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Un Sogno Italiano mercoledì, 18 settembre 2019 ultimo aggiornamento

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Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi

(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

 

 

Un doveroso riconoscimento su Umberto II

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Lunedi 16 settembre, ore 23,30 su RAI 1 – è stato trasmesso un documentario “1948. L’anno che cambiò l’ltalia” affidato a Bruno Vespa, che si è avvalso per i commenti dello storico Gianni Oliva. Nel documentario interviste a Napolitano, De Mita, Ciccardini e Segre ed altri.

Dovendo inquadrare le elezioni politiche del 1948 si è dovuto logicamente partire dalle elezioni di due anni prima, il 2 e 3 giugno 1946 per il referendum istituzionale e l’Assemblea Costituente. Oliva sul referendum, oltre ai dati ufficiali per la affermazione repubblicana, di stretta misura, ha ricordato il quesito posto alla Corte di Cassazione, su gli elettori “votanti”, senza però approfondire il problema ed ha dato atto del comportamento corretto e lineare del Re Umberto, di evitare la guerra civile, dato che a Napoli già era scorso il sangue di giovani monarchici, concludendo che il Re, andando in esilio, tra l’interesse per la Dinastia e quello per l’Italia, “aveva scelto l’Italia”. Riconoscimento doveroso, di uno storico non monarchico, che è stato anche obiettivo in altri punti del documentario, con una decisa condanna del comunismo, pur riconoscendo a Togliatti, dopo il famoso attentato di Pallante che lo aveva colpito gravemente, di aver bloccato la rivolta che altri del suo partito, avrebbero voluto scatenare. Un documentario da meditare, anche per il ricordo degli aiuti statunitensi e del Piano Marshall.

18 settembre 2019

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia civile

La questione rimessa alle Sezioni Unite civili della Corte di cassazione, riguarda l’accertamento del diritto dei genitori di alunni delle scuole primarie e secondarie di scegliere, per i propri figli, tra la refezione scolastica e il pasto domestico (portato da casa o confezionato autonomamente) e, in particolare, di consumarlo all’interno dei locali destinati alla mensa e nell’orario della refezione.

La Suprema Corte, dopo un’ampia disamina del problema (dissociandosi, tra l’altro, dalla sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V, n. 5156 del 2018), ha ritenuto che un diritto soggettivo perfetto e incondizionato all’autorefezione individuale, nell’orario della mensa e nei locali scolastici, non è configurabile e, quindi, non può costituire oggetto di accertamento da parte del giudice ordinario, in favore degli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, i quali possono esercitare diritti procedimentali, al fine di influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa, rimesse all’autonomia organizzativa delle istituzioni scolastiche, in attuazione dei principi di buon andamento dell’amministrazione pubblica (Cass., Sez. Un. civ., sentenza 30  luglio 2019, n. 20504).

 

Il trionfo del trasformismo

È doveroso segnalare un articolo di elevata caratura, a firma di Massimo Cacciari, “Tutti senza radice” (L’Espresso, n. 36/2019), sulla recente crisi governativa.

Ricco di notazioni critiche particolarmente significative, specie quella finale, senz’altro meritevole di essere riportata integralmente.

“Questa crisi segna anche il punto culminante dell’onda lunga della crisi dell’istituto parlamentare. O entra in gioco un disegno radicale di riforma, o celebriamone pure il funerale, funerale che potrebbe durare anche cento anni. Le correnti demagogico-populistiche che tutti hanno inseguito negli ultimi decenni non potevano portare altrove, ma mai così drammaticamente come in questa fase è emersa l’impotenza del Parlamento rispetto a logiche privatistiche di gestione del potere. Tutto l’impianto dei rapporti tra esecutivo e legislativo, tra potere centrale e Regioni e Enti Locali, tra potere politico e funzioni autonome dello Stato, va finalmente riformato, se non vogliamo che dalla crisi della democrazia rappresentativa nelle forme che finora abbiamo conosciuto si passi alla fine della stessa democrazia in un regime di contrattazioni tra poteri economici, finanziari, mediatici che di volta in volta assumono la figura di questa o quella loggia, di questo o quel cerchio magico, di questo o quel tecnico-manager. Sempre più è questo il gioco cui assistiamo e ad esso l’opinione pubblica sembra ormai quasi assuefatta.

Sarà soltanto con una lunga lotta culturale e politica che la situazione potrà cambiare, non certo fuggendo il confronto aperto con chi l’ha voluta e la difende, né certo cambiando in commedia qualche attore”.

 

Norimberga

È il primo volume che il Corriere della sera dedica ai grandi processi della storia, autore Roberto Scevola (Milano, 2019).

Nell’ottima prefazione di Pierluigi Battista si evidenzia che “il processo di Norimberga ai criminali nazisti è stato uno spartiacque non solo nella storia del Novecento, ma in quella di tutt’intera l’umanità, messa al cospetto di atrocità inenarrabili”.

Il processo di Norimberga “suscita interrogativi, controversie e polemiche che il racconto di Scevola non minimizza e anzi spiega nei suoi aspetti anche più appassionanti dal punto di vista etico e giuridico. Interrogativi sulla opportunità stessa di tenere un processo”. Infatti, come sovente sostenuto, non è ammissibile fare il processo ai vinti.

Il volume passa in rassegna i protagonisti del processo, iniziato il 20 novembre 1945 e concluso con sentenza del 30 settembre – 1° ottobre 1946, con la condanna dei maggiori imputati all’impiccagione.

L’esecuzione della sentenza ebbe luogo tra la notte del 15 e del 16 ottobre e, subito dopo le 5, undici bare vennero avviate verso Monaco.

I corpi furono, quindi, immediatamente cremati nei forni del campo di Dachau e le ceneri disperse nelle acque dell’Isar.

Prima dell’esecuzione Göring si era tolto la vita in cella, avvelenandosi con il cianuro. La fiala del veleno era stata occultata in un vasetto di crema per le mani.

 

Bibbiano docet

L’ombra di Bibbiano si allunga anche su Verona” scrive Riccardo Torrescura su La Verità del 30 agosto 2019.

La Procura competente ha, quindi, aperto una inchiesta sull’affido dei minori – a quel che si dice, sottratti alle famiglie di origine anche con subdoli e riprovevoli espedienti – e “portati in comunità, per altro costose, anche se basterebbe aiutare le famiglie tramite un educatore”.

Da quanto abbiamo letto in questi giorni, è ormai venuta meno ogni credibilità dei servizi sociali.

 

 

 

I Senatori “a vita” non hanno più ragione d’essere

di Salvatore Sfrecola

 

Ha destato malcontento, tra le fila dell’opposizione e nel Paese che guarda a destra, il fatto che i Senatori “a vita” Mario Monti, Liliana Segre ed Elena Cattaneo abbiano votato la fiducia al Governo Conti 2. È accaduto quasi sempre così, all’unanimità, quando i governi erano di Sinistra. E sempre con seguito di polemiche.

Nessuno, ovviamente, nega il diritto dei Senatori a vita di votare la mozione di fiducia al governo ma prevale l’indicazione che, per un fatto di garbo istituzionale, personalità che non hanno ricevuto un mandato politico dovrebbero astenersi in una votazione tra le più politiche come quella che fa vivere il governo attraverso l’approvazione della mozione che condivide le dichiarazioni programmatiche del Presidente del consiglio.

I Senatori a vita, a parte gli ex Presidenti della Repubblica che sono membri di diritto della Camera Alta, sono previsti dall’articolo 59 della Costituzione scelti dal Presidente della Repubblica tra i cittadini italiani i quali abbiano “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Questi in qualche modo ripetono il ruolo dei Senatori del Regno, nominati ai sensi dell’art. 33 dello Statuto Albertino per decisione sovrana tra personalità delle istituzioni e tra coloro che “con servizi o meriti eminenti avranno illustrata la Patria”, da Manzoni a Marconi, da Einaudi a Croce, per fare qualche esempio. I Senatori non votavano la fiducia al governo, ritenendosi che solamente la Camera dei Deputati, in quanto elettiva, dovesse esprimere quel voto.

Il Senato della Repubblica è elettivo e, pertanto, vuota la fiducia ma i Senatori a vita non sono eletti e dovrebbero avere il buon gusto di astenersi. A differenza del Re, infatti, il Presidente della Repubblica, che li nomina, ancorché assumendo la carica diviene il custode imparziale della legalità costituzionale, è pur sempre un uomo di parte nel senso più proprio del termine in quanto è stato tesserato di un partito politico, per cui i senatori a vita sono stati costantemente scelti tra personalità di indubbio prestigio ma comunque “di area” come si dice. Di sinistra, in quanto i Presidenti della Repubblica, a parte Luigi Einaudi, sono stati eletti costantemente tra esponenti dei partiti di Sinistra.

Cresce, dunque, nel Paese la richiesta di abolire la carica di Senatore a vita. Anche per gli ex Presidenti della Repubblica, come accade ovunque. È bene che lasciando il Quirinale si dedichino, se qualcuno li richiede, a fare conferenze ed a scrivere libri, come accade in tutte le repubbliche.

12 settembre 2019

 

 

 

Conte si tiene stretto, attraverso il Prefetto Lamorgese, anche il Ministero dell’interno

di Salvatore Sfrecola

 

Perché un tecnico, un prefetto in pensione, alla guida di uno dei più politici dei ministeri, quello dell’interno? Un tecnico di prim’ordine, come Luciana Lamorgese, una lunga e brillante esperienza al ministero, anche come Capo di gabinetto del Ministro Angelino Alfano, quando aveva dovuto affrontare l’emergenza sbarchi negli anni 2014 – 2016, poi Prefetto di Venezia e di Milano.

Un tecnico alla guida del ministero nel quale ha esercitato le sue funzioni ha indubbi vantaggi ma anche qualche inconveniente. I primi derivano dalla conoscenza dell’apparato, degli uomini che vi operano, delle leggi che ne disciplinano le attribuzioni, essenziale in una stagione nella quale il governo si è impegnato a modificare i decreti Salvini. Gli inconvenienti potrebbero derivare dalla tendenza, naturale, ad avvalersi dei colleghi di concorso, di quelli con i quali si è lavorato, degli amici, con il rischio di creare malessere nella struttura. In teoria. In pratica non accadrà, per le doti umane del Prefetto Lamorgese e per il garbo con il quale si rapporta con la gente.

Sul piano politico la nomina di un tecnico alla guida del Ministero che più ha diviso la politica e l’opinione pubblica, assicurando il successo che a Matteo Salvini hanno riconosciuto i sondaggi, ha un rilevante significato sul piano degli equilibri di governo. Nel senso che evidentemente la gestione “politica” di quella delicatissima amministrazione sarà in mano al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale deve aver ritenuto di poter lucrare almeno parte dell’appeal che il leader della Lega si è conquistato nei quattordici mesi del governo giallo-verde nella lotta all’immigrazione clandestina.

In sostanza Conte ha voluto evitare che un ministro dell’interno politico, ad esempio un Marco Minniti, del quale si era detto alla vigilia della formazione del governo, gli rubasse la scena in un settore sensibile, immigrazione e sicurezza, al quale l’opinione pubblica guarda con estremo interesse.

Questa lettura della scelta del Prefetto Lamorgese dimostra che il Presidente Conte, individuato dalla stampa e dalla politica nella precedente esperienza di governo come personalità terza, messa lì per mediare tra due partiti che si erano duramente scontrati nella campagna elettorale conclusasi con il voto del 4 marzo 2018, è diventato un politico autonomo, dotato di personale visibilità anche internazionale di notevole rilievo, testimoniata dalle congratulazioni e sollecitazioni di Trump, Macron e Merkel.

Con questa scelta del ministro Lamorgese si conferma, dunque, la valutazione, diffusa tra gli osservatori politici, di un Giuseppe Conte che decolla definitivamente nel mondo politico istituzionale, pure non avendo un proprio partito. Ha detto, infatti, di non essere organico al Movimento 5 Stelle facendo dimenticare, per un momento, la indicazione che Di Maio ne aveva fatto nel 2018 quale possibile ministro della funzione pubblica. In tal modo Conte vuol apparire indipendente ma non terzo, guida sicura del Governo del quale, ai sensi dell’articolo 95 della Costituzione, ha la direzione e il coordinamento. Guardando alla scadenza della elezione del Presidente della Repubblica già qualcuno sostiene che a quella carica potrebbe legittimamente aspirare, avendo anche un credito da portare all’incasso: quello di aver evitato un prevedibile bagno di sangue per entrambi i partners di governo ove si fosse andati ad elezioni anticipate e di aver riportato con importanti responsabilità ministeriali il Partito Democratico, battuto in tutte le lezioni degli ultimi anni, a partire dal 4 dicembre 2016, quando gli italiani hanno detto no alla proposta di revisione costituzionale targata Renzi-Boschi.

5 settembre 2019

 

 

 

Un popolo senza identità teme la presenza di immigrati

di Salvatore Sfrecola

 

Non c’è dubbio che il tema dell’immigrazione tornerà prepotentemente nel programma e nell’azione del nuovo governo con tutti i problemi che conosciamo e che nei mesi scorsi hanno schierato su opposte trincee il governo giallo-verde e l’opposizione che oggi è al governo. La modifica dei decreti sicurezza, voluti da Salvini, è stata, infatti, preannunciata fin dalle prime interlocuzioni dei partner di governo. E c’è da essere certi che le modifiche andranno al di là delle sollecitazioni con le quali il Capo dello Stato aveva accompagnato la promulgazione della legge di conversione del decreto 2.

Di immigrazione scrivono oggi sul Corriere della Sera Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (“Due cose da fare”) in un pezzo che a tutto campo affronta i temi dell’economia e dei rapporti internazionali, con critiche che non risparmiano le impostazioni populiste e sovraniste che, secondo gli autori, con i limiti che stanno dimostrando Trump e Bolsonaro nella gestione dell’economia. E si soffermano sul tema dell’immigrazione, sulle percezioni del fenomeno considerate “errate”, facendo ricorso ad un argomento non nuovo: si esagera a proposito “dell’effetto dell’immigrazione sulla criminalità” e si dimentica “di tutti quegli immigrati che aiutano le nostre famiglie e la nostra economia e ristabiliscono un equilibrio generazionale”. È una impostazione effetto della concezione globalista dell’economia nella quale l’uomo è soprattutto un consumatore, non il portatori di valori culturali nei quali si identificano i popoli. Ne consegue che è facile gridare all’invasione, in presenza di una crescente presenza di stranieri con forte propensione alla natalità mentre gli italiani fanno sempre meno figli, a causa dell’incertezza delle condizioni di lavoro e della assoluta carenza di servizi per l’infanzia.

L’Italia, non bisogna dimenticarlo, ha sempre praticato l’accoglienza, fin da quando nelle nostre città vivevano libici, eritrei, somali, ed etiopi provenienti dalle colonne che non destavano nessuna preoccupazione nei nostri connazionali. Quelle persone avevano rispetto per la nostra storia e per la nostra identità ed erano accolte con simpatia dagli italiani di tutte le generazioni perché erano considerate parte della nostra realtà. Come nell’antica Roma, che accoglieva tutti purché rispettassero le leggi e fossero consapevoli della missione storica dell’Urbe. È sbagliato, quindi, scrivere come fanno i nostri autori che “la realtà è che l’italiano medio non è pronto a vivere in una società multietnica, almeno non lo è ancora, e queste preferenze culturali vanno tenute in conto quando si gestiscono i flussi migratori”.

Il fatto è che l’accoglienza degli immigrati, alcuni dei quali contribuiscono alla vita economica e sociale del nostro Paese, è condizionata dal grado di percezione nell’opinione pubblica della difesa della identità nazionale da parte delle istituzioni e della società. Nel senso che una forte identità non teme la presenza di stranieri appartenenti a culture e religioni diverse i quali, ad onta della politica di integrazione che ricorre nella pubblicistica e nella propaganda politica, in realtà rimangono il più delle volte estranei alle nostre comunità, emarginati, volontariamente per essere gelosi custodi delle proprie tradizioni e della propria cultura. Accade, dunque, che in ragione di questa difesa delle proprie radici culturali, orgogliosamente esibite e rivendicate, vada crescendo di generazione in generazione la ribellione nei confronti dei costumi dell’Occidente da loro ritenuto corrotto, perché ammette che le donne esibiscano le loro chiome, considerate oggetto di attrazione sessuale, mostrino le gambe, vestano abiti attillati. E, inoltre, abbiano rapporti disinvolti con l’altro sesso, anche solo nelle relazioni amicali, che negli ambienti di fede islamica non è consentito. Come dimostra il fatto che, più di una volta, giovani islamiche innamorate di italiani sono state maltrattate, segregate, financo uccise da persone della famiglia. Sono casi limite evidentemente, ma i casi limite sono sempre espressione esasperata di una concezione, di una modalità di vita. Le difficoltà di integrazione sono evidenti giorno dopo giorno e ne abbiamo prove a iosa. Una per tutte. Quando in una scuola sono state ricordate, con un minuto di silenzio, le vittime del Bataclan, le ragazze di fede islamica non si sono alzate in piedi dimostrando assoluta insensibilità per quelle giovani vittime di un vile attentato terroristico.

Tutto questo dimostra che la politica della immigrazione senza controllo e senza selezione è sbagliata. Infatti, in alcuni Stati, ad esempio in Germania, i governi si preoccupano di gestire l’accoglienza dando preferenza ai lavoratori specializzati od a persone di fede cristiana, come i siriani, ritenuti più affidabili e integrabili.

4 settembre 2019

 

 

 

Si scrive PD, si legge PCI

di Salvatore Sfrecola

 

Frugando tra i mei articoli di qualche anno fa alla ricerca di qualcosa che, da allora, fosse utile per l’oggi, mi sono imbattuto in un articolo del 2007, scritto all’indomani di una dura polemica che aveva opposto esponenti del Partito Democratico alla Senatrice Paola Binetti, docente universitaria del Campus Biomedico, eletta nelle liste del PD, teodem. La Binetti, esponente di punta del mondo cattolico, aveva votato contro un emendamento “antiomofobo”, governativo, così scatenando la reazione dei prodiani (era Presidente del Consiglio il professore bolognese) che ne avevano chiesto la testa. “È intollerabile – era stato il giudizio del collega deputato Andrea Papini - che una senatrice PD voti contro il governo”. E ne chiedeva l’espulsione. Singolare concezione della indipendenza del parlamentare!

Intervistata da Il Tempo, alla domanda se si fosse resa conto che, per la sua posizione, “è diventata un’eroina del centrodestra” la Binetti, che solo qualche mese prima aveva orgogliosamente detto a E-Polis “sono di sinistra”, aggiungendo che lì sono “i miei valori”, aveva detto che “c’è sicuramente un po’ di strumentalità, ma è indubbio che nel centrodestra l’accettazione di certi valori sia più chiara e meno discussa”. Aggiungeva, inoltre, “la mia posizione è nel centrosinistra” non senza sottolineare che la manovra finanziaria per il 2008 ha grossi nei. “Sulla famiglia, precisava, siamo profondamente insoddisfatti”.

Niente di nuovo sotto il sole, anzi di antico e … di peggio. Perché in questi giorni a destra si percepisce con orrore l’ipotesi che sulla famiglia e le pari opportunità sia attribuito un ruolo ministeriale a Monica Cirinnà, la vessillifera della confusione di genere.

È l’evidente effetto perverso della mancanza nei partiti dei riferimenti ideologici che un tempo segnavano la distinzione di ognuno rispetto agli altri. Luigi Di Maio, che orgogliosamente si qualifica “Capo politico” del M5S, in occasione del “penultimatum” dell’altro ieri a Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio incaricato, ha ripetuto ancora una volta che il suo è un movimento post-ideologico, mentre Nicola Zingaretti evita accuratamente qualsiasi argomento che possa apparire di filosofia politica per non provocare ulteriori fratture in un partito che aggrega una varietà di idee e opinioni a freddo inconciliabili. È la grande responsabilità che si sono assunta a suo tempo Francesco Rutelli e quanti con lui hanno deciso che la “Margherita”, erede della Democrazia Cristiana, confluisse nel PD. Così svendendo ai neocomunisti la tradizione, tutto sommato dignitosa, del cattolicesimo popolare di sinistra per un potere effimero, qualche poltrona di ministro, qualche consigliere di amministrazione. Teodem, ma in realtà comunisti anomali, come Rosy Bindi!

Stupiva, dunque, nel 2007 che Paola Binetti affermasse “non mi aspettavo davvero che all’interno di un partito che si dice nuovo ci siano riflessi da vecchio Partito comunista italiano”. Sperimentava sulla sua pelle che il Partito democratico non è altro che l’ultimo nome del Partito Comunista Italiano, nel quale i “cattolici di sinistra” fanno solo da alibi per i comunisti di sempre, perché possano dire di non essere più tali. Come quando inserivano nelle liste i cosiddetti “indipendenti”, che facevano pudicamente un gruppo parlamentare autonomo, ma erano sempre pronti a votare con il PCI. La Binetti avrebbe poi virato a destra, anzi al centro, dove oggi milita nell’UDC.

3 settembre 2019

 

 

La Costituzione, il Governo, la piattaforma Rousseau ed i dubbi (infondati) del Prof. Ainis

di Salvatore Sfrecola

 

Leggo sempre con attenzione e grande interesse gli articoli del prof. Michele Ainis, costituzionalista illustre ed editorialista brillante, che commenta da par suo i fatti della politica e le ragioni delle scelte dei partiti, così contribuendo al dibattito delle idee, anche quelle generiche e non collegate con la filosofia politica che un tempo chiamavamo ideologie, fino a quando si è ritenuto che esse siano tramontate. Con soddisfazione di alcuni. Tanto che Luigi Di Maio, nella dichiarazione al termine delle consultazioni del Presidente incaricato, ha tenuto a definire il suo Movimento “post-ideologico”. Per lui è un complimento, per me una iattura, dal momento che la classe politica ha da tempo rinunciato a riferimenti ideali. Per cui, ad esempio, tutti si dicono “liberali”, compresi i comunisti o i post comunisti. Il che vuol dire che qualcosa non funziona.

Per tornare al Prof Ainis, del quale, naturalmente, ho letto anche i libri con i quali svolge ulteriori approfondimenti di sistema, oggi ha scritto per La Repubblica un pezzo, “Tutti i limiti di Rousseau”, con il quale affronta un tema che fa discutere molto in queste ore, la questione del voto che, come si legge sul “Blog delle Stelle”, sarà raccolto per il tramite la piattaforma Rousseau, dal filoso francese Jean-Jacques, sulla ipotesi di formazione del nuovo governo. Rousseau è stato, al tempo della Rivoluzione Francese, il filosofo della “democrazia diretta”, proprio mentre l’Assemblea Nazionale a Parigi assumeva la funzione di rappresentanza dei cittadini. Democrazia diretta che il M5S ha posto alla base della propria azione politica, tanto che l’On. Riccardo Fraccaro è Ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta.

Ebbene, il Prof. Ainis ha dubbi sulla procedura che il M5S attua con ricorso al voto degli iscritti. E spiega tali “difetti e incongruenze” in quattro punti.

Il primo riguarda i tempi, nel senso che essi “non sono mai neutrali, specie in questa stagione, dove gli umori politici cambiano di ora in ora. Sicché scegliendo l’ora giusta si può ottenere una risposta positiva, quando il giorno prima sarebbe stata negativa”.

Il secondo riguarda la formula della domanda che, ricorda richiamando Norberto Bobbio, “in un referendum conta più della risposta. Perché il quesito referendario orienta il risultato, ne prefigura gli esiti”.

Terzo, votano solamente gli iscritti, pochi rispetto a quanti hanno votato per il M5S nelle elezioni politiche.

Quarto, non c’è vincolo per i dirigenti del Movimento, qualunque sia l’esito del voto, come precisa lo Statuto del Movimento.

Vediamo di ragionare sui singoli punti che, per la verità avevo già affrontato in un precedente pezzo su www.italianioggi.com.

I tempi evidentemente non sono neutrali, ma in questo caso oggi correttamente viene proposto un quesito adeguato al momento. Si chiede se si condivide la scelta di fare un governo con il Partito Democratico. Quesito e data, non “s’incrociano con l’agenda del presidente Mattarella, condizionandola, sottoponendola a decisioni esterne”, come, invece, ritiene il Prof. Ainis. Infatti il Capo dello Stato ha conferito l’incarico di formare il nuovo governo al Prof. Giuseppe Conte sulla base delle indicazioni provenienti dai partiti consultati. Tuttavia uno dei partiti, il M5S, ha una regola che impone, in talune occasioni, come nella formazione del governo, un sondaggio tra gli iscritti. Era accaduto anche in occasione del precedente governo giallo-verde ma la cosa non aveva destato attenzione. Era andata “liscia”, come si dice. Altri partiti hanno strumenti diversi di verifica delle intese raggiunte con il Presidente incaricato: riuniscono direzione o consiglio nazionale.

Non vedo l’interferenza con l’agenda del Presidente nel voto tramite Piattaforma Rousseau, come non vi è nel caso dei partiti che sottopongano agli organi statutari la proposta formulata dalla delegazione incaricata di condurre le trattative con il presidente incaricato.

Anche il terzo dubbio del Prof. Ainis non mi convince. Ne comprendo tutto il significato: votano pochi degli iscritti, pochissimi rispetto al numero degli elettori che hanno inviato in Parlamento molte decine di deputati e senatori grillini. L’esempio della consultazione del partito socialdemocratico tedesco, con oltre 400mila votanti, non mi convince. La regola del M5S è quella e va rispettata, come se a decidere fossero cento persone appartenenti ad un organo collegiale del movimento.

L’ultimo dubbio riguarda il vincolo del voto. Non c’è. La consultazione può essere ripetuta se lo chiedono il garante (Grillo) o il capo politico (Di Maio) e in questo caso occorre la maggioranza assoluta. Regola contraddittoria per il Movimento che ha sempre sostenuto i referendum senza quorum. È comunque una situazione diversa.

2 settembre 2019

 

 

LO SPONSOR AMERICANO

di Giuseppe Borgioli

 

Ha destato meraviglia il twit di Donald Trump che magnificava le doti di Giuseppe Conte diramato in un momento cruciale dello svolgimento della crisi, il giorno stesso in cui la direzione del PD stava discutendo sul suo possibile reincarico di Presidente del Consiglio. In effetti l’episodio è – come è stato osservato – alquanto irrituale. Secondo la prassi diplomatica i telegrammi (i twit) si inviano a cose fatte, a nomina avvenuta. Sono le famose felicitazioni che vengono pesate dal numero di parole impiegate o dalla lunghezza della telefonata.

Ma questo è un caso diverso. Si potrebbe adombrare il tentativo di una interferenza che avrebbe dovuto spingere ad una reazione garbata ma ferma. Qui non si tratta di un elogio della sovranità ma di indipendenza nazionale. Non ci risulta che i tutori dell’indipendenza nazionale, il presidente Sergio Mattarella e il soggetto in questione abbiano mostrato il ben che minimo imbarazzo.

L’aspetto più paradossale riguarda la sinistra che per l’occasione è passata sopra tutta la sequela di insulti ordinariamente rivolti all’“amico americano”. Noi non siamo fra coloro che hanno mostrato stupore e hanno tirato in ballo il carattere estroso di Trump, le supposte di disavventura moscovite della Lega, l’amicizia di Salvini per Putin più volta confessata.

La realtà è che l’Italia è una super dotata (anche di armi nucleari) portaerei americana nel mediterraneo. È sempre stato così. Ora lo è di più con lo smantellamento delle basi in Germania, il disimpegno storico della Francia e l’inaffidabilità riemersa della Turchia.

È il ritornello di sempre: cediamo territorio e sovranità in cambio di sicurezza. Lo sponsor americano è sin troppo discreto, si limita a tessere gli elogi di Giuseppe (anzi Giuseppi) Conte.

(da www.unionemonarchicaitaliana.it)

 

 

 

Frammenti di riflessioni

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

L’organismo di diritto pubblico

La nozione di organismo pubblico, con specifico riferimento al requisito teleologico di cui al punto 1) dell’art. 3, comma 1, lett. d), Codice dei contratti pubblici del 18 aprile 2016, n. 50, (“istituito per soddisfare specificamente esigenze di interesse generale, aventi carattere non industriale o commerciale”), deve essere estensivamente intesa e, nella valutazione degli indici richiesti dalla norma, deve essere privilegiato ad un approccio formalistico un approccio funzionale che tenga conto delle concrete modalità di azione della società, Per stabilire se una società agisca per un fine di interesse generale e, quindi, è un organismo pubblico, occorre procedere ad una valutazione in concreto degli elementi di fatto e di diritto che connotano l’agire della stessa (Cass., Sez. Un., 28 giugno 2019, n. 17567 – Ord., con commento di L. Grassucci, “Ancora sulla natura di organismo di diritto pubblico”, in www.Italiappalti.it, 24 luglio 2019).

 

Nuove indagini sul delitto Scopelliti

Gianfrancesco Turano, con un accurato e documentato articolo (“Scopelliti il grande enigma”, L’Espresso, n. 19/2019), ripropone l’irrisolto omicidio del magistrato Antonio Scopelliti, ucciso il 9 agosto 1991 a Campo Piale, sopra Villa San Giovanni, designato a sostenere l’accusa nel Maxiprocesso a Cosa Nostra.

Le stragi mafiose proseguiranno, poi, fino al 1994 con l’uccisione, tra gli altri, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di agenti delle scorte, di passanti in Via Palestro a Milano, in Via dei Georgofili a Firenze e in San Giorgio al Velabro a Roma.

Benché i vari processi ai mandanti ed agli esecutori del delitto Scopelliti si siano conclusi senza la condanna di chicchessia, oggi la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria  torna sull’irrisolto crimine.

Il Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha dichiarato che “il delitto Scopelliti è il prodotto dell’integrazione profonda fra crimine calabrese e siciliano, ma è anche collegato agli ambienti romani, segnati da componenti massoniche, e ai salotti democristiani che facevano da ponte con la parte riservata della ‘ndrangheta nel momento in cui si sviluppano i progetti autonomisti delle leghe meridionali”.

Materiale a disposizione degli inquirenti ce ne dovrebbe essere in abbondanza, anche se dopo circa trenta anni dall’omicidio Scopelliti appare oggi impresa non agevole “indagare sui lati oscuri del magistrato e dello Stato”.

 

“Le due vite di Lucrezia Borgia”

È la storia della “cattiva ragazza che andò in Paradiso”, scritta da Lia Celi e Andrea Santangelo (Milano, 2019).

Lucrezia nacque da Rodrigo Borgia e da Giovanna de’ Cattanei, detta Vannozza per la sua consistenza fisica.

Nella notte tra il 10 e l’11 agosto 1492, nel corso del quarto scrutinio del conclave, Rodrigo Borgia, cardinale diacono di S. Nicola in Carcere e S. Maria in Via Lata, venne eletto al soglio pontificio ed adottò il nome di Alessandro VI.

“Tutta l’Europa grida allo scandalo e griderà ancora di più durante il suo pontificato”.

Lucrezia, dai “capelli più biondi che si possano immaginare”, fu senza dubbio una avvenente fanciulla di notevole fascino, ma ebbe la sfortuna di nascere in un secolo corrotto e di essere dominata dall’autorità dispotica e accentratrice del padre e dall’indole malvagia del fratello Cesare, il famigerato Valentino.

Come evidenziano gli autori, “nel variopinto ventaglio di prove cui la vita l’ha sottoposta, è stata sposa-bambina, amante, moglie felice, ragazza immagine alla corte di Alessandro VI, amministratrice, madre, vedova”.

Ma, a questo punto, ci sentiamo di condividere il ponderato giudizio espresso su Lucrezia nell’ultima pagina di copertina del volume: “Obbediva a papà, voleva bene al fratello, a un marito salvò la vita, ad un altro il regno. I contemporanei la chiamarono angelo, santa, esempio per tutte le donne. Eppure da secoli il suo nome è sinonimo di intrighi, delitti e veleni. Forse nessuna donna della storia è stata più calunniata di Lucrezia Borgia. Esistono forse due Lucrezie, due vite, due storie. O forse no”.

La lettura del libro consente anche di conoscere come la nostra penisola fosse all’epoca frastagliata in innumerevoli potentati, nonché di seguire la rapida ascesa della famiglia Borgia nella curia romana.

 

Educazione civica: bentornata nella scuola

Dopo l’approvazione della Camera del d.d.l. sull’introduzione dell’insegnamento scolastico dell’Educazione civica, è di recente intervenuta anche quella del Senato (legge n. 92 del 20 agosto 2019, in G.U. n. 195 del 21 agosto 2019).

Pertanto, con il prossimo mese di settembre, l’Educazione civica potrebbe tornare come materia obbligatoria nella scuola primaria e secondaria.

Alle medie e alle superiori sarà argomento d’esame; per le elementari sarà, invece, un insegnamento più sintetico.

Come recita l’art. 1 della legge introduttiva, l’Educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri.

Sviluppa, inoltre, nelle istituzioni scolastiche la conoscenza della Costituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea per la promozione di principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale, diritto alla salute e al benessere della persona.

 

Il metodo Bibbiano

Prima che il c.d. metodo Bibbiano si spanda a macchia d’olio, venuto alla luce il Vaso di Pandora, è indispensabile un deciso intervento della magistratura, cosciente e responsabile, che metta fine, presto e bene, a questo riprovevole sconcio.

 

 

Matteo Salvini nel ritratto di Giampaolo Pansa

di Salvatore Sfrecola

 

Devo dire che il libro di Giampaolo Pansa (“Il dittatore”, Rizzoli, Milano, 2019, pp. 156, € 17.00), da poco più di un mese in libreria, non può essere assolutamente trascurato da quanti si occupano di politica. Infatti, questo “ritratto irriverente di un seduttore autoritario” dedicato a Matteo Salvini offre molteplici spunti al dibattito che accompagna l’osservazione dell’uomo politico che più di ogni altro, in questo momento storico, è in testa ai sondaggi del gradimento degli italiani. Da molti altri contestato e criticato duramente, accusato, senza mezzi termini, di costituire un pericolo per la democrazia. Da qui il titolo “Il dittatore”, che l’Editore abilmente accompagna con una foto nella prima di copertina, su uno sfondo nero, colore inevitabilmente associato all’idea di un italico uomo forte. Il quale, infatti, ha chiesto in un comizio i “pieni poteri”, minacciando in qualche modo anche il ricorso alla piazza. Un argomento gettato in pasto ad un uditorio osannante sulla spiaggia di un noto stabilimento balneare, il Papeete, certamente senza che quell’espressione volesse rappresentare una pretesa giuridica al comando, una gestione più attiva del Governo eppure contestato da Giuseppe Conte, il Presidente del Consiglio che, nelle sue comunicazioni in Senato originate dalla dichiarazione del leader leghista, non ha risparmiato al suo Vicepresidente ogni genere di accusa, non solo come membro dell’Esecutivo, ma anche come uomo e come politico per il tratto autoritario che lo caratterizzerebbe, al punto da prevaricare anche alcuni colleghi ministri. Tuttavia la Lega nella tempesta delle polemiche alimentate dal Prof. Conte e da alcuni ambienti del M5S risulta proprio oggi in crescita nei consensi registrati dal sondaggi.

Il libro vaga tra ricordi antichi e recenti l’illustre giornalista e richiami a scritti vari, alcuni desunti dal suo famoso Bestiario, per dire dei tempi che viviamo, diversi da quelli degli anni ’60 e seguenti, caratterizzati dal degrado della classe politica al potere, in un contesto nel quale Matteo Salvini è riuscito ad emergere ed a far crescere in misura esponenziale la sua Lega con grande spregiudicatezza. In questa narrazione Salvini compare, tuttavia, a tratti essendo protagonista solamente di alcuni capitoli. Sullo sfondo il libro ci dice di Silvio Berlusconi, della sua “discesa” in politica per “tutelare i propri interessi, a cominciare da quelli del suo gruppo televisivo”, con un “partito personale” (pagina 15) “introducendo nel nostro paese (la minuscola è nel testo, n.d.A.) una quantità di virus che in seguito hanno reso più fragile la Repubblica italiana” (pagina 16).

Altro protagonista è Umberto Bossi, con Roberto Maroni e le stagioni della loro gestione della Lega (il capitolo 4 è dedicato al ruolo del Prof. Gianfranco Miglio, “Il mago Merlino), fino all’avvento di Salvini (“il bomber leghista”) e alla sua scelta di costruire “un soggetto di carattere nazionale” (“ho cambiato idea sui meridionali”, a pagina 50), in aperta polemica nei confronti dell’Europa e della moneta unica ma d’intesa con altri movimenti ritenuti vicini, a cominciare dal Front National di Madam Le Pen. Un leader “esemplare politico del nostro tempo, furbastro, volgare, pronto persino a sfidare il ridicolo pur di far parlare di sé” (pagina 50). Né Pansa trascura gli aspetti personali del leader leghista (“Lo sciupafemmine”), cui dedica il capitolo 6.

Al suicidio della sinistra Pansa dedica un intero capitolo (il 7), come al governo di Giuseppe Conte, al ruolo dei protagonisti del M5S, da Di Maio a Grillo, sulla base di elementi forniti da una “gola profonda”, un informatore anonimo ma capace di chiarire il senso di fatti e di comportamenti. C’è poi il mondo dell’informazione, dei talk show, soprattutto de La7, con i vari protagonisti che siamo abituati a seguire nelle serate di approfondimento.

“L’avventura di Siri” è il titolo del capitolo 10 dove sono dettagliatamente analizzate le vicende giudiziario – governative maldestramente gestite dai protagonisti, lo stesso Siri e Salvini. Attenzione anche alle azioni di Grillo e Di Maio per spiegare in qualche modo il successo clamoroso e crescente del leader leghista. Si parla anche di Giuseppe Conte che non ne esce bene, una specie di comparsa di uno sceneggiato nel quale altri sono i protagonisti.

In realtà il titolo del libro si giustifica soprattutto per il capitolo 19 “lettera al futuro Dittatore”, laddove ne critica l’adesione al taglio delle pensioni, al condono “che premierà chi non ha pagato le tasse, i contributi e la famosa Iva”. In una parola “salverà gli evasori”. Tema sul quale insiste e lo accusa “di avere additato come ladri gli onesti. Di averci riportato al clima di guerra civile tra italiani dove non si usano più i fucili (per il momento), la gogna, l’invettiva, l’insulto sputacchiato nell’etere con ogni mezzo”. E gli ricorda che “chiunque si sia atteggiato a padrone del vapore ha dovuto ben presto fare i conti con la realtà. E la realtà in Italia, cambia velocemente. C’è chi l’ha sperimentato prima di lei, avendo addirittura preso più voti alle precedenti elezioni europee!”

È l’invito a tener conto dell’insegnamento della storia, quella che molti studiano, pochi evidentemente capiscono. Altrimenti le cose andrebbero, quanto meno, meglio.

E conclude con un detto popolare diffuso ovunque in Italia “temete l’ira dei calmi”. Mio padre lo correggeva in “l’ira dei giusti”. E ho sempre ritenuto che avesse ragione.

Tutto nello stile ironico e un po’ sarcastico della prosa di Pansa, che si legge sempre con piacere, anche per il senso di libertà di pensiero che caratterizza questo come tutti i suoi scritti, motivo per il quale a Sinistra gli hanno riservato critiche di revisionismo. Una libertà di giudizio che, peraltro, non ha saputo, o voluto mantenere, quando parla del Re Vittorio Emanuele III che definisce “fellone” a proposito dell’avvento del governo Mussolini (pagina 19) o quando, in relazione agli avvenimenti del settembre 1943, scrive de “la fuga della monarchia savoiarda” (pagina 84). Qui Pansa non riesce a scrollarsi di dosso la narrazione socialcomunista che, quanto ai fatti del 1922, trascura di considerare che Giolitti, Sturzo e Turati, interpellati dal Re, si rifiutarono di fare un Governo, del quale comprendevano le difficoltà, così aprendo la strada all’Esecutivo fascista. Mentre nel 1943 il Re si addossò l’impegno di chiudere con una guerra tragica, non voluta da lui e dal popolo italiano, un difficile armistizio e, lasciando Roma, indifendibile sul piano militare, ne impedì la distruzione, come sarebbe avvenuto se la città fosse stata campo di battaglia di almeno tre eserciti, l’italiano, il tedesco e l’anglo americano.

Ma criticare il Re fa comodo a tutti, a coloro che fuggirono nel 1922 alla richiesta di fare un governo e all’aggressione fascista, ma che forse, nel contesto, la considerarono un male minore. E nel 1943, quanti per intestarsi la lotta antifascista dovevano oscurare i meriti della Corona nella caduta del Fascismo e nella uscita dalla guerra. E continuarono nel creare una barriera nella storia d’Italia per dimenticare la storia del Regno, una storia di libertà e di sviluppo di un Paese in tante aree fortemente arretrato. Lo dimostra il ricordo in sordina della vittoria nella Grande Guerra conclusiva del Risorgimento e vero motivo unificante quando sulla frontiera combatterono, fianco a fianco, italiani che spesso non parlavano neppure la stessa lingua. Eppure credettero nell’impegno di dover lottare contro il “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, come le centinaia di migliaia di compatrioti che sottoscrissero con entusiasmo i prestiti nazionali per sostenere le spese di guerra. Basta leggere ancora Einaudi per rendersi conto di questo diffuso sentimento nazionale.

26 agosto 2019

 

 

Un Conte rancoroso chiude l’esperienza del governo giallo-verde

di Salvatore Sfrecola

 

“Grande, chiaro e responsabile discorso del Presidente Conte. Sta dimostrando di essere un uomo di Stato!” Così un mio amico che stimo molto, liberale doc. Tuttavia devo dissentire. Probabilmente spinto, come altri, da ostilità nei confronti della personalità politica di Matteo Salvini, ha trascurato di considerare che mai si era visto in un’aula parlamentare il Presidente del Consiglio attaccare a testa bassa un proprio ministro, anzi il vice presidente del Consiglio.

Mai si era visto perché, ai sensi dell’art. 95 della Costituzione “il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo… mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Pertanto dal 1861, dal Conte Camillo Benso di Cavour al Conte Paolo Gentiloni Silverj, le divergenze tra Presidente e ministro sono state sempre risolte in seno al Consiglio dei ministri. In mancanza il ministro si è dimesso o il partito del ministro ha tolto la fiducia al Governo.

Il contrasto tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte è evidentemente un fatto politico. Invece, con tono rancoroso il Prof. Giuseppe Conte, giunto a Palazzo Chigi senza esperienze politiche, scelto dal Movimento 5 Stelle per quel ruolo fondamentale di direzione e coordinamento della politica governativa, ha ritenuto di personalizzare un dissenso che non lo oppone evidentemente al ministro ma al partito del quale Matteo Salvini è Segretario, un partito che aveva manifestato negli ultimi mesi crescente insofferenza rispetto all’attività di altri ministri del M5S accusati di essere un freno alla realizzazione del programma di governo, definito “contratto”. Insofferenze che evidentemente il Presidente Conte aveva sottovalutato o non era riuscito a superare esercitando il suo ruolo di direzione e di coordinamento dei ministri.

È così che un fatto squisitamente politico ha assunto il carattere di una questione personale e pubblicamente, in Senato, Conte ha accusato il ministro per aver innescato la crisi di governo, una scelta politica della quale, per la verità, la Lega si è assunta pubblicamente la responsabilità presentando una mozione di sfiducia nei confronti del Governo. Mossa sbagliata, certamente, irrituale, Costituzione alla mano, ma da valutare sotto il profilo degli effetti politici voluti.

Ricorda Conte, in apertura delle sue “comunicazioni”, che il giorno 8 agosto il Ministro Salvini, dopo avergli anticipato la decisione “nel corso di un lungo colloquio, ha diramato una nota, con la quale ha dichiarato che la Lega non era più disponibile a proseguire questa esperienza di Governo e ha sollecitato l’immediato ritorno alle urne elettorali”.

Una scelta assolutamente lecita. È così che normalmente si aprono le crisi di governo. Conte, tuttavia, ha ritenuto la decisione “oggettivamente grave” per le “conseguenze molto rilevanti per la vita politica, economica e sociale del Paese”. Ed è giusto che ne abbia investito il Parlamento con le sue “comunicazioni” con le quali doveva limitarsi a dar conto della scelta di uno dei partiti di governo della quale poteva ben dire, come ha fatto, di reputarla “oggettivamente grave… perché… questa crisi interviene a interrompere prematuramente un’azione di Governo che procedeva operosamente e che, già nel primo anno, aveva realizzato molti risultati e ancora molti ne stava realizzando”.

È un fatto politico, materia di dissenso per approfondire il quale non si è mai scesi sul personale. Giusto, ancora, esporre considerazioni critiche sui tempi della crisi che, ha affermato, “espongono a gravi rischi il nostro Paese” per “il rischio di ritrovarsi in esercizio finanziario provvisorio”, con l’aggiunta di ipotetiche “difficoltà di contrastare l’aumento dell’IVA e con un sistema economico esposto a speculazioni finanziarie e agli sbalzi dello spread”.

Tutte valutazioni assolutamente legittime. Anche quella di ritenere la decisione di innescare la crisi di governo “come fortemente irresponsabile”. Non l’intento “di inseguire interessi personali e di partito”, certamente consentiti. È noto che nella culla della democrazia parlamentare, il Regno Unito, il Primo ministro chiede alla Regina lo scioglimento anticipato della Camera dei comuni quando ritiene favorevole al suo partito il contesto politico elettorale. Appare, pertanto, fuor di luogo il richiamo all’interesse nazionale che ogni partito è evidentemente libero di interpretare e perseguire nel modo che ritiene più opportuno per cui se finisse per comprometterlo ne subirebbe le conseguenze in termini di consenso elettorale.

Ed è qui che il tono del discorso del Presidente del Consiglio degrada ad una ripicca personale giacché riconosce che “ormai da molte settimane - certamente già all’esito delle elezioni europee - era chiara l’insofferenza per la prosecuzione di un’esperienza di Governo giudicata evidentemente ormai limitativa delle ambizioni politiche di chi ha chiaramente rivendicato pieni poteri per guidare il Paese”.

Comincia a questo punto contro la tesi della Lega, che il suo fosse il “Governo dei no, del non fare”, la difesa dell’attività di governo con una puntigliosa elencazione delle cose fatte nonostante le quali “all’indomani della competizione europea, il Ministro dell’interno e leader della Lega, forte del successo elettorale conseguito, ha posto in essere un’operazione di progressivo distacco dall’azione di Governo, un’operazione che ha finito per distrarlo dai suoi stessi compiti istituzionali e lo ha indotto alla costante ricerca di un pretesto, che potesse giustificare la crisi di Governo e il ritorno alle urne”.

Segue la contestazione personale, con riferimento alla richiesta di “pieni poteri per governare il Paese” e al preannunciato ricorso alle “piazze”, una concezione che “preoccupa” Conte. Giacché, aggiunge, “nel nostro ordinamento repubblicano le crisi di Governo non si affrontano né regolano nelle piazze, ma nel Parlamento”.

“Non abbiamo bisogno di uomini con pieni poteri, ma di persone che abbiano cultura istituzionale e senso di responsabilità. Se tu avessi mostrato cultura delle regole e sensibilità istituzionale, l’intera azione di Governo ne avrebbe tratto sicuramente giovamento”. L’accusa è pesante e personale. Quelle parole, certamente inopportune, come avrebbe detto il mio amico liberale, vanno contestualizzate e interpretate alla luce di una azione politica che utilizza slogan e che si svolge sulle piazze, non per evocare la rivoluzione, ma per dire che il consenso si misura da quel che pensano gli italiani nella vita di ogni giorno, nelle vie e nelle piazze dove chiedono alla politica di soddisfare le loro aspettativa.

Anche l’accusa di scarsa collaborazione è un po’ un boomerang per il Professore. Evidentemente non ha avuto capacità di direzione e coordinamento, specie quando accusa Salvini di invasione di competenze di altri Ministri.

“La cultura delle regole, il rispetto delle istituzioni certamente non si improvvisano”, richiama Conte, per il quale “chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare, durante i comizi, di accostare agli slogan politici i simboli religiosi”. Si può convenire, ma è una scelta che valuteranno gli elettori al momento del voto.

Chiude con altri rimproveri a Salvini, come non aver partecipato alla seduta nella quale si è parlato della “vicenda russa”, ma dimentica di chiosare la vicenda della mozione sulla TAV, dopo la sua scelta di dare avvio all’opera. Che il leader della Lega ben avrebbe potuto prendere a pretesto per rompere.

Errori ne ha fatti Salvini. Nel linguaggio, nel rapporto con le istituzioni, a partire dalla Magistratura che un uomo di Stato deve sempre rispettare anche quando deve subire l’effetto di pronunce sgradite. Ha sbagliato soprattutto nella scelta del tempo della crisi, quando avrebbe avuto ben altre occasioni per dire che il governo era superato, soprattutto quando, sulla base di ripetuti successi elettorali, era evidente che nel Paese si era formata una maggioranza molto diversa da quella che aveva consentito la formazione dell’Esecutivo.

In chiusura ha stilato un nuovo programma di governo, delle cose da farsi in “un periodo di grandi trasformazioni”. Nella replica il richiamo al coraggio che Salvini non avrebbe avuto mentre lui si apprestava a dimostrarlo recandosi al Quirinale. Ancora un fuor d’opera che dimostra l’assoluta inadeguatezza del personaggio per quel ruolo al quale evidentemente si era comunque affezionato sicché, la prospettiva di perderlo ha scatenato in lui la rancorosa reazione che non è certo da “uomo di Stato”, come il mio amico liberale aveva ritenuto, avendo Salvini in gran dispitto.

21 agosto 2019

 

 

 

26 agosto: un anniversario ignorato

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Oggi si ricordano gli anniversari più vari, si celebrano le “giornate” più strane, ma di quanto avvenuto duecentotrenta anni or sono, non ho mai visto ricordi e celebrazioni, nemmeno nel paese dove accadde questo fondamentale evento il 26 agosto 1789. Ebbene in tale data, in Francia, gli Stati Generali, inaugurati dal Re Luigi XVI, il precedente 5 maggio, trasformatisi in Assemblea Nazionale, approvavano la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, pietra miliare nel cammino della umanità, e fondamento di quella civiltà occidentale, alla quale si sono ispirate le relative istituzioni e costituzioni.

Rileggiamo perciò la Dichiarazione, nei suoi principali articoli, anche perché attualmente tanti ed importanti paesi ancora non la riconoscono ed altri che la conoscevano sembrano averla dimenticata, limitando, con leggi restrittive, diversi di questi diritti:

Art. I – Gli uomini nascono e vivono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Art. II- Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun ufficio, nessun individuo può esercitare della autorità che non emani espressamente da essa.

Art. IV. –LA libertà consiste nel potere fare tutto ciò che non nuoce ad altri, così l’esercizio dei diritti naturali di ciascun individuo non ha per limiti che quelli che assicurano agli altri membri della comunità il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti non possono che essere determinati che dalla Legge.

Art. VI – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o per mezzo dei loro rappresentanti alla sua formazione. Essa deve essere eguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca.

Art. XI.- La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo. Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere e pubblicare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi contemplati dalla Legge,

Art. XVII- La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro non potrà essere tolta in nessun caso, salvo quelli in cui la necessità pubblica, legalmente, constatata, lo esiga chiaramente e sempre con la condizione d’una precedente giusta indennità.

E questi principi furono approvati e promulgati dal Re e dovevano dare inizio ad una rinnovata Monarchia Costituzionale. Poi, purtroppo la storia della Francia, prese altre strade ed è inconcepibile che celebri oggi, come festa nazionale, invece del 26 agosto, il 14 luglio, quando dei sanculotti assetati di sangue massacrarono la sparuta guarnigione della Bastiglia, dove erano rinchiusi non prigionieri politici, ma qualche detenuto comune, e tagliata la testa al governatore della fortezza, dopo aver promesso l’incolumità, la issarono orgogliosi e trionfanti (di che ?)su di una picca.

20 agosto 2019

 

 

 

Il difficile pronostico della soluzione della crisi di governo

La debolezza dell’uomo solo al comando

di Salvatore Sfrecola

 

Mentre i giornali affidano ai più paludati commentatori di questioni politiche le ipotesi di soluzione della crisi di governo, riflettendo su “Gli accordi che sono possibili” (Sabino Cassese per il Corriere della Sera) tra cui “Una resa senza dimissioni” (Stefano Folli per La Repubblica), immaginando le possibili variabili desumibili dalle prese di posizione dei partiti, forse conviene andare più a fondo, al contesto politico culturale che caratterizza l’Italia ormai da molto tempo. Una analisi che tenta Marco Damilano che, su L’Espresso in edicola, mette “Matteo allo specchio”, intendendo che Salvini e Renzi stiano percorrendo un’esperienza parallela, che ha preso avvio per entrambi nelle giovanili performance nelle televisioni di Silvio Berlusconi, il primo a Doppio Slalom”, il secondo a “La ruota della fortuna”. Il comunista padano e il cattolico “di sinistra”, ispirato dall’insegnamento di Giorgio La Pira, si preparano in quegli anni a rivoluzionare la politica, senza tanti complimenti, entrambi allergici alle regole ed alle prassi che hanno guidato le istituzioni. È l’antipolitica: “sono i leader – scrive Damilano – della Distruzione, più che della costruzione. Coltivano il culto dell’esecuzione, della fretta, dei rapporti di forza”. Lo dimostra l’atteggiamento di sufficienza che entrambi hanno verso le istituzioni, a cominciare dal Parlamento, e nei confronti della Magistratura, della quale hanno in uggia le inchieste, un Corpo che, pur vivendo dopo le indagini della Procura perugina un calo di prestigio agli occhi degli italiani, è comunque un presidio di liberta, che richiede certamente molti e profondi aggiustamenti che non possono essere affrontati tagliando le ferie dei giudici (Renzi) o proponendo la separazione delle carriere (Salvini).

In questa furia demolitrice con obiettivi diversi, la rottamazione e la ruspa, emerge il ruolo dell’“uomo solo al comando”, che sarebbe buona cosa se fosse eliminato l’aggettivo “solo” che indica “persona che è senza compagnia di alcuno, che non ha nessun altro insieme o vicino”, come si legge nel vocabolario Treccani. Per cui la solitaria posizione del leader, che non si sofferma ad ascoltare amici e collaboratori, ne delinea, insieme, la forza e la debolezza, perché la solitudine non consente un’adeguata percezione della realtà politica e sociale nella quale l’azione del partito è destinata ad incidere. Solitudine che necessariamente impedisce al leader di utilizzare a pieno gli strumenti per governare, una volta raggiunto il potere per effetto della capacità, tutta personale, di convogliare consensi come dimostra plasticamente la propaganda elettorale che impegna i partiti in nome del loro leader.

E siccome è certamente più facile conquistare il potere che gestirlo e conservarlo, l’esperienza ci dice di uomini politici giunti al vertice delle istituzioni locali o nazionali i quali, alla prova della gestione del potere, hanno fallito e, conseguentemente, perso i consensi guadagnati con tanto impegno. Renzi e Salvini, per l’appunto. Il primo sommerso da una valanga di voti con i quali gli italiani hanno respinto la sua pasticciata riforma costituzionale, il secondo alle prese con una retromarcia rispetto alla contestazione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di Luigi Di Maio che probabilmente è stata tardiva e lo porterà fuori dal Governo.

Questa premessa per dire che la crisi di questi giorni è conseguenza della gestione solitaria del potere con insufficiente considerazione delle esigenze della gestione amministrativa delle istituzioni, quella che interessa i cittadini i quali, entrando nella cabina elettorale, difficilmente esprimono un voto per le idee politiche del leader ma per le politiche pubbliche concretamente portate avanti nelle materie che lo interessano, la scuola, il fisco, l’economia, ecc.

Ebbene, entrambi i Matteo hanno dimostrato incapacità di gestire la pubblica amministrazione affidata alle loro cure, quella che è fatta di atti e provvedimenti i quali sono diretti, giorno dopo giorno, ad incidere sugli interessi dei cittadini. Questo perché l’uomo solo al comando si circonda di yes men dei quali preme verificare quotidianamente la fedeltà, incurante della loro capacità di gestire il potere, di attuare leggi e regolamenti che interessano i cittadini utenti dei servizi pubblici e, all’occorrenza, di modificarli per renderli funzionali al perseguimento delle finalità indicate nell’indirizzo politico che ha raccolto consensi nelle urne.

In queste condizioni la crisi di governo è espressione della incapacità di governare, molto più che della distanza, in alcuni casi incolmabile, tra Movimento 5 Stelle e Lega. Se si fosse amministrato bene le distanze ideologiche, se vogliamo definire con questa nobile espressione la confusa congerie di aspettative del populismo straccione che ispira i due movimenti, il governo avrebbe potuto soddisfare la media degli interessi degli italiani e andare avanti per la legislatura.

Invece oggi è alle prese con ipotesi più o meno credibili mentre sullo sfondo si profilano impegnative scadenze, dalla legge di bilancio per il 2020 alla misura dell’IVA, mentre nel dibattito non assume alcun rilievo quello che dovrebbe essere l’impegno prioritario di una classe politica preoccupata del lavoro e del benessere degli italiani, un grande piano di investimenti per ammodernare un Paese che non riesce a stare al passo con i partner europei in assenza di infrastrutture viarie, ferroviarie, portuali e aeroportuali che agevolino lo sviluppo di una economia che dovrebbe sfruttare la straordinaria posizione geografica dell’Italia nel Mediterraneo quale porta dell’Europa sul Medio e l’Estremo oriente. Lo aveva scritto Camillo Benso di Cavour più di 170 anni fa. Bastava rileggere un po’quelle pagine! È mancata l’umiltà di studiare.

19 agosto 2019

 

 

Nella Lega c’è una questione meridionale

di Salvatore Sfrecola

 

Inizialmente sottovalutata, per la Lega, non più “Nord” e neppure “per l’indipendenza della Padania”, esiste una “questione meridionale”, nel senso che il partito di Matteo Salvini, da tempo a vocazione nazionale, trova più di qualche difficoltà al Sud, dove pure ha conquistato significativi consensi. Come in Basilicata, dove alle recenti regionali ha raggiunto un più che lusinghiero 19% rispetto al precedente 6,2.

Non basta, tuttavia. In primo luogo perché ha raggiunto quel risultato in coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia. Per cui se decidesse di correre da solo, in caso di elezioni anticipate di Camera e Senato, il partito di Salvini, come ha scritto più di un osservatore delle vicende della politica, rischierebbe nelle regioni meridionali per diversi motivi. Infatti, a margine delle piazze affollate si accalcano gruppi di contestatori di varia provenienza uniti, dicono le cronache, solamente dall’intento di ricordare al leader della Lega ed ai presenti alcune pregresse infelici battute su napoletani e siciliani. Battute che tornano anche con funzione moltiplicatrice sui social, la piattaforma prediletta da Salvini. Una imprenditrice napoletana ha scritto su Facebook “replicherò questo post fino alle elezioni. Se i meridionali tornano a ricordare cosa sia la dignità la Lega scende al 7%”.

L’estensione al Sud si presenta, dunque, meritevole di alcune riflessioni che non sembra siano state fatte a via Bellerio e dintorni. Ad esempio che la porta del Sud è Roma, anch’essa oggetto di epiteti sgradevoli (“Roma ladrona”). È qui che si fa la politica, è qui che si elaborano strategie legislative e amministrative. Roma è la città dei ministeri, dei grandi enti pubblici, delle società pubbliche e di importanti imprese private. È la sede della più grande università d’Europa circondata da una quarantina di atenei di prestigio, dalla Cattolica alla LUMSA, alla Lynk Campus University, creata da Vincenzo Scotti, da cui provengono alcuni quadri dei 5Stelle, alle moderne università telematiche. A Roma siedono le supreme magistrature, Cassazione, Corte dei conti e Consiglio di Stato, istituzioni intorno alle quali ruotano migliaia di professionisti, avvocati e consulenti che si riferiscono ai corrispondenti Ordini professionali che qui hanno sede. Insomma, Roma è il centro della vita politico-amministrativa e delle professioni. Ebbene, nessuno che appartenga al variegato mondo romano che abbiamo appena richiamato è presente nell’organigramma parlamentare e governativo della Lega. Tutti “padani”, con l’eccezione di Giulia Bongiorno, palermitana, preposta al Ministero della PA fondamentale per riformare, semplificandolo, l’ordinamento amministrativo e gestire il personale pubblico, un ruolo che la Democrazia Cristiana mai aveva lasciato ad altri. E comunque un Ministro che non si è fatto amare dai dipendenti pubblici.

Non solo. Roma è la porta del Sud perché la stragrande maggioranza degli odierni “romani” proviene dalle regioni meridionali. Anche in ragione di questa provenienza territoriale un partito avviato alla difficile conquista di regioni da sempre svantaggiate (perché, se Cristo si e fermato ad Eboli l’alta velocità non va oltre Salerno) e non di rado denigrate avrebbe dovuto presentarsi al di là del Garigliano con un solido pacchetto di nomi illustri di alti burocrati, magistrati, professionisti e imprenditori dai nomi meridionali, che con la loro presenza, accanto al lumbard Salvini, avrebbero potuto garantire napoletani, pugliesi, calabresi e siciliani che la Lega  è effettivamente cambiata, che oggi ha una vocazione nazionale, che talune folcloristiche critiche dei meridionali appartengono al vecchio e un po’ rozzo armamentario di un partito che Matteo Salvini (pur autore di alcune di quelle battutacce) ha effettivamente rinnovato, guarda all’Italia e vuole governarla per un bel po’. Per almeno 10 anni ha precisato.

Partendo da Roma la Lega forse si metterebbe al riparo di certi pericoli, spesso evocati, quelli di possibili infiltrazioni non desiderate, sempre possibili in ambiti nei quali la politica è andata spesso a braccetto di personaggi non raccomandabili.

Tuttavia, l’analisi della “questione meridionale” non sarebbe completa se non si facesse cenno a Fratelli d’Italia, che ha certamente maggiori potenzialità in ragione di una antica presenza della destra in quei territori, partito che è stato fin qui compresso da Forza Italia e, più di recente, dalla Lega. Ora non è dubbio che Forza Italia stia progressivamente cedendo consensi ai due partiti alleati. In questo contesto Giorgia Meloni deve assumere un maggiore impegno, anche lei partendo da Roma, dove peraltro il partito è più strutturato, per assumere una maggiore rappresentatività di quei ceti professionali che abbiamo richiamato, tradizionalmente moderati, rigidamente ancorati ai valori dello Stato, della legalità e dell’efficienza. Che credono nella sovranità ma dubitano delle espressioni “sovraniste”.

Giorgia Meloni dimostra molto acume politico ed ha abbandonato, ad esempio,, la battaglia sulle “pensioni d‘oro” avendo evidentemente compreso che, al di là delle pensioni non sorrette da contributi effettivamente versati, che meritano di essere tagliate, chi ha corrisposto quanto richiesto, nella prospettiva su una pensione rapportata al tenore di vita conseguito con sacrifici, ha il diritto di percepirla. Anche nell’ottica della valorizzazione del merito, considerato che le pensioni più elevate corrispondono a posizioni professionali conquistate con studio, selezioni rigide, un impegno di lavoro costante ed assunzione di responsabilità.

(a www.italianioggi.com, 17 agosto 2019)

 

 

Un popolo senza identità, una elite senza il senso dello Stato

di Giuseppe Borgioli

 

Ha ragione Giuseppe De Rita (La Repubblica 31 luglio) a dire che siamo un popolo senza identità perché ci rifiutiamo di conoscere la nostra storia e non coltiviamo la facoltà della memoria? Temiamo che sia proprio così. Questa anonimia è più grave della crisi economica e finanziaria perché ci inibisce in ogni sforzo comune, in ogni impresa (giusta o sbagliata) che presupponga il sacrificio di tutti, in ogni perseguimento di un traguardo da conquistare insieme.

De Rita dimentica un particolare non secondario: non abbiamo forse cancellato dal nostro dizionario la parola Patria? Non ci hanno forse insegnato i cattivi maestri a sostituirla con la parola paese? A quale paese apparteniamo? I lombardi o i veneti a sentire i loro governatori non appartengono allo stesso paese dei campani, dei pugliesi, dei calabresi.

Questo declino è casuale o ha che fare con le istituzioni che necessariamente si inverano nei simboli. Che cos’è il simbolo se non il legame di ciò che si vede con ciò che non si vede e che tiene unito un popolo?

Si dice spesso che nelle monarchie costituzionali il Re ha una funzione simbolica. Evviva quel simbolo che permette a un popolo di parlare la stessa lingua, di godere degli stessi successi, di patire gli stessi dolori. Funzione simbolica non significa funzione decorativa.

Lo stesso De Rita ha riaffermato spesso la necessità   di una Chiesa Cattolica adeguata ai tempi. Anche questo è vero, tanto più vero in una società secolarizzata che sembra aver perso la bussola del viaggio e si è smarrita.

Il Vaticano è un colle importante nella vita spirituale di Roma e dell’Italia.

Il suo dirimpettaio è il colle del Quirinale che ha bisogno di simbolo laico.

Se ha da esserci un Re in Vaticano, ci sia un Re anche al Quirinale.

Alla assenza di identità del popolo fa da pendant la mancanza di senso dello stato nella elite politica e civile.

L’accoppiamento di queste due mancanze genera il vuoto del nostro tempo.

(da www.unionemonarchica.it)

 

 

 

 

Taglio dei parlamentari? No grazie

di Salvatore Sfrecola

 

Taglio dei parlamentari? No grazie. Perché, in primo luogo, sarebbe necessariamente rinviata la verifica delle urne imposta dalla crisi del governo giallo -verde, occorrendo, dopo l’approvazione della riforma costituzionale, una modifica della legge elettorale con rideterminazione dei collegi prima di andare al voto. Poi, a ben pensare, la riduzione dei parlamentari, presentata dai grillini come una scelta popolare destinata ad assicurare un risparmio per i bilanci delle Camere, crea problemi non indifferenti in rapporto a taluni equilibri costituzionali, come messo in risalto, all’indomani della terza votazione, da Francesco Clementi e da altri costituzionalisti con argomenti che hanno convinto anche me, che avevo criticato Matteo Renzi per aver proposto la riduzione dei senatori a 100 lasciando 630 deputati.

Il fatto è che i nostri 630 deputati e 315 senatori costituiscono un numero che nella nostra Costituzione, attraverso un rapporto tra seggi e popolazione, assicura il buon funzionamento delle garanzie attraverso i quorum richiesti per eleggere il Presidente della Repubblica (2/3 dell’assemblea per i primi tre scrutini), i giudici costituzionali ed i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura. Si potrebbe dire che, ridotti i parlamentari, sarebbe pur sempre consentito il calcolo della misura richiesta per i componenti della Camera in seduta comune. Senonché ne risulterebbe significativamente compresso il ruolo delle minoranze, e delle regioni più piccole nel collegio per l’elezione del Capo dello Stato, rispetto all’esigenza di una rappresentanza plurale.

Non se ne dà carico il disegno di legge Fraccaro che, preso dall’esigenza assolutamente demagogica del risparmio, che fa breccia nel cuore dell’elettorato grillino, non tiene conto delle segnalate esigenze di garanzia e di pluralismo. Forse perché quella componente politica, che in questi giorni enfatizza il ruolo della rappresentanza parlamentare, propende per la democrazia diretta – tanto che non a caso la piattaforma che raccoglie i desiderata degli iscritti è intestata a Rousseau, dal filosofo francese che l’ha teorizzata – cosi relegando le Camere in un ruolo assolutamente residuale. Per Davide Casaleggio, infatti, ispiratore del M5S, giusto un anno fa, “grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”. Del resto la denominazione dell’incarico ministeriale attribuito all’On. Riccardo Fraccaro è quello di Ministro “per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta”. Non sono dunque credibili Luigi Di Maio e compagni quando, in nome dei risparmi, si fanno difensori del Parlamento, come ha fatto il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli che, intervenendo nel dibattito sulla mozione TAV, ha affermato con grande enfasi che forse a qualcuno, in quell’aula, era sfuggito che l’Italia è una repubblica parlamentare e “non un premierato”, considerato che il Presidente Giuseppe Conte, per scongiurare la crisi di governo, aveva in limine dato personalmente il via alla ferrovia Torino- Lione.

Demagogia, dunque, è quella che muove i grillini ma con l’intento evidente di procrastinare i tempi della verifica elettorale che immaginano per loro impietosa in ragione del calo significativo dei consensi registrato dai sondaggi e confermato dai risultati delle molteplici elezioni, europee, regionali e comunali che si sono tenute dopo le elezioni nazionali del 2018.

(da La Verità dell’11 agosto 2019)

 

 

 

Sotto tiro abuso d’ufficio e danno erariale. La politica non difenda incapaci e corrotti

di Salvatore Sfrecola

 

Interrotto l’esame del disegno di legge di riforma della Giustizia presentato dal Ministro Alfonso Bonafede il tema continua a tenere banco sui giornali, in particolare ad iniziativa del Vice presidente del Consiglio e leader della Lega, Matteo Salvini. “Tanti operatori, sia del pubblico che del privato, hanno chiesto il superamento di alcune fattispecie che stanno ingessando sia il pubblico che il privato”. Il riferimento ricorrente è all’abuso d’ufficio che, ha detto, abolirebbe, dopo la contestazione per quel reato al Presidente della Lombardia, Attilio Fontana. Ed oggi vorrebbe abolire anche il danno erariale, dopo che la Procura regionale della Corte dei conti per la Lombardia ha contestato al Viceministro Massimo Garavaglia di aver venduto sottoprezzo un immobile già dell’ASL.

Il tema è delicato e complesso. Indubbiamente l’abuso d’ufficio ha avuto una gestione giudiziaria che, a volte, ha destato perplessità, nonostante l’art. 323 c.p. lo preveda quando il pubblico funzionario o l’incaricato di pubblico servizio “in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intensionalmente procura a se è o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto”. Forse sulla base della giurisprudenza la norma merita una ulteriore messa a punto, ma la sua abolizione cozzerebbe con i principi costituzionali del buon andamento e dell’imparzialità dell’amministrazione stabiliti dall’art. 97 della Costituzione.

Diverso è il caso del danno erariale, che costituisce, secondo la giurisprudenza contabile, una fattispecie esattamente individuata, consistente nella accertato addebito al bilancio di un ente pubblico di una spesa non dovuta o eccessiva rispetto al valore del bene o della prestazione acquisite. Ma è danno anche il mancato introito di risorse di bilancio per omessa riscossione di un credito o, come nel caso ipotizzato per Garavaglia, per la vendita di un bene ad un valore inferiore a quello di mercato. Tutte situazioni da accertare, ovviamente, ed imputabili al pubblico amministratore o funzionario ove la condotta sia configurabile come gravemente colposa o dolosa.

In caso di danno erariale la mia esperienza dice che la condanna consegue a comportamenti di soggetti incapaci o disonesti. Nel senso che un funzionario il quale rispetti le leggi ed operi come un buon padre di famiglia, regola della gestione pubblica come di quella privata, non ha nulla da temere. L’idea dei Sindaci che non firmano per paura della Procura della Corte dei conti  conferma la scarsa preparazione professionale di molti amministratori e l’incapacità di servirsi della struttura amministrativa, terremotata da Matteo Renzi e Marianna Madia, con il ridimensionamento del ruolo dei Segretari comunali. Insomma i sindaci vogliono mani libere, scelgono i collaboratori preferendo gli amici di partito e sono convinti che la loro attività sia libera, certamente nelle scelte, non nelle decisioni tecniche, quelle da assumere sulla base di norme di legge e poi temono di incorrere nell’azione giudiziaria, penale e contabile.

La ribellione della quale si fa portavoce Matteo Salvini non ha dunque ragioni di essere condivisa. E l’uomo, intelligente e attento, lo capirà presto e inviterà chi lo interpella a studiare ed applicare bene le leggi.

Attenzione, la Giustizia, civile, penale, contabile è predisposta a garantire certezze al cittadino che, nel caso del processo contabile, sono poste a salvaguardia di un interesse pubblico concreto: la tutela della finanza e dei patrimoni degli enti pubblici, in sostanza delle tasche dei cittadini contribuenti. Il caso dei Consiglieri regionali che hanno speso per finalità personali le risorse assegnate ai Gruppi per attività politiche è emblematico di uno scarso senso del dovere e del rispetto delle risorse dello Stato e degli enti in violazione della regola che impone a coloro i quali sono affidate funzioni pubbliche “di adempierle con disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54, comma 2, Cost.

Vorrei, in chiusura, suggerire ai capi di partito di non ascoltare le doglianze dei loro amministratori quando si lamentano dei controlli e dei giudici, ma anzi di valutare quelle richieste come sintomo di scarso senso dello Stato e di inadeguata professionalità quando non di desiderio di far prevalere l’interesse privato sul pubblico. Con la conseguenza che il partito perde credibilità agli occhi degli elettori.

Quanto diverso il discorso di Quintino Sella che, da Ministro delle finanze, inaugurando la Corte dei conti del Regno d’Italia il 1° ottobre 1962, rivolgendosi ai magistrati diceva: “la fortuna pubblica è commessa alle vostre cure. Della ricchezza dello Stato… voi siete creati tutori. Né ciò basta:… È vostro compito il vegliare a che il Potere esecutivo non mai violi la legge; ed ove un fatto avvenga il quale al vostro alto discernimento paia ad essa contrario, è vostro debito il darne contezza al Parlamento”.

Altra classe politica, altri uomini.

8 agosto 2019

 

 

 

 

Chi causa gli incendi deve pagare

In Italia la maggior parte delle persone che provoca roghi non risarcisce lo Stato. Con la scusa di non mandare in rovina i distratti, la fanno franca anche i criminali

di Salvatore Sfrecola

 

Chi incendia paghi i danni. Dovrebbe essere normale secondo una regola elementare del diritto risalente ben oltre il diritto romano. Invece in Italia, che diciamo “patria del diritto”, chi incendia non paga per i danni causati dagli incendi all’ambiente, ai beni privati ed alle persone. Non paga neppure gli ingenti costi dello spegnimento che impiega uomini e mezzi, a terra e in cielo: vigili del fuoco ed altri uomini delle Forze dell’Ordine, canadair ed elicotteri per ore in volo, per raccogliere l’acqua da spargere sulle fiamme.

Nessuno paga a causa di una mentalità sbagliata delle amministrazioni le quali ritengono che, anche quando l’incendiario è identificato, sia sufficiente il rinvio a giudizio senza costituzione di parte civile e nessuna richiesta di risarcimento danni. La tesi, che ho ascoltato molte volte, è quella che nessun incendiario potrebbe risarcire gli ingenti danni, per cui è meglio soprassedere. È vero, nessuno potrà risarcire i danni effettivi ma è indubbio che tutti hanno qualcosa da perdere, la casa di abitazione, l’orto, l’auto, la moto. Per cui basterebbe il sequestro di questi beni e la spada di Damocle di ulteriori richieste risarcitorie, in caso di sopravvenute disponibilità, per intimorire l’incendiario che, se minorenne, determinerebbe un danno al patrimonio di famiglia. Con la conseguenza che se l’incendiario fosse il figlio scemo i genitori provvederebbero d’estate a tenerlo a casa.

C’è, poi, ma lo sappiamo da sempre, l’incendiario per fini di interessi personali o della criminalità organizzata. Magari di quanti saranno chiamati a fornire le alberature distrutte dal fuoco.

Nei giorni scorsi un vasto incendio ha interessato Monreale. Era già accaduto nel 2017 quando i roghi avevano devastato diversi ettari di macchia mediterranea. I Carabinieri, hanno scritto i giornali siciliani, arrestarono Pietro Cannarozzo, 62 anni, operaio del Servizio antincendi dell’Azienda foreste e territorio della Regione Siciliana, e Angelo Cannarozzo, 26 anni, padre e figlio, accusati a vario titolo di furto pluriaggravato in continuazione e in concorso, peculato e incendio boschivo. Nell’occasione si erano impadroniti di una telecamera installata dalla polizia giudiziaria per indagare proprio sugli incendi e diversi attrezzi agricoli, motoseghe e decespugliatori di proprietà dell’Azienda regionale per le Foreste.

Intercettati, hanno dato conto delle loro “imprese”. Con il padre che rimproverava il figlio di non rendersi conto del rischio “che si bruciano le persone”. E il figlio che rispondeva “che mi interessa a me”.

Ovviamente non basta la minaccia del risarcimento danni per frenare gli incendiari, anche perché non sempre si scoprono gli autori dell’illecito. Occorre un’opera di prevenzione con la cura del sottobosco che, abbandonato come avviene oggi, innesca facilmente il fuoco. Basta un mozzicone di sigaretta o una lattina di birra che faccia da specchio al sole, gettata o lasciata da uno dei tanti incivili che popolano l’Italia. E i nostri boschi.

(da La Verità del 7 agosto 2019, pagina 6)

 

 

 

Quando nei concorsi pubblici si richiedeva la “buona condotta”

di Salvatore Sfrecola

 

Un tempo, neppure molto lontano, per la partecipazione ai concorsi per l’accesso agli impieghi pubblici il candidato doveva allegare il certificato attestante la “buona condotta”. Lo stabiliva l’art. 2 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo Unico delle disposizioni concernenti gli impiegati civili dello Stato). Le Amministrazioni avevano, poi, la possibilità di accertamenti diretti. Ad esempio le amministrazioni militari acquisivano informazioni sulla persona, sulla famiglia e sull’ambiente anche per la partecipazione ai concorsi per allievo ufficiale di complemento. Fu così che un mio amico fu escluso dal concorso sulla base della informativa secondo la quale “ha rapporti con la Massoneria”. In realtà quei rapporti consistevano in una lettera che a lui, come ad altri giovani, era stata spedita in funzione promozionale da quella Associazione.

Al di là di un caso come quello appena ricordato le amministrazioni civili e militari vagliavano i requisiti professionali e morali dei candidati nell’ottica che persone legate a determinati ambienti, anche familiari, nei quali fossero presenti scommettitori, giocatori d’azzardo, protestati, ecc. fossero permeabili ad istanze illecite e, pertanto, meno indipendenti.

Il requisito non è più richiesto. Non deve stupire, pertanto, se tra i dipendenti pubblici, tenuti ad esercitare le loro funzioni con “disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54, comma 2, della Costituzione, emergono fatti delittuosi gravi, come la cronaca ci fa sapere: funzionari del fisco che s’intendono con gli evasori, funzionari che si fanno corrompere, carabinieri, poliziotti e finanzieri che spacciano droga, magistrati che si vendono le sentenze. Tutte situazioni che indignano i cittadini e riempiono di sdegno i colleghi onesti che rappresentano l’assoluta maggioranza dei corpi civili e militari dello Stato. Qualche mela marcia qua e là tra decine di migliaia di persone che ogni giorno fanno il loro dovere fino in fondo con personale sacrificio fino a mettere a repentaglio la stessa vita, come nel caso del giovane vice brigadiere Mario Cerciello Rega che abbiamo saputo essere anche un uomo dedito all’esercizio della carità nei confronti dei più bisognosi, fossero i senza tetto che dormono sotto la pensilina della Stazione Termini o i malati assistiti nei treni diretti a Lourdes, tutte attività che svolgeva come volontario del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Perché l’Amministrazione oggi recluta persone delle quali non conosce i requisiti morali? Questo mentre le Prefetture adottano “interdittive antimafia” non solo in caso di coinvolgimento della persona in attività illecite ma anche sulla base di un semplice sospetto derivante dal fatto che una persona possa aver consumato un caffè con un compagno di scuola mai più visto dai tempi delle medie del quale siano note frequentazioni professionali o familiari sospette.

Come spesso accade in questo nostro Paese è difficile stabilire la misura giusta.

Tutto comincia da una interpretazione, a mio giudizio azzardata, della norma costituzionale sulla c.d. presunzione di non colpevolezza” ricavata dall’art. 27, comma 2 (Responsabilità penale), secondo cui “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.

Di conseguenza la normativa sul pubblico impiego, disciplinata dal D.Lgs. n. 165/2001, non prevede forme di esclusione per chi ha condanne penali non definitive o procedimenti penali in corso, mentre il D.Lgs. n. 39/2013 (inconferibilità e incompatibilità di incarichi presso le P.A.) prevede l’esclusione dagli incarichi pubblici per coloro che abbiano riportato condanne penali per i reati previsti solo dal capo I del titolo II del libro secondo del c.p. (Delitti contro la P.A.).

Al riguardo il Consiglio di Stato con la sentenza del 26.08.2011, n. 4812, ha affermato che “una condanna penale non è di per sé preclusiva della costituzione del rapporto di pubblico impiego; e ciò non solo perché con la legge 29.10.1984, n. 732 è venuto meno tra le condizioni per l’accesso al pubblico impiego il requisito della buona condotta (che poteva ritenersi escluso dalla condanna penale), ma soprattutto per la considerazione che, in conseguenza della pronuncia della Corte Costituzionale n. 971/1988, la sentenza penale di condanna, così come non può determinare l’automatica destituzione di diritto ex art. 85 T.U. agli impiegati civili dello Stato (richiedendosi a tal fine l’apertura del procedimento disciplinare), così non può considerarsi ostativa alla instaurazione del rapporto d’impiego. Una condanna penale può essere causa di esclusione dalla procedura concorsuale ove ad essa si accompagni una autonoma e specifica valutazione dell’Amministrazione sulla gravità dei reati commessi”.

C’è, dunque, una possibilità per l’Amministrazione di valutare le qualità morali del candidato, ma non le è consentito di prevedere nei bandi pubblici forme di esclusione per reati penali non confermati in sede di giudizio definitivo.

A questo punto mi sembra opportuno richiamare un fatto di molti anni fa, quando una Soprintendenza ai beni culturali aveva assunto come custode e guardia giurata di un’area archeologica una persona che, al momento del rilascio del porto d’arma, risultò essere stato condannato con sentenza passata in giudicato per furto di beni artistici. Si potrebbe dire, celiando, che era la persona adatta, che se ne intendeva. Fu licenziato ma poi riammesso in servizio dal locale Tribunale Amministrativo Regionale.

Non c’è dubbio che si debba trovare una giusta linea di equilibrio tra i diritti costituzionali della persona e l’interesse della P.A., cioè della comunità. È urgente, perché non capitino con la frequenza di cui la cronaca ci informa, fatti illeciti commessi da chi opera in nome dello Stato.

(da www.italianioggi.com, 7 agosto 2019)

 

Ferrovie in italia pre e post 1861: una parola definitiva

dell’Ing. Domenico Giglio

 

Nel 1861 alla nascita del Regno d’Italia la situazione delle linee ferroviarie in esercizio era di km.2.189 comprese le regioni che sarebbero entrate a far parte del nuovo stato italiano dopo il 1861 e cioè il Veneto nel 1866 ed il Lazio nel 1870. Di queste ben 850 chilometri erano nel Regno di Sardegna, 607 nel Lombardo Veneto, 303 in Toscana, 101 nello Stato Pontificio, 99 nel Ducato di Parma, 50 in quello di Modena ed infine appena 128 nel Regno delle Due Sicilie, che pure era stato il primo a costruire una sia pur breve linea ferrata da Napoli a Portici, di circa 8 chilometri, progettata dall’ingegnere francese Armand Bayard de la Vingtrie, inaugurata il 3 ottobre 1839, le cui prime locomotive “Bayard” e “Vesuvio” erano state costruite in Inghilterra. Sempre allo stesso ingegner Bayard si dovevano i progetti per altre ferrovie per Nocera, prolungabili per Salerno ed Avellino, interamente a sue spese, a fronte di una concessione economica di 99 anni. Invece a spese del governo fu costruita la linea che collegava Napoli con l’altra Reggia di Caserta, prolungata fino a Capua e terminata nel 1844.

Abbiamo voluto sottolineare questo slancio iniziale delle ferrovie del Regno delle Due Sicilie, perché poi rimase fermo per ben 17 anni, dal 1844 al 1861, anche se esistevano nei cassetti progetti, anche questo del Bayard di una linea transappenninica per raggiungere il porto di Manfredonia nelle Puglie ed anche altri progetti per strade non ferrate, ma se è vero che “la strada dell’inferno è lastricata si buone intenzioni” le Due Sicilie così lastricavano la strada della propria scomparsa. Questo mentre in Piemonte, veniva effettuato il traforo dei Giovi, sulla linea Torino-Genova, la più lunga galleria dell’epoca, di 3.254 mt., inaugurata il 18 dicembre 1853 dal Re Vittorio Emanuele II, e nel Veneto, il governo austriaco (diamo a Cesare quel che è di Cesare), completava l’accesso a Venezia, con il ponte sulla laguna, lungo 3.603 mt, con 222 arcate e 750.000 pali di larice. Rimanevano prive di ferrovie intere regioni, come Marche, Umbria (Stato Pontificio), Abruzzi, Puglie, Basilicata, Calabria e Sicilia (Regno delle Due Sicilie).

Iniziò così per il nuovo Regno uno sforzo veramente titanico che portò a realizzare dal 1861 al 1870 circa 4.000 km, per cui si raggiunsero i 6.429 km., di cui 1.372 nella Italia Centrale e 1.777 nella Italia Meridionale ed Isole, e delle 34 province che all’atto della unificazione erano completamente prive di ferrovie, soltanto nove erano ancora scollegate. Nel 1880 i chilometri erano 9.290, nel 1890 raggiungevano i 13.629 per toccare, nel 1911, cinquantenario del Regno d’Italia, i 18.394.

I collegamenti principali erano stati tutti assicurati fin dal primo decennio, con un occhio particolare per il Meridione che ne era privo, superando, anche qui difficoltà geologiche. Giustino Fortunato parlava per la sua regione di “sfasciume geologico, di acque non regolamentate per cui i lavori procedettero con qualche difficoltà, ma al tempo stesso scriveva: “Le strade ferrate, correggendo il vizio di conformazione e seguendo le stesse tracce delle grandi vie lastricate, il cui genio di Roma ne volle solcata l’Italia, hanno compiuto il miracolo. Gli ingegneri, i costruttori, gli operai valsero per l’unificazione della patria non meno dei martiri, degli statisti e dei soldati”.

Punto fermo alle stantie polemiche antirisorgimentali, perché le cifre parlano da sole .

4 agosto 2019

 

 

 

 

In ricordo di Anita Garibaldi nel 170° anniversario della morte

 

"Sabato 4 agosto 1849, ore 19,45: 170 anni fa domani, alla fattoria Guiccioli, a Mandriole, sul vecchio corso del Lamone (Lamone abbandonato), moriva Anita Garibaldi. (Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, 30 agosto 1821 – 4 agosto 1849), donna guerriera straordinaria, compagna dell'Eroe. Il 21 ed il 22 agosto successivi Garibaldi si recava a Modigliana, da don Giovanni Verità". L'Emilia Romagna commemora ogni anno l'evento storico.

3 agosto 2019

 

 

Giustizia: la riforma che non c’è (approvata “salvo intese”)

di Salvatore Sfrecola

 

L’approvazione “salvo intese”, che si legge nel comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 67 a proposito dello schema di disegno di legge sulla giustizia è formula sempre più spesso ricorrente, a dimostrazione delle evidenti difficoltà di decidere che caratterizzano l’attuale governo. Perché il provvedimento che si dice approvato in realtà, va scritto o completato e solo dopo le “intese” potrà essere presentato alle Camere. Intanto, con una buona dose di ipocrisia una parte politica potrà dire di aver ottenuto l’approvazione e l’altra di averla impedita.

E così il disegno di legge, presentato dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che introduce deleghe al Governo “per l’efficienza del processo civile e del processo penale, per la riforma complessiva dell’ordinamento giudiziario e della disciplina su eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati nonché disposizioni sulla costituzione e il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura e sulla flessibilità dell’organico di magistratura”, è rimasto a “bagno Maria”. Perché non piace, soprattutto per il processo penale, alla Lega che nella materia si è affidata all’avv. Giulia Bongiorno la quale vorrebbe un intervento più incisivo sulle intercettazioni e sulla prescrizione, limitando le une e l’altra. La Lega vorrebbe, poi, introdurre la separazione delle carriere, un tema, come è noto che parte del centrodestra si porta appresso da Berlusconi.

Devo dire che quando sento proporre riforme complessive del “Sistema Giustizia”, sciabolando a destra e a manca, mi corre un brivido lungo la schiena pensando alle implicazioni che quella riforma di per sè ha sui cittadini. La Giustizia è materia da maneggiare con estrema prudenza. Riguarda tutti, i cittadini e le imprese, chi è di destra e chi è di sinistra, i ricchi e i poveri: è la misura del buon funzionamento di una comunità che, se improntata ai principi di uno Stato liberale, ha regole rigidamente ancorate al riconoscimento del diritto delle persone.

Sono preoccupato soprattutto perché le annunciate riforme, di cui quasi nulla si conosce, arriverebbero dopo anni di errori od omissioni, quelle che un saggio legislatore avrebbe da tempo corretto alle prime avvisaglie che qualcosa non va, a cominciare dalla inconcepibile lentezza dei processi, sia civili che penali, denunciata quotidianamente come causa del disagio crescente dei cittadini e delle imprese le quali, in particolare, vengono scoraggiate dall’investire nel nostro Paese proprio dalla difficoltà di avere giustizia in tempi ragionevoli. Situazioni complesse per chiunque si avventuri a disegnare qualcosa di nuovo, anche la più semplice. Polemizzano avvocati e magistrati, ciascuno con qualche buona ragione, ne discutono i partiti che spesso in questa materia rivelano il peggio della mancanza di una filosofia politica legando proposte e polemiche agli interessi di categorie, soprattutto imprenditoriali, o comunque di quanti assicurano loro il consenso. E dei loro amministratori che vorrebbero avere le mani libere per non incorrere in una nuova “mani pulite”. Perché se è vero che l’abuso d’ufficio appare sempre più una fattispecie di arduo inquadramento è pur vero che abusare delle funzioni svolte per un pubblico funzionario è obiettivamente negazione della funzione pubblica che è chiamato a svolgere con “disciplina ed onore”, come sappiamo dall’art. 54, comma 2, Cost..

Cosa c’è da riformare? Molto, a cominciare da disfunzioni percepibili con immediatezza, come quella che denuncia Piercamillo Davigo quando ricorda che le Corti supreme nei paesi a democrazia liberale, dagli Stati Uniti alla Francia al Regno Unito normalmente sono impegnate in un numero di processi che mai raggiunge il centinaio. Da noi la Corte Suprema di Cassazione emette 100.000 sentenze l’anno. Non ci vuole molto per sottolineare che qualcosa non va, che da 100 a 100.000 il carico di lavoro della Magistratura suprema è causa ed effetto del ritardo nella definizione dei processi. Questo perché nell’Italia ipergarantista la Corte che è il Giudice della giurisdizione è chiamata a definire questioni che mai dovrebbe giungere dinanzi a quei giudici, come nel caso del panino vietato a scuola durante la pausa pranzo. È una sentenza che va letta, naturalmente, ma è singolare che di una tale causa si debba occupare il massimo giudice dell’ordinamento.

Altre questioni premono. Ad esempio, l’introduzione del processo telematico non esclude che ai giudici debbano essere esibite le copie cartacee, definite “di cortesia”, degli atti notificati tramite posta certificata. Per cui un adempimento viene sostanzialmente duplicato con effetti non indifferenti per l’attività dei difensori. Tutto questo nel silenzio dell’avvocatura, perché non può essere considerato elemento di riflessione qualche pudico borbottio in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario dei Tribunali e delle Corti.

In tutto questo bailamme che si snoda lungo idee e proposte provenienti da partiti, associazioni imprenditoriali e culturali interessate a singoli aspetti, viene meno il senso della visione globale del processo per cui nessuno si fa promotore di una elementare esigenza che è quella di rendere omogenee per quanto possibile le regole della fase pre-processuale e processuale, da cui deriverebbe un sicuro vantaggio per il cittadino, per gli avvocati e per i magistrati.

Poi c’è tutta la tematica ideologizzata della cosiddetta separazione delle carriere, patrocinata da tempo da alcune parti politiche. Non dobbiamo mai dimenticare che nel processo penale il Pubblico Ministero rappresenta lo Stato nel ruolo di promotore di giustizia. Per cui sfugge ai fautori di questa teoria che il Pubblico Ministero non è l’avvocato dell’accusa, secondo una formula di berlusconiana memoria, ma è, appunto, il funzionario pubblico che in nome dello Stato persona, chiede ad un altro funzionario pubblico con funzioni giudicanti di affermare il diritto nel caso concreto nell’interesse generale. Ma, si dice, appartenendo entrambi alla stessa carriera si avrebbe una sorta di continuità tra funzione requirente e funzione giudicante che, se effettivamente esistente, priverebbe il cittadino del diritto ad un equo giudizio. Tuttavia non è così. L’esperienza insegna che in ognuna delle due funzioni il magistrato è geloso custode delle attribuzioni che gli vengono conferite.

Se tuttavia alcune disfunzioni sono dovute al fatto che il ruolo della magistratura inquirente è attribuito spesso ai più giovani, con meno esperienza sicché non di rado si percepisce incertezza o si rileva inadeguatezza dell’azione esercitata, è evidente che questo “male” non si risolve separando giudici dai Pubblici Ministeri ma assicurando all’esercizio della funzione requirente magistrati che abbiano per più tempo esercitato funzioni giudicanti sicché siano portatori di quel senso di terzietà che non è solo proprio del giudice ma anche del Pubblico Ministero, che agisce nell’interesse dello Stato, quindi di un interesse obiettivo. Questo problema si risolve in sede di assegnazione dei magistrati alle relative funzioni. È un compito del Consiglio Superiore della Magistratura.

C’è, poi il tema delle intercettazioni che si vorrebbero limitare nonostante sia evidente che questo strumento è essenziale per una serie di delitti, non solo in materia di criminalità organizzata ma anche nei casi nei quali l’azione illecita nei confronti dello Stato e degli enti pubblici assume le forme del peculato, della corruzione e della concussione, tutti reati in relazione ai quali molti sono gli indizi, poche le prove, in quanto gli autori dell’illecito sono legati al silenzio, come dimostra l’esperienza quotidiana delle indagini e dei processi che riguardano il perseguimento dei reati contro la pubblica amministrazione.

Naturalmente quanti vogliono limitare le intercettazioni prendono spunto dalla pubblicazione sui giornali di notizie relative ad indagini che a volte coinvolgono persone non direttamente interessate o si riferiscono a fatti marginali rispetto all’azione investigativa. Si ricorda fra gli altri, fra i più recenti, il caso di un ministro ritenuto compiacente nei confronti di persona alla quale era sentimentalmente legata. Questo per dire che il margine di estraneità di notizie apparentemente private alla valutazione delle condotte poste in essere è molto marginale e va rimesso in primo luogo alla responsabilità della stampa, all’autoregolamentazione, alla disciplina dell’esercizio della funzione informativa che uno dei pilastri della democrazia liberale.

Poche considerazioni, a prima lettura – si fa per dire visto che un testo da leggere e da commentare non c’è, - per segnalare la complessità dei problemi da troppo tempo incancreniti per errori gravissimi del legislatore, che, ad esempio, negli anni scorsi ha voluto fare una riforma del processo penale “all’americana” senza tener conto dell’ordinamento delle strutture dell’amministrazione giudiziaria, e della giurisprudenza chiamata a decidere nell’incertezza di una stratificazione di norme sempre più confuse, sempre più inadeguate a quell’esigenza di chiarezza che tutti riconosciamo alla legislazione dell’antica Roma della cui saggezza diciamo spesso di essere tributari.

2 agosto 2019

 

 

 

MESSAGGIO DI S.A.R. IL PRINCIPE AMEDEO DI SAVOIA in occasione dell'assassinio del Vice Brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega.

 

Il sacrificio del Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega ci rende sempre più grati all’Arma dei Carabinieri per l’alto spirito di abnegazione posto al servizio della tutela di ogni cittadino.  
Mi inchino grato al Suo alto sacrificio e sono vicino alla Famiglia e all’Arma. Castiglion Fibocchi, 27.07.2019.

 Amedeo di Savoia 

 

 

 

Anticorruzione: dopo Cantone non abbassare la guardia

di Salvatore Sfrecola

 

Se ne va Raffaele Cantone. Lascia la presidenza dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (A.N.A.C.) e torna in Magistratura, in anticipo rispetto alla scadenza del mandato, e si toglie qualche sassolino dalle scarpe segnalando con garbo che non sempre l’attuale Governo lo ha ascoltato, soprattutto nella fase della definizione del decreto “sblocca cantieri”, quando, secondo Cantone è stata abbassata la guardia.

Se ne va, tuttavia, con soddisfazione, avendo incassato il giudizio, ampiamente positivo, delle Nazioni Unite sull’aderenza dell’ordinamento nazionale a quanto stabilito dalla Convenzione di Merida contro la corruzione del 2003. Infatti, nell’ambito del secondo Rapporto di valutazione, previsto periodicamente per gli Stati contraenti, l’Italia è risultata soddisfare tutti gli adempimenti stabiliti nel capitolo II dell’intesa (prevenzione e recupero dei beni). Oltre a dare atto dei progressi compiuti a partire dal 2012 nella lotta alla corruzione, il report si concentra sull’efficacia dell’azione svolta dall’ A.N.A.C., affermando che la legislazione italiana “prevede l’applicazione di tutte le disposizioni della Convenzione relative alla prevenzione”.

Il Rapporto elogia il lavoro dell’Autorità sotto più aspetti, soprattutto per le buone prassi introdotte. Nello specifico, viene manifestato particolare apprezzamento per lo sviluppo di un modello di controllo sugli appalti pubblici economicamente rilevanti, così da impedire l’infiltrazione mafiosa e quella criminale. Il riferimento è agli “High Level Principles per l’integrità, la trasparenza e i controlli efficaci di grandi eventi e delle relative infrastrutture”, che già l’Ocse aveva definito una best practice internazionale.

Il Rapporto riconosce vari pregi al “modello italiano” della prevenzione: la centralità del Piano nazionale anticorruzione redatto dall’ A.N.A.C. e lo sforzo per coinvolgere nell’elaborazione dei propri atti normativi tutti gli enti della pubblica amministrazione e gli stakeholder; la creazione di una piattaforma online dedicata alle segnalazioni di whistleblowing e l’istituzione di un ufficio specifico per la loro trattazione; la collaborazione con la società civile e l’impegno nella promozione di appositi programmi educativi all’interno delle scuole.

“Il lusinghiero giudizio dell’Onu sull’attività dell’A.N.A.C. è per noi motivo di particolare orgoglio” ha affermato l’ormai ex Presidente dell’Autorità: “Il Rapporto non solo riconosce il lavoro svolto nel corso di questi anni, ma dimostra quanto sia importante un’azione di sistema per contrastare la corruzione, nella quale la repressione non può essere disgiunta dalla prevenzione. Una valutazione tanto favorevole, fra l’altro - conclude Cantone - produce ricadute positive in termini di immagine e reputazione internazionale di cui può beneficiare tutto il Paese”.

In effetti l’A.N.A.C. ha assicurato prevenzione, nonostante la politica non abbia favorito una razionale semplificazione delle procedure. Una condizione che sarebbe ingiusto addebitare all’A.N.A.C., come fa chi ha addirittura ipotizzato la soppressione dell’Autorità. Cosa che non è possibile, non solo perché a prevedere un apposito organismo per la lotta alla corruzione è la Convenzione delle Nazioni unite contro la corruzione, adottata dall’Assemblea generale il 31 ottobre 2003, ratificata dal Parlamento italiano con la legge 3 agosto 2009, n. 116, ma anche perché obiettivamente l’A.N.A.C. ha dimostrato di saper svolgere il ruolo assegnatole. GRECO (Group of States against Corruption) lo riconosce e nel suo rapporto del 13 dicembre 2018 ha concluso che l’Italia “ha compiuto progressi per prevenire la corruzione nel sistema giudiziario, ma è necessario faccia ancora di più”. In materia di conflitto di interessi, di ineleggibilità e incompatibilità.

E torma a farsi sentire il “partito degli affari” il cui interesse non è diretto ad ottenere procedure snelle che premino il confronto tra imprenditori onesti e capaci ma ad avvalersi di compiacenze varie, a livello politico e amministrativo, per aggirare le regole della concorrenza e dell’interesse pubblico.

Per confondere le idee ai lettori i giornali mettono a confronto le idee di Cantone e quelle di Piercamillo Davigo, entrambi magistrati con vasta esperienza investigativa, espressione di due diversi orientamenti, quello della prevenzione, il primo, quello della repressione, il secondo. Sennonché, come è evidente a chiunque abbia un po’ di esperienza di pubblica amministrazione, le due funzioni non sono assolutamente incompatibili. Anzi sono complementari e funzionali ad una effettiva lotta alla corruzione, quella che appare sempre più necessaria perché l’Italia, nonostante sia negli ultimi anni risalita nella graduatoria che Transparency Iternational redige annualmente per indicare il livello di percezione della corruzione, è ancora lontana dai paesi più virtuosi, come i Regni di Danimarca, di Norvegia o di Svezia, anche se ha guadagnato qualche posizione allontanandosi da Botswana e Cuba ai quali per troppo tempo si è affiancata.

È evidente che la lotta alla corruzione non si può fare solo con la repressione. È necessario che lo Stato predisponga strumenti capaci di evitare che corrotto e corruttore s’incontrino per fare i loro sporchi interessi. Ciò che esige una efficiente organizzazione amministrativa, una disciplina dei controlli, di legittimità e di gestione, capace di intercettare comportamenti illegittimi e illeciti, e pertanto fonte di danno erariale, che significa addossare ai bilanci pubblici spese inutili o eccessive per opere o servizi inadeguati. Occorre, in sostanza, dissuadere i malintenzionati.

È quel che fa l’A.N.A.C. monitorando la gestione delle spese per appalti e forniture accendendo un faro su alcuni passaggi delle procedure amministrative. Naturalmente non basta. La corruzione è un reato che si consuma all’ombra di un concerto illecito, quando un pubblico ufficiale infedele “indebitamente  riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa”, come si legge nell’art. 318 del codice penale, così assicurando ad un imprenditore disonesto la scorciatoia per ottenere un appalto che sarebbe spettato ad altri. Distorcendo le regole del mercato e della concorrenza, con effetti negativi sulla gestione del denaro pubblico che viene in tal modo destinato a forniture di beni e servizi spesso scadenti, perché il corruttore deve in qualche modo recuperare il costo della tangente. Ciò che fa risparmiando sui lavori o sulla qualità dei beni e servizi ceduti oppure con fittizie variazioni in aumento del costo del contratto, ad esempio con perizie di variante e suppletive inutili ma ben remunerate.

Quando il fatto è avvenuto l’indagine per scoprire l’illecito non è facile. Per cui Davigo giustamente fa presente che la magistratura inquirente dispone di strumenti di indagine che l’Autorità amministrativa non può utilizzare. Tutti, peraltro, vorremmo che non si giungesse alla repressione, che lo Stato fosse tanto bene organizzato ed autorevole da impedire la corruzione. Attraverso regole trasparenti e semplici, capaci di dissuadere i disonesti e di assicurare gli imprenditori onesti che le loro offerte saranno valutate obiettivamente nel quadro di una verifica delle esigenze delle stazioni appaltanti. Anche per riportare sul nostro mercato gli imprenditori esteri, soprattutto dell’Unione Europea, che se ne sono allontanati dubitando che la concorrenza fosse trasparente e, in caso di contenzioso, la pronuncia dei giudici, ordinari e amministrativi, giungesse in tempi ragionevoli, compatibili con le esigenze delle imprese.

Il dopo Cantone parte, dunque, da una verifica dell’esistente, dalle regole che Governo e Parlamento hanno voluto, a volte gravando troppo l’A.N.A.C. per scaricare sull’Autorità anticorruzione incombenze proprie degli uffici dell’Amministrazione. Un alibi comodo ma inutile. Come dimostra il codice dei contratti, più volte modificato, alla ricerca della misura giusta di regole che devono garantire una buona prestazione in un contesto di legalità. Il Parlamento con la recente legge 9 gennaio 2019, n. 3, ha dettato norme in tema di reati contro la P.A., di prescrizione, di trasparenza di partiti e movimenti politici. Il Movimento 5 Stelle che se l’è intestata si attende molto da questa normativa che ha inasprito le pene, migliorato la disciplina dei beni sequestrati e introdotto una causa di “non punibilità” in favore di chi denuncia il fatto “prima di avere notizia che nei suoi confronti sono svolte indagini”.

E come prima cosa va scelto il nuovo Presidente dell’Autorità. Bravo, competente e realmente indipendente.

26 luglio 2019

 

 

Tempo di vacanze … tempo di viaggi e di riflessioni

da Trenitalia a Camilleri al Conservatorio di Bolzano

di Dora Liguori

 

L’ineffabile Trenitalia, che potrebbe anche definirsi la ferrovia italiana del Nord, prima ancora di Bossi, aveva già deciso di dividere l’Italia in due ben netti territori, con la differenza che quelle di Bossi erano intenzioni e quelle di Trenitalia, nel colpevole silenzio dei politici del Sud, sono divenuti fatti.

 L’Italia, innegabilmente, è infatti ormai divisa in due ben distinti tronconi ferroviari. Il primo, altamente tecnologico che parte da Milano e termina, tanto per non far vedere, a Napoli, con l’aggiunta di pochissimi treni per Salerno, e l’altro (il secondo) che da Roma va verso il Sud, ed è, invece, tanto arretrato, sia per i binari che per le vetture, da poter essere definito, e a ragione, un reperto archeologico.

 Ebbene, per quanti ancora non ci avessero fatto caso, va subito detto che sulla linea Roma - Milano, la cosiddetta direttissima, sfrecciano ogni venti minuti treni che si chiamano appunto frecce rosse, bianche, argento, e colori vari, i quali, in meno di tre ore, portano direttamente e comodamente, i passeggeri dalla capitale reale (Roma) alla cosiddetta capitale morale d’Italia (Milano). Di contro, al Sud, arrancano ancora i citati reperti archeologici, con aria condizionata e toilette puntualmente fuori uso e, in compenso, la gioiosa presenza di zecche varie, alberganti nelle vetture e ivi poste, immaginiamo, per tenere “compagnia” ai viaggiatori nel lunghissimo viaggio.

 Detti treni raggiungono (se la raggiungono), partendo da Roma una volta al giorno, Potenza in circa cinque ore e Taranto in ben otto ore … sempre se tutto va bene. E purtroppo, in tanti anni che frequento i citati treni, avendo stretto anche amicizia con le zecche e altri animaletti, debbo constatare che non va mai bene!

 Da alcuni anni, poi, Trenitalia, con grande propaganda e dispendio di denaro, anche pubblico, ritenendo eccessive le tre ore per raggiungere Milano da Roma, ha varato un AV 1000 che fa risparmiare ben 40 minuti di viaggio ai milanesi; gente che, lavorando (e magari è vero), deve economizzare il proprio tempo, diversamente dagli abitanti del Sud i quali, con ogni evidenza (o almeno a detta di Trenitalia), non lavorando, possono pure, “piacevolmente”, soggiornare in treno.

 Insomma Roma Milano in due ore e venti, mentre Milano Palermo (ripetiamo sempre che il treno arrivi) in dodici ore (testamento incluso). Infine, peggio della partenza che facevano i Crociati da Messina per la Terra Santa.

 Che dire? Riferendoci ai Borbone, qualche anno prima della caduta del loro regno per “merito” dei cugini Savoia (guardarsi sempre dai parenti), essi avevano iniziato la Napoli – Foggia, ovvero una linea diretta fra Campania e Puglia, lavori, però, che vennero interrotti appunto per la fine del regno e che non furono più ripresi. Potete stare certi che, come da loro consuetudine, se fossero rimasti, non avrebbero mancato di dotare il meridione della più avanzata linea ferroviaria esistente. Infatti, nella prima metà dell’Ottocento, era precipuo vanto di questa famiglia regnante nel Sud di essere tecnologicamente all’avanguardia rispetto al resto dell’Italia e, Inghilterra permettendo, anche rispetto all’Europa. Pertanto, ne sono quasi certa, i Borbone, avrebbero dotato il Sud di treni super veloci, capaci di raggiungere le meravigliose località del meridione o anche del Settentrione in pochissime ore, con opportuno conforto nei servizi e magari con vetture … prive delle attuali graziose “bestiole”. Tanto per non essere incolpati di parzialità, il discorso del Sud vale anche per le Marche etc. etc. Insomma, fatti i conti, a viaggiare, per Trenitalia dovrebbero essere solo i cittadini del Nord. E gli altri italiani? Costoro, pur pagando le tasse, debbono provvedere in modo autonomo, ai loro spostamenti oppure… restino a casa!

Camilleri o quando l’illogicità manifesta viene coperta dalla bravura

In questo scorcio accaldato di Luglio se n’è andato Andrea Camilleri e, giustamente, c’è stato un profluvio di omaggi, tra l’altro ben meritati, avendo, egli, venduto milioni di libri! Forte di questi numeri, più prima che poi, la televisione, per la millesima volta, rimanderà in onda alcune puntate del suo inossidabile “Commissario Montalbano”, e, per la millesima volta, si registreranno i soliti iperbolici ascolti. Quale, dunque, il segreto di questa godibile serie?

Prima di parlare di Montalbano, vorrei ricordare che Camilleri ha scritto altri libri, tutti ben più profondi e godibili del commissario ma… si sa i gusti non sono discutibili e anche la fortuna letteraria di alcuni di essi. Comunque, tornando al famoso commissario e alla serie televisiva, vorrei far osservare come anche la sua fortuna televisiva sia meritata. Infatti, essa gode e si basa su alcuni fondamentali ingredienti: l’ottima sceneggiatura di Camilleri; attori, oltre al bravo Zingaretti, sopraffini, in specie le cosiddette “parti di colore” (tutte provenienti dal teatro di prosa dialettale siciliano) e, non ultima, una regia tesa non a sopraffare bensì a valorizzare tutto e tutti, compreso il contesto ambientale e, perché no, la cucina sicula.

 Ma, detto questo, e lo facciamo proprio perché ammirati dal prodotto, dobbiamo aggiungere che, parlando delle avventure del commissario, mai è stato scritto nulla di più illogico. Infatti, a ben riflettere, è mai possibile che nell’inventata cittadina di Vigata, una località che appare con un massimo di dieci-quindicimila abitanti, avvengano circa due delitti al giorno con altri annessi e non trascurabili reati? Roba che, nel confronto, la Chicago degli anni ’30 potrebbe definirsi un luogo di relax e conforto salutare, genere Terme di Montecatini. Insomma, la rappresentazione di questo lembo di Sicilia è tale da far ascrivere, nelle guide siciliane, Vigata (località inesistente), come località assolutamente infrequentabile, sempre ammesso che si desideri campare almeno cento anni. E invece, gli italiani (e non solo), è probabile che continuino a frequentare ancora l’illogica Vigata, e il suo altrettanto illogico commissario, con sempre rinnovato piacere.

A nemmeno ventiquattro ore dalla scomparsa di Andrea Camilleri è scomparso anche un altro grande e singolare scrittore - Luciano De Crescenzo- con il quale ho avuto la fortuna di lavorare in molteplici spettacoli (interamente dedicati a Napoli) dal titolo “Musica e poesia” e incidere, sempre con lui, un disco. Ritengo De Crescenzo, per la singolarità dei suoi libri (pensate solo alla filosofia raccontata in modo godibile), uno dei maggiori scrittori del novecento, un’artista che ha saputo farci partecipi di una Napoli che ben rappresenta il carattere positivo di molti italiani, così riassumibile: “Chiove ma aroppo stracqua”. (Se piove non vale disperarsi poiché, prima o poi, spiove e il sole ritorna). In sintesi: se le cose vanno male prepariamoci al bello del sole che sempre… ritorna. Purtroppo, da alcun tempo, almeno per gli artisti, pare che questo sole stenti a ritornare… e questo sarà l’argomento della mia ultima riflessione.

 La favola nera di Bolzano

Nel dicembre dello scorso anno, direbbero sempre a Napoli “all’intrasatta” (all’improvviso), in occasione della finanziaria, senza alcuna preventiva discussione, veniva approvato un articolo di legge che, di fatto, sopprimeva il glorioso Conservatorio di Bolzano per inglobarlo nella “Libera Università di Bolzano”. La cosa mi “puzzò” subito, mentre i soliti amici, o meglio i colpevoli di questa bella “pensata”, si precipitarono a magnificare l’avvenimento. Premesso che mai nella storia è avvenuto che un privato ingoi un’Istituzione pubblica, essendo, io, malfidata (o meno scema) avvertii subito che la cosa sapeva di bruciato; insomma non valeva emozionarsi, soprattutto conoscendo l’amore che certe Università (per fortuna non tutte) hanno per le, ben più storicamente titolate e conosciute nel mondo, Istituzioni dell’Arte. Istituzioni che, a sentire la Costituzione (e tutti la dovrebbero sentire), sono di pari livello alle Università e rilasciano, appunto, lauree di primo e secondo livello, ugualmente alle Università.

Parlando di storia, il ruolo della inascoltata profetessa Cassandra non è dei più belli e non lo amo affatto, ma, ancora una volta, nel caso di Bolzano, dovetti sostenere un simile ruolo e quindi profetizzai (e ci voleva poco a farlo) che le cose, per i colleghi del Conservatorio, non si sarebbero messe bene. Insomma sarebbero piovute lacrime amare! Purtroppo, leggendo l’intervista rilasciata dall’ottimo direttore del Conservatorio, più che piovere lacrime, per volere della Provincia e della ineffabile Libera Università, sul Conservatorio sta per piovere un torrente di m… insomma, per dirla elegante, di acque reflue.

A fronte di questo panorama, cosa si può fare per difendere il Conservatorio e il personale? Semplice:

-essere tutti uniti nella convinzione dei propri diritti;

-ricordare che una legge non può superare il dettato Costituzionale

- benedire la L.508, attuativa della Costituzione, legge che, tanto diffamata dai soliti “amici degli amici”, si è rivelata, per le autonomie che contempla, l’unico argine alla volontà di dequalificazione e di arretramento che, in continuazione, viene posto in essere avverso il nostro settore. Poi, nel caso specifico di Bolzano, l’essere inglobati è un controsenso in fatto di autonomia… pertanto una negazione del dettato Costituzionale. E su questo, nessun tribunale potrà mai affermare il contrario, sempre che, come dice quel detto… a menare si sia per primi.

Un’ultima raccomandazione, poi, vorrei rivolgere a quei colleghi che non pongono sufficiente attenzione ai fatti di Bolzano e magari girano la testa: non astraetevi poiché un simile atteggiamento è dei più errati. Comunque essendo, appunto, vacanze, per meglio descrivere i rischi che, a disinteressarsi di Bolzano, potrebbero avvenire, mi affido ad una storiella che in maniera leggera, ancorché efficace, ben descrive la situazione qualora, malauguratamente, dovesse crollare Bolzano.

Si dice che sul finire del 1400 fosse invalsa la moda, presso le signore, di esagerare con l’ampiezza delle scollature, ancorché le medesime venissero mitigate da un leggero fazzolettino di tela di Fiandra, posto nel mezzo. La cosa stava divenendo tanto esagerata che un predicatore, non sapendo più come arginare quella che lui riteneva la “pericolosità” di un belvedere femminile a portata di mano dei maschietti, e, dunque, rischiosa alla conservazione del pudore, si affidò ad una similitudine militaresca per avvertire la comunità. Infatti, il povero frate, parlando da sopra un pulpito, non poteva usare parole che fossero poco confacenti al luogo e nemmeno voleva che i presenti non capissero i suoi timori. Pertanto disse: Ricordate, donne… prese le Fiandre, addio Paesi Bassi.

Presa Bolzano, addio anche agli altri Conservatori: di Università in agguato con un politico compiacente, ne esistono parecchie. E allora? Meglio… non profetizzare!

26 luglio 2019

 

 

 

Le toghe rosse rifiutano il sorteggio

per tenere in scacco la politica

La Guglielmi, segretario di Magistratura Democratica, spara sulla riforma del CSM: “Rischiamo di essere subalterni all’esecutivo”. Nonostante il caos correnti, l’idea del giudice “creatore di diritto” è dura a morire

di  SALVATORE SFRECOLA

 

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul ruolo “politico” delle correnti organizzate nella Magistratura, a fugarli ci ha pensato Maria Rosaria Guglielmi, Segretario Generale di Magistratura Democratica, certamente la più ideologizzata, definita da Armando Cossutta, storico leader del P.C.I., “componente marxista e classista”, la cui azione, secondo uno dei suoi più noti esponenti, Livio Pepino, “è consistita nella traduzione, sul piano giurisprudenziale, delle posizioni di non subalternità al sistema, di rifiuto della falsa neutralità”. Per “la promozione di scelte giudiziarie nelle quali si affermi la prevalenza degli interessi funzionali all’emancipazione delle classi subalterne, cui del resto la Costituzione accorda specifica tutela, sugli interessi ad essi virtualmente contrapposti e che non sono protetti da analoga garanzia costituzionale”.

Intervenuta su La Repubblica, nel dibattito sulle ipotesi di modifica del sistema elettorale per la scelta dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura, la Guglielmi ha sparato a zero sulla proposta di scegliere la componente magistratuale mediante sorteggio avanzata da più parti, da La Verità, fin dal 9 giugno, e dal Ministro della giustizia Alfonso Bonafede che vi sta lavorando.

L’ipotesi di sorteggio vuol essere una risposta alla distorsione che all’esercizio delle attribuzioni del CSM, individuate nell’art. 105 Cost. (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari), è derivato dal ruolo che hanno assunto le correnti organizzate. Queste scelgono i candidati, contribuiscono alla loro elezione e, quindi, influiscono sulle decisioni che nel Consiglio vengono assunte dagli eletti, indotti a scegliere per posti direttivi nelle Procure, nei Tribunali e nelle Corti d’appello colleghi appartenenti allo stesso orientamento ideologico. Lo dimostra la Guglielmi per la quale l’ipotesi di sorteggio “sovverte del tutto il senso della rappresentanza come aggregazione su idee e visioni diverse (dal ruolo del magistrato nella società, alla modalità di amministrazione della giurisdizione, dal concetto di carriera a quello di dirigenza) e annulla ogni principio di responsabilità (a chi è come risponderanno delle loro scelte i “sorteggiati”?)”. Ed aggiunge che quella riforma costituirebbe “un passo decisivo verso la riduzione del ruolo del Consiglio che, trasformato in organo tecnico amministrativo e di mero governo del personale, è destinato inevitabilmente a essere subalterno alla sfera politica esterna e funzionale alla ristrutturazione in senso verticistico e burocratico dell’ordine giudiziario”.

Anche se all’esponente di MD non piace le attribuzioni del CSM sono amministrative, come abbiamo appena letto nell’art. 105 Cost. e sono di “governo del personale”, funzione per cui “la Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost.). Ne consegue, sostiene il magistrato, che “riconoscere le degenerazioni correntizie, e impegnarsi a contrastarle, deve essere la premessa per rivendicare e difendere il ruolo che storicamente i gruppi hanno svolto nel creare una magistratura consapevole, in grado di portare nell’autogoverno il risultato di elaborazioni culturali collettive e di ritrovarsi unita, attraverso il confronto plurale e aperto, nella difesa dei valori costituzionali della giurisdizione”. Pepino immagina la magistratura come luogo di “pluralismo ideale e politico” che si esprime attraverso una interpretazione “creativa” del diritto, con buona pace della sua certezza. Per cui davanti al giudice non ci si deve preoccupare del suo indirizzo interpretativo ma della sua ideologia politica. Operazione “eversiva”, scrive Giuseppe Valditara, ordinario di diritto romano a Torino nel suo “Giudici e legge” (edito da Pagine nella Biblioteca di Storia e Politica diretta da Domenico Fisichella) quella dei giudici “creatori del diritto”. Ora la  “degenerazione correntizia”, la crisi “senza fondo”, come Ernesto Galli della Loggia ha commentato le intercettazioni che davano conto di accordi per nominare questo o quello a seconda del potere delle correnti, che Magistratura Democratica si impegnerebbe a contrastare nasce dal sistema elettorale che aggrega gli elettori sulla base “di idee e di visioni diverse”, sul ruolo del magistrato nella società, sulle modalità di amministrazione della giurisdizione. E alla Guglielmi che si chiede a chi risponderebbe il componente togato sorteggiato diremo che risponde alla sua coscienza di magistrato impegnato, in quel ruolo, a scegliere, senza condizionamenti correntizi, chi merita di ricoprire una determinata funzione per cultura ed provata esperienza professionale. Anche se di idee “politiche” diverse. Solo così gli italiani torneranno ad aver fiducia nella Magistratura il cui prestigio deriva dall’essere i giudici “soggetti soltanto alla legge” (art.101, comma 2, Cost.), con la conseguenza che, come si legge nelle aule di giustizia, “la legge è uguale per tutti”.

Ora, nessuno dubita che il magistrato, come iusperitum, abbia il diritto-dovere di approfondire idee e visioni sul ruolo delle regole del diritto sostanziale e processuale nelle quali si realizza la Giustizia. Può, quindi, ritenere opportune o necessarie riforme più adeguate al momento storico nel quale opera. Tuttavia questa sua opzione “politica” deve rimanere fuori della decisione che egli assume. Diversamente si farebbe egli stesso legislatore, cosa che non gli è consentita in un ordinamento liberale retto dalla regola della distinzione dei poteri: le leggi le fa il Parlamento, la Magistratura le applica, con il solo limite di sollevare eventuali questioni di costituzionalità ove ritenga che la norma sia in contrasto con regole della Costituzione.

Infine va detto che c’è un pericolo alle viste, che la degenerazione che tutti riconoscono possa provocare qualche riforma che limiti l’indipendenza dei giudici, un valore per tutti, il nucleo centrale della democrazia, anche quando nel caso concreto non fa comodo.

(da La Verità del 19 luglio 2019, pagina 13)

 

 

Frammenti di riflessioni

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia comunitaria

Se i giudici di appello sono chiamati a decidere sulla fondatezza delle accuse e raggiungono un verdetto di condanna dopo l’assoluzione in primo grado, è necessario che i giudici procedano a un esame diretto delle prove. In particolare, la Corte di appello, che decide la condanna giudicando i testi attendibili dopo che i giudici di primo grado li hanno ritenuti non attendibili, deve procedere a una nuova audizione degli stessi e non può limitarsi a decidere sulla base della trascrizione delle testimonianze (Cedu, Sez. I, n. 63446/13, sent. 29 giugno 2017, con commento di M. Castellaneta, “Per ribaltare in appello un giudizio di primo grado i giudici devono procedere all’esame diretto delle prove”, in Guida dir., n. 33/2017, 96 ss.).

 

Rileggendo Gervaso

Nel libro di Roberto Gervaso (Italiani pecore anarchiche, Milano, 2003), più volte citato in questi Frammenti, raccomandiamo a tutti di leggere, o rileggere, il lungimirante Prologo del volume (p. 11 ss.).

Il peggiore dei tanti difetti di noi italiani, “figlio dello scarso carattere, è il trasformismo, mix di conformismo e opportunismo”.

È vero che siamo una stirpe di poeti, santi, navigatori, artisti, ma anche di camaleonti che cambiano idee e casacca secondo l’aria che tira.

Ma, in Italia, non è facile vivere “perché troppe cose non funzionano, e quelle che funzionano potrebbero funzionare meglio”.

Non funziona la burocrazia, “arrogante e servile, arruffona e sprecona, che ha una difficoltà per ogni soluzione e un cavillo per ogni certezza”.

Non funziona il fisco, “la più affilata e spietata spada di Damocle”.

Non funziona la giustizia, “che in primo grado, dopo dieci anni, ti dà torto; in secondo, dopo altrettanti, ti dà ragione. E a babbo morto, in Cassazione, ti condanna o ti assolve, prosciugando i tuoi risparmi”.

“Il guaio è che la nostra democrazia è nata tardi e male o, comunque, non come sarebbe dovuta nascere… Anche se si proclama tartufescamente tale, la nostra non è una democrazia perché questa presuppone uno Stato forte, che non significa autoritario, ma autorevole”.

“Morale: sforziamoci di cambiare, ma senza farci troppe illusioni… E senza mai dimenticare che questa è l’Italia perché questi sono gli italiani”.

 

Ancora toghe sporche

In un recente e ben documentato servizio apparso su L’Espresso (n. 26/2019, 36 ss.), Paolo Biondani e Emiliano Fittipaldi tornano sullo “tsumani che ha investito la magistratura”.

Le intercettazioni dei soliti noti “stanno terremotando non solo la giustizia italiana, ma anche molti palazzi del potere, travolti da un vortice di ricatti incrociati, abusi, minacce e dossieraggi… Registrazioni alla mano, i comportamenti di toghe e politici (al di là della rilevanza penale ancora tutta da dimostrare) sembrano lontani da qualsiasi canone istituzionale e deontologico. E raccontano trame di potere intessute nell’ombra, per spartirsi poltrone e per curare interessi personali e giudiziari”.

Gli autori del servizio ricordano, tra l’altro, come, “nel febbraio 2018 il Sistema Siracusa salta in aria: Amara e Calafiore vengono arrestati per associazione per delinquere, corruzione giudiziaria e altri reati assortiti. Sono accusati di aver gestito per anni un sistema di corruzione di magistrati, in particolare giudici amministrativi del Consiglio di Stato, sia a Roma che in Sicilia. A luglio finisce in manette anche il pm Longo”.

Comunque, le indagini sulle toghe sporche si sono, intanto, allargate e intrecciate, disegnando un “sistema complesso di tangenti e favori”.

Ma non è ancora possibile stabilirne la consistenza e la rilevanza concrete. Certo è che l’inchiesta sulle toghe sporche ha seriamente, se non definitivamente, compromesso la credibilità della nostra giustizia, di ogni ordine e grado, già da tempo impantanata in acque limacciose e insalubri, priva oltretutto di un valido nocchiere capace di ricondurla, presto e bene, sulla “diritta via” ormai smarrita.

 

Un libro da leggere

È quello di T. Nichols, “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia” (trad. it. di C. Veltri, Roma, 2019).

Come si legge nel risguardo di copertina, il grande sviluppo tecnologico della nostra era ci ha dato accesso a una quantità di informazioni senza precedenti. Il risultato, però, non è stato l’inizio di un nuovo illuminismo, ma il sorgere di un’età dell’incompetenza in cui una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato sembra avere la meglio sul tradizionale sapere consolidato.

Il capitolo iniziale è dedicato a “esperti e cittadini” e, più in particolare, alla categoria degli spiegatori. “Tutti noi li abbiamo incontrati. Sono nostri colleghi, nostri amici, membri della nostra famiglia. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni con un’istruzione, altri armati solo di un computer portatile o della tessera di una biblioteca. Ma tutti hanno una cosa in comune: sono persone mediocri che credono di essere dei pozzi di scienza. Convinti di essere più informati degli esperti, di avere conoscenze più ampie dei professori e maggiore acume rispetto alle masse credulone, sono gli spiegatori, sempre felicissimi di illuminare noi e gli altri su qualsiasi argomento, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli dei vaccini”.

Ma “la verità è che non possiamo funzionare se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui”.

In definitiva, “nella vita intellettuale, che per la sua stessa essenza richiede e presuppone la qualità, si avverte il progressivo trionfo degli pseudo-intellettuali senza qualifica, inqualificabili o squalificati per la loro stessa struttura”.

 

Morte di Andrea Camilleri

Il 17 luglio è deceduto in Roma Andrea Camilleri, all’età di 93 anni, suscitando unanime rimpianto. Scrittore prolifico e di indubbio valore, autore di ben cento volumi.

 

 

Buona memoria o l’oro di Mosca

di Domenico Giglio

 

Avere una certa età ed una buona memoria consente di non stupirsi o meravigliarsi di fronte ad eventi attuali, come adesso il caso di possibili finanziamenti russi ad un movimento politico italiano e della scoperta che su tale problema la magistratura milanese avesse aperto da mesi un fascicolo. Peccato che anni or sono, parliamo degli anni 1950 e 1960, né a Milano né in altre procure fossero stati aperti analoghi fascicoli su finanziamenti, questa volta reali, consistenti, effettivi, che sempre da Mosca, allora URSS (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche), partivano a beneficio del Partito Comunista Italiano consentendogli una disponibilità economica per sedi del partito, giornali, manifesti e propaganda che surclassava gli altri partiti italiani, salvo briciole per i socialisti nenniani. E di questi finanziamenti vi erano state date notizie su giornali non comunisti, vi erano state indagini giornalistiche accurate e documentate, per cui non erano rimaste segrete, ma evidentemente in molti posti di comando, non solo giudiziari, ma anche governativi vi erano le famose scimmiette che non vedevano, non udivano e non parlavano, mentre se avessero visto, udito e parlato, forse la storia italiana da quegli anni avrebbe preso un diverso indirizzo. Ma specie la Democrazia Cristiana allora preferiva operare per dividere il partito monarchico, suo pericoloso concorrente, specie nel Meridione e perché non si costituisse alla sua destra un consistente coagulo liberaldemocratico, alieno da nostalgie, tralasciando la battaglia anticomunista, per la quale aveva preso i voti e lasciando che i comunisti si infiltrassero in tutti i settori della vita non solo politica e se poi, decenni dopo, il crollo dell’URSS coinvolse nella caduta anche i partiti comunisti occidentali i meriti vanno cercati altrove.

19 luglio 2019

 

 

Le pensioni di piombo

di Domenico Giglio

 

Mi auguro che molti abbiano letto, specie se uomini politici e/o di governo, in primis gli attuali, l’articolo uscito sul supplemento settimanale “L’Economia” del “Corriere della Sera”, dell’8 luglio, titolato “Rendite amare. Pensioni inadeguate” di Antonietta Mundo ed Alberto Brambilla, relativo all’esproprio effettuato dal governo, esecutore materiale l’INPS, sulle pensioni medie di tanti funzionari, professionisti, dirigenti, con una perdita incredibile in termini monetari, per cui chi parla di “pensioni d’oro”, o ignora totalmente il problema, o è volutamente disinformato, o, ancora peggio è una squallido demagogo (guai ai ricchi!) o è in malafede.

Per cui è necessario partire dall’inizio quando si andava in pensione, con il retributivo, con l’80% delle ultima retribuzioni, avendo 40 anni di contributi. In realtà l’80% riguardava solo una prima fascia di retribuzione, intorno ai 32 milioni delle vecchie lire, per poi scendere al 60, poi al 50 ed infine al 40% sugli importi di retribuzione superiori alla prima fascia. A titolo indicativo da una retribuzione di 100 milioni, si arrivava ad una pensione di poco superiore ai 60 milioni, già con una perdita netta di circa il 40% sull’ultima retribuzione, e conseguente abbassamento del tenore di vita. Se questa cifra iniziale fosse stata aggiornata annualmente al costo della vita, sia pure con qualche iniziale disagio, i pensionato poteva anche accettare. Ma la realtà fin dall’inizio si dimostrò ben riversa, perché l’aggiornamento era anch’esso valutato su multipli della pensione base minima, per cui a livelli di pensione sopra accennati l’adeguamento si riduceva drasticamente. Il peggio, però doveva ancora avvenire quando un governo, non comunista di nome, ma di fatto, retto da quei cattolici di sinistra, che confondono la media borghesia con quei “ricchi” che non possono passare per la “cruna di un ago”, sterilizzò completamente ogni adeguamento, trovando connivente, anche una Corte, a sua volta emanazione partitica, che giustificò sia pure “temporaneamente” questa manomissione, e così via via, anche con altri governi, in nome della (in)giustizia sociale. Ora, tutto ciò premesso vediamo in quanto è consistita la perdita, in termini economici della pensione così come risulta documentato e precisato nell’articolo citato all’inizio.

Gli autori, limitando la loro indagine al mancato adeguamento al periodo di 14 anni dal 2006 al 2019, (per molti pensionati dovrebbe calcolarsi anche il periodo precedente che in molti casi risale agli anni 1990-2000) hanno individuato perdite di più del 50% per pensioni lorde annue di meno di 40.000 euro, e che arrivano a sfiorare il 100% per un lordo annuo intorno ai 60.000 euro, per poi, trionfalmente (per INPS) superare il 100% per pensioni superiori. I rivoluzionari francesi ghigliottinavano, i rivoluzionari bolscevichi fucilavano, i comunisti cinesi rieducavano quelli che non avevano eliminato, i comunisti cambogiani pure eliminavano, i cripto comunisti italiani hanno preferito lentamente strangolare la media (ed anche piccola) borghesia, sulla cui scomparsa versano, oggi, lacrime di coccodrillo.

15 luglio 2019

 

 

Sovranismo, democrazia, populismo

di Salvatore Sfrecola

 

La riflessione più recente in tema di “sovranismo” è del 14 dicembre 2018 e si rinviene nei contributi al Convegno internazionale promosso dalla rivista on-line Logos su “Sovranità, democrazia e Libertà” di studiosi di economia e diritto provenienti da alcune tra le più prestigiose università del mondo, da Navarra a Torino, da Washington a Pisa, a Budapest, Cambridge, Oxford, Salisburgo, Stoccolma, Tel Aviv. Nelle loro relazioni è delineato una sorta di “Manifesto dei sovranisti” con l’ambizione di dare avvio ad una “internazionale sovranista” per ribadire le ragioni di quella reazione crescente che, in Europa e non solo, si oppone ad una visione del mondo che, globalizzato nell’economia, si vorrebbe anche avviato verso la perdita di ogni riferimento culturale, ideologico e identitario, tradizionalmente collegato al concetto di Nazione, espressione delle radici più profonde dei popoli, per sostituirla con una società “mondialista” senza valori, senza stati, senza confini, dove l’economia è destinata a prevalere sulla politica. L’Italia, nella quale il richiamo all’identità è stato uno dei fattori ideologici fondamentali che hanno accompagnato il processo risorgimentale e l’unificazione nazionale, si candida, dunque, alla guida del movimento sovranista, di una coalizione che comprenda i popoli e le forze politiche che oggi stanno lottando per un’Europa diversa, che sia patria dei diritti politici secondo l’insegnamento del Barone di Montesquieu che giustamente Giuliano Amato, in occasione del discorso di insediamento della Convenzione europea istituita per scrivere la Costituzione dell’Unione, aveva constatato non essere “mai passato da Bruxelles”, per segnalare quel deficit di democrazia e quella ambiguità nei rapporti tra le istituzioni che l’autore dell’Esprit des lois avrebbe severamente censurato, convito che la separazione dei poteri sia il cardine della democrazia parlamentare.

Nel 2003 l’Europa non volle riconoscere le proprie radici cristiane eppure evidenti nelle sagome delle cattedrali, che svettano da Nord a Sud del Continente, come soleva dire Robert Schuman, uno dei padri della Comunità della quale furono gettate le basi proprio in una sua Dichiarazione del 9 maggio 1950 che delineava l’avvio del “sogno europeo” mettendo insieme le produzioni di carbone e di acciaio, essenziali nella ricostruzione post bellica. L’Europa che – si legge - “non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme”. E sarà “l’unione delle nazioni”, della realtà viva delle singole comunità che si alimenta della vitalità dei corpi sociali intermedi, chiesa, associazioni, corporazioni, classi sociali con la loro “imprescindibile funzione di cuscinetto tra il potere individuale e quello dello Stato”, come ha scritto Robert Nisbet, tra i principali studiosi del conservatorismo. Quella realtà culturale che gli eredi della Rivoluzione Francese vorrebbero annullare nello stato centralizzato, che nega l’autonomia delle istituzioni territoriali e, dove le condizioni storiche lo richiedono, il federalismo.

A definire un’idea identitaria “forte”, che è al fondo della scelta sovranista, ci ha pensato, a conclusione del convegno milanese, Giuseppe Valditara, ordinario di diritto romano a Torino ed oggi Capo Dipartimento istruzione universitaria e ricerca del MIUR, autore di Sovranismo”, Una speranza per la democrazia”, convinto che “per sapere dove vogliamo andare, quale futuro dare alla nostra società, dobbiamo recuperare la consapevolezza dei nostri valori di riferimento”. Per dare una risposta a quanti negli anni hanno cavalcato la fine delle ideologie, ritenute fonte di tutti i mali del XX Secolo. Così facendo venir meno anche le idee che nel corso degli anni avevano delineato il pensiero, la filosofia dei movimenti e dei partiti che, divenuti via via avidi gestori del potere, la “partitocrazia” di Giuseppe Maranini, hanno sempre più screditato agli occhi dei cittadini e degli elettori le ragioni della politica, il valore delle tradizionali distinzioni, Destra e Sinistra, conservatorismo e progressismo, nell’illusione che pace e prosperità sarebbero state assicurate dalla globalizzazione dell’economia e da quella dimensione cosmopolita e internazionalista ostile a riconoscere il valore politico dei fenomeni identitari. Come quel nazionalismo liberal conservatore che, scrive Andrea Geniola nella prefazione a “Nazionalismo banale” di Michael Billig, è una identità che “sopravvive alla globalizzazione”, a quegli interessi finanziari internazionali che traggono vantaggi da una società senza frontiere. Secondo la logica “mercatista” denunciata da Giulio Tremonti che esige una immigrazione di massa incontrollata per assicurare ai produttori manodopera a basso costo e aumentare i profitti e condizionare i poteri degli Stati, ultimo vero ostacolo al dominio incontrastato dei mercati, all’omologazione dei popoli. Sovranismo, dunque, per andare oltre gli slogan dei movimenti sbrigativamente definiti “populisti”, quasi sempre privi di senso identitario, come il Movimento 5 Stelle, sicché la qualificazione ha assunto un significato a volte dispregiativo e comunque limitativo dell’offerta politica.

(Contributo a “Sovranismo vs populismo, La genesi e le peculiarità dei due movimenti che stanno cambiando gli equilibri dell’Europa”, n. 6/inverno 2019 di Nazione Futura)

 

 

In ricordo di Antonio Galano

di Salvatore Sfrecola

Ciao Antonio, amico da anni lontani, nei quali pensiero e azione ci hanno accomunato, tanto ci piaceva discutere e approfondire, fare ipotesi ed attuare iniziative, guardare lontano, forse, a volte, sognare.

Ti daremo un saluto non formale domattina, nella Chiesa di San Pio X alla Balduina a poche decine di metri dalla tua abitazione, in quel viale delle Medaglie d’oro, arteria centrale di un quartiere che ricorda eroi e martiri, italiani che hanno servito con onore la Patria, spesso con sacrificio della vita. Da Luigi Rizzo, l’intrepido comandante del Mas che ha violato la munitissima base austriaca di Buccari, ad Ugo de Carolis, il Maggiore dei Carabinieri impegnato a Roma contro i tedeschi invasori insieme al Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Entrambi catturati dalla Gestapo finirono alle Fosse Ardeatine dopo essere passati per la prigione di via Tasso.

Le avevi illustrate più volte con dovizia di riferimenti le gesta di questi soldati. Ricordo, in particolare la tua conferenza al Circolo Rex. Avevi condotto una ricerca approfondita, sicché alcuni nomi che per molti di noi indicano solo vie e piazze hanno assunto attraverso le tue parole le dimensioni autentiche di personalità forti, decise a tenere alto il vessillo della Patria che per i militari era anche fedeltà al giuramento prestato al Re. Personalità diverse, esperienze diverse, ma di tutti ricordavi l’impegno condotto senza timore per la propria persona, convinti che quello di prendere le armi contro l’invasore per riscattare l’onore dell’Italia fosse un dovere da compiere a qualunque costo.

Ci eravamo sentiti e visti ancora di recente. Mi avevi detto nei giorni scorsi “vieni a trovarmi”. Non ho avuto il tempo e adesso me ne rammarico. Eri stato discreto, come sempre, sulla tua salute. Non avevo capito, non pensavo che ci avresti abbandonato così presto.

Alla notizia ho pianto. Avevo trattenuto le lacrime in altre occasioni, anche familiari. Ma ieri non sono riuscito. È stato un pianto silenzioso. Ed ho ripercorso gli anni, i tanti anni della nostra militanza nel Fronte Monarchico Giovanile, a via Rasella, in quel Palazzo Tittoni dove abbiamo imparato a sperimentare la difficile politica monarchica in tempo di repubblica, guidati da quel “l’Italia prima di tutto” che ci aveva lasciato Re Umberto II, che andammo a salutare a Beaulieu sur mer. Avevamo viaggiato tutta la notte in treno, senza dormire, solo parlando di politica.

Qualcuno di noi era attratto dall’impegno nei partiti. Liberali entrambi, ma tu impegnato direttamente, sentivamo il fascino del Risorgimento delle libertà, di quel periodo di vigorosa aspirazione all’unità di quanti, provenendo da ogni angolo d’Italia, mettevano a disposizione di quell’ideale, invano perseguito lungo i secoli, le intelligenze della migliore gioventù. Tutti volevano che gli italiani “calpesti/desiri”, perché “non siam popolo perché siam divisi”, si ritrovassero in un unico Stato, che fu possibile solo grazie all’impegno coraggioso dei Sovrani di Casa Savoia che osarono contro l’Imperial Regio Governo e la sua potenza militare. Un faro nell’Italia dai sette staterelli che perfino il campione dei repubblicani, Giuseppe Mazzini, identificò pubblicamente in una celebre lettera a Vittorio Emanuele II come unica speranza d’Italia. Di questo parlavamo, impegnati tuttavia ad attualizzare il messaggio che ci proveniva da quegli uomini, un messaggio di speranza anche per oggi, un tempo nel quale ricerchiamo la nostra identità di italiani e di europei per sopravvivere alla fine delle ideologie che spesso ha travolto anche le idee che hanno alimentato la filosofia politica.

Quante battaglie nell’ambito del Fronte Monarchico Giovanile e dell’Unione Monarchica Italiana, quando mettevamo a confronto esperienze ed aspirazioni, diverse secondo l’indole, la formazione professionale, gli studi condotti. Eravamo tanti ed impegnati in vario modo. Vorrei fare qualche nome ma sono certo che ne dimenticherei qualcuno, non per mancanza del ricordo ma perché la mente vaga tra immagini in bianco e nero ed a colori che fanno emergere volti che si ricorrono, amici ed amiche dei quali sento la voce, percepisco l’accento della regione di provenienza, battute che sono rimaste nel mio patrimonio di esperienze umane straordinarie.

Poi, passato il tempo dell’impegno giovanile il lavoro ci ha costretto a diradare gli incontri, ma ogni occasione era propizia per ritornare sulle nostre idee che continuavano ad essere oggetto di riflessione mentre l’Italia si avviava, da una repubblica all’altra, a perdere il senso della sua storia, volutamente lasciata da parte, non solamente nel dibattito politico ma anche nella scuola, perché i giovani non sapessero che uomini illustri avevano sacrificato la loro vita personale e professionale per dedicare le migliori energie all’interesse nazionale, perché passasse la versione dell’italiano arruffone, che approfitta di quanto può e come può, soprattutto se svolge una funzione pubblica, per cui troppo spesso gente senza arte né parte oggi può aspirare a ricoprire compiti parlamentari e di governo e ad arricchirsi quando un tempo chi svolgeva un ruolo pubblico inevitabilmente sacrificava patrimonio e professione per servire lo Stato, per indossare “la giubba del Re”, come titola un libro famoso sulla corruzione scritto da Piercamillo Davigo, per ricordare come nel suo paese fosse un onore servire lo Stato.

Abbiamo seguito questo degrado, caro Antonio, e ne abbiamo parlato più volte negli ultimi anni nella speranza di poter contribuire in qualche modo alla rinascita di questo nostro Paese. Non ci siamo mai scoraggiati ed anche di recente ci eravamo ripromessi di discuterne. Non ce l’abbiamo fatta. Ma non disperiamo neppure questa volta. Continuerò fingendo che tu sia accanto a me ad aiutarmi a riflettere e ad operare per la Patria nostra amatissima.

Ciao Antonio, amico mio.

Salvatore

21 giugno 2019

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Giustizia amministrativa

È illegittimo il decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, emanato di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, del 12 febbraio 2018, nella parte in cui fissa il compenso lordo minimo per i componenti della commissione giudicatrice (Tar Lazio, Sez. I, 31 maggio 2019, n. 6926, con commento di L. Grassucci, “Illegittima la previsione con decreto ministeriale di un compenso minimo per i commissari di gara”, in www.Italiappalti.it, 5 giugno 2019).

Nomine del CSM ed altro

Come avevamo già previsto in questi Frammenti, anche le prossime nomine del CSM non sfuggono a ricorrenti critiche che possono proiettare ombre sospette sui comportamenti della magistratura, a tutto detrimento di quanti domandano giustizia.

Occupandosi dello spinoso problema, Marco Travaglio (“Chi perde vince”, il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2019) ricorda, non a caso, quanto avvenuto, anni addietro, per la nomina del Procuratore di Palermo che provocò un ricorso al Tar del Lazio degli esclusi, che accolse il gravame. Decisione, poi, disattesa dal Consiglio di Stato, in sede di appello, con una tutt’altro che esemplare sentenza (Presidente del Collegio ed estensore, successivamente coinvolti in altre scabrose vicende).

Auguriamoci che di qui a poco tutto possa concludersi nel pieno rispetto della legge e non mediante regole e criteri inesistenti, rabberciati per la bisogna.

Sono, infatti, quelli odierni, tempi particolarmente duri per la credibilità della magistratura di ogni ordine e grado.

In un recente e magistralmente documentato articolo, Emiliano Fittipaldi (“Magistratura dipendente”, L’Espresso, n. 24/2019, 10 ss.) osserva che “nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili”.

Al “mercato delle sentenze”, quanto emerge per le nomine del CSM è connesso ad altre “inchieste che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese… come quella su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di stato…Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del bel Paese”.

Né è da meno il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, “campo da gioco preferito” da un ben orchestrato “gruppo di faccendieri”.

In realtà, l’ultima inchiesta sul CSM “dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l’indipendenza della magistratura”.

Ma una cosa è certa. Ormai l’organo di autogoverno della magistratura ha perso ogni affidabilità per il palese discredito che ha gettato sull’intera categoria che ha preteso di rappresentare.

Propaganda politica nella scuola

Una insegnante di scuola media statale di Palermo è stata sospesa dal servizio per non aver vigilato sul lavoro degli alunni che, nella ricorrenza del 25 aprile, hanno presentato un video nel quale si accomunano le leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza voluto dal Ministro Salvini.

È, a tale riguardo, da condividere quanto posto in risalto da Salvatore Sfrecola (“Teacher ride per la prof. di Palermo. A scuola è l’ora dell’indottrinamento”, La Verità, 2 maggio 2019, 12) e cioè che della docente “si può dire, con ragionevole certezza, che non ha saputo spiegare come le leggi razziali siano un unicum nell’ordinamento giuridico italiano e non possono essere poste a confronto con la legislazione sulla sicurezza, come tutte le leggi criticabile, ma assolutamente non associabile alla legislazione razziale”.

Dopo siffatto precedente, ripristinato l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, non si può non temere che le lezioni di tale materia possano trasformarsi in riprovevoli espedienti di propaganda politica.

Sul Codice degli appalti

Il Ministro Salvini ha dichiarato che si rende ormai quanto meno necessaria una sospensione biennale del Codice degli appalti.

L’iniziativa del Ministro merita attenta considerazione con l’auspicio che, trascorso il biennio, venga in toto sostituita, entro breve e perentorio termine, questa sorta di pateracchio, denominato Codice, palesemente inadatto ed ostativo alle finalità che intende perseguire. Situazione questa che l’eventuale conversione dell’ultimo decreto in materia non può riuscire a sovvertire.

Invero, il Codice appalti risulta, sotto molteplici profili, decisamente inadeguato perché frutto di innumerevoli rimaneggiamenti che lo rendono di ardua applicazione concreta, dando così ampio spazio ai magistrati per la strutturazione ondivaga degli istituti ed alla burocrazia per rallentare ad libitum i tempi di inizio dei lavori.

Mentre taluni sostengono che l’unico mezzo per vincere la corruzione è comunque necessaria una normativa minuziosa, altri ritengono che, pur non potendosi considerare buona parte degli imprenditori integerrimi gentiluomini, non possono certamente essere ritenuti aprioristicamente affiliati alle cosche mafiose.

In ogni caso, sono sempre da escludere le assurde gare al ribasso che hanno indubbiamente influito negativamente su ogni lavoro appaltato.

Anche Totti dice addio alla Roma

Francesco Totti, con apprezzabile e condivisibile gesto di dignitosa rilevanza, lascia la Roma di cui ancora oggi rappresenta un glorioso passato.

Alla società e alla squadra altro non resta che un inutile ciarpame.

Addio grande, indimenticabile Capitano.

 

Il C.S.M. nella bufera. La soluzione passa attraverso una riforma costituzionale che preveda il sorteggio e non l’elezione dei membri togati

di Salvatore Sfrecola

Mio padre amava ripetere che il magistrato dev’essere come il prete, attento alle frequentazioni, in modo da apparire sempre estraneo alle beghe dei suoi parrocchiani. Non so se ripeterebbe oggi lo stesso esempio, visto l’andazzo di certi ecclesiastici dalle amicizie disinvolte. Ma è certo che il monito resta valido per l’attenzione che chiunque eserciti funzioni giudiziarie deve tenere non solo nei confronti di amici, parenti e compagni di circolo sportivo, ma anche degli ambienti politici.

Stona, dunque, ed è grave che nessuno l’abbia notato, quanto ha scritto Franco Roberti, passato dalla toga alla politica, che, intervistato da Il Fatto Quotidiano dell’8 giugno parla di “noi” riferendosi al PD, il Partito Democratico che lo ha messo in lista per le elezioni europee. Certo è stato eletto in quel partito ma l’atteggiamento disturba – mi auguro non solo me – perché un tempo il magistrato che scendeva in politica teneva ad apparire indipendente, perché nessuno sospettasse che quella “passione” politica non fosse sopravvenuta ma lo avesse accompagnato e, in qualche modo, condizionato nel tempo in cui esercitava le funzioni di giudice o di pubblico ministero. Che è poi quello che ha mosso Matteo Salvini a “ricusare” giudici che, a suo dire, hanno pronunciato sentenze che interpretano norme governative come avrebbero in qualche modo preannunciato in occasione di esternazioni di sapore politico che un magistrato dovrebbe sempre evitare per non apparire “di parte”. Che, poi, magari non è vero. Ma apparire indipendente è necessario, posto che è “normale” che indipendente lo sia.

Si comprende, dunque, come le polemiche che in questi giorni accompagnano le notizie sull’inchiesta del Procuratore della Repubblica di Perugia, Luigi De Ficchy, un magistrato di grande valore e di lunga esperienza, possano far molto male alla Magistratura se la lente d’ingrandimento degli inquirenti si è fermata sui comportamenti di alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura intenti ad immaginare, insieme a uomini di partito, chi avrebbe potuto essere votato per la preposizione alle più importanti Procure, a cominciare da quella di Roma, libera dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone. Infatti, sull’onda dello scandalo, per cui – tra l’altro - un politico sotto indagini si sarebbe incontrato con alcuni componenti del C.S.M. per concorrere alla scelta di quello che sarebbe stato il suo inquisitore, vanno emergendo ipotesi varie di “riforma”, come quella della separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, della sottoposizione di questi alle direttive del Governo, della eliminazione della obbligatorietà dell’azione penale. Se ne parla da tempo con opposte valutazioni, ma il pericolo è sempre quello che Governo e Parlamento intervengano sull’onda delle emozioni. Non va mai bene, malissimo in materia di Giustizia, che è interesse di tutti sia oggetto di iniziative di riforma particolarmente meditate.

La riforma fondamentale, visto che parliamo di nomina dei responsabili degli uffici direttivi, in particolare delle Procure, cui spetta l’esercizio dell’azione penale, è quella di una composizione del Consiglio Superiore in qualche modo impermeabile alla politica. Ed anche alle correnti interne, considerato che esse hanno dimostrato nel tempo di essere non solamente espressione di orientamenti culturali e di indirizzi giurisprudenziali ma di portare nel dibattito interno elementi di carattere ideologico molto spiccati, come dimostrano i documenti presentati in congressi e convegni, in particolare, di Magistratura Democratica, da sempre “vicina” alle sinistre, a cominciare dal Partito Comunista Italiano.

Il C.S.M., espressione dell’indipendenza di quell’“ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” che è la Magistratura, come si legge nell’art. 104 della Costituzione, presieduto dal Capo dello Stato e con componenti di diritto il Primo Presidente della Corte e il Procuratore Generale della Cassazione, è composto per due terzi da magistrati ordinari eletti “tra gli appartenenti alle varie categorie” e per un terzo da eletti dalle Camere. Eletti, dalle correnti, cioè da gruppi portatori di orientamenti culturali e ideologici che si riversano nel voto dei componenti togati i quali, al momento della scelta, attribuiscono le loro preferenze ai colleghi di corrente o comunque ad essa vicini, anche sul piano ideologico. Roberti le difende. “servono all’elaborazione del pensiero della giustizia”, dice. Ma sa bene che organizzano il consenso ai fini delle elezioni e delle scelte.

L’esperienza ci dice, infatti, di una progressiva degenerazione del sistema dovuto proprio alla elezione attraverso le correnti che organizzano il consenso all’interno della magistratura per cui il magistrato che si candida ad un posto direttivo, Presidente di Tribunale o di Corte d’appello, Procuratore della Repubblica o Procuratore Generale, ha speranza di veder accolta la propria istanza solamente se appoggiato da un gruppo che conta autorevoli rappresentanti nel CSM.

Tra i primi a criticare questo sistema Piercamillo Davigo, all’atto del suo insediamento nel ruolo di Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Non va bene disse perché introduce elementi personalistici che nulla hanno a che fare con scelte che dovrebbero essere guidate da una obiettiva valutazione della specifica professionalità ed esperienza in relazione all’esercizio di una determinata funzione.

Le correnti della Magistratura, tuttavia, non ci stanno. Negano che la loro influenza nel CSM ne condizioni le scelte. Il tema è antico ma in questa stagione la polemica si è aggravata e la lotta “di potere”, un’espressione che dovrebbe essere bandita quando si parla di Giustizia, è diventata ancora più esasperata da quando Matteo Renzi ha ridotto il limite di permanenza in servizio dei magistrati (da 75 a 70 anni) così scatenando una lotta furibonda per l’assegnazione dei posti di vertice di gran parte degli uffici giudiziari. Non solamente nella Magistratura ordinaria ma anche in Consiglio di Stato e Corte dei conti, con l’effetto di far giungere al vertice di uffici importanti magistrati con insufficiente esperienza.

Nella gestione delle nomine, come ha dimostrato l’inchiesta di Perugia, le scelte vengono pesantemente determinate dalle varie componenti presenti nel CSM dove siedono laici eletti dal Parlamento, cioè dai partiti, e togati scelti dalle varie correnti della Magistratura, per cui è inevitabile che i curricula dei partecipanti alle procedure di assegnazione siano esaminati almeno sotto due profili, uno per qualche verso “politico”, l’altro dell’appartenenza ad una determinata corrente dell’ANM. Fuori di questa logica non c’è spazio. Clamoroso il caso di Giovanni Falcone che, nonostante l’esperienza che poteva vantare nella lotta alla mafia, fu superato nell’attribuzione del posto di capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo da un collega, certamente più anziano, ma ignoto ai più, con una esperienza che forse sarebbe stato meglio utilizzare altrove.

Una soluzione s’impone, dunque, rapidamente per restituire serenità alla Magistratura con una modifica incisiva della composizione degli organi di autogoverno. Ma serve una modifica della Costituzione che prevede l’elezione. La soluzione è una sola, quella di prevedere che i componenti togati siano scelti sulla base di un sorteggio tra tutti i magistrati in servizio, tenendo conto di anzianità e funzioni svolte, in modo da assicurare all’organo di autogoverno esperienze e professionalità diverse, capaci di una equilibrata valutazione delle candidature ai vari posti di funzione. Ci sarà sempre la possibilità che un magistrato sorteggiato nel CSM possa essere “sensibile” alle aspettative del collega di concorso o che ha condiviso con lui qualche esperienza professionale. Ma non ci sarà più una scelta per motivi di appartenenza correntizia a tutti i costi, anche quando sia evidente che il candidato non ha i requisiti per ricoprire il ruolo per il quale concorre.

8 giugno 2019

 

L’alchimia che trasforma le Pensioni in Oro

di Serenella Pesarin e Antonio Grassi

Sappiamo che l’età media della popolazione si sta alzando, mentre aumenta l’attesa di vita nell’età avanzata e la coorte del baby boom post-bellico sta entrando in tale età, grazie anche all’accresciuta qualità della vita e alle conquiste della medicina. Di fronte a questo insorgente mondo di “vecchi”, alla dilagante disoccupazione giovanile, all’assenza di politiche sociali preventive, alla povertà in aumento, all’afasia di rimedi nel breve periodo, la strada più semplice da percorrere è quella dell’odio di classe o di status. Per legittimare questo odio di classe serve identificare in alcuni livelli sociali gli untori di manzoniana memoria! Ed ecco che alcuni tipi di anziani vengono improvvisamente proposti alla collettività come ladri e truffatori. Chi sono? I pensionati dalle cosiddette “pensioni d’oro”! Senza alcuna distinzione tra chi ha versato negli anni cospicui contributi e chi no! E così sentiamo parlare di tutti questi anziani, indistintamente, come dei fuorilegge, dei predatori perché “hanno ridotto il Paese in queste condizioni”, o perché, solo esistendo, hanno rubato e rubano ai giovani la possibilità di inserirsi nel mondo occupazionale grazie ai privilegi di cui, nessuno escluso, hanno goduto. Ma ecco il rimedio magico per questa malvagia presenza: la rottamazione, iniziata da Renzi, prende il posto della trasmissione intergenerazionale dei saperi e dell’esperienza che si accresce solo con il trascorrere degli anni. Questa rottamazione colpisce un nucleo, anche numeroso, ma socialmente più debole rispetto alla grande massa. Ma è il principio della rottamazione che conta e basta una disposizione di legge per farne poi indebitamente una regola generale. Ecco una esemplificazione di qualcosa già realizzato. Il caregiver (significato: datore di cure), nato per valorizzare gli aspetti affettivi di chi si prende cura di un minore bisognoso di cure (di una minoranza, per fortuna), è stato poi usato come “cavallo di Troia”, per introdurre provvedimenti che stanno abbattendo qualsiasi differenziazione tra madre e padre sul piano sociale. Poiché tutti possiamo essere caregiver, il ruolo biologico di madre e padre viene così liquefatto e il Caregiver (cavallo di Troia), destinato ad un nucleo minoritario, si è poi esteso come una epidemia attraverso “gli untori di turno”, ben nascosti nel ventre del cavallo, dissolvendo in un grande magma indifferenziato il significato unitario di famiglia. Diventa a questo punto indispensabile proporre alcune riflessioni che sono fondamentali secondo noi per comprendere lo sfacelo individuale e sociale in cui viviamo come anziani, come giovani, come coppie, come lavoratori, come pensionati, etc. In questo sfacelo trova la sua funzione la rottamazione degli anziani, di cui il taglio delle pensioni cosiddette d’oro rappresenta uno step necessario per avviare, o, meglio sarebbe dire, continuare il processo di abbattimento della funzione paterna; obiettivo” eclissare il padre”!

Abbattuto il Padre Celeste, con la morte di Dio celebrata nel secolo scorso, bisognava abbattere anche la funzione paterna terrena, mediatrice di Verità-Regole- Etica-Sacralità. Oggi ci troviamo ad affrontare un grande mostro nella caotica indifferenziazione del parassitismo e della predatorietà sociali, presenti anche nell’agone politico. Ed ecco che nel caso del taglio delle pensioni che diventano, per puro slogan elettorale di qualcuno, improvvisamente ”d’oro”; a livello inconscio profondo il significato vero sta nell’attuazione di una rottamazione del valore della tradizione, cioè del passato. Se tu impoverisci gli anziani, non li colpisci solo sul piano esistenziale cosciente, ma ne impoverisci il valore (denaro) anche per il significato che hanno nel contesto sociale. Se poi lo fai in maniera retroattiva, prendi “due piccioni con una fava”: dai corpo concreto al Grande Mostro, gli permetti di colpire mortalmente anche Verità, Regole, Etica. La Verità, costituita dal significato univoco che aveva nel passato, vale a dire rapporto contrattuale Cittadino–Stato, viene abbattuta sostituendola con la relativistica verità del potere del momento: diventa improvvisamente “d’oro” una pensione conquistata con il sudore della fronte, a seguito di un patto specifico di lavoro tra il cittadino e lo Stato contratto nel passato. -Le Regole: quelle tra Cittadino e Stato, anche queste abbattute in modo retroattivo, colpendo la parte più debole. Ci lamentiamo della violazione delle regole che ordinano il civile convivere della famiglia e dei cittadini e produce la violenza di coppia, dei giovani sugli anziani, degli adolescenti, dei figli che aggrediscono i genitori, degli uomini che uccidono le donne, di donne che bullizzano altre donne (e stanno cominciando a farlo anche con gli uomini). Ma questi fenomeni di violazione delle regole e dei confini trovano un modello di identificazione “Alto”, un Ideale dell’Io di freudiana memoria, proprio in uno Stato che viola le Regole del suo rapporto con il Cittadino: una decisione, quella del taglio delle pensioni, che introduce il principio della legalità dell’illegalità. Illegale e truffaldino è cambiare le regole con valore retroattivo. Se passa un principio che consente al più forte di turno sul piano del potere politico, non di creare nuove regole per il futuro, ciò è legittimo, ma di intervenire sulle regole del passato, regole che hanno condizionato pesantemente, in termini di correlata responsabilità e fatica, la vita di persone, tante persone, milioni di persone, una volta instaurato questo principio, che cosa dovremo insegnare ai nostri figli e ai nostri giovani? Che non esistono regole certe neppure nel rapporto tra Stato e Cittadino. Che lo Stato ritiene che la democrazia non sia una bandiera da difendere, ma una banderuola che deve seguire là dove spira il vento del più forte di turno o di chi siccome non riesce a rispondere ai problemi reali, quali la disoccupazione giovanile, trova un capro espiatorio per assolversi dalle proprie incapacità! Allora la verità, la giustizia, l’etica, le regole sono solo parole - scatole vuote in cui è” lecito “inserire quello che si vuole, dove la” innovativa Regola Magistrale dello Stato” è predicare bene e razzolare male. E che per ora loro , i giovani, l’unica certezza civica che hanno è che a 70 anni, come gli attuali settantenni, faranno la stessa fine degli anziani settantenni del “paleolitico sardo”. Allora i giovani, vestiti di pelli di pecora (oggi in giacca blu e camicia bianca), buttavano giù da una rupe, uccidendoli, i settantenni, che opponevano come unica forma di affermazione della propria dignità una risata di sfida, che ha poi dato origine all’espressione “riso sardonico”. L’Etica: viene posto in essere e si dà corpo al principio antietico proprio dell’etica relativistica. Qualunque patto tra cittadino e Stato può essere trasgredito, in modo anche unilaterale e retroattivo, in qualunque momento, subordinatamente alle esigenze di parte di uno degli attori del patto: lo Stato, rappresentato da chi esercita il potere pro-tempore. Il principio operativo del relativismo etico anche ad un livello politico. Esso già vige in alcuni settori della giurisprudenza, nella formazione culturale scolastica ed universitaria, nell’attuale concezione del termine famiglia. Sul piano educativo lo Stato rischia di trasmettere così ai nostri giovani nella forma più efficace, cioè quella dei comportamenti, che la legge che domina è proprio quella della trasgressione dei principi e delle regole di base dell’esistenza umana, scritte sulla pietra. Tutto diventa possibile, quando le regole sono liquide! Si introduce una unica legge: quella del Far West. Si fa quello che vuole colui che è più forte e che spara più velocemente degli altri. In questo stiamo all’erta! Se le pratiche educative - comunicative sono centrate per formare sempre più velocissimi pistoleri, non meravigliamoci poi se la desertificazione culturale otterrà il suo primato su quell’umanesimo pedagogico e sulla trascendenza dei valori, vitale per salvaguardare quella dignità umana di cui ogni persona è, indistintamente, portatore! Ma se le cose stanno così unica via di salvezza e sopravvivenza resta la terra promessa per gli anziani italiani del terzo millennio: il Portogallo.

5 giugno 2019

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Giustizia amministrativa

Il diploma di massofisioterapista, rilasciato ai sensi della legge 19 maggio 1971, n. 403, non consente ex se l’iscrizione alla facoltà di Fisioterapia, né dà vita, nella fase di ammissione al corso universitario, ad alcuna forma di facilitazione, nemmeno se posseduto unitamente ad altro titolo di scuola secondaria di secondo grado di durata quinquennale.

L’iscrizione alla facoltà di Fisioterapia potrà, quindi, avvenire solo secondo le regole ordinarie che postulano il possesso di un titolo idoneo all’accesso alla formazione universitaria ed il superamento della prova selettiva di cui all’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 (Cons. Stato, Ad. plen., 9 novembre 2018, n. 16, con commento di L. Grassucci, Secondo l’Adunanza plenaria il solo diploma di massofisioterapista non è sufficiente ai fini dell’iscrizione alla Facoltà di Fisioterapia, in ItaliAppalti, 13 novembre 2018).

Ai sensi dell’art. 95 c.p.a., l’impugnazione deve essere notificata, nelle cause inscindibili, a tutte le parti in causa e, negli altri casi, alle parti che hanno interesse a contraddire; pertanto, è sufficiente la notificazione dell’appello al ricorrente in primo grado e non deve essere disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri soccombenti, i quali, avendo una posizione coincidente con quella dell’amministrazione, sono privi di interesse a contraddire e non devono essere, perciò, evocati in giudizio (Cons. Stato, Sez. III, 12 maggio 2017, n. 2245, a cura di A. Corrado, in Guida dir., n. 33/2017, 94).

“Palazzo d’ingiustizia”

È il titolo di una nuova, scottante inchiesta di Riccardo Iacona (Marsilio Editori, Venezia, 2018): “un viaggio dietro le quinte della giustizia italiana, tra opacità, correnti politiche e conflitti personali”.

L’autore ci conduce nelle stanze dei Palazzi dove si esercita la ”malagiustizia” italiana, “puntando i riflettori su un intricato groviglio di lotte fratricide e interessi inconfessabili”.

È una demoralizzante storia della giustizia italiana e di “come non viene esercitata”.

Un libro da leggere e da meditare.

Il tricolore non è uno straccio

Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, nel corso di una cerimonia pubblica, si è servito della bandiera tricolore per lucidare una targa commemorativa.

Come ha ben evidenziato Salvatore Sfrecola (Il disprezzo di Gori per la bandiera gli può costare due anni di galera, in La Verità, 14 maggio 2019, 5), nella condotta del Sindaco “ci sono evidentemente tutti gli elementi soggettivi ed oggettivi dell’illecito penalmente sanzionato dal comma 2 dell’art. 292 c.p.: l’intenzionalità del gesto, che manifesta disprezzo; il deterioramento del vessillo che, se usato per lucidare o spolverare una targa, avrà certamente subito gli effetti di tale impiego; la natura pubblica della cerimonia” e ciò con evidente vilipendio al valore simbolico del tricolore.

Ora pro nobis

Il Papa regnante rifiuta di ricevere il Ministro Salvini e di stringergli la mano finché non muterà orientamento su migranti e accoglienza.

Da “Il Vangelo secondo Bergoglio”.

Profugopoli

Il libro (Milano, 2016) di Mario Giordano, è un documentato atto di accusa contro “quelli che si riempiono le tasche con il business degli immigrati”.

Si parla troppo spesso di accoglienza e solidarietà, ma – scrive l’Autore – è sufficiente sollevare il velo dell’emergenza immigrazione per scoprire che dietro il paravento del buonismo si nascondono soprattutto affari. Non sempre leciti, peraltro. Fra quelli che accolgono stranieri, infatti, ci sono avventurieri improvvisati, faccendieri dell’ultima ora, speculatori di ogni tipo… che sulla disperazione altrui hanno accumulato notevoli fortune.

Giordano ha percorso le vie della Profugopoli italiana, raccontando sprechi, follie, assurdità, tangenti, corruzione, seguendo il fiume di denaro che circola nel nostro Paese sotto le mentite spoglie della solidarietà.

Addio De Rossi

Con De Rossi, mitico “Capitanfuturo”, è stata ammainata l’ultima bandiera giallorossa.

Conduzione della Società a dir poco disastrosa.

Siamo, purtroppo, tornati tristemente alla “Rometta” d’un tempo.

4 giugno 2019

Un interessante giudizio di Frederick Rolfe sul Re Vittorio Emanuele III - di Domenico Giglio

 

Per rispetto alla verità storica Perché l’Istituto Vittorio Emanuele III non deve cambiare nome - di Salvatore Sfrecola

 

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI - del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

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