in cui esercitava le funzioni di giudice o di pubblico ministero. Che è poi quello che ha mosso Matteo Salvini a “ricusare” giudici che, a suo dire, hanno pronunciato sentenze che interpretano norme governative come avrebbero in qualche modo preannunciato in occasione di esternazioni di sapore politico che un magistrato dovrebbe sempre evitare per non apparire “di parte”. Che, poi, magari non è vero. Ma apparire indipendente è necessario, posto che è “normale” che indipendente lo sia.

Si comprende, dunque, come le polemiche che in questi giorni accompagnano le notizie sull’inchiesta del Procuratore della Repubblica di Perugia, Luigi De Ficchy, un magistrato di grande valore e di lunga esperienza, possano far molto male alla Magistratura se la lente d’ingrandimento degli inquirenti si è fermata sui comportamenti di alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura intenti ad immaginare, insieme a uomini di partito, chi avrebbe potuto essere votato per la preposizione alle più importanti Procure, a cominciare da quella di Roma, libera dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone. Infatti, sull’onda dello scandalo, per cui – tra l’altro - un politico sotto indagini si sarebbe incontrato con alcuni componenti del C.S.M. per concorrere alla scelta di quello che sarebbe stato il suo inquisitore, vanno emergendo ipotesi varie di “riforma”, come quella della separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, della sottoposizione di questi alle direttive del Governo, della eliminazione della obbligatorietà dell’azione penale. Se ne parla da tempo con opposte valutazioni, ma il pericolo è sempre quello che Governo e Parlamento intervengano sull’onda delle emozioni. Non va mai bene, malissimo in materia di Giustizia, che è interesse di tutti sia oggetto di iniziative di riforma particolarmente meditate.

La riforma fondamentale, visto che parliamo di nomina dei responsabili degli uffici direttivi, in particolare delle Procure, cui spetta l’esercizio dell’azione penale, è quella di una composizione del Consiglio Superiore in qualche modo impermeabile alla politica. Ed anche alle correnti interne, considerato che esse hanno dimostrato nel tempo di essere non solamente espressione di orientamenti culturali e di indirizzi giurisprudenziali ma di portare nel dibattito interno elementi di carattere ideologico molto spiccati, come dimostrano i documenti presentati in congressi e convegni, in particolare, di Magistratura Democratica, da sempre “vicina” alle sinistre, a cominciare dal Partito Comunista Italiano.

Il C.S.M., espressione dell’indipendenza di quell’“ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” che è la Magistratura, come si legge nell’art. 104 della Costituzione, presieduto dal Capo dello Stato e con componenti di diritto il Primo Presidente della Corte e il Procuratore Generale della Cassazione, è composto per due terzi da magistrati ordinari eletti “tra gli appartenenti alle varie categorie” e per un terzo da eletti dalle Camere. Eletti, dalle correnti, cioè da gruppi portatori di orientamenti culturali e ideologici che si riversano nel voto dei componenti togati i quali, al momento della scelta, attribuiscono le loro preferenze ai colleghi di corrente o comunque ad essa vicini, anche sul piano ideologico. Roberti le difende. “servono all’elaborazione del pensiero della giustizia”, dice. Ma sa bene che organizzano il consenso ai fini delle elezioni e delle scelte.

L’esperienza ci dice, infatti, di una progressiva degenerazione del sistema dovuto proprio alla elezione attraverso le correnti che organizzano il consenso all’interno della magistratura per cui il magistrato che si candida ad un posto direttivo, Presidente di Tribunale o di Corte d’appello, Procuratore della Repubblica o Procuratore Generale, ha speranza di veder accolta la propria istanza solamente se appoggiato da un gruppo che conta autorevoli rappresentanti nel CSM.

Tra i primi a criticare questo sistema Piercamillo Davigo, all’atto del suo insediamento nel ruolo di Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Non va bene disse perché introduce elementi personalistici che nulla hanno a che fare con scelte che dovrebbero essere guidate da una obiettiva valutazione della specifica professionalità ed esperienza in relazione all’esercizio di una determinata funzione.

Le correnti della Magistratura, tuttavia, non ci stanno. Negano che la loro influenza nel CSM ne condizioni le scelte. Il tema è antico ma in questa stagione la polemica si è aggravata e la lotta “di potere”, un’espressione che dovrebbe essere bandita quando si parla di Giustizia, è diventata ancora più esasperata da quando Matteo Renzi ha ridotto il limite di permanenza in servizio dei magistrati (da 75 a 70 anni) così scatenando una lotta furibonda per l’assegnazione dei posti di vertice di gran parte degli uffici giudiziari. Non solamente nella Magistratura ordinaria ma anche in Consiglio di Stato e Corte dei conti, con l’effetto di far giungere al vertice di uffici importanti magistrati con insufficiente esperienza.

Nella gestione delle nomine, come ha dimostrato l’inchiesta di Perugia, le scelte vengono pesantemente determinate dalle varie componenti presenti nel CSM dove siedono laici eletti dal Parlamento, cioè dai partiti, e togati scelti dalle varie correnti della Magistratura, per cui è inevitabile che i curricula dei partecipanti alle procedure di assegnazione siano esaminati almeno sotto due profili, uno per qualche verso “politico”, l’altro dell’appartenenza ad una determinata corrente dell’ANM. Fuori di questa logica non c’è spazio. Clamoroso il caso di Giovanni Falcone che, nonostante l’esperienza che poteva vantare nella lotta alla mafia, fu superato nell’attribuzione del posto di capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo da un collega, certamente più anziano, ma ignoto ai più, con una esperienza che forse sarebbe stato meglio utilizzare altrove.

Una soluzione s’impone, dunque, rapidamente per restituire serenità alla Magistratura con una modifica incisiva della composizione degli organi di autogoverno. Ma serve una modifica della Costituzione che prevede l’elezione. La soluzione è una sola, quella di prevedere che i componenti togati siano scelti sulla base di un sorteggio tra tutti i magistrati in servizio, tenendo conto di anzianità e funzioni svolte, in modo da assicurare all’organo di autogoverno esperienze e professionalità diverse, capaci di una equilibrata valutazione delle candidature ai vari posti di funzione. Ci sarà sempre la possibilità che un magistrato sorteggiato nel CSM possa essere “sensibile” alle aspettative del collega di concorso o che ha condiviso con lui qualche esperienza professionale. Ma non ci sarà più una scelta per motivi di appartenenza correntizia a tutti i costi, anche quando sia evidente che il candidato non ha i requisiti per ricoprire il ruolo per il quale concorre.

8 giugno 2019

 

 

 

L’alchimia

che trasforma le Pensioni in Oro

di Serenella Pesarin e Antonio Grassi

 

Sappiamo che l’età media della popolazione si sta alzando, mentre aumenta l’attesa di vita nell’età avanzata e la coorte del baby boom post-bellico sta entrando in tale età, grazie anche all’accresciuta qualità della vita e alle conquiste della medicina. Di fronte a questo insorgente mondo di “vecchi”, alla dilagante disoccupazione giovanile, all’assenza di politiche sociali preventive, alla povertà in aumento, all’afasia di rimedi nel breve periodo, la strada più semplice da percorrere è quella dell’odio di classe o di status. Per legittimare questo odio di classe serve identificare in alcuni livelli sociali gli untori di manzoniana memoria! Ed ecco che alcuni tipi di anziani vengono improvvisamente proposti alla collettività come ladri e truffatori. Chi sono? I pensionati dalle cosiddette “pensioni d’oro”! Senza alcuna distinzione tra chi ha versato negli anni cospicui contributi e chi no! E così sentiamo parlare di tutti questi anziani, indistintamente, come dei fuorilegge, dei predatori perché “hanno ridotto il Paese in queste condizioni”, o perché, solo esistendo, hanno rubato e rubano ai giovani la possibilità di inserirsi nel mondo occupazionale grazie ai privilegi di cui, nessuno escluso, hanno goduto. Ma ecco il rimedio magico per questa malvagia presenza: la rottamazione, iniziata da Renzi, prende il posto della trasmissione intergenerazionale dei saperi e dell’esperienza che si accresce solo con il trascorrere degli anni. Questa rottamazione colpisce un nucleo, anche numeroso, ma socialmente più debole rispetto alla grande massa. Ma è il principio della rottamazione che conta e basta una disposizione di legge per farne poi indebitamente una regola generale. Ecco una esemplificazione di qualcosa già realizzato. Il caregiver (significato: datore di cure), nato per valorizzare gli aspetti affettivi di chi si prende cura di un minore bisognoso di cure (di una minoranza, per fortuna), è stato poi usato come “cavallo di Troia”, per introdurre provvedimenti che stanno abbattendo qualsiasi differenziazione tra madre e padre sul piano sociale. Poiché tutti possiamo essere caregiver, il ruolo biologico di madre e padre viene così liquefatto e il Caregiver (cavallo di Troia), destinato ad un nucleo minoritario, si è poi esteso come una epidemia attraverso “gli untori di turno”, ben nascosti nel ventre del cavallo, dissolvendo in un grande magma indifferenziato il significato unitario di famiglia. Diventa a questo punto indispensabile proporre alcune riflessioni che sono fondamentali secondo noi per comprendere lo sfacelo individuale e sociale in cui viviamo come anziani, come giovani, come coppie, come lavoratori, come pensionati, etc. In questo sfacelo trova la sua funzione la rottamazione degli anziani, di cui il taglio delle pensioni cosiddette d’oro rappresenta uno step necessario per avviare, o, meglio sarebbe dire, continuare il processo di abbattimento della funzione paterna; obiettivo” eclissare il padre”!

Abbattuto il Padre Celeste, con la morte di Dio celebrata nel secolo scorso, bisognava abbattere anche la funzione paterna terrena, mediatrice di Verità-Regole- Etica-Sacralità. Oggi ci troviamo ad affrontare un grande mostro nella caotica indifferenziazione del parassitismo e della predatorietà sociali, presenti anche nell’agone politico. Ed ecco che nel caso del taglio delle pensioni che diventano, per puro slogan elettorale di qualcuno, improvvisamente ”d’oro”; a livello inconscio profondo il significato vero sta nell’attuazione di una rottamazione del valore della tradizione, cioè del passato. Se tu impoverisci gli anziani, non li colpisci solo sul piano esistenziale cosciente, ma ne impoverisci il valore (denaro) anche per il significato che hanno nel contesto sociale. Se poi lo fai in maniera retroattiva, prendi “due piccioni con una fava”: dai corpo concreto al Grande Mostro, gli permetti di colpire mortalmente anche Verità, Regole, Etica. La Verità, costituita dal significato univoco che aveva nel passato, vale a dire rapporto contrattuale Cittadino–Stato, viene abbattuta sostituendola con la relativistica verità del potere del momento: diventa improvvisamente “d’oro” una pensione conquistata con il sudore della fronte, a seguito di un patto specifico di lavoro tra il cittadino e lo Stato contratto nel passato. -Le Regole: quelle tra Cittadino e Stato, anche queste abbattute in modo retroattivo, colpendo la parte più debole. Ci lamentiamo della violazione delle regole che ordinano il civile convivere della famiglia e dei cittadini e produce la violenza di coppia, dei giovani sugli anziani, degli adolescenti, dei figli che aggrediscono i genitori, degli uomini che uccidono le donne, di donne che bullizzano altre donne (e stanno cominciando a farlo anche con gli uomini). Ma questi fenomeni di violazione delle regole e dei confini trovano un modello di identificazione “Alto”, un Ideale dell’Io di freudiana memoria, proprio in uno Stato che viola le Regole del suo rapporto con il Cittadino: una decisione, quella del taglio delle pensioni, che introduce il principio della legalità dell’illegalità. Illegale e truffaldino è cambiare le regole con valore retroattivo. Se passa un principio che consente al più forte di turno sul piano del potere politico, non di creare nuove regole per il futuro, ciò è legittimo, ma di intervenire sulle regole del passato, regole che hanno condizionato pesantemente, in termini di correlata responsabilità e fatica, la vita di persone, tante persone, milioni di persone, una volta instaurato questo principio, che cosa dovremo insegnare ai nostri figli e ai nostri giovani? Che non esistono regole certe neppure nel rapporto tra Stato e Cittadino. Che lo Stato ritiene che la democrazia non sia una bandiera da difendere, ma una banderuola che deve seguire là dove spira il vento del più forte di turno o di chi siccome non riesce a rispondere ai problemi reali, quali la disoccupazione giovanile, trova un capro espiatorio per assolversi dalle proprie incapacità! Allora la verità, la giustizia, l’etica, le regole sono solo parole - scatole vuote in cui è” lecito “inserire quello che si vuole, dove la” innovativa Regola Magistrale dello Stato” è predicare bene e razzolare male. E che per ora loro , i giovani, l’unica certezza civica che hanno è che a 70 anni, come gli attuali settantenni, faranno la stessa fine degli anziani settantenni del “paleolitico sardo”. Allora i giovani, vestiti di pelli di pecora (oggi in giacca blu e camicia bianca), buttavano giù da una rupe, uccidendoli, i settantenni, che opponevano come unica forma di affermazione della propria dignità una risata di sfida, che ha poi dato origine all’espressione “riso sardonico”. L’Etica: viene posto in essere e si dà corpo al principio antietico proprio dell’etica relativistica. Qualunque patto tra cittadino e Stato può essere trasgredito, in modo anche unilaterale e retroattivo, in qualunque momento, subordinatamente alle esigenze di parte di uno degli attori del patto: lo Stato, rappresentato da chi esercita il potere pro-tempore. Il principio operativo del relativismo etico anche ad un livello politico. Esso già vige in alcuni settori della giurisprudenza, nella formazione culturale scolastica ed universitaria, nell’attuale concezione del termine famiglia. Sul piano educativo lo Stato rischia di trasmettere così ai nostri giovani nella forma più efficace, cioè quella dei comportamenti, che la legge che domina è proprio quella della trasgressione dei principi e delle regole di base dell’esistenza umana, scritte sulla pietra. Tutto diventa possibile, quando le regole sono liquide! Si introduce una unica legge: quella del Far West. Si fa quello che vuole colui che è più forte e che spara più velocemente degli altri. In questo stiamo all’erta! Se le pratiche educative-comunicative sono centrate per formare sempre più velocissimi pistoleri, non meravigliamoci poi se la desertificazione culturale otterrà il suo primato su quell’umanesimo pedagogico e sulla trascendenza dei valori, vitale per salvaguardare quella dignità umana di cui ogni persona è, indistintamente, portatore! Ma se le cose stanno così unica via di salvezza e sopravvivenza resta la terra promessa per gli anziani italiani del terzo millennio: il Portogallo.

5 giugno 2019

 

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

Il diploma di massofisioterapista, rilasciato ai sensi della legge 19 maggio 1971, n. 403, non consente ex se l’iscrizione alla facoltà di Fisioterapia, né dà vita, nella fase di ammissione al corso universitario, ad alcuna forma di facilitazione, nemmeno se posseduto unitamente ad altro titolo di scuola secondaria di secondo grado di durata quinquennale.

L’iscrizione alla facoltà di Fisioterapia potrà, quindi, avvenire solo secondo le regole ordinarie che postulano il possesso di un titolo idoneo all’accesso alla formazione universitaria ed il superamento della prova selettiva di cui all’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 (Cons. Stato, Ad. plen., 9 novembre 2018, n. 16, con commento di L. Grassucci, Secondo l’Adunanza plenaria il solo diploma di massofisioterapista non è sufficiente ai fini dell’iscrizione alla Facoltà di Fisioterapia, in ItaliAppalti, 13 novembre 2018).

Ai sensi dell’art. 95 c.p.a., l’impugnazione deve essere notificata, nelle cause inscindibili, a tutte le parti in causa e, negli altri casi, alle parti che hanno interesse a contraddire; pertanto, è sufficiente la notificazione dell’appello al ricorrente in primo grado e non deve essere disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri soccombenti, i quali, avendo una posizione coincidente con quella dell’amministrazione, sono privi di interesse a contraddire e non devono essere, perciò, evocati in giudizio (Cons. Stato, Sez. III, 12 maggio 2017, n. 2245, a cura di A. Corrado, in Guida dir., n. 33/2017, 94).

 

“Palazzo d’ingiustizia”

È il titolo di una nuova, scottante inchiesta di Riccardo Iacona (Marsilio Editori, Venezia, 2018): “un viaggio dietro le quinte della giustizia italiana, tra opacità, correnti politiche e conflitti personali”.

L’autore ci conduce nelle stanze dei Palazzi dove si esercita la ”malagiustizia” italiana, “puntando i riflettori su un intricato groviglio di lotte fratricide e interessi inconfessabili”.

È una demoralizzante storia della giustizia italiana e di “come non viene esercitata”.

Un libro da leggere e da meditare.

 

Il tricolore non è uno straccio

Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, nel corso di una cerimonia pubblica, si è servito della bandiera tricolore per lucidare una targa commemorativa.

Come ha ben evidenziato Salvatore Sfrecola (Il disprezzo di Gori per la bandiera gli può costare due anni di galera, in La Verità, 14 maggio 2019, 5), nella condotta del Sindaco “ci sono evidentemente tutti gli elementi soggettivi ed oggettivi dell’illecito penalmente sanzionato dal comma 2 dell’art. 292 c.p.: l’intenzionalità del gesto, che manifesta disprezzo; il deterioramento del vessillo che, se usato per lucidare o spolverare una targa, avrà certamente subito gli effetti di tale impiego; la natura pubblica della cerimonia” e ciò con evidente vilipendio al valore simbolico del tricolore.

 

Ora pro nobis

Il Papa regnante rifiuta di ricevere il Ministro Salvini e di stringergli la mano finché non muterà orientamento su migranti e accoglienza.

Da “Il Vangelo secondo Bergoglio”.

 

Profugopoli

Il libro (Milano, 2016) di Mario Giordano, è un documentato atto di accusa contro “quelli che si riempiono le tasche con il business degli immigrati”.

Si parla troppo spesso di accoglienza e solidarietà, ma – scrive l’Autore – è sufficiente sollevare il velo dell’emergenza immigrazione per scoprire che dietro il paravento del buonismo si nascondono soprattutto affari. Non sempre leciti, peraltro. Fra quelli che accolgono stranieri, infatti, ci sono avventurieri improvvisati, faccendieri dell’ultima ora, speculatori di ogni tipo… che sulla disperazione altrui hanno accumulato notevoli fortune.

Giordano ha percorso le vie della Profugopoli italiana, raccontando sprechi, follie, assurdità, tangenti, corruzione, seguendo il fiume di denaro che circola nel nostro Paese sotto le mentite spoglie della solidarietà.

 

Addio De Rossi

Con De Rossi, mitico “Capitanfuturo”, è stata ammainata l’ultima bandiera giallorossa.

Conduzione della Società a dir poco disastrosa.

Siamo, purtroppo, tornati tristemente alla “Rometta” d’un tempo.

4 giugno 2019

 

 

 

Un interessante giudizio di Frederick Rolfe sul Re Vittorio Emanuele III

di Domenico Giglio

 

Mi ha meravigliato, qualche tempo fa, vedere nelle librerie una nuova edizione di un romanzo di fantapoltiica storica ed ecclesiastica, dal titolo “Adriano VII”, opera di uno scrittore inglese, nato a Londra nel 1860, Frederick Rolfe, detto “Baron Corvo”, scritto nei primissimi anni del ventesimo secolo, che, al suo apparire, nel 1904, aveva riscosso un grande interesse e di cui, nel 1964, era stata effettuata una ristampa dalla “Longanesi & C.”. Infatti erano più di cinquantanni che il silenzio aveva avvolto questo romanzo, all’epoca avveniristico, perché parlava di un semplice sacerdote straniero, eletto Papa, dopo un tormentato Conclave, che aveva assunto il nome di Adriano, settimo di questa serie di pontefici, proprio a sottolineare che Adriano Vi, mancato nel 1523, era stato l’ultimo Pontefice non italiano.

Ora, pur essendo interessante analizzare e commentare questo romanzo, mi limiterò a sottolineare una parte in cui, l’immaginario Pontefice, parla dei Capi di Stato dell’Europa dell’epoca, per cui viene a trattare logicamente di Vittorio Emanuele III. “E’ uno dei quattro uomini più intelligenti del mondo” dice infatti parlando del Re, oltre a sottolineare la sua costituzionalità, il non aver commesso “un solo errore, una sola azione ingiusta e nemmeno ingenerosa”, notando la sua importanza sostanziale nella vita nazionale, anche se non apparente, “quale sia il partito che è al potere”.

Questo dunque è il giudizio di un scrittore straniero acuto ed intelligente, che aveva vissuto qualche tempo a Roma, amava l’Italia, dove poi morì nel 1913 a Venezia, per cui ben conosceva fatti e personaggi, alieno per carattere da ogni spirito cortigiano, che infonde nel personaggio di questo Papa, a dimostrazione del prestigio di cui godeva il Re e che con il Re, innalzava anche l’Italia. Quel prestigio che portò un ricco uomo d’affari, un israelita polacco, trasferitosi negli Stati Uniti, David Lubin, a sottoporre a Lui e non ad altri l’idea di una istituzione, un Istituto Internazionale di Agricoltura, progenitore della F.A.O., che proprio per merito di Vittorio Emanuele III, fu realizzato, con firma istitutiva del 7 giugno 1905, operatività dal 1908, con sede a Roma, in un palazzo appositamente costruito all’interno della villa “Umberto I”, già Borghese. Ed il Re contribuì personalmente sia per l’edificazione del palazzo (oggi sede del CNEL), sia alla vita dell’Istituto, con un contributo annuo di 300.000 lire, tratto dalla sua Lista Civile. E sempre per la sua fama di uomo di grande equilibrio e cultura (un numismatico, come fu il Re non poteva non avere cultura storica) diversi stati esteri gli affidarono il giudizio su delicati problemi di confini accettandone le decisioni. E nel 1903-1904 furono Brasile e Regno Unito per una frontiera della Guiana Inglese, nel 1905 ancora il Regno Unito ed il Portogallo per il confine del Barotseland e nel 1909 il Messico e la Francia per l’isola di Clipperton .Ora di questo Sovrano, di cui l’11 novembre prossimo ricorrerà il centocinquantesimo della nascita, di tutto questo non si fa mai cenno, irridendolo volgarmente invece per il suo aspetto fisico (non è forse razzismo?) e condannandolo senza appello per una triste vicenda avvenuta nel suo lungo regno.

25 maggio 2019

 

 

 

Per rispetto alla verità storica

Perché l’Istituto Vittorio Emanuele III non deve cambiare nome.

di Salvatore Sfrecola

 

Pace fatta tra la Professoressa Maria Rosa dell’Aria e il Ministro dell’interno Matteo Salvini. Si sono incontrati ieri in Prefettura a Palermo, nel giorno nel quale è stato ricordato il sacrificio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta fatti saltare dalla Mafia con 400 chili di tritolo sull’autostrada per il capoluogo siciliano, all’altezza dello svincolo di Capaci. Si sono chiariti il Ministro e la docente dell’Istituto tecnico Vittorio Emanuele III dopo l’episodio della sospensione disposto a carico dell’insegnante per non aver vigilato sui suoi allievi che hanno equiparato il decreto sicurezza alle leggi razziali del 1938. Non meritava quella sanzione disciplinare che ha scatenato polemiche nelle quali tutti si sono inseriti per denunciare un attentato alla libertà di manifestazione del pensiero e di insegnamento, i sindacati della scuola e gli studenti, ma anche i partiti politici, di sinistra, per i quali è stata un’occasione ghiotta alla vigilia di una importante scadenza elettorale.

Non meritava la sospensione. Bastava una tiratina d’orecchi da parte del Preside quell’insegnante che aveva il dovere di spiegare e far capire ai suoi allievi che quella equiparazione non è corretta. I giovani vanno formati a comprendere i fatti che devono essere loro presentati distinti dalle opinioni, secondo una regola che è degli storici come dei giornalisti.

Ed ha sbagliato la Senatrice a vita Liliana Segre a chiedere che l’Istituto cambi nome del Re che “ha messo la sua firma sulle leggi razziali”. Magari, suggerisce, Vittorio Emanuele II anziché III. Sbaglia perché evidentemente dimentica che, “processato”, ad iniziativa della Comunità Ebraica di Roma, per aver promulgato, dopo tre rifiuti, le leggi approvate dal Consiglio dei Ministri e votate da Camera e Senato, il Re Vittorio Emanuele III è stato assolto da ogni addebito dai “giudici” che hanno riconosciuto che un Capo dello Stato costituzionale s’inchina sempre al volere delle Camere.

Alla Senatrice Segre va anche ricordato che, ripresi i poteri statutari dopo il 25 luglio 1943, sulla base del voto del Gran Consiglio del Fascismo all’ordine del giorno Grandi, che espressamente chiedeva fosse ripristinata “la legalità costituzionale”, che il Fascismo aveva compresso, il Re Vittorio Emanuele III ha congedato Mussolini con un atto che i giuristi “di sinistra” continuano ancora oggi a ritenere un colpo di Stato, ha portato l’Italia fuori da una guerra, non voluta dagli italiani e da Lui stesso subita, ed ha abrogato le leggi razziali che sempre aveva apertamente aborrito.

La storia merita rispetto. Come i protagonisti che “giudichiamo” a distanza di anni seduti alla nostra scrivania leggendo libri scritti da chi quegli episodi non aveva vissuto, a differenza dei protagonisti dei quali hanno scritto, chiamati a scelte sempre difficili, spesso da assumere con immediatezza e personale responsabilità. Spesso senza il supporto di un consiglio disinteressato e adeguato.

Nel caso del Re Vittorio fu la scelta di salvare il salvabile dopo che, lasciato solo nel momento del massimo consenso popolare al Fascismo, si è ritrovato a comporre i “cocci” di una immane tragedia, essendo l’unica autorità legittima rimasta dopo la disfatta che potesse chiedere agli anglo-americani l’armistizio, che fu concesso in forma di resa senza condizioni. Occorre rispetto della verità storica perché i giovani sappiano e siano messi in condizione di giudicare fatti e protagonisti sine ira ac studio.

24 maggio 2019

 

 

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

Nella vigenza della disciplina sul processo amministrativo telematico, l’atto di parte prodotto in forma non nativa digitale non è né inesistente, né abnorme, né nullo. Deve ritenersi piuttosto irregolare, con la conseguenza che spetta al giudice rilevare la difformità dal modello legale e stabilire un termine per la rinnovazione dell’atto a pena di irricevibilità del ricorso (Cons. Stato, Sez. IV, 4 aprile 2017, n. 1541, con nota di F. Volpe, L’irregolarità dell’atto processuale amministrativo alla prova del processo telematico in Dir. proc. amm., n. 3/2017, 990 ss.).

Un singolo militare può iscriversi a un partito e, anche in tale qualità, esercitare il proprio diritto di elettorato passivo, ma non può mai assumere, nell’ambito di una formazione politica, alcuna carica statutaria neppure di carattere onorario, a tutela indiretta ma necessaria del principio di neutralità politica delle Forze Armate (Cons. Stato, Sez. IV, 9 novembre-12 dicembre 2017, n. 5845, con commento di D. Ponte, Una tutela necessaria per il principio di neutralità “politica”, in Guida dir., n. 5/2018, 104 ss.).

 

“Cialtroni”

È di recente in libreria il volume “Cialtroni” (Milano, 2019) di Indro Montanelli, a cura di Paolo Di Paolo, che ha raccolto una serie di articoli di un vero Maestro del giornalismo, pubblicati sui quotidiani La Voce e Corriere della sera, tra il 1994 e il 2001.

Sono passati in rassegna gli “italiani che disfecero l’Italia” da Garibaldi a Grillo, per concludere con la domanda “ma il Paese è meglio della classe politica”?

Ma ciò che maggiormente colpisce è questa amara riflessione: “ad essere sincero sino in fondo, ho smesso di credere all’Italia. In un’Italia come questa anche una sceneggiata può bastare a provocarne la decomposizione. Sangue non ce ne sarà: l’Italia è allergica al dramma… Dolcemente, in stato di anestesia, torneremo ad essere quella terra di morti, abitata da un pulviscolo umano che Montaigne aveva descritto tre secoli or sono. O forse no: rimarremo quello che siamo; un conglomerato impegnato a discutere, con grandi parole, di grandi riforme a copertura di piccoli giochi di potere e d’interesse. L’Italia è finita. O forse, nata su dei plebisciti-burletta come quelli del 1860-61, non è mai esistita che nella fantasia di pochi sognatori, ai quali abbiamo avuto la disgrazia di appartenere. Per me, non è più la Patria. È solo il rimpianto di una patria”.

 

Opinioni da ponderare

-        Guido Melis (La burocrazia, Bologna, 1998, 101 ss.).

“Si può cambiare la burocrazia italiana? La storia del riformismo amministrativo, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, indurrebbe a ritenere di no: questa storia è stata infatti, essenzialmente, una storia di vinti, di volta in volta sconfitti proprio dalle logiche inesorabili della continuità degli apparati e dalle resistenze insormontabili delle varie burocrazie. Né il potere politico né quello economico hanno avuto, nel corso della storia d’Italia, un reale interesse a riformare l’amministrazione… Modelli organizzativi e culture professionali ereditati dall’Ottocento, più volte modificati ma mai definitivamente abbandonati, appaiono oggi, di fronte ai fattori di cambiamento, assolutamente inadeguati. È plausibile che toccherà a una nuova generazione di funzionari pubblici, diversa dall’attuale, di archiviarli definitivamente”.

-        Roberto Gervaso (Italiani pecore anarchiche, Milano, 2003, 30 s.).

“Il buonista parla bene e razzola male, e dal più ipocrita dei pulpiti fa le più belle prediche. Non crede in niente, se non in ciò in cui gli conviene credere… Lo trovi ovunque perché non sa stare fermo e non conosce l’inestimabile dono del silenzio. Discetta sulle colpe della società, responsabile degli infiniti mali che l’affliggono. Dialoga con i drogati, gli sfrattati, i sinistrati, gli alienati, gli sbandati, ergendosene a portavoce e vindice.”

-        Salvatore Sfrecola (La stretta sugli stupratori promessa da Bonafede è solo un annuncio a vuoto, La Verità, 20 marzo 2019, 12).

“Non basta minacciare il carcere se, poi, quelle pene, nella misura prevista dal codice, non sono scontate. Insomma, manca la certezza della pena, poca o tanta che sia, perché solo la prospettiva di scontare la condanna nella misura stabilita in sentenza può dissuadere a delinquere e, comunque, è capace di soddisfare l’esigenza di giustizia che proviene dalle vittime del reato e dall’opinione pubblica. È un argomento ricorrente quello della certezza della pena assicurata da sempre nei Paesi che hanno a cuore l’amministrazione della giustizia”.

 

Avviso agli occupanti abusivi di immobili

Per problemi di erogazione di luce, gas e acqua, è preferibile contattare direttamente il Vaticano.

A buon intenditor, poche parole.

21 maggio 2019

 

 

 

L’assurda equiparazione delle leggi razziali al decreto sicurezza

di Salvatore Sfrecola

 

La polemica sulla sospensione della Professoressa Anna Maria Dell’Aria, della scuola media statale Vittorio Emanuele III, alla quale è stato dimezzato lo stipendio, sembra per non aver vigilato sul lavoro, presentato dai suoi alunni in occasione della ricorrenza del 25 aprile, che accomuna le leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza voluto dal Ministro dell’interno Matteo Salvini, terrà ancora banco, almeno fino alle elezioni europee del 26 maggio. Fa gioco alle Sinistre accusare il leader della Lega di tendenze autoritarie, considerato anche che al Ministero dell’istruzione siede un leghista Marco Bussetti. Scendono in campo i giornali che insegnano cosa è politicamente corretto, dove sta la verità e dove l’errore. In testa, naturalmente, Concita De Gregorio cui è affidato il fondo de La Repubblica, “E allora sospendeteci tutti”, con le solite patetiche tiritere: “Se non possiamo insegnare la storia…”! Il fatto è che non è stata insegnata la storia, altrimenti non sarebbe stato fatto il confronto “incriminato”. Manifestano gli studenti ed i colleghi della docente inalberando la bandiera della libertà d’insegnamento e della pluralità delle idee. Come gli allievi del Liceo Anco Marzio di Ostia “indignati”, convinti che siano a rischio i principi degli artt. 21 e 33 della Costituzione quanto alla libertà di manifestazione del pensiero e dell’insegnamento.

Impera la confusione delle idee. Indipendentemente dalla fondatezza della misura disciplinare (probabilmente sbagliata, ma non conosco il provvedimento e da giurista non scrivo di cose che non ho letto), quei diritti, che risalgono allo Statuto Albertino, nessuno intende contestarli. Il tema è diverso. E viene ignorato perché non fa comodo. Sembra evidente, infatti, che quel che si rimprovera alla professoressa della scuola media palermitana è il fatto che se i suoi studenti ritengono che le leggi razziali e il decreto sicurezza appartengano ad una stessa logica politica. Il che vuol dire che non hanno letto né quelle né questo e, soprattutto, che la docente non ha saputo illustrare quelle norme. Capito De Gregorio? E se le leggi razziali costituiscono un unicum nell’ordinamento giuridico italiano, da aborrire senza se e senza ma, la legislazione sulla sicurezza, certamente criticabile come tutte le leggi, da destra e da sinistra, non è assolutamente associabile alla legislazione razziale. E questo evidentemente gli studenti non hanno percepito o non è stato loro spiegato.

Questa vicenda, tuttavia, offre l’occasione per alcune riflessioni, all’indomani del ripristino dell’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, provvedimento adottato con generale consenso dei partiti presenti in Parlamento perché la scuola deve formare i cittadini ed i futuri professionisti e, dunque, fornire nozioni non solo di cultura generale e specifica ma anche la conoscenza delle regole del vivere comune, a cominciare dal funzionamento delle istituzioni per dar conto dei diritti e dei doveri dei cittadini.

Ora la disciplina che è stata reintrodotta, dopo un periodo di silenzio, viene affidata a docenti che, nella maggior parte dei casi, provvisti di laurea in lettere in quanto docenti di storia, hanno scarsa attitudine per quell’insegnamento che ha una impronta eminentemente giuridica. Pertanto, in bocca a generici cultori di “belle lettere”, come si diceva un tempo, diviene pericolosa, un’arma di possibile indottrinamento nel quale la Sinistra si è sempre dimostrata abilissima, come attesta la vulgata della Resistenza contro il tedesco invasore, che si continua a presentare come monopolizzata da comunisti e socialisti oscurando quanti, militari, liberali, cattolici, monarchici hanno preso le armi in quegli anni difficili, tra il 1943 e il 1945. Ci vuol poco, infatti, per trasformare l’insegnamento dei principi della Costituzione in uno strumento di propaganda politica, solo che si considerino i diritti fondamentali, da quelli delle persone e delle associazioni, ai diritti di libertà di pensiero ed economica, alla forma di stato e di governo. Sappiamo, ad esempio, con riferimento alla democrazia parlamentare, che ha caratterizzato fin dallo Statuto Albertino lo Stato italiano, che il Movimento 5 Stelle si fa apertamente promotore di una equivoca democrazia diretta con richiamo a Rousseau, cui infatti è intestata la piattaforma informatica che raccoglie ed elabora le idee di quella forza politica. Un “democrazia” della rete, attraverso la quale le scelte di pochi (sempre meno degli iscritti al movimento) condizionano le decisioni di tanti, i parlamentari, come si è visto anche di recente.

Ho sempre avuto grandissimo rispetto per la funzione docente e per chi la esercita (mio nonno insegnava italiano e latino in un liceo ed ho avuto ben cinque zie docenti di ginnasio e liceo) e, pertanto, ritengo che lo Stato non metta a disposizione delle scuole strumenti didattici adeguati e tratti i docenti come impiegati pubblici di serie di B, come dimostra la misura degli stipendi, effetto della scarsa considerazione che la classe politica riserva all’istruzione. Contemporaneamente per esperienza, personale e di padre, percepisco una realtà che attesta la crescente modestia dei programmi scolastici e dei docenti cui lo Stato, dopo aver fornito una formazione universitaria spesso inadeguata (abbiamo in cattedra i laureati con il diciotto politico), limita la successiva capacità di aggiornamento. Infatti con gli attuali stipendi è assolutamente escluso che i docenti dei vari ordini e gradi siano in condizione di acquistare libri e riviste, come si richiede per chiunque intenda essere al passo del dibattito scientifico.

Ho ricordato che l’insegnamento dell’educazione civica è abbinato alla storia, disciplina abbandonata da tempo. Si è cominciato con il demonizzare il dato dispregiativamente definito nozionistico, quanto a date e nomi, come se fosse inutile sapere chi era Garibaldi, quando è vissuto e cosa ha fatto, per poi escludere periodi storici essenziali nell’evoluzione dei fatti. Ad esempio, il mio nipotino Leonardo, in quinta elementare sta ancora studiando gli etruschi. Studiando è parola grossa, parliamo di poche righe, quando noi alla stessa età sapevamo del Medio Evo, del Rinascimento, del Risorgimento e della prima guerra mondiale.

Ed a proposito di Garibaldi nello “stupidario della maturità” si legge che uno studente in un tema di storia ha sì attribuito al Generale la spedizione dei mille, la partenza da Genova, ma non con i noti piroscafi Piemonte e Lombardo ma con un sommergibile. Evidentemente ignorando il “maturando” che quei mille non sarebbero entrati neppure nel più moderno sottomarino nucleare e che nel 1860 non ve ne erano né grandi né piccoli, anche se nel corso della guerra di secessione americana saranno sperimentati, con esito tragico, mezzi subacquei a remi.

Preoccupa, dunque, l’insegnamento dell’educazione civica se affidata ad una generazione di docenti giustamente frustrati dall’ingiusto trattamento dello Stato che si potrebbero trasformare in agenti di una Sinistra politica che non ha mai condiviso la storia d’Italia.

19 maggio 2019

 

 

E il Cardinale riaccese la luce

Dio e Cesare: Carità e legalità

di Salvatore Sfrecola

 

La carità è virtù suprema, insieme alla fede e alla speranza, ma di esse è “la più grande”, come scrive San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (13,1), in un inno straordinario alla misericordia di Dio. Deve averlo tenuto presente il Cardinale Konrad Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità, che si è recato nei sotterranei del palazzo di viale delle Province, privo di energia elettrica perché gli occupanti non hanno pagato le bollette, e, facendo saltare i sigilli apposti dalla azienda erogatrice, ha consentito di riaccendere lampade e frigoriferi. “Ci sono quasi cinquecento persone, in quel palazzo, un centinaio di bambini…” ha detto, intervistato da Gian Guido Vecchi per il Corriere della Sera. E alla domanda sulle bollette non pagate ha risposto “Si parla di soldi ma non è questo il problema. Ci sono i bambini. E allora la prima domanda da porsi è: perché sono lì, per quale motivo? Com’è possibile che delle famiglie si trovino in una situazione simile?”.

Domande legittime, perché l’occupazione abusiva di per sé stessa denuncia una situazione di disagio sociale gravissimo che è certamente compito delle istituzioni pubbliche affrontare e risolvere. Evitando tuttavia di richiamare i massimi sistemi, un metodo che serve per confondere le idee e rendere i problemi irrisolvibili. Parliamo di immigrazione da paesi in guerra o in carestia e dell’accoglienza, dovuta nella misura in cui è possibile e nelle forme compatibili con le esigenze delle popolazioni locali alle quali non si deve far mancare risorse per destinarle ai migranti, se non si vuole scatenare una guerra tra poveri. Lo stato e le amministrazioni locali mettono a disposizione immobili, pagano le bollette delle utenze, luce, acqua e gas anche agli abusivi senza verificare se abbiano o meno la possibilità di far fronte a quegli oneri. E questo non va bene. È giusto pagare per chi non può. Non addebitare ai bilanci pubblici costi non dovuti se gli “utenti” possono pagare.

Così accade che se nessuno paga l’azienda erogatrice dei servizi interrompe l’erogazione di elettricità, gas, acqua, com’è accaduto nell’immobile ex INPDAI di viale delle Province dove è intervenuto il Cardinale Elemosiniere non per pagare le bollette ma con un gesto eclatante, un po’ rivoluzionario, ponendosi al di fuori della legalità Che è regola di civiltà e di pacifica convivenza. I romani dicevano che le regole servono ne cives ad arma ruant, perché i cittadini non corrano alle armi per far fronte alle ingiustizie. Rispetto delle regole alle quali richiama lo stesso Gesù i uno straordinario versetto del Vangelo (Matteo 22,21):Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (greco: πόδοτε ον τ Καίσαρος Καίσαρι κα τ το Θεο τ Θε; latino: Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo). Carlo Nordio nel suo fondo su Il Messaggero ricorda anche “libera Chiesa in libero Stato”.

È stato, quello del Cardinale, un errore grave, che ha messo in imbarazzo il Vaticano. Non credo che l’episodio possa sviluppare polemiche anticlericali ma è certo che non giova alla serena valutazione dei fatti la difesa che Alberto Melloni fa della vicenda su La Repubblica, buttandola “in caciara”, come si dice, titolando “a chi non piace Francesco”, che avrebbe affidato al Cardinale polacco “il compito di portare ai poveri non i quattrini del Papa, ma il suo amore”. E tutti hanno capito che non è questo il tema.

13 maggio 2019

 

 

N U O V I A S T E R I S C H I

di Domenico Giglio

 

Il Cappello degli Alpini

L’adunata degli Alpini, a Milano, dell’11 maggio, nel centesimo anniversario della fondazione della loro associazione nazionale, A.N.A., ha dato occasione ad articoli e servizi televisivi su questa imponente manifestazione, sul suo significato patriottico, e sulle vicende storiche di questo corpo, la cui origine risale ad un Decreto, del 15 ottobre 1872, firmato da Vittorio Emanuele II.

In questi ricordi e sul significato del tipico cappello, detto “alla calabrese”, “dalla lunga penna nera”, si è anche ricordata la proposta, nel secondo dopoguerra, di abolire questo caratteristico copricapo. All’epoca ci fu in Parlamento una battaglia, da cui poi uscì vittoriosa la conferma del cappello alpino, ed in questa battaglia si distinse un parlamentare del Partito Nazionale Monarchico, il siciliano, allora colonnello, poi generale, Antonino Cuttitta, eletto nel 1948 e riconfermato per ben quattro Legislature.

L’on. Cuttitta, oltre alla battaglia per la conservazione del cappello piumato, fu un parlamentare attento a tutte le problematiche militari, con una costante presenza ai lavori della Camera dei Deputati, con ripetuti intervenenti, interrogazioni e presentazione di disegni di legge, sempre a vantaggio delle categorie più svantaggiate, militari e non, con grande competenza che gli fu riconosciuta anche dagli avversari politici.

Parlamentare assiduo come pochi, coerente e fedele ai suoi ideali è ancora oggi un esempio da non dimenticare, che conferma il ruolo non secondario dei monarchici nella vita nazionale e parlamentare del primo dopoguerra.

 

Lo Studio della Storia.

Di fronte alla cancellazione del tema storico alla prossima maturità ed alla riduzione delle ore dedicate a questa materia vi è stata una sollevazione, per il loro ripristino, da parte di numerosi storici, giornalisti, scrittori ed intellettuali delle più varie ideologie e posizioni politiche, che condividiamo pienamente. Per questa azione giorni or sono, il quotidiano “La Repubblica”, il 27 aprile, ha dedicato ben due pagine (28 e 29) alle motivazioni della richiesta, ma quello che è interessante da sottolineare è la figura esposta, a cavallo delle due pagine, evidentemente ripresa da una cartolina patriottica dei primi anni del secolo scorso. Infatti si vede una donna, l’Italia, turrita, appoggiata ad una spada ed avvolta nel tricolore con lo stemma sabaudo. In alto i ritratti del Re Vittorio Emanuele III, e della Regina Elena, ed in basso, nell’ordine, quelli di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini, mentre ai lati dell’Italia sono indicati i principali eventi del nostro Risorgimento, a sottolineare che la storia non si cancella e che i Savoia di questa storia hanno fatto parte determinante.

Che lo pubblichi “La Repubblica” ha pure la sua importanza perché anche lettori ideologicamente lontani hanno potuto vedere e conoscere dei volti ed una bandiera che si è cercato di far dimenticare, forse per via di un certo “peccato originale” risalente al 13 giugno 1946.

 

 

Inqualificabile gesto del Sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che usa la bandiera nazionale per lucidare una targa

di Salvatore Sfrecola

 

Diffusa e generale indignazione per il gesto del Sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, piddino di rango, del quale Facebook ha mostrato un filmato mentre è intento a lucidare una targa commemorativa usando il tricolore, la bandiera nazionale. L’occasione, l’inaugurazione di un parco. Tra i primi a manifestare sdegno l’Avv. Alessandro Sacchi, Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, che ha stigmatizzato in un comunicato l’“evidente disprezzo per il vessillo della Patria” commesso da un pubblico ufficiale, primo cittadino di una nobilissima Città, senza che nessuno sia intervenuto a dissuaderlo od a censurare quel gesto gravissimo. Nessuno dei presenti, nessuno del Partito Democratico che ha perduto un’occasione per recuperare credibilità agli occhi degli italiani difendendo i valori nazionali che la bandiera riassume. Costava poco farlo. Ma il logorroico Zingaretti ha taciuto. Come Matteo Renzi, pronto ad ogni piè sospinto a prendere la parola. Assente anche il Prefetto, rappresentante del Governo. Un tempo avrebbe richiamato il Sindaco.

Interverrà l’Autorità Giudiziaria? Ce lo auguriamo. Sulla base dell’art. 292, comma 1, del codice penale che punisce con una pena pecuniaria “chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale o altro emblema dello Stato”. Pena che è aumentata “nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale”. Articolo il quale al comma 2 prevede che “chiunque pubblicamente intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni”.

Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, ai fini della sussistenza del delitto di quell’art. 292 è necessario che la condotta di vilipendio si concretizzi in un atto di denigrazione di una bandiera nazionale (Cass. Pen., Sez. I, 3 luglio 2006, n. 22891). La bandiera nazionale spiega ancora la Suprema Corte è penalmente tutelata per il suo valore simbolico, suscettibile, per sua natura, di essere leso anche da semplici manifestazioni verbali di disprezzo, la cui penale rilevanza, ai fini della configurabilità del reato, richiede quindi soltanto la percepibilità da parte di altri soggetti” (Cass. Pen., Sez. I, 19 dicembre 2003, n. 48902).

Orbene, nella condotta del Sindaco Gori c’è evidentemente l’elemento della intenzionalità, dell’occasione pubblica, e del deterioramento del vessillo che, se usato per lucidare o spolverare una targa, avrà certamente subito gli effetti di tale impiego.

Poteva mettere la mano in tasca ed usare un fazzoletto il Sindaco. Ha preferito usare la bandiera nazionale con evidente disprezzo per il suo valore simbolico, per dirla con le parole della Suprema Corte.

Da notare che neppure associazioni “patriottiche”, a quanto è dato sapere, sono intervenute. Che scemi l’amore per la Patria? Dopo anni di negazione dei valori risorgimentali, gli unici unitari, non può stupire.

12 maggio 2019

 

 

Un libro di Rossella Pace

La resistenza liberale in Piemonte, nelle città e nelle valli

di Salvatore Sfrecola

 

Non solo comunisti, socialisti e gruppi del Partito d’Azione, come vorrebbe la narrazione che ancora oggi oscura l’impegno che sulle montagne, nelle valli e nelle città hanno svolto, dopo l’8 settembre 1943, i partigiani cattolici e liberali, che meglio vanno definiti patrioti, per distinguerli da quanti combattevano in nome di un partito politico, e, con particolare impegno, i reparti ricostituiti del Regio Esercito fedeli al giuramento di fedeltà prestato al Re. Che furono i primi a prendere le armi contro i tedeschi invasori. Ad essi si unirono poi ex prigionieri di guerra, fuoriusciti ed ex condannati politici: “uomini e tante donne, di ogni età e di tutte le opinioni, tanto che in brevissimo tempo fu possibile organizzare in tutta Italia numerosissime bande che non lasciarono nessun margine di mobilità all’invasore tedesco, combattendolo e ostacolandolo in ogni sua mossa con azioni di guerriglia”, come si legge nel libro di Rossella Pace, “Una vita tranquilla, La Resistenza liberale nelle memorie di Cristina Casana” (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018), in questi giorni al Salone del Libro di Torino.

Preziosissimo e assolutamente originale il lavoro di Rossella Pace, PHD Student in Storia dell’Europa presso l’Università di Roma “La Sapienza”, che irrompe nella storiografia resistenziale dando dimostrazione, attraverso le vicende di una nobile famiglia piemontese, quella dei Casana, dell’impegno della società civile nella lotta per la liberazione dai tedeschi. I Casana, come altri esponenti dell’alta borghesia e dell’aristocrazia piemontese, liberali, cattolici, da sempre antifascisti, scendono in campo con le loro amicizie e parentele con le quali si collegano in Lombardia, in Toscana e nella Capitale. Rapporti personali che Rossella Pace ricostruisce dettagliatamente mettendo in evidenza, attraverso il “Libro d’Oro della Nobiltà Italiana”, uno straordinario intreccio di relazioni familiari spesso consolidate sulla base di importanti esperienze professionali, dai Taverna ai Boncompagni Ludovisi.

Ne nasce una rete straordinariamente efficiente, che imbriglia l’azione delle unità tedesche nelle città e nelle campagne, che opera autonomamente o in collegamento con altre formazioni, così assicurando supporto logistico a quanti avevano scelto di contrastare l’invasore. Una rete prodigiosa di collegamenti della quale è un esempio l’“Organizzazione Franchi” diretta da un giovane ardimentoso, Edgardo Sogno Rata del Vallino di Ponzone, liberale, monarchico, antifascista, Medaglia d’oro al valor militare, nome di battaglia “Franchi”, appunto. Autore di azioni coraggiose come le fughe dal carcere rimaste leggendarie per la temerarietà dimostrata, il Comandante Franchi ed i suoi uomini hanno scritto pagine gloriose che i giovani dovrebbero conoscere. Ricorda Rossella Pace l’appello di Sogno, redatto in casa di Uguccione Ranieri di Sorbello, e fatto recapitare, prima, ai grandi vecchi liberali (Casati, Croce, Nina Ruffini e Giuliana Benzoni), sottoscritto come Comitato Centrale Esecutivo Dei Gruppi Liberali Monarchici Italiani, e poi fatto pervenire al Re. Fu il momento in cui questi giovani ruppero ogni indugio per impegnarsi contro l’invasore.

Ho avuto l’onore di incontrare il Conte Sogno che, ormai anziano, mi colpì per il suo sguardo fermo che esprimevano la fede che aveva ispirato le sue azioni, l’ardimento con il quale si era gettato nella mischia.

Il Libro di Rossella Pace, dunque, ci fa conoscere uno scenario, quello della “resistenza civile” condotta dalle donne come Cristina Casana senz’armi, che la storiografia prevalente ha ignorato “almeno fino agli anni Novanta – scrive l’A. – continuando a considerare e a valutare l’operato femminile nell’ambito resistenziale in base al grado di avvicinamento ai valori e alle dinamiche delle azioni maschili, procedendo a inclusioni ed esclusioni su tale base” (pagina 28). Ciò che contribuisce a quella rivisitazione degli eventi che scrittori come Giampaolo Pansa vanno conducendo, non per negare l’impegno di alcuni ma per sottolineare il rilievo della partecipazione dei combattenti cattolici e liberali che, insieme ai militari del Regio Esercito, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, hanno contribuito in modo significativo alle operazioni ed al risultato finale, come dimostra la liberazione di alcune città d’Italia attuata dai militari italiani ben prima che giungessero inglesi e americani. A fronte di una versione “ufficiale” degli eventi manipolata a fini di parte da un partito politico, il Comunista, che ambiva a prendere il potere ed a condizionare il previsto referendum su Monarchia e Repubblica, com’è avvenuto. Ed anche per nascondere quella scia di sangue fatta di vendette personali, di brutali massacri di innocenti disvelati da Pansa nei suoi libri e che gli hanno decretato l’ostracismo delle sinistre dalle quali pure proveniva.

In Piemonte, come ci spiega bene Rossella Pace, raccontando delle esperienze della famiglia Casana, l’impegno di questi uomini e donne coraggiosi fu fondamentale, ispirato al senso di appartenenza, al desiderio di riscattare la Patria assurdamente coinvolta in una guerra che gli italiani non avevano nessun interesse a combattere a fianco del “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, trascurando il ruolo mediterraneo del nostro Paese di recente ancor più rafforzato dalla presenza italiana nelle isole dell’Egeo, in Libia e nell’Africa, territori raggiungibili esclusivamente via mare e, pertanto, rapidamente perduti dopo pochi mesi di guerra.

Le esperienze narrate da Rossella Pace ci fanno tornare alla mente l’impegno di patrioti coraggiosi nella Capitale, dove il Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo animava la resistenza impegnando molti militari, come il Maggiore dei Reali Carabinieri Ugo de Carolis, entrambi martiri alle Fosse Ardeatine, dopo essere stati torturati nella prigione della Gestapo di Via Tasso, senza mai fare un solo nome.

Il libro di Rossella Pace è stato presentato nei giorni scorsi a Torino, con il concorso di numeroso pubblico e l’intervento di personalità, come il Prof. Francesco Forte, economista e già Ministro delle finanze, degli avvocati Edoardo Pezzoni Mauri e dell’Avvocato Alessandro Sacchi, rispettivamente del Foro di Torino e di Napoli. Relatori e partecipanti sono stati presentati al pubblico dal Generale Roberto Lopez, Coordinatore dell’Unione Monarchica Italiana piemontese. Ed oggi richiama l’attenzione dei visitatori nel Salone del Libro aperto nel capoluogo sabaudo.

11 maggio 2019

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

La qualifica di pertinenza urbanistica è applicabile soltanto a opere di modesta entità e accessorie rispetto a un’opera principale, quali, ad esempio, i piccoli manufatti per il contenimento di impianti tecnologici, ma non anche a opere che, dal punto di vista delle dimensioni e della funzione, si connotino per una propria autonomia rispetto all’opera cosiddetta principale e non siano  coessenziali alla stessa, tali, cioè, che non ne risulti possibile alcuna diversa utilizzazione economica. Occorre, pertanto, il titolo edilizio per la realizzazione di nuovi manufatti quand’anche, sotto il profilo civilistico, si possano qualificare come pertinenze (Cons. Stato, Sez. VI, 17 maggio 2017, a cura di A. Corrado, in Guida dir., n. 24/2017, 113).

 

Gli ultimi giorni di Kant

Il volume di Thomas de Quincey, “Gli ultimi giorni di Immanuel Kant” (a cura di Fleur Jaeggy, 6ª ed., Milano, 2011), che frequentava con assiduità la casa del Maestro dal 1790, narra la fase conclusiva dell’esistenza terrena di Kant, pensatore acuto ed originale, che ha dedicato tutta la sua vita alla meditazione e all’insegnamento universitario.

Secondo di sei figli, era nato a Königsburg, in Prussia, il 22 aprile 1724 ed ivi si spense il 12 febbraio 1804.

Gigante del pensiero filosofico, fondatore del criticismo e precursore dell’idealismo, tra le sue numerose opere come fondamentali devono essere ricordate “Critica della Ragion pura” e “Critica della Ragion pratica”.

Uno dei segnali negativi della incipiente vecchiaia fu l’accentuarsi di un sensibile declino della memoria, al punto che iniziò a scrivere una serie di appunti su ogni pezzo di carta che gli capitava tra le mani. Conservava, invece, un ricordo nitido degli eventi ormai lontani nel tempo, potendo anche recitare a memoria interi brani di poemi tedeschi e latini e, in particolare, dell’Eneide.

Ricorda ancora de Quincey che altro segno del suo declino mentale era una certa debolezza delle teorie che iniziava a proporre, spiegando tutto con il fenomeno dell’elettricità.

I suoi dolori di testa erano sempre più frequenti e viveva in uno stato di perpetua rassegnazione.

Altro segnale del declino delle sue facoltà fu la perdita della corretta percezione del tempo e il generale decadimento di tali facoltà provocò anche un graduale sconvolgimento delle sue abitudini esistenziali.

Ma era ormai stanco della vita e anelava l’ora del congedo. Soleva ripetere spesso “Non posso più servire al mondo, sono un peso a me stesso”.

Osserva ancora de Quincey che “le sue facoltà stavano andando in cenere; ma, di quando in quando, qualche lingua di fiamma, qualche bagliore di una grande luce si irradiava per mostrarci che il vecchio fuoco stava ancora covando”.

Il 12 febbraio del 1804 Kant cessava di vivere e con lui la sua grandiosità intellettuale, la sua prodigiosa cultura, la sua ineguagliata profondità nella ricerca, la mirabile passione per l’insegnamento universitario, l’austera onestà della sua vita, ispirata al più elevato raziocinio.

Le sue spoglie mortali furono tumulate nella cripta accademica, dove egli riposa fra i patriarchi dell’Università.

 

Perché?

Perché ogni qualvolta che un magistrato del Consiglio di Stato ha diritto di essere valutato per il conferimento di un incarico di maggior prestigio emergono sistematicamente, al pari di una bomba ad orologeria, dettagli sconcertanti sulla sua condotta, con inevitabile sospensione del procedimento di nomina?

E questo ignorando l’interessato il reato contestato, le indagini
compiute e senza nemmeno essere stato interrogato dagli inquirenti.

Ma ciò non sorprende più di tanto. Siamo in Consiglio di Stato.

 

Succede anche questo

- Con decreto del Ministero dell’Interno del 31 gennaio 2019 (in Gazzetta Ufficiale n. 79 del 3 aprile 2019) la parola genitori viene sostituita da padre e madre nelle carte di identità dei minorenni.

La Sindaca di Torino Appendino ha dichiarato che tornare alla vecchia dicitura costituisce un “passo indietro”.

Chiamatelo passo indietro!

- Due donne della nostra Marina Militare si sono unite civilmente a La Spezia. Tra gli auguri pervenuti alla coppia vanno ricordati quelli della Ministra della Difesa Trenta, la cui valutazione dell’evento come esempio di “una importante evoluzione culturale nelle Forze Armate” non appare né opportuna, né convincente.

8 maggio 2019

 

 

 

25 aprile 1945: considerazioni impolitiche

di Domenico Giglio

 

Il 25 aprile fu la data della insurrezioni di tutte le forze patriottiche e partigiane deciso dal CLNAI e dal comando militare dello stesso, avendo le forze alleate, delle quali facevano parte anche i Gruppo di Combattimento del Regio Esercito, sferrato l’offensiva definitiva contro le linee germaniche, sfondandole ed avanzando su tutto il fronte, dal Tirreno all’Adriatico, raggiungendo Bologna e puntando verso la pianura lombardo-veneta. In realtà le operazioni belliche terminarono alle ore 14 del 2 maggio, dopo la resa delle truppe tedesche, firmata il 29 aprile nelle Reggia di Caserta.

La data quindi non celebra, come il 4 novembre 1918, la fine delle ostilità, ma, diciamo, lo slancio finale, che avrebbe portato alla completa liberazione del territorio italiano, anche se Trieste e l’Istria videro l’arrivo, non certo liberatorio dei comunisti jugoslavi, prima che vi giungessero gli anglo-americani a ristabilire, parzialmente, la situazione.

Nelle celebrazioni susseguitesi dal 1949, dopo quella iniziale del 25 aprile del 1946, si sono ripetute e si ripetono ancora alcune affermazioni retoriche, per dare lustro alla data, quale ad esempio quella di aver ristabilito la democrazia e di aver dato i natali alla repubblica, affermazioni entrambe false. La prima del ristabilimento delle istituzioni parlamentari con le relative elezioni politiche, risale, non dimentichiamolo, ad un Decreto del Governo Badoglio (RD.L. del 2 agosto 1943, n. 175), dove si stabiliva procedere alla elezione della Camera dei Deputati quattro mesi dopo la fine della guerra, decreto che fu sostituito con altro D.L.L. del 25 giugno 1944, n. 141, dove era precisato che, sempre dopo la liberazione del territorio nazionale, si sarebbe proceduto alla elezione non più della Camera dei Deputati, ma di una Assemblea Costituente. Quindi nulla mutava od aggiungeva a queste decisioni la sollevazione del 25 aprile. Il ristabilimento della democrazia era già scritto e deciso, e nell’Italia Centro Meridionale, dal giugno 1944 (liberazione di Roma), la vita politica ed i partiti avevano ripreso la loro attività, si pubblicavano giornali, si tenevano comizi.

La seconda affermazione, relativa alla repubblica, oltre che falsa era ed è anche offensiva per tutti coloro che parteciparono direttamente od indirettamente alla guerra di liberazione per fedeltà al giuramento prestato per il “bene indissolubile del Re e della Patria”. E questi furono centinaia di migliaia, a cominciare dal ricostituito Regio Esercito, dalla Regia Marina ed Aeronautica, dai Reali Carabinieri, dalle formazioni patriottiche (non partigiane), sorte subito dopo l’8 settembre 1943, di cui solo a titolo indicativo e non esaustivo ricordiamo le fiamme verdi di Martini Mauri e la “Franchi” di Edgardo Sogno, ed i loro caduti, tra i quali furono generali, ammiragli ed altri alti ufficiali, quando non risultano invece esservi nessun esponente dei partiti politici del CLN, nascosti o protetti in chiese e monasteri. Per precisione e correttezza ne ricordiamo l’unico caduto, Bruno Buozzi, sindacalista e già deputato socialista, fucilato dai tedeschi, il 4 giugno 1944, in località “la Storta”, sulla Via Cassia, quando stavano fuggendo da Roma, ma insieme con lui, ribadiamo, furono fucilati il generale Dodi, ed altri ufficiali. Con l’occasione credo sia opportuno ricordare che Bruno Buozzi, aveva accettato di collaborare con il Governo Badoglio, dopo il 25 luglio, ricevendo l’incarico commissariale degli ex sindacati fascisti.

Abbiamo detto partecipare anche “indirettamente” alla guerra di liberazione, e mi riferisco alle centinaia di migliaia di soldati, oltre 600.000, presi prigionieri dai tedeschi, dopo l’8 settembre, e rinchiusi, in condizioni disumane, nei campi di concentramento, veri lager, E quando agli stessi fu proposto da emissari della repubblica sociale di aderire alla stessa e tornare così in Italia, oltre il 90% rifiutò l’offerta per quel famoso giuramento, di cui oggi si parla, a denti stretti, dimenticando sempre e volutamente a chi fosse prestato.

Sempre in merito all’offesa recata ai monarchici che avevano partecipato alla vera Resistenza ricordiamo che nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, le provincie di Cuneo, Asti e Bergamo dove vi erano stati importanti nuclei di patrioti, dettero la maggioranza alla Monarchia, come la dette Alba, vilmente chiamata “repubblica di Alba”, le cui vicende furono descritte dal “badogliano” Beppe Fenoglio, in un grande romanzo storico che nessuna importante casa editrice ha più ripubblicato, per quella “congiura del silenzio”, su quanto di positivo abbiano fatto i monarchici ed i Savoia.

29 aprile 2019

 

 

Sentenza: no ai manifesti che negano il diritto all’obiezione di coscienza

Il Consiglio di Stato accoglie l’appello del Comune di Genova, che non aveva concesso l’uso delle affissioni per la campagna dell’Unione atei. Secondo i giudici “ragione e fede sono valori che non vanno contrapposti”

 di Salvatore Sfrecola

 

È proprio il caso di dire che stavolta i seguaci della “Dea ragione”.. “se ne dovranno fare una ragione”, come gli adepti dell’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti di Genova (U.A.A.R.) dell’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti ai quali il Consiglio di Stato (Sez. V, n. 02327 del 9 aprile) ha spiegato, con parole semplici e con argomenti giuridicamente ineccepibili, che opporre “in termini negativi e reciprocamente escludenti la ragione (“testa”) e la fede cristiana (“croce”)” significa “implicitamente che la fede cristiana (“croce”) oscura la ragione (testa”)”. E che, se riferito alla obiezione di coscienza dei medici in tema di aborto, “nega la dignità della ragione (“testa”) alla scelta medica di obiezione di coscienza motivata da ragioni di fede cristiana (“croce”)” e l’“autonoma dignità all’obiezione mossa da ragioni non già cristiane ma semplicemente etiche ovvero di altra fede religiosa; collega la meritevolezza o adeguatezza professionale del medico alle sue libere convinzioni religiose o comunque etiche in tema di interruzione volontaria della gravidanza”.

La pronuncia è intervenuta in un giudizio di appello promosso dal Comune di Genova avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Liguria, sez. II, 4 marzo 2019, n. 174, che aveva accolto il ricorso dell’U.A.A.R. contro la decisione dell’Amministrazione comunale di negare l’affissione di manifesti della campagna informativa nazionale “Non affidarti al caso”, in tema di obiezione di coscienza in ambito sanitario. La bozza del manifesto, con diversa gradazione cromatica, bipartita e giustapposta, rappresentava il busto di un medico e di un ministro del culto cristiano (il primo con camice e stetoscopio, il secondo in abito talare e croce), con sovrapposta la scritta “Testa o croce?” e sotto “Non affidarti al caso”, e più sotto ancora “Chiedi subito al tuo medico se pratica qualsiasi forma di obiezione di coscienza”.

Il Comune aveva individuato nei bozzetti “una possibile violazione di norme vigenti in riferimento alla protezione della coscienza individuale (artt. 2, 13, 19 e 21 della Costituzione… premessa e art. 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo; artt. 9 e 10 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo) e al rispetto e tutela dovuti ad ogni confessione religiosa, a chi la professa e ai ministri di culto nonché agli oggetti di culto (artt. 403 e 404 c.p.”.

L’Associazione si era rifiutata, in nome del diritto di manifestazione del pensiero e di associazione, di apportare le modifiche sollecitate dal Comune con riferimento alle prescrizioni del Piano generale degli Impianti del Comune di Genova e del Codice di autodisciplina della Comunicazione Commerciale dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria. E aveva impugnato il diniego dinanzi al TAR Liguria che, nel darle ragione, aveva tuttavia richiamato il piano generale degli impianti pubblicitari del Comune di Genova, secondo il quale “il messaggio pubblicitario di qualsiasi natura, istituzionale, culturale, sociale e commerciale, non deve ledere il comune buon gusto, deve garantire il rispetto della dignità umana e dell’integrità della persona, non deve comportare discriminazioni dirette o indirette, né contenere alcun incitamento all’odio basato su sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale, non deve contenere elementi che valutati nel loro contesto, approvino, esaltino o inducano alla violenza contro le donne, come da risoluzione 2008/2038 (INI) del Parlamento Europeo”.

I Giudici d’appello hanno condiviso le ragioni del Comune considerato che il messaggio pubblicitario, “per quanto principalmente disciplinato nella prospettiva della rilevanza economica, può incidere anche su interessi individuali e collettivi di carattere non economico e comunque meritevoli di tutela giuridica, e che non rimangono perciò senza rilievo e difesa”. Ed hanno giudicato “discriminatorio nelle descritte modalità di composizione delle contrapposte immagini in una al sovrapposto, dominante enunciato letterale “Testa o croce ?” e con l’incitazione “Chiedi subito al tuo medico se pratica qualsiasi forma di obiezione di coscienza”. Ciò che “appare offendere indistintamente il sentimento religioso o etico, e in particolare dei medici che optano per la scelta professionale di obiezione di coscienza in tema di interruzione volontaria della gravidanza, pur garantita dalla legge 22 maggio 1978, n. 194, art. 9”.

La sentenza ricorda che “per l’ordinamento varie disposizioni definiscono la nozione di discriminazione, diretta ed indiretta, talora anche in armonia con il diritto eurounitario e le direttive europee (es. art. 2 d.lgs. n. 215 del 2003 in materia di razza ed origine etnica; art. 2 del d.lgs. n. 216 del 2003 in materia di occupazione e di condizioni di lavoro; art. 2 del d.lgs. n. 67 del 2006 in tema di disabilità): e che tali parametri, che si basano sul principio di eguaglianza, rilevano del pari in materia religiosa o etica laddove non si incontrino i limiti generali costituzionali, espressi (es. art. 17 Cost.: buon costume) o impliciti (es. sicurezza pubblica, ordine pubblico, salute, dignità della persona umana), o della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.

Il manifesto, dunque, è stato ritenuto discriminatorio con riferimento al credo religioso e alle convinzioni etiche individuali laddove, “la pur naturalmente legittima critica alle scelte dei professionisti obiettori supera i limiti generali della continenza espressiva giacché non si ferma a valutazioni misurate, ma senza necessità trasmoda in valutazioni lesive dell’altrui dignità morale e professionale”. Infatti, “non trattandosi di una critica “dinamica” e immediatamente reattiva di giudizio altrui collegato a specifici fatti (come in ambito politico, dove è ammesso l’uso di toni aspri e di disapprovazione più incisivi rispetto a quelli degli usuali rapporti tra privati), ma di una campagna di informazione”, non è consentito eccedere “rispetto a quanto necessario per il pubblico interesse all’informazione ampia e corretta, fermo il rispetto dell’interesse, individuale o collettivo, alla reputazione”.

Ricorda, inoltre, il Consiglio di Stato che anche per la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo resta salva la riserva dell’art. 10, para. 2, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (“restrizioni […] che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, […] per la protezione della reputazione o dei diritti altrui”), e il diritto alla libertà di espressione va valutato alla luce dei principi di proporzionalità e pertinenza (Corte E.D.U., 19 giugno 2012, n. 27306 28 ottobre 1999, n. 18396; 23 aprile 1992, n. 236; 8 luglio 1986, n. 103)”. Parametri alla luce dei quali il provvedimento comunale non è stato ritenuto viziato da carenza di motivazione nel negare l’affissione in ragione di “una possibile violazione di norme poste a protezione della coscienza individuale ed a tutela di ogni confessione religiosa”. Nell’accogliere l’appello il Consiglio di Stato ha, altresì, ritenuto infondato il motivo riproposto dall’associazione appellata in ordine alla disparità di trattamento che il Comune di Genova avrebbe perpetrato rispetto alla consentita affissione dei manifesti del movimento “Pro-Vita”, “stante la diversità, la non comparabilità e la non identità delle situazioni, circostanza che esclude l’eccesso di potere”.

Insomma, la sentenza rimette a posto regole e principi troppo spesso trascurati e negati.

(da La Verità del 18 aprile 2019)

 

 

Il cantiere infinito sul raccordo Orte-Terni.

di Salvatore Sfrecola

 

In una lettera al quotidiano La Verità il Signor Enrico Venturoli sollecita la Procura della Repubblica di Perugia, “ora che si è svegliata” (evidente il riferimento alla vicenda dei concorsi che sarebbero stati “pilotati” tra Assessorato alla Regione Umbria e ASL di Perugia nell’ambito di assunzioni all’Ospedale cittadino), ad indagare “finalmente sulle responsabilità delle gravissime condizioni in cui versa la rete stradale della Regione”. Ed al riguardo invita qualche funzionario della Procura “a percorrere, tanto per fare un piccolissimo esempio, la Foligno-Spoleto e poi riferire sulle anomalie degli appalti, testimoniate dalle ripetute frequenze dei lavori di manutenzione su alcune tratte (raccordo Orte-Terni)”.

Il Signor Venturoli ha ragione. Le condizioni della rete stradale in una regione che ha una forte vocazione industriale e turistica, crocevia di collegamenti tra Lazio, Toscana e Marche, sono pessime, quasi ovunque. Si tratta di strade statali, regionali e provinciali che percorrono, oltre le valli, tratti appenninici con significative variazioni di quota. Le provinciali, in particolare sono molto estese. Nella sola Provincia di Perugia, ad esempio, hanno un’estensione di oltre 2.500 chilometri, strade interessante da un traffico pensante che lascia i segni su un manto stradale nel quale nei mesi invernali dominano neve e gelo. Ma nel bilancio provinciale non ci sono risorse adeguate per la manutenzione. È una delle conseguenze della “riforma” Del Rio, che da Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio volle intestarsi quella scelta legislativa che ha svuotato le competenze, e i bilanci, delle province nella previsione dell’imminente approvazione della legge di revisione costituzionale targata Renzi-Boschi che aboliva quegli enti. Non avevano previsto a Palazzo Chigi che gli italiani l’avrebbero sonoramente bocciata il 4 dicembre 2016, nonostante la grancassa di una campagna pubblicitaria senza precedenti “a reti unificate” e con il concorso, adulterato, perfino del Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, al quale i media italiani, sollecitati da Renzi, avevano fatto lodare la proposta di riforma, in particolare la pratica abolizione del bicameralismo paritario, che prevede Camera e Senato con gli stessi poteri. Una cosa che il Presidente americano non poteva aver detto in quanto gli U.S.A. sono uno straordinario esempio di bicameralismo paritario, come comprende chiunque segua le cronache politiche di quel grande Paese. Dove i poteri del Senato sono particolarmente significativi.

Tornando alle strade dell’Umbria, la denuncia del lettore de La Verità si sofferma sulle “ripetute frequenze” dei lavori di manutenzione, come nel caso di un tratto importante del raccordo Orte-Terni che effettivamente, come posso personalmente testimoniare, è un cantiere perenne, dalla galleria San Pellegrino in direzione di Terni, in entrambi i sensi di marcia, con grande disagio per il traffico di mezzi pesanti che si riversa su quel tratto della E45, arteria di grande comunicazione che termina a Cesena, molto gettonata per essere in gran parte parallela all’Autostrada del Sole, tanto che negli anni scorsi si è detto di introdurre un pedaggio. Chi percorre quel raccordo trova assai spesso il senso di marcia alternato, tra l’una e l’altra galleria, tra l’una e l’altra carreggiata tra l’altro caratterizzata da una forte pendenza. C’è evidentemente qualcosa che non va. Instabilità del terreno? Lavori eseguiti non a regola d’arte? Chi progetta le opere, chi le dispone, chi le esegue, chi le collauda? Chi, come me, ha percorso quella strada per anni ed ancora oggi la percorre, sa che è rarissimo, e per pochi giorni, trovare quel tratto senza che un cantiere sia attivo o comunque aperto. Tanto che, come suggerisce la lettera, ho pensato più volte di segnalare questa situazione, che appare una anomalia, al Procuratore della Repubblica competente, che non è quello di Perugia ma di Terni. È una situazione che richiede una indagine approfondita.

22 aprile 2019

 

 

 

Notre Dame o dell’identità europea

di Salvatore Sfrecola

 

Le fiamme che hanno avvolto la Basilica di Notre Dame a Parigi sembrano aver risvegliato in Francia e nel mondo sentimenti identitari, religiosi e civili, nella consapevolezza, troppo spesso trascurata, che oggi non possiamo dimenticare quel che abbiamo alle spalle, secoli di pensieri forti, spirituali ma anche politici, che si sono formati nel corso degli anni e che distinguono un popolo dagli altri. Ci riferiamo a quella che chiamiamo identità, a quell’insieme di esperienze culturali e di vita comunitaria che fanno di un popolo una nazione, una patria, intesa come terra dei padri, di coloro che ci hanno preceduto.

Se ne parla poco e spesso a sproposito, a volte enfatizzando le diversità tra i popoli in funzione di un nazionalismo escludente che può diventare aggressivo, come spesso è accaduto in passato. Ma nella versione più corretta l’idea di Nazione e il culto della Patria costituiscono espressione della consapevolezza della propria storia che non è uguale a quella di altri popoli, senza che ne derivi un giudizio negativo nei confronti di questi ed alimenti disprezzo fino al punto di considerarli inferiori, quindi da soggiogare o da eliminare. La storia conosce di queste impostazioni che hanno fomentato guerre e prodotto lutti e ingiustizie.

Intesa come espressione della propria identità storica e culturale la tradizione nazionale si confronta con le altre identità alla ricerca di un reciproco accrescimento di indubbia validità anche in assenza di utili contaminazioni. Lo si vede nella cultura letteraria e artistica come in quella musicale che assume spesso elementi tratti da altre esperienze, evidenti nella pittura e nella scultura ma anche nella musica, come dimostrano alcune scuole che recepito o trasferito esperienze maturate altrove.

Così possiamo dire che Notre Dame è un esempio di architettura gotica che recepisce stilemi propri delle cattedrali che in un periodo storico ricco di un pensiero, che rielaborava le esperienze della cultura classica alla luce dell’insegnamento cristiano, ha segnato un momento importante del pensiero occidentale ponendo le basi del successivo Rinascimento. Quella architettura, quelle cattedrali, espressione visibile della proiezione dell’uomo verso l’alto, verso Dio, sono testimonianza delle radici cristiane dell’Europa, radici corroborate dall’innesto nella cultura greco romana che, infatti, nei monasteri veniva salvata dall’oblio attraverso la cura dei manoscritti provenienti da Roma soprattutto. Ecco, dunque che l’identità che in questo modo si è formata e che si è sviluppata con caratteristiche unitarie al di là del fatto che i popoli europei, nel corso degli stessi secoli, si siano combattuti con ogni mezzo, contrapponendosi nelle esperienze politiche, nelle forme istituzionali degli stati e finanche nella religione assumendo diverse e, per taluni aspetti, contrapposte interpretazioni del messaggio cristiano e della struttura organizzativa della Chiesa, così dando luogo a più Chiese.

In questa diversità, spesso rilevante e non di rado accentuata da motivazioni politiche e da orientamenti filosofici, i popoli europei ritrovano comunque il dato unitario, del quale sono giustamente orgogliosi, in quanto le comuni radici persistono al di là delle diversità accentuate dalla politica economica, industriale e commerciale. Questo dato unitario, percepibile facilmente nei popoli che, più di un tempo, viaggiano per motivi di lavoro e di studio (si pensi ai corsi Erasmus che hanno coinvolto milioni di giovani) appare, invece, non percepito dai governi i quali sembrano perseguire soprattutto interessi economici egoistici, incapaci di avere una visione unitaria. E difatti l’Europa non ha una politica estera comune, nonostante un commissario esibisca pomposamente il titolo di “Alto rappresentante” per la politica estera e di sicurezza, né un esercito, strumenti con i quali ci si confronta in diversi scacchieri del mondo anche delle aree più vicine, così dando spazio all’iniziativa di potenze mondiali, dagli Stati Uniti alla Cina alla Russia, le quali misurano la loro capacità politica ed economica cercando di influire sulla vita di popoli, soprattutto mediterranei e dell’Africa subsahariana, con l’effetto spesso di accrescere crisi politiche o di crearne di nuove per affermare la loro supremazia con conseguenze sovente tragiche, come dimostra l’esodo di milioni di persone dalle aree insicure per la presenza di conflitti o di condizioni ambientali invivibili.

La tragedia dell’incendio della Basilica parigina, che ha turbato ovunque nel mondo non solamente i cristiani ma anche tutte le persone colte o comunque attente alle comuni radici culturali e spirituali, potrebbe aver risvegliato in particolare negli europei il senso di una comunanza che si arricchisce delle esperienze e delle tradizioni dei singoli popoli. Insomma una Europa che sia la Patria delle Patrie dovrebbe essere l’auspicabile futuro del Continente che vanta la più antica civiltà, cultura e intelligenze non comuni insieme ad una realtà industriale e commerciale che, se ben guidata, farebbe dell’Unione Europea un interlocutore di primissimo piano nel contesto delle grandi potenze, fattore di stabilità e di pace, strumento di progresso e di benessere per i popoli del Continente.

Che l’incendio di Notre Dame non sia avvenuto invano ma abbia ricordato a tutti gli abitanti del Continente che, come non possiamo non dirci cristiani non possiamo dimenticare di essere soprattutto europei.

16 aprile 2019

 

 

L’Unione Monarchica Italiana contro  il cambio di nome a Largo Carlo Felice di Cagliari

 

Il sondaggio dell’Unione Sarda, che chiede di conoscere l’opinione dei lettori sull’ipotesi di cambiare nome a Largo Carlo Felice, Re di Sardegna e Duca di Savoia, per intitolarlo ad una, non meglio individuata, donna sarda “meritevole”, dimostra negazione della storia e, pertanto, della identità di un popolo. L’Unione Monarchica Italiana, che già in altra occasione ha condannato modifiche nella toponomastica dirette a cancellare pezzi di storia della Nazione o di una regione, ritiene che, ove accolto, il cambio di denominazione costituirebbe una gravissima lesione della storia della Sardegna che si è sviluppata lungo secoli con espressione di altissimi valori identitari, civili e spirituali, che vanno conservati indipendentemente dalle attuali idee politiche di ciascuno.

In proposito l’Unione Monarchica ricorda a tutti che le città e i borghi d’Italia recano ovunque strade e piazze intitolate a Giuseppe Mazzini. E questo è avvenuto sotto il Regno d’Italia.

 

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

L’interdittiva prefettizia antimafia costituisce una misura preventiva volta a colpire l’azione della criminalità organizzata, impedendole di avere rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione; trattandosi quindi di una misura a carattere preventivo, prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti dei soggetti che, nell’esercizio di attività imprenditoriali, hanno rapporti con la pubblica amministrazione e si fonda sugli accertamenti compiuti da diversi organi di polizia valutati, per la loro rilevanza, dal Prefetto territorialmente competente… Pertanto, si è in presenza di una valutazione che costituisce espressione di ampia discrezionalità, che può essere assoggettata al sindacato del giudice amministrativo sotto il profilo della sua logicità in relazione alla rilevanza dei fatti accertati (Cons. Stato, Sez. III, 11 settembre 2017, n. 4286, a cura di A. Corrado, in Guida dir., n. 43/2017, 94).

 

 

Opinioni da ponderare

- Michele Ainis (“Se gli elettori non votano dimezziamo i deputati”, L’Espresso, n. 11/2019, 47) osserva che “il primo partito, un’elezione dopo l’altra, è sempre il partito del non voto”. Quindi, l’astensione cresce fino a raggiungere la maggioranza assoluta del corpo elettorale.

   “L’astensionismo è ormai un fenomeno liquidato in due battute il giorno delle elezioni, dimenticato il giorno dopo”. Pertanto, al fine di reagire al crescente astensionismo elettorale, potrebbe farsi ricorso al quorum  che comporterebbe almeno un “risparmio di poltrone”. Infatti, se esprime il proprio voto il 50% degli elettori, i deputati saranno 315 e non 630, con evidente, rilevante riduzione della spessa pubblica.

   Soluzione questa tutt’altro che disprezzabile.

- Salvatore Sfrecola (“Daranno la cittadinanza a Rami ma lui si sente davvero italiano?”, La Verità, 29 marzo 2019, 5). Il coraggioso Rami, giovanissimo egiziano, merita senz’altro la cittadinanza italiana per aver contribuito, in maniera determinante, a salvare i propri compagni nel pullman di lì a poco distrutto dalle fiamme.

È, tuttavia, lecito domandarsi se, “secondo la retorica cui ricorrono insistentemente i fautori dello ius soli, si senta italiano come i compagni che lo sono grazie allo ius sanguinis, perché figli di italiani”.

Invero, non si abbandonano mai completamente le proprie radici, “anche quando si recepiscono la cultura e le tradizioni del popolo con il quale si vive… Una vera integrazione è il più delle volte impossibile e spesso cova sotto la cenere il culto della propria identità. Può rimanere un fatto culturale, ma può sfociare nella ribellione”, non facile da individuare e, quindi, da prevenire.

Comunque, tale disamina deve indurre ad una seria e prudente riflessione, anche alla luce dei recenti accadimenti delittuosi.

-   Paolo Biondani (“Da Cucchi alla morte di Imane oggi le perizie decidono le sentenze. Ma non sono infallibili. Anzi”, L’Espresso, n. 14/2019, 74). “Errori, cantonate, fino ai casi limite di ‘esperti’ reclutati da avvocati e criminali grazie a un sistema senza controlli. Diverse indagini portano alla luce il lato oscuro delle consulenze ai Tribunali.”

   Sono solo consulenti, in teoria. Ma spesso contano più dei magistrati. I giudici conoscono la legge, ma su tutte le questioni di scienza, medicina, tecnologia o ingegneria devono affidarsi a professionisti esterni. I periti. Che non sono magistrati dello Stato. Sono tecnici privati, professori, esperti veri o presunti. Però condizionano la giustizia. Le loro perizie, di fatto, anticipano e pilotano le sentenze”.

Anche nel settore delle consulenze giudiziarie è, quindi, necessario intervenire presto e drasticamente

 

 

Ricordando Franco Bartolomei

Anche se non è più tra noi da anni, il ricordo prezioso di Franco Bartolomei torna quotidianamente nei miei pensieri.

Amico autorevole ed affettuoso la cui profonda cultura, non soltanto giuridica, ha ispirato ogni suo lavoro. Professore ordinario di Diritto amministrativo nell’Università di Macerata, valente avvocato, ha concluso tristemente la sua esistenza terrena.

Mi soffermo spesso, con dolorosa partecipazione, sul suo rattristante volume “Magistrati del malefizio  (Spirali, Milano, 2000) del quale il diletto figlio Iacopo mi fece omaggio con una commovente dedica: volume dove le amarezze sofferte dal padre si evidenziano in tutta la loro crudele drammaticità.

Già nella presentazione dell’opera (pag. 11) possiamo leggere, sgomenti, queste infauste riflessioni: “Sono vento senz’aria, aria senza vento, profumo senza fiore, odore senza profumo, in un vuoto profondo, dove il buio è senza spazio. Una nuvola dispersa nell’infinito, cielo appare e scompare nell’inesistente colore di rubino. Rosso è il sole nel primo mattino sull’orizzonte d’estate; la luna arancione d’agosto nuda emerge dal mare diffondendo candore sull’ombra terrestre. Metà globo nell’oscurità, metà nel chiarore. Spezzata la terra, spaccato il cuore affogato nel sangue. Ghiacciai infuocati, montagne di fuoco eruttano fiumane di brucianti menzogne. Nei gorghi del malefizio l’indagato diventa imputato. Prima ancora, incarcerato. Sopravvive tra affanni, minata la salute; risuscita dopo i processi, dopo la condanna. Sconfitta la morte. L’anelito alla ‘resurrezione’: una percezione percettiva. Vive e non respira. Un cielo senza sole e senza stelle”.

Caro Franco, riposa in pace.

I ricordi non temperano le amarezze. I sogni svaniscono impietosi. Soltanto l’amicizia, la stima e l’affetto mai vengono meno.

 

 

 


No manifesti Unione Atei,

Il Consiglio di Stato dà ragione al Comune Genova

Messaggio discriminatorio e offensivo, accolto il ricorso

 

(ANSA) - ROMA, 9 APR - La V Sezione del Consiglio di Stato ha accolto l'appello del Comune di Genova, che non aveva concesso l'uso del servizio delle pubbliche affissioni per i centotrenta manifesti della campagna nazionale promossa dall'Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti "Non affidarti al caso", in tema di obiezione di coscienza in ambito sanitario.

Il 'no' del Comune all'affissione era motivato dal fatto che il manifesto poneva in evidenza "una possibile violazione di norme vigenti in riferimento alla protezione della coscienza individuale e al rispetto ed alla tutela dovuti ad ogni confessione religiosa e a chi la professa". Il Comune chiedeva pertanto la modifica della bozza del manifesto che contrapponeva il busto di un medico a quello di un ministro del culto cristiano, con la scritta "Testa o croce?" e poi "Non affidarti al caso" e "Chiedi subito al tuo medico se pratica qualsiasi forma di obiezione di coscienza".

Il Tar Liguria aveva accolto il ricorso contro il diniego del Comune di Genova. Il comune di Genova ha fatto appello e il Consiglio di Stato lo ha accolto. I giudici - si legge nella sentenza depositata oggi dalla V Sezione - pur riconoscendo "naturalmente legittima la critica alle scelte dei medici obiettori", alla luce dei principi costituzionali e della Corte europea dei diritti dell'uomo ha ritenuto  che legittimamente il Comune aveva considerato le caratterizzazioni del manifesto "inutilmente discriminatorie, incontinenti e offensive per le scelte etiche o religiose fatte proprie dai medici obiettori di coscienza, la cui opzione professionale e' garantita dalla legge n. 194 del 1978 sull'interruzione volontaria della gravidanza".(ANSA).

 

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

A CONCLUSIONE DEL 71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

***

“Grazie alla vittoria italiana e la conseguente dissoluzione dell’impero austro-ungarico, nasce un nuovo stato multietnico e multi religioso le cui ambizioni verranno a contrastare le nostre legittima aspirazioni. Da qui trattative e compromessi per raggiungere un equilibrio nell’Adriatico”

Su questi temi

Domenica 14 aprile alle ore 10.30 , parlerà il

Professore MICHELE D’ELIA

 “ Primo dicembre 1918 : NASCE IL REGNO DEI SERBI, DEI CROATI E DEGLI SLOVENI”

Sala Italia presso Associazione “Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, “53” e “52”

 

 

Comunicato stampa dell’Unione Monarchica Italiana

La Commissione parlamentare d’inchiesta non metta in dubbio l’indipendenza della Banca d’Italia

 

La legge istitutiva della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario”, appena promulgata, con il compito “analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento”, costituisce iniziativa di rilevante interesse pubblico nel quadro della tutela del risparmio. Tuttavia, osserva l’Unione Monarchica Italiana, i Commissari non devono assumere iniziative che possano turbare il libero dispiegarsi delle attività finanziarie nella gestione delle scelte di investimento ed interferire con i compiti propri di Banca d’Italia la cui indipendenza non va messa in discussione soprattutto in un momento nel quale talune ricorrenti ipotesi di utilizzazione delle riserve auree costituiscono un segnale gravissimo per i mercati, la dimostrazione che i conti dello Stato non sono in ordine, un gesto disperato di una classe politica incapace di adottare misure contro la recessione e in favore della crescita e dell’occupazione.

Roma, 30.03.2019

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

 

 

 

 

 

Banca d’Italia, il valore dell’indipendenza

di Salvatore Sfrecola

 

Ricorrere alle riserve auree della Banca d’Italia, al quarto posto nel mondo, dopo la Federal Reserve, la Bundesbank e il Fondo Monetario Internazionale, pari a 2.452 tonnellate in lingotti e monete, è una tentazione alla quale sembra non siano capaci di resistere i governi, di Destra e di Sinistra, quando i conti dello Stato non sono in ordine e l’economia è in gravi in difficoltà. Ai tempi del secondo governo Prodi fu il Ministro dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa, a dire che “l’uso delle riserve auree non può essere un tabù”. Un gesto disperato, un pessimo segnale al mondo”, secondo il Direttore Generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, in una intervista giusto un anno fa a Radio24. “No, non è una strada praticabile e nemmeno efficace”, ha aggiunto, a fronte di un debito pubblico intorno a 2.300 miliardi. “È, al momento, giuridicamente impossibile. C’è un accordo internazionale tra le banche centrali, che prevede che le vendite siano razionate”. Le riserve auree sono, infatti, prevalentemente presso la Banca d’Italia ai sensi del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dello Statuto del Sistema europeo delle banche centrali e della BCE, che includono la detenzione e la gestione delle riserve valutarie ufficiali tra i compiti dell’Eurosistema, a cui partecipano la BCE e le banche centrali dei paesi dell’area euro. Pertanto le banche centrali gestiscono le riserve valutarie nei limiti degli indirizzi adottati dalla BCE a salvaguardia della politica monetaria unica. L’oro è espressamente incluso nella nozione di “attività di riserva in valuta” dalla normativa comunitaria che, in attuazione dell’art. 30 dello Statuto del SEBC, ha disciplinato il trasferimento di attività della specie dalle BCN alla BCE.

In questo quadro ha destato preoccupazioni l’iniziativa dell’On. Claudio Borghi, che non è un qualunque parlamentare della Lega, ma il Presidente della Commissione Bilancio della Camera, il quale ha presentato un progetto di legge (Atto Camera n. 1064) secondo la quale “la Banca d’Italia gestisce e detiene, ad esclusivo titolo di deposito, le riserve auree, rimanendo impregiudicato il diritto di proprietà dello Stato italiano su dette riserve, comprese quelle detenute all’estero”. Borghi, rispondendo ad una domanda di Alan Friedman, ha spiegato che non vi è alcuna volontà da parte del Governo di fare cassa con le riserve auree vendendo i lingotti, ma che anzi la proposta di legge nasce per impedire che altri ci mettano le mani sopra.

Non è bene fare il processo alle intenzioni, ma è un fatto che da tempo la politica, oltre all’oro ha di mira le nomine dei vertici della Banca d’Italia. Fu Matteo Renzi, da Segretario del Partito Democratico, a contestare la conferma del Governatore Ignazio Visco. Più di recente Luigi Di Maio, leader del M5S, è intervenuto per manifestare il suo dissenso alla conferma del Vice Direttore Generale Luigi Federico Signorini, nonostante sapesse che l’ordinamento della Banca ne tutela rigorosamente l’indipendenza rispetto al potere politico, che è chiamato, in persona del Presidente del Consiglio dei ministri, solamente ad esprimere un parere sulle scelte del Direttorio.

Evidentemente l’indipendenza è poco gradita ai politici. Una indipendenza oggi rafforzata dalla circostanza che la Banca fa parte del sistema delle Banche centrali alle dirette dipendenze della Banca Centrale Europea (B.C.E.) alla quale è stata ceduta la funzione fondamentale delle banche centrali, quella della emissione della moneta e di determinazione del tasso ufficiale di sconto (tus), in pratica del livello del costo del denaro.

L’indipendenza “va difesa” ha ribadito più volte il Ministro dell’economia Giovani Tria ad ogni tentativo di interferire nelle nomine, sia pure al solo fine di dare un segnale di “discontinuità”, come si usa dire, anche con riferimento alle critiche manifestate da vari ambienti in relazione all’attività di vigilanza dispiegata su banche regionali la cui gestione fallimentare ha fatto perdere a migliaia di risparmiatori ingenti somme frutto di sacrifici di anni di lavoro.

Autorità indipendente in Italia e in Europa ma con stringenti doveri di trasparenza e pubblicità, dovendo rendere conto del suo operato al Governo, al Parlamento e ai cittadini attraverso la diffusione di dati e notizie sull’attività istituzionale e sull’impiego delle risorse, la Banca d’Italia, dal 1893, anno nel quale è stata istituita a seguito della fusione dei tre preesistenti istituti di emissione (la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito), è istituto di diritto pubblico e persegue finalità d’interesse generale nel settore monetario e finanziario: il mantenimento della stabilità dei prezzi, obiettivo principale dell’Eurosistema in conformità al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea; la stabilità e l’efficienza del sistema finanziario, in attuazione del principio della tutela del risparmio sancito dall’art. 47 della Costituzione.

In Europa, la Banca d’Italia è l’autorità nazionale competente nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico (Single Supervisory Mechanism, SSM) sulle banche ed è autorità nazionale di risoluzione nell’ambito del Meccanismo di risoluzione unico (Single Resolution Mechanism, SRM) delle crisi delle banche e delle società di intermediazione mobiliare con l’obiettivo di preservare la stabilità finanziaria dell’area dell’euro.

È responsabile della produzione delle banconote in euro, in base alla quota definita nell’ambito dell’Eurosistema, della gestione della circolazione e dell’azione di contrasto alla contraffazione.

La Banca espleta il servizio di tesoreria, al centro e nelle province, per conto dello Stato, per gli incassi e pagamenti del settore pubblico, nel comparto del debito pubblico.

Sentiremo certamente ancora polemizzare a proposito dell’oro della Banca d’Italia e delle nomine di vertice. Perché saranno molto spesso sgradite ai politici le considerazioni che la Banca formula periodicamente sull’andamento dell’economia e della finanza anche in rapporto alle iniziative dei governi, a seguito di una intensa attività di analisi e ricerca in campo economico-finanziario e giuridico.

Non gradita, ad esempio è stata la critica alla misura definita “reddito di cittadinanza” e alla riforma delle pensioni, la c.d. “quota 100”. Ed è certo che motivi di contrasto ve ne saranno ancora in relazione al prossimo Documento di Economia e Finanza (D.E.F.) che dovrà contenere una indicazione, sia pure di massima, delle misure da mettere a punto in autunno in occasione della sessione parlamentare di bilancio nel corso della quale Camera e Senato dovranno discutere ed approvare il disegno di legge di bilancio per il 2020. Un dibattito condizionato dall’ingente e crescente debito pubblico sul quale lo Stato ogni anno paga interessi per decine di miliardi, e nella prospettiva di necessari aggiustamenti pesantemente condizionati dalle cosiddette “clausole di salvaguardia”, che assorbono decine di miliardi per evitare l’aumento dell’IVA. Una situazione obiettivamente difficile per affrontare la quale non si intravedono misure idonee a frenare la recessione in atto in una prospettiva di sviluppo della produzione e, conseguentemente, dell’occupazione. Malgrado richiami continui da parte di Bankitalia, dell’Ufficio parlamentare di bilancio, di Confindustria e della Ue, le ricette messe in campo dai partiti si sono rivelate sovente improbabili, quasi come il resto delle promesse elettorali. Una situazione nella quale non sarà certo di aiuto l’ipotizzata vendita di parti del patrimonio immobiliare pubblico costituito da beni scarsamente appetibili, perché il più delle volte soggetti a vincoli storici o urbanistici e comunque da ristrutturare e sanificare (è presente spesso l’amianto), in un momento in cui il mercato immobiliare è particolarmente basso.

In chiusura mi sembra opportuno ricordare che Luigi Einaudi, nella situazione drammatica che si trovò ad affrontare da Governatore della Banca d’Italia e da Ministro del bilancio (un dicastero “inventato” per lui) nell’immediato dopoguerra, preoccupato per la disoccupazione e la crisi del Paese, sottolineava che “se i sussidi di disoccupazione saranno dati in misura e in modalità tali da non incoraggiare l’ozio, una notevole parte dei disoccupati sarà assorbita dalle forze spontanee del Paese… il resto deve assorbirlo lo Stato con opere pubbliche: ferrovie, strade, ponti, ecc. richiedono urgentemente riparazioni, rifacimenti”.

Sembra una fotografia dell’Italia di oggi.

(articolo scritto per Opinioni Nuove, in corso di stampa)

 

 

Daranno la cittadinanza a Ramy

Ma lui si sente davvero italiano?

Le radici egiziane esibite dal giovane eroe del bus ne fanno dubitare. E la Francia insegna

di Salvatore Sfrecola

 

Per giorni i mezzi d’informazione hanno cercato di convincerci che è ingiusta la condizione dei bambini, figli di stranieri, nati in Italia, che non hanno la cittadinanza italiana eppure studiano nelle nostre scuole, condividono lo stesso banco con i nostri figli e i nostri nipoti. Bambini che parlano italiano, anzi si esprimono in dialetto milanese, bergamasco o romano. Che si sentono italiani, che tifano Milan o Juventus.

Ed è così che Ramy, il coraggioso, piccolo egiziano che, coadiuvato da Adam, marocchino, e da altri compagni italiani, è stato determinante per la salvezza dei 51 presi in ostaggio dal conducente “italiano”, ma di origini senegalesi, avrà la cittadinanza italiana. La merita senza dubbio per aver contribuito in modo determinante a salvare i suoi compagni in un pullman che presto sarebbe stato in fiamme. Nessuno ha dubitato del coraggio di Ramy e degli altri. È lecito dubitare, però, che quel bimbo che studia, fianco a fianco con i nostri figli e nipoti, secondo la retorica cui ricorrono insistentemente i fautori dello ius soli, si “senta” italiano, come i compagni che lo sono grazie allo ius sanguinis, perché figli di italiani.

Il dubbio è dato dalle immagini del bimbo che, accanto ad un sorridente Bruno Vespa, a Porta a Porta esibiva sulle spalle la bandiera dell’Egitto. Nulla di strano, quel bimbo è egiziano e si sente orgogliosamente egiziano, come è giusto che sia, erede di una grande civiltà della quale in famiglia avrà sentito dire con riferimento ad imprese guerresche di grandi Faraoni ma anche al livello delle conoscenze scientifiche, astronomiche, mediche, ingegneristiche di quel grande popolo.

Perché Ramy dovrebbe dimenticare le sue origini, la sua identità? Perché dovrebbe, invece, sentirsi italiano, figlio di Dante e di Petrarca, di Galileo e di Manzoni, perché dovrebbe ritenere che il Padre della Patria sia Vittorio Emanuele II e non Ramses II o Nasser o Saddam?

Il fatto è che l’identità di un popolo è costituita dalla naturale percezione dell’appartenenza che la famiglia rappresenta e la scuola conferma e arricchisce con le nozioni della storia e della cultura letteraria e artistica. Ugualmente l’identità di un popolo è data dall’ambiente naturale, per noi dalle valli e dalle montagne della nostra Penisola, dal verde dei prati e dal candore delle nevi, che non sono la sabbia distesa nella pianura egiziana dalla quale si stagliano i monumenti della magnificenza dell’antico regno, dalle piramidi di Giza ai templi di Luxor e di Tebe che definiamo faraonici per la loro imponenza di fronte alla quale, noi che siamo abituati alle straordinarie architetture classiche e rinascimentali, rimaniamo comunque estasiati.

Non si lasciano mai del tutto le proprie radici, anche quando si recepiscono la cultura e le tradizioni del popolo con il quale si vive. Nel bene e nel male lo dimostra la cronaca delle azioni terroristiche dei “francesi” di seconda e terza generazione che non hanno acquisito l’identità della nazione che li ospita, che non diviene la loro patria, perché non è la terra dei loro padri. Per cui non si sentono tenuti a rispettare “con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che li ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri”, come si legge al n. 2241 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Anzi, considerato che, come ammoniva San Giovanni Paolo II, il “diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria”, quei “francesi” si sono sentiti sradicati dalla loro terra ed orgogliosi della loro cultura hanno cominciato a disprezzare l’Occidente corrotto, dove le donne provocano gli uomini esibendo le chiome corvine, che l’usanza islamica vorrebbe coperti, ed espongono le gambe con quelle ardite minigonne che a noi, invece, piacciono tanto. Per non dire della religione che esprime valori civili e spirituali nei quali i musulmani sono immersi. Basta viaggiare con la compagnia aerea di un paese islamico per sentire ricordare l’orario delle prediche dell’Iman. Inimmaginate che accadrebbe se su un aereo italiano si ricordasse ai viaggiatori l’orario delle Messe!

La conclusione è che una vera integrazione è il più delle volte impossibile. E chi ha una identità importante non l’abbandona in favore di quella del popolo che lo accoglie. E spesso cova sotto la cenere il culto della propria identità. Può rimanere un fatto culturale, ma può sfociare, com’è accaduto, nella ribellione, anche armata. Molti ricorderanno che, in occasione della commemorazione delle vittime dei terroristi nel parigino Bataclan, in una scuola italiana le ragazze di fede musulmana rifiutarono di alzarsi in piedi per il minuto di silenzio. Quelle ragazze parlano italiano, forse sono attratte dai nostri costumi, dal modo di vestire delle nostre donne, ma non sono capaci di un atto di pietà nei confronti di giovani uccisi in nome di una errata interpretazione della volontà del loro Dio.

(da La Verità del 29 marzo 2019 pagina 5)

 

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

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“Dopo la prima guerra mondiale nulla è stato più come prima. Così è stato detto e questo è valido anche per le donne che ebbero dei ruoli nuovi e diversi da quelli tradizionali che costituirono una rivoluzione epocale, allorché la penuria e l’assenza degli uomini impose il loro utilizzo in mansioni fino ad allora non contemplate, pagando un altissimo prezzo”

Su questi temi

Domenica 31 marzo alle ore 10.30, parlerà:

Dr. Riccardo BALZAROTTI - KAMMLEIN

“LE DONNE E LA GRANDE GUERRA”

Sala Italia presso Associazione  “Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, “53” e “52”

 

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

La Sezione V del Consiglio di Stato, con ordinanza del 4 marzo 2019, n. 1457, ha sottoposto all’Adunanza plenaria i seguenti quesiti: 1) se e in quali termini sia possibile in sede di “ottemperanza di chiarimenti” modificare la statuizione relativa alla penalità di mora contenuta in una precedente sentenza d’ottemperanza; 2) se e in che misura la modifica di detta statuizione possa incidere sui crediti a titolo di penalità già maturati dalla parte beneficiata (in www.italiappalti.it, 19 marzo 2019, con calibrato e convincente commento di L. Grassucci, “A proposito della penalità di mora si chiede all’Adunanza plenaria se è consentita la modifica in sede di chiarimenti al giudice dell’ottemperanza”.

 

Prossime nomine di vertice al Csm

“Cambia il volto della giustizia. Il Csm è chiamato a decidere nei prossimi mesi sui nuovi capi di Procure della Repubblica e Procure generali, Procure distrettuali antimafia, Tribunali e Presidenti di sezione della Cassazione. Diversi magistrati sono già andati in pensione, lasciando il posto vacante, e molti altri entro la fine dell’anno. È una rivoluzione che il Consiglio superiore della magistratura calcola in 129 nomine, sulle quali, come fanno notare dal Palazzo dei Marescialli, dovrà essere posta la massima cura alla stesura delle motivazioni visti i casi non infrequenti di annullamenti delle delibere da parte del giudice amministrativo”.

Il Consiglio di Stato, infatti, “a gennaio ha sfornato tre sentenze con le quali ha annullato altrettante nomine di magistrati in posizioni di vertice. Ed è tornato a bacchettare il Csm che già qualche mese fa era stato accusato di comportamento sleale, perché volto ad aggirare gli stessi rilievi di Palazzo Spada. Una critica che adesso viene riproposta, visto che accusa l’organo di autogoverno di aver eluso le indicazioni della giustizia amministrativa” (L. Abbate, “In Procura si balla il valzer”, L’Espresso, n. 8/2019, 50 ss.).

Da parte nostra auguriamoci di non assistere alla consueta, scontata bagarre correntizia che nulla ha a che vedere con la reale consistenza dei valori in competizione.

 

Senso civico

“Non abbiamo senso civico perché non abbiamo senso dello Stato, che presuppone uno Stato. E il nostro lo è più nella forma che nella sostanza…La mancanza di senso dello Stato ha portato e porta acqua alla più fiorente industria nazionale: il trasformismo” (R. Gervaso, “Italiani pecore anarchiche”, Milano, 2003, 19 s.).

 

Il lamento dell’insegnante

Con cadenze sempre più ravvicinate, si torna a parlare di riforma della scuola e, il più delle volte, con proposte e argomentazioni tutt’altro che convincenti.

A tutti gli aspiranti riformatori è bene suggerire la istruttiva lettura de “Il lamento dell’insegnante” di Alessandro Banda (Ugo Guanda Editore, Milano, 2015) il quale ritiene, e forse non a torto, che “la scuola va bene come è” e “nessuna riforma varrebbe a cambiarla” perché “alla base dell’incredibile permanenza e strepitosa somiglianza del lamento scolastico di tutti i tempi e luoghi sembra che ci sia proprio questo connubio forzato, questa impossibile convivenza tra istanze dell’apprendimento e istanze della regolamentazione burocratica dello stesso. Le due istanze sono incompatibili. Non ne verrà mai a capo nessuno”.

Ma “le lamentele sono del tutto inutili. Perché lamentarsi che la scuola soffochi il genio? È esattamente quello il suo compito. Perché lamentarsi degli insegnanti impreparati, o ingiusti, o dai nervi labili? Sono come devono essere. Perché lamentarsi dello scadimento degli studi? Gli studi scadono da sempre, e sono scaduti da sempre, se è vero, com’è vero, che già Tacito e Petronio la stigmatizzano, quest’eterna decadenza degli studi. Perché lamentarsi della noia? È una componente essenziale della scuola. Ed è, inoltre, la noia, il più sublime dei sentimenti umani”.

“Basta allora con le lagne sulla scuola! Finiamola con i piati, i pianti, i compianti e i plori! La scuola va bene come è. Nessuna riforma varrebbe a cambiarla. Nessuna riforma potrebbe sanare il suo peccato d’origine. Tutte le cosiddette riforme sono riforme di Sisifo”.

“Pare insomma che negli anni, anzi nei secoli e millenni, non muti nulla, o ben poco. La scuola ha tutta l’aria d’essere una foresta pietrificata. Facciamoci coraggio. Attraversiamola.”

La speranza, ancora oggi, è incontrare adeguata compagnia, capace di affrontare, con competenza e responsabilità, il tortuoso percorso.

 

 

 

Ius soli, buon senso e luoghi comuni

di Salvatore Sfrecola

 

Era possibile, ed è accaduto, che prima o poi non fossi per alcuni aspetti d’accordo con il mio stimato amico Marco Benedetto che su Blitz Quotidiano del 25 marzo ha scritto della polemica sullo ius soli che “torna a imperversare. E naturalmente hanno torto tutti. Chi non vuole lo Jus Soli e anche chi lo vuole estendere anche a chi in Italia non è nato”. Riprende un suo scritto di quasi due anni fa rispetto al quale “nulla è cambiato, anzi le posizioni si sono radicalizzate”.

Non condivido, come spiegherò, perché nonostante sia un uomo saggio e, all’evidenza, buono di animo, Benedetto mette insieme cose diverse che sembrano collegate, la disciplina della cittadinanza e quella dell’immigrazione e non lo sono se non nella propaganda delle Sinistre alla ricerca i quei consensi che perdono tra gli italiani.

Per Benedetto “è una cosa giusta, e rimane cosa giusta anche se lo  stesso Governo che lo caldeggiava lo ritirò”. Per ragioni di calcolo elettorale, “perché la versione di jus soli portata avanti da Pd allora (e temo anche oggi), andava ben oltre i confini del buon senso che porta la maggioranza degli italiani di buona volontà a ritenerlo cosa degna e giusta”. Infatti secondo i sostenitori di quella versione “dovrebbero avere diritto alla cittadinanza automatica non solo quelli che sono nati in Italia, ma anche chi vi è entrato ancora minorenne. Visto quel che succede con i minorenni imbarcati sulle navi al centro della contesa degli ultimi mesi, minorenni tutti nati lo stesso giorno o quasi in base a auto certificazioni poco probabili anche agli occhi dei magistrati, un sistema del genere si risolverebbe in una grande presa in giro”.

Lo ius soli “dilatato”, ricorda, “più che la definizione di un diritto, era un manifesto propagandistico per incentivare gli arrivi. E il business delle accoglienze”. Che, in effetti, è stato dimostrato da inchieste giornalistiche e, ancor più, da indagini della magistratura, essere stato terreno di affari. Spiega che “gli italiani, anche la maggioranza di quelli di sinistra, hanno paura dello straniero. Ne hanno paura soprattutto gli strati sociali più deboli i cui diritti sembrano non entrare negli elenchi dei diritti che stanno a cuore alla sinistra da salotto. Un lavoratore straniero è uno che accetta una paga inferiore, non discute (anche perché se discute il buon italiano magari l’ammazza), lavora lunghe ore senza protestare. Gli ex elettori comunisti si sono rivolti alla Lega. Allora da sinistra si affrettano a dire che sono fascisti. Ma lo avete scoperto ora che la base del fascismo fu anche proletaria?”

“E poi – scrive ancora Benedetto - , con buona pace dei nostri migliori propositi, anche il colore della pelle ha un suo peso. Lo ius soli spaventa la gente nel clima che si è creato per la incapacità della nostra classe politica e amministrativa. Con un bel condimento di ipocrisia cattolica e comunista”. Anche perché tra i migranti “i più sono giovani e forti… Quei profughi, se profughi sono, cosa che nella maggior parte dei casi dubito, non sono più disperati dei tanti italiani che vanno fuori Italia a cercare fortuna”.

E viene all’attualità, del bus di scolari “cui l’autista, italiano di origine senegalese, voleva dare fuoco”. Riconosce l’errore di coloro che “parlano solo dei bambini “stranieri” e dimenticano l’eroismo degli italiani.. finiscono per dare argomenti a chi è contro”.

Conclude Marco Benedetto che “la pancia degli italiani non ce li vuole gli stranieri. Il popolo ha un sesto senso. Ma è ingiusto. La colpa però non è degli italiani, che sempre, nella storia, in pace come in guerra, si sono rivelati meglio dei loro governanti. La colpa, ancora una volta, è dei governanti, eletti o di mestiere, imbrigliati da calcoli di soldi o di voti. I trafficanti, che sono criminali e quindi un po’ più furbi, hanno sommato l’imminenza dello ius soli con la incapacità italiana di fermare il flusso di clandestini e hanno aumentato le quote rosa, il numero di donne incinte che fanno il viaggio è cresciuto, tutte donne che sperano di dare ai loro figli un futuro  migliore.

Finiamola con la ipocrisia dei poveri che fuggono dalle guerre. Sembra una litania, una formula rituale. Negli anni, di rifugiati in fuga da guerre e carestie ne abbiamo visto parecchi, in persona e in foto. Questi sono in prevalenza giovanotti robusti e ben nutriti, lo sguardo acceso e svelto. Sono persone che sognano di stare meglio, come lo sognavano i nostri che da tutte le regioni del Sud e del Nord sono emigrati in America negli ultimi 200 anni. È più che legittimo, ma ogni diritto trova un limite nei diritti altrui, ogni interesse, anche se legittimo, trova un limite negli interessi altrui.

E dalle guerre fuggono non solo i neri ma anche i bianchi dell’Est Europa. C’è una guerra in corso, nella Ucraina orientale, a due ore di aereo dall’Italia. Ci sono morti e feriti ogni giorno”.

Insomma, “il flusso va controllato non con le avemarie dei preti o della Boldrini, ma con uno strumento legale che bilanci il loro giusto interesse a una vita migliore e i nostri interessi. I nostri interessi sono confliggenti: abbiamo bisogno di gente per far marciare la nostra economia, dobbiamo regolare il flusso di quella gente per non farci sommergere.

E per fornire alla criminalità manodopera fresca e disperata.

Come può reagire uno che si è venduto tutto per pagarsi il viaggio in Italia, dove, guardando i telegiornali, si reincarnato il Paese di Bengodi promesso a Pinocchio. E invece ne passa di tutti i colori e una volta arrivato viene preso a calci e sputi. Come può non odiarci.

Poi c’è l’irresponsabilità di propagandisti e giornalisti, che drammatizzano ogni situazione… Si dovrebbero prendere decisioni con un po’ di sangue freddo e equilibrio. Invece siamo sopraffatti dalla illegalità e dalla ipocrisia. Non può che prevalere il calcolo elettorale.

L’ Italia non deve fare la faccia feroce, deve agire. Ha agito e i risultati si sono visti… Ci vogliono controlli, ci vogliono blocchi, ma ci vuole anche lo Jus Soli.”

Bene, Marco Benedetto si dimostra un po’ democristiano ma di buon senso, non del tipo di quelli “di centro che guardano a sinistra”, con lo strabismo che abbiamo sperimentato e che tanti danni ha fatto. Lui dice, infatti, cose giuste quanto all’immigrazione da tenere sotto controllo. Giuste ma anche ovvie, che evidentemente tali non sono agli occhi dei nostri governanti. Come l’argomento dei “trafficanti” che avrebbe dovuto più correttamente chiamare “schiavisti”, come nell’800. Allora, d’intesa con alcuni capi tribù “compravano” giovani uomini e donne che trasportavano in catene sulle navi negriere e “rivendevano” al di là dell’oceano. Oggi quei delinquenti portano in Italia persone che saranno destinate soprattutto ad alimentare lavoro nero o sottopagato, spaccio di droga, prostituzione, d’intesa con le mafie nostrane. Escluso, infatti, per quanto sappiamo delle condizioni di vita dei paesi d’origine, che il “biglietto di viaggio” (alcune migliaia di dollari) sia frutto della raccolta di fondi in famiglia o nella tribù, dove si vive con qualche dollaro al mese.

Aggiungo, per completezza sul punto dell’immigrazione clandestina, che se gli italiani sono preoccupati della presenza di queste persone lo sono non per il colore della loro pelle ma perché li associano ad episodi criminali, rapine e, soprattutto violenze. Non al colore della pelle perché siamo stati da sempre abituati a incontrare eritrei, etiopi, libici. Ricordo da ragazzo un comizio a Roma del Partito Nazionale Monarchico, in Piazza Annibaliano nel quartiere africano, a venti metri da casa mia, al quale erano presenti numerose persone di colore. Immaginai provenissero dalle nostre perdute colonie.

L’Italia è da sempre accogliente, dai tempi di Roma che ebbe re e imperatori provenienti da territori che oggi diremmo extracomunitari.

Archiviato, dunque, il tema dell’immigrazione sul quale siamo d’accordo, Marco Benedetto sbaglia sulla cittadinanza, che considera semplicisticamente dovuta a chi si trova a soggiornare ed a lavorare in Italia e magari parla con accento lombardo o romanesco. Sbaglia come tutti coloro i quali non considerano che le norme sulla cittadinanza, ovunque nel mondo, sono dirette ad identificare i componenti di una comunità nazionale che tale è in rapporto alla storia, alle tradizioni, alla cultura di un popolo. Si chiama identità nazionale ed è costituita da un complesso di valori civili e spirituali che sono parte di noi stessi e, pertanto, opportunamente richiamati dalla nostra Costituzione all’art. 3, e riguardano la pari dignità sociale delle persone senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Ci vuol poco a capire che coloro i quali dimostrano di non condividere quei valori non meritano la cittadinanza. Il mancato rispetto dei diritti delle donne, ad esempio, nelle famiglie di origine musulmana, quando viene negata loro la possibilità di frequentare o di amare un cristiano, il mancato rispetto dei simboli della religione cristiana evidente in chi imbratta le edicole della Madonna o distrugge statue di santi. Si è parlato di ius culturae, cioè dell’effetto della partecipazione ad attività scolastiche come di una forma di riconoscimento dell’acquisizione dei valori italiani. Ma ricordo che quando in una scuola fu chiesto agli studenti di alzarsi in piedi per onorare in silenzio le vittime della strage di Parigi al Bataclan le ragazze musulmane non parteciparono, non vollero partecipare.

D’altra parte la legge sulla cittadinanza la n. 91 del 5 febbraio 1992, come dimostra il numero dei provvedimenti di cittadinanza annualmente adottati, è estremamente aperta ed esclude all’art. 6 esclusivamente i condannati e coloro i quali costituiscono un pericolo per la sicurezza nazionale.

Siamo da sempre accoglienti nei confronti di chi intende vivere in Italia nel rispetto della legge, dei valori di questo popolo dei quali dobbiamo essere gelosi custodi, consapevoli che l’immissione di soggetti che quei valori non condividono alimenterà inevitabilmente un malessere che può in alcuni produrre odio razziale.

26 marzo 2019

 

 

I monarchici italiani contro lo ius soli

 

Comunicato stampa del 25 marzo 2019

 

A proposito di ius soli

Intervenendo nel dibattito sul cosiddetto ius soli, secondo il quale avrebbe diritto alla cittadinanza chiunque sia nato in Italia, l’Unione Monarchica Italiana ricorda che la legge sulla cittadinanza identifica, ovunque nel mondo, coloro che appartengono ad una comunità con la sua identità, la sua storia, la sua cultura. L’Italia ha un’ottima legge sulla cittadinanza. Essa consente, infatti, a chi vive e lavora nel territorio dello Stato, di richiederla al diciottesimo anno di età, fermo restando che ogni straniero, il quale risiede nel nostro Paese, ha gli stessi diritti scolastici, sanitari, sportivi di un cittadino italiano, escluso il diritto di voto. Nello spirito di accoglienza, tradizionale del popolo italiano, l’Unione Monarchica Italiana, che ne custodisce la storia e le tradizioni, ricorda che la cittadinanza va riconosciuta agli stranieri esclusivamente se sia verificata una loro consapevole partecipazione ai valori civili e spirituali nei quali si compendia l’identità del nostro popolo e respinge l’evidente strumentalizzazione, a fini politici, della polemica sollevata in questi giorni non a caso dai fautori dell’immigrazione indiscriminata.

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

 

 

 

Il Ministro Bonafede vuole più severe per violenze e maltrattamenti alle donne. Ma sa bene che nella realtà le sanzioni penali non sono un deterrente

di Salvatore Sfrecola

 

Nel tentativo di frenare la drastica riduzione dei consensi indicati dai sondaggi (le intenzioni di voto) e certificata dai risultati elettorali in Friuli, Abruzzo e Sardegna Luigi Di Maio ed i suoi vanno alla rincorsa del Ministro dell’interno e leader della Lega, Matteo Salvini, che vola nei sondaggi avendo cavalcato con successo il temi della immigrazione e della sicurezza, intimamente connessi, come sentono gli italiani. E così il Ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, annuncia l’inasprimento delle pene per i reati di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e stalking (chissà perché il provincialismo italiano impone parole straniere quando la nostra bella lingua comprende tutto; nella specie molestie variamente aggettivabili). Lo fa, perché, spiega, per “stare dalla parte delle donne non servono parole, ma i fatti”.

Come si potrebbe dissentire! Sennonché il Ministro si dovrebbe preoccupare non tanto dalla misura delle pene, quanto della normativa che le riduce in talune circostanze con l’effetto di mettere in dubbio agli occhi dei cittadini la certezza della pena, alla quale lo Stato affida la sua credibilità, anche a tutela delle vittime del reato alle quali nessuno sembra prestare attenzione.

Il Ministro, infatti, sa bene che non basta minacciare il carcere se, poi, quelle pene, nella misura prevista dal codice e comminata dai giudici, non sono integralmente scontate.

È un argomento ricorrente nel dibattito sulla Giustizia insieme a quello della lunghezza dei processi che favoriscono la prescrizione dei reati e giungono a sentenza in tempi lontani dai fatti, sicché si perde anche l’effetto deterrente della pena. Altrove non è così. Gli ordinamenti degli stati sono sempre attenti agli effetti del processo e si assicurano che la sentenza abbia completa esecuzione, qualunque sia la sanzione. In questo ameno Paese, invece, rimangono spesso ineseguite anche le sanzioni pecuniarie o interdittive, ritenute a ragione possibili misure alternative nel caso di reati bagatellari, quelli che non destano particolare allarme sociale. Basti pensare che, quando alcune condotte illecite sono state depenalizzate, gran parte delle sanzioni amministrative sostitutive o non sono state applicate, per la difficoltà delle Prefetture improvvisamente inondate dai relativi procedimenti, o non sono state pagate. Tantissime sanzioni amministrative sono state dichiarate prescritte. Parliamo di molti miliardi di lire.

Tornando alle pene da scontare in carcere dobbiamo prendere atto che è assai raro che lo siano integralmente a causa di riduzioni generosamente previste per effetto della buona condotta, intesa come assenza di comportamenti scorretti mentre si dovrebbe conseguire ad una accertata rieducazione del condannato, come prescrive il terzo comma dell’art. 27 Cost.. Non solo, ricorrenti misure di clemenza vengono adottate con notevole frequenza in particolare da quando l’Italia è stata censurata in sede europea per il sovraffollamento delle carceri. Così i Governi, sempre a corto di risorse, invece di costruire nuove carceri, preferiscono “liberare” un po’ di delinquenti.

Giustizia lenta, civile e penale, incertezza delle pena, non occorre altro perché gli imprenditori stranieri giungano alla conclusione che non è prudente investire in Italia. Anche perché, come titola un interessante libro di Piercamillo Davigo, “In Italia violare la legge conviene” e ne dà ampia dimostrazione concludendo che “le sanzioni penali non sono un deterrente”.

L’esternazione dall’evidente sapore elettorale del Ministro Bonafede è, dunque, gravissima perché non proviene da un parlamentare qualunque di quella “Compagnia di ventura” che si è rivelato il Movimento 5 Stelle. Lui conosce le norme, ha le statistiche dei processi e delle carceri e sa che la pena che minaccia nel caso di violenze e molestie, come per altri reati, non sarà scontata integralmente. Insomma la sua iniziativa ricorda da presso le famose “grida” di manzoniana memoria che non servono a nulla in una società in crisi di idee e di valori. È solo demagogia preelettorale che serve ad assicurare un po’ di visibilità sui giornali e nelle trasmissioni di approfondimento politico vicine al Movimento. Infatti al Ministro basta la notizia ripresa dai media, lo slogan, da buon allievo di Di Maio e del suo maestro Matteo Renzi, un altro che di chiacchiere ne ha fatte tante e dalle quali è stato sommerso. Tanto se alle pena non segue la detenzione corrispondente se ne parlerà più avanti. E gli italiani, si sa, hanno la memoria corta.

19 marzo 2019

 

 

 

17 marzo 1861: nasce lo Stato unitario, il Regno d’Italia

di Salvatore Sfrecola

 

Se l’Italia di oggi rispettasse la sua storia il 17 marzo sarebbe la festa dello Stato unitario, nato da quel movimento politico culturale che chiamiamo Risorgimento che vide la convergenza di uomini di pensiero e di azione provenienti da ogni angolo della Penisola per dare corpo ad una antica spirazione all’unità. Fu un “miracolo”, come ha titolato Domenico Fisichella un suo bel libro, perché non era facile, nella frammentazione politica che caratterizzava l’Italia da troppo tempo, costruire dalla molteplicità uno Stato solo.

Fu opera di tanti che videro, tuttavia, nel piccolo Regno di Sardegna un riferimento ineludibile, per la coerenza con la quale i sovrani di Casa Savoia avevano difeso lo Statuto Albertino, la legge delle libertà, mentre altri regnanti, costretti a concedere una costituzione sotto la spinta dei moti liberali e rivoluzionari l’avevano revocata al consolidarsi del loro potere dispotico con il concorso delle baionette austriache.

Espressione di questa convergenza di intenti nonostante le diversità ideologiche è la lettera di Giuseppe Mazzini al Re Vittorio Emanuele II nel settembre del 1859: “io repubblicano, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, sclamerò nondimeno coi miei fratelli di patria: preside o re, Dio benedica a voi come alla nazione per la quale osaste e vinceste”.

E fu il Regno d’Italia, consacrato dal voto del Parlamento, come ricorda la legge n. 4671 del Regno di Sardegna, n. 1 del Regno d’Italia. “Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861”.

Era nato uno Stato unitario laddove, appena un paio d’anni prima, ve n’erano addirittura sette. Era nato per voto del Parlamento Subalpino da deputati eletti solo pochi mesi prima, nel gennaio dello stesso anno, la cui provenienza già attestava la realizzazione, de facto, dell’Unità. Le elezioni, infatti, si erano tenute in tutte quelle regioni che, attraverso i plebisciti, nel corso dell’anno precedente avevano chiesto l’annessione al Regno sabaudo. Così, accanto a Camillo Benso di Cavour nell’esecutivo, nel quale il conte ricopriva anche i dicasteri della Marina e degli Esteri, alla Giustizia sedeva un piemontese (Cassinis), all’Agricoltura un siciliano (Natoli), alla Guerra un emiliano (Fanti), alle Finanze un livornese (Bastogi), ai Lavori pubblici un fiorentino (Peruzzi), all’Istruzione un napoletano (De Sanctis).

L’Italia si poneva dunque come una realtà politica essenziale nel Mediterraneo in un contesto di contrasti tra Francia ed Austria e di contrapposizione di interessi per il dominio delle rotte marittime in un’area di estremo interesse per gli equilibri nei rapporti politici, economici e commerciali con il Medio Oriente, una prospettiva che il Conte di Cavour aveva indicato fin dal 1846, preziosa per l’Italia e per il suo sviluppo economico, con i suoi porti di Napoli e Palermo. “L’Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali, scriveva. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa”. Una straordinaria intuizione, mai effettivamente colta dalla politica.

Purtroppo, ad appena una decina di settimane dalla proclamazione dell’Unità, quello straordinario statista, il principale architetto dell’Unità, moriva a soli 51 anni nella sua residenza di famiglia, stroncato dalla malaria contratta per l’assidua cura delle sue amate risaie. L’Italia aveva perduto nel momento di maggior bisogno, nella difficile opera di unificazione amministrativa dello Stato in una realtà variegata per esperienze politiche e culturali, un uomo insostituibile, che sarebbe stato rimpianto da molti. Ancora oggi.

17 marzo 2019

 

 

All’annuncio del Congresso mondiale della famiglia scoppia la bagarre

di Salvatore Sfrecola

 

È come un effetto condizionato, parli di famiglia naturale (padre, madre, figli) e vanno in onda pregiudizi e luoghi comuni.  Così, in vista del Congresso mondiale della famiglia che quest’anno si tiene in Italia, a Verona, su “Il vento del cambiamento: l’Europa e il movimento globale pro-family”, scoppia la bagarre. Luigi Di Maio l’ha definito il ritrovo di una “destra di sfigati”. Aggiungendo che “chi si permette di dire che le donne devono stare in casa, come esseri inferiori, non sta nella mia cerchia di amicizie e frequentazioni”. Per il Sottosegretario grillino Stefano Buffagni: “a Verona andrà in scena il Medioevo”, mentre il collega Vincenzo Spadafora, fedelissimo di Di Maio, responsabile delle “pari opportunità”, Palazzo Chigi non deve dare il patrocinio al meeting. Al quale interverranno, oltre al vicepremier Matteo Salvini e al ministro Lorenzo Fontana, il titolare dell’Istruzione, Marco Bussetti, il senatore Simone Pillon (lo stesso del contestato disegno di legge su separazione, divorzio e affido condiviso), il Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, studiosi e personalità di vari orientamenti.

Perché tanto accanimento, ammesso che qualche minus habens abbia effettivamente detto che le donne devono stare a casa? Perché nel caso della famiglia non vige la regola della democrazia secondo la quale le idee che non si condividono si ignorano o si criticano con argomenti civili? Perché la famiglia ha una capacità evocativa straordinaria, di valori e di affetti che la gente sente, come tutto ciò che è naturale che, dicevano i latini, docet, insegna, a tutti gli esseri viventi. Per cui, pronti ad evocare ad ogni più sospinto la Costituzione della Repubblica, questo variegato mondo sempre pronto a parlare di diritti trascura quelli che la Carta fondamentale pone in capo alla famiglia, la “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29) e ne richiama la funzione di mantenimento, istruzione ed educazione dei figli (art. 30), semplicemente il futuro della società nel quale gli Stati previdenti investono con adeguate iniziative a supporto delle spese che sostengono i genitori e con servizi adeguati, scolastici, sportivi e ricreativi.

Il fatto è che contro la famiglia convergono ideologie ed interessi ed un rifiuto basato essenzialmente su un equivoco, la sua identificazione con la religione, soprattutto cattolica. In realtà se la famiglia, come l’abbiamo descritta e come delineata in Costituzione è l’unione di un uomo e di una donna, comunque certificato perché soltanto da questo rapporto “naturale” nascono figli, i futuri cittadini, la preoccupazione per la formazione della famiglia deve appartenere a chiunque abbia a cuore il futuro del Paese perché quella espressione che leggiamo nell’art. 31 Cost. secondo il quale “la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo alle famiglie numerose”, non si riferisce evidentemente ai cattolici. Il cui partito, la Democrazia Cristiana, che per decenni ha gestito il potere, non se ne è dato carico, anzi ha fatto di tutto per danneggiare i nuclei familiari attraverso un fisco rapace e ingiusto.

Un ricordo personale al riguardo. Da bambino appresi che padre e madre, una coppia di amici, si erano separati legalmente. Ne rimasi stupito non per il fatto in sé, ma perché vedevo questi amici tra loro affettuosamente vicini come prima. Mio padre mi chiarì subito che i due avevano proceduto alla separazione perché professionisti ed il fisco, sommando i loro redditi, li costringeva a pagare imposte molto più di quanto avrebbe preteso dai due redditi distinti. In quel momento ho capito che lo Stato non ha alcuna attenzione per la famiglia, non ne favorisce la formazione, non ne condivide il ruolo ovunque valorizzato senza che questo sia ritenuto di ossequio ad un orientamento religioso. Nel Regno Unito, ad esempio, le scuole cattoliche, non le anglicane, sono gratuite, paga lo Stato.

Altro esempio, lo Stato favorisce le relazioni  di fatto a danno di quelle sancite dal matrimonio. Infatti, ad esempio, nelle graduatorie per l’asilo la madre che non risulta sposata gode di una protezione che è negata alla donna ufficialmente con marito. Se la donna è sola è giusto, ma se siamo in presenza di una separazione fittizia è una discriminazione. Oggi, in vista del reddito di cittadinanza, le coppie si dividono.

Insomma, invece di rendere il matrimonio appetibile, come status e rapporto personale, la trascuratezza delle istituzioni finisce per discriminare le coppie con effetti negativi anche sul sistema economico, perché la famiglia, come ho detto in altre occasioni, è formata da lavoratori, aspiranti lavoratori, consumatori, aspiranti consumatori, risparmiatori e aspiranti risparmiatori. Cioè è al centro dell’economia, è un microcosmo che attiva il sistema delle relazioni umane ed economiche; certo, è il luogo degli affetti ma è anche il luogo nel quale si realizzano scelte economiche nella prospettiva delle attività professionali presenti e di quelle future dei figli.

Il cattivo esempio dello Stato ha portato alla disgregazione di questi valori ed è stato facile, per chi non vi crede, mettere in campo tutta una serie di iniziative di carattere politico che affermano l’esistenza di diritti, dei quali non si intende disconoscere l’interesse delle persone o di categorie, ma che non possono incidere sulla famiglia, che sarebbe sbagliato definire tradizionale, perché è quella e non altra, le altre sono unioni di affetti o di interessi, certo rispettabili, che però non rispondono al ruolo della procreazione, essenziale se una società vuole avere un futuro.

Quel che si nota è che gli ostili alla famiglia non sono silenti ma aggressivi, intolleranti, e manifestano la loro ostilità in ogni modo, come se la famiglia togliesse loro qualche cosa. Così accade che il patrocinio della Presidenza del Consiglio, spesso concesso con generosità anche ad iniziative di non elevato valore culturale o sociale, venga negato ad una iniziativa, il Congresso mondiale della famiglia che vede la partecipazione di esponenti delle società occidentali ed orientali, dal Kwait al Messico ricevendo l’attenzione dei governanti locali.

In chiusura va detto tuttavia che non basta parlare di famiglia od organizzare una marcia per la vita una volta all’anno. L’impegno deve essere concreto e permanente e deve portare all’adozione di iniziative legislative e organizzative che altrove, dalla Francia alla Svezia, passando per la Norvegia ed il Regno Unito, supportano le occorrenze delle famiglie con contributi in denaro ed in servizi, dalla scuola allo sport, sempre nell’ottica che un bimbo è il futuro dello Stato e della società. In questo senso gli errori sono antichi, come quello del mio ricordo di bambino, e più recenti perché quando alla Vice presidenza del Consiglio nel Governo Berlusconi, tra il 2002 e il 2006, un gruppo di lavoro da me coordinato, con il concorso dei rappresentanti delle associazioni familiari, ha redatto uno schema di disegno di legge recante norme sullo Statuto dei diritti della famiglia che agevolava ricongiungimenti familiari e la concessione di garanzie dello Stato per l’acquisto dell’abitazione per le esigenze delle giovani coppie, pur riscontrando generale consenso nell’ambito della maggioranza non fu presentato e Gianfranco Fini, Vicepresidente del Consiglio, che in un primo tempo aveva favorito l’iniziativa, impedì ad altri di farsene promotori, come mi disse il ministro Rocco Buttiglione, neppure nell’egoistico intento di raccogliere voti alla vigilia delle elezioni del 2006, quella che fu un’occasione mancata.

Sono errori che si pagano cari, politicamente e socialmente. Perché gli italiani di propaganda hanno piene le tasche, vogliono vedere cose concrete, asili nido, contributi nelle spese alle famiglie per il mantenimento dei figli, per gli studi e lo sport, come accade altrove, magari con l’aiuto del fisco che è lo strumento di elezione della politica economica e sociale.

Se si vuole voltare pagina si deve partire dalla famiglia, concretamente, perché non è più il tempo delle parole.

Non va trascurato, tuttavia, che tra quanti difendono la famiglia e vorrebbero che l’aborto, la soppressione di una vita, fosse limitato ai casi di gravi esigenze di salute della madre, ci sono anche coloro che vorrebbero le donne a casa, accanto al fuoco, custodi del focolare familiare, qualche estremista che non manca mai in nessuna organizzazione che dà il destro al Di Maio di turno di parlare di ritorno al Medioevo, del quale forse il leader dei 5Stelle sa poco, ma che evoca per gli incolti i “secoli bui”, come li ha definiti la vulgata rinascimentale in vena di esagerazione.

E si colora di politica la lotta contro la famiglia dipingendo il Congresso di Verona, che forse non sanno essere un appuntamento che di anno in anno si tiene in giro per il mondo, “l’internazionale oscurantista”, magari per la presenza di Steve Bannon che alla Certosa di Trisulti ha dato vita ad un’accademica teocon.

Insomma, chi sono gli “sfigati”, quelli che pensano alla famiglia naturale, legata da un rapporto comunque definito, civile o religioso o di fatto, o quelli che quando si ritirano a casa e non avranno chi li chiama papà o mamma con una carezza o un bacio?

16 marzo 2019

 

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

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“Il 17 marzo 1861 nasce il Regno d’Italia. Il 4 novembre 1918 il Bollettino del Comando Supremo del Regio Esercito, firmato Diaz, annuncia la conclusione vittoriosa della Grande Guerra che vede il Regno d‘Italia raggiungere i suoi confini storici e geografici. Il 10 febbraio 1947 un iniquo Trattato di Pace ci sottrae territori storicamente italiani ed altre terre che avevamo fecondato con il nostro lavoro e dove avevamo portato i segni della nostra civiltà. Oggi vogliamo ricordarlo insieme con i profughi e gli esuli di queste terre ed i loro discendenti”

Su questi temi

Domenica 17 marzo alle ore 10.30 , dopo una introduzione del Presidente

Domenico Giglio, parleranno:

Giovanna ORTU, Pres. Naz.le Ass.ne Italiana Rimpatriati Libia -onlus

Marino MICICH, Pres.te Ass.ne Cultura Fiumana Istriana Dalmata nel Lazio

Massimo Andreuzzi, Pres.te Ass.ne ex Alunni di Rodi e profughi Dodecanneso

Guido CACE, Pres.te Asso.ne Nazionale Dalmata

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Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “910”,”223”, ”52” e “53”

Brindisi augurale

 

 

 

Calunniate, calunniate qualcosa resterà: a proposito di “Sodoma”

di Dina Nerozzi

 

Il libro di Frédéric Martel “Sodoma” doveva ancora uscire nelle librerie che la campagna pubblicitaria aveva già invaso le pagine dei giornali cartacei e online. Qualcuno lo ha definito una bomba mediatica alla vigilia del summit contro gli abusi su minori convocato da papa Francesco che ha avuto inizio il 21 febbraio, data di uscita del libro. La tesi espressa sembra essere quella solita trita e ritrita secondo cui chi ha delle obiezioni da muovere nei confronti dello stile di vita degli omosessuali è egli stesso un omosessuale represso, nella migliore delle ipotesi, oppure un omofobo in pubblico e un omosessuale praticante in privato.

Naturalmente non si sa da dove traggano origini queste teorie che in buona sostanza ci raccontano come tutto il mondo sia, di fatto, omosessuale in un modo o nell’altro. Che l’obiettivo dichiarato della comunità omosessuale sia quello di fare in modo che tutti gli esseri umani si convertano al fascino dell’omosessualità è un fatto apertamente dichiarato dagli attivisti gay che affermano come il loro lavoro non sarà terminato fino a quando tutto il mondo non sarà diventato gaio anche per rispetto del principio di uguaglianza che in questo modo verrebbe onorato.

Di questo libro “Sodoma” ciò che maggiormente addolora è il fatto di sapere che in esso viene infangata la memoria del cardinale Lopez Trujillo, Presidente del Pontificio Consilio per la Famiglia dal 1990 fino alla sua morte nel 2008. Chi ha avuto il privilegio di collaborare per anni con il Cardinal Trujillo e di conoscerlo da vicino sa bene che questa può essere solo una volgare menzogna fatta nei confronti di una persona che non è più in grado di difendersi e ciò rende ancora più spregevole sia il calunniatore che l’autore del libro.

Sembra di capire che la vera colpa del Cardinal Trujillo sia stata quella di essersi opposto alla beatificazione di monsignor Romero, l’arcivescovo di San Salvador, che venne trucidato sull’altare nel marzo del 1980. Monsignor Romero era un fautore della Teologia della liberazione quella che prevede che l’essere umano più che dall’intervento divino debba essere salvato dalle opere umane e che si adopera per la liberazione materiale degli oppressi più che della salvazione delle loro anime. La Teologia della Liberazione è la negazione della spiritualità e della trascendenza e colloca la religione nell’ambito materialista e politico. In questo momento la fazione della teologia della liberazione sembra vincente con lo scompiglio che porta con sé e dunque l’opposizione del cardinal Trujillo alla beatificazione di Monsignor Romero aveva alla base il timore che il fatto potesse nuocere alla Chiesa. Nell’era del trionfo di Hobbes sappiamo che non solo che homo è homini lupus ma anche che mulier mulieri lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus.

 

 

Manca un’idea strategica delle esigenze infrastrutturali. Intanto rischiamo che il corridoio Lisbona-Kiev si faccia al di sopra delle Alpi

di Salvatore Sfrecola

 

Il dibattito sul treno ad alta velocità (T.A.V.) nella tratta Torino-Lione rivela ogni giorno di più l’incapacità della classe politica al governo di definire le priorità delle infrastrutture delle quali il Paese ha bisogno. Il fatto che la Svizzera abbia messo sul tavolo un’offerta di 11 miliardi di franchi per far passare il corridoio Lisbona Kiev al di sopra delle Alpi dovrebbe dimostrare, da solo, e senza ombra di dubbio, che quella infrastruttura costituisce un valore per il trasporto merci e passeggeri e va, quindi, realizzata in un contesto europeo e mondiale. Come tante altre delle quali l’Italia ha estremo bisogno, a cominciare dai collegamenti ferroviari verso Puglia e Calabria e nelle isole, Sicilia e Sardegna il cui sviluppo industriale e turistico è fortemente rallentato dalla mancanza di collegamenti veloci.

Nel dibattito irrompe la valutazione dei costi e dei benefici, che appare francamente inadeguata nella formulazione se fra i costi viene inserito il minor gettito delle accise e delle tariffe autostradali per effetto del trasferimento di merci dal trasporto su gomma a quello su ferro. E considerato che la valutazione negativa formulata a Roma dalla Commissione presieduta dal Prof. Ponti è divenuta positiva a Bruxelles con il concorso della società di consulenza della quale il medesimo Prof. Ponti è Presidente.

Quel che più rende irragionevole la tesi sposata dal Movimento Cinque Stelle e dal Ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli è un’inversione logica nella formulazione dell’utilità del progetto. Ad esempio se noi volessimo sviluppare l’economia dell’Italia meridionale e delle isole, come segnalavo poc’anzi, dovremmo pensare di attuare infrastrutture ferroviarie, portuali e aeroportuali attraverso una generica ma concreta valutazione delle possibilità delle varie aree di trarre motivi di sviluppo dal miglioramento dei collegamenti, con insediamenti industriali e conseguente incremento dell’occupazione. Ragionando solo di costi/benefici non costruiremmo mai una ferrovia in Italia meridionale e nelle isole dove i benefici sono futuri e incerti anche se, in qualche misura, prevedibili e nascono proprio dalla disponibilità di infrastrutture trasportistiche le quali precedono e non seguono gli insediamenti di carattere industriale, commerciale e turistico. Per la semplice considerazione che se un’impresa si insediasse in una zona priva di collegamenti ferroviari autostradali, portuali e aeroportuali, con i tempi di realizzazione delle opere dovrebbe per alcuni anni soffrire della difficoltà di esportare i suoi prodotti in tempi rapidi ed a costi competitivi. Il che certamente scoraggerebbe ad intraprendere. Non è dubbio, infatti, che se la valutazione costi/benefici fosse stata fatta nei termini di cui abbiamo letto bel rapporto del Prof. Ponti (a Roma) in vista della costruzione dell’Autostrada del Sole probabilmente quella infrastruttura, che si è rivelata preziosa, ed ha accorciato l’Italia dal punto di vista del trasporto, non sarebbe stata fatta.

Se i Cinque Stelle e il ministro Toninelli si guardassero un po’ intorno e osservassero il sistema stradale attuato da re, consoli e imperatori romani giungerebbero rapidamente alla conclusione che l’economia e la civiltà che nei secoli ha caratterizzato l’Italia si è avvalsa di infrastrutture viarie portuali, acquedottistiche e fognarie che hanno consentito lo sviluppo di aree importanti, in Italia e nel mondo, nelle quali veniva portata la civiltà, cioè l’acqua e lo scarico dei liquami urbani.

Appare dunque evidente che l’attuale diatriba SI-TAV/NO-TAV risente molto di una impostazione di carattere ideologico sorretta dalla esigenza di un consenso elettorale che la nuova formazione grezza, protestataria e populista, doveva necessariamente cercare di acquisire.

Si può e si deve protestare, si può e si deve ricercare strade diverse rispetto a quelle che la politica sin qui non ha saputo percorrere, vittima della mancanza di indicazioni strategiche e di una burocrazia che i politici hanno voluto farraginosa e non di rado ottusa, come dimostra la ricorrente affermazione dell’esigenza di snellire e semplificare, che rimane, tuttavia, una enunciazione priva di seguito ed è la causa del declino interno e della scarsa competitività internazionale. Basti pensare che nelle gare per le grandi opere o per le grandi forniture di beni e servizi raramente si presentano imprese straniere pur qualificate nei rispettivi settori.

Il fatto è che voliamo basso, talmente basso che per fare cassa togliamo risorse ai pensionati negando loro un diritto acquisito con il pagamento di contributi al cui ammontare lo Stato aveva promesso di far seguire determinati assegni, mentre alcuni politici vorrebbero mettere le mani sulle riserve auree della Banca d’Italia e il Governo si appresta a vendere o, più esattamente a svendere, parti del patrimonio immobiliare pubblico. Svendere, perché la gran parte di questo patrimonio è scarsamente appetibile, per vincoli di carattere urbanistico e storico artistico, e per l’esigenza di profonde, costose ristrutturazioni. Sicché, per vendere, si dovrà abbassare il livello delle offerte accettabili in un contesto nel quale già l’edilizia immobiliare è profondamente in crisi.

Quel che preoccupa è la mancanza di una visione strategica, e se tutti sono a parole consapevoli che in Italia mancano infrastrutture mentre quelle esistenti hanno bisogno di una manutenzione che non si fa, come dimostra il crollo del ponte Morandi di Genova, si sente parlare di risorse disponibili per opere immediatamente “cantierabili”, mentre i cantieri sono fermi o non si aprono. Il che vuol dire che a quelle parole non corrispondono fatti.

9 marzo 2019

 

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

L’errore di fatto, idoneo a fondare la domanda di revocazione ai sensi del combinato disposto dell’art. 106 c.p.a. e dell’art. 395, n. 4, c.p.c., non ricorre nell’ipotesi di erroneo, inesatto o incompleto apprezzamento delle risultanze processuali o anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio, ovvero quando la questione controversa sia stata risolta sulla base di precisi canoni ermeneutici o sulla base di un esame critico della decisione acquisita; tutte ipotesi queste che danno luogo semmai a un ipotetico errore di giudizio, non censurabile mediante la revocazione, la quale altrimenti si trasformerebbe in un ulteriore grado di giudizio non previsto dall’ordinamento (Cons. Stato, 22 agosto 2017, n. 4055, a cura di A. Corrado, in Guida dir., n. 38/2017, 73).

* * *

Un articolo angosciante

È quello di Paolo Biondani “La banda delle toghe sporche”, apparso su L’Espresso (n.8/2019, 54 s.), il quale testualmente scrive: “giustizia corrotta, ai massimi livelli. Con una rete occulta che corrode il potere giudiziario dall’interno, arrivando a minare i pilastri della nostra democrazia. Un’inchiesta delicatissima, coordinata dalle Procure di Roma, Messina e Milano, continua a provocare arresti, da più di un anno, tra magistrati di alto rango. Non si tratta di casi isolati, con la singola toga sporca che svende una sentenza. L’accusa, riconfermata nelle diverse retate di questi mesi, è molto più grave: si indaga su un sistema di contropotere giudiziario, con tutti i crismi dell’associazione per delinquere, che si è organizzato da anni per avvicinare, condizionare e tentare di corrompere un numero indeterminato di magistrati. Qualsiasi giudice, di qualsiasi grado”.

“Al centro dello scandalo ci sono i massimi organi della giustizia amministrativa: il Consiglio di Stato e la sua struttura gemella siciliana. Sono giudici di secondo e ultimo grado: decidono tutte le cause dei privati contro la pubblica amministrazione con verdetti definitivi”.

Nulla possiamo aggiungere: i fatti parlano eloquentemente da soli.

Benché esterrefatti, non possiamo che fare nostro lo sconsolante mugugno del Belli «’sta povera Giustizzia»!

* * *

Il mistero della natività del Caravaggio

Riaperta l’inchiesta, ma contro ignoti, per il furto della Natività del Caravaggio, rubato dall’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo la notte del 17 ottobre 1969.

L’opera non era protetta da alcuna misura di sicurezza.

La Procura riparte da una serie di interrogatori per poter fare luce sulla sorte del noto capolavoro che, nonostante le contrastanti dichiarazioni di alcuni pentiti, gli investigatori non sono mai riusciti a localizzare.

Forse non era lontano dal vero, fin dal 2002, l’allora Comandante del nucleo tutela del patrimonio artistico, di recente scomparso, il quale riteneva che “le tracce partono da Palermo e a Palermo si fermano, o lì tornano. Quel quadro forse non si è mai mosso dalla Sicilia. Probabilmente l’opera è nella disponibilità di qualche grosso esponente della delinquenza organizzata” (G. Lo Bianco, “Il Caravaggio di Cosa nostra «è integro e si trova in Sicilia»”, il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2018, 15).

Pertanto, non resta che confidare nell’azione della Procura di Palermo e che la riapertura dell’inchiesta consenta di individuare finalmente i vari responsabili del riprovevole fatto criminoso.

* * *

Un partito sbagliato

Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel partito democratico” è un saggio di Antonio Floridia, di recente in libreria, edito da Castelvecchi (Roma, 2019), nel quale non mancano spunti e riflessioni interessanti, citazioni appropriate e interrogativi pertinenti e, tra questi, se il Pd sia un partito postdemocristiano o postcomunista.

Ma sarebbe forse opportuno chiedersi se il Pd, più che un partito ipotetico o sbagliato, sia piuttosto mal nato o addirittura mai nato come “partito” degno di tale nome.

Comunque, non va omesso di ricordare, come si legge nella postfazione di Nadia Urbinati, che “la nascita del Pd fu programmata in vista di dar vita a un partito leggero e liquido, capace di assorbire le più diverse preferenze elettorali per conquistare il grande centro e assestarsi come partito maggioritario in un ideale sistema bipolare. Le primarie aperte legittimavano [e legittimano] questa struttura leggera e fortemente personale”.

Vedremo cosa riserverà il futuro. Spirerà aria nuova nel Pd?

 

 

 

 

4 marzo 1848 – 4 marzo 2019: ricordiamo lo Statuto del Regno

di Salvatore Sfrecola

 

Nel dibattito permanente su attualità e attuazione della Costituzione vogliamo ricordare lo Statuto Albertino, la Carta costituzionale del Regno d’Italia, la tavola dei diritti dello Stato liberale, dotata di straordinaria sobrietà, come fu riconosciuto perfino dal repubblicano Pietro Calamandrei in un discorso pronunciato in Assemblea Costituente il 4 marzo 1947, e come dovrebbero essere tutte le leggi per garantire quel valore di civiltà che è costituito dalla certezza del diritto.

In un mese, dal 3 febbraio al 4 marzo 1848, i collaboratori del Re Carlo Alberto, i ministri e i consulenti tratti dalle magistrature e dal Consiglio di Stato, prendendo spunto dalle costituzioni di impronta liberale che erano state promulgate in Francia nel 1830 ed in Belgio nel 1831, prima predisposero un “proclama reale” che già enunciava in 14 articoli, assai brevi, ed un esteso preambolo la volontà del Sovrano di concedere “un compiuto sistema di governo rappresentativo”, poi stesero lo Statuto, termine che fu preferito a “costituzione” che nell’opinione pubblica borghese evocava avvenimenti rivoluzionari ed eversivi.

In quell’anno 1848, lo Statuto Albertino, l’unico a sopravvivere alla generale dissoluzione delle istituzioni rappresentative della penisola calpestate dalla reazione dei governi illiberali protetti dalle baionette austriache, avrebbe polarizzato negli anni a venire le speranze e le idealità di coloro che aspiravano ad un’Italia unita su base costituzionale e liberale. “Per questo lo Statuto piemontese – ha scritto lo storico del diritto Carlo Ghisalberti (Storia delle costituzioni europee, Classe Unica, Roma, 1964 72) -, rappresentando la costituzione dello Stato destinato a realizzare l’unità nazionale, deve considerarsi sin dal momento della sua emanazione… Il necessario centro della storia costituzionale italiana, testimoniando, anche per il suo carattere di costituzione flessibile, ovvero modificabile con legge ordinaria, una profonda capacità di adeguarsi e di seguire l’evoluzione delle diverse circostanze politiche. Ne fu prova immediata quella trasformazione della monarchia sabauda dalla forma rigidamente costituzionale a quella parlamentare-rappresentativa, pur non prevista dallo Statuto, che nella prassi veniva ad estrinsecarsi del rapporto di fiducia necessariamente intercorrente tra governo e parlamento”.

Lo ricordiamo mentre viene messo in discussione da alcune forze politiche il sistema parlamentare rappresentativo che si vorrebbe sostituire con una irrealizzabile democrazia diretta (che non ci fu, nella realtà, neppure nella polis greca) destinata ad attribuire il potere decisionale a ristretti gruppi consultati con strumenti informatici.

Sulla base dell’esperienza statutaria vogliamo, dunque, non solo ricordare i diritti fondamentali di libertà, civile, politica ed economica, in gran parte rifluiti nell’attuale Costituzione, ma anche riaffermare la centralità del Parlamento come espressione della sovranità popolare esercitata attraverso un sistema elettorale nel quale il cittadino sia chiamato ad individuare chi lo rappresenta attraverso il voto di preferenza in una lista o in un collegio uninominale, come insegna il Regno Unito, la più antica democrazia parlamentare, datata 1215.

Chi crede nei valori della democrazia liberale consacrata dallo Statuto Albertino deve sentirsi oggi più che mai mobilitato a partecipare al dibattito sulle riforme costituzionali troppo spesso formulate ignorando la storia e la realtà del Paese sull’onda di suggestioni, sentimenti o interessi destinati a vita breve, come è accaduto con la proposta di revisione costituzionale bocciata senza appello dagli italiani il 4 dicembre 2016.

6 marzo 2019

 

 

 

 

Se ne parla il 5 marzo alla Consulta

Non posso credere che la Croce Rossa Italiana sia stata privatizzata

di Salvatore Sfrecola

 

Ho appreso solo di recente che la Croce Rossa Italiana è stata privatizzata. Per renderla più economica ed efficiente, dicono.

Ho sempre guardato con molteplici dubbi le scelte di privatizzazione alle quali si sono dedicati negli anni, con crescente entusiasmo, governi di destra e di sinistra i quali sostenevano di farlo per rendere più efficienti gli enti, alleggeriti dalle pastoie burocratiche e più fruibili i servizi resi. In realtà soprattutto per sfuggire ai controlli e gestire spesso in allegria fondi pubblici, come insegna l’esperienza. E così, la furia privatizzatrice si è abbattuta anche sulla Croce Rossa Italiana (C.R.I.), divenuta associazione privata “Ente strumentale alla C.R.I.”. Naturalmente i debiti se li è accollati il vecchio ente pubblico, una sorta di bed company.

La Croce Rossa era espressione di un antico spirito di assistenza ispirato al nobile fine di curare i feriti in guerra, anche se nemici. L’idea l’aveva avuta nel 1848 il medico chirurgo militare Ferdinando Palasciano, di Capua, nel corso dell’assedio di Messina. Curare i nemici, però, non era piaciuto ai Borbone che perseguitarono quel medico profetico. Ma nel 1861, l’Accademia Pantaniana di Napoli, su sua sollecitazione, espresse il voto “che le potenze belligeranti, nella dichiarazione di guerra, riconoscessero il principio della neutralità dei combattenti feriti o gravemente infermi per tutto il tempo della cura”. Re Vittorio Emanuele II e l’Imperatore Napoleone III, ricevuta quella sollecitazione, l’accolsero. Ed è così che a Ginevra il 22 aprile 1864 fu stipulata la Convenzione che stabilì che in tempo di guerra fosse assicurata la neutralità delle ambulanze e degli ospedali militari e del personale addetto sotto il segno araldico della croce rossa in campo bianco, in omaggio alla Svizzera che, per prima, aveva realizzato l’istituzione. Lo stemma federale a colori invertiti.

In Italia si istituì a Milano nel 1866, per iniziativa dell’Associazione medica, un ente che diede vita allo storico impegno dello Stato nell’assistenza in pace e in guerra, tra l’altro partecipe di una più ampia rete internazionale di istituzioni analoghe. E così ci siamo abituati a vedere nei filmati, delle guerre e delle emergenze dovute a calamità naturali, gli uomini e le donne con le uniformi segnate da quel simbolo che nei paesi musulmani diventava una mezzaluna, sempre rossa.

Aggiungo un ricordo personale, comune a “giovani” della mia generazione. Da bambino, alla scuola elementare, la maestra ci invitava a sottoscrivere l’adesione alla C.R.I.. Si pagavano 10 lire e ci veniva rilasciato un tesserino grigio con la Croce Rossa ed un bollino che, di anno in anno, attestava la nostra adesione. Ricordo anche che mia madre mi invitava a considerare che solo quella iscrizione meritava di essere effettuata. Evidentemente alludendo ai partiti.

Ho presto imparato a conoscere, attraverso miei amici che ne facevano parte con entusiasmo, il Corpo Militare, ausiliare dell’Esercito Italiano insieme all’analoga struttura del Sovrano Ordine di Malta (anzi da giovane magistrato della Corte dei conti istruivo per la registrazione i provvedimenti di nomina e di promozione di quegli ufficiali), e le Crocerossine Volontarie. Erano un mito per le italiane della buona società e le dame della nobiltà italiana (quando andava di moda) che volentieri vi prestavano servizio. Al comando di una Ispettrice generale, ruolo che nella prima guerra mondiale aveva ricoperto la Duchessa d’Aosta, moglie del Principe Emanuele Filiberto di Savoia, Comandante dell’”invitta” Terza Armata, poi la Principessa Maria Josè, futura Regina d’Italia. In tempi di Repubblica Maria Pia Fanfani ricoprì il ruolo di Ispettrice Generale ed interveniva nelle cerimonie in uniforme mostrando con orgoglio le onorificenze.

Non era, quella, una moda. Era la condivisione sentita di un animo caritatevole ispirato ai valori della nostra civiltà cristiana della quale il popolo, nelle sue migliori espressioni culturali, si sentiva partecipe. Come dimostrano i numeri, 400 mila volontari, colonna portante della Protezione Civile insieme ai Vigili del fuoco. Una volta privatizzata i quattromila dipendenti sono stati costretti al trasferimento presso altre amministrazioni pubbliche contro la propria volontà a fare un lavoro mai prima svolto, cancellieri negli uffici giudiziari, uscieri nei Ministeri o altre pubbliche amministrazioni, nazionali, regionali e locali. Professionalità formate dal pubblico andate sprecate.

Sappiamo bene che nell’opinione di quanti hanno deciso la privatizzazione dell’ente c’era al fondo una buona intenzione, quella di superare antiche difficoltà operative e non pochi problemi di gestione dei fondi che avevano indotto la magistratura penale e quella contabile ad occuparsi di risorse sprecate in appalti di lavori e forniture spesso decisi in violazione della legge ed in dispregio dell’interesse pubblico. Ma invece di utilizzare criteri di riorganizzazione propri degli apparati pubblici, dove le regole sono antiche e, se rispettate, decisamente più idonee a perseguire gli obiettivi istituzionali, si è agevolata la china facendo della C.R.I. un esempio da non imitare, al punto che è stata messa in vendita perfino la sede storica, quel palazzo di via Toscana, a Roma, costruito proprio perché fosse la sede del Comitato nazionale.

Tra i governi Monti e Gentiloni, posta in liquidazione coatta amministrativa, l’istituzione più amata, in testa alle preferenze degli italiani, perfino più dei Carabinieri, medaglia d’oro al merito civile per la storica missione in Iraq e con i conti in attivo, è stata posta in liquidazione coatta amministrativa. Eppure gli italiani avevano apprezzato, tra gli altri, il più recente impegno in terra irachena, sia per soccorrere la popolazione coinvolta dalla seconda guerra del Golfo, sia per il salvataggio della vita di diversi cittadini italiani sequestrati e rilasciati sani e salvi a rischio della vita di chi si è impegnato in prima persona, oltre al recupero dei resti di Fabrizio Quattrocchi, ucciso dai suoi sequestratori nell’aprile del 2004.

La riforma ha comportato la smobilitazione del Corpo Militare, l’umiliazione delle Crocerossine, da ottobre senza il loro vertice e per questo delegittimate nell’autonomia, costrette a non aver voce nella nomina della loro Ispettrice Nazionale che le rappresenta tutte, circa 20.000.

Peraltro, mentre l’Ente è rimasto pubblico con oltre 117 milioni di euro di debiti impossibilitato a pagare TFR agli ex dipendenti trasferiti ovunque contro la loro volontà, la C.R.I. privata assume senza le regole del concorso pubblico prescritto all’art. 97 della Costituzione. Intanto la gestione liquidatoria dell’ex ente pubblico vende centinaia di immobili per risanare debiti che ammontano, solo con INPS, ad oltre 120 milioni di euro per TFR dei dipendenti. Vendita immobiliare in buona parte a rischio di essere impugnata con revocatoria trattandosi di beni pervenuti alla CRI per donazioni e lasciti ereditari, quindi con un preciso vincolo di destinazione ed utilizzo che verrebbe meno. In vendita, come detto, anche lo storico Palazzo di Via Toscana a Roma costruito per essere sede del Comitato Nazionale. Si sente dire di una offerta di acquisto per 26 milioni di euro da parte di una società con un capitale sociale di meno di diecimila.

Amareggiati ed esasperati gli ex dipendenti si sono rivolti al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio contestando la legittimità del provvedimento di attuazione della privatizzazione. E il T.A.R. ha riconosciuto i loro diritti ed ha sollevato questione di legittimità costituzionale del provvedimento che istituisce l’Associazione privata “Ente strumentale alla Croce Rossa Italiana”.

Il T.A.R., in particolare, dubita che la legge 4 novembre 2010, n. 183, che ha delegato il Governo ad adottare, “uno o più decreti legislativi finalizzati alla riorganizzazione degli enti, istituti e società vigilati dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dal Ministero della salute nonché alla ridefinizione del rapporto di vigilanza dei predetti Ministeri sugli stessi enti, istituti e società… ferme restando la loro autonomia di ricerca e le funzioni loro attribuite”, comportasse la privatizzazione di un ente istituito per legge. Cioè, che quella finalità fosse ricompresa nel criterio direttivo consistente nella “semplificazione e snellimento dell'organizzazione e della struttura amministrativa degli enti, istituti e società vigilati, adeguando le stesse ai principi di efficacia, efficienza ed economicità dell'attività amministrativa… razionalizzazione e ottimizzazione delle spese e dei costi di funzionamento…”.

“Il contesto della riforma descritta – sostengono i Giudici amministrativi - non sembra rispondere alle scelte di fondo del legislatore delegante, nel pieno rispetto delle finalità della delega ed in coerenza al quadro normativo di riferimento… infatti, l’articolo 2 della legge delega n. 183 del 2010, in quanto riferito a mera “riorganizzazione” non sembra estendersi a interventi di tipo anche soppressivo dell’ente come quelli che - nel caso di specie - portano alla liquidazione ed estinzione della Croce Rossa Italiana, nonché all’istituzione di una nuova entità, in forma associativa e di natura privata, dai compiti genericamente analoghi, ma senza alcuna garanzia di effettività e continuità”.

Ove si accedesse ad una lettura estensiva della norma di delegazione, tale da ricomprendere nella legge delega l’intera gamma di interventi, oggetto del decreto legislativo n. 178 del 2012 sarebbe in contrasto con gli artt. 1, 3, 76 e 97 della costituzione, “in quanto - contrariamente ai principi che riconducono la sovranità (e, quindi, la piena discrezionalità delle scelte) al Parlamento, quale organo eletto dal popolo, con possibilità di delega al governo solo per un tempo limitato e per oggetti definiti - si legittimerebbe una sorta di “delega in bianco”, tale da ricomprendere nella prevista riorganizzazione anche la soppressione dell’ente e l’istituzione di un soggetto comunque diverso, con criteri sicuramente ispirati a contenimento della spesa, ma senza alcun chiaro indirizzo per una maggiore efficienza ed efficacia (benché principi enunciati dallo stesso legislatore delegante) per l’attività di una struttura, alla quale dovrebbero restare affidati anche dopo la privatizzazione (non implicante, di per sé, la perdita dei connotati di organismo di diritto pubblico) delicatissimi compiti di rilevante interesse per la collettività”.

Ad avviso del T.A.R., tuttavia, “del predetto art. 2 della legge delega è sicuramente possibile un’interpretazione costituzionalmente orientata, che circoscrive - in termini, peraltro, conformi al dettato letterale della norma - i poteri del legislatore delegato, non eliminando per lo stesso ogni discrezionalità, ma riconducendola i limiti di una mera razionalizzazione dell’esistente, al fine di assicurare l’effettivo rispetto dei canoni di buon andamento dell’amministrazione e bilanciando, pertanto, le esigenze di economicità della gestione con la conservazione delle finalità di interesse pubblico perseguite, in ambiti (soccorso, emergenze di ogni natura, sicurezza e interventi connessi al fenomeno migratorio) sicuramente affidati, in via principale, allo Stato”.

ln tale, ottica, praticamente l'intero impianto del d.lgs. n. 178 del 2012 (articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 8) “appare invece frutto di eccesso di delega, né si presta ad interpretazione costituzionalmente orientata, in quanto non riconducibile ad una chiara volontà del legislatore delegante, le cui finalità di mera riorganizzazione e riordino del rapporto di vigilanza ferme restando le funzioni attribuite agli enti e le disposizioni vigenti per il personale in servizio sono state rispettate per altri enti e istituti, che in attuazione del medesimo art. 2 della legge n. 183 del 2010 non hanno perso la propria natura giuridica, senza alcun negativo impatto sul personale (cfr. ds.lgs. n. 106 del 2012, riferito agli Istituti zooprofilattici sperimentali, all'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e alla Lega italiana per la lotta contro i tumori)”. Ricordano, altresì, i Giudici amministrativi che altri casi di privatizzazione di Corpi militari (Agenti di custodia e Polizia di Stato) sono stati in passato effettivamente disposti “per legge e senza alcun depotenziamento né dispersione del personale e delle strutture”.

L’ordinanza del T.A.R. non ignora l'indirizzo della Corte Costituzionale, secondo cui la delega legislativa non elimina ogni discrezionalità del legislatore delegato, che - in base ai principi e ai criteri direttivi, fissati dal legislatore delegante - può emanare norme che rappresentino un “coerente sviluppo e completamento dei contenuti di indirizzo della delega, nel quadro di fisiologica attività di riempimento, che lega i due livelli normativi” (Corte Cost., 9 luglio 5, n. 146), ma ritiene che vi sia uno spazio per l’affermazione di una interpretazione coerente con l’espressione usata dal legislatore delegante. Auspicano, dunque, una interpretazione costituzionalmente orientata considerato, altresì, che la delega - non specificamente riguardante la C.R.I., ma riferita ad un generale riordino organizzativo “degli enti vigilati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero della Salute” con “meri fini di semplificazione, contenimento della spesa pubblica e ridefinizione dei rapporti di vigilanza non autorizzasse disposizioni, incidenti in modo innovativo su un ente pubblico, la cui soppressione avrebbe dovuto essere frutto di meditata scelta politica, certamente sottratta al legislatore delegato”. Specifiche considerazioni il T.A.R. riferisce agli artt. 5 e 6 del d.lgs. n. 178 del 2012, per quanto riguarda il trattamento del personale militare, “le cui modalità di smilitarizzazione e di ridefinizione del trattamento economico risultano definite senza alcuna previsione al riguardo del legislatore delegante — in implicita deroga a puntuali disposizioni del codice dell'Ordinamento militare, approvato con d.lgs. 15 marzo 2010, n. 66, con riferimento ai seguenti articoli: 622 (perdita dello stato di militare), 1757 (trattamento economico del personale del Corpo militare della Croce Rossa Italiana), 1799 (retribuzione delle forze di completamento); 1759 (valutazione del servizio prestato dal personale della Croce Rossa Italiana); 1760 (liquidazione delle pensioni per i servizi prestati in tempo di guerra o di grave crisi internazionale dal personale della Croce Rossa Italiana)”.

L'istituzione di un contingente militare ridotto e non retribuito, si legge nell’ordinanza, “nonché la mobilità del restante personale passato al ruolo civile senza alcun preciso riferimento alla professionalità acquisita nel settore di appartenenza appaiono, inoltre, apertamente confliggenti con i principi e criteri direttivi, di cui all'art. 2, comma 1, lettera a) della legge delega, che lasciava “ferme...le specifiche disposizioni vigenti per il ...personale, in servizio alla data di entrata in vigore della presente legge”; le stesse funzioni, che a norma del medesimo primo comma dell'art. 2 dovevano restare invariate per gli enti da riorganizzare, per la Croce Rossa Italiana venivano semplicemente “autorizzate” nell'art. l , comma 4 del d.lgs. n. 178 e assicurate, a norma dell'art. 6, commi 2 e 3 del medesimo articolo, solo fino al 1° gennaio 2018, peraltro in un contesto di smobilitazione di mezzi e personale, tale da incidere in via immediata sull'espletamento delle funzioni stesse, benché di assoluta rilevanza per l'interesse pubblico.

Ce n’è abbastanza per i Giudici della Consulta che il 5 marzo saranno chiamati a decidere sulle richiamate questioni di costituzionalità riferibili ai seguenti articoli della Costituzione: 1 (per adozione, da parte del Governo, di iniziative di rilievo politico, non riconducibili al legislatore delegante), 76 (per eccesso di delega), 3 e 97 (per l'irrazionalità di scelte, destinate ad incidere su servizi di assoluta valenza per la salute, l'incolumità e l'ordine pubblico, senza adeguato bilanciamento fra le esigenze sottostanti a tali servizi e le contrapposte ragioni di contenimento della spesa), 117, con riferimento all'art. 1, comma 1, del Protocollo addizionale CEDU, in cui si garantiscono i beni delle persone fisiche e giuridiche in una accezione, già ricondotta dalla giurisprudenza alla titolarità di qualsiasi diritto, o di mero interesse di valenza patrimoniale, rientrante fra i parametri di costituzionalità riconducibili appunto al citato art. 117, anche per quanto attiene alle modalità di tutela dei lavoratori, con riferimento agli aspetti patrimoniali del rapporto di lavoro (cfr., per il principio, Corte Cost., 11 novembre 2011, n. 303).

3 marzo 2019

La deriva antiscientifica del Gender

di Dina Nerozzi, Neuropsichiatra

 

Per qualcuno ”la teoria del gender” non esiste è una bufala inventata da qualche sovversivo reazionario. Esisterebbero solo i gender studies che sono studi di tipo letterario, culturale, sociale, scientifico e niente più. Si può capire l'incredulità perché la rivoluzione di genere è talmente estrema da risultare poco credibile. Quella in corso è una guerra culturale e in guerra bisogna conoscere il nemico.

Era il 1992, tre anni dopo la caduta del muro di Berlino e un anno dopo la dissoluzione dell’URSS, quando il politologo economista americano Francis Fukuyama pubblicava il suo best seller “The End of History and the Last Man” in cui veniva annunciato al mondo che l’umanità era in procinto di raggiungere l’apice del suo progresso e il raggiungimento della società ideale. Con la fine dell’esperimento dell’Unione Sovietica il mondo si avviava a dar vita alla società globalizzata e perfetta dove nessuna ideologia avrebbe avuto diritto di cittadinanza.

Secondo Francis Fukuyama, e secondo quanti molto si erano impegnati per decretare il successo dell’idea, l’essere umano era stato liberato da ogni vincolo che non fosse quello della scienza in cui bisognava credere ciecamente, come l’unica verità degna dell’uomo moderno.

Tutti dovevano essere convinti che le ideologie del passato, foriere di guerre e distruzioni, erano state riposte negli armadi della storia, si era ormai alle soglie di un mondo nuovo. Si sa che se si ripetono le cose un numero sufficiente di volte anche i più scettici, prima o poi, verranno convinti, salvo poi doversi ricredere di fronte alle evidenze che dimostrano il contrario.

Per ideologia si intende un sistema di idee, coerente e strutturato, ipotizzato a livello filosofico e proposto come interpretazione totale ed arbitraria della realtà. Ogni ideologia ha come obiettivo l’utopia della società perfetta e, dato il fine nobilissimo che si intende raggiungere, tutti i mezzi sono giustificati.

L’ideologia di genere è il nuovo volto dell’ideologia marxista e rappresenta il tentativo di cancellare le leggi della Biologia, della Genetica, delle Scienze Naturali, ritenute obsolete a fronte dell'avanzare della Tecno-scienza, e la loro sostituzione con artifici Bio-giuridici inventati dall'uomo. È dunque un’Ideologia che dichiara guerra non solo alla natura ma anche alla scienza e utilizza il potere giudiziario per imporre una nuova visione del mondo e una precisa agenda politica di stampo totalitario. 

Anche se l’irruzione dell’idea che l’anatomia, la fisiologia, la genetica siano realtà malleabili e soggette alla volontà umana sembra un fenomeno spuntato all’improvviso come un fungo dopo le piogge d’agosto, il terreno di cultura e il reticolo sotterraneo che lo hanno consentito sono stati presenti per centinaia di anni in attesa del momento favorevole per poter emergere.

Il reticolo sotterraneo è rappresentato dal processo di secolarizzazione della società che aveva lo scopo di liberare le istituzioni, la cultura e la prassi dall’influenza nefasta della Chiesa considerata come fonte di superstizioni e pregiudizi intollerabili nell’era moderna. Se l’obiettivo cercato era creare una società in armonia con i tempi moderni e con la scienza, bisogna dire che il risultato ottenuto è stato esattamente l’opposto.

La Rivoluzione filosofica

Il primo ad avviare il processo di distruzione dei principi fondanti per l’agire scientifico, oggettività e non contraddizione, fu il filosofo francese René Descartes (1596-1650) con il suo “Cogito ergo Sum” il quale, in buona sostanza, afferma che la realtà non esiste se non come costruzione della mente umana.

Il passo successivo venne effettuato dal filosofo inglese John Locke (1632-1704) con la sua teoria della “Tabula Rasa” che portò avanti l’idea della inesistenza di una natura umana predefinita per cui è la cultura ad avere il ruolo predominante nel plasmare l’individuo.

L’altro punto di passaggio fondamentale fu quello messo a punto da Jean J. Rousseau (1712-1778) che riuscì nell’impresa di modificare il principio di responsabilità che da individuale si trasformava in collettivo, dato che, a suo giudizio, l’individuo è buono mentre la società è cattiva.

In tutte queste posizioni filosofiche esiste una piccola parte di verità che però non basta per scardinare la realtà oggettiva delle cose.

In poco più di un secolo il pensiero filosofico del mondo occidentale era stato letteralmente capovolto. Accantonato il principio di realtà, era stata imboccata la nuova esaltante via dell’autodeterminazione, mentre il principio di responsabilità andava a ricadere sulle spalle dell’intera società che doveva essere considerata la vera malata e colpevole, ben sapendo che là dove tutti sono colpevoli non può esistere alcuna colpa.

A dare man forte alla nuova impostazione filosofica, culturale e sociale sul finire del ‘700 giunse l’opera del pastore protestante Robert Malthus (1766-1834) con il suo saggio “An Essay on the Principle of Population as it affects the Future Improvement of the Society” del 1798 in cui venivano riportate le sue previsioni apocalittiche sul destino dell’umanità se non fosse stato posto un freno all’eccesso della natalità. Per salvare il pianeta e l’intera società da un futuro gramo era necessario attuare un rigido controllo della popolazione da conseguire attraverso il ritardo, o meglio, l’abolizione del matrimonio e ponendo un freno all’attività sessuale. Solo in un secondo momento egli sponsorizzò l’avvento di un individualismo radicale che prevedeva che ognuno dovesse provvedere alle proprie necessità il che significava, nella pratica, la legge della giungla, ovvero la sopravvivenza del più forte, esattamente come si verifica nel mondo animale.

Entra in campo la Scienza

In un mondo in cui la scienza rappresentava l’unico faro nel mare dell’esistenza, era indispensabile dare una spiegazione scientifica della creazione del mondo e della vita che contrastasse la narrativa mitologica messa in campo dalla religione. Questo compito fu portato a compimento con l’entrata in scena di Charles Darwin e con la sua pubblicazione “On the Origin of the Species by means of Natural Selection or the Preservation of Favorite Races in the struggle for life” del 1859. 

L’opera di Darwin è stata monumentale e affascinante è stato il suo tentativo di comprendere l’origine delle specie, ma il suo ragionamento partiva con una lacuna insanabile: l’impossibilità di dare una dimostrazione scientifica di come fosse sorta la scintilla della vita, quella proteina da cui si sarebbe, poi, sviluppato tutto il resto. Si dovrebbe ammettere, per onestà mentale, che non sono state ritrovate quelle evidenze che avrebbero dovuto confermare la veridicità dell’assunto di base, infatti gli studi successivi non hanno potuto dimostrare l’esistenza di quelle specie intermedie che si sarebbero dovute reperire nei fossili come prova dell’evoluzione da una specie all’altra. (per una review esaustiva sull’argomento vedi Harun Yaya “L’inganno dell’evoluzione” contro cui si è mobilitato perfino il Consiglio d’Europa con la Risoluzione 1580/2007 contro “I Pericoli del Creazionismo nell’Istruzione”).

Il mondo progressista che ha impostato tutta la sua ragion d’essere sull’ipotesi evoluzionista darwiniana, considerato il trionfo del materialismo dialettico, si trova nell’impossibilità di accettare la verità pena il crollo di tutto l’edificio costruito nel corso di un secolo e mezzo in nome della scienza e per contrastare i pregiudizi religiosi. E pur di far trionfare la sua idea è disposto anche a fabbricare l’uomo di Piltdown, un reperto archeologico rimasto per più di  cinquant’anni in mostra al museo di Storia Naturale di Londra come prova scientifica del famoso ”anello mancante” prima di venire smaschero come clamorosa frode a danno degli ignari visitatori del museo.

Nel tentativo di difendere una la teoria costruita sulle sabbie mobili, gli ideologi progressisti hanno inventato tutto un percorso pseudoscientifico in modo da creare una cortina fumogena indispensabile per continuare a contrabbandare la menzogna nascosta dietro una parte di verità.

La Microevoluzione all’interno della specie è un dato di fatto incontrovertibile che nessun essere razionale si sogna di contraddire. La Macroevoluzione Darwiniana, quella che serve per far avanzare l’ideologia progressista sotto l’egida della scienza, è un mito che deve essere smascherato.

Non va dimenticato che il prodotto politico dell’evoluzionismo Darwiniano è stato un regime che ha fondato la sua ragion d’essere sull’esistenza di una razza superiore che avrebbe dovuto dominare le altre, anche se si tende a cancellare la matrice ideologica posta alla base del nazional-socialismo che sta ritornando prepotentemente.

Se l’impostazione ideologica su cui si è costruita un’azione politica si rivela errata come si fa a difendere l’indifendibile? Chi ci aiuta a capire come il mondo progressista affronti una realtà contraria alla sua impostazione ideologica, è Gyorgy Lukacs, uno dei rappresentanti più autorevoli della Scuola di Francoforte, e politicamente orientato verso il comunismo, l’altro mostro che ha insanguinato il ‘900.

“Tutta la scienza e tutta la letteratura devono servire esclusivamente alle esigenze propagandistiche formulate dall’alto, dallo stesso Stalin… La comprensione ed elaborazione autonoma della realtà…. era bandita per sempre” (Gyorgy Lukacs “Marxismo e Politica Culturale” 1959 Il Saggiatore)

La “verità” politicamente corretta ha bisogno del sostegno costante della propaganda perché non essendo fondata sulla roccia dei dati di fatto non ha altra scelta. Gyorgy Lukacs, infatti, dice chiaramente come la questione non sia la ricerca della verità delle cose bensì il potere e con esso la capacità di ricreare il mondo secondo i propri desideri, anche contro le leggi della natura, dato che la natura è solo un’invenzione della religione e dei populisti bigotti.

A tal proposito Lionel Trilling, critico letterario newyorkese, scrisse un articolo illuminante subito dopo la pubblicazione del Rapporto Kinsey, che segnò l’avvio della rivoluzione sessuale, in cui si legge:

Coloro che asseriscono e praticano le virtù democratiche ….prenderanno come assunto che, a eccezione delle difficoltà economiche, tutti i fatti sociali devono essere accettati non solo a livello scientifico, ma anche sociale. Non si dovranno esprimere giudizi su di loro e sarà considerata anti-democratica ogni conclusione tratta da coloro che recepiscono valori e conseguenze

(Lionel Trilling: The Kinsey Report in “Partisan Review” del 9 Aprile 1948)

Nello stesso periodo in cui le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) venivano sostituite con le virtù democratiche (tutti i fatti sociali devono essere accettati senza pregiudizi), il mondo progressista innestò il pilota automatico per far avanzare la sua visione utopica della società con il cambiamento della definizione di salute effettuato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, guidato dal maggior-generale Brock Chisholm, che dalla pragmatica dizione “assenza di malattia e disabilità” veniva trasformata in:

"uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità".

Questa definizione utopica di salute era un passaggio indispensabile per poter avviare la rivoluzione culturale e sociale nel campo della sessualità e della riproduzione che era nella mente di “coloro che asseriscono e praticano le virtù democratiche”, infatti sarebbe stato impossibile con la precedente definizione considerare la condizione fisiologica della gravidanza come una malattia e l’aborto, garantito dallo stato, la sua terapia.

Un ausilio importante alla nuova impostazione culturale era giunto dall’opera di Sigmund Freud (1856-1939) che aveva scardinato il pilastro portante della civiltà giudaico-cristiana rappresentato dal controllo delle pulsioni. A giudizio dell’inventore della psicanalisi, il contenimento della pulsione sessuale era nocivo per la salute mentale ragion per cui dar libero sfogo alle pulsioni sessuali diventava una sorta di medicina preventiva che bisognava favorire.

Ogni volta che viene messo in discussione un principio basilare dell’edificio della civiltà si ricorre all’escamotage della tutela della salute, un argomento che trova sempre convinti sostenitori. Altro argomento principe che viene invocato quando è necessario scardinare i principi di base della civiltà giudaico-cristiana è quello della pace, oltre, naturalmente, quello della libertà e dell’uguaglianza.

Se il principio portante della civiltà è il controllo delle pulsioni, non si può fare eccezione per la pulsione sessuale pena il crollo dell’intero edificio perché la pulsione è, per sua natura, in conflitto con la parte razionale dell’uomo, quel Logos che lo rende simile a Dio. Cancellato Dio dall’orizzonte dell’uomo, scompare anche il Logos e l’uomo si trasforma in un animale che risponde unicamente agli istinti, con riflessi condizionati stile Pavlov, esattamente come accade nel mondo animale.

Il Ritorno del Darwinismo Sociale

Se l’Evoluzionismo Darwiniano è un fatto reale, come sostengono i progressisti, e se la specie umana è inserita in un continuum evolutivo per meglio adattarsi all’ambiente, ne consegue che, con l’acquisizione delle attuali  conoscenze scientifiche e capacità tecnologiche, l’essere umano è in grado di dirigere in autonomia il processo evolutivo della specie nel modo ritenuto più utile per l’individuo e per la società. La decisione spetta alla Politica sempre più ostaggio delle esigenze dell’Economia e della Finanza.

Da Malthus in poi l’eccesso della popolazione è diventato uno spettro che aleggia sul pianeta destinato a minarne l’esistenza, dal momento che gli esseri umani sono paragonati alle cavallette che devastano la santa Madre Terra. Inizialmente la catastrofe incombente era da imputare alla penuria di cibo, ora l’allarme si è spostato sulla carenza d’acqua e sui cambiamenti climatici che sarebbero una conseguenza della sovrappopolazione e dell’azione umana. Anche in questo caso la verità parziale è che l’uomo è sicuramente in grado di devastare alcune aree del pianeta, anche vaste, quando a guidarne l’agire sono l’incuria e il profitto, ma sembra difficile che possa essere in grado di influenzare l’attività solare dato che a dettare il clima sul pianeta non sono gli esseri umani bensì il sole, fino a prova del contrario. Né l’uomo è in grado di fermare il vento che soffia dove vuole e porta le nuvole e la pioggia, il caldo e il freddo, a seconda da dove tragga origine indipendentemente dalla volontà umana.

Per seguire un’impostazione irrazionale dell’uomo che pretende di sostituirsi a Dio, nel bene come nel male, stiamo assistendo alla devastazione di una civiltà plurimillenaria costruita sul Principio di Realtà oggettiva e al suo posto vediamo sorgere un’organizzazione artificiale e utopica della società che si materializza attraverso un’operazione di ingegneria sociale che spaventa data la sua manifesta irrazionalità .

Nel nuovo mondo secolarizzato la realtà non esiste, è la politica che decide cosa sia il bene e il male, il vero e il falso per cui si può scegliere il genere di appartenenza indipendentemente dal sesso biologico, non esiste una sessualità “naturale” mirata alla conservazione della specie e l’apparato genitale, perduta la sua funzione riproduttiva, serve solo a soddisfare le pulsioni sessuali. Nel nuovo mondo la diversità va celebrata come una “virtù democratica” e un comportamento moralmente superiore così come si può programmare la fecondazione artificiale  eterologa a spese di un Sistema Sanitario Nazionale al collasso che fa fatica a garantire le cure per i malati di cancro.

Nel meraviglioso mondo nuovo ipotizzato da Francis Fukuyama, dopo la dissoluzione dell’URSS, non esistono più destra e sinistra, liberali e conservatori, marxisti e capitalisti, tutti collaborano al “progresso”, la sinistra con le sue derive utopiche e la destra con il suo spirito imprenditoriale per cui tutto si trasforma in mercato dove ogni cosa ha un prezzo e niente ha un valore.

In questo scenario il nemico numero uno del compromesso storico liberal-progressista è la natura umana e la sua abbondanza. L’obiettivo ultimo della rivoluzione di genere è quello di rendere sterile la capacità generativa dell’essere umano e trasformare il dono di natura della vita in un prodotto da commercializzare. In questo modo solo chi ha a disposizione i mezzi materiali potrebbe permettersi il lusso di procreare, per gli altri gli organi genitali dovrebbero servire solo a scopo ricreativo con buona pace dell’uguaglianza e della libertà tanto sbandierate. 

Un governo inadeguato

di Salvatore Sfrecola

 

Inadeguato. Non c’è altra parola per definire il governo gialloblù la cui strategia Aldo Cazzullo ha indicato sul Corriere della Sera di oggi essere quella del “rinvio”. Di tutto, dalle grandi opere, TAV in testa, alla questione dell’autonomia delle regioni che l’hanno sollecitata, alla legittima difesa, questione modesta sul piano giuridico ma bandiera antica della lega.

Non solo, al di là delle enunciazioni, degli slogan, ai quali pure ci aveva abituato Matteo Renzi, questo governo, all’evidenza, non ha una strategia adeguata all’attuale momento storico. Ad esempio, per contrastare la recessione incombente, una situazione destinata ad aggravare un malessere sociale al quale non può certo mettere riparo il “reddito di cittadinanza” o la manovra pensionistica (quota 100). Il primo è destinato a rimanere confinato in un ambito limitato. In ogni caso le manovre redistributive possono creare equità sociale ma non generano ricchezza perché trasferiscono capacità di spesa da una categoria di cittadini ad altre. Con effetti vicini allo zero. Soprattutto quanto all’aumento dei consumi e, quindi, dell’occupazione che è evidente obiettivo di una politica di sviluppo.

La strada è, invece, quella classica che ci consegna l’esperienza e la dottrina economica, di immettere risorse in iniziative che determinano l’impiego di capitali e l’occupazione e che abbiano un valore nella creazione di utilità per l’economia dei territori. Tipici di questa condizione gli investimenti in infrastrutture delle quali, in ogni caso, il Paese ha estremo bisogno, sia per quanto riguarda ferrovie, strade, porti e aeroporti ma anche per acquedotti e fognature, i parametri della civiltà come insegna la storia di Roma che ancora oggi si ricorda ovunque nel bacino del Mediterraneo per le opere che hanno assicurato alle popolazioni annesse alla Repubblica e all’Impero condizioni di vita e di prosperità spesso mai più raggiunte, come nel caso di alcune aree costiere del Mare Nostrum.

Ed a questo proposito occorre poca fantasia per capire che l’Italia ha una posizione geografica privilegiata, che ne fa una piattaforma straordinaria protesa in un mare che mette in contatto l’Europa e il Medio e l’Estremo Oriente. L’Italia porta dell’Europa sul mondo. Non solo porta d’ingresso, come dimostra l’immigrazione della quale abbiamo subito le conseguenze negli ultimi anni, ma porta di uscita verso i mercati verso una parte rilevante del mondo. L’Italia che, erede di Roma, ha una visibilità un appeal culturale che non possono vantare altri paesi europei rivieraschi, soprattutto la Francia che ha esercitato in Africa e Medio Oriente un colonialismo dai tratti predatori. Non la Spagna, che ha guardato soprattutto all’America Latina, non la Grecia, per troppo tempo mortificata dalla occupazione ottomana.

Idee, dunque, per un programma di governo, coraggioso e pratico, che al seguito di investimenti pubblici ampiamente condivisi dalla popolazione potrebbe mobilitare ingenti risorse private. Una prospettiva che, tuttavia, è difficile realizzare finché al Governo ci sarà il Movimento Cinque Stelle, di scarse idee e di assoluta mancanza di cultura politica, amministrativa e di esperienza.

27 febbraio 2019

“Il vento è cambiato” diceva il Sindaco Raggi.

È rimasta l’incuria per il patrimonio arboreo della Città

di Salvatore Sfrecola

 

Scherzava sul vento, Virginia Raggi, convinta che il suo fosse uno slogan efficace. “Il vento è cambiato”, ripeteva ad ogni pie’ sospinto, cercando di convincere i romani, che nulla di nuovo vedevano, che stesse amministrando la Città in modo diverso dai suoi predecessori, di Destra e di Sinistra, dai quali aveva ereditato l’abbandono di uffici e servizi, compreso quello che si occupa dei parchi e dei giardini. Così il vento che, nella sua immaginazione, doveva essere quello “del cambiamento”, come ama dire il leader del suo movimento, Luigi Di Maio, si è trasformato in un suo nemico e, con raffiche possenti, ha fatto strage di alberi secolari, orgoglio dei romani e straordinaria attrattiva per i turisti che visitano la città.

Tuttavia sui colli “fatali” di Roma non è stato il Fato a decidere sulla sorte dei pini maestosi dei parchi e dei viali come delle più modeste alberature delle strade dei quartieri dei colli e della Valle del Tevere. La caduta degli alberi, che già in passato avevano superato indenni le più violente sollecitazioni di Eolo, è dovuta, nella maggior parte dei casi, alla evidente mancanza di manutenzione del verde cittadino, alla inadeguata verifica delle condizioni di salute delle piante, alla potatura insufficiente e spesso sbagliata, che non di rado ha squilibrato le piante più alte, tagliando rami essenziali alla statica dei tronchi, senza la necessaria cura delle ferite inferte alla pianta dalle motoseghe impietose. Ferite che hanno spesso ammalorato il legno offerto all’insulto dei fattori atmosferici e all’aggressione degli insetti.

Quegli alberi abbattuti hanno ferito anche il cuore dei romani da sempre abituati a ricomprendere nell’immagine splendida della città, con i suoi palazzi ed i suoi monumenti, i maestosi pini secolari delle varie specie (pinea e marittima) che da sempre ornano i viali ed i parchi. Quei romani, che oggi si interrogano sulla politica della Giunta 5Stelle e di quelle che l’hanno preceduta, non hanno dubbi: il “Servizio giardini”, che era una struttura di eccellenza dell’amministrazione capitolina, è stato progressivamente privato di uomini e mezzi al punto da essere l’ombra silente di quello che era un prezioso tutore dell’immenso patrimonio arboreo dell’Urbe.

Non è evidentemente solo un problema di risorse del bilancio capitolino ad impedire la cura sistematica e la potatura delle piante di vie, piazze e viali. È trascuratezza organizzata che mostra i suoi effetti: ovunque rami secchi a terra e sulle automobili parcheggiate, un pericolo per la circolazione dei mezzi e delle persone. Per cui a Prati, nel centro della Città, in viale Mazzini, tra l’ufficio postale ed il Palazzo sede della Corte dei conti, un maestoso pino marittimo ha seminato terrore tra i passanti, con danni gravi a persone e cose. Poteva essere una strage lì dove centinaia di persone affollano ad ogni ora l’ingresso dell’ufficio postale, uno dei più importanti dell’area, tra l’altro frequentato dagli addetti agli uffici legali che vi si recano per gli adempimenti connessi alla notifica degli atti processuali. Ed è un avvocato il più grave dei feriti dal fusto di quel pino, alto 30 metri, del quale vale la pena di segnalare che, in un servizio televisivo mandato in onda da RAI News24, un agronomo intervistato sul posto dall’inviato del giornale ha segnalato le radici del pino, assolutamente insufficienti a reggere quell’imponente alberatura, ed ha fatto notare che tra le radici era presente una conduttura idrica il cui inserimento, ha fatto intendere l’intervistato, potrebbe aver danneggiato le radici. O potrebbero averle tagliate gli operai all’opera.

All’indomani della giornata nella quale il vento ha abbattuto oltre 300 piante si sente dire che dovranno esserne abbattute molte altre. Si è fatto il numero di 50.000. Speriamo che si tratti di una cifra buttata là a caso, tanto per dare la misura della gravità della situazione. Ma se così fosse sarebbe una vera tragedia. Al punto che la cura del verde sarebbe affidata di fatto non ad un servizio specializzato, come era il “Servizio giardini”, ma alle imprese incaricate di abbattere le piante, cioè di fare legna, ed a quelle che dovranno sostituirle. In sostanza non vorremmo che il vento che, secondo l’immaginifico Sindaco di Roma sarebbe “cambiato”, oltre a mettere in risalto l’insufficienza dell’amministrazione capitolina, desse il via ad un’altra stagione degli affari che l’esperienza ci dice essere spesso fonte di illeciti.

Da ultimo, per non farsi mancare nulla questo Sindaco che candidandosi non ha avuto il senso della misura, che non ha tenuto conto della propria inadeguatezza rispetto alla complessità dei compito che avrebbe dovuto affrontare, se ne è uscita con una affermazione che non possiamo non richiamare pur senza infierire. Gli alberi sono stati impiantati dal Fascismo! Dimenticando che gran parte di quelli di Villa Borghese sono stati messi a dimora quando c’era ancora il Papa Re?

27 febbraio 2019

Circolo di Cultura e di Educazione Politica

Rex

“Il più antico circolo culturale della Capitale”

71º ciclo di conferenze 2018-2019

***

“siamo tornati orgogliosi della nostra sovranità, fieri delle nostre istituzioni o siamo solo insofferenti di regole, liberamente accettate, che sembrano limitare la nostra autonomia e le nostre decisioni?”

Su questi temi parlerà

domenica 3 marzo alle ore 10.30

il Professore Avvocato Riccardo Scarpa

“sovranità o sovranismo”

Sala Roma, presso “Associazione Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale) o 16 B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tranviarie 3 e 19 ed autobus 910, 223, 52 e 53

 

Considerazioni su talune reazioni al caso Formigoni

Il corrotto non può essere mio amico

di Salvatore Sfrecola

 

La notizia della condanna definitiva pronunciata dalla Corte di Cassazione a carico di Roberto Formigoni, riconosciuto responsabile di corruzione, ha fortemente diviso lettori e commentatori sui giornali e sui social network. Per alcuni la condanna è giusta, per altri troppo severa, perché da Presidente della regione Lombardia avrebbe comunque ben amministrato nei molti anni nei quali è stato al vertice della Giunta. Così si sono distinti nemici politici ed amici, intesi come coloro che abitualmente hanno votato per l’area politica nella quale Formigoni ha militato o che condividono l’ala cattolica (Comunione e Liberazione) alla quale si dice facesse riferimento.

Non conosco i fatti se non per come la stampa li ha raccontati e non ho letto le sentenze che nei vari gradi di giudizio hanno ritenuto provati gli illeciti addebitati all’ex Presidente della Regione Lombardia. Ritengo, tuttavia che ci sia una buona dose di faziosità nelle posizioni assunte dai colpevolisti e dai giustificazionisti, nel senso che gli uni e gli altri si schierano in una fazione che, in buona misura, altera il giudizio morale e politico sulla persona. E se è comprensibile il senso della condanna dei colpevolisti, che sono anche avversari politici, non mi convince l’idea che si possa in qualche modo valutare la gravità del reato in relazione al buono che ha fatto nella sua attività al vertice del governo regionale. Non mi convince perché la corruzione è reato gravissimo, effetto di una condotta che piega ad interessi personali o di parte (ci si può far corrompere per finanziare il partito) l’esercizio della funzione pubblica cui un’autorità politica è chiamata dal consenso popolare. In questo senso che un soggetto si sia fatto corrompere per 1000 euro o per 100 milioni è indifferente sul piano morale, anche se può variare la gravità dell’illecito e della relativa sanzione. Insomma il corrotto, come il corruttore del resto, non può essere per definizione “mio amico”. E se manifesta le mie idee politiche vuol dire che mente, che non è vero, perché io sono abituato ad una morale politica nella quale l’idea, la filosofia che guida un partito e quanti vi aderiscono comprende necessariamente il rigoroso rispetto della legge e dell’interesse pubblico, quell’interesse che viene violato dal corrotto il quale “per compiere un atto del suo ufficio, riceve per sé o per un terzo, in denaro od altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa”, come si esprime il codice penale all’art. 318. Il che significa che il pubblico ufficiale viene compensato per compiere un atto dovuto ma anche illecito o illegittimo nell’interesse del corruttore. Insomma, è necessario, perché si configuri la corruzione, un qualsiasi comportamento che costituisca un concreto esercizio di poteri inerenti all’ufficio che sia in rapporto di causalità con la retribuzione non dovuta.

Fin qui il diritto. Sul piano della moralità politica non è ammissibile nessuna giustificazione qualunque altro comportamento positivo o encomiabile possa essere riconosciuto al corrotto. Anzi devo dire che mentre in qualche modo mi attendo da un mio avversario politico una condotta illecita mi indigna profondamente che questa sia opera di uno che dice di pensarla come me. La cosa mi offende, mi indigna perché in qualche misura mi sento coinvolto nel giudizio che la gente riserva all’autore dell’illecito e se fossi io a giudicarlo applicherei il massimo della pena. Senza sconti. Perché si affermi sempre la moralità della funzione pubblica nel rispetto di tutti perché “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54 della Costituzione. È il minimo che si richiede ad un uomo pubblico, come ad una donna, come alla “moglie di Cesare” che “deve non solo essere onestà, ma anche sembrare onesta”. Caesaris coniugium non esse honestum, sed etiam honestate videntur, per quanti conservano il gusto della lingua dei nostri padri.

25 febbraio 2019

 

Alla vigilia delle decisioni sull’autonomia differenziata

Cavour tradito: le ferrovie non hanno unificato l’Italia

e non ne hanno fatto la porta dell’Europa verso Oriente

di Salvatore Sfrecola

 

Monta la protesta delle regioni del Sud di fronte all’ipotesi di attuare quell’autonomia “differenziata” di Lombardia e Veneto, auspicata dai referendum popolari, e dell’Emilia-Romagna, di cui si è cominciato a discutere in sede di Governo. Come al solito vi sono ragioni da entrambe le parti. E se al Nord chi chiede nuove attribuzioni può rivendicare il lato virtuoso del regionalismo, al Sud non si riesce a farne un motivo di efficienza, neppure in Sicilia dove quell’autonomia è ancor più sviluppata, tanto da farne una sorta di stato autonomo da sempre, dacché lo statuto regionale, che riserva al territorio il 90 per cento delle entrate erariali, precede addirittura la Costituzione della Repubblica.

È dunque un passaggio estremamente delicato quello di mettere a punto i disegni di legge che dovranno attribuire a quelle regioni “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, ai sensi dell’art. 116, comma 3, della Costituzione, nelle materie di legislazione concorrente previste dal terzo comma dell’art. 117, dall’ambiente alle infrastrutture, dalla sicurezza del lavoro alla ricerca scientifica e tecnologica e al sostegno all’innovazione,  alla sanità, per fare qualche esempio, assumendone le relative responsabilità e le risorse per le funzioni che lo Stato non svolgerà più. Contestualmente vanno definite regole nazionali quanto ai livelli essenziali di erogazione dei servizi essenziali (ad esempio sanitari) ed ai costi standard, al fine di verificare da parte dello Stato e degli elettori come quelle risorse vengono utilizzate.

Resta un problema generale, che non va trascurato se vogliamo mantenere l’unità del Paese e non tornare al 1859,quando l’Italia era formata da sei staterelli. È l’assenza dello Stato in alcune regioni. Dico spesso che se “Cristo si è fermato ad Eboli”, come nel famoso romanzo di Carlo Levi, l’alta velocità si è fermata a Salerno, escludendo regioni ricche di potenzialità economiche, dall’agricoltura, alla manifattura, all’industria, al turismo, fortemente penalizzate dalla insufficienza delle infrastrutture viarie e ferroviarie, necessarie tanto per il trasporto delle persone quanto delle merci. Differenze antiche alle quali lo Stato nazionale non è stato capace di porre rimedio, molto per l’incapacità delle élite meridionali, nonostante ai vertici del Governo e dei ministeri si siano insediati, dal 1861 importanti politici meridionali. E qui torna utile, per dimostrare l’incompiutezza dell’unità d’Italia dal punto di vista economico e sociale, rileggere Camillo di Cavour che nel maggio del 1846 scrive un articolo pubblicato su una parigina Revue Nouvelle nel quale dimostra non solo lo spirito apertamente nazionale di questo straordinario statista ma la capacità di intravedere i motivi dell’unità e dello sviluppo. “Dal punto di vista commerciale – scrive - l’Italia può nutrire grandi speranze dalle ferrovie. Rendendo pronte, economiche e sicure le vie di comunicazione interna, facendo sparire in qualche modo la barriera delle Alpi che la separano dal resto dell’Europa e che sono così difficili da valicare per una parte dell’anno, nessun dubbio che l’afflusso di stranieri che vengono ogni anno per visitare l’Italia aumenterà in maniera prodigiosa. Quando il viaggio da Torino, Milano, Firenze, Roma e Napoli richiederà meno tempo e minor fatica di un giro di un lago svizzero, è difficile calcolare il numero di persone che verranno a cercare in queste contrade, piene di attrattive, un’aria più salubre e più pura per la loro salute malferma, ricordi per la loro intelligenza o anche solo semplici distrazioni dalla noia che sviluppano le brume del Nord. I profitti che l’Italia trae dal proprio sole, dal suo cielo privo di nubi, dalle sue ricchezze artistiche, dai ricordi che il passato le ha lasciato, cresceranno certamente in una proporzione considerevole”. E prosegue: “quando la rete ferroviaria sarà completa, l’Italia godrà di un considerevole commercio di transito. Le linee che uniranno i porti di Genova, Livorno, Napoli con quelli di Trieste, Venezia, Ancona e la costa orientale del regno di Napoli, porteranno attraverso l’Italia un grande movimento di merci e di viaggiatori, che vanno e vengono dal Mediterraneo all’Adriatico. In più, se le Alpi saranno perforate, come c’è motivo di credere, tra Torino e Chambery, il Lago maggiore, il lago di Costanza, Trieste Vienna, i porti italiani saranno in grado di condividere con quelli dell’Oceano e del mare del Nord, l’approvvigionamento dell’Europa centrale in derrate esotiche. Infine se le linee napoletane si estenderanno sino al fondo del regno, l’Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa, la trasformerà incontestabilmente, quando il vapore la attraverserà in tutta la sua lunghezza, il cammino più breve è più comodo dall’Oriente all’Occidente. Non appena ci si potrà imbarcare a Taranto o a Brindisi, la distanza marittima che ora bisogna percorrere per recarsi dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania in Africa o in Asia, sarà abbreviata della metà. È dunque fuor di dubbio che le grandi linee italiane serviranno allora a trasportare la maggior parte dei viaggiatori e alcuni merci più preziose che circoleranno in queste vaste contrade. L’Italia fornirà anche il mezzo più veloce per recarsi dall’Inghilterra all’India e in Cina cosa che rappresenterà ancora una fonte abbondante di nuovi profitti”.

La citazione è lunga, ma essenziale: c’è tutto in queste parole di Cavour, le infrastrutture ferroviarie e portuali dell’intera Italia, il commercio ed il turismo e la TAV, con buona pace del M5S, una missione per l’Italia, si direbbe, sulle orme di Roma. E si spiega perché Clemente Lotario di Metternich, il potente Cancelliere austriaco, diceva di Cavour “è il più grande statista d’Europa”. Ed aggiungeva “peccato che sia un nostro nemico”. Morto troppo presto e, purtroppo, senza effettivi eredi, nel Regno e nella Repubblica.

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

L’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con una convincente sentenza, ha affrontato lo spinoso problema relativo all’impossibilità di esecuzione in forma specifica del giudicato amministrativo, enunciando una serie di principi di diritto, tutti sorretti da adeguata motivazione, che meritano di essere integralmente riportati.

1. Dal giudicato amministrativo, quando riconosce la fondatezza delle pretesa sostanziale, esaurendo ogni margine di discrezionalità nel successivo esercizio del potere, nasce ex lege, in capo all’amministrazione, un’obbligazione, il cui oggetto consiste nel concedere “in natura” il bene della vita di cui è stata riconosciuta la spettanza.

2. L’impossibilità (sopravvenuta) di esecuzione in forma specifica dell’obbligazione nascente dal giudicato – che dà vita in capo all’amministrazione ad una responsabilità assoggettabile al regime della responsabilità di natura contrattuale, che l’art. 112, comma 3, c.p.a. sottopone peraltro ad un regime derogatorio rispetto alla disciplina civilistica – non estingue l’obbligazione, ma la converte, ex lege, in una diversa obbligazione, di natura risarcitoria, avente ad oggetto l’equivalente monetario del bene della vita riconosciuto dal giudicato in sostituzione della esecuzione in forma specifica; l’insorgenza di tale obbligazione può essere esclusa solo dalla insussistenza originaria o dal venir meno del nesso di causalità, oltre che dell’antigiuridicità della condotta.

3. In base agli articoli 103 Cost. e 7 c.p.a., il giudice amministrativo ha giurisdizione solo per le controversie nelle quali sia parte una pubblica amministrazione o un soggetto ad essa equiparato, con la conseguenza che la domanda che la parte privata danneggiata dall’impossibilità di ottenere l’esecuzione in forma specifica del giudicato proponga nei confronti dell’altra parte privata, beneficiaria del provvedimento illegittimo, esula dall’ambito della giurisdizione amministrativa.

4. Nel caso di mancata aggiudicazione, il danno conseguente al lucro cessante si identifica con l’interesse c.d. positivo, che ricomprende sia il mancato profitto (che l’impresa avrebbe ricavato dall’esecuzione dell’appalto), sia il danno c.d. curricolare (ovvero il pregiudizio subìto dall’impresa a causa del mancato arricchimento del curriculum e dell’immagine professionale per non poter indicare in esso l’avvenuta esecuzione dell’appalto). Spetta, in ogni caso, all’impresa danneggiata offrire, senza poter ricorrere a criteri forfettari, la prova rigorosa dell’utile che in concreto avrebbe conseguito, qualora fosse risultata aggiudicataria dell’appalto, poiché nell’azione di responsabilità per danni il principio dispositivo opera con pienezza e non è temperato dal metodo acquisitivo proprio dell’azione di annullamento  (ex art. 64, commi 1 e 3, c.p.a.), e la valutazione equitativa, ai sensi dell’art. 1226 cod. civ., è ammessa soltanto in presenza di situazione di impossibilità – o di estrema difficoltà – di una precisa prova sull’ammontare del danno.

5. Il mancato utile spetta nella misura integrale, in caso di annullamento dell’aggiudicazione impugnata e di certezza dell’aggiudicazione in favore del ricorrente, solo se questo dimostri di non aver utilizzato o potuto altrimenti utilizzare maestranze e mezzi, in quanto tenuti a disposizione in vista della commessa. In difetto di tale dimostrazione, può presumersi che l’impresa abbia riutilizzato o potuto riutilizzare mezzi e manodopera per altri lavori, a titolo di aliunde perceptum vel percipiendum (Cons. Stato, Ad. plen., 29 marzo – 12 maggio 2017, n. 2, con commento di D. Ponte, in Guida dir., n. 24/2017, 95 ss.).

La sentenza in oggetto risolve un problema di carattere generale al quale i giudici amministrativi non sempre hanno riservato la dovuta, preminente attenzione, quello cioè di impedire che siano comunque disattese le legittime aspettative del cittadino specie in presenza di un giudicato.

* * *

Elezioni europee

“Diventeremo anche post europeisti dopo essere stati post tutto? Le elezioni europee del 23 maggio sono elezioni speciali in un tempo speciale. Rispetto alle precedenti la tensione è diversa, la confusione imperversa. Secondo i sondaggi non è previsto un sovvertimento degli equilibri, molto peggio. Potrebbe essere una rivoluzione… Il compromesso storico all’europea è a forte rischio” (D. Pardo, Il Parlamento UE sarà una maionese, L’Europeo, n. 3/2019, 17).

Ma non sarebbe forse opportuno parlare anche di possibile rischio di ingovernabilità che potrebbe coinvolgere parte degli Stati europei?

* * *

Palazzo Spada: venti di tempesta

È apparso su il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2019 (pagg. 6, 7) l’articolo “Consiglio di Stato, una catena di affetti”, a firma di Giorgio Meletti, con annesso eloquente materiale iconografico, che non può non aver provocato generale sdegno e disgusto più che giustificati.

La massima magistratura amministrativa viene definita “un piccolo mondo antico dove poche decine di persone detengono la più impressionante concentrazione di potere oggi esistente in un Paese moderno”.

Vengono, quindi, forniti nominativi di personaggi coinvolti a vario titolo in episodi di estrema gravità che gettano ombre sinistre sul già dissestato Palazzo Spada, “un mondo fatato in cui un gruppo di sacerdoti intoccabili le leggi se le scrive, se le interpreta e se le applica”, incurante di tutto e di tutti.

Ma da tempo il cittadino comune si pone necessariamente la domanda se si può ancora nutrire fiducia nella giustizia se la stessa viene impunemente gestita da personaggi adusi ad ogni sorta di compromesso, senza necessità di attendere, come risposta, “l’ardua sentenza dei posteri”.

Ogni ulteriore commento appare a dir poco superfluo.

* * *

In ricordo di Eluana Englaro

Il 9 febbraio 2009 spirava Eluana Englaro, da diciassette anni in stato vegetativo, vittima delle incongruenze (chiamiamole pure così!) che sistematicamente affliggono il nostro Paese.

19 febbraio 2019

 

C’è un rinoceronte “dimenticato” al Foro Romano

di Salvatore Sfrecola

 

C’è un rinoceronte nel Foro Romano. Nessuna paura. Lì, sotto l’arco di Giano, in vista del Tempio di Vesta, accanto alla Chiesa di San Giorgio al Velabro, l’Rhinoceros unicornis, il grosso mammifero, comune all’India ed all’Africa, è stato collocato in occasione dell’inaugurazione del Palazzo Rhinoceros, l’immobile storico che la Fondazione Alda Fendi ha acquistato dal Comune di Roma.

A conclusione della manifestazione, tuttavia, il rinoceronte è rimasto al suo posto, abbandonato, nonostante le proteste dei residenti del quartiere per i quali la presenza di quella sagoma altera la magnifica armonia del Foro, dove la Roma repubblicana s’incontra con i ricordi dell’impero dei Cesari.

Si sono rivolti al Comune che sembra incapace di intervenire. Incredibile, ma la risposta degli uffici, in puro burocratese, è stata consegnata in un comunicato nel quale si legge che “lo scrivente ufficio si è limitato ad autorizzare esclusivamente il posizionamento di strutture tecniche funzionali alla realizzazione dell’evento”. Incredibile, senza il senso del ridicolo e senza timore di dimostrare crassa ignoranza delle regole del diritto, perché la rimozione del rinoceronte avrebbe dovuto essere prevista nell’autorizzazione a collocarlo nel Foro, come clausola necessaria di riduzione in pristino di un’area archeologica tutelata della quale veniva temporaneamente consentita l’utilizzazione da parte di un privato interessato a godere dello straordinario ambiente storico artistico.

Sono passati quattro mesi invano. Con una sola conclusione. Chi di dovere non conosce le regole della gestione dei beni pubblici e del bilancio del Comune di Roma sul quale non possono gravare spese non finalizzate ad interessi dell’Amministrazione capitolina. Pertanto, se le spese di rimozione non fossero state comprese tra le clausole del provvedimento di autorizzazione, poche o tante che siano, e dovessero ricadere sul bilancio comunale, cioè sui cittadini dell’Urbe, ci troveremmo di fronte ad un caso di scuola di danno erariale causato con dolo o colpa grave da un pubblico dipendente, perseguibile ad iniziativa della Procura regionale della Corte dei conti per il Lazio.

19 febbraio 2019

 

 

 

CIRCOLO DI CULTURA

 E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

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“La Costituzione, già riformata in peggio dal centrosinistra corre il rischio di ulteriori peggioramenti, lesivi delle prerogative del Parlamento e dei diritti delle minoranze”

 

Su questi temi parlerà

Domenica 24 febbraio alle ore 10.30

Il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola

“RIFORMA COSTITUZIONALE: come, quando, perché”

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Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “910”,” 223”, ”52” e “ 53”

 

 

 

Governo ad alta tensione

di Salvatore Sfrecola

 

Matteo Salvini non perde occasione per ribadire che le elezioni in Abruzzo sono amministrative e non mettono in discussione l’alleanza di governo. Lo ha detto da ultimo anche a Porta a Porta intervistato a caldo da Bruno Vespa, che ha cercato in tutti i modi di fargli dire che il risultato elettorale non può non contare nel rapporto tra Lega e Movimento 5 Stelle.

Domenica prossima ci sarà un nuovo test, in Sardegna, sul quale da tempo il M5S dice di non fare nessun conto, che prevede una sconfitta ancora più ampia di quella in terra d’Abruzzo. Elezioni regionali certamente ma che hanno assunto un valore di verifica della politica del governo gialloblù, attestata dall’impegno dei leader nazionali che si sono spesi senza risparmio durante la campagna elettorale. Di Maio, Di Battista, Berlusconi e la Meloni hanno, come Salvini, soggiornato a lungo in Abruzzo per dar man forte ai candidati dei rispettivi partiti. Meno presenti i leader del Partito Democratico impegnati nella campagna delle primarie.

È un dato importante quello dell’Abruzzo perché dimostra come gli italiani siano stati convinti all’azione politica di Salvini in un settore, quello dell’ordine pubblico, che evidentemente è da tempo sentito dall’opinione pubblica e strettamente collegato alla immigrazione incontrollata che genera insicurezza. L’insuccesso del M5S, dice il sottosegretario agli esteri Di Stefano ad Omnibus, la trasmissione di approfondimento de La7, è soprattutto un problema di comunicazione, nel senso che Di Maio e soci non sarebbero stati capaci di far percepire dall’opinione pubblica l’importanza delle iniziative che il governo ha assunto su sollecitazione del Movimento e che costituiscono espressione tradizionale del suo programma politico, dal reddito di cittadinanza alla legge anticorruzione, alla riduzione delle pensioni “d’oro”, insomma alla lotta alla povertà della quale il governo tanto si gloria.

Se, tuttavia, nonostante queste iniziative se le possa, a buona ragione, intestare, il M5S non passa all’incasso, non ne trae vantaggi sul piano del consenso elettorale vuol dire che la sua azione evidentemente non convince, non rassicura a fronte di una situazione economica pesante, resa evidente dai dati della produzione industriale e dalla recessione, pudicamente definita “tecnica”, nella quale l’Italia è caduta nonostante il proclamato carattere espansivo della manovra contenuta nella legge di bilancio per il 2019 riferito soprattutto al reddito di cittadinanza ed alle pensioni (quota 100) che dovrebbero mettere soldi nelle tasche di molti italiani, come si sente dire. Una manovra che, tuttavia, a molti appare insufficiente, assolutamente inadeguata rispetto alle esigenze del momento che presuppongono, per contrastare le spinte recessive, una grande mobilitazione di risorse pubbliche, le uniche capaci di realizzare in tempi brevi un incremento dell’occupazione con effetti positivi sull’economia.

Pur coinvolto nel governo che denuncia queste inadeguatezze Salvini non ne risente e continua a riscuotere maggiore apprezzamento, A destare maggiore fiducia, forse proprio per quell’equilibrio che anche nella polemica più dura mantiene, forse perché la Lega, tutto sommato, è vista come forza di governo perché amministra, con successo, le regioni più ricche e più efficienti dell’Italia settentrionale. Perché quel leader che ha portato il Carroccio dai minimi storici del dopo Bossi ad essere forza maggioritaria nel Paese merita considerazione, perché in lui si intravede una prospettiva politica di lungo termine, da quando ha abolito la parola “Nord” nella denominazione del partito che è divenuto di fatto un movimento nazionale come attesta il rilevante consenso elettorale nelle elezioni del 4 marzo 2018 anche al Sud ed il risultato del 10 febbraio in Abruzzo.

La strada che Salvini ha intrapreso è ormai spianata, deve solo saperla percorrere con determinazione e coerenza. E lo farà ampliando il programma come si deve ad un uomo di governo che ambisca ad essere riconosciuto come uno statista, come uno - per dirla con de Gasperi - che guarda alle future generazioni, che predica “Sovranismo” ma che è pronto ad operare in Europa purché questa cambi e diventi l’espressione dei popoli e delle nazioni del continente politicamente più antico, culla della democrazia e della libertà. Nella sfida che la Lega e tutto il centrodestra si apprestano ad affrontare quando il 26 maggio saremo chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento europeo dove sarà necessario mediare tra interessi a volte contrastanti di Stati e di economie nazionali che devono comprendere che nel mondo globalizzato non c’è spazio per i singoli, che di fronte ai colossi dell’economia mondiale, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Brasile all’India solo l’Europa unita può guadagnare la sua fetta importante di produzioni e commerci avendo elevata tecnologia, fantasia e volontà capaci di competere sul mercato globale.

13 febbraio 2019

 

 

In Abruzzo un test impietoso per il M5S. Paga errori di Governo e amministrativi (Raggi)

di Salvatore Sfrecola

 

Come tutti si attendevano, le elezioni regionali in Abruzzo non indicano soltanto lo stato dei partiti in quella regione. L’Abruzzo è regione di confine tra Nord e Sud, in continuità con Roma, la capitale, dove si fa politica, parlamentare e di governo, porta sul meridione dove la Lega è impegnata da tempo a farsi spazio, con crescente successo. Un successo che Matteo Salvini ha costruito dal Governo cavalcando il tema della sicurezza e della immigrazione, che interessa in forme varie tutta Italia, coinvolgendo il Movimento 5 Stelle che, tuttavia, soffre perché impegnato sulle questioni dell’economia, del lavoro e delle grandi opere che ne offuscano l’immagine erodendo i consensi che avevano fatto di Luigi Di Maio e dei suoi la novità della politica soprattutto nelle elezioni del 4 marzo 2018. Sennonché la novità è stata modesta, il Governo ha avuto grandi difficoltà nella definizione della legge di bilancio, l’introduzione del “reddito di cittadinanza” appare ricco di problematiche attuative, non è alle viste quel grande investimento in opere pubbliche che tradizionalmente gli stati mettono in campo per contrastare la stagnazione dell’economia, evidente nella timida affermazione dei media sull’Italia in recessione “tecnica”. Anzi l’opposizione drastica alla ferrovia Torino-Lione portata avanti con argomentazioni speciose, facendo finta di ignorare che quella è una tratta di un corridoio europeo (n. 5) che deve collegare il Portogallo all’Ucraina, è emblematica di un atteggiamento astratto, velleitario, vagamente ecologista ma evidentemente contraddittorio in quanto trascura l’esigenza di abbandonare il trasporto su gomma delle merci da e per i grandi porti italiani ed europei, da Genova a Rotterdam, quelle merci che impegnano quotidianamente migliaia di TIR carichi di container. No TAV ma sì alle piccole opere, dicono i 5Stelle, alle manutenzioni necessarie in un Paese che, a partire dal ponte Morandi di Genova, ha dimostrato di aver trascurato per evidente incapacità organizzativa ma anche per assenza di risorse, mai recuperate in modo sistematico dalla vasta area degli sprechi. Comunque le piccole, le tante piccole opere non decollano dando dimostrazione della incapacità di andare al di là del dire.

È in questa politica l’immagine deteriorata del M5S, scarso al Governo del Paese ma anche nella gestione amministrativa, come dimostra Roma dove il Sindaco Raggi, al di là delle poche cose che ha fatto, attesta di una incapacità di guidare una grande città con tutte le sue molteplici difficoltà, antiche e più recenti, quotidiane. Lo sentono i romani ed evidentemente l’hanno sentito i tanti cittadini della capitale di origine abruzzese, quanti da quella regione lavorano a Roma e quanti dalle rive del Tevere si spostano per lavorare in Abruzzo o per passarvi le vacanze invernali ed estive nelle magnifiche montagne innevate e sulle spiagge assolate dell’Adriatico.

Per questo dico da sempre che i partiti non devono trascurare il ruolo politico di Roma, le esperienze e le sensazioni dei cittadini della capitale, un miscuglio di provenienze regionali che mantengono rapporti con le aree di provenienza, soprattutto meridionali. Questi “romani” di recente generazione trasmettono a parenti e amici delle regioni del Sud i giudizi che maturano sui partiti che governano e che amministrano. E questo inevitabilmente ha penalizzato in passato il Partito Democratico ed oggi il M5S perché Di Maio e compagni non vanno bene al Governo, ma vanno malissimo nella gestione della Capitale.

“Il potere logora”, diceva Giulio Andreotti. Tuttavia aggiungeva “è meglio non perderlo”, cosa non facile, perché giorno dopo giorno l’azione politica e amministrativa è sotto gli occhi dei cittadini che ne traggono le conseguenze, quando sono chiamati a votare.

11 febbraio 2019

 

 

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

***

“Mestieri che scompaiono, nuove professionalità, conquiste scientifiche, progressi o regressi per l’uomo”

Su questi temi parlerà

Domenica 17 febbraio alle ore 10.30

il Professore Avvocato

 EMMANUELE F.M. EMANUELE

“L’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA ROBOTICA:

IL NUOVO MONDO CHE CI ASPETTA”

***

Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “910”,”223”, “52” e “53”

Elogio di Camillo (Zuccoli)

di Michele D’Elia

Direttore di Nuove Sintesi

 

Nel 1972, rientrato dal servizio militare, come membro dell’Alleanza Monarchica feci in tempo a votare contro l’adesione del P.D.I.U.M. al M.S.I. e come membro del F.M.G., battevo la Lombardia in cerca di nuovi frutti.

Camillo è il frutto migliore che io abbia incontrato; Egli era già tra i giovanissimi dell’A.M.

Studente di liceo Lui, insegnante di prima nomina io, entrammo subito in sintonia. Ci univa quel sentimento di amor patrio che si sintetizza nella Monarchia, e che usiamo definire fedeltà al Re e alla Patria.

Il giovanissimo Camillo era continuamente in movimento nell’Alleanza Monarchica ed in generale nel mondo della cultura, della politica e della diplomazia.

Conobbi i Suoi genitori e fui ospite, più volte, nella casa avita di Iseo.

In anni più recenti ho avuto l’onore di essere ospite Suo e della signora Ursula nella casa di Roma, dove conobbi i Suoi figli, ancora bambini, e dove mi rivedo. Anch’Egli era venuto a casa ed aveva conosciuto i miei genitori.

Nel 1998 il grande balzo: Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta a Sofia, dove da tempo frequentava Re Simeone. In veste di Ambasciatore ha fatto solo del bene.

Negli anni percorremmo strade diverse, a volte con accenti polemici, ma sempre leali, come avviene tra uomini liberi. Fummo quindi lontani, poi vicini, poi ancora lontani e finalmente vicinissimi. La sua ultima mail è del 27 gennaio. Tra il 2 e il 3 febbraio Egli cessa di vivere.

Generoso, Camillo ha servito l’Italia e la Monarchia. Lavorando sino alle ultime ore di vita ci ricorda che la morte in ozio stupido non ci può trovare.

Iseo, 6 febbraio 2019

 

(da http://monarchicinrete.blogspot.com)

 

Toninelli indisciplinato. Consegna l’analisi costi/benefici della TAV a Francia e alla Commissione UE ma non ai colleghi di governo

di Salvatore Sfrecola

 

Ha una strana considerazione della collegialità del Governo il Ministro delle infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, il quale ha consegnato all’ambasciatore di Francia in Italia, Christian Masset, l’analisi costi/benefici relativi all’appalto del tratto Torino Lione del corridoio europeo n. 5, Francia – Ucraina, senza averne prima informato il Presidente del Consiglio. Né Giuseppe Conte, infatti, né i vicepresidente Salvini e Di Maio sanno nulla del rapporto della Commissione di studio incaricata di analizzare l’impatto della nuova linea ferroviaria sul bilancio pubblico e sull’economia del Paese. Al di là del fatto che non si conoscono i parametri della valutazione rimessi alla Commissione, è singolare, Salvini lo ha definito “abbastanza bizzarro”, che quelle valutazioni, sulle quali il Governo sarà chiamato a decidere se realizzare o meno la ferrovia o ridimensionare il progetto, siano note a Parigi ed a Bruxelles e non a Roma, se non nelle segrete stanze di Piazza di Porta Pia, dove hanno sede gli uffici di Toninelli.

Anche la Commissione Ue, infatti, “ha ricevuto l’analisi costi-benefici” da parte dell’Italia e “ora la analizzerà”, conferma all’Ansa il portavoce del Commissario Ue ai trasporti Violeta Bulc. Ma in una relazione internazionale l’Italia doveva essere rappresentata dal Presidente del Consiglio oltre che dal Ministro delle infrastrutture, se non altro per quel garbo costituzionale che è necessario per mantenere il senso della collegialità e della colleganza.

Non solo, ad aggravare la sensazione di scollamento nell’Esecutivo giunge l’annuncio del ministero dei Trasporti che “Il Mit ha condiviso con il Governo francese, nella persona dell’ambasciatore di Francia in Italia, l’analisi costi-benefici sul progetto Tav Torino-Lione, come concordato dai Ministri Borne e Toninelli, prima della sua validazione e pubblicazione da parte del Governo italiano”. Insomma, si rimette a Francia e Commissione UE un documento ancora da “validare”. Non c’è veramente limite all’improvvisazione dell’effervescente ministro che baldanzosamente rivendica la sua competenza “esclusiva” ed una “prassi”, secondo la quale si informa prima l’interlocutore francese che il governo italiano, comunque certamente anomala, soprattutto in considerazione della valenza politica del confronto in atto tra alleati di governo. Qualcuno avrebbe dovuto spiegargli che, se è certamente inadeguata la disciplina del Governo che si ricava dall’art. 92 della Costituzione, ha sempre sopperito una “deontologia” costituzionale che vincola al rispetto dello “spirito” della propria funzione in rapporto alla collegialità del Governo assicurata dalla funzione di indirizzo e coordinamento del Presidente del Consiglio (ex art. 5 Cost.) che peraltro neppure era stato informato.

Non ci vuole altro per destare il sospetto che si sia voluto evitare di offrire argomenti alla polemica SI TAV-NO TAV alla vigilia di una importante scadenza elettorale, come il voto regionale in Abruzzo. Forse che quella valutazione costi/benefici ha lati deboli? Così contribuendo ad alimentare la polemica tra Lega, che vuole la TAV, e M5S che non la vuole, con la speciosa argomentazione che è meglio fare tante piccole opere anziché farne una grande. Speciosa, perché in questo Paese, come non si va avanti con la TAV, è ferma anche la manutenzione delle opere minori ma certamente importanti per la sicurezza dei trasporti, perché sappiamo, come ci dimostrano giorno dopo giorno le inchieste giornalistiche, che ponti e viadotti sono spesso in condizioni precarie, che piloni fondamentali per la loro tenuta sono erosi dalle condizioni climatiche e dalla trascuratezza dei gestori, quando non da una inadeguata realizzazione dei lavori. In ogni caso il più elle volte quelle opere sono state progettate per sostenere carichi decisamente inferiori a quelli che lo sviluppo dei mezzi di trasporto registra oggi.

8 febbraio 2019

L’ascensore sociale è fermo? Perché il merito non è riconosciuto nell’unico modo possibile, con adeguata retribuzione - di Salvatore Sfrecola

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI - del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

1941 monta l’ostilità al Fascismo. E la gente guarda alla Corona immaginando la sconfitta - di Salvatore Sfrecola

 

 

 

 

 

 

 


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