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(Leo Longanesi, 1956)

 

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passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

 

Le toghe rosse rifiutano il sorteggio

per tenere in scacco la politica

La Guglielmi, segretario di Magistratura Democratica, spara sulla riforma del CSM: “Rischiamo di essere subalterni all’esecutivo”. Nonostante il caos correnti, l’idea del giudice “creatore di diritto” è dura a morire

di  SALVATORE SFRECOLA

 

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul ruolo “politico” delle correnti organizzate nella Magistratura, a fugarli ci ha pensato Maria Rosaria Guglielmi, Segretario Generale di Magistratura Democratica, certamente la più ideologizzata, definita da Armando Cossutta, storico leader del P.C.I., “componente marxista e classista”, la cui azione, secondo uno dei suoi più noti esponenti, Livio Pepino, “è consistita nella traduzione, sul piano giurisprudenziale, delle posizioni di non subalternità al sistema, di rifiuto della falsa neutralità”. Per “la promozione di scelte giudiziarie nelle quali si affermi la prevalenza degli interessi funzionali all’emancipazione delle classi subalterne, cui del resto la Costituzione accorda specifica tutela, sugli interessi ad essi virtualmente contrapposti e che non sono protetti da analoga garanzia costituzionale”.

Intervenuta su La Repubblica, nel dibattito sulle ipotesi di modifica del sistema elettorale per la scelta dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura, la Guglielmi ha sparato a zero sulla proposta di scegliere la componente magistratuale mediante sorteggio avanzata da più parti, da La Verità, fin dal 9 giugno, e dal Ministro della giustizia Alfonso Bonafede che vi sta lavorando.

L’ipotesi di sorteggio vuol essere una risposta alla distorsione che all’esercizio delle attribuzioni del CSM, individuate nell’art. 105 Cost. (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari), è derivato dal ruolo che hanno assunto le correnti organizzate. Queste scelgono i candidati, contribuiscono alla loro elezione e, quindi, influiscono sulle decisioni che nel Consiglio vengono assunte dagli eletti, indotti a scegliere per posti direttivi nelle Procure, nei Tribunali e nelle Corti d’appello colleghi appartenenti allo stesso orientamento ideologico. Lo dimostra la Guglielmi per la quale l’ipotesi di sorteggio “sovverte del tutto il senso della rappresentanza come aggregazione su idee e visioni diverse (dal ruolo del magistrato nella società, alla modalità di amministrazione della giurisdizione, dal concetto di carriera a quello di dirigenza) e annulla ogni principio di responsabilità (a chi è come risponderanno delle loro scelte i “sorteggiati”?)”. Ed aggiunge che quella riforma costituirebbe “un passo decisivo verso la riduzione del ruolo del Consiglio che, trasformato in organo tecnico amministrativo e di mero governo del personale, è destinato inevitabilmente a essere subalterno alla sfera politica esterna e funzionale alla ristrutturazione in senso verticistico e burocratico dell’ordine giudiziario”.

Anche se all’esponente di MD non piace le attribuzioni del CSM sono amministrative, come abbiamo appena letto nell’art. 105 Cost. e sono di “governo del personale”, funzione per cui “la Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost.). Ne consegue, sostiene il magistrato, che “riconoscere le degenerazioni correntizie, e impegnarsi a contrastarle, deve essere la premessa per rivendicare e difendere il ruolo che storicamente i gruppi hanno svolto nel creare una magistratura consapevole, in grado di portare nell’autogoverno il risultato di elaborazioni culturali collettive e di ritrovarsi unita, attraverso il confronto plurale e aperto, nella difesa dei valori costituzionali della giurisdizione”. Pepino immagina la magistratura come luogo di “pluralismo ideale e politico” che si esprime attraverso una interpretazione “creativa” del diritto, con buona pace della sua certezza. Per cui davanti al giudice non ci si deve preoccupare del suo indirizzo interpretativo ma della sua ideologia politica. Operazione “eversiva”, scrive Giuseppe Valditara, ordinario di diritto romano a Torino nel suo “Giudici e legge” (edito da Pagine nella Biblioteca di Storia e Politica diretta da Domenico Fisichella) quella dei giudici “creatori del diritto”. Ora la  “degenerazione correntizia”, la crisi “senza fondo”, come Ernesto Galli della Loggia ha commentato le intercettazioni che davano conto di accordi per nominare questo o quello a seconda del potere delle correnti, che Magistratura Democratica si impegnerebbe a contrastare nasce dal sistema elettorale che aggrega gli elettori sulla base “di idee e di visioni diverse”, sul ruolo del magistrato nella società, sulle modalità di amministrazione della giurisdizione. E alla Guglielmi che si chiede a chi risponderebbe il componente togato sorteggiato diremo che risponde alla sua coscienza di magistrato impegnato, in quel ruolo, a scegliere, senza condizionamenti correntizi, chi merita di ricoprire una determinata funzione per cultura ed provata esperienza professionale. Anche se di idee “politiche” diverse. Solo così gli italiani torneranno ad aver fiducia nella Magistratura il cui prestigio deriva dall’essere i giudici “soggetti soltanto alla legge” (art.101, comma 2, Cost.), con la conseguenza che, come si legge nelle aule di giustizia, “la legge è uguale per tutti”.

Ora, nessuno dubita che il magistrato, come iusperitum, abbia il diritto-dovere di approfondire idee e visioni sul ruolo delle regole del diritto sostanziale e processuale nelle quali si realizza la Giustizia. Può, quindi, ritenere opportune o necessarie riforme più adeguate al momento storico nel quale opera. Tuttavia questa sua opzione “politica” deve rimanere fuori della decisione che egli assume. Diversamente si farebbe egli stesso legislatore, cosa che non gli è consentita in un ordinamento liberale retto dalla regola della distinzione dei poteri: le leggi le fa il Parlamento, la Magistratura le applica, con il solo limite di sollevare eventuali questioni di costituzionalità ove ritenga che la norma sia in contrasto con regole della Costituzione.

Infine va detto che c’è un pericolo alle viste, che la degenerazione che tutti riconoscono possa provocare qualche riforma che limiti l’indipendenza dei giudici, un valore per tutti, il nucleo centrale della democrazia, anche quando nel caso concreto non fa comodo.

(da La Verità del 19 luglio 2019, pagina 13)

 

 

Frammenti di riflessioni

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia comunitaria

Se i giudici di appello sono chiamati a decidere sulla fondatezza delle accuse e raggiungono un verdetto di condanna dopo l’assoluzione in primo grado, è necessario che i giudici procedano a un esame diretto delle prove. In particolare, la Corte di appello, che decide la condanna giudicando i testi attendibili dopo che i giudici di primo grado li hanno ritenuti non attendibili, deve procedere a una nuova audizione degli stessi e non può limitarsi a decidere sulla base della trascrizione delle testimonianze (Cedu, Sez. I, n. 63446/13, sent. 29 giugno 2017, con commento di M. Castellaneta, “Per ribaltare in appello un giudizio di primo grado i giudici devono procedere all’esame diretto delle prove”, in Guida dir., n. 33/2017, 96 ss.).

 

Rileggendo Gervaso

Nel libro di Roberto Gervaso (Italiani pecore anarchiche, Milano, 2003), più volte citato in questi Frammenti, raccomandiamo a tutti di leggere, o rileggere, il lungimirante Prologo del volume (p. 11 ss.).

Il peggiore dei tanti difetti di noi italiani, “figlio dello scarso carattere, è il trasformismo, mix di conformismo e opportunismo”.

È vero che siamo una stirpe di poeti, santi, navigatori, artisti, ma anche di camaleonti che cambiano idee e casacca secondo l’aria che tira.

Ma, in Italia, non è facile vivere “perché troppe cose non funzionano, e quelle che funzionano potrebbero funzionare meglio”.

Non funziona la burocrazia, “arrogante e servile, arruffona e sprecona, che ha una difficoltà per ogni soluzione e un cavillo per ogni certezza”.

Non funziona il fisco, “la più affilata e spietata spada di Damocle”.

Non funziona la giustizia, “che in primo grado, dopo dieci anni, ti dà torto; in secondo, dopo altrettanti, ti dà ragione. E a babbo morto, in Cassazione, ti condanna o ti assolve, prosciugando i tuoi risparmi”.

“Il guaio è che la nostra democrazia è nata tardi e male o, comunque, non come sarebbe dovuta nascere… Anche se si proclama tartufescamente tale, la nostra non è una democrazia perché questa presuppone uno Stato forte, che non significa autoritario, ma autorevole”.

“Morale: sforziamoci di cambiare, ma senza farci troppe illusioni… E senza mai dimenticare che questa è l’Italia perché questi sono gli italiani”.

 

Ancora toghe sporche

In un recente e ben documentato servizio apparso su L’Espresso (n. 26/2019, 36 ss.), Paolo Biondani e Emiliano Fittipaldi tornano sullo “tsumani che ha investito la magistratura”.

Le intercettazioni dei soliti noti “stanno terremotando non solo la giustizia italiana, ma anche molti palazzi del potere, travolti da un vortice di ricatti incrociati, abusi, minacce e dossieraggi… Registrazioni alla mano, i comportamenti di toghe e politici (al di là della rilevanza penale ancora tutta da dimostrare) sembrano lontani da qualsiasi canone istituzionale e deontologico. E raccontano trame di potere intessute nell’ombra, per spartirsi poltrone e per curare interessi personali e giudiziari”.

Gli autori del servizio ricordano, tra l’altro, come, “nel febbraio 2018 il Sistema Siracusa salta in aria: Amara e Calafiore vengono arrestati per associazione per delinquere, corruzione giudiziaria e altri reati assortiti. Sono accusati di aver gestito per anni un sistema di corruzione di magistrati, in particolare giudici amministrativi del Consiglio di Stato, sia a Roma che in Sicilia. A luglio finisce in manette anche il pm Longo”.

Comunque, le indagini sulle toghe sporche si sono, intanto, allargate e intrecciate, disegnando un “sistema complesso di tangenti e favori”.

Ma non è ancora possibile stabilirne la consistenza e la rilevanza concrete. Certo è che l’inchiesta sulle toghe sporche ha seriamente, se non definitivamente, compromesso la credibilità della nostra giustizia, di ogni ordine e grado, già da tempo impantanata in acque limacciose e insalubri, priva oltretutto di un valido nocchiere capace di ricondurla, presto e bene, sulla “diritta via” ormai smarrita.

 

Un libro da leggere

È quello di T. Nichols, “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia” (trad. it. di C. Veltri, Roma, 2019).

Come si legge nel risguardo di copertina, il grande sviluppo tecnologico della nostra era ci ha dato accesso a una quantità di informazioni senza precedenti. Il risultato, però, non è stato l’inizio di un nuovo illuminismo, ma il sorgere di un’età dell’incompetenza in cui una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato sembra avere la meglio sul tradizionale sapere consolidato.

Il capitolo iniziale è dedicato a “esperti e cittadini” e, più in particolare, alla categoria degli spiegatori. “Tutti noi li abbiamo incontrati. Sono nostri colleghi, nostri amici, membri della nostra famiglia. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni con un’istruzione, altri armati solo di un computer portatile o della tessera di una biblioteca. Ma tutti hanno una cosa in comune: sono persone mediocri che credono di essere dei pozzi di scienza. Convinti di essere più informati degli esperti, di avere conoscenze più ampie dei professori e maggiore acume rispetto alle masse credulone, sono gli spiegatori, sempre felicissimi di illuminare noi e gli altri su qualsiasi argomento, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli dei vaccini”.

Ma “la verità è che non possiamo funzionare se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui”.

In definitiva, “nella vita intellettuale, che per la sua stessa essenza richiede e presuppone la qualità, si avverte il progressivo trionfo degli pseudo-intellettuali senza qualifica, inqualificabili o squalificati per la loro stessa struttura”.

 

Morte di Andrea Camilleri

Il 17 luglio è deceduto in Roma Andrea Camilleri, all’età di 93 anni, suscitando unanime rimpianto. Scrittore prolifico e di indubbio valore, autore di ben cento volumi.

 

 

Buona memoria o l’oro di Mosca

di Domenico Giglio

 

Avere una certa età ed una buona memoria consente di non stupirsi o meravigliarsi di fronte ad eventi attuali, come adesso il caso di possibili finanziamenti russi ad un movimento politico italiano e della scoperta che su tale problema la magistratura milanese avesse aperto da mesi un fascicolo. Peccato che anni or sono, parliamo degli anni 1950 e 1960, né a Milano né in altre procure fossero stati aperti analoghi fascicoli su finanziamenti, questa volta reali, consistenti, effettivi, che sempre da Mosca, allora URSS (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche), partivano a beneficio del Partito Comunista Italiano consentendogli una disponibilità economica per sedi del partito, giornali, manifesti e propaganda che surclassava gli altri partiti italiani, salvo briciole per i socialisti nenniani. E di questi finanziamenti vi erano state date notizie su giornali non comunisti, vi erano state indagini giornalistiche accurate e documentate, per cui non erano rimaste segrete, ma evidentemente in molti posti di comando, non solo giudiziari, ma anche governativi vi erano le famose scimmiette che non vedevano, non udivano e non parlavano, mentre se avessero visto, udito e parlato, forse la storia italiana da quegli anni avrebbe preso un diverso indirizzo. Ma specie la Democrazia Cristiana allora preferiva operare per dividere il partito monarchico, suo pericoloso concorrente, specie nel Meridione e perché non si costituisse alla sua destra un consistente coagulo liberaldemocratico, alieno da nostalgie, tralasciando la battaglia anticomunista, per la quale aveva preso i voti e lasciando che i comunisti si infiltrassero in tutti i settori della vita non solo politica e se poi, decenni dopo, il crollo dell’URSS coinvolse nella caduta anche i partiti comunisti occidentali i meriti vanno cercati altrove.

19 luglio 2019

 

 

Le pensioni di piombo

di Domenico Giglio

 

Mi auguro che molti abbiano letto, specie se uomini politici e/o di governo, in primis gli attuali, l’articolo uscito sul supplemento settimanale “L’Economia” del “Corriere della Sera”, dell’8 luglio, titolato “Rendite amare. Pensioni inadeguate” di Antonietta Mundo ed Alberto Brambilla, relativo all’esproprio effettuato dal governo, esecutore materiale l’INPS, sulle pensioni medie di tanti funzionari, professionisti, dirigenti, con una perdita incredibile in termini monetari, per cui chi parla di “pensioni d’oro”, o ignora totalmente il problema, o è volutamente disinformato, o, ancora peggio è una squallido demagogo (guai ai ricchi!) o è in malafede.

Per cui è necessario partire dall’inizio quando si andava in pensione, con il retributivo, con l’80% delle ultima retribuzioni, avendo 40 anni di contributi. In realtà l’80% riguardava solo una prima fascia di retribuzione, intorno ai 32 milioni delle vecchie lire, per poi scendere al 60, poi al 50 ed infine al 40% sugli importi di retribuzione superiori alla prima fascia. A titolo indicativo da una retribuzione di 100 milioni, si arrivava ad una pensione di poco superiore ai 60 milioni, già con una perdita netta di circa il 40% sull’ultima retribuzione, e conseguente abbassamento del tenore di vita. Se questa cifra iniziale fosse stata aggiornata annualmente al costo della vita, sia pure con qualche iniziale disagio, i pensionato poteva anche accettare. Ma la realtà fin dall’inizio si dimostrò ben riversa, perché l’aggiornamento era anch’esso valutato su multipli della pensione base minima, per cui a livelli di pensione sopra accennati l’adeguamento si riduceva drasticamente. Il peggio, però doveva ancora avvenire quando un governo, non comunista di nome, ma di fatto, retto da quei cattolici di sinistra, che confondono la media borghesia con quei “ricchi” che non possono passare per la “cruna di un ago”, sterilizzò completamente ogni adeguamento, trovando connivente, anche una Corte, a sua volta emanazione partitica, che giustificò sia pure “temporaneamente” questa manomissione, e così via via, anche con altri governi, in nome della (in)giustizia sociale. Ora, tutto ciò premesso vediamo in quanto è consistita la perdita, in termini economici della pensione così come risulta documentato e precisato nell’articolo citato all’inizio.

Gli autori, limitando la loro indagine al mancato adeguamento al periodo di 14 anni dal 2006 al 2019, (per molti pensionati dovrebbe calcolarsi anche il periodo precedente che in molti casi risale agli anni 1990-2000) hanno individuato perdite di più del 50% per pensioni lorde annue di meno di 40.000 euro, e che arrivano a sfiorare il 100% per un lordo annuo intorno ai 60.000 euro, per poi, trionfalmente (per INPS) superare il 100% per pensioni superiori. I rivoluzionari francesi ghigliottinavano, i rivoluzionari bolscevichi fucilavano, i comunisti cinesi rieducavano quelli che non avevano eliminato, i comunisti cambogiani pure eliminavano, i cripto comunisti italiani hanno preferito lentamente strangolare la media (ed anche piccola) borghesia, sulla cui scomparsa versano, oggi, lacrime di coccodrillo.

15 luglio 2019

 

 

Sovranismo, democrazia, populismo

di Salvatore Sfrecola

 

La riflessione più recente in tema di “sovranismo” è del 14 dicembre 2018 e si rinviene nei contributi al Convegno internazionale promosso dalla rivista on-line Logos su “Sovranità, democrazia e Libertà” di studiosi di economia e diritto provenienti da alcune tra le più prestigiose università del mondo, da Navarra a Torino, da Washington a Pisa, a Budapest, Cambridge, Oxford, Salisburgo, Stoccolma, Tel Aviv. Nelle loro relazioni è delineato una sorta di “Manifesto dei sovranisti” con l’ambizione di dare avvio ad una “internazionale sovranista” per ribadire le ragioni di quella reazione crescente che, in Europa e non solo, si oppone ad una visione del mondo che, globalizzato nell’economia, si vorrebbe anche avviato verso la perdita di ogni riferimento culturale, ideologico e identitario, tradizionalmente collegato al concetto di Nazione, espressione delle radici più profonde dei popoli, per sostituirla con una società “mondialista” senza valori, senza stati, senza confini, dove l’economia è destinata a prevalere sulla politica. L’Italia, nella quale il richiamo all’identità è stato uno dei fattori ideologici fondamentali che hanno accompagnato il processo risorgimentale e l’unificazione nazionale, si candida, dunque, alla guida del movimento sovranista, di una coalizione che comprenda i popoli e le forze politiche che oggi stanno lottando per un’Europa diversa, che sia patria dei diritti politici secondo l’insegnamento del Barone di Montesquieu che giustamente Giuliano Amato, in occasione del discorso di insediamento della Convenzione europea istituita per scrivere la Costituzione dell’Unione, aveva constatato non essere “mai passato da Bruxelles”, per segnalare quel deficit di democrazia e quella ambiguità nei rapporti tra le istituzioni che l’autore dell’Esprit des lois avrebbe severamente censurato, convito che la separazione dei poteri sia il cardine della democrazia parlamentare.

Nel 2003 l’Europa non volle riconoscere le proprie radici cristiane eppure evidenti nelle sagome delle cattedrali, che svettano da Nord a Sud del Continente, come soleva dire Robert Schuman, uno dei padri della Comunità della quale furono gettate le basi proprio in una sua Dichiarazione del 9 maggio 1950 che delineava l’avvio del “sogno europeo” mettendo insieme le produzioni di carbone e di acciaio, essenziali nella ricostruzione post bellica. L’Europa che – si legge - “non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme”. E sarà “l’unione delle nazioni”, della realtà viva delle singole comunità che si alimenta della vitalità dei corpi sociali intermedi, chiesa, associazioni, corporazioni, classi sociali con la loro “imprescindibile funzione di cuscinetto tra il potere individuale e quello dello Stato”, come ha scritto Robert Nisbet, tra i principali studiosi del conservatorismo. Quella realtà culturale che gli eredi della Rivoluzione Francese vorrebbero annullare nello stato centralizzato, che nega l’autonomia delle istituzioni territoriali e, dove le condizioni storiche lo richiedono, il federalismo.

A definire un’idea identitaria “forte”, che è al fondo della scelta sovranista, ci ha pensato, a conclusione del convegno milanese, Giuseppe Valditara, ordinario di diritto romano a Torino ed oggi Capo Dipartimento istruzione universitaria e ricerca del MIUR, autore di Sovranismo”, Una speranza per la democrazia”, convinto che “per sapere dove vogliamo andare, quale futuro dare alla nostra società, dobbiamo recuperare la consapevolezza dei nostri valori di riferimento”. Per dare una risposta a quanti negli anni hanno cavalcato la fine delle ideologie, ritenute fonte di tutti i mali del XX Secolo. Così facendo venir meno anche le idee che nel corso degli anni avevano delineato il pensiero, la filosofia dei movimenti e dei partiti che, divenuti via via avidi gestori del potere, la “partitocrazia” di Giuseppe Maranini, hanno sempre più screditato agli occhi dei cittadini e degli elettori le ragioni della politica, il valore delle tradizionali distinzioni, Destra e Sinistra, conservatorismo e progressismo, nell’illusione che pace e prosperità sarebbero state assicurate dalla globalizzazione dell’economia e da quella dimensione cosmopolita e internazionalista ostile a riconoscere il valore politico dei fenomeni identitari. Come quel nazionalismo liberal conservatore che, scrive Andrea Geniola nella prefazione a “Nazionalismo banale” di Michael Billig, è una identità che “sopravvive alla globalizzazione”, a quegli interessi finanziari internazionali che traggono vantaggi da una società senza frontiere. Secondo la logica “mercatista” denunciata da Giulio Tremonti che esige una immigrazione di massa incontrollata per assicurare ai produttori manodopera a basso costo e aumentare i profitti e condizionare i poteri degli Stati, ultimo vero ostacolo al dominio incontrastato dei mercati, all’omologazione dei popoli. Sovranismo, dunque, per andare oltre gli slogan dei movimenti sbrigativamente definiti “populisti”, quasi sempre privi di senso identitario, come il Movimento 5 Stelle, sicché la qualificazione ha assunto un significato a volte dispregiativo e comunque limitativo dell’offerta politica.

(Contributo a “Sovranismo vs populismo, La genesi e le peculiarità dei due movimenti che stanno cambiando gli equilibri dell’Europa”, n. 6/inverno 2019 di Nazione Futura)

 

 

In ricordo di Antonio Galano

di Salvatore Sfrecola

Ciao Antonio, amico da anni lontani, nei quali pensiero e azione ci hanno accomunato, tanto ci piaceva discutere e approfondire, fare ipotesi ed attuare iniziative, guardare lontano, forse, a volte, sognare.

Ti daremo un saluto non formale domattina, nella Chiesa di San Pio X alla Balduina a poche decine di metri dalla tua abitazione, in quel viale delle Medaglie d’oro, arteria centrale di un quartiere che ricorda eroi e martiri, italiani che hanno servito con onore la Patria, spesso con sacrificio della vita. Da Luigi Rizzo, l’intrepido comandante del Mas che ha violato la munitissima base austriaca di Buccari, ad Ugo de Carolis, il Maggiore dei Carabinieri impegnato a Roma contro i tedeschi invasori insieme al Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Entrambi catturati dalla Gestapo finirono alle Fosse Ardeatine dopo essere passati per la prigione di via Tasso.

Le avevi illustrate più volte con dovizia di riferimenti le gesta di questi soldati. Ricordo, in particolare la tua conferenza al Circolo Rex. Avevi condotto una ricerca approfondita, sicché alcuni nomi che per molti di noi indicano solo vie e piazze hanno assunto attraverso le tue parole le dimensioni autentiche di personalità forti, decise a tenere alto il vessillo della Patria che per i militari era anche fedeltà al giuramento prestato al Re. Personalità diverse, esperienze diverse, ma di tutti ricordavi l’impegno condotto senza timore per la propria persona, convinti che quello di prendere le armi contro l’invasore per riscattare l’onore dell’Italia fosse un dovere da compiere a qualunque costo.

Ci eravamo sentiti e visti ancora di recente. Mi avevi detto nei giorni scorsi “vieni a trovarmi”. Non ho avuto il tempo e adesso me ne rammarico. Eri stato discreto, come sempre, sulla tua salute. Non avevo capito, non pensavo che ci avresti abbandonato così presto.

Alla notizia ho pianto. Avevo trattenuto le lacrime in altre occasioni, anche familiari. Ma ieri non sono riuscito. È stato un pianto silenzioso. Ed ho ripercorso gli anni, i tanti anni della nostra militanza nel Fronte Monarchico Giovanile, a via Rasella, in quel Palazzo Tittoni dove abbiamo imparato a sperimentare la difficile politica monarchica in tempo di repubblica, guidati da quel “l’Italia prima di tutto” che ci aveva lasciato Re Umberto II, che andammo a salutare a Beaulieu sur mer. Avevamo viaggiato tutta la notte in treno, senza dormire, solo parlando di politica.

Qualcuno di noi era attratto dall’impegno nei partiti. Liberali entrambi, ma tu impegnato direttamente, sentivamo il fascino del Risorgimento delle libertà, di quel periodo di vigorosa aspirazione all’unità di quanti, provenendo da ogni angolo d’Italia, mettevano a disposizione di quell’ideale, invano perseguito lungo i secoli, le intelligenze della migliore gioventù. Tutti volevano che gli italiani “calpesti/desiri”, perché “non siam popolo perché siam divisi”, si ritrovassero in un unico Stato, che fu possibile solo grazie all’impegno coraggioso dei Sovrani di Casa Savoia che osarono contro l’Imperial Regio Governo e la sua potenza militare. Un faro nell’Italia dai sette staterelli che perfino il campione dei repubblicani, Giuseppe Mazzini, identificò pubblicamente in una celebre lettera a Vittorio Emanuele II come unica speranza d’Italia. Di questo parlavamo, impegnati tuttavia ad attualizzare il messaggio che ci proveniva da quegli uomini, un messaggio di speranza anche per oggi, un tempo nel quale ricerchiamo la nostra identità di italiani e di europei per sopravvivere alla fine delle ideologie che spesso ha travolto anche le idee che hanno alimentato la filosofia politica.

Quante battaglie nell’ambito del Fronte Monarchico Giovanile e dell’Unione Monarchica Italiana, quando mettevamo a confronto esperienze ed aspirazioni, diverse secondo l’indole, la formazione professionale, gli studi condotti. Eravamo tanti ed impegnati in vario modo. Vorrei fare qualche nome ma sono certo che ne dimenticherei qualcuno, non per mancanza del ricordo ma perché la mente vaga tra immagini in bianco e nero ed a colori che fanno emergere volti che si ricorrono, amici ed amiche dei quali sento la voce, percepisco l’accento della regione di provenienza, battute che sono rimaste nel mio patrimonio di esperienze umane straordinarie.

Poi, passato il tempo dell’impegno giovanile il lavoro ci ha costretto a diradare gli incontri, ma ogni occasione era propizia per ritornare sulle nostre idee che continuavano ad essere oggetto di riflessione mentre l’Italia si avviava, da una repubblica all’altra, a perdere il senso della sua storia, volutamente lasciata da parte, non solamente nel dibattito politico ma anche nella scuola, perché i giovani non sapessero che uomini illustri avevano sacrificato la loro vita personale e professionale per dedicare le migliori energie all’interesse nazionale, perché passasse la versione dell’italiano arruffone, che approfitta di quanto può e come può, soprattutto se svolge una funzione pubblica, per cui troppo spesso gente senza arte né parte oggi può aspirare a ricoprire compiti parlamentari e di governo e ad arricchirsi quando un tempo chi svolgeva un ruolo pubblico inevitabilmente sacrificava patrimonio e professione per servire lo Stato, per indossare “la giubba del Re”, come titola un libro famoso sulla corruzione scritto da Piercamillo Davigo, per ricordare come nel suo paese fosse un onore servire lo Stato.

Abbiamo seguito questo degrado, caro Antonio, e ne abbiamo parlato più volte negli ultimi anni nella speranza di poter contribuire in qualche modo alla rinascita di questo nostro Paese. Non ci siamo mai scoraggiati ed anche di recente ci eravamo ripromessi di discuterne. Non ce l’abbiamo fatta. Ma non disperiamo neppure questa volta. Continuerò fingendo che tu sia accanto a me ad aiutarmi a riflettere e ad operare per la Patria nostra amatissima.

Ciao Antonio, amico mio.

Salvatore

21 giugno 2019

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Giustizia amministrativa

È illegittimo il decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, emanato di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, del 12 febbraio 2018, nella parte in cui fissa il compenso lordo minimo per i componenti della commissione giudicatrice (Tar Lazio, Sez. I, 31 maggio 2019, n. 6926, con commento di L. Grassucci, “Illegittima la previsione con decreto ministeriale di un compenso minimo per i commissari di gara”, in www.Italiappalti.it, 5 giugno 2019).

Nomine del CSM ed altro

Come avevamo già previsto in questi Frammenti, anche le prossime nomine del CSM non sfuggono a ricorrenti critiche che possono proiettare ombre sospette sui comportamenti della magistratura, a tutto detrimento di quanti domandano giustizia.

Occupandosi dello spinoso problema, Marco Travaglio (“Chi perde vince”, il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2019) ricorda, non a caso, quanto avvenuto, anni addietro, per la nomina del Procuratore di Palermo che provocò un ricorso al Tar del Lazio degli esclusi, che accolse il gravame. Decisione, poi, disattesa dal Consiglio di Stato, in sede di appello, con una tutt’altro che esemplare sentenza (Presidente del Collegio ed estensore, successivamente coinvolti in altre scabrose vicende).

Auguriamoci che di qui a poco tutto possa concludersi nel pieno rispetto della legge e non mediante regole e criteri inesistenti, rabberciati per la bisogna.

Sono, infatti, quelli odierni, tempi particolarmente duri per la credibilità della magistratura di ogni ordine e grado.

In un recente e magistralmente documentato articolo, Emiliano Fittipaldi (“Magistratura dipendente”, L’Espresso, n. 24/2019, 10 ss.) osserva che “nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili”.

Al “mercato delle sentenze”, quanto emerge per le nomine del CSM è connesso ad altre “inchieste che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese… come quella su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di stato…Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del bel Paese”.

Né è da meno il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, “campo da gioco preferito” da un ben orchestrato “gruppo di faccendieri”.

In realtà, l’ultima inchiesta sul CSM “dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l’indipendenza della magistratura”.

Ma una cosa è certa. Ormai l’organo di autogoverno della magistratura ha perso ogni affidabilità per il palese discredito che ha gettato sull’intera categoria che ha preteso di rappresentare.

Propaganda politica nella scuola

Una insegnante di scuola media statale di Palermo è stata sospesa dal servizio per non aver vigilato sul lavoro degli alunni che, nella ricorrenza del 25 aprile, hanno presentato un video nel quale si accomunano le leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza voluto dal Ministro Salvini.

È, a tale riguardo, da condividere quanto posto in risalto da Salvatore Sfrecola (“Teacher ride per la prof. di Palermo. A scuola è l’ora dell’indottrinamento”, La Verità, 2 maggio 2019, 12) e cioè che della docente “si può dire, con ragionevole certezza, che non ha saputo spiegare come le leggi razziali siano un unicum nell’ordinamento giuridico italiano e non possono essere poste a confronto con la legislazione sulla sicurezza, come tutte le leggi criticabile, ma assolutamente non associabile alla legislazione razziale”.

Dopo siffatto precedente, ripristinato l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, non si può non temere che le lezioni di tale materia possano trasformarsi in riprovevoli espedienti di propaganda politica.

Sul Codice degli appalti

Il Ministro Salvini ha dichiarato che si rende ormai quanto meno necessaria una sospensione biennale del Codice degli appalti.

L’iniziativa del Ministro merita attenta considerazione con l’auspicio che, trascorso il biennio, venga in toto sostituita, entro breve e perentorio termine, questa sorta di pateracchio, denominato Codice, palesemente inadatto ed ostativo alle finalità che intende perseguire. Situazione questa che l’eventuale conversione dell’ultimo decreto in materia non può riuscire a sovvertire.

Invero, il Codice appalti risulta, sotto molteplici profili, decisamente inadeguato perché frutto di innumerevoli rimaneggiamenti che lo rendono di ardua applicazione concreta, dando così ampio spazio ai magistrati per la strutturazione ondivaga degli istituti ed alla burocrazia per rallentare ad libitum i tempi di inizio dei lavori.

Mentre taluni sostengono che l’unico mezzo per vincere la corruzione è comunque necessaria una normativa minuziosa, altri ritengono che, pur non potendosi considerare buona parte degli imprenditori integerrimi gentiluomini, non possono certamente essere ritenuti aprioristicamente affiliati alle cosche mafiose.

In ogni caso, sono sempre da escludere le assurde gare al ribasso che hanno indubbiamente influito negativamente su ogni lavoro appaltato.

Anche Totti dice addio alla Roma

Francesco Totti, con apprezzabile e condivisibile gesto di dignitosa rilevanza, lascia la Roma di cui ancora oggi rappresenta un glorioso passato.

Alla società e alla squadra altro non resta che un inutile ciarpame.

Addio grande, indimenticabile Capitano.

 

Il C.S.M. nella bufera. La soluzione passa attraverso una riforma costituzionale che preveda il sorteggio e non l’elezione dei membri togati

di Salvatore Sfrecola

Mio padre amava ripetere che il magistrato dev’essere come il prete, attento alle frequentazioni, in modo da app