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Un Sogno Italiano martedì, 19 marzo 2019 ultimo aggiornamento

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Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi

(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

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Il Ministro Bonafede vuole più severe per violenze e maltrattamenti alle donne. Ma sa bene che nella realtà le sanzioni penali non sono un deterrente

di Salvatore Sfrecola

 

Nel tentativo di frenare la drastica riduzione dei consensi indicati dai sondaggi (le intenzioni di voto) e certificata dai risultati elettorali in Friuli, Abruzzo e Sardegna Luigi Di Maio ed i suoi vanno alla rincorsa del Ministro dell’interno e leader della Lega, Matteo Salvini, che vola nei sondaggi avendo cavalcato con successo il temi della immigrazione e della sicurezza, intimamente connessi, come sentono gli italiani. E così il Ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, annuncia l’inasprimento delle pene per i reati di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e stalking (chissà perché il provincialismo italiano impone parole straniere quando la nostra bella lingua comprende tutto; nella specie molestie variamente aggettivabili). Lo fa, perché, spiega, per “stare dalla parte delle donne non servono parole, ma i fatti”.

Come si potrebbe dissentire! Sennonché il Ministro si dovrebbe preoccupare non tanto dalla misura delle pene, quanto della normativa che le riduce in talune circostanze con l’effetto di mettere in dubbio agli occhi dei cittadini la certezza della pena, alla quale lo Stato affida la sua credibilità, anche a tutela delle vittime del reato alle quali nessuno sembra prestare attenzione.

Il Ministro, infatti, sa bene che non basta minacciare il carcere se, poi, quelle pene, nella misura prevista dal codice e comminata dai giudici, non sono integralmente scontate.

È un argomento ricorrente nel dibattito sulla Giustizia insieme a quello della lunghezza dei processi che favoriscono la prescrizione dei reati e giungono a sentenza in tempi lontani dai fatti, sicché si perde anche l’effetto deterrente della pena. Altrove non è così. Gli ordinamenti degli stati sono sempre attenti agli effetti del processo e si assicurano che la sentenza abbia completa esecuzione, qualunque sia la sanzione. In questo ameno Paese, invece, rimangono spesso ineseguite anche le sanzioni pecuniarie o interdittive, ritenute a ragione possibili misure alternative nel caso di reati bagatellari, quelli che non destano particolare allarme sociale. Basti pensare che, quando alcune condotte illecite sono state depenalizzate, gran parte delle sanzioni amministrative sostitutive o non sono state applicate, per la difficoltà delle Prefetture improvvisamente inondate dai relativi procedimenti, o non sono state pagate. Tantissime sanzioni amministrative sono state dichiarate prescritte. Parliamo di molti miliardi di lire.

Tornando alle pene da scontare in carcere dobbiamo prendere atto che è assai raro che lo siano integralmente a causa di riduzioni generosamente previste per effetto della buona condotta, intesa come assenza di comportamenti scorretti mentre si dovrebbe conseguire ad una accertata rieducazione del condannato, come prescrive il terzo comma dell’art. 27 Cost.. Non solo, ricorrenti misure di clemenza vengono adottate con notevole frequenza in particolare da quando l’Italia è stata censurata in sede europea per il sovraffollamento delle carceri. Così i Governi, sempre a corto di risorse, invece di costruire nuove carceri, preferiscono “liberare” un po’ di delinquenti.

Giustizia lenta, civile e penale, incertezza delle pena, non occorre altro perché gli imprenditori stranieri giungano alla conclusione che non è prudente investire in Italia. Anche perché, come titola un interessante libro di Piercamillo Davigo, “In Italia violare la legge conviene” e ne dà ampia dimostrazione concludendo che “le sanzioni penali non sono un deterrente”.

L’esternazione dall’evidente sapore elettorale del Ministro Bonafede è, dunque, gravissima perché non proviene da un parlamentare qualunque di quella “Compagnia di ventura” che si è rivelato il Movimento 5 Stelle. Lui conosce le norme, ha le statistiche dei processi e delle carceri e sa che la pena che minaccia nel caso di violenze e molestie, come per altri reati, non sarà scontata integralmente. Insomma la sua iniziativa ricorda da presso le famose “grida” di manzoniana memoria che non servono a nulla in una società in crisi di idee e di valori. È solo demagogia preelettorale che serve ad assicurare un po’ di visibilità sui giornali e nelle trasmissioni di approfondimento politico vicine al Movimento. Infatti al Ministro basta la notizia ripresa dai media, lo slogan, da buon allievo di Di Maio e del suo maestro Matteo Renzi, un altro che di chiacchiere ne ha fatte tante e dalle quali è stato sommerso. Tanto se alle pena non segue la detenzione corrispondente se ne parlerà più avanti. E gli italiani, si sa, hanno la memoria corta.

19 marzo 2019

 

 

 

17 marzo 1861: nasce lo Stato unitario, il Regno d’Italia

di Salvatore Sfrecola

 

Se l’Italia di oggi rispettasse la sua storia il 17 marzo sarebbe la festa dello Stato unitario, nato da quel movimento politico culturale che chiamiamo Risorgimento che vide la convergenza di uomini di pensiero e di azione provenienti da ogni angolo della Penisola per dare corpo ad una antica spirazione all’unità. Fu un “miracolo”, come ha titolato Domenico Fisichella un suo bel libro, perché non era facile, nella frammentazione politica che caratterizzava l’Italia da troppo tempo, costruire dalla molteplicità uno Stato solo.

Fu opera di tanti che videro, tuttavia, nel piccolo Regno di Sardegna un riferimento ineludibile, per la coerenza con la quale i sovrani di Casa Savoia avevano difeso lo Statuto Albertino, la legge delle libertà, mentre altri regnanti, costretti a concedere una costituzione sotto la spinta dei moti liberali e rivoluzionari l’avevano revocata al consolidarsi del loro potere dispotico con il concorso delle baionette austriache.

Espressione di questa convergenza di intenti nonostante le diversità ideologiche è la lettera di Giuseppe Mazzini al Re Vittorio Emanuele II nel settembre del 1859: “io repubblicano, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, sclamerò nondimeno coi miei fratelli di patria: preside o re, Dio benedica a voi come alla nazione per la quale osaste e vinceste”.

E fu il Regno d’Italia, consacrato dal voto del Parlamento, come ricorda la legge n. 4671 del Regno di Sardegna, n. 1 del Regno d’Italia. “Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861”.

Era nato uno Stato unitario laddove, appena un paio d’anni prima, ve n’erano addirittura sette. Era nato per voto del Parlamento Subalpino da deputati eletti solo pochi mesi prima, nel gennaio dello stesso anno, la cui provenienza già attestava la realizzazione, de facto, dell’Unità. Le elezioni, infatti, si erano tenute in tutte quelle regioni che, attraverso i plebisciti, nel corso dell’anno precedente avevano chiesto l’annessione al Regno sabaudo. Così, accanto a Camillo Benso di Cavour nell’esecutivo, nel quale il conte ricopriva anche i dicasteri della Marina e degli Esteri, alla Giustizia sedeva un piemontese (Cassinis), all’Agricoltura un siciliano (Natoli), alla Guerra un emiliano (Fanti), alle Finanze un livornese (Bastogi), ai Lavori pubblici un fiorentino (Peruzzi), all’Istruzione un napoletano (De Sanctis).

L’Italia si poneva dunque come una realtà politica essenziale nel Mediterraneo in un contesto di contrasti tra Francia ed Austria e di contrapposizione di interessi per il dominio delle rotte marittime in un’area di estremo interesse per gli equilibri nei rapporti politici, economici e commerciali con il Medio Oriente, una prospettiva che il Conte di Cavour aveva indicato fin dal 1846, preziosa per l’Italia e per il suo sviluppo economico, con i suoi porti di Napoli e Palermo. “L’Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali, scriveva. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa”. Una straordinaria intuizione, mai effettivamente colta dalla politica.

Purtroppo, ad appena una decina di settimane dalla proclamazione dell’Unità, quello straordinario statista, il principale architetto dell’Unità, moriva a soli 51 anni nella sua residenza di famiglia, stroncato dalla malaria contratta per l’assidua cura delle sue amate risaie. L’Italia aveva perduto nel momento di maggior bisogno, nella difficile opera di unificazione amministrativa dello Stato in una realtà variegata per esperienze politiche e culturali, un uomo insostituibile, che sarebbe stato rimpianto da molti. Ancora oggi.

17 marzo 2019

 

 

All’annuncio del Congresso mondiale della famiglia scoppia la bagarre

di Salvatore Sfrecola

 

È come un effetto condizionato, parli di famiglia naturale (padre, madre, figli) e vanno in onda pregiudizi e luoghi comuni.  Così, in vista del Congresso mondiale della famiglia che quest’anno si tiene in Italia, a Verona, su “Il vento del cambiamento: l’Europa e il movimento globale pro-family”, scoppia la bagarre. Luigi Di Maio l’ha definito il ritrovo di una “destra di sfigati”. Aggiungendo che “chi si permette di dire che le donne devono stare in casa, come esseri inferiori, non sta nella mia cerchia di amicizie e frequentazioni”. Per il Sottosegretario grillino Stefano Buffagni: “a Verona andrà in scena il Medioevo”, mentre il collega Vincenzo Spadafora, fedelissimo di Di Maio, responsabile delle “pari opportunità”, Palazzo Chigi non deve dare il patrocinio al meeting. Al quale interverranno, oltre al vicepremier Matteo Salvini e al ministro Lorenzo Fontana, il titolare dell’Istruzione, Marco Bussetti, il senatore Simone Pillon (lo stesso del contestato disegno di legge su separazione, divorzio e affido condiviso), il Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, studiosi e personalità di vari orientamenti.

Perché tanto accanimento, ammesso che qualche minus habens abbia effettivamente detto che le donne devono stare a casa? Perché nel caso della famiglia non vige la regola della democrazia secondo la quale le idee che non si condividono si ignorano o si criticano con argomenti civili? Perché la famiglia ha una capacità evocativa straordinaria, di valori e di affetti che la gente sente, come tutto ciò che è naturale che, dicevano i latini, docet, insegna, a tutti gli esseri viventi. Per cui, pronti ad evocare ad ogni più sospinto la Costituzione della Repubblica, questo variegato mondo sempre pronto a parlare di diritti trascura quelli che la Carta fondamentale pone in capo alla famiglia, la “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29) e ne richiama la funzione di mantenimento, istruzione ed educazione dei figli (art. 30), semplicemente il futuro della società nel quale gli Stati previdenti investono con adeguate iniziative a supporto delle spese che sostengono i genitori e con servizi adeguati, scolastici, sportivi e ricreativi.

Il fatto è che contro la famiglia convergono ideologie ed interessi ed un rifiuto basato essenzialmente su un equivoco, la sua identificazione con la religione, soprattutto cattolica. In realtà se la famiglia, come l’abbiamo descritta e come delineata in Costituzione è l’unione di un uomo e di una donna, comunque certificato perché soltanto da questo rapporto “naturale” nascono figli, i futuri cittadini, la preoccupazione per la formazione della famiglia deve appartenere a chiunque abbia a cuore il futuro del Paese perché quella espressione che leggiamo nell’art. 31 Cost. secondo il quale “la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo alle famiglie numerose”, non si riferisce evidentemente ai cattolici. Il cui partito, la Democrazia Cristiana, che per decenni ha gestito il potere, non se ne è dato carico, anzi ha fatto di tutto per danneggiare i nuclei familiari attraverso un fisco rapace e ingiusto.

Un ricordo personale al riguardo. Da bambino appresi che padre e madre, una coppia di amici, si erano separati legalmente. Ne rimasi stupito non per il fatto in sé, ma perché vedevo questi amici tra loro affettuosamente vicini come prima. Mio padre mi chiarì subito che i due avevano proceduto alla separazione perché professionisti ed il fisco, sommando i loro redditi, li costringeva a pagare imposte molto più di quanto avrebbe preteso dai due redditi distinti. In quel momento ho capito che lo Stato non ha alcuna attenzione per la famiglia, non ne favorisce la formazione, non ne condivide il ruolo ovunque valorizzato senza che questo sia ritenuto di ossequio ad un orientamento religioso. Nel Regno Unito, ad esempio, le scuole cattoliche, non le anglicane, sono gratuite, paga lo Stato.

Altro esempio, lo Stato favorisce le relazioni  di fatto a danno di quelle sancite dal matrimonio. Infatti, ad esempio, nelle graduatorie per l’asilo la madre che non risulta sposata gode di una protezione che è negata alla donna ufficialmente con marito. Se la donna è sola è giusto, ma se siamo in presenza di una separazione fittizia è una discriminazione. Oggi, in vista del reddito di cittadinanza, le coppie si dividono.

Insomma, invece di rendere il matrimonio appetibile, come status e rapporto personale, la trascuratezza delle istituzioni finisce per discriminare le coppie con effetti negativi anche sul sistema economico, perché la famiglia, come ho detto in altre occasioni, è formata da lavoratori, aspiranti lavoratori, consumatori, aspiranti consumatori, risparmiatori e aspiranti risparmiatori. Cioè è al centro dell’economia, è un microcosmo che attiva il sistema delle relazioni umane ed economiche; certo, è il luogo degli affetti ma è anche il luogo nel quale si realizzano scelte economiche nella prospettiva delle attività professionali presenti e di quelle future dei figli.

Il cattivo esempio dello Stato ha portato alla disgregazione di questi valori ed è stato facile, per chi non vi crede, mettere in campo tutta una serie di iniziative di carattere politico che affermano l’esistenza di diritti, dei quali non si intende disconoscere l’interesse delle persone o di categorie, ma che non possono incidere sulla famiglia, che sarebbe sbagliato definire tradizionale, perché è quella e non altra, le altre sono unioni di affetti o di interessi, certo rispettabili, che però non rispondono al ruolo della procreazione, essenziale se una società vuole avere un futuro.

Quel che si nota è che gli ostili alla famiglia non sono silenti ma aggressivi, intolleranti, e manifestano la loro ostilità in ogni modo, come se la famiglia togliesse loro qualche cosa. Così accade che il patrocinio della Presidenza del Consiglio, spesso concesso con generosità anche ad iniziative di non elevato valore culturale o sociale, venga negato ad una iniziativa, il Congresso mondiale della famiglia che vede la partecipazione di esponenti delle società occidentali ed orientali, dal Kwait al Messico ricevendo l’attenzione dei governanti locali.

In chiusura va detto tuttavia che non basta parlare di famiglia od organizzare una marcia per la vita una volta all’anno. L’impegno deve essere concreto e permanente e deve portare all’adozione di iniziative legislative e organizzative che altrove, dalla Francia alla Svezia, passando per la Norvegia ed il Regno Unito, supportano le occorrenze delle famiglie con contributi in denaro ed in servizi, dalla scuola allo sport, sempre nell’ottica che un bimbo è il futuro dello Stato e della società. In questo senso gli errori sono antichi, come quello del mio ricordo di bambino, e più recenti perché quando alla Vice presidenza del Consiglio nel Governo Berlusconi, tra il 2002 e il 2006, un gruppo di lavoro da me coordinato, con il concorso dei rappresentanti delle associazioni familiari, ha redatto uno schema di disegno di legge recante norme sullo Statuto dei diritti della famiglia che agevolava ricongiungimenti familiari e la concessione di garanzie dello Stato per l’acquisto dell’abitazione per le esigenze delle giovani coppie, pur riscontrando generale consenso nell’ambito della maggioranza non fu presentato e Gianfranco Fini, Vicepresidente del Consiglio, che in un primo tempo aveva favorito l’iniziativa, impedì ad altri di farsene promotori, come mi disse il ministro Rocco Buttiglione, neppure nell’egoistico intento di raccogliere voti alla vigilia delle elezioni del 2006, quella che fu un’occasione mancata.

Sono errori che si pagano cari, politicamente e socialmente. Perché gli italiani di propaganda hanno piene le tasche, vogliono vedere cose concrete, asili nido, contributi nelle spese alle famiglie per il mantenimento dei figli, per gli studi e lo sport, come accade altrove, magari con l’aiuto del fisco che è lo strumento di elezione della politica economica e sociale.

Se si vuole voltare pagina si deve partire dalla famiglia, concretamente, perché non è più il tempo delle parole.

Non va trascurato, tuttavia, che tra quanti difendono la famiglia e vorrebbero che l’aborto, la soppressione di una vita, fosse limitato ai casi di gravi esigenze di salute della madre, ci sono anche coloro che vorrebbero le donne a casa, accanto al fuoco, custodi del focolare familiare, qualche estremista che non manca mai in nessuna organizzazione che dà il destro al Di Maio di turno di parlare di ritorno al Medioevo, del quale forse il leader dei 5Stelle sa poco, ma che evoca per gli incolti i “secoli bui”, come li ha definiti la vulgata rinascimentale in vena di esagerazione.

E si colora di politica la lotta contro la famiglia dipingendo il Congresso di Verona, che forse non sanno essere un appuntamento che di anno in anno si tiene in giro per il mondo, “l’internazionale oscurantista”, magari per la presenza di Steve Bannon che alla Certosa di Trisulti ha dato vita ad un’accademica teocon.

Insomma, chi sono gli “sfigati”, quelli che pensano alla famiglia naturale, legata da un rapporto comunque definito, civile o religioso o di fatto, o quelli che quando si ritirano a casa e non avranno chi li chiama papà o mamma con una carezza o un bacio?

16 marzo 2019

 

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

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“Il 17 marzo 1861 nasce il Regno d’Italia. Il 4 novembre 1918 il Bollettino del Comando Supremo del Regio Esercito, firmato Diaz, annuncia la conclusione vittoriosa della Grande Guerra che vede il Regno d‘Italia raggiungere i suoi confini storici e geografici. Il 10 febbraio 1947 un iniquo Trattato di Pace ci sottrae territori storicamente italiani ed altre terre che avevamo fecondato con il nostro lavoro e dove avevamo portato i segni della nostra civiltà. Oggi vogliamo ricordarlo insieme con i profughi e gli esuli di queste terre ed i loro discendenti”

Su questi temi

Domenica 17 marzo alle ore 10.30 , dopo una introduzione del Presidente

Domenico Giglio, parleranno:

Giovanna ORTU, Pres. Naz.le Ass.ne Italiana Rimpatriati Libia -onlus

Marino MICICH, Pres.te Ass.ne Cultura Fiumana Istriana Dalmata nel Lazio

Massimo Andreuzzi, Pres.te Ass.ne ex Alunni di Rodi e profughi Dodecanneso

Guido CACE, Pres.te Asso.ne Nazionale Dalmata

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Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “910”,”223”, ”52” e “53”

Brindisi augurale

 

 

 

Calunniate, calunniate qualcosa resterà: a proposito di “Sodoma”

di Dina Nerozzi

 

Il libro di Frédéric Martel “Sodoma” doveva ancora uscire nelle librerie che la campagna pubblicitaria aveva già invaso le pagine dei giornali cartacei e online. Qualcuno lo ha definito una bomba mediatica alla vigilia del summit contro gli abusi su minori convocato da papa Francesco che ha avuto inizio il 21 febbraio, data di uscita del libro. La tesi espressa sembra essere quella solita trita e ritrita secondo cui chi ha delle obiezioni da muovere nei confronti dello stile di vita degli omosessuali è egli stesso un omosessuale represso, nella migliore delle ipotesi, oppure un omofobo in pubblico e un omosessuale praticante in privato.

Naturalmente non si sa da dove traggano origini queste teorie che in buona sostanza ci raccontano come tutto il mondo sia, di fatto, omosessuale in un modo o nell’altro. Che l’obiettivo dichiarato della comunità omosessuale sia quello di fare in modo che tutti gli esseri umani si convertano al fascino dell’omosessualità è un fatto apertamente dichiarato dagli attivisti gay che affermano come il loro lavoro non sarà terminato fino a quando tutto il mondo non sarà diventato gaio anche per rispetto del principio di uguaglianza che in questo modo verrebbe onorato.

Di questo libro “Sodoma” ciò che maggiormente addolora è il fatto di sapere che in esso viene infangata la memoria del cardinale Lopez Trujillo, Presidente del Pontificio Consilio per la Famiglia dal 1990 fino alla sua morte nel 2008. Chi ha avuto il privilegio di collaborare per anni con il Cardinal Trujillo e di conoscerlo da vicino sa bene che questa può essere solo una volgare menzogna fatta nei confronti di una persona che non è più in grado di difendersi e ciò rende ancora più spregevole sia il calunniatore che l’autore del libro.

Sembra di capire che la vera colpa del Cardinal Trujillo sia stata quella di essersi opposto alla beatificazione di monsignor Romero, l’arcivescovo di San Salvador, che venne trucidato sull’altare nel marzo del 1980. Monsignor Romero era un fautore della Teologia della liberazione quella che prevede che l’essere umano più che dall’intervento divino debba essere salvato dalle opere umane e che si adopera per la liberazione materiale degli oppressi più che della salvazione delle loro anime. La Teologia della Liberazione è la negazione della spiritualità e della trascendenza e colloca la religione nell’ambito materialista e politico. In questo momento la fazione della teologia della liberazione sembra vincente con lo scompiglio che porta con sé e dunque l’opposizione del cardinal Trujillo alla beatificazione di Monsignor Romero aveva alla base il timore che il fatto potesse nuocere alla Chiesa. Nell’era del trionfo di Hobbes sappiamo che non solo che homo è homini lupus ma anche che mulier mulieri lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus.

 

 

Manca un’idea strategica delle esigenze infrastrutturali. Intanto rischiamo che il corridoio Lisbona-Kiev si faccia al di sopra delle Alpi

di Salvatore Sfrecola

 

Il dibattito sul treno ad alta velocità (T.A.V.) nella tratta Torino-Lione rivela ogni giorno di più l’incapacità della classe politica al governo di definire le priorità delle infrastrutture delle quali il Paese ha bisogno. Il fatto che la Svizzera abbia messo sul tavolo un’offerta di 11 miliardi di franchi per far passare il corridoio Lisbona Kiev al di sopra delle Alpi dovrebbe dimostrare, da solo, e senza ombra di dubbio, che quella infrastruttura costituisce un valore per il trasporto merci e passeggeri e va, quindi, realizzata in un contesto europeo e mondiale. Come tante altre delle quali l’Italia ha estremo bisogno, a cominciare dai collegamenti ferroviari verso Puglia e Calabria e nelle isole, Sicilia e Sardegna il cui sviluppo industriale e turistico è fortemente rallentato dalla mancanza di collegamenti veloci.

Nel dibattito irrompe la valutazione dei costi e dei benefici, che appare francamente inadeguata nella formulazione se fra i costi viene inserito il minor gettito delle accise e delle tariffe autostradali per effetto del trasferimento di merci dal trasporto su gomma a quello su ferro. E considerato che la valutazione negativa formulata a Roma dalla Commissione presieduta dal Prof. Ponti è divenuta positiva a Bruxelles con il concorso della società di consulenza della quale il medesimo Prof. Ponti è Presidente.

Quel che più rende irragionevole la tesi sposata dal Movimento Cinque Stelle e dal Ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli è un’inversione logica nella formulazione dell’utilità del progetto. Ad esempio se noi volessimo sviluppare l’economia dell’Italia meridionale e delle isole, come segnalavo poc’anzi, dovremmo pensare di attuare infrastrutture ferroviarie, portuali e aeroportuali attraverso una generica ma concreta valutazione delle possibilità delle varie aree di trarre motivi di sviluppo dal miglioramento dei collegamenti, con insediamenti industriali e conseguente incremento dell’occupazione. Ragionando solo di costi/benefici non costruiremmo mai una ferrovia in Italia meridionale e nelle isole dove i benefici sono futuri e incerti anche se, in qualche misura, prevedibili e nascono proprio dalla disponibilità di infrastrutture trasportistiche le quali precedono e non seguono gli insediamenti di carattere industriale, commerciale e turistico. Per la semplice considerazione che se un’impresa si insediasse in una zona priva di collegamenti ferroviari autostradali, portuali e aeroportuali, con i tempi di realizzazione delle opere dovrebbe per alcuni anni soffrire della difficoltà di esportare i suoi prodotti in tempi rapidi ed a costi competitivi. Il che certamente scoraggerebbe ad intraprendere. Non è dubbio, infatti, che se la valutazione costi/benefici fosse stata fatta nei termini di cui abbiamo letto bel rapporto del Prof. Ponti (a Roma) in vista della costruzione dell’Autostrada del Sole probabilmente quella infrastruttura, che si è rivelata preziosa, ed ha accorciato l’Italia dal punto di vista del trasporto, non sarebbe stata fatta.

Se i Cinque Stelle e il ministro Toninelli si guardassero un po’ intorno e osservassero il sistema stradale attuato da re, consoli e imperatori romani giungerebbero rapidamente alla conclusione che l’economia e la civiltà che nei secoli ha caratterizzato l’Italia si è avvalsa di infrastrutture viarie portuali, acquedottistiche e fognarie che hanno consentito lo sviluppo di aree importanti, in Italia e nel mondo, nelle quali veniva portata la civiltà, cioè l’acqua e lo scarico dei liquami urbani.

Appare dunque evidente che l’attuale diatriba SI-TAV/NO-TAV risente molto di una impostazione di carattere ideologico sorretta dalla esigenza di un consenso elettorale che la nuova formazione grezza, protestataria e populista, doveva necessariamente cercare di acquisire.

Si può e si deve protestare, si può e si deve ricercare strade diverse rispetto a quelle che la politica sin qui non ha saputo percorrere, vittima della mancanza di indicazioni strategiche e di una burocrazia che i politici hanno voluto farraginosa e non di rado ottusa, come dimostra la ricorrente affermazione dell’esigenza di snellire e semplificare, che rimane, tuttavia, una enunciazione priva di seguito ed è la causa del declino interno e della scarsa competitività internazionale. Basti pensare che nelle gare per le grandi opere o per le grandi forniture di beni e servizi raramente si presentano imprese straniere pur qualificate nei rispettivi settori.

Il fatto è che voliamo basso, talmente basso che per fare cassa togliamo risorse ai pensionati negando loro un diritto acquisito con il pagamento di contributi al cui ammontare lo Stato aveva promesso di far seguire determinati assegni, mentre alcuni politici vorrebbero mettere le mani sulle riserve auree della Banca d’Italia e il Governo si appresta a vendere o, più esattamente a svendere, parti del patrimonio immobiliare pubblico. Svendere, perché la gran parte di questo patrimonio è scarsamente appetibile, per vincoli di carattere urbanistico e storico artistico, e per l’esigenza di profonde, costose ristrutturazioni. Sicché, per vendere, si dovrà abbassare il livello delle offerte accettabili in un contesto nel quale già l’edilizia immobiliare è profondamente in crisi.

Quel che preoccupa è la mancanza di una visione strategica, e se tutti sono a parole consapevoli che in Italia mancano infrastrutture mentre quelle esistenti hanno bisogno di una manutenzione che non si fa, come dimostra il crollo del ponte Morandi di Genova, si sente parlare di risorse disponibili per opere immediatamente “cantierabili”, mentre i cantieri sono fermi o non si aprono. Il che vuol dire che a quelle parole non corrispondono fatti.

9 marzo 2019

 

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

L’errore di fatto, idoneo a fondare la domanda di revocazione ai sensi del combinato disposto dell’art. 106 c.p.a. e dell’art. 395, n. 4, c.p.c., non ricorre nell’ipotesi di erroneo, inesatto o incompleto apprezzamento delle risultanze processuali o anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio, ovvero quando la questione controversa sia stata risolta sulla base di precisi canoni ermeneutici o sulla base di un esame critico della decisione acquisita; tutte ipotesi queste che danno luogo semmai a un ipotetico errore di giudizio, non censurabile mediante la revocazione, la quale altrimenti si trasformerebbe in un ulteriore grado di giudizio non previsto dall’ordinamento (Cons. Stato, 22 agosto 2017, n. 4055, a cura di A. Corrado, in Guida dir., n. 38/2017, 73).

* * *

Un articolo angosciante

È quello di Paolo Biondani “La banda delle toghe sporche”, apparso su L’Espresso (n.8/2019, 54 s.), il quale testualmente scrive: “giustizia corrotta, ai massimi livelli. Con una rete occulta che corrode il potere giudiziario dall’interno, arrivando a minare i pilastri della nostra democrazia. Un’inchiesta delicatissima, coordinata dalle Procure di Roma, Messina e Milano, continua a provocare arresti, da più di un anno, tra magistrati di alto rango. Non si tratta di casi isolati, con la singola toga sporca che svende una sentenza. L’accusa, riconfermata nelle diverse retate di questi mesi, è molto più grave: si indaga su un sistema di contropotere giudiziario, con tutti i crismi dell’associazione per delinquere, che si è organizzato da anni per avvicinare, condizionare e tentare di corrompere un numero indeterminato di magistrati. Qualsiasi giudice, di qualsiasi grado”.

“Al centro dello scandalo ci sono i massimi organi della giustizia amministrativa: il Consiglio di Stato e la sua struttura gemella siciliana. Sono giudici di secondo e ultimo grado: decidono tutte le cause dei privati contro la pubblica amministrazione con verdetti definitivi”.

Nulla possiamo aggiungere: i fatti parlano eloquentemente da soli.

Benché esterrefatti, non possiamo che fare nostro lo sconsolante mugugno del Belli «’sta povera Giustizzia»!

* * *

Il mistero della natività del Caravaggio

Riaperta l’inchiesta, ma contro ignoti, per il furto della Natività del Caravaggio, rubato dall’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo la notte del 17 ottobre 1969.

L’opera non era protetta da alcuna misura di sicurezza.

La Procura riparte da una serie di interrogatori per poter fare luce sulla sorte del noto capolavoro che, nonostante le contrastanti dichiarazioni di alcuni pentiti, gli investigatori non sono mai riusciti a localizzare.

Forse non era lontano dal vero, fin dal 2002, l’allora Comandante del nucleo tutela del patrimonio artistico, di recente scomparso, il quale riteneva che “le tracce partono da Palermo e a Palermo si fermano, o lì tornano. Quel quadro forse non si è mai mosso dalla Sicilia. Probabilmente l’opera è nella disponibilità di qualche grosso esponente della delinquenza organizzata” (G. Lo Bianco, “Il Caravaggio di Cosa nostra «è integro e si trova in Sicilia»”, il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2018, 15).

Pertanto, non resta che confidare nell’azione della Procura di Palermo e che la riapertura dell’inchiesta consenta di individuare finalmente i vari responsabili del riprovevole fatto criminoso.

* * *

Un partito sbagliato

Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel partito democratico” è un saggio di Antonio Floridia, di recente in libreria, edito da Castelvecchi (Roma, 2019), nel quale non mancano spunti e riflessioni interessanti, citazioni appropriate e interrogativi pertinenti e, tra questi, se il Pd sia un partito postdemocristiano o postcomunista.

Ma sarebbe forse opportuno chiedersi se il Pd, più che un partito ipotetico o sbagliato, sia piuttosto mal nato o addirittura mai nato come “partito” degno di tale nome.

Comunque, non va omesso di ricordare, come si legge nella postfazione di Nadia Urbinati, che “la nascita del Pd fu programmata in vista di dar vita a un partito leggero e liquido, capace di assorbire le più diverse preferenze elettorali per conquistare il grande centro e assestarsi come partito maggioritario in un ideale sistema bipolare. Le primarie aperte legittimavano [e legittimano] questa struttura leggera e fortemente personale”.

Vedremo cosa riserverà il futuro. Spirerà aria nuova nel Pd?

 

 

 

 

4 marzo 1848 – 4 marzo 2019: ricordiamo lo Statuto del Regno

di Salvatore Sfrecola

 

Nel dibattito permanente su attualità e attuazione della Costituzione vogliamo ricordare lo Statuto Albertino, la Carta costituzionale del Regno d’Italia, la tavola dei diritti dello Stato liberale, dotata di straordinaria sobrietà, come fu riconosciuto perfino dal repubblicano Pietro Calamandrei in un discorso pronunciato in Assemblea Costituente il 4 marzo 1947, e come dovrebbero essere tutte le leggi per garantire quel valore di civiltà che è costituito dalla certezza del diritto.

In un mese, dal 3 febbraio al 4 marzo 1848, i collaboratori del Re Carlo Alberto, i ministri e i consulenti tratti dalle magistrature e dal Consiglio di Stato, prendendo spunto dalle costituzioni di impronta liberale che erano state promulgate in Francia nel 1830 ed in Belgio nel 1831, prima predisposero un “proclama reale” che già enunciava in 14 articoli, assai brevi, ed un esteso preambolo la volontà del Sovrano di concedere “un compiuto sistema di governo rappresentativo”, poi stesero lo Statuto, termine che fu preferito a “costituzione” che nell’opinione pubblica borghese evocava avvenimenti rivoluzionari ed eversivi.

In quell’anno 1848, lo Statuto Albertino, l’unico a sopravvivere alla generale dissoluzione delle istituzioni rappresentative della penisola calpestate dalla reazione dei governi illiberali protetti dalle baionette austriache, avrebbe polarizzato negli anni a venire le speranze e le idealità di coloro che aspiravano ad un’Italia unita su base costituzionale e liberale. “Per questo lo Statuto piemontese – ha scritto lo storico del diritto Carlo Ghisalberti (Storia delle costituzioni europee, Classe Unica, Roma, 1964 72) -, rappresentando la costituzione dello Stato destinato a realizzare l’unità nazionale, deve considerarsi sin dal momento della sua emanazione… Il necessario centro della storia costituzionale italiana, testimoniando, anche per il suo carattere di costituzione flessibile, ovvero modificabile con legge ordinaria, una profonda capacità di adeguarsi e di seguire l’evoluzione delle diverse circostanze politiche. Ne fu prova immediata quella trasformazione della monarchia sabauda dalla forma rigidamente costituzionale a quella parlamentare-rappresentativa, pur non prevista dallo Statuto, che nella prassi veniva ad estrinsecarsi del rapporto di fiducia necessariamente intercorrente tra governo e parlamento”.

Lo ricordiamo mentre viene messo in discussione da alcune forze politiche il sistema parlamentare rappresentativo che si vorrebbe sostituire con una irrealizzabile democrazia diretta (che non ci fu, nella realtà, neppure nella polis greca) destinata ad attribuire il potere decisionale a ristretti gruppi consultati con strumenti informatici.

Sulla base dell’esperienza statutaria vogliamo, dunque, non solo ricordare i diritti fondamentali di libertà, civile, politica ed economica, in gran parte rifluiti nell’attuale Costituzione, ma anche riaffermare la centralità del Parlamento come espressione della sovranità popolare esercitata attraverso un sistema elettorale nel quale il cittadino sia chiamato ad individuare chi lo rappresenta attraverso il voto di preferenza in una lista o in un collegio uninominale, come insegna il Regno Unito, la più antica democrazia parlamentare, datata 1215.

Chi crede nei valori della democrazia liberale consacrata dallo Statuto Albertino deve sentirsi oggi più che mai mobilitato a partecipare al dibattito sulle riforme costituzionali troppo spesso formulate ignorando la storia e la realtà del Paese sull’onda di suggestioni, sentimenti o interessi destinati a vita breve, come è accaduto con la proposta di revisione costituzionale bocciata senza appello dagli italiani il 4 dicembre 2016.

6 marzo 2019

 

 

 

 

Se ne parla il 5 marzo alla Consulta

Non posso credere che la Croce Rossa Italiana sia stata privatizzata

di Salvatore Sfrecola

 

Ho appreso solo di recente che la Croce Rossa Italiana è stata privatizzata. Per renderla più economica ed efficiente, dicono.

Ho sempre guardato con molteplici dubbi le scelte di privatizzazione alle quali si sono dedicati negli anni, con crescente entusiasmo, governi di destra e di sinistra i quali sostenevano di farlo per rendere più efficienti gli enti, alleggeriti dalle pastoie burocratiche e più fruibili i servizi resi. In realtà soprattutto per sfuggire ai controlli e gestire spesso in allegria fondi pubblici, come insegna l’esperienza. E così, la furia privatizzatrice si è abbattuta anche sulla Croce Rossa Italiana (C.R.I.), divenuta associazione privata “Ente strumentale alla C.R.I.”. Naturalmente i debiti se li è accollati il vecchio ente pubblico, una sorta di bed company.

La Croce Rossa era espressione di un antico spirito di assistenza ispirato al nobile fine di curare i feriti in guerra, anche se nemici. L’idea l’aveva avuta nel 1848 il medico chirurgo militare Ferdinando Palasciano, di Capua, nel corso dell’assedio di Messina. Curare i nemici, però, non era piaciuto ai Borbone che perseguitarono quel medico profetico. Ma nel 1861, l’Accademia Pantaniana di Napoli, su sua sollecitazione, espresse il voto “che le potenze belligeranti, nella dichiarazione di guerra, riconoscessero il principio della neutralità dei combattenti feriti o gravemente infermi per tutto il tempo della cura”. Re Vittorio Emanuele II e l’Imperatore Napoleone III, ricevuta quella sollecitazione, l’accolsero. Ed è così che a Ginevra il 22 aprile 1864 fu stipulata la Convenzione che stabilì che in tempo di guerra fosse assicurata la neutralità delle ambulanze e degli ospedali militari e del personale addetto sotto il segno araldico della croce rossa in campo bianco, in omaggio alla Svizzera che, per prima, aveva realizzato l’istituzione. Lo stemma federale a colori invertiti.

In Italia si istituì a Milano nel 1866, per iniziativa dell’Associazione medica, un ente che diede vita allo storico impegno dello Stato nell’assistenza in pace e in guerra, tra l’altro partecipe di una più ampia rete internazionale di istituzioni analoghe. E così ci siamo abituati a vedere nei filmati, delle guerre e delle emergenze dovute a calamità naturali, gli uomini e le donne con le uniformi segnate da quel simbolo che nei paesi musulmani diventava una mezzaluna, sempre rossa.

Aggiungo un ricordo personale, comune a “giovani” della mia generazione. Da bambino, alla scuola elementare, la maestra ci invitava a sottoscrivere l’adesione alla C.R.I.. Si pagavano 10 lire e ci veniva rilasciato un tesserino grigio con la Croce Rossa ed un bollino che, di anno in anno, attestava la nostra adesione. Ricordo anche che mia madre mi invitava a considerare che solo quella iscrizione meritava di essere effettuata. Evidentemente alludendo ai partiti.

Ho presto imparato a conoscere, attraverso miei amici che ne facevano parte con entusiasmo, il Corpo Militare, ausiliare dell’Esercito Italiano insieme all’analoga struttura del Sovrano Ordine di Malta (anzi da giovane magistrato della Corte dei conti istruivo per la registrazione i provvedimenti di nomina e di promozione di quegli ufficiali), e le Crocerossine Volontarie. Erano un mito per le italiane della buona società e le dame della nobiltà italiana (quando andava di moda) che volentieri vi prestavano servizio. Al comando di una Ispettrice generale, ruolo che nella prima guerra mondiale aveva ricoperto la Duchessa d’Aosta, moglie del Principe Emanuele Filiberto di Savoia, Comandante dell’”invitta” Terza Armata, poi la Principessa Maria Josè, futura Regina d’Italia. In tempi di Repubblica Maria Pia Fanfani ricoprì il ruolo di Ispettrice Generale ed interveniva nelle cerimonie in uniforme mostrando con orgoglio le onorificenze.

Non era, quella, una moda. Era la condivisione sentita di un animo caritatevole ispirato ai valori della nostra civiltà cristiana della quale il popolo, nelle sue migliori espressioni culturali, si sentiva partecipe. Come dimostrano i numeri, 400 mila volontari, colonna portante della Protezione Civile insieme ai Vigili del fuoco. Una volta privatizzata i quattromila dipendenti sono stati costretti al trasferimento presso altre amministrazioni pubbliche contro la propria volontà a fare un lavoro mai prima svolto, cancellieri negli uffici giudiziari, uscieri nei Ministeri o altre pubbliche amministrazioni, nazionali, regionali e locali. Professionalità formate dal pubblico andate sprecate.

Sappiamo bene che nell’opinione di quanti hanno deciso la privatizzazione dell’ente c’era al fondo una buona intenzione, quella di superare antiche difficoltà operative e non pochi problemi di gestione dei fondi che avevano indotto la magistratura penale e quella contabile ad occuparsi di risorse sprecate in appalti di lavori e forniture spesso decisi in violazione della legge ed in dispregio dell’interesse pubblico. Ma invece di utilizzare criteri di riorganizzazione propri degli apparati pubblici, dove le regole sono antiche e, se rispettate, decisamente più idonee a perseguire gli obiettivi istituzionali, si è agevolata la china facendo della C.R.I. un esempio da non imitare, al punto che è stata messa in vendita perfino la sede storica, quel palazzo di via Toscana, a Roma, costruito proprio perché fosse la sede del Comitato nazionale.

Tra i governi Monti e Gentiloni, posta in liquidazione coatta amministrativa, l’istituzione più amata, in testa alle preferenze degli italiani, perfino più dei Carabinieri, medaglia d’oro al merito civile per la storica missione in Iraq e con i conti in attivo, è stata posta in liquidazione coatta amministrativa. Eppure gli italiani avevano apprezzato, tra gli altri, il più recente impegno in terra irachena, sia per soccorrere la popolazione coinvolta dalla seconda guerra del Golfo, sia per il salvataggio della vita di diversi cittadini italiani sequestrati e rilasciati sani e salvi a rischio della vita di chi si è impegnato in prima persona, oltre al recupero dei resti di Fabrizio Quattrocchi, ucciso dai suoi sequestratori nell’aprile del 2004.

La riforma ha comportato la smobilitazione del Corpo Militare, l’umiliazione delle Crocerossine, da ottobre senza il loro vertice e per questo delegittimate nell’autonomia, costrette a non aver voce nella nomina della loro Ispettrice Nazionale che le rappresenta tutte, circa 20.000.

Peraltro, mentre l’Ente è rimasto pubblico con oltre 117 milioni di euro di debiti impossibilitato a pagare TFR agli ex dipendenti trasferiti ovunque contro la loro volontà, la C.R.I. privata assume senza le regole del concorso pubblico prescritto all’art. 97 della Costituzione. Intanto la gestione liquidatoria dell’ex ente pubblico vende centinaia di immobili per risanare debiti che ammontano, solo con INPS, ad oltre 120 milioni di euro per TFR dei dipendenti. Vendita immobiliare in buona parte a rischio di essere impugnata con revocatoria trattandosi di beni pervenuti alla CRI per donazioni e lasciti ereditari, quindi con un preciso vincolo di destinazione ed utilizzo che verrebbe meno. In vendita, come detto, anche lo storico Palazzo di Via Toscana a Roma costruito per essere sede del Comitato Nazionale. Si sente dire di una offerta di acquisto per 26 milioni di euro da parte di una società con un capitale sociale di meno di diecimila.

Amareggiati ed esasperati gli ex dipendenti si sono rivolti al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio contestando la legittimità del provvedimento di attuazione della privatizzazione. E il T.A.R. ha riconosciuto i loro diritti ed ha sollevato questione di legittimità costituzionale del provvedimento che istituisce l’Associazione privata “Ente strumentale alla Croce Rossa Italiana”.

Il T.A.R., in particolare, dubita che la legge 4 novembre 2010, n. 183, che ha delegato il Governo ad adottare, “uno o più decreti legislativi finalizzati alla riorganizzazione degli enti, istituti e società vigilati dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dal Ministero della salute nonché alla ridefinizione del rapporto di vigilanza dei predetti Ministeri sugli stessi enti, istituti e società… ferme restando la loro autonomia di ricerca e le funzioni loro attribuite”, comportasse la privatizzazione di un ente istituito per legge. Cioè, che quella finalità fosse ricompresa nel criterio direttivo consistente nella “semplificazione e snellimento dell'organizzazione e della struttura amministrativa degli enti, istituti e società vigilati, adeguando le stesse ai principi di efficacia, efficienza ed economicità dell'attività amministrativa… razionalizzazione e ottimizzazione delle spese e dei costi di funzionamento…”.

“Il contesto della riforma descritta – sostengono i Giudici amministrativi - non sembra rispondere alle scelte di fondo del legislatore delegante, nel pieno rispetto delle finalità della delega ed in coerenza al quadro normativo di riferimento… infatti, l’articolo 2 della legge delega n. 183 del 2010, in quanto riferito a mera “riorganizzazione” non sembra estendersi a interventi di tipo anche soppressivo dell’ente come quelli che - nel caso di specie - portano alla liquidazione ed estinzione della Croce Rossa Italiana, nonché all’istituzione di una nuova entità, in forma associativa e di natura privata, dai compiti genericamente analoghi, ma senza alcuna garanzia di effettività e continuità”.

Ove si accedesse ad una lettura estensiva della norma di delegazione, tale da ricomprendere nella legge delega l’intera gamma di interventi, oggetto del decreto legislativo n. 178 del 2012 sarebbe in contrasto con gli artt. 1, 3, 76 e 97 della costituzione, “in quanto - contrariamente ai principi che riconducono la sovranità (e, quindi, la piena discrezionalità delle scelte) al Parlamento, quale organo eletto dal popolo, con possibilità di delega al governo solo per un tempo limitato e per oggetti definiti - si legittimerebbe una sorta di “delega in bianco”, tale da ricomprendere nella prevista riorganizzazione anche la soppressione dell’ente e l’istituzione di un soggetto comunque diverso, con criteri sicuramente ispirati a contenimento della spesa, ma senza alcun chiaro indirizzo per una maggiore efficienza ed efficacia (benché principi enunciati dallo stesso legislatore delegante) per l’attività di una struttura, alla quale dovrebbero restare affidati anche dopo la privatizzazione (non implicante, di per sé, la perdita dei connotati di organismo di diritto pubblico) delicatissimi compiti di rilevante interesse per la collettività”.

Ad avviso del T.A.R., tuttavia, “del predetto art. 2 della legge delega è sicuramente possibile un’interpretazione costituzionalmente orientata, che circoscrive - in termini, peraltro, conformi al dettato letterale della norma - i poteri del legislatore delegato, non eliminando per lo stesso ogni discrezionalità, ma riconducendola i limiti di una mera razionalizzazione dell’esistente, al fine di assicurare l’effettivo rispetto dei canoni di buon andamento dell’amministrazione e bilanciando, pertanto, le esigenze di economicità della gestione con la conservazione delle finalità di interesse pubblico perseguite, in ambiti (soccorso, emergenze di ogni natura, sicurezza e interventi connessi al fenomeno migratorio) sicuramente affidati, in via principale, allo Stato”.

ln tale, ottica, praticamente l'intero impianto del d.lgs. n. 178 del 2012 (articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 8) “appare invece frutto di eccesso di delega, né si presta ad interpretazione costituzionalmente orientata, in quanto non riconducibile ad una chiara volontà del legislatore delegante, le cui finalità di mera riorganizzazione e riordino del rapporto di vigilanza ferme restando le funzioni attribuite agli enti e le disposizioni vigenti per il personale in servizio sono state rispettate per altri enti e istituti, che in attuazione del medesimo art. 2 della legge n. 183 del 2010 non hanno perso la propria natura giuridica, senza alcun negativo impatto sul personale (cfr. ds.lgs. n. 106 del 2012, riferito agli Istituti zooprofilattici sperimentali, all'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e alla Lega italiana per la lotta contro i tumori)”. Ricordano, altresì, i Giudici amministrativi che altri casi di privatizzazione di Corpi militari (Agenti di custodia e Polizia di Stato) sono stati in passato effettivamente disposti “per legge e senza alcun depotenziamento né dispersione del personale e delle strutture”.

L’ordinanza del T.A.R. non ignora l'indirizzo della Corte Costituzionale, secondo cui la delega legislativa non elimina ogni discrezionalità del legislatore delegato, che - in base ai principi e ai criteri direttivi, fissati dal legislatore delegante - può emanare norme che rappresentino un “coerente sviluppo e completamento dei contenuti di indirizzo della delega, nel quadro di fisiologica attività di riempimento, che lega i due livelli normativi” (Corte Cost., 9 luglio 5, n. 146), ma ritiene che vi sia uno spazio per l’affermazione di una interpretazione coerente con l’espressione usata dal legislatore delegante. Auspicano, dunque, una interpretazione costituzionalmente orientata considerato, altresì, che la delega - non specificamente riguardante la C.R.I., ma riferita ad un generale riordino organizzativo “degli enti vigilati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero della Salute” con “meri fini di semplificazione, contenimento della spesa pubblica e ridefinizione dei rapporti di vigilanza non autorizzasse disposizioni, incidenti in modo innovativo su un ente pubblico, la cui soppressione avrebbe dovuto essere frutto di meditata scelta politica, certamente sottratta al legislatore delegato”. Specifiche considerazioni il T.A.R. riferisce agli artt. 5 e 6 del d.lgs. n. 178 del 2012, per quanto riguarda il trattamento del personale militare, “le cui modalità di smilitarizzazione e di ridefinizione del trattamento economico risultano definite senza alcuna previsione al riguardo del legislatore delegante — in implicita deroga a puntuali disposizioni del codice dell'Ordinamento militare, approvato con d.lgs. 15 marzo 2010, n. 66, con riferimento ai seguenti articoli: 622 (perdita dello stato di militare), 1757 (trattamento economico del personale del Corpo militare della Croce Rossa Italiana), 1799 (retribuzione delle forze di completamento); 1759 (valutazione del servizio prestato dal personale della Croce Rossa Italiana); 1760 (liquidazione delle pensioni per i servizi prestati in tempo di guerra o di grave crisi internazionale dal personale della Croce Rossa Italiana)”.

L'istituzione di un contingente militare ridotto e non retribuito, si legge nell’ordinanza, “nonché la mobilità del restante personale passato al ruolo civile senza alcun preciso riferimento alla professionalità acquisita nel settore di appartenenza appaiono, inoltre, apertamente confliggenti con i principi e criteri direttivi, di cui all'art. 2, comma 1, lettera a) della legge delega, che lasciava “ferme...le specifiche disposizioni vigenti per il ...personale, in servizio alla data di entrata in vigore della presente legge”; le stesse funzioni, che a norma del medesimo primo comma dell'art. 2 dovevano restare invariate per gli enti da riorganizzare, per la Croce Rossa Italiana venivano semplicemente “autorizzate” nell'art. l , comma 4 del d.lgs. n. 178 e assicurate, a norma dell'art. 6, commi 2 e 3 del medesimo articolo, solo fino al 1° gennaio 2018, peraltro in un contesto di smobilitazione di mezzi e personale, tale da incidere in via immediata sull'espletamento delle funzioni stesse, benché di assoluta rilevanza per l'interesse pubblico.

Ce n’è abbastanza per i Giudici della Consulta che il 5 marzo saranno chiamati a decidere sulle richiamate questioni di costituzionalità riferibili ai seguenti articoli della Costituzione: 1 (per adozione, da parte del Governo, di iniziative di rilievo politico, non riconducibili al legislatore delegante), 76 (per eccesso di delega), 3 e 97 (per l'irrazionalità di scelte, destinate ad incidere su servizi di assoluta valenza per la salute, l'incolumità e l'ordine pubblico, senza adeguato bilanciamento fra le esigenze sottostanti a tali servizi e le contrapposte ragioni di contenimento della spesa), 117, con riferimento all'art. 1, comma 1, del Protocollo addizionale CEDU, in cui si garantiscono i beni delle persone fisiche e giuridiche in una accezione, già ricondotta dalla giurisprudenza alla titolarità di qualsiasi diritto, o di mero interesse di valenza patrimoniale, rientrante fra i parametri di costituzionalità riconducibili appunto al citato art. 117, anche per quanto attiene alle modalità di tutela dei lavoratori, con riferimento agli aspetti patrimoniali del rapporto di lavoro (cfr., per il principio, Corte Cost., 11 novembre 2011, n. 303).

3 marzo 2019

La deriva antiscientifica del Gender

di Dina Nerozzi, Neuropsichiatra

 

Per qualcuno ”la teoria del gender” non esiste è una bufala inventata da qualche sovversivo reazionario. Esisterebbero solo i gender studies che sono studi di tipo letterario, culturale, sociale, scientifico e niente più. Si può capire l'incredulità perché la rivoluzione di genere è talmente estrema da risultare poco credibile. Quella in corso è una guerra culturale e in guerra bisogna conoscere il nemico.

Era il 1992, tre anni dopo la caduta del muro di Berlino e un anno dopo la dissoluzione dell’URSS, quando il politologo economista americano Francis Fukuyama pubblicava il suo best seller “The End of History and the Last Man” in cui veniva annunciato al mondo che l’umanità era in procinto di raggiungere l’apice del suo progresso e il raggiungimento della società ideale. Con la fine dell’esperimento dell’Unione Sovietica il mondo si avviava a dar vita alla società globalizzata e perfetta dove nessuna ideologia avrebbe avuto diritto di cittadinanza.

Secondo Francis Fukuyama, e secondo quanti molto si erano impegnati per decretare il successo dell’idea, l’essere umano era stato liberato da ogni vincolo che non fosse quello della scienza in cui bisognava credere ciecamente, come l’unica verità degna dell’uomo moderno.

Tutti dovevano essere convinti che le ideologie del passato, foriere di guerre e distruzioni, erano state riposte negli armadi della storia, si era ormai alle soglie di un mondo nuovo. Si sa che se si ripetono le cose un numero sufficiente di volte anche i più scettici, prima o poi, verranno convinti, salvo poi doversi ricredere di fronte alle evidenze che dimostrano il contrario.

Per ideologia si intende un sistema di idee, coerente e strutturato, ipotizzato a livello filosofico e proposto come interpretazione totale ed arbitraria della realtà. Ogni ideologia ha come obiettivo l’utopia della società perfetta e, dato il fine nobilissimo che si intende raggiungere, tutti i mezzi sono giustificati.

L’ideologia di genere è il nuovo volto dell’ideologia marxista e rappresenta il tentativo di cancellare le leggi della Biologia, della Genetica, delle Scienze Naturali, ritenute obsolete a fronte dell'avanzare della Tecno-scienza, e la loro sostituzione con artifici Bio-giuridici inventati dall'uomo. È dunque un’Ideologia che dichiara guerra non solo alla natura ma anche alla scienza e utilizza il potere giudiziario per imporre una nuova visione del mondo e una precisa agenda politica di stampo totalitario. 

Anche se l’irruzione dell’idea che l’anatomia, la fisiologia, la genetica siano realtà malleabili e soggette alla volontà umana sembra un fenomeno spuntato all’improvviso come un fungo dopo le piogge d’agosto, il terreno di cultura e il reticolo sotterraneo che lo hanno consentito sono stati presenti per centinaia di anni in attesa del momento favorevole per poter emergere.

Il reticolo sotterraneo è rappresentato dal processo di secolarizzazione della società che aveva lo scopo di liberare le istituzioni, la cultura e la prassi dall’influenza nefasta della Chiesa considerata come fonte di superstizioni e pregiudizi intollerabili nell’era moderna. Se l’obiettivo cercato era creare una società in armonia con i tempi moderni e con la scienza, bisogna dire che il risultato ottenuto è stato esattamente l’opposto.

La Rivoluzione filosofica

Il primo ad avviare il processo di distruzione dei principi fondanti per l’agire scientifico, oggettività e non contraddizione, fu il filosofo francese René Descartes (1596-1650) con il suo “Cogito ergo Sum” il quale, in buona sostanza, afferma che la realtà non esiste se non come costruzione della mente umana.

Il passo successivo venne effettuato dal filosofo inglese John Locke (1632-1704) con la sua teoria della “Tabula Rasa” che portò avanti l’idea della inesistenza di una natura umana predefinita per cui è la cultura ad avere il ruolo predominante nel plasmare l’individuo.

L’altro punto di passaggio fondamentale fu quello messo a punto da Jean J. Rousseau (1712-1778) che riuscì nell’impresa di modificare il principio di responsabilità che da individuale si trasformava in collettivo, dato che, a suo giudizio, l’individuo è buono mentre la società è cattiva.

In tutte queste posizioni filosofiche esiste una piccola parte di verità che però non basta per scardinare la realtà oggettiva delle cose.

In poco più di un secolo il pensiero filosofico del mondo occidentale era stato letteralmente capovolto. Accantonato il principio di realtà, era stata imboccata la nuova esaltante via dell’autodeterminazione, mentre il principio di responsabilità andava a ricadere sulle spalle dell’intera società che doveva essere considerata la vera malata e colpevole, ben sapendo che là dove tutti sono colpevoli non può esistere alcuna colpa.

A dare man forte alla nuova impostazione filosofica, culturale e sociale sul finire del ‘700 giunse l’opera del pastore protestante Robert Malthus (1766-1834) con il suo saggio “An Essay on the Principle of Population as it affects the Future Improvement of the Society” del 1798 in cui venivano riportate le sue previsioni apocalittiche sul destino dell’umanità se non fosse stato posto un freno all’eccesso della natalità. Per salvare il pianeta e l’intera società da un futuro gramo era necessario attuare un rigido controllo della popolazione da conseguire attraverso il ritardo, o meglio, l’abolizione del matrimonio e ponendo un freno all’attività sessuale. Solo in un secondo momento egli sponsorizzò l’avvento di un individualismo radicale che prevedeva che ognuno dovesse provvedere alle proprie necessità il che significava, nella pratica, la legge della giungla, ovvero la sopravvivenza del più forte, esattamente come si verifica nel mondo animale.

Entra in campo la Scienza

In un mondo in cui la scienza rappresentava l’unico faro nel mare dell’esistenza, era indispensabile dare una spiegazione scientifica della creazione del mondo e della vita che contrastasse la narrativa mitologica messa in campo dalla religione. Questo compito fu portato a compimento con l’entrata in scena di Charles Darwin e con la sua pubblicazione “On the Origin of the Species by means of Natural Selection or the Preservation of Favorite Races in the struggle for life” del 1859. 

L’opera di Darwin è stata monumentale e affascinante è stato il suo tentativo di comprendere l’origine delle specie, ma il suo ragionamento partiva con una lacuna insanabile: l’impossibilità di dare una dimostrazione scientifica di come fosse sorta la scintilla della vita, quella proteina da cui si sarebbe, poi, sviluppato tutto il resto. Si dovrebbe ammettere, per onestà mentale, che non sono state ritrovate quelle evidenze che avrebbero dovuto confermare la veridicità dell’assunto di base, infatti gli studi successivi non hanno potuto dimostrare l’esistenza di quelle specie intermedie che si sarebbero dovute reperire nei fossili come prova dell’evoluzione da una specie all’altra. (per una review esaustiva sull’argomento vedi Harun Yaya “L’inganno dell’evoluzione” contro cui si è mobilitato perfino il Consiglio d’Europa con la Risoluzione 1580/2007 contro “I Pericoli del Creazionismo nell’Istruzione”).

Il mondo progressista che ha impostato tutta la sua ragion d’essere sull’ipotesi evoluzionista darwiniana, considerato il trionfo del materialismo dialettico, si trova nell’impossibilità di accettare la verità pena il crollo di tutto l’edificio costruito nel corso di un secolo e mezzo in nome della scienza e per contrastare i pregiudizi religiosi. E pur di far trionfare la sua idea è disposto anche a fabbricare l’uomo di Piltdown, un reperto archeologico rimasto per più di  cinquant’anni in mostra al museo di Storia Naturale di Londra come prova scientifica del famoso ”anello mancante” prima di venire smaschero come clamorosa frode a danno degli ignari visitatori del museo.

Nel tentativo di difendere una la teoria costruita sulle sabbie mobili, gli ideologi progressisti hanno inventato tutto un percorso pseudoscientifico in modo da creare una cortina fumogena indispensabile per continuare a contrabbandare la menzogna nascosta dietro una parte di verità.

La Microevoluzione all’interno della specie è un dato di fatto incontrovertibile che nessun essere razionale si sogna di contraddire. La Macroevoluzione Darwiniana, quella che serve per far avanzare l’ideologia progressista sotto l’egida della scienza, è un mito che deve essere smascherato.

Non va dimenticato che il prodotto politico dell’evoluzionismo Darwiniano è stato un regime che ha fondato la sua ragion d’essere sull’esistenza di una razza superiore che avrebbe dovuto dominare le altre, anche se si tende a cancellare la matrice ideologica posta alla base del nazional-socialismo che sta ritornando prepotentemente.

Se l’impostazione ideologica su cui si è costruita un’azione politica si rivela errata come si fa a difendere l’indifendibile? Chi ci aiuta a capire come il mondo progressista affronti una realtà contraria alla sua impostazione ideologica, è Gyorgy Lukacs, uno dei rappresentanti più autorevoli della Scuola di Francoforte, e politicamente orientato verso il comunismo, l’altro mostro che ha insanguinato il ‘900.

“Tutta la scienza e tutta la letteratura devono servire esclusivamente alle esigenze propagandistiche formulate dall’alto, dallo stesso Stalin… La comprensione ed elaborazione autonoma della realtà…. era bandita per sempre” (Gyorgy Lukacs “Marxismo e Politica Culturale” 1959 Il Saggiatore)

La “verità” politicamente corretta ha bisogno del sostegno costante della propaganda perché non essendo fondata sulla roccia dei dati di fatto non ha altra scelta. Gyorgy Lukacs, infatti, dice chiaramente come la questione non sia la ricerca della verità delle cose bensì il potere e con esso la capacità di ricreare il mondo secondo i propri desideri, anche contro le leggi della natura, dato che la natura è solo un’invenzione della religione e dei populisti bigotti.

A tal proposito Lionel Trilling, critico letterario newyorkese, scrisse un articolo illuminante subito dopo la pubblicazione del Rapporto Kinsey, che segnò l’avvio della rivoluzione sessuale, in cui si legge:

Coloro che asseriscono e praticano le virtù democratiche ….prenderanno come assunto che, a eccezione delle difficoltà economiche, tutti i fatti sociali devono essere accettati non solo a livello scientifico, ma anche sociale. Non si dovranno esprimere giudizi su di loro e sarà considerata anti-democratica ogni conclusione tratta da coloro che recepiscono valori e conseguenze

(Lionel Trilling: The Kinsey Report in “Partisan Review” del 9 Aprile 1948)

Nello stesso periodo in cui le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) venivano sostituite con le virtù democratiche (tutti i fatti sociali devono essere accettati senza pregiudizi), il mondo progressista innestò il pilota automatico per far avanzare la sua visione utopica della società con il cambiamento della definizione di salute effettuato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, guidato dal maggior-generale Brock Chisholm, che dalla pragmatica dizione “assenza di malattia e disabilità” veniva trasformata in:

"uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità".

Questa definizione utopica di salute era un passaggio indispensabile per poter avviare la rivoluzione culturale e sociale nel campo della sessualità e della riproduzione che era nella mente di “coloro che asseriscono e praticano le virtù democratiche”, infatti sarebbe stato impossibile con la precedente definizione considerare la condizione fisiologica della gravidanza come una malattia e l’aborto, garantito dallo stato, la sua terapia.

Un ausilio importante alla nuova impostazione culturale era giunto dall’opera di Sigmund Freud (1856-1939) che aveva scardinato il pilastro portante della civiltà giudaico-cristiana rappresentato dal controllo delle pulsioni. A giudizio dell’inventore della psicanalisi, il contenimento della pulsione sessuale era nocivo per la salute mentale ragion per cui dar libero sfogo alle pulsioni sessuali diventava una sorta di medicina preventiva che bisognava favorire.

Ogni volta che viene messo in discussione un principio basilare dell’edificio della civiltà si ricorre all’escamotage della tutela della salute, un argomento che trova sempre convinti sostenitori. Altro argomento principe che viene invocato quando è necessario scardinare i principi di base della civiltà giudaico-cristiana è quello della pace, oltre, naturalmente, quello della libertà e dell’uguaglianza.

Se il principio portante della civiltà è il controllo delle pulsioni, non si può fare eccezione per la pulsione sessuale pena il crollo dell’intero edificio perché la pulsione è, per sua natura, in conflitto con la parte razionale dell’uomo, quel Logos che lo rende simile a Dio. Cancellato Dio dall’orizzonte dell’uomo, scompare anche il Logos e l’uomo si trasforma in un animale che risponde unicamente agli istinti, con riflessi condizionati stile Pavlov, esattamente come accade nel mondo animale.

Il Ritorno del Darwinismo Sociale

Se l’Evoluzionismo Darwiniano è un fatto reale, come sostengono i progressisti, e se la specie umana è inserita in un continuum evolutivo per meglio adattarsi all’ambiente, ne consegue che, con l’acquisizione delle attuali  conoscenze scientifiche e capacità tecnologiche, l’essere umano è in grado di dirigere in autonomia il processo evolutivo della specie nel modo ritenuto più utile per l’individuo e per la società. La decisione spetta alla Politica sempre più ostaggio delle esigenze dell’Economia e della Finanza.

Da Malthus in poi l’eccesso della popolazione è diventato uno spettro che aleggia sul pianeta destinato a minarne l’esistenza, dal momento che gli esseri umani sono paragonati alle cavallette che devastano la santa Madre Terra. Inizialmente la catastrofe incombente era da imputare alla penuria di cibo, ora l’allarme si è spostato sulla carenza d’acqua e sui cambiamenti climatici che sarebbero una conseguenza della sovrappopolazione e dell’azione umana. Anche in questo caso la verità parziale è che l’uomo è sicuramente in grado di devastare alcune aree del pianeta, anche vaste, quando a guidarne l’agire sono l’incuria e il profitto, ma sembra difficile che possa essere in grado di influenzare l’attività solare dato che a dettare il clima sul pianeta non sono gli esseri umani bensì il sole, fino a prova del contrario. Né l’uomo è in grado di fermare il vento che soffia dove vuole e porta le nuvole e la pioggia, il caldo e il freddo, a seconda da dove tragga origine indipendentemente dalla volontà umana.

Per seguire un’impostazione irrazionale dell’uomo che pretende di sostituirsi a Dio, nel bene come nel male, stiamo assistendo alla devastazione di una civiltà plurimillenaria costruita sul Principio di Realtà oggettiva e al suo posto vediamo sorgere un’organizzazione artificiale e utopica della società che si materializza attraverso un’operazione di ingegneria sociale che spaventa data la sua manifesta irrazionalità .

Nel nuovo mondo secolarizzato la realtà non esiste, è la politica che decide cosa sia il bene e il male, il vero e il falso per cui si può scegliere il genere di appartenenza indipendentemente dal sesso biologico, non esiste una sessualità “naturale” mirata alla conservazione della specie e l’apparato genitale, perduta la sua funzione riproduttiva, serve solo a soddisfare le pulsioni sessuali. Nel nuovo mondo la diversità va celebrata come una “virtù democratica” e un comportamento moralmente superiore così come si può programmare la fecondazione artificiale  eterologa a spese di un Sistema Sanitario Nazionale al collasso che fa fatica a garantire le cure per i malati di cancro.

Nel meraviglioso mondo nuovo ipotizzato da Francis Fukuyama, dopo la dissoluzione dell’URSS, non esistono più destra e sinistra, liberali e conservatori, marxisti e capitalisti, tutti collaborano al “progresso”, la sinistra con le sue derive utopiche e la destra con il suo spirito imprenditoriale per cui tutto si trasforma in mercato dove ogni cosa ha un prezzo e niente ha un valore.

In questo scenario il nemico numero uno del compromesso storico liberal-progressista è la natura umana e la sua abbondanza. L’obiettivo ultimo della rivoluzione di genere è quello di rendere sterile la capacità generativa dell’essere umano e trasformare il dono di natura della vita in un prodotto da commercializzare. In questo modo solo chi ha a disposizione i mezzi materiali potrebbe permettersi il lusso di procreare, per gli altri gli organi genitali dovrebbero servire solo a scopo ricreativo con buona pace dell’uguaglianza e della libertà tanto sbandierate. 

Un governo inadeguato

di Salvatore Sfrecola

 

Inadeguato. Non c’è altra parola per definire il governo gialloblù la cui strategia Aldo Cazzullo ha indicato sul Corriere della Sera di oggi essere quella del “rinvio”. Di tutto, dalle grandi opere, TAV in testa, alla questione dell’autonomia delle regioni che l’hanno sollecitata, alla legittima difesa, questione modesta sul piano giuridico ma bandiera antica della lega.

Non solo, al di là delle enunciazioni, degli slogan, ai quali pure ci aveva abituato Matteo Renzi, questo governo, all’evidenza, non ha una strategia adeguata all’attuale momento storico. Ad esempio, per contrastare la recessione incombente, una situazione destinata ad aggravare un malessere sociale al quale non può certo mettere riparo il “reddito di cittadinanza” o la manovra pensionistica (quota 100). Il primo è destinato a rimanere confinato in un ambito limitato. In ogni caso le manovre redistributive possono creare equità sociale ma non generano ricchezza perché trasferiscono capacità di spesa da una categoria di cittadini ad altre. Con effetti vicini allo zero. Soprattutto quanto all’aumento dei consumi e, quindi, dell’occupazione che è evidente obiettivo di una politica di sviluppo.

La strada è, invece, quella classica che ci consegna l’esperienza e la dottrina economica, di immettere risorse in iniziative che determinano l’impiego di capitali e l’occupazione e che abbiano un valore nella creazione di utilità per l’economia dei territori. Tipici di questa condizione gli investimenti in infrastrutture delle quali, in ogni caso, il Paese ha estremo bisogno, sia per quanto riguarda ferrovie, strade, porti e aeroporti ma anche per acquedotti e fognature, i parametri della civiltà come insegna la storia di Roma che ancora oggi si ricorda ovunque nel bacino del Mediterraneo per le opere che hanno assicurato alle popolazioni annesse alla Repubblica e all’Impero condizioni di vita e di prosperità spesso mai più raggiunte, come nel caso di alcune aree costiere del Mare Nostrum.

Ed a questo proposito occorre poca fantasia per capire che l’Italia ha una posizione geografica privilegiata, che ne fa una piattaforma straordinaria protesa in un mare che mette in contatto l’Europa e il Medio e l’Estremo Oriente. L’Italia porta dell’Europa sul mondo. Non solo porta d’ingresso, come dimostra l’immigrazione della quale abbiamo subito le conseguenze negli ultimi anni, ma porta di uscita verso i mercati verso una parte rilevante del mondo. L’Italia che, erede di Roma, ha una visibilità un appeal culturale che non possono vantare altri paesi europei rivieraschi, soprattutto la Francia che ha esercitato in Africa e Medio Oriente un colonialismo dai tratti predatori. Non la Spagna, che ha guardato soprattutto all’America Latina, non la Grecia, per troppo tempo mortificata dalla occupazione ottomana.

Idee, dunque, per un programma di governo, coraggioso e pratico, che al seguito di investimenti pubblici ampiamente condivisi dalla popolazione potrebbe mobilitare ingenti risorse private. Una prospettiva che, tuttavia, è difficile realizzare finché al Governo ci sarà il Movimento Cinque Stelle, di scarse idee e di assoluta mancanza di cultura politica, amministrativa e di esperienza.

27 febbraio 2019

“Il vento è cambiato” diceva il Sindaco Raggi.

È rimasta l’incuria per il patrimonio arboreo della Città

di Salvatore Sfrecola

 

Scherzava sul vento, Virginia Raggi, convinta che il suo fosse uno slogan efficace. “Il vento è cambiato”, ripeteva ad ogni pie’ sospinto, cercando di convincere i romani, che nulla di nuovo vedevano, che stesse amministrando la Città in modo diverso dai suoi predecessori, di Destra e di Sinistra, dai quali aveva ereditato l’abbandono di uffici e servizi, compreso quello che si occupa dei parchi e dei giardini. Così il vento che, nella sua immaginazione, doveva essere quello “del cambiamento”, come ama dire il leader del suo movimento, Luigi Di Maio, si è trasformato in un suo nemico e, con raffiche possenti, ha fatto strage di alberi secolari, orgoglio dei romani e straordinaria attrattiva per i turisti che visitano la città.

Tuttavia sui colli “fatali” di Roma non è stato il Fato a decidere sulla sorte dei pini maestosi dei parchi e dei viali come delle più modeste alberature delle strade dei quartieri dei colli e della Valle del Tevere. La caduta degli alberi, che già in passato avevano superato indenni le più violente sollecitazioni di Eolo, è dovuta, nella maggior parte dei casi, alla evidente mancanza di manutenzione del verde cittadino, alla inadeguata verifica delle condizioni di salute delle piante, alla potatura insufficiente e spesso sbagliata, che non di rado ha squilibrato le piante più alte, tagliando rami essenziali alla statica dei tronchi, senza la necessaria cura delle ferite inferte alla pianta dalle motoseghe impietose. Ferite che hanno spesso ammalorato il legno offerto all’insulto dei fattori atmosferici e all’aggressione degli insetti.

Quegli alberi abbattuti hanno ferito anche il cuore dei romani da sempre abituati a ricomprendere nell’immagine splendida della città, con i suoi palazzi ed i suoi monumenti, i maestosi pini secolari delle varie specie (pinea e marittima) che da sempre ornano i viali ed i parchi. Quei romani, che oggi si interrogano sulla politica della Giunta 5Stelle e di quelle che l’hanno preceduta, non hanno dubbi: il “Servizio giardini”, che era una struttura di eccellenza dell’amministrazione capitolina, è stato progressivamente privato di uomini e mezzi al punto da essere l’ombra silente di quello che era un prezioso tutore dell’immenso patrimonio arboreo dell’Urbe.

Non è evidentemente solo un problema di risorse del bilancio capitolino ad impedire la cura sistematica e la potatura delle piante di vie, piazze e viali. È trascuratezza organizzata che mostra i suoi effetti: ovunque rami secchi a terra e sulle automobili parcheggiate, un pericolo per la circolazione dei mezzi e delle persone. Per cui a Prati, nel centro della Città, in viale Mazzini, tra l’ufficio postale ed il Palazzo sede della Corte dei conti, un maestoso pino marittimo ha seminato terrore tra i passanti, con danni gravi a persone e cose. Poteva essere una strage lì dove centinaia di persone affollano ad ogni ora l’ingresso dell’ufficio postale, uno dei più importanti dell’area, tra l’altro frequentato dagli addetti agli uffici legali che vi si recano per gli adempimenti connessi alla notifica degli atti processuali. Ed è un avvocato il più grave dei feriti dal fusto di quel pino, alto 30 metri, del quale vale la pena di segnalare che, in un servizio televisivo mandato in onda da RAI News24, un agronomo intervistato sul posto dall’inviato del giornale ha segnalato le radici del pino, assolutamente insufficienti a reggere quell’imponente alberatura, ed ha fatto notare che tra le radici era presente una conduttura idrica il cui inserimento, ha fatto intendere l’intervistato, potrebbe aver danneggiato le radici. O potrebbero averle tagliate gli operai all’opera.

All’indomani della giornata nella quale il vento ha abbattuto oltre 300 piante si sente dire che dovranno esserne abbattute molte altre. Si è fatto il numero di 50.000. Speriamo che si tratti di una cifra buttata là a caso, tanto per dare la misura della gravità della situazione. Ma se così fosse sarebbe una vera tragedia. Al punto che la cura del verde sarebbe affidata di fatto non ad un servizio specializzato, come era il “Servizio giardini”, ma alle imprese incaricate di abbattere le piante, cioè di fare legna, ed a quelle che dovranno sostituirle. In sostanza non vorremmo che il vento che, secondo l’immaginifico Sindaco di Roma sarebbe “cambiato”, oltre a mettere in risalto l’insufficienza dell’amministrazione capitolina, desse il via ad un’altra stagione degli affari che l’esperienza ci dice essere spesso fonte di illeciti.

Da ultimo, per non farsi mancare nulla questo Sindaco che candidandosi non ha avuto il senso della misura, che non ha tenuto conto della propria inadeguatezza rispetto alla complessità dei compito che avrebbe dovuto affrontare, se ne è uscita con una affermazione che non possiamo non richiamare pur senza infierire. Gli alberi sono stati impiantati dal Fascismo! Dimenticando che gran parte di quelli di Villa Borghese sono stati messi a dimora quando c’era ancora il Papa Re?

27 febbraio 2019

Circolo di Cultura e di Educazione Politica

Rex

“Il più antico circolo culturale della Capitale”

71º ciclo di conferenze 2018-2019

***

“siamo tornati orgogliosi della nostra sovranità, fieri delle nostre istituzioni o siamo solo insofferenti di regole, liberamente accettate, che sembrano limitare la nostra autonomia e le nostre decisioni?”

Su questi temi parlerà

domenica 3 marzo alle ore 10.30

il Professore Avvocato Riccardo Scarpa

“sovranità o sovranismo”

Sala Roma, presso “Associazione Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale) o 16 B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tranviarie 3 e 19 ed autobus 910, 223, 52 e 53

 

Considerazioni su talune reazioni al caso Formigoni

Il corrotto non può essere mio amico

di Salvatore Sfrecola

 

La notizia della condanna definitiva pronunciata dalla Corte di Cassazione a carico di Roberto Formigoni, riconosciuto responsabile di corruzione, ha fortemente diviso lettori e commentatori sui giornali e sui social network. Per alcuni la condanna è giusta, per altri troppo severa, perché da Presidente della regione Lombardia avrebbe comunque ben amministrato nei molti anni nei quali è stato al vertice della Giunta. Così si sono distinti nemici politici ed amici, intesi come coloro che abitualmente hanno votato per l’area politica nella quale Formigoni ha militato o che condividono l’ala cattolica (Comunione e Liberazione) alla quale si dice facesse riferimento.

Non conosco i fatti se non per come la stampa li ha raccontati e non ho letto le sentenze che nei vari gradi di giudizio hanno ritenuto provati gli illeciti addebitati all’ex Presidente della Regione Lombardia. Ritengo, tuttavia che ci sia una buona dose di faziosità nelle posizioni assunte dai colpevolisti e dai giustificazionisti, nel senso che gli uni e gli altri si schierano in una fazione che, in buona misura, altera il giudizio morale e politico sulla persona. E se è comprensibile il senso della condanna dei colpevolisti, che sono anche avversari politici, non mi convince l’idea che si possa in qualche modo valutare la gravità del reato in relazione al buono che ha fatto nella sua attività al vertice del governo regionale. Non mi convince perché la corruzione è reato gravissimo, effetto di una condotta che piega ad interessi personali o di parte (ci si può far corrompere per finanziare il partito) l’esercizio della funzione pubblica cui un’autorità politica è chiamata dal consenso popolare. In questo senso che un soggetto si sia fatto corrompere per 1000 euro o per 100 milioni è indifferente sul piano morale, anche se può variare la gravità dell’illecito e della relativa sanzione. Insomma il corrotto, come il corruttore del resto, non può essere per definizione “mio amico”. E se manifesta le mie idee politiche vuol dire che mente, che non è vero, perché io sono abituato ad una morale politica nella quale l’idea, la filosofia che guida un partito e quanti vi aderiscono comprende necessariamente il rigoroso rispetto della legge e dell’interesse pubblico, quell’interesse che viene violato dal corrotto il quale “per compiere un atto del suo ufficio, riceve per sé o per un terzo, in denaro od altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa”, come si esprime il codice penale all’art. 318. Il che significa che il pubblico ufficiale viene compensato per compiere un atto dovuto ma anche illecito o illegittimo nell’interesse del corruttore. Insomma, è necessario, perché si configuri la corruzione, un qualsiasi comportamento che costituisca un concreto esercizio di poteri inerenti all’ufficio che sia in rapporto di causalità con la retribuzione non dovuta.

Fin qui il diritto. Sul piano della moralità politica non è ammissibile nessuna giustificazione qualunque altro comportamento positivo o encomiabile possa essere riconosciuto al corrotto. Anzi devo dire che mentre in qualche modo mi attendo da un mio avversario politico una condotta illecita mi indigna profondamente che questa sia opera di uno che dice di pensarla come me. La cosa mi offende, mi indigna perché in qualche misura mi sento coinvolto nel giudizio che la gente riserva all’autore dell’illecito e se fossi io a giudicarlo applicherei il massimo della pena. Senza sconti. Perché si affermi sempre la moralità della funzione pubblica nel rispetto di tutti perché “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54 della Costituzione. È il minimo che si richiede ad un uomo pubblico, come ad una donna, come alla “moglie di Cesare” che “deve non solo essere onestà, ma anche sembrare onesta”. Caesaris coniugium non esse honestum, sed etiam honestate videntur, per quanti conservano il gusto della lingua dei nostri padri.

25 febbraio 2019

 

Alla vigilia delle decisioni sull’autonomia differenziata

Cavour tradito: le ferrovie non hanno unificato l’Italia

e non ne hanno fatto la porta dell’Europa verso Oriente

di Salvatore Sfrecola

 

Monta la protesta delle regioni del Sud di fronte all’ipotesi di attuare quell’autonomia “differenziata” di Lombardia e Veneto, auspicata dai referendum popolari, e dell’Emilia-Romagna, di cui si è cominciato a discutere in sede di Governo. Come al solito vi sono ragioni da entrambe le parti. E se al Nord chi chiede nuove attribuzioni può rivendicare il lato virtuoso del regionalismo, al Sud non si riesce a farne un motivo di efficienza, neppure in Sicilia dove quell’autonomia è ancor più sviluppata, tanto da farne una sorta di stato autonomo da sempre, dacché lo statuto regionale, che riserva al territorio il 90 per cento delle entrate erariali, precede addirittura la Costituzione della Repubblica.

È dunque un passaggio estremamente delicato quello di mettere a punto i disegni di legge che dovranno attribuire a quelle regioni “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, ai sensi dell’art. 116, comma 3, della Costituzione, nelle materie di legislazione concorrente previste dal terzo comma dell’art. 117, dall’ambiente alle infrastrutture, dalla sicurezza del lavoro alla ricerca scientifica e tecnologica e al sostegno all’innovazione,  alla sanità, per fare qualche esempio, assumendone le relative responsabilità e le risorse per le funzioni che lo Stato non svolgerà più. Contestualmente vanno definite regole nazionali quanto ai livelli essenziali di erogazione dei servizi essenziali (ad esempio sanitari) ed ai costi standard, al fine di verificare da parte dello Stato e degli elettori come quelle risorse vengono utilizzate.

Resta un problema generale, che non va trascurato se vogliamo mantenere l’unità del Paese e non tornare al 1859,quando l’Italia era formata da sei staterelli. È l’assenza dello Stato in alcune regioni. Dico spesso che se “Cristo si è fermato ad Eboli”, come nel famoso romanzo di Carlo Levi, l’alta velocità si è fermata a Salerno, escludendo regioni ricche di potenzialità economiche, dall’agricoltura, alla manifattura, all’industria, al turismo, fortemente penalizzate dalla insufficienza delle infrastrutture viarie e ferroviarie, necessarie tanto per il trasporto delle persone quanto delle merci. Differenze antiche alle quali lo Stato nazionale non è stato capace di porre rimedio, molto per l’incapacità delle élite meridionali, nonostante ai vertici del Governo e dei ministeri si siano insediati, dal 1861 importanti politici meridionali. E qui torna utile, per dimostrare l’incompiutezza dell’unità d’Italia dal punto di vista economico e sociale, rileggere Camillo di Cavour che nel maggio del 1846 scrive un articolo pubblicato su una parigina Revue Nouvelle nel quale dimostra non solo lo spirito apertamente nazionale di questo straordinario statista ma la capacità di intravedere i motivi dell’unità e dello sviluppo. “Dal punto di vista commerciale – scrive - l’Italia può nutrire grandi speranze dalle ferrovie. Rendendo pronte, economiche e sicure le vie di comunicazione interna, facendo sparire in qualche modo la barriera delle Alpi che la separano dal resto dell’Europa e che sono così difficili da valicare per una parte dell’anno, nessun dubbio che l’afflusso di stranieri che vengono ogni anno per visitare l’Italia aumenterà in maniera prodigiosa. Quando il viaggio da Torino, Milano, Firenze, Roma e Napoli richiederà meno tempo e minor fatica di un giro di un lago svizzero, è difficile calcolare il numero di persone che verranno a cercare in queste contrade, piene di attrattive, un’aria più salubre e più pura per la loro salute malferma, ricordi per la loro intelligenza o anche solo semplici distrazioni dalla noia che sviluppano le brume del Nord. I profitti che l’Italia trae dal proprio sole, dal suo cielo privo di nubi, dalle sue ricchezze artistiche, dai ricordi che il passato le ha lasciato, cresceranno certamente in una proporzione considerevole”. E prosegue: “quando la rete ferroviaria sarà completa, l’Italia godrà di un considerevole commercio di transito. Le linee che uniranno i porti di Genova, Livorno, Napoli con quelli di Trieste, Venezia, Ancona e la costa orientale del regno di Napoli, porteranno attraverso l’Italia un grande movimento di merci e di viaggiatori, che vanno e vengono dal Mediterraneo all’Adriatico. In più, se le Alpi saranno perforate, come c’è motivo di credere, tra Torino e Chambery, il Lago maggiore, il lago di Costanza, Trieste Vienna, i porti italiani saranno in grado di condividere con quelli dell’Oceano e del mare del Nord, l’approvvigionamento dell’Europa centrale in derrate esotiche. Infine se le linee napoletane si estenderanno sino al fondo del regno, l’Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa, la trasformerà incontestabilmente, quando il vapore la attraverserà in tutta la sua lunghezza, il cammino più breve è più comodo dall’Oriente all’Occidente. Non appena ci si potrà imbarcare a Taranto o a Brindisi, la distanza marittima che ora bisogna percorrere per recarsi dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania in Africa o in Asia, sarà abbreviata della metà. È dunque fuor di dubbio che le grandi linee italiane serviranno allora a trasportare la maggior parte dei viaggiatori e alcuni merci più preziose che circoleranno in queste vaste contrade. L’Italia fornirà anche il mezzo più veloce per recarsi dall’Inghilterra all’India e in Cina cosa che rappresenterà ancora una fonte abbondante di nuovi profitti”.

La citazione è lunga, ma essenziale: c’è tutto in queste parole di Cavour, le infrastrutture ferroviarie e portuali dell’intera Italia, il commercio ed il turismo e la TAV, con buona pace del M5S, una missione per l’Italia, si direbbe, sulle orme di Roma. E si spiega perché Clemente Lotario di Metternich, il potente Cancelliere austriaco, diceva di Cavour “è il più grande statista d’Europa”. Ed aggiungeva “peccato che sia un nostro nemico”. Morto troppo presto e, purtroppo, senza effettivi eredi, nel Regno e nella Repubblica.

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia amministrativa

L’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con una convincente sentenza, ha affrontato lo spinoso problema relativo all’impossibilità di esecuzione in forma specifica del giudicato amministrativo, enunciando una serie di principi di diritto, tutti sorretti da adeguata motivazione, che meritano di essere integralmente riportati.

1. Dal giudicato amministrativo, quando riconosce la fondatezza delle pretesa sostanziale, esaurendo ogni margine di discrezionalità nel successivo esercizio del potere, nasce ex lege, in capo all’amministrazione, un’obbligazione, il cui oggetto consiste nel concedere “in natura” il bene della vita di cui è stata riconosciuta la spettanza.

2. L’impossibilità (sopravvenuta) di esecuzione in forma specifica dell’obbligazione nascente dal giudicato – che dà vita in capo all’amministrazione ad una responsabilità assoggettabile al regime della responsabilità di natura contrattuale, che l’art. 112, comma 3, c.p.a. sottopone peraltro ad un regime derogatorio rispetto alla disciplina civilistica – non estingue l’obbligazione, ma la converte, ex lege, in una diversa obbligazione, di natura risarcitoria, avente ad oggetto l’equivalente monetario del bene della vita riconosciuto dal giudicato in sostituzione della esecuzione in forma specifica; l’insorgenza di tale obbligazione può essere esclusa solo dalla insussistenza originaria o dal venir meno del nesso di causalità, oltre che dell’antigiuridicità della condotta.

3. In base agli articoli 103 Cost. e 7 c.p.a., il giudice amministrativo ha giurisdizione solo per le controversie nelle quali sia parte una pubblica amministrazione o un soggetto ad essa equiparato, con la conseguenza che la domanda che la parte privata danneggiata dall’impossibilità di ottenere l’esecuzione in forma specifica del giudicato proponga nei confronti dell’altra parte privata, beneficiaria del provvedimento illegittimo, esula dall’ambito della giurisdizione amministrativa.

4. Nel caso di mancata aggiudicazione, il danno conseguente al lucro cessante si identifica con l’interesse c.d. positivo, che ricomprende sia il mancato profitto (che l’impresa avrebbe ricavato dall’esecuzione dell’appalto), sia il danno c.d. curricolare (ovvero il pregiudizio subìto dall’impresa a causa del mancato arricchimento del curriculum e dell’immagine professionale per non poter indicare in esso l’avvenuta esecuzione dell’appalto). Spetta, in ogni caso, all’impresa danneggiata offrire, senza poter ricorrere a criteri forfettari, la prova rigorosa dell’utile che in concreto avrebbe conseguito, qualora fosse risultata aggiudicataria dell’appalto, poiché nell’azione di responsabilità per danni il principio dispositivo opera con pienezza e non è temperato dal metodo acquisitivo proprio dell’azione di annullamento  (ex art. 64, commi 1 e 3, c.p.a.), e la valutazione equitativa, ai sensi dell’art. 1226 cod. civ., è ammessa soltanto in presenza di situazione di impossibilità – o di estrema difficoltà – di una precisa prova sull’ammontare del danno.

5. Il mancato utile spetta nella misura integrale, in caso di annullamento dell’aggiudicazione impugnata e di certezza dell’aggiudicazione in favore del ricorrente, solo se questo dimostri di non aver utilizzato o potuto altrimenti utilizzare maestranze e mezzi, in quanto tenuti a disposizione in vista della commessa. In difetto di tale dimostrazione, può presumersi che l’impresa abbia riutilizzato o potuto riutilizzare mezzi e manodopera per altri lavori, a titolo di aliunde perceptum vel percipiendum (Cons. Stato, Ad. plen., 29 marzo – 12 maggio 2017, n. 2, con commento di D. Ponte, in Guida dir., n. 24/2017, 95 ss.).

La sentenza in oggetto risolve un problema di carattere generale al quale i giudici amministrativi non sempre hanno riservato la dovuta, preminente attenzione, quello cioè di impedire che siano comunque disattese le legittime aspettative del cittadino specie in presenza di un giudicato.

* * *

Elezioni europee

“Diventeremo anche post europeisti dopo essere stati post tutto? Le elezioni europee del 23 maggio sono elezioni speciali in un tempo speciale. Rispetto alle precedenti la tensione è diversa, la confusione imperversa. Secondo i sondaggi non è previsto un sovvertimento degli equilibri, molto peggio. Potrebbe essere una rivoluzione… Il compromesso storico all’europea è a forte rischio” (D. Pardo, Il Parlamento UE sarà una maionese, L’Europeo, n. 3/2019, 17).

Ma non sarebbe forse opportuno parlare anche di possibile rischio di ingovernabilità che potrebbe coinvolgere parte degli Stati europei?

* * *

Palazzo Spada: venti di tempesta

È apparso su il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2019 (pagg. 6, 7) l’articolo “Consiglio di Stato, una catena di affetti”, a firma di Giorgio Meletti, con annesso eloquente materiale iconografico, che non può non aver provocato generale sdegno e disgusto più che giustificati.

La massima magistratura amministrativa viene definita “un piccolo mondo antico dove poche decine di persone detengono la più impressionante concentrazione di potere oggi esistente in un Paese moderno”.

Vengono, quindi, forniti nominativi di personaggi coinvolti a vario titolo in episodi di estrema gravità che gettano ombre sinistre sul già dissestato Palazzo Spada, “un mondo fatato in cui un gruppo di sacerdoti intoccabili le leggi se le scrive, se le interpreta e se le applica”, incurante di tutto e di tutti.

Ma da tempo il cittadino comune si pone necessariamente la domanda se si può ancora nutrire fiducia nella giustizia se la stessa viene impunemente gestita da personaggi adusi ad ogni sorta di compromesso, senza necessità di attendere, come risposta, “l’ardua sentenza dei posteri”.

Ogni ulteriore commento appare a dir poco superfluo.

* * *

In ricordo di Eluana Englaro

Il 9 febbraio 2009 spirava Eluana Englaro, da diciassette anni in stato vegetativo, vittima delle incongruenze (chiamiamole pure così!) che sistematicamente affliggono il nostro Paese.

19 febbraio 2019

 

C’è un rinoceronte “dimenticato” al Foro Romano

di Salvatore Sfrecola

 

C’è un rinoceronte nel Foro Romano. Nessuna paura. Lì, sotto l’arco di Giano, in vista del Tempio di Vesta, accanto alla Chiesa di San Giorgio al Velabro, l’Rhinoceros unicornis, il grosso mammifero, comune all’India ed all’Africa, è stato collocato in occasione dell’inaugurazione del Palazzo Rhinoceros, l’immobile storico che la Fondazione Alda Fendi ha acquistato dal Comune di Roma.

A conclusione della manifestazione, tuttavia, il rinoceronte è rimasto al suo posto, abbandonato, nonostante le proteste dei residenti del quartiere per i quali la presenza di quella sagoma altera la magnifica armonia del Foro, dove la Roma repubblicana s’incontra con i ricordi dell’impero dei Cesari.

Si sono rivolti al Comune che sembra incapace di intervenire. Incredibile, ma la risposta degli uffici, in puro burocratese, è stata consegnata in un comunicato nel quale si legge che “lo scrivente ufficio si è limitato ad autorizzare esclusivamente il posizionamento di strutture tecniche funzionali alla realizzazione dell’evento”. Incredibile, senza il senso del ridicolo e senza timore di dimostrare crassa ignoranza delle regole del diritto, perché la rimozione del rinoceronte avrebbe dovuto essere prevista nell’autorizzazione a collocarlo nel Foro, come clausola necessaria di riduzione in pristino di un’area archeologica tutelata della quale veniva temporaneamente consentita l’utilizzazione da parte di un privato interessato a godere dello straordinario ambiente storico artistico.

Sono passati quattro mesi invano. Con una sola conclusione. Chi di dovere non conosce le regole della gestione dei beni pubblici e del bilancio del Comune di Roma sul quale non possono gravare spese non finalizzate ad interessi dell’Amministrazione capitolina. Pertanto, se le spese di rimozione non fossero state comprese tra le clausole del provvedimento di autorizzazione, poche o tante che siano, e dovessero ricadere sul bilancio comunale, cioè sui cittadini dell’Urbe, ci troveremmo di fronte ad un caso di scuola di danno erariale causato con dolo o colpa grave da un pubblico dipendente, perseguibile ad iniziativa della Procura regionale della Corte dei conti per il Lazio.

19 febbraio 2019

 

 

 

CIRCOLO DI CULTURA

 E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

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“La Costituzione, già riformata in peggio dal centrosinistra corre il rischio di ulteriori peggioramenti, lesivi delle prerogative del Parlamento e dei diritti delle minoranze”

 

Su questi temi parlerà

Domenica 24 febbraio alle ore 10.30

Il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola

“RIFORMA COSTITUZIONALE: come, quando, perché”

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Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “910”,” 223”, ”52” e “ 53”

 

 

 

Governo ad alta tensione

di Salvatore Sfrecola

 

Matteo Salvini non perde occasione per ribadire che le elezioni in Abruzzo sono amministrative e non mettono in discussione l’alleanza di governo. Lo ha detto da ultimo anche a Porta a Porta intervistato a caldo da Bruno Vespa, che ha cercato in tutti i modi di fargli dire che il risultato elettorale non può non contare nel rapporto tra Lega e Movimento 5 Stelle.

Domenica prossima ci sarà un nuovo test, in Sardegna, sul quale da tempo il M5S dice di non fare nessun conto, che prevede una sconfitta ancora più ampia di quella in terra d’Abruzzo. Elezioni regionali certamente ma che hanno assunto un valore di verifica della politica del governo gialloblù, attestata dall’impegno dei leader nazionali che si sono spesi senza risparmio durante la campagna elettorale. Di Maio, Di Battista, Berlusconi e la Meloni hanno, come Salvini, soggiornato a lungo in Abruzzo per dar man forte ai candidati dei rispettivi partiti. Meno presenti i leader del Partito Democratico impegnati nella campagna delle primarie.

È un dato importante quello dell’Abruzzo perché dimostra come gli italiani siano stati convinti all’azione politica di Salvini in un settore, quello dell’ordine pubblico, che evidentemente è da tempo sentito dall’opinione pubblica e strettamente collegato alla immigrazione incontrollata che genera insicurezza. L’insuccesso del M5S, dice il sottosegretario agli esteri Di Stefano ad Omnibus, la trasmissione di approfondimento de La7, è soprattutto un problema di comunicazione, nel senso che Di Maio e soci non sarebbero stati capaci di far percepire dall’opinione pubblica l’importanza delle iniziative che il governo ha assunto su sollecitazione del Movimento e che costituiscono espressione tradizionale del suo programma politico, dal reddito di cittadinanza alla legge anticorruzione, alla riduzione delle pensioni “d’oro”, insomma alla lotta alla povertà della quale il governo tanto si gloria.

Se, tuttavia, nonostante queste iniziative se le possa, a buona ragione, intestare, il M5S non passa all’incasso, non ne trae vantaggi sul piano del consenso elettorale vuol dire che la sua azione evidentemente non convince, non rassicura a fronte di una situazione economica pesante, resa evidente dai dati della produzione industriale e dalla recessione, pudicamente definita “tecnica”, nella quale l’Italia è caduta nonostante il proclamato carattere espansivo della manovra contenuta nella legge di bilancio per il 2019 riferito soprattutto al reddito di cittadinanza ed alle pensioni (quota 100) che dovrebbero mettere soldi nelle tasche di molti italiani, come si sente dire. Una manovra che, tuttavia, a molti appare insufficiente, assolutamente inadeguata rispetto alle esigenze del momento che presuppongono, per contrastare le spinte recessive, una grande mobilitazione di risorse pubbliche, le uniche capaci di realizzare in tempi brevi un incremento dell’occupazione con effetti positivi sull’economia.

Pur coinvolto nel governo che denuncia queste inadeguatezze Salvini non ne risente e continua a riscuotere maggiore apprezzamento, A destare maggiore fiducia, forse proprio per quell’equilibrio che anche nella polemica più dura mantiene, forse perché la Lega, tutto sommato, è vista come forza di governo perché amministra, con successo, le regioni più ricche e più efficienti dell’Italia settentrionale. Perché quel leader che ha portato il Carroccio dai minimi storici del dopo Bossi ad essere forza maggioritaria nel Paese merita considerazione, perché in lui si intravede una prospettiva politica di lungo termine, da quando ha abolito la parola “Nord” nella denominazione del partito che è divenuto di fatto un movimento nazionale come attesta il rilevante consenso elettorale nelle elezioni del 4 marzo 2018 anche al Sud ed il risultato del 10 febbraio in Abruzzo.

La strada che Salvini ha intrapreso è ormai spianata, deve solo saperla percorrere con determinazione e coerenza. E lo farà ampliando il programma come si deve ad un uomo di governo che ambisca ad essere riconosciuto come uno statista, come uno - per dirla con de Gasperi - che guarda alle future generazioni, che predica “Sovranismo” ma che è pronto ad operare in Europa purché questa cambi e diventi l’espressione dei popoli e delle nazioni del continente politicamente più antico, culla della democrazia e della libertà. Nella sfida che la Lega e tutto il centrodestra si apprestano ad affrontare quando il 26 maggio saremo chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento europeo dove sarà necessario mediare tra interessi a volte contrastanti di Stati e di economie nazionali che devono comprendere che nel mondo globalizzato non c’è spazio per i singoli, che di fronte ai colossi dell’economia mondiale, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Brasile all’India solo l’Europa unita può guadagnare la sua fetta importante di produzioni e commerci avendo elevata tecnologia, fantasia e volontà capaci di competere sul mercato globale.

13 febbraio 2019

 

 

In Abruzzo un test impietoso per il M5S. Paga errori di Governo e amministrativi (Raggi)

di Salvatore Sfrecola

 

Come tutti si attendevano, le elezioni regionali in Abruzzo non indicano soltanto lo stato dei partiti in quella regione. L’Abruzzo è regione di confine tra Nord e Sud, in continuità con Roma, la capitale, dove si fa politica, parlamentare e di governo, porta sul meridione dove la Lega è impegnata da tempo a farsi spazio, con crescente successo. Un successo che Matteo Salvini ha costruito dal Governo cavalcando il tema della sicurezza e della immigrazione, che interessa in forme varie tutta Italia, coinvolgendo il Movimento 5 Stelle che, tuttavia, soffre perché impegnato sulle questioni dell’economia, del lavoro e delle grandi opere che ne offuscano l’immagine erodendo i consensi che avevano fatto di Luigi Di Maio e dei suoi la novità della politica soprattutto nelle elezioni del 4 marzo 2018. Sennonché la novità è stata modesta, il Governo ha avuto grandi difficoltà nella definizione della legge di bilancio, l’introduzione del “reddito di cittadinanza” appare ricco di problematiche attuative, non è alle viste quel grande investimento in opere pubbliche che tradizionalmente gli stati mettono in campo per contrastare la stagnazione dell’economia, evidente nella timida affermazione dei media sull’Italia in recessione “tecnica”. Anzi l’opposizione drastica alla ferrovia Torino-Lione portata avanti con argomentazioni speciose, facendo finta di ignorare che quella è una tratta di un corridoio europeo (n. 5) che deve collegare il Portogallo all’Ucraina, è emblematica di un atteggiamento astratto, velleitario, vagamente ecologista ma evidentemente contraddittorio in quanto trascura l’esigenza di abbandonare il trasporto su gomma delle merci da e per i grandi porti italiani ed europei, da Genova a Rotterdam, quelle merci che impegnano quotidianamente migliaia di TIR carichi di container. No TAV ma sì alle piccole opere, dicono i 5Stelle, alle manutenzioni necessarie in un Paese che, a partire dal ponte Morandi di Genova, ha dimostrato di aver trascurato per evidente incapacità organizzativa ma anche per assenza di risorse, mai recuperate in modo sistematico dalla vasta area degli sprechi. Comunque le piccole, le tante piccole opere non decollano dando dimostrazione della incapacità di andare al di là del dire.

È in questa politica l’immagine deteriorata del M5S, scarso al Governo del Paese ma anche nella gestione amministrativa, come dimostra Roma dove il Sindaco Raggi, al di là delle poche cose che ha fatto, attesta di una incapacità di guidare una grande città con tutte le sue molteplici difficoltà, antiche e più recenti, quotidiane. Lo sentono i romani ed evidentemente l’hanno sentito i tanti cittadini della capitale di origine abruzzese, quanti da quella regione lavorano a Roma e quanti dalle rive del Tevere si spostano per lavorare in Abruzzo o per passarvi le vacanze invernali ed estive nelle magnifiche montagne innevate e sulle spiagge assolate dell’Adriatico.

Per questo dico da sempre che i partiti non devono trascurare il ruolo politico di Roma, le esperienze e le sensazioni dei cittadini della capitale, un miscuglio di provenienze regionali che mantengono rapporti con le aree di provenienza, soprattutto meridionali. Questi “romani” di recente generazione trasmettono a parenti e amici delle regioni del Sud i giudizi che maturano sui partiti che governano e che amministrano. E questo inevitabilmente ha penalizzato in passato il Partito Democratico ed oggi il M5S perché Di Maio e compagni non vanno bene al Governo, ma vanno malissimo nella gestione della Capitale.

“Il potere logora”, diceva Giulio Andreotti. Tuttavia aggiungeva “è meglio non perderlo”, cosa non facile, perché giorno dopo giorno l’azione politica e amministrativa è sotto gli occhi dei cittadini che ne traggono le conseguenze, quando sono chiamati a votare.

11 febbraio 2019

 

 

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

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“Mestieri che scompaiono, nuove professionalità, conquiste scientifiche, progressi o regressi per l’uomo”

Su questi temi parlerà

Domenica 17 febbraio alle ore 10.30

il Professore Avvocato

 EMMANUELE F.M. EMANUELE

“L’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA ROBOTICA:

IL NUOVO MONDO CHE CI ASPETTA”

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Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “910”,”223”, “52” e “53”

Elogio di Camillo (Zuccoli)

di Michele D’Elia

Direttore di Nuove Sintesi

 

Nel 1972, rientrato dal servizio militare, come membro dell’Alleanza Monarchica feci in tempo a votare contro l’adesione del P.D.I.U.M. al M.S.I. e come membro del F.M.G., battevo la Lombardia in cerca di nuovi frutti.

Camillo è il frutto migliore che io abbia incontrato; Egli era già tra i giovanissimi dell’A.M.

Studente di liceo Lui, insegnante di prima nomina io, entrammo subito in sintonia. Ci univa quel sentimento di amor patrio che si sintetizza nella Monarchia, e che usiamo definire fedeltà al Re e alla Patria.

Il giovanissimo Camillo era continuamente in movimento nell’Alleanza Monarchica ed in generale nel mondo della cultura, della politica e della diplomazia.

Conobbi i Suoi genitori e fui ospite, più volte, nella casa avita di Iseo.

In anni più recenti ho avuto l’onore di essere ospite Suo e della signora Ursula nella casa di Roma, dove conobbi i Suoi figli, ancora bambini, e dove mi rivedo. Anch’Egli era venuto a casa ed aveva conosciuto i miei genitori.

Nel 1998 il grande balzo: Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta a Sofia, dove da tempo frequentava Re Simeone. In veste di Ambasciatore ha fatto solo del bene.

Negli anni percorremmo strade diverse, a volte con accenti polemici, ma sempre leali, come avviene tra uomini liberi. Fummo quindi lontani, poi vicini, poi ancora lontani e finalmente vicinissimi. La sua ultima mail è del 27 gennaio. Tra il 2 e il 3 febbraio Egli cessa di vivere.

Generoso, Camillo ha servito l’Italia e la Monarchia. Lavorando sino alle ultime ore di vita ci ricorda che la morte in ozio stupido non ci può trovare.

Iseo, 6 febbraio 2019

 

(da http://monarchicinrete.blogspot.com)

 

Toninelli indisciplinato. Consegna l’analisi costi/benefici della TAV a Francia e alla Commissione UE ma non ai colleghi di governo

di Salvatore Sfrecola

 

Ha una strana considerazione della collegialità del Governo il Ministro delle infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, il quale ha consegnato all’ambasciatore di Francia in Italia, Christian Masset, l’analisi costi/benefici relativi all’appalto del tratto Torino Lione del corridoio europeo n. 5, Francia – Ucraina, senza averne prima informato il Presidente del Consiglio. Né Giuseppe Conte, infatti, né i vicepresidente Salvini e Di Maio sanno nulla del rapporto della Commissione di studio incaricata di analizzare l’impatto della nuova linea ferroviaria sul bilancio pubblico e sull’economia del Paese. Al di là del fatto che non si conoscono i parametri della valutazione rimessi alla Commissione, è singolare, Salvini lo ha definito “abbastanza bizzarro”, che quelle valutazioni, sulle quali il Governo sarà chiamato a decidere se realizzare o meno la ferrovia o ridimensionare il progetto, siano note a Parigi ed a Bruxelles e non a Roma, se non nelle segrete stanze di Piazza di Porta Pia, dove hanno sede gli uffici di Toninelli.

Anche la Commissione Ue, infatti, “ha ricevuto l’analisi costi-benefici” da parte dell’Italia e “ora la analizzerà”, conferma all’Ansa il portavoce del Commissario Ue ai trasporti Violeta Bulc. Ma in una relazione internazionale l’Italia doveva essere rappresentata dal Presidente del Consiglio oltre che dal Ministro delle infrastrutture, se non altro per quel garbo costituzionale che è necessario per mantenere il senso della collegialità e della colleganza.

Non solo, ad aggravare la sensazione di scollamento nell’Esecutivo giunge l’annuncio del ministero dei Trasporti che “Il Mit ha condiviso con il Governo francese, nella persona dell’ambasciatore di Francia in Italia, l’analisi costi-benefici sul progetto Tav Torino-Lione, come concordato dai Ministri Borne e Toninelli, prima della sua validazione e pubblicazione da parte del Governo italiano”. Insomma, si rimette a Francia e Commissione UE un documento ancora da “validare”. Non c’è veramente limite all’improvvisazione dell’effervescente ministro che baldanzosamente rivendica la sua competenza “esclusiva” ed una “prassi”, secondo la quale si informa prima l’interlocutore francese che il governo italiano, comunque certamente anomala, soprattutto in considerazione della valenza politica del confronto in atto tra alleati di governo. Qualcuno avrebbe dovuto spiegargli che, se è certamente inadeguata la disciplina del Governo che si ricava dall’art. 92 della Costituzione, ha sempre sopperito una “deontologia” costituzionale che vincola al rispetto dello “spirito” della propria funzione in rapporto alla collegialità del Governo assicurata dalla funzione di indirizzo e coordinamento del Presidente del Consiglio (ex art. 5 Cost.) che peraltro neppure era stato informato.

Non ci vuole altro per destare il sospetto che si sia voluto evitare di offrire argomenti alla polemica SI TAV-NO TAV alla vigilia di una importante scadenza elettorale, come il voto regionale in Abruzzo. Forse che quella valutazione costi/benefici ha lati deboli? Così contribuendo ad alimentare la polemica tra Lega, che vuole la TAV, e M5S che non la vuole, con la speciosa argomentazione che è meglio fare tante piccole opere anziché farne una grande. Speciosa, perché in questo Paese, come non si va avanti con la TAV, è ferma anche la manutenzione delle opere minori ma certamente importanti per la sicurezza dei trasporti, perché sappiamo, come ci dimostrano giorno dopo giorno le inchieste giornalistiche, che ponti e viadotti sono spesso in condizioni precarie, che piloni fondamentali per la loro tenuta sono erosi dalle condizioni climatiche e dalla trascuratezza dei gestori, quando non da una inadeguata realizzazione dei lavori. In ogni caso il più elle volte quelle opere sono state progettate per sostenere carichi decisamente inferiori a quelli che lo sviluppo dei mezzi di trasporto registra oggi.

8 febbraio 2019

L’ascensore sociale è fermo? Perché il merito non è riconosciuto nell’unico modo possibile, con adeguata retribuzione - di Salvatore Sfrecola

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI - del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

1941 monta l’ostilità al Fascismo. E la gente guarda alla Corona immaginando la sconfitta - di Salvatore Sfrecola

 

 

 

 

 

 

 


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