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Francesco Marzano, “Elogio degli avvocati scritto da un giudice” (Editrice il Coscile, 2017)

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Come ricorda Francesco Marzano, Presidente di Sezione emerito della Corte di cassazione, autore di questo interessante lavoro, già Piero Calamandrei nel suo Elogio dei giudici scritto da un avvocato (rist. 2^ ed., Firenze, 2001) auspicava un “Elogio degli avvocati scritto da un giudice”, specie per una ritenuta “certa coincidenza nei destini dei giudici e degli avvocati”: opera che Paolo Barile, nella sua dotta introduzione, considera “nobilissima” e dalle cui pagine “balza un quadro vivacissimo e pieno di realismo”.

Gli avvocati, al pari dei magistrati, oggi brancolano spesso nel buio, mal supportati da adeguati punti di riferimento, anche normativi, incalzati da una crisi profonda difficile da dominare e superabile in tempi forse pari a quelli occorsi per realizzare la piramide di Cheope.

Sono, quindi, auspicabili lavori come quello in esame, che potrebbero favorire rinnovate motivazioni capaci di infondere nel cittadino la speranza che la giustizia sia quanto prima in grado di restituirgli quelle doverose certezze senza essere costretto ad adire un giudice a Berlino, come accadde al malcapitato mugnaio Arnold.

La più recente produzione normativa, lutulenta e di dubbia interpretazione, che rende problematica la tutela delle posizioni giuridiche del cittadino, nonché un apparato burocratico elefantiaco della nostra amministrazione, intralciano l’azione della magistratura e dell’avvocatura, onde almeno sotto tale profilo entrambe queste istituzioni appaiono meritevoli di “elogio”.

Comunque non va sottaciuto che a nessuno sfugge che la magistratura e l’avvocatura attraversano un momento decisamente sfavorevole, anche se non si vuole parlare di crisi irreversibile.

Riguardo alla magistratura, è sufficiente leggere talune sentenze che si risolvono in mere elucubrazioni o in cervellotiche interpretazioni della normativa positiva, con la conseguenza che sovente la motivazione di tali decisioni altro non è che uno schermo dialettico per oscurare le reali ragioni sottese (su quest’ultimo profilo, P. Calamandrei, Op. cit., 185).

La professione forense, dal suo canto, vede oggi scendere in campo una turba di giovani, e meno giovani, scarsamente motivata a seguito di infruttuosi tentativi nei pubblici concorsi.

Inoltre, la recente introduzione del processo telematico non ha di certo agevolato l’azione della classe forense, sempre più imbrigliata da adempimenti che hanno vistosamente appesantito il già ingarbugliato iter  processuale dei giudizi.

Dopo quanto detto, non v’è chi non veda i non pochi problemi che affliggono la nostra amministrazione della giustizia, anche a voler tacere di uno dei più gravi, cioè quello della intollerabile durata dei processi (C. Guarnieri, La giustizia in Italia, Bologna, 2001, 105 ss.), come le numerose condanne della giustizia italiana da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo eloquentemente attestano.

A questo punto è bene dare la parola al Presidente Marzano, il quale osserva che “se la macchina della giustizia non funziona, come è da tempo assodato, e tardano i decisivi interventi riparatori per metterla in grado di funzionare adeguatamente, gli operatori di giustizia, e di riflesso naturalmente i suoi fruitori, da troppo tempo vivono un periodo di profonda e generalizzata crisi che, anziché risolversi o quanto meno essere avviata a qualche sia pur parziale soluzione, si è andata sempre più accentuando, avvitandosi in una spirale incontrollabile e senza fine”. Pertanto, quando si scriverà la storia di questo travagliato periodo “si scriveranno pagine amarissime ed i giovani che seguiranno, se le cose dovessero migliorare, faticheranno non poco a credere che si siano toccati livelli tanto infimi”.

Questa amara riflessione riporta alla mente i versi del sommo Poeta “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta” (Dante, La divina commedia, Purgatorio, VI, 76).

Ed in tale sconcertante e desolato quadro, “gli avvocati vivono oggi il dramma della stessa identità della loro funzione… l’avvocatura italiana – che ha scritto e nonostante tutto continua a scrivere pagine bellissime nella nostra storia civile e democratica – ha assoluto bisogno di ritrovare la considerazione ed il corale apprezzamento della sua insostituibile funzione, l’incondizionato riconoscimento del suo fondamentale compito”.

Non va, poi, omesso di citare il commosso ricordo del giovane e valente magistrato Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, mentre si recava, senza scorta, nel suo ufficio, nonché di altri eccellenti giudici e, tra questi, i non dimenticati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi anch’essi dalla criminalità organizzata, ma due recenti sentenze delle Corti di assise di Palermo e di Caltanissetta potrebbero agevolare la individuazione dei mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992.

Giova ancora segnalare una ulteriore, profonda riflessione dell’autore: “la toga e l’anima: un binomio essenziale anche per l’avvocato”. “Avere la toga attaccata all’anima significa, quindi, solo rimanere sempre, in qualsiasi frangente della propria vita e della propria attività, leale ed onesto, con se stesso e con gli altri e coltivare sempre la cultura delle regole”.

Il Presidente Marzano così conclude il suo meditato percorso narrativo: “sono infinitamente grato agli avvocati ed ai giudici che con dignità e nobiltà, come si conviene ai loro ruoli professionali (ben distinti ma convergenti) e sociali, indossano la toga e le fanno onore, in ogni frangente della loro vita”.

Da parte nostra condividiamo il sentimento di gratitudine per avvocati e giudici che nobilitano la loro funzione e ben vengano, se meritati, con i dovuti elogi, gli auguri di un futuro migliore.

11 luglio 2018

 

 

 

Politiche per la famiglia e le disabilità al via con il decreto “dignità”

di Salvatore Sfrecola

 

“Dignità” non solamente per le norme sul lavoro precario e sul divieto di pubblicità sulle scommesse. Lorenzo Fontana, Ministro delegato per la famiglia e le disabilità ha voluto iniziare concretamente il suo mandato con innovazioni importanti facendo inserire nel decreto legge il riordino delle funzioni di indirizzo e coordinamento della Presidenza del Consiglio in materia di famiglia, che il Ministro leghista individua come soggetto unitario come previsto dall’art. 29 della Costituzione. Ai fini di specifiche politiche volte alla “tutela dei diritti” e alla “promozione del benessere” in tutte le relative componenti, anche ai fini del contrasto della crisi demografica che tanto preoccupa e che l’Istat ha impietosamente delineato proprio nei giorni scorsi segnalando per il 2017 un nuovo record negativo, con l’iscrizione in anagrafe di soli 458.151 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia. Un dato allarmante. Infatti lo stesso Istituto prevede nel 2065 una popolazione italiana di 54,1 milioni, - 6,5 milioni rispetto al 2017.

Fontana riordina le attribuzioni di indirizzo e coordinamento della Presidenza del Consiglio in funzione di adozioni, infanzia e adolescenza, disabilità, sulle quali notevole è l’attesa degli italiani. Passano, dunque, nella competenza del Ministro veronese anche le funzioni di indirizzo e coordinamento in materia di politiche in favore delle persone con disabilità, anche con riferimento alle politiche per l’inclusione scolastica, l’accessibilità e la mobilità e la salute, così definendo un quadro coordinato e armonico degli interventi per la tutela e la promozione dei diritti delle persone con disabilità.

Più in generale il Ministro è impegnato a tutto tondo sui temi della famiglia con i suoi problemi di conciliazione casa – lavoro, con le problematiche fiscali che tutti conoscono, per dare una risposta alla sempre più marcata crisi demografica, cui è essenziale porre rimedio, considerato l’inscindibile nesso tra crisi della natalità e crisi economica, il Governo s’impegna a contribuire ad invertire il trend negativo per “vincere la sfida della crescita e della riduzione del debito pubblico in rapporto al PIL”, come si legge nel Documento di economia e finanza (DEF), che prosegue: “questa sfida è anche collegata alla questione demografica: la popolazione italiana è invecchiata, le nascite e il tasso di fecondità sono in calo”.

Per il Ministro Fontana è ora di lasciarsi alle spalle le politiche che, con interventi frammentati e disorganici, si sono dimostrate assolutamente inefficaci, tenendo conto, altresì, delle azioni promosse nella medesima prospettiva dall’Unione europea. Il Ministro sa che le politiche demografiche hanno effetti di lungo periodo, come ha ricordato il Presidente dell’INPS, Boeri, nel presentare la sua relazione annuale, per cui si propone di intervenire con immediatezza sul piano delle politiche fiscali, dei servizi e delle prestazioni sociali, socio-sanitarie e socio-educative, nonché sugli istituti normativi di sostegno e promozione della famiglia.

A questi fini il decreto attribuisce al Ministro delegato, Fontana, le funzioni di indirizzo e coordinamento in materia di politiche per la famiglia già attribuite al Ministero del lavoro “in materia di coordinamento delle politiche volte alla tutela dei diritti e alla promozione del benessere della famiglia, di interventi per il sostegno della maternità e della paternità, di conciliazione dei tempi di lavoro e dei tempi di cura della famiglia, di misure di sostegno alla famiglia, alla genitorialità e alla natalità, anche al fine del contrasto della crisi demografica, nonché quelle concernenti l’Osservatorio nazionale sulla famiglia”, come si legge nella relazione al decreto. La Presidenza del Consiglio gestirà, altresì, le risorse finanziarie relative alle politiche per la famiglia ed, in particolare, la gestione dello specifico Fondo per le politiche della famiglia, nonché del Fondo per il sostegno alla natalità.

Al Ministro Fontana spetterà il concerto in sede di esercizio delle funzioni di competenza statale attribuite al Ministero del lavoro e delle politiche sociali in materia di “Fondo di previdenza per le persone che svolgono lavori di cura non retribuiti derivanti da responsabilità familiari”, nonché l’esercizio delle funzioni statali di competenza del Ministero del lavoro riguardanti la “Carta della famiglia”, destinata alle famiglie costituite da cittadini italiani o da cittadini stranieri regolarmente residenti nel territorio italiano, con almeno tre figli minori a carico, per consentire l’accesso a sconti sull’acquisto di beni o servizi ed a riduzioni tariffarie concessi dai soggetti pubblici o privati che intendano contribuire all’iniziativa.

Fontana avrà, altresì, funzioni di indirizzo e coordinamento in materia di adozione, anche internazionale, di minori italiani e stranieri. Il Ministro si propone di dare un nuovo impulso alle adozioni, evitare le lunghe attese, spesso ingiustificate, che angosciano migliaia di famiglie. Lo farà anche sulla base di linee guida che impongano la trasparenza delle attività delle associazioni coinvolte e dei relativi procedimenti.

L’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, attualmente oggetto di una gestione condivisa con il Ministero del lavoro, sarà presieduto dal Ministro Fontana che si occuperà anche del Centro nazionale di documentazione e di analisi per l’infanzia e l’adolescenza, nonché dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.

(da www.italianioggi.com del 5 luglio 2018)

 

 

Pensioni “d’oro”, Di Maio spiega: meno demagogia più considerazione per i diritti

di Salvatore Sfrecola

 

Nel “contratto” di Governo la revisione delle pensioni avrebbe dovuto riguardare quelle definite “d’oro”, intese come superiori a 5.000 euro netti. Tuttavia, intervistato da Mario Giordano per La Verità, il Vicepresidente del Consiglio e ministro del lavoro, Luigi Di Maio, ha corretto il tiro: “sto pensando di scendere a 4.000 euro netti, dopo aver visto i dati”. Aggiungendo che “saranno colpite solo le pensioni privilegiate, quelle che non sono sostenute dai contributi versati”. Per cui l’intervistatore ne ha dedotto che “se uno prende più di 4.000 euro netti avendo versato contributi adeguati non verrà toccato dalla mannaia”. La risposta è stata: “esattamente”. E questo dovrebbe tranquillizzare i pensionati, e non solamente quelli che, in numero sempre maggiore, lasciano la Patria per stabilire la residenza all’estero, soprattutto in Portogallo, Spagna e Grecia per riscuotere in quei paesi la pensione al lordo delle imposte, lì notevolmente inferiori a quelle che in Italia falcidiano da sempre i percettori di redditi.

Dovrebbe tranquillizzare i pensionati soprattutto il fatto che Di Maio abbia detto “dopo aver visto i dati”. Infatti si sarà reso conto che le pensioni “d’oro” tanto evocate nella campagna elettorale e nella polemica politica sono relativamente poche, prevalentemente definite con il sistema contributivo, poco potrebbero dare al bilancio dello Stato, pochissimo se si intendesse con quei “risparmi” finanziare il cosiddetto “reddito di cittadinanza” o “di inclusione” o come altro suggerisce la fantasia degli autori degli slogan politici.

Per questi motivi si è temuto di tagli che andassero al di là di una revisione sulla base dei contributi effettivamente versati per la faciloneria con la quale, nel corso della campagna elettorale e dopo, si è fatto di ogni erba un fascio con l’idea, almeno apparente, di manomettere qualche regola del diritto. Di quelle che delineano la civiltà di un popolo. Perché se un lavoratore ha versato nel corso della sua attività professionale, qualunque essa sia, i contributi richiesti dalla legge nella prospettiva di una determinata pensione, egli vanta un diritto basato su quella legge, nel rispetto del principio di proporzionalità tra contributi versati ed entità della pensione, calcolata con i criteri del sistema contributivo introdotto dalla legge n. 335/95, aggiornandoli nei suoi coefficienti di trasformazione con un apposito nuovo decreto del Ministro del lavoro e della previdenza speciale. E se molto ha versato certamente avrà una pensione elevata. Che non è, come si vorrebbe far intendere, un “privilegio” ma un diritto. Essendo, per definizione, “privilegio” ciò che attribuisce a un soggetto o a una categoria una posizione più favorevole di quella della generalità degli altri soggetti. Una riduzione che violasse la regola del rispetto dei contributi versati costituirebbe una espropriazione. Diversa cosa è l’eventuale partecipazione ad esigenze generali della finanza pubblica: si chiama “contributo di solidarietà”. È commisurato ad una aliquota della pensione ed è limitato nel tempo. Nessuno si è sottratto a questo obbligo morale, “di solidarietà” appunto, e chi ha ricorso ai giudici lo ha fatto quando quel prelievo andava oltre la soglia della ragionevolezza. Come ha detto la Corte costituzionale che ha ricostruito la regola della salvaguardia dei diritti acquisiti, delle garanzie maturate garantite in uno Stato che si è sempre vantato di assicurare certezza del diritto e dei limiti che in un Paese civile incontrano le disposizioni legislative retroattive in materia previdenziale.

Dal diritto alla matematica. Una pensione elevata, costituita da contributi effettivamente versati, considerata al lordo, lascia nella mani del fisco una somma elevata, più di un terzo. Con quella somma lo Stato può pagare altre pensioni.

È evidente, dunque, che se diminuisce l’importo della pensione oltre una certa soglia si riduce proporzionalmente anche il prelievo fiscale e, con esso, l’effetto che si vorrebbe realizzare, quello di aumentare altre pensioni o i consumi, necessari per assicurare maggiori produzioni e, pertanto, maggiori posti di lavoro.

Bisognerebbe spiegare a qualche economista, di quelli che piegano scienza e coscienza al servizio del politico di turno, che nell’economia moderna i fattori che determinano il benessere di una comunità sono vari. Tra questi, la spesa pubblica che non è da demonizzare, come si fa spesso, perché è finalizzata a rendere servizi ai singoli ed alle imprese. E che anche le pensioni, sempre richiamate come un onere pesante per il bilancio pubblico, costituiscono una retribuzione “differita”, maturata con contributi effettivamente versati e favorisce i consumi.

Con l’occasione va ricordato ai distratti che nulla di serio si è fatto per una revisione che elimini gli sprechi veri, quelli che non corrispondono a nessuna utilità di pubblico interesse. Così nel tempo governi di tutti i colori politici si sono esibiti in tagli indiscriminati, definiti “lineari” (una certa percentuale degli stanziamenti di bilancio), con l’effetto di aver ridotto il numero di Poliziotti e Carabinieri mentre la gente chiede sicurezza, o di aver trascurato la manutenzione delle scuole o delle strade il cui stato di manutenzione è causa di molti degli incidenti che si registrano ogni giorno, in città e fuori. Contestualmente sono state bloccate le retribuzioni dei pubblici dipendenti, in specie dei professori, ad onta della tanto decantata “buona scuola” che si fa, ovviamente, con docenti bravi e motivati. Sono spese che migliorano le condizioni generali di una comunità e determinato maggiori consumi.

E nulla si è fatto, anche se oggi si preannuncia un intervento correttivo, per il regime tributario delle famiglie, assolutamente contrario alle prescrizioni costituzionali (art. 31) secondo le quali “la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”. Ciò che si fa prevalentemente mettendo mano al sistema fiscale, oggi iniquo e predatorio, che spinge persone ed imprese ad emigrare.

(pubblicato da www.italianioggi.com del 2 luglio 2018)

 

 

 

Rileggiamo la storia sine ira ac studio. Re Vittorio non fuggì da Roma. La lasciò perché non fosse distrutta nel corso di una difesa impossibile e comunque inutile

di Salvatore Sfrecola

 

Non conoscevo il Prof. Marco Patricelli che da Wikipedia apprendo essere storico di fama internazionale, autore di ricerche che “hanno affrontato pagine in ombra della Seconda guerra mondiale spesso ribaltando verità che apparivano consolidate”. È autore de “L’Italia delle sconfitte da Custoza alla ritirata di Russia”. Collaboratore RAI domenica 24 giugno ha annotato per La Verità alcuni passi della più recente puntata de “La Grande Storia” di Paolo Mieli, in onda su RAI3, soffermandosi su alcuni errori. In particolare il giornalista e storico si sarebbe “appisolato” un paio di volte , in particolare sulla figura di Mafalda di Savoia e sulla sua “cattura” da parte delle SS di Herbert Kappler. Precisa Patricelli che Mafalda, figlia di Vittorio Emanuele III e moglie del Principe Filippo d’Assia, non era stata arrestata in Bulgaria, come affermato da Mieli, ma a Roma. Errore certamente scusabile giustificabile nell’esposizione dell’intrigata vicenda. In effetti, di ritorno da Sofia, dove aveva assistito alle esequie del cognato Boris III, Zar dei bulgari, marito di sua sorella Giovanna, morto dopo una visita a Berlino tanto che si dice sia stato avvelenato per ordine di Hitler, la Principessa fu “invitata” a recarsi all’ambasciata tedesca per una comunicazione telefonica urgente con il marito, generale tedesco, che non sapeva essere stato “fermato” per ordine del Fhürer. E lì scattò la trappola predisposta da Kappler, che la portò prima a Berlino poi nel campo di concentramento di Buchenwald dove il 28 agosto 1944 sarebbe morta tra atroci sofferenze, ferita a seguito di un bombardamento americano e abbandonata. In quell’orribile lager la principessa italiana era Frau von Weber, ma quando fu sepolta nella fossa n. 262 del cimitero di Weimar, sottratta al forno crematorio dal monaco cecoslovacco Herman Joseph Til, suo compagno di sventura, a Mafalda fu negata anche la pietà di quel nome fittizio e fu per le SS Eine unbekannte Frau, una donna sconosciuta.

Con l’occasione di quel tragico settembre del 1943 Patricelli ripete la vulgata della “fuga” del Re Vittorio Emanuele III da Roma, naturalmente “ignobile”, nonostante ad oltre 70 anni dovrebbe essere agevole per gli storici considerare i fatti nella loro oggettività, sine ira ac studio, abbandonata ogni suggestione politica. Ma Patricelli è uno storico gradito agli esponenti di vertice dell’attuale establishment che più volte lo hanno invitato a celebrare la Repubblica e non si discosta dalla versione “ufficiale”. Che è smentita dai fatti, da quanto si può desumere facilmente indipendentemente dalla loro interpretazione.

È un fatto, ad esempio, che all’indomani del 25 luglio 1943, le dimissioni di Benito Mussolini e la fine del Fascismo dissoltosi in un attimo, Hitler, certo che l’Italia avrebbe chiesto l’armistizio agli angloamericani, come del resto il Duce gli aveva sollecitato invano durante l’incontro di Feltre, fece entrare in Italia dal Brennero numerose divisioni. Nel suo desiderio di vendetta il dittatore tedesco compì un errore strategico gravissimo, perché apriva un nuovo fronte in un contesto territoriale difficile per la configurazione orografica del nostro Paese, tra una popolazione apertamente ostile, come avrebbe dimostrato presto la lotta partigiana, iniziata dai reparti del Regio Esercito rimasti nelle zone occupate dai tedeschi.

Firmato l’armistizio, tra molte difficoltà provocate dai tentennamenti del Governo italiano, gli angloamericani ne danno l’annuncio prima del previsto spiazzando le nostre autorità le quali erano certi che la notizia sarebbe stata data più tardi. In particolare si trovarono in evidenti difficoltà i reparti militari presenti in territori esteri, che, del resto, non potevano essere informati in precedenza per l’ovvia ragione che quella “notizia” sarebbe stata certamente intercettata dai tedeschi. Tutti, pertanto, vengono a sapere dell’armistizio dal Presidente del Consiglio, il Maresciallo Pietro Badoglio, attraverso il noto messaggio radiofonico del’8 sera quando, nel comunicare che “il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione”, aveva chiesto un armistizio al generale Eisenhower. Alla fine del comunicato il Presidente del Consiglio precisava che “conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

L’Esercito, si dice da parte dei critici, non aveva avuto ordini. E da sempre mi chiedo quali sarebbe stato possibile dare in quelle condizioni con i tedeschi presenti in massa in Italia? Quale ordine a generali che avevano il dovere di controllare il territorio di rispettiva competenza, di tenerlo saldo in nome dello Stato e di reagire “ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”? Evidentemente dai tedeschi. Ed era un ordine non equivoco. O forse la sola notizia dell’armistizio determinava ipso iure la smobilitazione e l’abbandono dei comandi? Come sempre vi furono eroi, tanti, e felloni, non pochi.

Quanto al Re lo si è accusato di non aver difeso Roma, addirittura di non essere morto a Porta San Paolo alla testa delle sue truppe. I politici e molti storici avrebbero richiesto all’anziano sovrano un “bel gesto”. Morire armi in pugno sarebbe stata la cosa più semplice per l’anziano sovrano che si era conquistato la fama di “Re soldato” nella Grande Guerra e che a Peschiera del Garda l’8 novembre 1917, all’indomani di Caporetto, aveva difeso l’onore del soldato italiano messo in dubbio dagli stati maggiori inglese e francese. Ed ottenuto che la difesa fosse stabilita sul Piave. In alternativa a resistere ed a morire per alcuni poteva essere il Principe Umberto.

Morire sarebbe stato facile per l’uno e per l’altro, come aveva tentato invano Carlo Alberto a Novara. Ma, poi, al Re sarebbe stato rimproverato di aver mancato al proprio dovere. Innanzitutto di preservare la sua persona, essendo l’unica autorità legittima di un Regno senza Parlamento. Inoltre, resistendo a Roma, avrebbe inevitabilmente concorso alla sua distruzione. La Città, assolutamente indifendibile dal punto di vista militare, sarebbe stata distrutta dai bombardamenti tedeschi ed alleati ed i monumenti della sua straordinaria storia quasi trimillenaria sarebbero stati sepolti per sempre sotto grappoli di bombe. Non avrebbe avuto pietà Hitler, desideroso di vendicarsi del traditore italiano e di papa Pio XII, che aveva anche pensato di rapire. Né avrebbero avuto remore gli angloamericani come dimostrerà la distruzione della millenaria Abbazia di Montecassino per il solo sospetto che nei dintorni fossero nascosti reparti tedeschi. A chi addebitabile, dai romani e dalla storia, la distruzione della Città non più “eterna”? Al Re del “bel gesto”, naturalmente.

Ancora un fatto indubitabile. Lasciare Roma era, dunque, necessario, ed era indicazione che filtrava in vari modi anche dal Vaticano. Anzi c’è chi ha visto una lettera di Papa Pacelli al Re. Roma doveva essere preservata. Ed era necessario che il Re rimanesse libero per esercitare quelle funzioni che, nel silenzio vile dei più, il Fascismo aveva sistematicamente compresso, approfittando della natura “flessibile” dello Statuto Albertino. Infine, dove si sarebbe dovuto trasferire il Sovrano se non nell’unico lembo di terra italiana libera dai tedeschi e non ancora occupata dai nuovi alleati?

È stato facile da parte degli antifascisti dell’ultima ora parlare di “fuga” del Re. Altri sovrani, dinanzi all’occupazione tedesca dei loro paesi, si erano rifugiati in Inghilterra per continuare di là a guidare la resistenza. E nessuno ha parlato di fuga. Lo ha spiegato bene Alessandro Meluzzi, all’indomani del ritorno della salma del Re in Italia, “gli han fatto pagare gli errori di un Paese”. Quelli del popolari di Luigi Sturzo, dei liberali di Giovanni Giolitti e dei socialisti di Filippo Turati che, nel 1922, invitati dal Re a formare un Governo che affrontasse la crisi del dopoguerra e assicurasse l’ordine messo in forse dalla contrapposizione violenta tra fascisti e comunisti, non vollero affrontare quella difficile sfida. E, sia pure con vari distinguo, consentirono che la Camera desse la fiducia al Governo di Benito Mussolini. Anzi alcuni ne hanno fatto parte. E quando cominciò a delinearsi la soppressione delle libertà garantite dallo Statuto del Regno non diedero al Re quel segnale che attendeva dalle Camere, i suoi occhi e le sue orecchie, come usava dire. Era un formalista di certo Re Vittorio, ma il 25 luglio 1943 il sovrano fece tutto da solo concordando con Dino Grandi, per il tramite del ministro della Real Casa, Duca Pietro d’Acquarone, l’ordine del giorno che, approvato dal Gran Consiglio del Fascismo, gli avrebbe restituito i poteri di Capo supremo delle Forze Armate dei quali il Duce si era impadronito. E in quel pomeriggio a Villa Ada, congedatosi dal Presidente del Consiglio dimissionario, lo fece portare al sicuro, dacché, quel che ignorano fascisti e repubblichini, se Mussolini fosse tornato libero avrebbe rischiato la vita, come dimostrano le manifestazioni di giubilo della popolazione romana alla notizia della sua caduta. Ne fanno fede i cinegiornali con le immagini delle strade invase da centinaia di migliaia di cittadini inneggianti al Re, del quale levavano in alto le immagini unite al tricolore nazionale.

Ancora fatti inequivoci, volutamente ignorati dal politically correct.

Con la “fuga” del Re si è giustificata la “morte della Patria”, per dirla con Ernesto Galli della Loggia, e si è aperto alla perdita dell’identità di cui oggi ci lamentiamo, sovente senza approfondirne l’origine, da individuare nell’abiura del Risorgimento nazionale, l’unica esperienza unitaria di questo Paese. Lo dice bene un maestro del giornalismo e affidabilissimo osservatore della storia, Indro Montanelli, il quale in qualche modo lo ha spiegato, nell’avvertenza al suo volume “L’Italia della Repubblica”, da poco tornato nelle librerie e nelle edicole ad iniziativa del Corriere della Sera: “di coloro che avevano votato Repubblica… pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità… scomparso anche quello, il Paese era in balia di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione”.

La vulgata alla quale dà avallo Marco Praticelli, storico, dando corpo a interpretazioni capziose promosse per finalità politiche dai comunisti e da quella frangia di cattolici che vorrebbero cancellare Porta Pia, vorrebbe che gli italiani perdano la memoria del proprio passato, disconoscano la propria identità dopo secoli nei quali si era “calpesti derisi perché non siam popolo perché siam divisi”, come recita l’Inno Nazionale. Come vogliono le multinazionali del profitto per le quali è necessario che, nell’epoca della globalizzazione non ci devono essere né cittadini né confini nazionali ma solamente consumatori e lavoratori dove la produzione lo chiede, anche spostando masse di diseredati dall’Africa e dall’Oriente per tenere bassi i salari. E così non si studia più l’educazione civica e l’insegnamento della storia è accantonato.

29 giugno 2018

 

 

 

Un libro di Giuseppe Valditara

“Sovranismo”, per una rivoluzione culturale e politica contro la sinistra “globalista”

di Salvatore Sfrecola

 

Non lo si trova ancora nella maggior parte dei vocabolari della lingua italiana. Eppure il sostantivo “sovranismo” e il conseguente aggettivo “sovranista” occupano da tempo il dibattito politico con crescente intensità, non solamente in Italia, dove sovranisti sono la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Fuori dai nostri confini, con la tipicità delle diverse realtà ed esperienze nazionali, sono sovranisti Marine Le Pen con il Front National, il premier ungherese Viktor Orban, che guida i Paesi del blocco di Visegrad, gli olandesi di Geert Wilders, i tedeschi di Alternative für Deutschland di Alexander Gauland, gli inglesi dell’UK Independence Party di Nigel Paul Farage. Sovranista è il Presidente U.S.A. Donald Trump, per il quale la salvezza della società e dell'economia vanno ricercate in un recupero di sovranità nazionale in materia fiscale ma anche di sicurezza, per riprendere possesso dei confini e cercare di fermare l'immigrazione incontrollata, in gran parte illegale e assolutamente restia, se non contraria, ad ogni forma di reale integrazione. Lo sanno bene francesi e belgi che contano numerose vittime di attentati terroristici posti in essere da “cittadini” di seconda o di terza generazione. Un fatto che stupisce solamente chi non si rende conto della aggressività del mondo islamico che parte da secoli addietro e che oggi si alimenta con il disprezzo per l’Occidente “corrotto”.

Per gli europei il sovranismo si esprime prevalentemente in forma di protesta nei confronti di una Europa ritenuta fonte delle difficoltà economiche e sociali alimentate da regole che privilegiano l’equilibrio formale dei conti, spesso senza una visione complessiva della crescita e dello sviluppo delle singole economie sicché ne risentono gli investimenti pubblici e non sono sollecitati quelli privati. Inoltre l’U.E. non si preoccupa della omogeneità dei sistemi tributari, come dimostra la presenza di normative diversificate che spingono imprese e persone abbienti ad attraversare i confini per ottenere vantaggi fiscali considerevoli. Dov’è l’“Unione” se FCA, ex FIAT, ha trasferito la sede legale in Olanda per pagare meno imposte?

In questo contesto, in cui forte è il disorientamento del ceto medio produttivo, da tempo deluso da una politica che non sembra reagire al diffondersi di una visione del mondo che, globalizzato nell’economia, dimostra anche di aver perduto ogni riferimento culturale, ideologico e identitario, quelli che poggiano sul concetto di Nazione, espressione delle radici più profonde dei popoli, sostituita da una visione della società senza valori, senza stati, senza confini, irrompe oggi, come espressione di una idea “forte”, compiuta, corroborata dal pensiero di illustri studiosi di politica e istituzioni, un volume di Giuseppe Valditara, da poco nelle librerie, che ha avuto immediata eco sulla stampa e nel dibattito politico: “Sovranismo” Una speranza per la democrazia” (editore Book time, 149 pagine). Professore ordinario di diritto romano nell’Università di Torino, un’esperienza parlamentare quale senatore per due legislature, Valditara è il Direttore di Logos (www.logos-rivista.it), rivista che vanta un Comitato scientifico di professionisti che uniscono scienza ed esperienza, tanto da essere considerato una sorta di think thank del Centrodestra e della Lega in particolare che del sovranismo ha fatto una bandiera in Italia e in Europa.

Il libro è un vero e proprio “Manifesto dei sovranisti”, una risposta compiuta a quel vasto fenomeno politico-filosofico che, soprattutto dal dopoguerra, ha cavalcato con entusiasmo la fine delle ideologie ed il crollo delle tradizionali distinzioni della politica, Destra e Sinistra, sposando la tesi che il futuro di pace e di prosperità sarebbe stato assicurato dalla globalizzazione dell’economia e da quella dimensione cosmopolita e internazionalista “gradualmente diventata il punto di riferimento di quei movimenti politici che avevano sempre contrastato i fenomeni identitari, variamente legati all’idea di nazione”, come scrive Valditara analizzando le ragioni della crisi delle tradizionali divisioni politiche. Questo fronte progressista, precisa ,“si è saldato ad un certo cattolicesimo mondialista che tende a concepire il messaggio cristiano più come una “ideologia” sociale che come una parola di salvezza individuale”. E fa da sponda agli interessi dei grandi gruppi finanziari internazionali che traggono vantaggi da una società senza frontiere per le merci e per gli uomini. Lo dimostra l’aiuto fornito da finanzieri come Soros alla immigrazione incontrollata che assicura forza lavoro a basso costo. Uno scenario che conosciamo da anni, una tratta di esseri umani non più condotti con la forza in Occidente, come avveniva in passato, quando trafficanti senza scrupoli catturavano gli abitanti dei villaggi dell’Africa occidentale per costringerli sulle navi negriere dirette al di là dell’Oceano, e portarle a lavorare nelle piantagioni dei coloni inglesi d’America. Non più con la forza, ma reclutati da organizzazioni criminali in combutta con le mafie, questi disperati vengono ad alimentare gli affari soprattutto di chi gestisce attività agricole, e di quanti lucrano sull’assistenza, quella che, diceva il gestore della cooperativa finita nell’inchiesta di Mafia Capitale, rende più della droga.

Nel mondo globalizzato e senza frontiere è necessario demolire le identità dei popoli, la loro storia, la loro cultura, le tradizioni che nei secoli hanno costruito le nazioni che si identificano per la lingua, l’ambiente, le istituzioni. È facile rendersi conto di questa realtà. Si comincia dalla scuola, che in Italia dà dimostrazioni evidenti di progressivo allontanamento dalla base classica, ritenuta erroneamente alternativa allo studio delle discipline scientifiche considerate più “moderne”. Eppure è provato che l’insegnamento della cultura classica ha formato la base di quella preparazione che ha assicurato ai nostri migliori professionisti, anche nelle professioni scientifiche, posizioni di lavoro prestigiose ovunque nel mondo. Non si studia più l’educazione civica, che avrebbe dovuto contribuire a formare i cittadini, e la storia, che richiama il passato, nel timore che i giovani se ne innamorino e mostrino quell’orgoglio che spinge a guardare al futuro con fiducia. Provate a chiedere ad un giovane chi è Dante, chi Cavour, chi Vittorio Emanuele II, il Padre della Patria. Sintomatico che nell’anno centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’Italia ha raggiunto i confini naturali, così realizzando il sogno di Mazzini e Garibaldi e di quanti nel corso dei secoli avevano immaginato l’Italia una, e per essa avevano scritto e combattuto, che nessuno ne parli, che le autorità siano assenti e neppure un francobollo ricordi il Re Vittorioso, Vittorio Emanuele III. Non avviene in Russia, dove gli Zar sono stati arruolati, mi si perdoni l’espressione, per dire ai giovani di oggi che per quella storia grandiosa meritano un futuro migliore. Li aveva richiamati in servizio anche Stalin gli Zar, da Pietro il Grande, il costruttore della Russia moderna, ad Alessandro I, che aveva difeso la patria contro Napoleone, quando le armate del Terzo Reich percorrevano le pianure del Don verso Mosca. Sembravano inarrestabili ed era necessario dare alle truppe e alla popolazione civile il senso della difesa della Grande Madre Russia di fronte all’invasore.

Valditara osserva come sia spesso mancata la capacità di sviluppare una proposta alternativa, politica e di governo, che poggi su solide basi storiche e culturali, identitarie, appunto, “con una visione chiara e positiva del futuro, in grado di convincere quote maggioritarie di elettorato in particolare quello più moderato, che è decisivo per vincere”. Ed è innegabile – osserva ancora –“che in alcuni Paesi le tradizionali forze “conservatrici” fatichino a trovare un percorso propositivo fortemente innovativo a rimodellare la loro identità per essere capaci di affrontare la nuova sfida mondiale, che è culturale prima ancora che politica”.

Il libro si apprezza per offrire una solida base culturale sulla quale costruire la risposta al dilagante mondialismo. Partendo dalla storia, dagli studi che affondano le radici nell’esperienza della Roma repubblicana e imperiale, Valditara richiama l’esigenza di individuare concetti precisi e chiari in “sovranista” e “identitario” che ritiene “essenzialmente legato al grande tema delle vicende della sovranità popolare, prima ancora che della sovranità nazionale, la cui crisi è una conseguenza della crisi della prima”. È anche una risposta al tentativo di “sovvertire tradizioni e a sconvolgere identità mettendo in crisi un mondo certamente distante da quello “progressista” e, anzi a esso politicamente alternativo nel suo consueto conservatorismo valoriale”. Questa visione storica ha l’obiettivo di definire un pensiero corretto, scientificamente corroborato da riflessioni di studiosi di scienza della politica e del diritto pubblico che vada oltre gli slogan dei movimenti sbrigativamente definiti “populisti”, qualificazione che ha assunto un significato se non negativo almeno limitativo dell’offerta politica, per passare dalle sensazioni ad una costruzione solida, “per contestualizzare i dati dell’attualità riguardanti temi interconnessi quali l’immigrazione di massa, la perdita progressiva di identità culturale e nazionale e la crescita dei poteri sovrannazionali”, come ha scritto Thomas D. Williams PhD, Professore di Filosofia etica University of Saint Thomas nella prefazione: Valditara delinea idee, speranze e programmi politici che dovrebbero essere condivisi dai movimenti di tutti i Paesi e coagulare un blocco in grado di contrastare il dilagante globalismo.

Secondo l’Autore la sovranità popolare è ormai umiliata da oligarchie che rispondono ai grandi gruppi economici, da governi sovranazionali che non rappresentano i popoli, da Corti internazionali che condizionano la giustizia nazionale. Sicché anche il voto, massima espressione della democrazia, si rivela privo di reale efficacia in quanto il potere è gestito da politici che si occupano soprattutto dei loro referenti e trascurano il bene comune. Questo provoca sfiducia nei confronti dello Stato che dimostra di non tutelare l’identità, le tradizioni, gli usi e i costumi, dei quali la gente – anche la più umile - è generalmente gelosa custode.

Le stesse élites europee hanno da tempo progressivamente contribuito a rappresentare un’Europa senza storia e, quindi, senza identità.

Nell’Antica Roma, ricorda Valditara, autore di un aureo volumetto che ha avuto molto successo “L’immigrazione ai tempi dell’antica Roma”, tutti erano fieri di definirsi civis romanus. Oggi nessuno si definirebbe con identico orgoglio civis europeus. Eppure abbiamo il dovere di credere nell’Europa e di rivendicare una identità europea nel rispetto delle culture, della religione, della storia, dei ricordi delle singole Patrie, di cui parlava il Generale De Gaulle. Identità nazionali che poggiano su radici comuni greco-romane e cristiane, quelle radici che la Convenzione europea, naufragata nel tentativo di scrivere una Costituzione, aveva ripudiato, sbagliando, consegnando all’inadeguatezza le istituzioni comunitarie.

È certo che nella primavera 2019 le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, che giungono al termine di un dibattito sulle carenze dimostrate concretamente dalle Istituzioni comunitarie, anche per quel deficit di democrazia, sempre denunciato e che ha trovato una enunciazione lapidaria in Giuliano Amato in occasione del discorso di insediamento quale Vicepresidente della Convenzione europea “Montesquieu non è mai passato per Bruxelles”, potrebbero definire una nuova geografia europea che recuperi dissensi e delusioni che serpeggiano nelle grandi capitali del centro Europa.

In tema va richiamato un intervento di Sergio Fabbrini che, scrivendo su Il Sole 24 Ore alla vigilia del 4 marzo, ha evocato una contrapposizione che ritroveremo nelle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. La “divisione fondamentale, quella tra chi pensa di governare un’Italia indipendente e chi invece un’Italia integrata”, sulla quale Fabbrini fonda la sua riflessione, è, tuttavia, frutto di un equivoco. Perché non è vero che “se si affermasse la coalizione indipendentista, allora l’esito sarà l’inevitabile auto-esclusione dell’Italia dal progetto di rafforzare e democratizzare l’Eurozona”. Infatti, c’è modo e modo di partecipare ad una Europa integrata, scegliendo se essere o meno protagonisti di un’unione politica, che garantisca il mercato unico e la democrazia liberale. L’esperienza insegna che, pur essendo fondatori, non siamo stati quasi mai protagonisti per incapacità dei governi.

Per cui contrapporre “europeismo” a “sovranismo” è sbagliato. Semmai “la fondamentale interdipendenza – soprattutto economica – in cui si muove il nostro paese (che quindi in molti campi non può muoversi autonomamente, ma deve implementare alcune riforme)”, come ha scritto Lorenzo De Sio, Professore di scienza politica, annotando le riflessioni di Fabbrini, deve indirizzare la politica a rispondere “in modo efficace alle posizioni politiche dei cittadini”. Perché “l’idea di recuperare la capacità di risposta del sistema alle istanze dei cittadini” è, a suo giudizio, “il senso profondo del ritorno, cui stiamo assistendo, del concetto di sovranità”. In sostanza il problema della perdita di sovranità e della capacità di risposta delle nostre democrazie è reale e attuale perché i cittadini, per credere nella democrazia, hanno bisogno di sentirsi davvero sovrani, di sapere che i loro voti avranno un peso determinante nelle scelte dei governi. Sicché, conclude De Sio, “è dalla crisi di questo processo che emerge la sfiducia che gonfia le vele dei partiti sovranisti”.

Si tratta, dunque, “di prendere sul serio la sfida di rendere più aperti, trasparenti, diretti (in una parola, capaci di rispondere ai cittadini) i processi decisionali a livello europeo”. Superando quel deficit di democrazia da sempre denunciato, ricordato da Giuliano Amato, e mai superato.

Il libro ha, dunque, l’ambizione di offrire idee al ceto medio, ai boni viri, a quella “maggioranza morale di persone serie, per bene, responsabili e autenticamente generose, che hanno a cura innanzitutto il destino dei propri figli e dei propri nipoti”. Perché diano vita a quella rivoluzione “identitaria e sovranista, che è poi una rivoluzione democratica” la quale “presuppone proposte non improvvisate, concrete, realistiche, presuppone riflessione e studio” come scrive Valditara nelle conclusioni. Nelle quali richiama opportunamente l’esigenza di riscoprire il realismo contro l’ideologismo. E lo fa con rinvio al pensiero di un giurista e console romano, Sesto Elio: “a differenza dei Greci, amanti del filosofeggiare, il Romani preferivano la certezza del diritto, e il diritto deve a sua volta dare risposte efficaci ed equilibrate ai bisogni quotidiani dei cittadini”.

Ecco, chiarezza di idee e volontà di sviluppare un grande progetto alternativo al “globalismo”, “di respiro internazionale, che vada oltre la pur nobile azione di contrasto e di rigetto di alcuni sui principi e di alcune sue realizzazioni”.

18 giugno 2018

 

 

Il Ministro Lorenzo Fontana alla sfida della politiche della famiglia e delle disabilità

di Salvatore Sfrecola

 

Lorenzo Fontana, Ministro senza portafoglio “per la famiglia e le disabilità”, s’insedia alla Presidenza del Consiglio dei ministri trovando che la materia è stata coltivata in quel palazzo, a livello di studio, più di quanto si creda, a fronte di una realtà di assoluta trascuratezza. Perché, se dipende da Palazzo Chigi il “Dipartimento per le politiche della famiglia”, della cui attività non si ha nessuna apprezzabile notizia, stupisce che il Ministro Fontana abbia chiamato a svolgere le funzioni di Capo di gabinetto Cristiano Ceresani, funzionario parlamentare, collaboratore primo di Maria Elena Boschi da Ministro delle riforme e, da ultimo, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Sembra che Fontana abbia detto, a chi trovava illogica quella scelta di un collaboratore del precedente governo in una materia tanto delicata, che il Ceresari è un buon cristiano. Definizione all’evidenza insufficiente se, pur essendo un tecnico, ha sposato l’indirizzo politico del governo diretto da quel Matteo Renzi che disse, con espressione che ho trovato immediatamente volgare, “ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo” all’atto dell’approvazione della legge sulle unioni civili nella quale la famiglia, come l’ha intesa la Costituzione, è stata assolutamente trascurata.

Informo, dunque, il Ministro Fontana che evidentemente non ne è a conoscenza, che negli anni 2004 – 2006 presso l’Ufficio del Vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, ha lavorato, con il concorso di esperti dei temi familiari e delle associazioni che si occupano di famiglia, una Commissione di studio, diretta dall’Avvocato dello Stato Paola Maria Zerman, che ha redatto un testo normativo divenuto “Statuto dei diritti della famiglia”. Un testo nel quale sono previsti diritti e definite condizioni che agevolano, anche sul piano tributario, “la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”, come si legge nell’art. 31 della Costituzione.

Giunta la fine della legislatura, quello schema normativo non è divento disegno di legge in quanto il Vicepresidente Fini, che aveva favorito i lavori della Commissione, ritenne di non procedere oltre per una scelta politica sopravvenuta, certamente distante dagli ideali di Alleanza Nazionale, della quale era ancora Presidente.

Di quella esperienza non è rimasto niente se non, come ho scritto su La Verità qualche settimana fa, l’iniziativa dei senatori Paola Binetti ed Antonio De Poli che ne hanno preso uno degli spunti e presentato un disegno di legge istitutivo di una “Autorità garante della famiglia”.

È quindi un impegno notevole quello che il Ministro Fontana assume oggi nel costruire il suo ufficio che non potrà non ricomprendere, oltre al Dipartimento per le politiche della famiglia, presso il quale è istituita la Segreteria tecnica della Commissione per le adozioni internazionali, il Dipartimento per le pari opportunità e il Dipartimento per le politiche antidroga. Tutte strutture riconducibili all’esigenza che la centralità della famiglia nella società italiana, così come individuata dalla Costituzione all’art. 29, che la definisce “società naturale fondata sul matrimonio”, sia oggetto di una considerazione unitaria anche dal punto di vista fiscale, come avviene all’estero con il “quoziente familiare” o analoghe formule dirette ad alleviare gli oneri delle famiglie con figli. Sappiamo, infatti, che la politica tributaria ha da sempre penalizzato gravemente la famiglia, favorendo le “separazioni fiscali”, escludendo benefici attribuiti, invece, a soggetti ed a nuclei, meritevoli di un rispetto che tuttavia non può andare a danno delle famiglie legalmente costituite. Come nel caso di una coppia “di fatto”, non registrata come tale, nell’ambito della quale la donna risulta essere “ragazza madre” sì da percepire una specifica indennità e da sopravanzare le donne sposate nelle graduatorie, ad esempio per gli asili nido. È difficile non individuare in queste situazioni una evidente disparità di trattamento.

Il ministro Fontana ha dimostrato, fin dalla sue prime esternazioni, di avere una percezione netta di questi problemi, giuridici e tributari, che vanno affrontati nel rispetto delle persone e nella considerazione del ruolo fondamentale della famiglia se si vuole essere coerenti con le esigenze attuali della società italiana in un contesto di decrescita demografica e moltissime famiglie si vanno a collocare in quell’area triste della povertà.

Una grande sfida per il Ministro e per il Governo, dunque. Che gli italiani attendono sia vinta nell’interesse di tutti, anche dei single perché la Famiglia Italia abbia un futuro.

14 giugno 2018

 

 

 

 

 

Con il coinvolgimento di più partiti

Corruzione per lo stadio della Roma

di Salvatore Sfrecola

 

L’ennesima inchiesta giudiziaria, che ha ad oggetto un nuovo episodio di corruzione, in questo caso connesso alla costruzione del nuovo Stadio di calcio della Società sportiva Roma, sta investendo  la classe politica non solo capitolina ma anche i vertici nazionali dei partiti, suggerisce alcune considerazioni su comportamenti illeciti che attecchiscono ovunque, nonostante l’attività di prevenzione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), che dà ogni giorno dimostrazione di notevole efficienza, e la repressione penale. Illeciti frequenti a tutti i livelli sicché, qualche anno fa, il Presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino, ebbe a dire che la corruzione aveva un carattere “pulviscolare”, intendendo che essa è diffusa ovunque, dalle grandi alle piccole attività, ovunque è possibile lucrare a carico dei bilanci pubblici.

L’inchiesta romana, che ha portato in carcere o agli arresti domiciliari nove persone, un imprenditore, il Presidente di una municipalizzata ed esponenti politici del Comune e della Regione avrebbe messo in luce pagamenti in denaro ed altre utilità, secondo la formula dell’art. 318 del codice penale (corruzione per l’esercizio delle funzioni): consulenze fittizie, pagamento di fatture per operazioni inesistenti, assunzioni e aiuti per trovare case ed uffici. Il tutto per “oliare” gli ingranaggi burocratici dal 2017 in poi, con una corruzione che il Gip Maria Paola Tomaselli ha definito “sistemica”.

La vicenda è una nuova dimostrazione che i finanziamenti pubblici per opere di interesse generale stimolano appetiti criminali che coinvolgono imprenditori e pubblici amministratori, i corruttori e i corrotti. Si vedrà quali delle responsabilità delineate nel provvedimento di rinvio a giudizio saranno confermate all’esito dei processi, ma già alcune considerazioni si possono fare. In primo luogo quella che, ancora una volta, sono coinvolti esponenti di più partiti. E questo conferma un dato dell’esperienza, secondo il quale la corruzione, in caso di operazioni finanziarie di grosse dimensioni, deve necessariamente coinvolgere più partiti, perché il corruttore vuole evitare che qualche assessore o consigliere comunale o regionale, troppo zelante, possa assumere qualche iniziativa che sollevi dubbi sulla realizzabilità dell’opera o sui suoi costi, così mandando a monte l’affare. Offrendo a tutti in forme diverse, anche con la sponsorizzazione di iniziative culturali (un convegno di studio, una pubblicazione) il corruttore ritiene di mettersi al riparo da qualunque ipotesi di controllo politico e di interesse mediatico.

Altra osservazione riguarda la farraginosità del sistema normativo, generalmente condivisa ma che sembra impossibile eliminare. In quelle difficoltà sta l’origine dei tentativi di adottare scorciatoie nella gestione delle procedure di appalto e, quindi, della corruzione. Va anche rilevato come nell’ennesima vicenda giudiziaria attinente alla corruzione non compaiono imprese straniere, in particolare europee. Questo dimostra che le difficoltà del sistema italiano e la consapevolezza della diffusione della pratica delle mazzette inducono imprese dei paesi appartenenti all’Unione europea a non partecipare alle gare, anche quando di particolare valore economico. E va detto che, oltre alla corruzione, gli imprenditori stranieri sanno che, in caso di vertenze giudiziarie connesse all’assegnazione dei lavori o alla loro esecuzione, le procedure dinanzi al giudice ordinario o amministrativo sono estremamente defatiganti e causano ritardi nella esecuzione delle opere con oneri aggiuntivi che non tutti vogliono sostenere.

In queste condizioni si impoverisce il Paese, perché le opere pubbliche entrano in esercizio con molto ritardo e, spesso, superate nell’esigenza. Inoltre sono quasi sempre molto più costose di quanto preventivato, con la conseguenza che ai ritardi burocratici e giudiziari si aggiunge la sopravvenuta mancanza di risorse di bilancio dirottate su opere di più immediata realizzazione.

14 giugno 2018

 

 

 

Sorpresa! I nuovi ministri reclutano i loro collaboratori tra quelli del governo del Partito Democratico

di Salvatore Sfrecola

 

In partibus infidelium (“nelle terre dei non credenti”), si diceva un tempo lontano per indicare i territori sottratti ai cristiani dopo le prime invasioni islamiche, quando i Vescovi mantenevano il titolo delle diocesi ormai perdute. Nella “terra degli infedeli”, cioè della opposta parte politica, sono stati scelti molti dei collaboratori dei ministri del governo Conte, Di Maio, Salvini, in particolare i Capi di gabinetto, passati dal vecchio governo al nuovo, al più cambiando ministero.

Premetto che sono tutti bravi. Alcuni molto bravi. Quasi tutti sono miei amici o comunque persone con molte delle quali ho condiviso esperienze professionali e confronti su tematiche istituzionali.

La gente comune non conosce il ruolo di questi grand commis d’Etat, come si usa dire prendendo dal francese un’espressione che rivela il ruolo prezioso dell’amministrazione pubblica d’oltralpe. Sono i primi collaboratori dei ministri. Tecnici di elevata professionalità e di notevole esperienza nella funzione o in similari forme di collaborazione ministeriale. Scelti tra “esperti, anche estranei all'amministrazione, dotati di elevata professionalità” (art. 7, comma 2, lettera e) del D.Lgs, 300/1999). Prevalentemente provenienti dal Consiglio di Stato, dalla Corte dei conti o dall’Avvocatura dello Stato. Conoscono il diritto, in particolare quello amministrativo, che delinea le attribuzioni dell’amministrazione ed anche il diritto europeo, considerato che gran parte dell’ordinamento amministrativo è da molti anni di diretta derivazione comunitaria.

A volte, ma più raramente vengono scelti tra i più alti dirigenti dell’amministrazione, di solito dirigenti generali o capi dipartimento. Più raramente, perché si vuole che il Capo di Gabinetto, più del Capo dell’Ufficio legislativo, sia estraneo all’Amministrazione presso la quale è chiamato a collaborare con il ministro di turno. Lo si vuole distaccato dall’apparato per assicurare la sua indipendenza rispetto alla struttura, perché non faccia cordata, sicché in qualche modo favorisca le pur legittime istanze “di bottega” rispetto alle indicazioni politiche del ministro. Solo per i ministeri degli affari esteri, della difesa e dell’interno la legge prevede che il Capo di Gabinetto sia un interno. Rispettivamente un ambasciatore, un generale, un prefetto. Va bene per i primi due, non si giustifica per il Ministero dell’interno.

Sono scelti sempre in base a criteri fiduciari e restano in carica per un periodo non superiore alla durata del proprio mandato. Il Gabinetto è uno degli uffici di diretta collaborazione del ministro (come la segreteria del ministro e dei sottosegretari di stato, l'ufficio legislativo ecc.) e supporta lo stesso nella definizione degli obiettivi dell'amministrazione, nell'elaborazione delle politiche pubbliche, nella valutazione della loro attuazione e nelle connesse attività di comunicazione.

Il Capo di gabinetto è il tramite tra il ministro, autorità politica, e la struttura amministrativa, compito particolarmente delicato, da svolgere in armonia con il ministro, nel senso che deve in qualche modo condividerne l’ispirazione ideale si che non solo darà con maggiore capacità esecuzione alle direttive ministeriali ma riuscirà anche a immaginare, per la sua conoscenza delle leggi e delle potenzialità tecniche del ministero (procedure, risorse disponibili e materiale umano), quello che il ministro può fare aiutandolo e suggerendo iniziative.

Dote richiesta è, altresì, quella di possedere un tratto umano che gli consenta di dialogare con la struttura e con i dirigenti dei quali inevitabilmente conosce il linguaggio, le aspettative professionali la consapevolezza della missione ministeriale. È quindi sconsigliato individuare un Capo di gabinetto tra persone che, pur di elevata professionalità, siano notoriamente e apertamente di una parte politica diversa o lontana da quella del ministro, che non abbia un afflato umano che lo porti a dialogare proficuamente con i dirigenti dell’amministrazione, che non si ponga mai nei loro confronti con il fare arrogante non raro tra i parvenu. È accaduto, invece, sovente, soprattutto quando il ministro o la forza politica cui appartiene non vantano precedenti esperienze di governo che nel tam tam dei palazzi del potere i ministri siano stati indotti ad accettare offerte o sollecitazioni provenienti da ambienti del vecchio governo, nel senso che spesso il ministro uscente raccomanda un suo collaboratore a livello di segreteria o di Capo di gabinetto o di Capo ufficio legislativo. Nella maggior parte dei casi accettare questa indicazione significa legarsi mani e piedi alla parte politica del precedente governo attraverso collaboratori che inevitabilmente manterranno rapporti con i vecchi “datori di lavoro”. Non è un processo alle intenzioni ovviamente, né mancanza di fiducia nel senso dello Stato di questi personaggi ma è l’esperienza che lo insegna.

È accaduto anche nel governo Berlusconi 2001 - 2006 quando ottennero posizioni di responsabilità nei ruoli di Capo di gabinetto, Capo ufficio legislativo e Capo dipartimento personaggi che nel precedente governo erano stati schierati con il Centrosinistra. E dunque sono rimasti in sella all’indomani del 2006, a dimostrazione di una consuetudine con quella parte politica consolidata negli anni.

In quel tempo, avendo amici un po’ ovunque – all’epoca ero Capo di gabinetto del Vicepresidente del Consiglio - venivo sistematicamente informato da amici che mi stimano di conventicole di questi personaggi i quali, pur operando nell’ambito degli uffici di diretta collaborazione dei ministri in carica, mantenevano rapporti con i predecessori tanto che in occasione di cene o di incontri conviviali parlavano del governo Berlusconi come di un governo quasi defunto che avrebbe perduto le elezioni. Ricordo a questo proposito che quando uscì il mio libro “Un’occasione mancata” (Pagine Editore), l’onorevole Francesco Storace mi chiamò dicendomi: “ho letto quello che ha scritto ed ho capito perché abbiamo perduto per 26.000 voti quando avremmo potuto vincere per 2 milioni”. Voleva dire che se la pattuglia ministeriale fosse stata condotta con impegno e con condivisione delle indicazioni politiche provenienti dal Presidente del Consiglio e dai ministri, probabilmente l’azione di governo sarebbe stata più incisiva con effetti positivi sul risultato elettorale.

Il governo Conte, Di Maio, Salvini, a quel che si sente dire, sta mantenendo in sella in molti settori, magari spostati solo di ministero, personaggi che hanno collaborato in posizioni di responsabilità con il precedente governo, schierato su posizioni che i cittadini hanno sonoramente bocciato nelle urne il 4 marzo. Reclutare in partibus infedelium i più stretti collaboratori è un errore gravissimo, destinato a impoverire l’azione governativa perché è da escludere che persone ideologicamente vicine al governo del Partito Democratico, nella versione Letta, Renzi, Gentiloni, possano collaborare con l’entusiasmo necessario con il ministri del governo M5Stelle - Lega, espressione di una maggioranza parlamentare nei confronti della quale quegli stessi personaggi, ad ogni occasione, avevano manifestato in pubblico e in privato aperto dissenso, tra l’altro schierati per il SI nel referendum sulla proposta di riforma costituzionale bocciata dalla saggezza degli italiani stanchi degli inutili slogan con i quali Matteo Renzi riteneva di governare l’Italia.

12 giugno 2018

 

 

Dall’impero dello Zar alla Federazione russa

sorvolando l’Unione Sovietica

di Domenico Giglio

 

La chiara simpatia che alcune parti politiche, giunte oggi al Governo, nutrono per il presidente russo Putin, non so quanto provenga dalla conoscenza della storia russa da Pietro il Grande (1672-1725) ad oggi, intrecciata con quella europea, quanto dall’autoritarismo dell’attuale leader, sia pure derivante dal voto popolare ottenuto in elezioni abbastanza regolari. Che questo atteggiamento contrasti con la posizione ufficiale del governo italiano fino ad oggi e con le sanzioni economiche verso la Russia non deve fare velo al nostro giudizio perché che l’odierna Russia vada recuperata all’Europa, nel nostro interesse, credo sia una esigenza storica, tanto più urgente, anche da un punto di vista strettamente numerico, in quanto i suoi circa 150 milioni di abitanti, con il suo P.I.L., andrebbe a sommarsi ai 515 milioni dell’Unione Europea, in evidente crisi demografica, surclassati dall’Africa e dall’Asia, con i due giganti Cina ed India, ciascuno con oltre un miliardo di abitanti, e facenti parte di quel gruppo di paesi, il BRICS, le cui economie sono pure in sviluppo.

Guardare anche oggi sulla carta geografica la Russia estesa per migliaia di chilometri con la Siberia confinante in particolare con la Cina, anche se la popolazione di quella vasta area è meno di un terzo di quella complessiva, ed anche l’economia è ancora poco sviluppata ed i trasporti terrestri si reggono ancora sulla centenaria Transiberiana, potrebbe dare all’Europa una certa tranquillità, anche sul terreno economico se avvenisse un maggiore sfruttamento di parte di queste enormi estensioni. Ma recuperare e reinserire la Russia, fermo restando le nostre tradizionali alleanze e la NATO, sarebbe il ritorno a quel grande concerto europeo dove l’impero zarista ebbe, fino al tragico 1917, un ruolo estremamente importante toccando il culmine nel 1815 con la sconfitta di Napoleone, l’ingresso a Parigi dell’Imperatore Alessandro I (1777-1828) ed il successivo Congresso di Vienna, per non parlare delle sue vittoriose guerre contro l’Impero Ottomano, che portarono alla indipendenza della Grecia, della Serbia, della Bulgaria, dell’Albania e della Romania, tutte via via sottratte al dominio turco nel corso dell’Ottocento. Ruolo imperiale e di patrocinio su tutto il mondo slavo ed ortodosso, che fu in parte bloccato dalle altre potenze europee, vedi la guerra di Crimea, nella quale seppe intelligentemente inserirsi anche il Regno di Sardegna, gelose di una eccessiva espansione russa e di un suo sbocco nel Mediterraneo, ma che dopo il 1878 ed il Congresso di Berlino assicurò all’Europa fino al 1914, 36 anni di pace e di sviluppo in tutti i settori.

Ed in questo periodo coincidente con il XIX secolo, la sua cultura, specie nel campo letterario e musicale si intreccia con le altre culture europee, avendo autori la cui fama oltrepassa le frontiere ed i suoi Puskin (1799-1837), Gogol’ (1809-1851), Turgenev (1818-1883), Dostoevskj (1821-1881), e poi Tolstoi (1828-1910) e Cechov (1860-1904), forse superano anche i grandi contemporanei inglesi, francesi e tedeschi, come romanzieri e commediografi, ed egualmente i Glinka (1804-1857), Borodin (1833-1887), Balakirev (1837-1910 ), Cajkovskj (1840-1893), Musorgskj (1839-1881), e poi Rimskj – Korssakov (1844-1908) e infine Stravinskij (1882 - 1917) nel campo musicale si battono quasi alla pari con i musicisti francesi, italiani e tedeschi.

Solo con la caduta dello Zar ed il sanguinoso avvento del comunismo, la Russia, divenuta Unione Sovietica, esce dal concerto europeo, ne diventa estranea, anzi avversaria, costituisce una alternativa ed una minaccia alle altre potenze ed anche quando deve nuovamente allearsi nel 1941 con Regno Unito e Stati Uniti, per respingere l’offensiva hitleriana, dopo l’alleanza del 1939, e vinta la guerra allarga il suo potere dispotico sull’Europa Orientale compresa anche parte della Germania ponendosi dovunque nel mondo, come rivale degli USA, divenuti potenza egemone dell’Occidente.

La caduta del regime sovietico, nel 1991, perciò ha riaperto la possibilità di questi rapporti, anche se dobbiamo riconoscere la difficoltà, dopo 74 anni di comunismo, di una vita parlamentare e democratica eguale a quella dei principali paesi europei. Inoltre per capire il suo attuale nazionalismo è da considerare lo “shock” subito dal normale cittadino russo, dopo il 1991, con la libertà ed indipendenza ripresasi dalle tre repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia, Lituania, che avevano vissuto appena un ventennio da stati sovrani dal 1918 al 1939, la indipendenza di alcuni antichi stati caucasici cristiani, nonché delle repubbliche mussulmane, vecchio frutto delle conquiste zariste, il distacco successivo, ancor più doloroso, della Ukraina e le rivolte terroristiche e secessioniste della Cecenia, di fronte alle quali non poteva non esserci una durissima repressione da parte del governo.

Su di un altro piano a non facilitare i rapporti si sono aggiunte più recentemente il distacco della Crimea dall’Ukraina, la lacerazione nella stessa Ukraina tra fautori della indipendenza e nostalgici dell’antica unione, alcuni attentati alla vita di oppositori della attuale presidenza, ma tutto questo se non va sottovalutato e se deve essere rimarcato, non può e non deve impedire il discorso a più largo raggio per il ritorno a rapporti amicali con la Russia, che non deve sentirsi assediata ad Occidente quando ha da sorvegliare migliaia di chilometri di frontiere ad Oriente.

9 giugno 2018

 

 

 

I REGNI DI NAPOLI E DI SICILIA : Un Mezzogiorno senza sole

di Domenico Giglio

 

Oltre alla attuale continua polemica neoborbonica antirisorgimentale ed antisabauda,vi è anche una contestazione di fondo del processo unitario, parlandone come di una “conquista” di Regni che avevano avuto settecento anni di storia e di autonomia. Bene togliamo al 1860 settecento anni ed arriviamo al 1160. Effettivamente con i Normanni, si era stabilito da circa un secolo un regno in Sicilia, riconquistata agli arabi, e nell’Italia Meridionale. Vi era dunque un Re, ma la dinastia, gli Altavilla, era, all’origine, una dinastia di conquistatori, venuta dall’Europa del nord, anche se presto acclimatatasi e con alcuni Sovrani saggi amministratori. Su questo ceppo si innestò, per via matrimoniale, un’altra dinastia straniera, gli svevi Staufen, ed in Italia, nelle Marche, a Jesi (1196), nacque il futuro Federico II, figlio “…della gran Costanza -, che del secondo vento di Soave -, generò il terzo ed ultima possanza” (Dante: Paradiso- canto III). Effettivamente chiamato “puer Apuliae”, il giovane svevo, cresciuto ed educato sotto la guida di un grande Pontefice, Innocenzo III, dei Conti di Segni, Papa dal 1198 al 1216, anno della sua morte, può essere ritenuto più italiano dei suoi predecessori e non a caso sotto di Lui si svilupperà la “Scuola poetica siciliana”, in lingua “volgare”, e lui stesso forse poetò “…di mio amor vo’ che si ammanti,-e portine ghirlanda”, oltre a scrivere in latino il famoso trattato sulla “falconeria”. Ed è con questo Imperatore, “stupor mundi”, “loico e clerico grande”, come lo definì Dante nel Convivio, con la sua legislazione, le “Costituzioni Melfitane”, la fondazione dell’Università a Napoli, che ancor oggi porta il suo nome, il nuovo vigore dato alla Scuola Medica Salernitana, la costituzione di una “Magna Curia”, che riuniva il fior fiore delle intelligenze del Regno, precorrendo quasi le corti del Rinascimento, con la rinascita di una scultura classicheggiante, per non parlare dell’architettura e dei suoi grandi castelli, che l’Italia Meridionale ebbe i suoi indiscutibili primati e funzionari meridionali imperiali, specie pugliesi, furono mandati a governare città del settentrione. “Ahi troppo breve stagione!” quella di Federico. Incoronato nel 1220, mancato nel 1250, a Castelfiorentino, in quella Puglia che amava, e con la morte, a cui molti non credettero, così che nacque la leggenda del suo ritorno, cadeva anche la sua determinazione di fare un’Italia unita, per la quale aveva cozzato per decenni contro l’implacabile azione contraria svolta dal Papato, per motivi politici e non religiosi. Così un Papa Francese, Clemente IV, chiamò in Italia un principe anche lui francese, Carlo d’ Angiò, e lo scagliò contro il suo successore, Manfredi, il figlio naturale avuto da Federico, con Bianca Lancia, e quindi ancor più italiano del padre, che fu sconfitto ed ucciso nella famosa battaglia di Benevento nel febbraio del 1266, a cui Francesco Domenico Guerrazzi dedicò uno dei più famosi romanzi storici scritti nel XIX secolo ed a cui Dante, rese giustizia nel Canto Terzo del Purgatorio. Con la caduta degli Svevi si interrompeva per seicento anni il sogno unitario e l’ago della bussola della cultura e delle arti si orientava verso il Nord. Nel grande regno federiciano, per diritto di conquista e con vassallaggio alla Chiesa, si insediarono gli angioini, che a causa dei “Vespri siciliani”, persero fin dal 1282 la Sicilia passata agli aragonesi, che successivamente acquisirono anche il trono di Napoli, con Alfonso il Magnanimo (1396-1453), quinto per l’Aragona e primo per Napoli. Come lui, anche altri Sovrani erano stati o furono saggi e prestigiosi, ma erano pur sempre principi stranieri. Poi per oltre cento anni si ebbero i Viceré spagnoli, senza che mai sorgesse una famiglia nobile meridionale che si proponesse come alternativa. Le congiure baronali furono numerose, ma mai che avessero uno scopo liberatorio dal potere straniero ed un fine unitario, ed anche quando, nel 1647, fu il popolo ad insorgere con Masaniello, l’esperimento durò lo spazio d’un mattino e finì con l’uccisione dello stesso capopopolo. E se vi fu un risveglio, tra la fine del 1600 ed i primi del 1700 di studi storici, economici ed amministrativi lo stesso, massimi esponenti Giambattista Vico (1668-1744), e Pietro Giannone (1676- 1748), e da lui venne una schiera di “innumerevoli giannonisti, difensori costanti e intrepidi dei diritti dell’uomo”, fu una fioritura spontanea, non collegata né promossa dai governanti succedutisi in quel periodo, e Napoli, per virtù propria, rappresentò la sede in Italia, come già nel lontano passato, del pensiero e della filosofia, come rileva e scrive Benedetto Croce.

Poi succedette qualche decennio di vicereame asburgico ed infine, nel 1734, la conquista da parte di una nuova dinastia straniera, i Borbone con Carlo III, l’unico a cui si devono importanti realizzazioni in ogni campo, i cui discendenti regnarono fino al 1861, per 127 anni. Tornati Napoli e Sicilia a Regno, questo reame era veramente indipendente? Legato dinasticamente alla Spagna fino alla fine del diciottesimo secolo quale politica autonoma poteva avere? E dopo? Alla Spagna subentra l’Inghilterra che salva il trono dei Borbone dalle invasioni francesi, trasferendo Ferdinando IV, in Sicilia, a Palermo, dove non era mai stato, e dirigendone la politica. E ancora dopo il rientro a Napoli nel 1815, come Ferdinando I delle Due Sicilie, l’Austria manda e mantiene per anni le sue truppe onde evitare la costituzionalizzazione del Regno, concessa e poi tradita. Ed anche quando sale al trono nel 1830 un giovane, Ferdinando II, non trova una classe dirigente altrettanto giovane di età ed idee perché i suoi predecessori avevano scavato un fossato all’epoca, dal 1799 al 1821, con la classe intellettuale, per cui troviamo nel governo e nell’esercito anziani aristocratici e generali, senza particolari slanci, spirito di iniziativa, volontà realizzatrice. E lui stesso approfondisce il fossato con l’intellettualità liberale nel 1848. Dicono ci fossero le migliori leggi, ma quale era la loro applicazione? Dicono ci fossero progetti di strade, porti, ferrovie, dopo la prima modesta realizzazione della Napoli-Portici, 8 chilometri, nel 1838, ma quando furono realizzati? E a fronte di una minoranza culturalmente valida, una percentuale di analfabeti con punte del 90%.Che conta poi che Napoli fosse la città più popolosa d’Italia quando vi regnava miseria di molti e nobiltà di pochi.

Settecento anni di storia, ricca di personaggi, di guerre, di rivolte ed altri eventi, ma quale autonomia politica e statale dopo il 1266? Certamente il processo unitario risorgimentale non fu facile, anche se lo stesso aveva avuto proprio nel Mezzogiorno precursori e protagonisti non certo secondari; certamente nel fenomeno del brigantaggio che era endemico da secoli, si inserì, anche largamente finanziata, la componente legittimista borbonica costringendo il giovane Stato Italiano ad intervenire con durezza per diversi anni, circa un quinquennio dopo il 1860, ma nel frattempo e via via sempre più negli anni successivi si costruirono strade e ferrovie, diminuì l’analfabetismo, si combatterono malattie storiche, ma soprattutto si consentì in tutti i campi quella libertà di pensiero e mobilità di ingegni, che era mancata, se non combattuta nel periodo borbonico, specie per i pensatori politici. Così fin dalla nascita del Regno d’Italia e specialmente dopo il 1870, con Roma capitale, uscendo dal provincialismo e dall’isolamento scrittori come Verga, De Roberto, Capuana e poi d’Annunzio e ancora Pirandello, furono conosciuti, apprezzati, editi in tutta l’Italia, così musicisti come Leoncavallo e Cilea, pittori come De Nittis, Palizzi, Morelli, Gigante, Michetti, scultori come Gemito ed infine nel campo degli studi storici Volpe e Rodolico, in quelli filosofici Spaventa, Gentile, Croce, pure storico insigne, ed infine, ma non certo ultimi per importanza, politici come Crispi, Amari, De Sanctis, Settembrini, Nicotera, Mancini, Fortunato e poi Di Rudinì ( in misura minore), Nitti, Di San Giuliano, Salandra, Orlando, militari come Cosenz, Pollio e Diaz, assunsero, per limitarci al primo cinquantennio dell’Unità, a ruoli ed incarichi della massima importanza e responsabilità nella vita nazionale, elevando il livello intellettuale, culturale e sociale dell’Italia e facendo finalmente risplendere il sole del, e sul, nostro Mezzogiorno.

3 giugno 2018

 

Bibliografia :

1)              Benedetto Croce, “Storia del Regno di Napoli”, Laterza, Bari, 1958

2)              Benedetto Croce, “Uomini e cose della Vecchia Italia”, Laterza, Bari, 1956

3)              Elena Croce, “La Patria Napoletana”, Adelphi, 1999

4)              Niccolò Rodolico, “Storia degli Italiani”, Sansoni, 1954

5)              Gabriele Pepe, “Lo stato ghibellino di Federico II”, Laterza, Bari, 1951

6)              Eucardio Momigliano, “Federico II di Svevia”, Mondadori, Milano, 1948

7)              Ernst Kantorovicz, “Federico II Imperatore”, Garzanti, Milano, 2000

8)              Luigi Salvatorelli, “Storia d’Italia Illustrata- L’Italia Comunale”, vol. IV, Mondadori, Milano, 1940

9)              Nino Valeri, “Storia d’Italia Illustrata-Signorie e Principati”, vol, V, Mondadori, Milano, 1949

10)            Alessandro Visconti, “Storia d’Italia Illustrata - L’Italia nell’epoca della Controriforma, Mondadori, Milano, 1958

11)            Franco Valsecchi, “Storia d’Italia Illustrata – L’Italia del Settecento”, Mondadori, Milano, 1959

12)            Indro Montanelli, “Storia d’Italia”, vol. 1, anno 476-1250, vol. 2, anno 1250 -1600, vol. 3, anno 1600 -1789, “Corriere della Sera”, Milano, 2003

13)            Indro Montanelli, “L’Italia Giacobina e Carbonara – 1789- 1831”, Rizzoli, Milano, 1978

14)            Indro Montanelli, “L’Italia del Risorgimento – 1831-1861”, Rizzoli, Milano, 1978

15)            Francesco Flora, “Storia della Letteratura Italiana”, 5 volumi, Mondadori, Milano, 1947

16)            G. Edoardo Mottini, “Storia dell’Arte Italiana”, 2 volumi, Mondadori, Milano, 1949

 

 

 

2 giugno: Italia, l’unità e la fazione

di Salvatore Sfrecola

 

Oggi non si può fare a meno di ricordare quanto ha scritto Indro Montanelli, giornalista e storico raffinato, nell’avvertenza al suo volume “L’Italia della Repubblica", da poco tornato nelle librerie e nelle edicole ad iniziativa del Corriere della Sera: “di coloro che avevano votato Repubblica… pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità… scomparso anche quello, il Paese era in balia di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione”.

Profetico il toscanaccio. Infatti così è avvenuto. Al potere le forze politiche che non avevano partecipato al processo di formazione dello Stato unitario, i comunisti ed i democristiani, anche se il mondo cattolico ha contato nel corso dell’epopea risorgimentale figure illustri di patrioti, i valori unitari cementati dal pensiero degli intellettuali e dal sacrificio dei combattenti sono stati sistematicamente e progressivamente oscurati anche nel linguaggio comune. Bandita la parola Patria, l’Italia è soprattutto il Paese (solo a volte con la “P” maiuscola), mentre anche i simboli che identificano lo Stato sono trascurati, quando non vilipesi, come la bandiere esposte in dispregio delle regole stabilite dalla legge, spesso ridotte a brandelli sudici, esempio particolarmente negativo quando quella miserevole condizione avviene dinanzi alle scuole, laddove si dovrebbero formare i futuri cittadini. Cosa possono pensare quei giovani dello Stato e della identità italiana se le scuole pubbliche vilipendono la bandiera?

È, dunque, certamente meritevole l’iniziativa legislativa della Lega, oggi al Governo insieme al Movimento 5 Stelle, che dispone il ripristino dell’insegnamento dell’Educazione civica nelle scuole abbandonata da tempo. Con l’occasione – e qui non serve una legge ma una iniziativa del nuovo ministro della pubblica istruzione Prof. Bussetti – andrebbero rivisti i programmi di storia il cui insegnamento è oggi relegato in una condizione assolutamente inadeguata. Cominciarono nel 1968 a dire che si doveva contenere il nozionismo, che erano irrilevanti le date ed i nomi dei protagonisti della storia. Con la conseguenza di una gravissima incertezza che annulla ogni interesse a conoscere e a capire. Storia, va detto, che non è solo quella politica, diplomatica e militare. Perché in ogni settore della conoscenza la storia è fondamentale, nell’arte, in primo luogo, e, quindi nell’architettura e nella medicina, anche per capire come nelle varie discipline si è evoluta la conoscenza e la sua applicazione. La storia per imparare anche che ci si deve avvicinare alla conoscenza con una buona dose di umiltà, senza la quale non si ha stimolo ad indagare e apprendere.

Fermo restando, dunque, che la scuola deve preparare alla vita, come dal titolo di un bel libro coordinato da Paola Maria Zerman (Dalla scuola alla vita, editore Pagine) al quale hanno contribuito studiosi e professioni di tutte le discipline, ricorda Luciano Canfora (Gli antichi ci riguardano, Il Mulino) “dentro la cultura classica vi è il cemento dell’unità nazionale, il nesso che mantiene insieme il “corpo della nazione”, secondo le parole di Villari”. E continua: “quando Coppino (Ministro dell’istruzione, n.d.A.) spiega al re nel 1867 i programmi scolastici, rispondendo alla domanda cosa inserire nei programmi del greco e del latino vista l’importanza e la centralità di quegli insegnamenti, già tratteggia un ‘canone’”. Cioè spiega, “che vuol dire “canone”? Gli autori che non si possono non leggere, che si debbono leggere”. Canfora cita anche Antonio Gramsci: “il latino non si studia per imparare a parlare in latino ma per imparare a studiare”.

Insomma, abbiamo svilito la scuola per motivi ideologici, per cancellare la nostra identità che si ricava da secoli di cultura. Sinistre in testa, per combattere i borghesi. Il risultato è una scuola classista perché chi può (compresi i sinistri) fa studiare i figli in costosi istituti privati in Italia o all’estero. I figli del popolo minuto restano nelle scuole pubbliche dove insegnano i sessantottini, quelli che si sono laureati con il diciotto politico studiando poco per cui poco hanno da insegnare.

Nel degrado generale dei valori della identità non sappiamo neppure quando e come è nata l’Italia. Con la legge del 23 novembre 2012, n. 222, relativa alle "Norme sull'acquisizione di conoscenze e competenze in materia di «Cittadinanza e Costituzione» e sull'insegnamento dell'inno di Mameli nelle scuole", all’art. 1 si legge che “La Repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell'anno 1861, dell'Unità d’Italia, quale “Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera”, allo scopo di ricordare e promuovere, nell'ambito di una didattica diffusa, i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica”.

Belle parole alle quali, come spesso accade, non segue nulla, come tutti possono constatare. Sarebbe dovuta essere, il 17 marzo, la festa dell’unità nazionale. Si sarebbe potuto scegliere il 4 novembre quando con Trento e Trieste l’Italia ha raggiunto i confini che la natura le ha assegnato. Invece si festeggia una ricorrenza, il 2 giugno che – comunque la si intenda - ha diviso a metà gli italiani, anche a ritenere autentici i dati del referendum.

2 giugno 2018

 

 

 

Modeste proposte per governare

di Salvatore Sfrecola

 

Mi è capitato fra le mani in questi giorni un volumetto di Giuseppe Prezzolini al quale ritorno spesso perché suggerisce sempre importanti riflessioni: “Modeste proposte scritte per svago di mente, fuoco di sentimenti e tentativo di istruzione pubblica degli italiani”. Acconcio all’attuale momento storico, certamente straordinario, espressione di una svolta politica significativa, un governo nel quale due forze politiche, il Movimento 5 Stelle e la Lega, non più a Nord ma espressione, per come l’ha costruita in questi anni Matteo Salvini, degli interessi generali degli italiani.

È evidente che, assai più del M5S, che ha impostato la sua campagna elettorale in vista delle elezioni del 4 marzo, in forma di protesta generalizzata nei confronti della realtà politica ed economica italiana fortemente deludente, la Lega ha saputo assumere, pur avendo prevalentemente personale politico proveniente dalle regioni del Nord, una connotazione nazionale grazie all’azione di Matteo Salvini, del gruppo parlamentare di Camera e Senato e delle iniziative assunte nelle realtà locali da personaggi che hanno saputo valorizzare nella loro azione politica l’attenzione agli interessi economici e sociali dei territori.

Oggi inizia l’avventura, certamente esaltante per i partiti che hanno formato il governo e per gli uomini impegnati nei vari ministeri, una esperienza che, tuttavia, si scontrerà subito con la realtà della burocrazia, che peraltro abbiamo più volte descritto. L’Amministrazione pubblica italiana, che si avvale in ogni settore di riconosciute eccellenze professionali ,è, complessivamente considerata, assolutamente inadeguata al momento storico. E ancor più alla richiesta di novità che emerge dal programma di governo. Perché sappiamo che la sua realizzazione richiederà modifiche normative riguardanti l’organizzazione dei ministeri, la normativa sostanziale da applicare, quella procedimentale, l’adeguatezza degli uomini e delle disponibilità finanziarie. Nel senso che il migliore programma di questo mondo non potrà essere percepito dai cittadini se non sarà possibile per essi verificare, con immediatezza, l’effetto delle decisioni assunte. Infatti l’esperienza ci insegna che i programmi governativi spesso sono stati frustrati da normative confuse, delle quali non era stata evidentemente fatta una simulazione degli effetti, con la conseguenza di una eccessiva dilazione nel tempo delle realizzazioni. Ciò in quanto il legislatore italiano sovente ricorre a norme di delega che richiedono provvedimenti delegati, i cosiddetti decreti legislativi, regolamenti e infine circolari applicative. Accade così, è accaduto quasi sempre così, che norme attese da tempo non siano entrate in vigore nei tempi richiesti, perché il cittadino o l’imprenditore ne percepisse l’utilità a causa di questa sovrabbondanza normativa che fra leggi, regolamenti e direttive ministeriali, da interpretare sulla base di circolari hanno impantanato l’azione della pubblica amministrazione. Si è parlato più volte di compilare testi unici, strumenti essenziali di rappresentazione della normativa vigente in molte materie, ma non se ne è fatto nulla.

È quindi indispensabile che la prima preoccupazione del nuovo governo nel suo complesso e dei singoli ministri, sia quella di fare un check-up dello stato della normazione e della organizzazione amministrativa. Perché in alcuni casi sarà necessario introdurre nuove norme, delle quali si dovrà aver cura che siano facilmente applicabili, mentre si dovrà verificare la praticabilità delle procedure in atto presso le singole amministrazioni per accertare se sono adeguate o meno alle esigenze di funzionalità richieste.

Non è cosa di poco conto, perché i cittadini che attendono dal governo quelle novità che li hanno indotti a votare per i partiti che ne fanno parte, attendono con immediatezza le novità. Ed io più volte ho segnalato l’esigenza che i cittadini e le imprese percepiscano immediatamente che qualcosa di nuovo è all’orizzonte, anzi che già si concretizza, si realizza attraverso l’adozione di provvedimenti in tempi brevi. Il tempo, a volte l’Amministrazione non lo considera, è essenziale ed è un costo per le persone e per le imprese. Purtroppo finora si è potuto constatare l’incapacità della classe politica rispetto a queste esigenze del tutto trascurate, forse perché da troppi anni abbiamo portato al Governo e in Parlamento persone di modesta esperienza e professionalità che mai hanno svolto o anche solo osservato le attività che nella loro responsabilità politica e di governo devono gestire.

Serve modestia, quella che dimostra l’intelligenza delle persone che si fermano per capire, per elaborare un’idea nuova per poi ripartire con maggiore slancio e con maggiore consapevolezza delle possibilità di realizzare ciò che si è promesso.

1 giugno 2018

 

 

Il coraggio prudente

di Salvatore Sfrecola

 

Audentes fortuna iuvat, in realtà la frase originale che si trova nell’Eneide è audentis fortuna iuvat ed è famosissima: la fortuna aiuta gli audaci. Pronunciata da Turno il Re dei Rutuli - antagonista di Enea - per spronare i suoi uomini ad attaccare l’eroe. Se non che non basta l’audacia quando non accompagnata da una prudente valutazione delle condizioni nelle quali si opera. Una condizione che viene in mente guardando ciò che accade a Roma tra i palazzi del potere politico in questa stagione non particolarmente esaltante, nella quale l’incertezza domina con gli effetti negativi che abbiamo visto sui mercati. E sugli italiani, i quali passano da entusiasmo a delusione, in attesa di un governo e di una maggioranza alla quale hanno affidato il 4 marzo la speranza di migliorare le condizioni dei singoli e del Paese.

La situazione è complessa, evidentemente frutto di improvvisazioni e di errori ai quali si può ovviamente porre rimedio purché si voglia, al di là dei tatticismi naturali e spiegabili dei partiti e degli uomini interessati alla vicenda governativa. E se ha destato perplessità l’opposizione del Presidente Mattarella alla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia, nondimeno dubbi su quel governo permangono perché, con tutto il rispetto per il professor Giuseppe Conte, designato dalla Lega e dal M5S quale Presidente del Consiglio dei ministri, personalità di indubbia professionalità che è cosa diversa dalla caratura politica richiesta in un momento di emergenza politica, economica e sociale.

Ho ricordato più volte che i governi si ricordano con il nome del Presidente del Consiglio. Nella storia si parla di governo Cavour, di governo De Gasperi, di governo Andreotti, di governo Berlusconi. Il Presidente del Consiglio, infatti, ai sensi dell’art. 95 della Costituzione, “dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. È evidente, dunque, che il Presidente del Consiglio è il motore del governo. Quindi non può essere una persona di scarsa o di nessuna esperienza e autorevolezza politica. A lui spetta sollecitare il rispetto del programma di governo approvato dalle Camere monitorando le attività di esecuzione relative alle singole politiche pubbliche. Quindi è apparso subito evidente l’errore di aver indicato un personaggio che sembrava scelto come se dovesse ricoprire un ruolo residuale, quasi notarile. Non è così. Il Presidente del Consiglio deve avere una grande capacità politica riconosciuta dai ministri, riconosciuta dai partiti, riconosciuta a livello internazionale.

È così evidente l’impressione che si sia voluto un governo con un Presidente di basso profilo compensato dall’autorevolezza del Ministro dell’economia che è il vero padrone del vapore in un contesto programmatico che ha presentato agli italiani riforme profonde e complesse, destinate, fra l’altro, a costare molto. Un costo che evidentemente va compensato con adeguate entrate o riduzioni di spesa, come si ricava dall’art. 81 della Costituzione, non facili da individuare e, allo stato, non individuate. Con la conseguenza che si ha l’impressione che la Lega, che è il partito forte della coalizione cosiddetta “giallo-verde”, non abbia in realtà voluto questo governo forse nella consapevolezza della difficoltà di realizzazione di alcune delle indicazioni programmatiche nel contesto di una alleanza che non ha portato ministri di speciale autorevolezza.

Ora è evidente che Matteo Salvini vuole lucrare gli effetti di una campagna elettorale e di una successiva gestione della crisi che lo ha progressivamente reso sempre più autorevole, anche per l’affidabilità dimostrata nei rapporti con il M5S e quindi tende a puntare su nuove elezioni per avere un aumento di consensi che potrebbe consentirgli di gestire il governo autonomamente insieme agli altri partiti del centrodestra, come i sondaggi fanno intravedere. Questa aspettativa tuttavia potrebbe anche andare delusa, nel senso che potrebbe non avere i consensi nella misura sperata, anche se significativamente aumentati, perché la gente è un po’ stanca di questa situazione e, mentre apprezza sicuramente il leader della Lega per quel che ha fatto, potrebbe alla lunga ritenere che l’evidente desiderio di rompere per andare a votare possa essere segno di un egoismo partitico che trascura l’interesse generale del Paese. Dico questo perché la situazione è delicata, il cerino, come si dice, passa da una mano all’altra e rischia di rimanere in mano a chi non saprà scegliere al momento giusto. Oggi i giornali scrivono che il cerino è in mano a Salvini. Probabilmente, anzi certamente, è vero. Il leader della Lega deve saper decidere rapidamente. Mantenendo il controllo del Ministero dell’economia ma pretendendo una personalità di peso alla Presidenza del consiglio.

31 maggio 2018

 

 

In presenza di una grave crisi istituzionale rileggiamo la Costituzione sui poteri del Presidente della Repubblica, sul ruolo del Governo e del Parlamento

di Salvatore Sfrecola

 

Non c’è dubbio che siamo in presenza di una grave crisi istituzionale, assolutamente senza precedenti nella storia della Repubblica, perché mai un Presidente era andato oltre la moral suasion in sede di nomina dei ministri a lui sottoposti dal Presidente del Consiglio incaricato all’atto della formazione del Governo. Invece Sergio Mattarella si è detto assolutamente indisponibile ad accettare la candidatura del professor Paolo Savona a Ministro dell’economia e delle finanze, così costringendo alla rinuncia il professor Giuseppe Conte, che aveva incaricato di formare il Governo, su richiesta del Movimento 5 Stelle e della Lega, i partiti che si erano detti disponibili a sostenere un Esecutivo al quale avrebbero assicurato una più che solida maggioranza parlamentare.

La polemica monta e ne danno conto i giornali nei titoli, spesso a tutta pagina: “Mattarella, la sfida delle piazze” (Repubblica); “Una sfida irresponsabile” (Corriere della Sera); “Democrazia sospesa” (Il Giornale); “Terremoto politico-istituzionale” (Libero); “Effetto Mattarella. No al governo di maggioranza: governicchio di minoranza. E la Merkel di minaccia” (Il Fatto Quotidiano). E si è immaginata, da parte di alcuni esponenti politici, Luigi Di Maio e Giorgia Meloni in primo luogo, una iniziativa diretta a mettere in stato di accusa il Presidente della Repubblica dinanzi al Parlamento in seduta comune. “Per attentato alla Costituzione”, non essendo evidentemente configurabile una imputazione di “alto tradimento”, l’altro reato per il quale, ai sensi dell’art. 90 della Costituzione il Presidente della Repubblica, che “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”, può essere chiamato a rispondere. Ciò per aver adottato un veto che non poteva imporre. E tuttavia si tenta di abbassare i toni della polemica. Barbara Lezzi, senatrice del M5S, intervenendo a L’aria che tira, su La7, dice che il movimento vuole soprattutto provocare un dibattito parlamentare sui poteri del Capo dello Stato. Per Valerio Onida più di un attentato alla Costituzione, il veto si può configurare come una scelta “abbastanza impropria”. L’ex Presidente della Corte costituzionale, giurista insigne, lo ha detto a MilanoFinanza sottolineando come a Savona ministro Mattarella si è “opposto per ragioni politiche”. Sottolinea, in particolare, che “nel nostro sistema la formazione dei governi dipende essenzialmente dalla presenza o meno di una maggioranza in Parlamento. Il governo non è una dipendenza del capo dello Stato, bensì una dipendenza del suo Parlamento, della sua maggioranza. Non dare vita a un governo per la presenza di una persona e le possibili idee politiche che potrebbe portare avanti, mi sembra andare al di là di ciò che dice la Costituzione quando parla della formazione di governo”. E pur convinto che poteva dire “io non firmo” rileva che il Capo dello Stato “si è opposto per ragioni politiche, non personali”. Così andando “contro l’idea che il nostro sistema è un sistema parlamentare”.

In sostanza Mattarella si è opposto per valutazioni che a lui non competono in quanto non partecipe dell’indirizzo politico, intesa come quella funzione, scrivono Roberto Bin e Giovanni Pitruzzella, che “consiste nella determinazione delle linee fondamentali di sviluppo dell’ordinamento e della politica interna ed estera dello Stato e nella cura della loro coerente attuazione” (Diritto Costituzionale, Giappichelli, 78). Una funzione che l’art. 95 riserva al Governo e, naturalmente, al Parlamento.

Evidentemente Mattarella, che pure richiama il suo ruolo di garante imparziale, in quanto rappresenta “l’unità nazionale”, ritiene di essere partecipe dell’indirizzo politico come se fosse stato eletto dal popolo. E difatti interviene a negare l’assenso alla nomina di Savona, assumendo che questi abbia una visione della partecipazione dell’Italia all’Unione Europea che potrebbe nuocere ad interessi primari dello Stato e dei cittadini in quanto risparmiatori.

È quanto si deduce dalle parole pronunciate subito dopo la rinuncia del Presidente incaricato, quando ha precisato che: il Presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, che non ha mai subito, né può subire, imposizioni”. Aggiungendo: “Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell'Economia.

La designazione del ministro dell'Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari.

Ho chiesto, per quel ministero, l'indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l'accordo di programma. Un esponente che - al di là della stima e della considerazione per la persona - non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell'Italia dall'euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell'ambito dell'Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano.

A fronte di questa mia sollecitazione, ho registrato - con rammarico - indisponibilità a ogni altra soluzione, e il Presidente del Consiglio incaricato ha rimesso il mandato.

L'incertezza sulla nostra posizione nell'euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L'impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali.

Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane.

Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui, e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo quando - prima dell'Unione Monetaria Europea - gli interessi bancari sfioravano il 20 per cento.

È mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri - che mi affida la Costituzione - essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani”.

È, all’evidenza, una valutazione di carattere politico, che considera gli effetti di eventuali iniziative del Ministro Savona. Anzi delle stesse idee del candidato ministro, ciò che è alla base della contestazione della iniziativa presidenziale, considerato che le idee politiche di Savona sono del tutto irrilevanti rispetto al programma di governo, al quale è tenuto ad adeguarsi, programma che non prevede quelle decisioni, come l’uscita dall’euro, alle quali il Presidente si è espressamente riferito per giustificare il suo veto.

Per comprendere e per valutare il significato politico della scelta di Mattarella e delle reazioni che ha mosso occorre, dunque, affrontare il tema dei poteri del Capo dello Stato nella procedura di nomina dei ministri con pacata consapevolezza del sistema costituzionale, senza alzare il tono della polemica, ad evitare ulteriori motivi di disagio politico istituzionale rispetto a quelli che si profilano dopo la decisione del Capo dello Stato il quale, giova ricordarlo, ha impedito alla maggioranza parlamentare rappresentata dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega di costituire il nuovo governo.

Andiamo per gradi.

Dopo una serie di consultazioni condotte prima in proprio e poi affidate ai presidenti del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera, Roberto Fico, al fine di verificare la possibilità che si costituisse, rispettivamente, un governo basato sulla coalizione di Centrodestra e uno M5S - Partito Democratico, fallite queste ipotesi il Presidente della Repubblica ha consentito, a richiesta di Lega e M5S, le due forze politiche risultate prevalenti nelle elezioni del 4 marzo, che fosse sperimentata una ipotesi di accordo sulla base di un programma condiviso, definito “contratto alla tedesca”, per dire che l’avevano fatto a Berlino di recente.

Incaricato da parte del presidente della Repubblica di formare un governo, il Professor Giuseppe Conte, all’atto dello scioglimento della riserva e della presentazione della lista di ministri, si è visto contestare l’indicazione del ministro dell’economia e delle finanze individuato nel professor Paolo Savona, personalità accademica di riconosciuto rilievo, con una vasta professionalità ed esperienza maturata presso la Banca d’Italia, dove ha ricoperto il ruolo di Direttore dell’Ufficio Studi, e in ruoli istituzionali, bancari e governativi, essendo stato ministro dell’industria nel governo di Carlo Azeglio Ciampi e Capo del Dipartimento per le politiche comunitarie della Presidenza del Consiglio e Coordinatore del Comitato tescnico per la strategia di Lisbona nel governo Berlusconi III. Il professor Savona è noto per alcune posizioni critiche maturate nei confronti della gestione della politica dell’Unione Europea, sia per quanto attiene alle iniziative della Commissione, sia per quanto concerne la moneta unica, l’euro. Ed è in buona compagnia dal punto di vista accademico, come attestano i libri di Giuseppe Guarino, giurista insigne e già ministro delle finanze che molto ha criticato le politiche dell’Unione, in particolare dopo il trattato di Lisbona sotto il profilo della cessione di quote di sovranità ritenuta eccessiva.

Le parole del Presidente Mattarella evocano preoccupazioni che, nei giorni precedenti, erano state manifestate da organi di stampa stranieri, inglesi e, soprattutto, tedeschi in ragione di quanto aveva formato oggetto di scritti vari del Prof. Savona, immaginando che sarebbero divenute espressione della politica governativa. Una campagna mediatica fortemente polemica, da molti osservatori definita strumentale e ingiustificata come ha detto stamattina Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia nelle sue “considerazioni finali” al termine dell’assemblea della Banca, che ha indotto il presidente Mattarella a negare la nomina, nel presupposto che la presenza del ministro avrebbe potuto in qualche modo turbare i rapporti con l’Unione europea e mettere a repentaglio il risparmio degli italiani. Nel dibattito che ha inteso interpretare il pensiero del Presidente sono stati richiamati gli artt. 11 e 47 della Costituzione. Il primo, perché “consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, il secondo perché la Repubblica “incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.

Senonché non risulta che il Professor Savona neghi che l’U.E. abbia concorso al mantenimento della pace e che fosse propenso ad attuare una posizione “non coerente” con l’accordo di programma sul quale Mattarella nulla ha avuto da ridire, tanto da aver suggerito di sostituire il candidato con altra personalità “più coerente con l’accordo di programma”.

La mancata adesione del presidente della Repubblica alla proposta di nominare Ministro dell’economia il professore Savona ha sviluppato un intenso dibattito, spesso dai toni fortemente polemici, intorno ai poteri del presidente della Repubblica all’atto della nomina del governo. In base all’art. 92, comma 2, della Costituzione, infatti, “il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta di questo, i ministri”. Sulla base di questa semplice enunciazione la dottrina prevalente ritiene che, mentre per la individuazione della personalità cui conferire l’incarico di Presidente del Consiglio il Capo dello Stato abbia un’ampia discrezionalità, anche se condizionata dalle indicazioni emerse in sede di consultazioni, la scelta dei ministri spetti al Presidente del consiglio il quale li propone al Capo dello Stato perché adotti il relativo decreto di nomina. Il Presidente Mattarella, invece – come abbiamo sentito - ritiene di avere un potere di veto, cioè di poter dissentire dalla scelta del presidente del consiglio fino al limite, come è avvenuto in questa occasione, di impedire la nascita del governo. Non era mai accaduto. Infatti gli esempi che vengono portati a sostegno di un potere del presidente della Repubblica di convenire o meno sulla indicazione del Presidente del consiglio non dimostrano assolutamente che egli abbia questo potere di veto. Si è trattato sempre di episodi nei quali il Capo dello Stato ha rappresentato al Presidente del Consiglio incaricato, all’atto della proposta, l’inopportunità di una designazione per un ruolo in relazione al quale si poteva immaginare un conflitto di interessi. Classico il caso del l’onorevole Cesare Previti il quale era stato destinato da Silvio Berlusconi a ricoprire l’incarico di Ministro della giustizia, ruolo che il presidente Oscar Luigi Scalfaro riteneva incompatibile per essere lui l’avvocato difensore di Silvio Berlusconi. Per cui Previti fu dirottato al ministero della difesa. E va ricordato che Scalfaro, seguendo un indirizzo di Sandro Pertini che il 31 marzo 1980 aveva invitato il Presidente del Consiglio incaricato a considerare l’idoneità morale tecnica delle persone da proporre quali ministri, aveva scritto il 9 maggio 1994 a Silvio Berlusconi richiamando soprattutto le caratteristiche politiche che, a suo giudizio, avrebbero dovuto possedere i ministri, in particolare quelli degli esteri e dell’interno, tradizionali settori di interesse per il Capo dello Stato in relazione in funzione della sicurezza interna e dei rapporti internazionali del Paese. Un tempo rispondeva alla stessa logica l’indicazione del Re per i ministri degli esteri e della Guerra. Oggi si giustifica l’attenzione del Capo dello Stato per il Ministro dell’economia, considerati i vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea.

Di inopportunità si è detto, altresì, quando Matteo Renzi propose la nomina a Ministro della giustizia del Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, magistrato di grande valore ma impegnato su posizioni divisive, come si usa dire, in tema di reati e processo. Non va bene che un magistrato gestisca il Ministero della giustizia.

Comunque sempre moral suasion, mai veti.

Infatti, al di là della formula stringata della Costituzione secondo la quale il presidente della Repubblica nomina “su proposta” del Presidente del consiglio i ministri è evidente che nessuna indicazione politica può intervenire ad evitare che la richiesta del Presidente del consiglio venga accolta. Infatti il potere del Capo dello Stato sconta la “proposta” del Presidente del Consiglio. Per Augusto Barbera e Carlo Fusaro (Corso di diritto pubblico, Il Mulino, 2001, 294) si tratta di una “autonomia giuridicamente piena con il solo temperamento di un eventuale radicale e incoercibile, quanto improbabile, dissenso presidenziale, da considerarsi del tutto eccezionale”. Costantino Mortati, uno dei massimi studiosi del diritto costituzionale, membro dell’Assemblea costituente, ritiene che la proposta del Presidente del Consiglio “deve ritenersi strettamente vincolante per il capo dello stato” in ragione del principio di supremazia conferito al Premier “e della responsabilità a lui addossata per la condotta politica del gabinetto: responsabilità che, ovviamente, non potrebbe venire assunta se non potesse giovarsi, per il concreto svolgimento della medesima di un personale di sua fiducia”. Lo stesso considera “degenerativa” la prassi che ha “condotto ad affidare ai partiti la designazione delle persone da prescegliere per le cariche ministeriali, o addirittura dei dicasteri cui assegnarle” (Istituzioni di diritto pubblico, tomo I, 1975, 568).

Osserva, al riguardo, Piero Alberto Capotosti (Governo, voce in Enciclopedia Giuridica Treccani) che quelli di nomina dei ministri sono “atti a struttura compartecipativa diseguale a favore del Presidente del Consiglio, nei quali, oltre al valore di esternazione, il potere presidenziale esplica solo un limitato controllo caratterizzato dall’assenza di vere potestà decisionali, salvo casi straordinari che, tuttavia, al massimo, possono dar luogo, a quanto sembra, a forma atipiche di veto presidenziale”.

Per interpretare correttamente l’art. 92 va tenuto conto delle caratteristiche di una Repubblica parlamentare, nella quale l’indirizzo politico, cioè le scelte politiche, appartengono al corpo elettorale che vota in relazione ad un programma dei partiti che lo fanno proprio, al governo che si forma su un programma che viene approvato con una mozione di fiducia dalle Camere titolari del potere di indirizzo politico parlamentare.

D’altra parte che il presidente della Repubblica non possa disattendere per motivi politici l’indicazione del Presidente del consiglio in ordine alla nomina di uno dei ministri lo si deduce in qualche modo anche dall’art. 95 della Costituzione in base al quale “il presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Il che vuol dire che nessuno dei ministri può discostarsi dal programma di governo presentato alle Camere e da queste approvato. Perché, ove il ministro fosse autore di iniziative difformi dal programma di governo il Presidente del consiglio lo richiamerebbe all’ordine per mantenere “l’unità di indirizzo politico”. Inoltre il Parlamento potrebbe sfiduciarlo. È noto infatti che è ammissibile, ed è stata sperimentata, una mozione di sfiducia individuale nei confronti di un singolo ministro.

Inoltre, poiché il presidente della Repubblica nel suo discorso ha rivendicato il “ruolo di garanzia” con riferimento alla collocazione dell’Italia nell’Unione Europea e della tutela del risparmio delle famiglie italiane, evidentemente nel timore che quei valori fossero turbati dall’azione del ministro Savona, il Capo dello Stato è certamente consapevole di disporre di un analogo ruolo a garanzia della corretta gestione del governo e della finanza pubblica. I provvedimenti presentati dai partiti destinati a formare la coalizione avrebbero dovuto tutti formare oggetto di provvedimenti legislativi, dalla modifica della legge Fornero alla introduzione della flat tax, alla concessione di un reddito di cittadinanza. Tutti provvedimenti che, in quanto diretti ad incidere sul bilancio dello Stato, devono rispondere alle regole della copertura finanziaria prevista per le leggi che importino nuove o maggiori spese. Su queste leggi il Capo dello Stato, in sede di promulgazione, ha un potere notevole che Mattarella ha ricordato in occasione della ricorrenza della elezione di Luigi Einaudi a presidente della Repubblica. Infatti è stato proprio lo statista piemontese, noto economista ed esperto di scienza delle finanze, che per primo ha sollevato problemi di copertura di leggi di spesa adottate in violazione degli obblighi di copertura previsti dall’art. 81 Cost. che tra l’altro è una norma alla cui stesura aveva collaborato.

A conclusione di questa sommaria rilettura delle norme della Costituzione, che in qualche modo delineano il contesto nel quale va collocata la vicenda della mancata nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia, emerge che il presidente della Repubblica ha adottato una scelta “abbastanza impropria” andando al di là dei poteri che la Costituzione gli ha conferito facendo una scelta politica, come si deduce in modo chiarissimo dalla suo discorso, scelta che non gli compete, essendo l’Italia una Repubblica parlamentare nella quale i governi rimangono in carica fino a quando permane nei loro confronti la fiducia delle Camere. Il Presidente della Repubblica, custode della Costituzione, deve assicurare il corretto svilupparsi delle varie fasi della formazione e della vita dei governi. Infatti, una volta conferito l’incarico di formare il nuovo governo, “non può interferire nelle decisioni dell’incaricato né può revocargli il mandato pr motivi dipendenti dalle divergenze delle rispettive visioni politiche, sia pure in vista degli “interessi nazionali”” (Galizia richiamato da Livio Paladin in Diritto Costituzionale, 388) e quindi non può intervenire sulla loro composizione rifiutando per motivi politici la nomina di ministri che vengono proposti e che sono vincolati, sotto la direzione dello stesso Presidente del consiglio, ad attuare il programma di governo approvato dalle Camere.

29 maggio 2018

 

 

 

 

Dottrina e prassi intorno alle attribuzioni del Presidente della Repubblica nella scelta dei ministri. Mentre Conte è atteso alle 19 al Quirinale

di Salvatore Sfrecola

 

Si è detto e scritto in questi giorni che un lato positivo della lunga gestazione del governo è stato la “riscoperta” della Costituzione, quanto alla natura parlamentare dell’ordinamento costituzionale ed ai poteri del Capo dello Stato.

Sotto il primo aspetto è apparso presto evidente che, in mancanza di un partito o di una coalizione che avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, si dovesse dar vita ad un accordo tra vari partiti per la formazione del governo, come accade ovunque si vota con una legge elettorale di natura proporzionale. Così è stato, tanto per fare un esempio recente, in Germania, dove i partiti, la CDU e la SPD, che avevano collaborato nella precedente legislatura, pur essendosi scontrati duramente nel corso della campagna elettorale, hanno poi ritrovato le ragioni di una nuova collaborazione. Così in Spagna, il leader del Partido Popular, Mariano Rajoy, che ha solo sfiorato la maggioranza nelle Cortes, può presiedere un governo grazie all’astensione del partito socialista.

In Italia, i partiti che pure si sono aspramente confrontati nel corso della campagna elettorale, il Movimento 5 Stelle e la Lega, dopo vari tentativi di dar vita a diverse coalizioni, hanno raggiunto un accordo, definito “contratto”, sulla base del quale si sono ritrovati su alcuni aspetti programmatici da porre a base di un nuovo governo ed hanno indicato al Presidente della Repubblica, quale Presidente del Consiglio dei ministri, il Professore Giuseppe Conte, che è stato incaricato da Sergio Mattarella, nel rispetto dell’art. 92 della Costituzione. A qualcuno è parso che i partiti della maggioranza abbiano in qualche modo imposto la loro indicazione, ma è certo che il Capo dello Stato, pur avendo un’ampia discrezionalità nella scelta, non può prescindere da quanto emerso nel corso delle consultazioni nell’ambito delle quali i partiti della maggioranza hanno delineato, sia pure per grandi linee, il programma del futuro governo ed indicato almeno una o più personalità cui affidare la guida dell’Esecutivo. Contestualmente appare coerente con l’autonomia del Presidente del Consiglio l’indicazione, proveniente dai partiti della maggioranza, delle personalità che saranno chiamate a ricoprire ruoli ministeriali, considerato che il perseguimento del programma politico delineato nell’indirizzo emerso in sede elettorale è nella disponibilità politica dei partiti chiamati a formare il governo.

Non è del tutto pacifica, invece, la regola che riguarda la nomina dei ministri. Nel senso che il potere del Capo dello Stato sconta la “proposta” del Presidente del Consiglio. Per Augusto Barbera e Carlo Fusaro (Corso di diritto pubblico, Il Mulino, 2001, 294) si tratta di una “autonomia giuridicamente piena con il solo temperamento di un eventuale radicale e incoercibile, quanto improbabile, dissenso presidenziale, da considerarsi del tutto eccezionale”. Costantino Mortati, uno dei massimi studiosi del diritto costituzionale, membro dell’Assemblea costituente, ritiene la proposta del Presidente del Consiglio “deve ritenersi strettamente vincolante per il capo dello stato” in ragione del principio di supremazia conferito al Premier “e della responsabilità a lui addossata per la condotta politica del gabinetto: responsabilità che, ovviamente , non potrebbe venire assunta se non potesse giovarsi, per il concreto svolgimento della medesima, di un personale di sua fiducia”. Lo stesso considera “degenerativa” la prassi che ha “condotto ad affidare ai partiti la designazione delle persone da prescegliere per le cariche ministeriali, o addirittura dei dicasteri cui assegnarle” (Istituzioni di diritto pubblico, tomo I, 1975, 568).

In sostanza, il Capo dello Stato non potrebbe rifiutare alcuna nomina (così Paladin), salvo il caso estremo di palese mancanza dei requisiti di moralità e tecnici richiesti per l’ufficio. Questo anche nella considerazione che il Presidente della Repubblica è estraneo all’indirizzo politico definito in sede elettorale, con esclusione dei governi cosiddetti tecnici o presidenziali in relazione ai quali si realizza naturalmente una maggiore influenza del Capo dello Stato. La storia ci dice che a volte il Presidente non ha condiviso la indicazione del Presidente del Consiglio suggerendo altri nomi o, più spesso, un diverso incarico ministeriale. Il tutto nel silenzio dello studio presidenziale, sicché di questi dissensi si ha una eco mediata dal racconto degli interessati, dagli articoli dei “quirinalisti”, dalle polemiche giornalistiche.

Più volte i presidenti hanno dato preventivamente una indicazione alla quale i Presidenti del Consiglio si sono attenuti. Così Sandro Pertini il 31 marzo 1980 aveva invitato il Presidente del Consiglio incaricato a considerare l’idoneità morale e tecnica delle persone da proporre quali ministri. Allo stesso modo il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva scritto il 9 maggio 1994 al Presidente del consiglio incaricato Silvio Berlusconi una nota relativa  tra l’altro alle caratteristiche politiche che avrebbero dovuto possedere i ministri, in particolare quelli degli esteri e dell’interno, tradizionali settori di interesse per il Capo dello Stato in  funzione della sicurezza interna e dei rapporti internazionali del Paese. Un tempo rispondeva alla stessa logica l’indicazione del Re per i ministri degli esteri e della Guerra. Oggi si giustifica l’attenzione del Capo dello Stato per il Ministro dell’economia, considerati i vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea. E difatti si discute in queste ore della presunta contrarietà del Presidente della Repubblica rispetto alla indicazione del Professore Paolo Savona a Ministro dell’economia, considerate talune sue idee in materia di Unione europea e di Euro.

Alla ricerca dei precedenti, sempre utili, per inquadrare gli eventi del momento, si ricorda che Pertini disse no a Francesco Cossiga su Clelio Darida alla Difesa (1979), che andò alla Giustizia, Scalfaro a Silvio Berlusconi su Previti alla Giustizia (1994), Ciampi a Berlusconi su Maroni alla Giustizia  (2001), Gorgio Napolitano a Renzi su Gratteri alla Giustizia (2014).

Non sappiamo, mentre scriviamo, come andrà a finire. Se Mattarella accoglierà la proposta di Savona Ministro dell’economia aderendo alle richieste del Premier.

Inevitabili ulteriori polemiche. L’insistenza di Lega e M5S è stata criticata come una forma di pressione indebita, come sostiene Sabino Cassese sul Corriere della Sera di ieri (La partita delle regole).

27 maggio 2018

 

 

VARIE ED EVENTUALI

di Domenico Giglio

 

Le vicende politiche susseguite alle elezioni generali del 4 marzo scorso meritano alcune riflessioni che fino ad oggi non abbiamo avuto occasione di leggere sulla grande stampa e tanto meno ascoltarle in televisione, incominciando dal

Governo Pella:

Il Presidente Mattarella recatosi a Dogliani a ricordare e celebrare Luigi Einaudi, ha ricordato che lo stesso interpretò il suo ruolo di Capo dello Stato non in senso strettamente notarile, come nel caso, dopo le elezioni politiche del 7 giugno 1953, quando decise di affidare l’incarico di formare il governo all’on. Giuseppe Pella, democristiano e già ministro ed esperto di problemi economici, che però non era stato indicato dalla Democrazia Cristiana, dopo la mancata fiducia all’ottavo governo De Gasperi. Non ha però aggiunto che il governo formato da Pella, un monocolore democristiano, superò lo scoglio della fiducia non perché fosse stato indicato dal Presidente, ma perché ai 263 voti della Democrazia Cristiana si aggiunsero i 40 del Partito Nazionale Monarchico, portando ad un totale di 303 voti sul totale di 590 seggi, e questo senza che il P.N.M. chiedesse contropartite di posti ed altro. Appoggio perciò disinteressato che consentì la vita del governo che fu affossato dopo sei mesi dalla stessa Democrazia Cristiana, che non sopportava lo sfregio di avere un Presidente del Consiglio sia pure del proprio partito, ma non espresso dalla volontà del partito stesso. Sempre per la storia seguì il primo tentativo di governo Fanfani, al quale non ebbe la fiducia perché gli mancò il voto del Partito Nazionale Monarchico, e fu questo forse un errore fatale che portò a giugno 1954 alla scissione del predetto partito ed alla sua lenta, inesorabile decadenza elettorale.

Proseguiamo sulla

Volontà popolare:

Le trattative per definire il programma di governo tra il Movimento 5 Stelle e la Lega, arrivate alla conclusione sono state sottoposte alle rispettive “basi” di questi movimenti e nel caso dei “grillini” hanno ricevuto il 94% di voti favorevoli, risultato esaltato dai vertici dei Cinque Stelle. Se possiamo però vedere il risultato in termini di cifre assolute, come dovrebbe essere specificato in ogni dato numerico, notiamo che i votanti sono stati poco più di 44.000 ed è su questo numero, veramente esiguo, che si è calcolata quella altisonante percentuale. Infatti, se vogliamo così definirli, gli “iscritti” al movimento grillino sono poche decine di migliaia, ma è dalle loro decisioni che dipendono le scelte di uomini e proposte che poi vengono sottoposte e votate da milioni di elettori che nulla possono più modificare. Così è nata la candidatura Di Maio, così le liste elettorali e così si spiegano gli scarsissimi voti di preferenza avuti dagli eletti per lo più sconosciuti ai loro stessi elettori. Un ridottissimo numero di elettori ha deciso quindi per milioni, creando una casta di persone superiori la cui volontà deve essere accettate “a scatola chiusa” e questo, specie per quanto riguarda le liste mi ricorda eventi lontani novanta anni. A questo punto, chi è convinto delle tesi e delle proposte grilline si “iscriva” al movimento, ne aumenti il numero di soci, come, un tempo centinaia di migliaia di persone, se non milioni, si iscrivevano ai vecchi partiti, ne frequentavano le sezioni ed altre sedi, esercitavano, dove era possibile e consentito, i loro diritti ed esprimevano le loro preferenze .

Ed infine soffermiamoci su:

Il Capo dello Stato:

E’ in corso anche una divergenza su alcuni casi di possibili ministri, e sull’esatta interpretazione di articoli della Costituzione perché, per la prima volta nella storia della repubblica c’è una differenza sostanziale tra l’attuale maggioranza parlamentare e quella che ha eletto a suo tempo l’attuale presidente. Questa diversità di origine ideologica e di maggioranze politiche elettorali è avvenuta più volte nella repubblica francese tra presidente e governo ed anche se non è mai sfociata in contrasti violenti, senza dubbio non ha giovato all’azione di governo con danno per la comunità nazionale ed egualmente abbiamo avuto analoghi casi negli Stati Uniti in epoca recente. Da questo viene una debolezza della istituzione repubblicana sia dove l’elezione avviene in via indiretta, sia dove avvenga con voto diretto, ma con alte percentuali di astensione come recentemente in Francia, ed il confronto con la Monarchia dove il Sovrano, è al di sopra delle parti e rappresenta l’unità nazionale, vede uscire rafforzata la stessa da questi eventi ed è, o dovrebbe essere, motivo di riflessione di una classe politica che mirasse all’interesse della Nazione.

26 maggio 2018

 

 

La polemica sulla scelta di Paolo Savona a ministro dell’economia conferma la centralità di quel ruolo nella politica generale del governo

di Salvatore Sfrecola

 

Era il 1979 e a Palazzo Chigi sedeva Giulio Andreotti, politico di lungo corso, più volte ministro, conoscitore come pochi della macchina della pubblica amministrazione. Aveva chiamato a svolgere funzioni di Capo di gabinetto – dal 1988 si chiamerà Segretario generale della Presidenza del consiglio dei ministri - Vincenzo Milazzo che era il Ragioniere generale dello Stato, l’uomo del bilancio e del controllo sulla spesa pubblica. Lo aveva scelto proprio per avere la possibilità di dirigere effettivamente la “politica generale del governo”, come si legge nell’art. 95 della Costituzione. Una funzione che sarebbe difficile poter esercitare senza avere conoscenza dei conti pubblici, cioè dell’ammontare delle risorse e dei tempi della spesa.

Al Ministero del tesoro (all’epoca esistevano ancora il Ministero delle finanze e quello del bilancio) sedeva Filippo Maria Pandolfi, un bergamasco molto attivo, importante esponente della Democrazia Cristiana, non sempre in sintonia con Andreotti. Così il Divo Giulio, come veniva chiamato il Presidente del consiglio, gli aveva sottratto il Ragioniere generale dello Stato, in tal modo concentrando a Palazzo Chigi quel potere che in realtà è ed è sempre stato a via 20 settembre. Perché dal Tesoro, oggi dall’Economia, si dirige effettivamente la macchina dello Stato che funziona con le leggi ma è alimentata dalle risorse necessarie a consentire l’esercizio delle relative funzioni. “Senza soldi non si canta Messa”, dice un moto popolare. Ma è la verità della pubblica amministrazione, dacché per tutti i ministeri la collaborazione del ministro dell’economia è essenziale perché le risorse previste dalle leggi vengono messe a disposizione dei vari ministeri attraverso provvedimenti di variazione di bilancio cui provvede il Ministro dell’economia. Il quale è anche il protagonista della legge di bilancio perché in sede di predisposizione del preventivo delle spese per l’approvazione parlamentare è a via 20 settembre che arrivano le richieste dei vari ministeri, filtrate e ridimensionate dagli uffici centrali di bilancio presenti, con funzioni di controllo, presso ogni amministrazione. Quegli uffici che controllano gli impegni di spesa assunti quotidianamente dagli uffici amministrativi sono in condizioni di sapere in quali tempi le amministrazioni spendono e di conoscere quindi quali sono le effettive esigenze di bilancio.

È così che da sempre. E da sempre vi è una dialettica, a volte polemica, fra i singoli ministri e il Ministro del Tesoro, oggi dell’economia. Al quale tutti si rivolgono perché allenti i cordoni della spesa, per sentirsi spesso rispondere che le risorse sono scarse, che i tempi della spesa non consentono una messa a disposizione di ulteriori risorse in tempi brevi. In questa dialettica tra ministeri di spesa e ministero dell’economia naturalmente emergono le efficienze o le inefficienze dei singoli ministeri per i quali la lentezza della spesa, per effetto delle procedure che vengono adottate, è posta a fondamento del diniego di ulteriori risorse.

Questo dimostra la centralità del Ministero dell’economia e la indicazione, proveniente soprattutto dagli esperti di bilancio, che la Ragioneria generale dello Stato debba essere trasferita a Palazzo Chigi. In tal senso si leggono proposte su molti testi di contabilità pubblica. Giulio Andreotti aveva risolto il problema portando a Piazza Colonna il capo della Ragioneria generale. Tuttavia è un problema da sempre perché il ministro dell’economia ha un potere tale che ne fa il vero capo dell’esecutivo, colui il quale può facilitare o frenare ogni iniziativa dei singoli ministeri, naturalmente sotto la direzione del Presidente del consiglio il quale tuttavia ha un potere conoscitivo limitato perché solo la Ragioneria generale e le tesorerie che dipendono dalla Banca d’Italia sono in condizioni di avere contezza, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, dell’andamento della spesa e pertanto di fare adeguate previsioni sulla possibilità di ulteriori iniziative da assumere dai singoli ministeri mettendo a loro disposizione le occorrenti risorse. A Palazzo Chigi si è cercato di recuperare potere istituendo un Dipartimento degli affari economici, ma è di tutta evidenza, nonostante la possibilità di consultare le banche dati dell’economia, che il potere rimane a via 20 settembre.

Questa centralità del Ministero dell’economia esige che quel ruolo sia attribuito ad una personalità autorevole, perché capace di interpretare le esigenze generali del bilancio e di comprendere la validità delle richieste che provengono dai singoli ministeri. Una personalità che, accanto ad una visione strategica dell’economia capace di proiettare le esigenze del Paese verso la crescita e lo sviluppo, sia anche in condizione di avere il massimo controllo dei meccanismi di spesa. Oggi il Ministero dell’economia ha assorbito, come accade in molti paesi, anche il settore finanze attraverso il quale si fa la politica fiscale che è strumento principe della politica economica per la evidente flessibilità che caratterizza il sistema tributario al quale la politica, specialmente in questo periodo, riconosce un ruolo essenziale perché è evidente che la misura della tassazione favorisce l’accumulo dei redditi, l’investimento delle relative risorse, la possibilità per le imprese di crescere utilizzando gli utili.

In una politica economica condizionata dalle regole concertate in Unione Europea, che attengono prevalentemente ai limiti della spesa e non al sistema tributario che, infatti, è diversificato nei vari paesi componenti dell’Unione, tanto che si verificano trasferimenti di imprese da un paese all’altro per lucrare vantaggi di sistemi tributari meno pesanti, è evidente che il Ministro dell’economia assume una rilevanza ancor maggiore che nel passato, anche in riferimento alle politiche europee. E si spiega dunque l’ostilità di alcuni ambienti nei confronti della candidatura di Paolo Savona, economista con una lunga e variegata esperienza nelle istituzioni, al quale si rimproverano tuttavia posizioni che in qualche modo possono essere definite “euroscettiche”, ad alcuni non gradite ad altri decisamente indigeste. Per cui ruota intorno a questa personalità il confronto fra i partiti che si propongono di formare la maggioranza di governo ed il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che, a quanto sembra, avrebbe manifestato preoccupazioni per la designazione del professor Savona a Ministro dell’economia.

Savona o no, è necessario che il governo assuma consapevolezza del fatto che il ruolo di ministro dell’economia è al centro della politica del governo, tanto che più di uno ha scritto che il potere non è a Palazzo Chigi ma nel palazzo ottocentesco denominato “delle finanze”, in Viale 20 settembre, nello studio dove la scrivania di Quintino Sella, il ministro “della lesina”, che in poco tempo riportò in pareggio il bilancio dello Stato dissestato dalle guerre con le quali il piccolo regno di Sardegna si era posto alla testa, fin dal 1848,  del moto risorgimentale.

26 maggio 2018

 

 

24 maggio e la leggenda del Piave, la canzone degli italiani

di Salvatore Sfrecola

 

Risuonano nelle mie orecchie da sempre, fin da quando, per la prima volta, le sentii cantare a scuola. Frequentavo le elementari e la maestra ci fece cantare le prime strofe di quella Canzone nota anche come Leggenda del Piave. Si deve al Maestro Ermete Giovanni Gaeta, per tutti E. A. Mario.

Rileggiamo insieme le prime strofe:

Il Piave mormorava

Calmo e placido al passaggio

Dei primi fanti , il ventiquattro maggio:

l'Esercito marciava

per raggiungere la frontiera,

per far contro il nemico una barriera…

Muti passaron quella notte i fanti:

tacere bisognava, e andar avanti!

S'udiva, intanto, dalle amate sponde,

sommesso e lieve il tripudiar dell'onde,

Era un presagio dolce e lusinghiero.

Il Piave mormorò:/"Non passa lo straniero!"

Seguono versi che descrivono l’intera vicenda della guerra 1915 - 1918, le preoccupazioni, i drammi di un conflitto immane che ha cambiato la geografia politica dell’Europa e per noi italiani ha rappresentato la conclusione dell’epopea risorgimentale iniziata nel 1848.

Si sente cantare l’inno in questi anni nei quali si ricordano le vicende della grande guerra che si concluderanno con le celebrazioni del 4 novembre 2018 nel centenario della vittoria. Le parole dell’inno si trovano facilmente e su YouTube si possono sentire la musica e il canto. L’ho fatto anch’io più volte e poiché in basso alla locandina della canzone c’è la possibilità di mettere la condivisione o meno ho notato che accanto a un numero molto rilevante di persone che hanno espresso piacere per aver ascoltato la canzone ci sono alcune che manifestano dissenso. E questo mi ha stupito perché io non metterei un segno negativo su una canzone che non mi interessasse. Questo vuol dire che se ci sono delle persone che non sono indifferenti al canto dell’unità della Patria e del sacrificio degli italiani, immagino dei loro bisnonni visto il tempo trascorso, vi sono altre che dissentono, persone che non colgono il valore dell’unità d’Italia e il sacrificio di coloro i quali si sono battuti perché l’Italia raggiungesse i confini naturali, quelli che la natura le ha dato tra le Alpi e il mare.

Si tratta di un numero limitato di dissenzienti ma è comunque sintomo di una mancanza di senso della storia e della Nazione. C’è gente, credo che questa possa essere la interpretazione corretta, che non ha assolutamente interesse per l’Italia, che non si cura di sapere come lo Stato unitario si sia costituito, che forse non ha neanche interesse all’unità dello Stato magari perché seguace e di ideologie che negano l’unità della Patria nella varietà delle storie che hanno riguardato varie aree del paese. Che non sono in condizione di percepire o di apprezzare che, nel corso dell’Ottocento, provenienti da ogni parte d’Italia in migliaia si sono ritrovati sotto la bandiera dell’unità, convinti che la molteplicità delle esperienze politiche, delle condizioni economiche, dei dialetti che pure caratterizzavano gran parte della popolazione, fosse comunque ricondotta a unità come poeti, storici, artisti l’avevano immaginata nel corso dei secoli. È la storia delle radici di un popolo che ha imparato ad apprezzare ciò che unisce per abbandonare quella lunga stagione della storia politica italiana nella quale siamo stati derisi “perché non siamo popolo, perché siamo divisi”, come si legge nell’Inno di Mameli.

Insomma sono stati in tanti a combattere con la penna e con le armi perché l’Italia cessasse di essere una “espressione geografica”, secondo una nota definizione attribuita a Clemente Lotario di Metternich, il Cancelliere dell’Impero austriaco.

E c’è oggi chi utilizza la varietà delle esperienze storiche e culturali di importanti aree geografiche del Paese per fomentare la discordia interna, per trasformare una giusta richiesta di autonomia amministrativa delle realtà locali, un’autonomia funzionale al migliore esercizio delle attività pubbliche al servizio dei cittadini, per ricercare motivi di divisione che partendo da una concezione federale che non è propria del nostro paese dovrebbe portare a divisioni che non giovano neppure a chi ritiene di trarne dei vantaggi perché momentaneamente più ricco.

Purtroppo la predominanza al governo del Paese di una classe politica che non aveva ereditato i valori del Risorgimento unitario, dopo l’instaurazione della Repubblica ha sistematicamente mortificato lo spirito nazionale incidendo profondamente sul senso di appartenenza degli italiani, indotti nei fatti, con l’assenza dei ricordi della nostra storia più recente, a perdere ogni riferimento identitario che non è espressione di arrogante nazionalismo ma consapevolezza delle proprie radici storiche e della propria cultura.

Accade così che l’Italia verso la quale il mondo intero guarda con interesse per le sue bellezze artistiche, per la sua cultura musicale, per la poesia e il pensiero degli uomini che nel corso dei secoli hanno dominato la letteratura, la storia e le scienze, dimentichi tutto, complice la scuola che non trasmette più valori e cultura. E se continuasse come sta andando oggi le nuove generazioni si troverebbero ad ignorare la poesia di Dante e di Petrarca l’arte di Michelangelo, la prosa di Manzoni. Dei quali pochi si ricorderebbero probabilmente soltanto perché interessano altri paesi ed altre culture. Stiamo abbandonando il latino dimenticando che nelle università di tutto il mondo negli studi classici e giuridici il latino è fondamentale, che il diritto romano è alla base del diritto di tutti i popoli, sì che non deve stupire che i cinesi abbiano tradotto nella loro lingua il Digesto di Giustiniano e abbiano un costante collegamento a livello universitario con le nostre istituzioni d’avanguardia, la ridotta della cultura italiana. Così come nella musica, dove continuiamo ad eccellere all’estero fin nell’estremo Oriente da dove ci chiedono collaborazioni per formare pianisti e cantanti, mentre in casa nostra i conservatori, come le accademie di belle arti, vivono una condizione difficile dal punto di vista ordinamentale con trascuratezza dell’esigenza di selezionare i migliori perché solo questi possono assicurare che non si perda una tradizione che il mondo c’invidia.

24 maggio 2018

 

 

Lo “stile” Fico: mani in tasca mentre la banda suona l’Inno Nazionale

di Salvatore Sfrecola

 

Il Presidente della Camera, Roberto Fico, che ascolta l’Inno nazionale con le mani in tasca non si può assolutamente vedere. È l’immagine di come le istituzioni vengono considerate da questa classe politica. Come le bandiere sporche e stracciate esposte dinanzi a scuole, uffici e tribunali nonostante regole precise ne disciplinino le modalità e i tempi dell’esposizione. Passi per la cravatta allentata sul collo e a mezza pancia, che non è proprio un esempio di eleganza, ma le mani in tasca in un momento solenne, la ricorrenza della strage di Capaci e le note dell’Inno di Mameli risuonano energiche e fiere, non sono consoni alla terza carica dello Stato.

Era lì Fico con altre autorità a ricordare Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta massacrati dalla Mafia, una delle pagine nere dell’Italia repubblicana che ancora si interroga su chi ordinò l’uccisione del magistrato antimafia, su quale fu la mente che si affidò alla manovalanza siciliana.

Quando si parla di Mafia ricordo sempre una eloquente vignetta di Giovannino Guareschi sulla prima pagina di un numero di Candido che non ricordo quale fosse. Il titolo “sulle orme della mafia” faceva intravedere all’orizzonte la sagoma della Capitale verso la quale si dirigevano due carabinieri con al guinzaglio cani poliziotto. Si leggeva “fiutando fiutando fino a Roma mi portasti”.

Gli uomini dello Stato, i tanti magistrati, carabinieri e poliziotti uccisi dalla Mafia, assetata di denaro e appalti, sono andati spesso incontro alla morte consapevoli che prima o poi sarebbe arrivata la raffica di mitra o l’autobomba a chiudere la loro esistenza. Meritano rispetto, anche nella forma, nell’atteggiamento di chi, anche solo per dovere di ruolo, è chiamato a ricordarli con qualche squillo di tromba ed una bandiera a mezz’asta.

È una questione di stile.

Roberto Fico ci aveva abituato ad un certo “stile” disinvolto, a quell’eloquio dall’accento fortemente dialettale che, sarà un mio limite, non mi piace in bocca a chi rappresenta una istituzione. E tuttavia poteva essere simpatico. Appariva spontaneo, esponente dell’ala dura del Movimento 5 Stelle, quello più a sinistra, si può anche dire comunista, alimentato dalle istanze più urgenti delle popolazioni meridionali, soprattutto campane, orgogliose della loro storia ma non sempre disponibili ad un impegno nel presente. D’altra parte nella meravigliosa Napoli, donde Fico proviene, si rincorrono zone sistemate a nuovo, come orgogliosamente mi indicava il tassista pochi giorni fa, e aree degradate, cassonetti per la raccolta dei rifiuti di ultima generazione e strade ingombre di sacchetti maleodoranti.

In questo contesto ambientale si consolida la posizione di Fico nel M5S. Diviene Presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI dove riscuote diffusi apprezzamenti. Da Piazza San Macuto passa a Piazza Montecitorio per sedere sul seggio più alto della Camera dei deputati. Con una certa insofferenza, si dice, per la gestione attuale del Movimento in mano al “moderato” Luigi Di Maio, già incoronato leader da Beppe Grillo con dispiacere di alcuni dei pionieri, Fico in testa. Che produce tra i due una evidente freddezza che non si è attenuata in ragione del prestigioso incarico parlamentare. Fico è un movimentista, apprezza ma si sente limitato nel ruolo istituzionale. E così, per dimostrare di essere controcorrente, continua ad assumere un atteggiamento da scugnizzo, nel taglio dei capelli, nella cravatta incredibilmente corta, nell’atteggiamento non istituzionale lì a Capaci mentre echeggiano le note dell’Inno nazionale.

Ad onta del cognome, e per usare un’espressione in voga nel linguaggio disinvolto e un po’ volgare di certi giovani, al quale mai ricorro, vorrei dire al Presidente della Camera che non fa “fico” un atteggiamento da “ribelle” quando si rappresenta un’Istituzione.

24 maggio 2018

 

 

 

“Stiamo scrivendo la storia”. E Gigino Di Maio chiede ancora tempo al Quirinale

di Salvatore Sfrecola

“Stiamo scrivendo la storia”. E così Luigi Di Maio ottiene da Sergio Mattarella altro tempo per la definizione del programma di governo, il contratto “alla tedesca”, come il leader del Movimento 5 Stelle ama ripetere. Diranno i posteri se la storia viene evocata a ragione o invano. Se sia stato effettivamente definito un programma di governo quale gli italiani si attendono dai due partiti che si sono impegnati a rivoluzionare la politica, come ripete anche Matteo Salvini all’uscita dal colloquio con il Capo dello Stato.

Nuovo tempo necessario per i tavoli tecnici, perché vi sono ancora difficoltà nella stesura del programma, per conciliare su alcuni temi, la sicurezza, l’immigrazione, le infrastrutture, visioni della politica molto diverse come quelle della Lega e del M5S. Forse più di qualche difficoltà sarebbe emersa in ogni caso, ma è certo che la procedura seguita, del tutto inusuale, non avrà giovato alla predisposizione di un quadro programmatico che dovrebbe poi divenire il testo delle dichiarazioni programmatiche del futuro Presidente del Consiglio dinanzi alle Camere.

Ecco, quel che manca è proprio il Presidente del Consiglio designato. La procedura tradizionale che caratterizza la definizione delle crisi di governo procede dall’incarico che il Presidente della Repubblica conferisce ad una personalità politica, avendo accertato, nel corso delle consultazioni, che uno o più partiti, che abbiano la maggioranza nelle Camere, sono disponibili a sostenere un nuovo governo. Una personalità che accetta tradizionalmente con riserva perché deve definire nel dettaglio con i partiti della maggioranza il programma di governo e la lista dei ministri da sottoporre al Capo dello Stato.

Lega e M5S hanno scelto una strada diversa. “Per portarsi avanti”, come ha ripetuto Di Maio ieri all’uscita dal Quirinale, i partiti stanno lavorando al programma in attesa di individuare il Presidente del Consiglio. Senonché questa procedura non solo è inusitata ma non è funzionale ad una compiuta definizione del programma perché nega in radice il ruolo centrale e fondamentale del Presidente del Consiglio che non può essere scelto a cose fatte e a scelte definite ma è il protagonista dell’operazione e quindi non può essere un estraneo alla formazione del programma, a meno che esso non sia in realtà presente nel gruppo di lavoro, ancorché non identificato come candidato a Palazzo Chigi. In sostanza nella visione dei due protagonisti di questa fase della vita politica italiana, che certamente è “storica” anche se ancora non è chiaro se in senso positivo o negativo, non vi è la consapevolezza di un ruolo che pure è nettamente scandito dall’art. 95 della Costituzione secondo il quale “il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Un ruolo tanto più importante quando il governo è sostenuto da due diverse forze politiche. Non può sfuggire, inoltre, a chi ha un minimo di esperienza delle cose della politica e dell’amministrazione, che non basta definire il programma di governo perché quel documento, che nelle sue grandi linee indica le cose che i partiti vogliono fare, nella realtà di tutti i giorni richiede atti e provvedimenti che dicono come quelle cose si fanno, per cui è inevitabile che quotidianamente il Presidente debba ricondurre a unità l’attività dei ministri, compito non semplice anche in considerazione delle interferenze che esistono fra le attribuzioni dei singoli ministeri che risultano da una stratificazione di competenze che nel tempo hanno reso pesante l’attività dell’Esecutivo.

Tutto questo per dire che Presidente del Consiglio non può essere uno qualunque come dimostrano le voci intorno ai possibili candidati, prevalentemente tecnici, con nessuna esperienza politica, con una professionalità spesso lontana da quella occorrente. Infatti se Antonio Segni, professore ordinario di diritto processuale civile, poteva ben ambire a fare il Presidente del Consiglio (diventerà anche Capo dello Stato), ciò era possibile, agli occhi del suo partito, la Democrazia Cristiana, per la sua esperienza politica e di ministro e non per la cattedra universitaria. Per cui, per rimanere nell’ambito civilistico, sembra assolutamente un fuor d’opera che Luigi Di Maio abbia indicato il professor Giuseppe Conte, docente di diritto civile all’Università di Firenze, prima come ministro della pubblica amministrazione e poi come Presidente del Consiglio dei ministri. Con tutto il rispetto per il professor Conte, il diritto pubblico è talmente complesso e la pubblica amministrazione difficile da districare che senza esperienza politica e senza una specifica competenza professionale difficilmente potrebbe riformare l’amministrazione, come provò invano a suo tempo un Maestro del diritto amministrativo come Massimo Severo Giannini. E a chi osservasse che quell’incarico è stato ricoperto di Marianna Madia si potrebbe agilmente rispondere che è proprio il fallimento di questa esperienza a dimostrare che per quel ruolo serve altra personalità.

Ugualmente non sembra adatto ad istallarsi al primo piano di Palazzo Chigi il professor Giulio Sapelli, economista e storico, che abbiamo spesso apprezzato nei dibattiti televisivi per la verve polemica che caratterizza i suoi interventi, sempre puntuali e frutto di esperienza e di cultura ma che attestano di capacità diverse dal ruolo di direzione e coordinamento, sulle quali mi sembra giusto insistere.

Dalle parole un po’ concitate e per certi versi polemiche di Matteo Salvini nella sala stampa del Quirinale sembra anche potersi individuare una sorta di stanchezza dopo che il leader della Lega, con riconosciuto equilibrio, ha gestito fin dal 5 marzo i rapporti con i Grillini, a cominciare dalla elezione dei Presidenti delle Camere, dei vicepresidenti e dei segretari nonché dei Presidenti delle Commissioni speciali di Montecitorio e Palazzo Madama. Per un attimo ieri, dalle sue parole, si è avuta la sensazione di un ultimatum: o chiudiamo o torniamo a votare, una scelta che potrebbe premiare il Centrodestra, specialmente dopo il ritorno di Silvio Berlusconi, purché il cerino acceso rimanga in mano a Luigi di Maio.

15 maggio 2018

Il premier “terzo”? Una sciocchezza costituzionale, un grave errore politico

di Salvatore Sfrecola

Riprende questa mattina il confronto tra Lega e Movimento 5 Stelle per individuare i termini della piattaforma programmatica, il contratto “alla tedesca”, come lo chiama Luigi Di Maio. L’ottimismo domina nelle parole dei due leader che s’incontrano al Pirellone, mentre le delegazioni continuano a valutare, punto dopo punto, la compatibilità dei “temi” suscettibili di entrare a far parte del programma di governo.

Intanto, tra i giornalisti a caccia di “indiscrezioni” prende corpo il “toto ministri”, quell’esercizio di fantasia con il quale, ad ogni cambio di governo, sulla stampa si cerca di immaginare coloro che, per vicinanza ai capi dei partiti o perché tecnici “di area”, potrebbero essere scelti per dirigere uno dei ministeri che formeranno l’esecutivo.

Contemporaneamente prende corpo con insistenza una ipotesi del tutto nuova, quella che vorrebbe i partiti alla ricerca di un Presidente del Consiglio “terzo”, cioè al di fuori dei partiti, forse anche al di fuori della politica. Se ne parla da qualche giorno, ma il discorso con il quale ieri, a Dogliani, Sergio Mattarella ha ricordato Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento, sottolineando come non avesse svolto la funzione in termini esclusivamente “notarili”, fa scrivere oggi a tutti i giornali che l’attuale inquilino del Quirinale intende ispirarsi al suo predecessore. E scegliere lui il premier, magari tra una rosa indicata da Lega e M5S.

Riprende, così, corpo il “toto premier”, nel quale campeggiano nomi noti più che al grosso pubblico agli addetti ai lavori. Come quello di Giampiero Massolo, ex ambasciatore e Segretario generale della Farnesina con Gianfranco Fini, Direttore del Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza, oggi Presidente di Fincantieri, molto stimato negli ambienti politici italiani e internazionali, o di Giacinto della Cananea, il docente di diritto amministrativo vicino a Sabino Cassese al quale Di Maio aveva commissionato una sorta di verifica di compatibilità tra i programmi di Lega e M5S, altro nome ricorrente nelle ipotesi giornalistiche. Ma non tramonta neppure il nome di Elisabetta Belloni (classe 1958), ambasciatore e Segretario generale del Ministero degli esteri dove ha ricoperto incarichi di prestigio, come Capo dell’Unità di Crisi, Direttore generale della cooperazione allo sviluppo e Capo di Gabinetto del Ministro Paolo Gentiloni. Anche a suo favore, oltre la caratura personale e il garbo che la contraddistingue, giova la stima di cui gode negli ambienti internazionali. E sappiamo quanto delicato sia il dossier Europa per Mattarella.

La lista dei “possibili” premier secondo la fantasia del giornalista che ne scrive o ne parla è lunga e comprende altri Grand Commis d’Etat, da Carlo Cottarelli, già direttore del Dipartimento affari fiscali del Fondo Monetario Internazionale, volonteroso ma inascoltato Commissario alla revisione della spesa, a Enrico Giovannini, economista, professore ordinario di statistica a “La Sapienza”, Chief Statistician dell’OCSE dal 2001 al 2009, già Presidente dell’ISTAT e Ministro del lavoro nel Governo di Mario Monti.

Sennonché l’ipotesi di attribuire la Presidenza del Consiglio ad personalità non politica o di scarsa caratura politica appare una immane sciocchezza costituzionale, una di quelle per le quali, in un esame di diritto pubblico, lo studente non otterrebbe neppure un misero diciotto. Infatti, ai sensi dell’art. 95 della Costituzione, “il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Una limpida definizione costituzionale che individua nel Presidente del Consiglio il motore del governo che dirige e del quale assume la responsabilità politica dinanzi al Parlamento, una funzione essenziale soprattutto in un governo di coalizione nel quale fondamentale è preservare l’accordo intervenuto tra i partiti. Per cui si richiede a Palazzo Chigi una personalità forte ed autorevole, come dimostra la storia costituzionale italiana nella quale i governi si ricordano proprio con il nome del Presidente del Consiglio, da Camillo di Cavour ad Alcide De Gasperi, da Giovanni Giolitti a Giulio Andreotti a Ciriaco De Mita il quale ha firmato la legge 23 agosto 1988, n. 400 che, per la prima volta, ha definito l’ordinamento della Presidenza del Consiglio e le attribuzioni del Presidente e del Consiglio dei Ministri.

Ha così trovato compiuta attuazione la previsione costituzionale secondo la quale al Presidente del Consiglio spetta un potere di indirizzo non esposto alla interferenza da parte di altri organi, nemmeno da parte dello stesso Parlamento il quale solo per mezzo della legge potrebbe sostituirsi al vertice dell’esecutivo nell’indirizzo e coordinamento delle attività che vi fanno capo e degli apparati che vi sono preposti. D’altra parte, nella fase di formazione del Governo, a lui spetta l’indicazione dei ministri che, ai sensi dell’art. 92, comma 2, della Costituzione saranno nominati dal Presidente della Repubblica. Il Presidente dunque ha una posizione differenziata nell’ambito del Governo, anche se non di assoluta supremazia. A lui spetta la formulazione dell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri e, quindi, l’iniziativa delle deliberazioni collegiali, il loro coordinamento, la loro attuazione. E, naturalmente, l’iniziativa sulle numerosissime nomine di spettanza del Governo, negli enti pubblici e nelle supreme magistrature amministrativa e contabile, Consiglio di Stato e Corte dei conti.

Infine a livello internazionale, a cominciare dall’Unione Europea, molte assise, dove si decidono importanti strategie economico finanziarie e del commercio tra gli stati, come dimostrano gli eventi di questi giorni con le iniziative del Presidente USA, Donald Trump, vedono come protagonisti i capi dei governi quali garanti degli accordi. Tipico il Consiglio d’Europa che è in qualche modo il motore dell’Unione.

Partirebbe, dunque, azzoppato il governo se il ruolo di Presidente del Consiglio fosse assegnato ad una personalità minore sul piano politico, ancorché illustre per la sua esperienza amministrativa o universitaria. Se questa fosse la decisione dei partiti che compongono il governo sarebbe una scelta infausta, capace di depotenziare il ruolo del Capo del governo e sostanzialmente dello stesso Esecutivo esposto alle iniziative di singoli ministri al ricerca di una visibilità in ragione del loro ruolo nel partito di appartenenza.

Probabilmente quella del Presidente “terzo” è una idea nata nelle redazioni dei giornali e nei conversari nelle anticamere dei partiti, lì dove si discute della formazione del nuovo governo e della evidente difficoltà di individuare una personalità che possa coordinare l’azione di un Governo nel quale siedono, in funzione di ministri, due capi di partito, Luigi di Maio e Matteo Salvini, che, come si dice, hanno “messo la faccia” in una competizione elettorale che ha attribuito loro l’etichetta, rispettivamente, di leader del primo partito e della prima coalizione.

Se ne parlerà ancora tra oggi e domani, ma immagino che l’idea della personalità terza lascerà presto il posto nel dibattito politico alla individuazione di un autorevole esponente di uno dei partiti che compongono il Governo ai quali dovrà essere affidato, per esperienza o per capacità di indirizzo e di coordinamento, il delicato ruolo di Presidente del Consiglio dei ministri che dovrà assicurare il massimo impegno nell’attuazione dell’accordo che ha consentito la nascita dell’Esecutivo.

E non è neppure da escludere che sulla indicazione del premier si manifestino contrasti con il Quirinale, magari in relazione alle preoccupazioni che, si dice, agiterebbero i sonni del Presidente per le prossime scadenze europee nell’ambito delle quali la partecipazione dei nostri “euroscettici” potrebbe costituire una nota dissonante. Mentre dietro le quinte c’è chi non dispera si possa tornare alle urne presto, magari dopo un governo “di transizione” o “del presidente”, tenendo conto del ragionevole desiderio di Silvio Berlusconi di tornare in Parlamento dopo la riabilitazione decisa dal Tribunale di Sorveglianza di Milano.

13 maggio 2018

 

Lettera aperta a Luigi Di Maio e Matteo Salvini impegnati a scrivere il programma di governo

 

Onorevoli Antonio Di Maio e Matteo Salvini,

Vi scrivo per mettervi a parte di alcune considerazioni sulla fase politica attuale e su quella che dovrebbe prendere avvio se, come mi auguro, riuscirete a definire un programma di governo, a scegliere il Presidente del Consiglio ed i ministri ed a cominciare a lavorare nell’interesse del Paese che entrambi, sia pure con linguaggio diverso, costantemente richiamate.

Non so dire oggi se, dopo il rientro in campo di Silvio Berlusconi, le possibilità di un governo Lega-M5S sono aumentate o meno, dal momento che il Cavaliere potrebbe essere indotto a scegliere un ritorno immediato alle urne nell’intento di frenare la discesa dei consensi per Forza Italia da tempo registrata in occasione delle elezioni ed ancor più immaginata nei sondaggi. E questo potrebbe costituire per Voi una spinta a chiudere rapidamente sul programma di governo e ad indicare entro domani al Quirinale colui che dovrà rivestire il ruolo fondamentale di Presidente del Consiglio.

Tuttavia a Voi che state discutendo intorno al programma di governo, traendo dalle rispettive piattaforme elettorali, i punti comuni e qualificanti vorrei dare un consiglio, non richiesto ma che presumo, sulla base dell’esperienza di uno che ha letto molto ed ha visto abbastanza, possa essere utile nella fase di avvio dell’esperienza di governo. Mi riferisco all’impatto che avrà sull’opinione pubblica quello che farete fin dai primi giorni, a fronte di una opinione pubblica attenta ai risultati che si attende sulla base delle promesse che sono state fatte nel corso della campagna elettorale, promesse che hanno convinto gran parte dell’elettorato, ma al quale non è stato chiarito in quali tempi le riforme annunciate sarebbero state realizzate. E siccome è inevitabile, considerata la complessità delle riforme, le quali incidono notevolmente sui conti dello Stato, che possa in alcuni ambienti manifestarsi una qualche delusione che potrebbe far scemare nei Vostri confronti il consenso di una parte consistente dell’elettorato Vi ha riservato. Un rischio che corrono tutti i governi. Tanto è vero che spesso, alla successiva prova delle urne, difficilmente sono premiati i partiti che hanno gestito il potere. Accade anche per gli amministratori delle regioni e degli enti locali. Perché amministrare e difficile, si scontra con un sistema amministrativo spesso farraginoso quando non assolutamente inadeguato e con regole giuridiche ed economico-finanziarie che spesso frenano l’azione dei governi, con il risultato di scontentare, almeno sulle prime, una parte dell’elettorato. La macchina delle riforme il più delle volte è lenta, richiede interventi sulle leggi, la modifica di regolamenti ed atti generali sui quali spesso è necessario chiedere pareri al Consiglio di Stato e attendere i controlli preventivi di legittimità della Corte dei conti. Gli uni e gli altri contribuiscono a mantenere l’azione del Presidente del Consiglio e dei ministri sui binari della legalità ma comportano tempi non sempre compatibili con le aspettative dell’opinione pubblica. A volte, poi, l’amministrazione è bloccata dai ricorsi dei controinteressati, che si potrebbero spesso evitare se le norme fossero più chiare come lo erano un tempo.

Scontentare gli elettori è un rischio di tutti i governi. Ma è particolarmente un rischio che correte Voi che vi state accordando per governare un Paese in gravi difficoltà economiche, con un tasso elevato di disoccupazione ed una crescente povertà, diffusa particolarmente in alcune aree, prevalentemente al Sud. Il rischio è accentuato dal fatto che Lega e Movimento 5 Stelle che hanno duramente combattuto la gestione dei governi del Partito Democratico, ai quali hanno rimproverato gravi carenze in ogni settore, molto hanno promesso facendo intendere che avrebbero favorito sviluppo e occupazione assai più della “ripresina”, come in gergo giornalistico viene definita la modesta crescita rilevata dall’ISTAT. Una situazione essenzialmente indotta da condizioni esterne di cui beneficiano l’intero Occidente e, in particolare i paesi dell’Unione Europea, nell’ambito dei quali, tuttavia, l’Italia costituisce il fanalino di coda.

La Vostra critica ai governi dominati da Matteo Renzi ha convinto gli italiani, i quali hanno votato il M5S e la coalizione di Centrodestra dando all’uno e all’altra un consenso notevole sulla base di un programma molto impegnativo che riguarda la riduzione delle imposte, la redistribuzione della ricchezza in favore delle fasce più disagiate della popolazione, un’attenzione più significativa alla sicurezza interna da attuare mediante strumenti giuridici, giudiziari e di controllo, anche in tema di immigrazione. Un pacchetto notevole di promesse che non potrà essere realizzato di colpo per l’impegno finanziario che richiede. Basti pensare all’aiuto a chi non trova lavoro, definito “reddito di cittadinanza” o altrimenti denominato, alla riduzione delle imposte, la cosiddetta Flat tax, alla necessità di migliorare la presenza delle Forze dell’Ordine sul territorio, quanto al numero delle unità impiegate, al loro addestramento, al necessario supporto tecnico. E non è tutto qui, perché giustamente in un volume da poco in libreria (“Ultimo banco – Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia”) Giovanni Floris richiama l’esigenza di un impegno pubblico in favore della scuola. E lì che si formano i cittadini e i futuri professionisti, la scuola per troppo tempo trascurata nonostante sia evidente la necessità di prestare ad essa la massima attenzione, come avviene ovunque in Europa, nei paesi nei quali un figlio è considerato una risorsa per la società sicché lo Stato aiuta economicamente le famiglie che si arricchiscono di nuovi figli assicurando scuola e sport gratuiti ed una somma mensile per il loro mantenimento. Ne sono un esempio, tra gli altri, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia e la Francia.

Nello scenario italiano, nel quale le promesse sono tante, sostenute da un vasto consenso elettorale, ma non facilmente realizzabili in tempi brevi, il governo e i partiti che lo compongono rischiano molto alla prossima scadenza elettorale. Per evitare contraccolpi, perché non si manifesti nell’elettorato una delusione che, come sappiamo, spesso si tramuta in allontanamento dal voto, è necessario che il Governo, fin dai primi giorni, dia immediatamente dei segnali, cioè faccia percepire alla gente che la realizzazione di quanto previsto nel programma di Governo va avanti, ma deve procedere nei tempi fisiologici. Con una gradualità certa ma facilmente percepibile, che dia conto di un impegno coerente con le promesse ma contemporaneamente rispettoso dei vincoli di bilancio. Insomma, una condotta virtuosa, rispettosa delle scelte elettorali che certamente sarà premiata.

Cordialmente

Salvatore Sfrecola

12 maggio 2018 

 

Verso un governo Lega - M5S

La difficile scelta del programma e degli uomini per realizzarlo

di Salvatore Sfrecola

Matteo Salvini e Luigi Di Maio, con i loro più stretti collaboratori, iniziano in queste ore a ragionare sul programma di governo, su quel “contratto” alla tedesca come ama dire il leader del Movimento 5 Stelle, che dovrà definire le cose da fare ma anche individuare gli uomini che le devono fare. Sembra una banalità, ma molti governi come quello di Matteo Renzi hanno dimostrato sotto questo profilo gravissime carenze. Tutti ricordano l’uomo di Rignano sull’Arno esordire in Senato, in sede di presentazione del programma di governo, con una elencazione di riforme da farsi mese dopo mese. Ho detto e scritto in altre occasioni che quel discorso, a parte la spocchia dell’uomo che si rivolgeva ai senatori con aria di sufficienza e tenendo la mano in tasca, aveva dato dimostrazione della sua inadeguatezza a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio. Infatti era evidente che parlava di cose che non conosceva, perché è impossibile riformare l’amministrazione, il fisco, la scuola, la sanità, la giustizia in un mese. E tanta è stata l’incapacità di percepire i problemi del Paese, da parte di chi aveva semplicemente l’esperienza di Sindaco della bellissima Firenze, una città che comunque è più piccola di un municipio di Roma, che ha portato al governo amici cari e affettuosi ma senza professionalità e senza esperienza. A cominciare da Maria Elena Boschi alla quale ha affidato addirittura la revisione della Costituzione, un testo demenziale, naufragato il 4 dicembre 2016 sotto la marea del voto degli italiani che avevano cominciato a capire chi fosse veramente il leader del Partito Democratico. Per continuare con Marianna Madia che ha dato nome ad una riforma della pubblica amministrazione che non ha riformato niente, che non ha cioè dato agli apparati dello Stato la struttura adeguata alle esigenze dei nostri tempi e alle procedure la snellezza necessaria per agevolare la vita dei cittadini e delle imprese.

Nel momento in cui Salvini e Di Maio si mettono intorno ad un tavolo per decidere le cose da fare non è dunque indifferente la definizione del quadro normativo di riferimento e l’individuazione degli uomini che devono attuare il programma di governo, tenendo presente che è sulla base dei risultati che gli italiani cominceranno a valutare le capacità governative della Lega e del M5S, a partire dalle elezioni regionali dell’anno prossimo. Sempre tenendo presente che in un Paese nel quale si vota ogni anno il cittadino è costantemente attento all’attività di chi amministra lo Stato, le regioni e gli enti locali.

Occorrono dunque uomini e donne capaci per cultura professionale, per esperienza e per sensibilità politica di comprendere cosa va fatto, come va fatto e in quali tempi, considerato che da sempre, ed in particolare ai giorni nostri, il tempo è un valore, la perdita di tempo è un costo. Ministri, Sottosegretari, ma anche Capi di gabinetto e Capi degli uffici legislativi ed inoltre Direttori di dipartimento e di Direzioni generali, cioè gli staff che accanto ai ministri gestiscono le amministrazioni devono essere all’altezza del compito. E qui voglio aggiungere, per la mia lunga esperienza nelle pubbliche amministrazioni e per aver esercitato per alcuni decenni le funzioni di magistrato della Corte dei conti, che la scelta deve ricadere su persone le quali abbiano una speciale capacità di interlocuzione con la struttura amministrativa, che possano parlare il linguaggio dell’amministrazione per far comprendere dove si deve intervenire e come si deve intervenire. Questo è un aspetto che è stato troppo spesso trascurato ed ha fatto sì che la buona volontà di alcuni ministri sia stata frustrata dalla incapacità loro e dei loro collaboratori di dialogare con l’amministrazione, spesso creando disagi nei rapporti con la dirigenza statale per l’immissione nei ruoli di estranei, spesso incapaci e senza esperienza. Con l’effetto di mortificare i funzionari di carriera i quali non solo si sono visti precludere certe posizioni che rientravano nelle loro aspettative ma sono stati diretti da persone modeste con gli effetti che ha potuto constatare chiunque conosce un po’ la pubblica amministrazione.

È, dunque, un passaggio delicato, delicatissimo quello che sono chiamati ad affrontare in questi giorni i capi della Lega e del Movimento 5 Stelle, passaggi cruciali dai quali dipenderà l’esito positivo o meno dell’esperienza del primo governo Salvini-Di Maio.

10 maggio 2018

 

Coincidenze e differenze

Le “consultazioni” al Quirinale: dal Regno alla Repubblica

di Salvatore Sfrecola

Il “rito” delle consultazioni per la formazione del nuovo governo dopo le elezioni del 4 marzo 2018, che si svolgono al Quirinale, l’antica residenza dei Papi, poi dei Re d’Italia ed oggi del Presidente della Repubblica, è seguito dagli italiani con crescente preoccupazione attraverso i commenti dei giornali e dei servizi televisivi arricchiti dalle dichiarazioni, spesso polemiche, non di rado al limite dell’insulto, dei politici che a quegli incontri partecipano. Ed a molti è parso che questa attività, la quale si dipana tra il Colle più alto, Palazzo Madama e Palazzo Montecitorio, dove i Presidenti del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera dei deputati, Roberto Fico, hanno, a loro volta, svolto le consultazioni complementari richieste dal Presidente Sergio Mattarella, sia una consuetudine recente, espressione della “democrazia repubblicana”.

Non è così. Se l’insegnamento della storia non fosse, come sappiamo, praticamente uscito dai programmi scolastici, come quello dell’Educazione civica, forse ai giovani italiani sarebbero forniti elementi di una qualche cultura politica necessaria per essere buoni cittadini. Ricordo bene episodi di valutazione dell’offerta politica, come si direbbe oggi, in tempi in cui al Quirinale sedeva re Vittorio Emanuele III, ma ho voluto “ripassare” le regole della “democrazia parlamentare” rileggendo in questi giorni “Il Diritto Pubblico Italiano”, un bel libro del Professore Santi Romano, uno dei grandi del Diritto Pubblico, colui al quale si deve la formulazione della teoria dell’“ordinamento giuridico”, come sanno bene i giuristi. Inedito, scritto tra il 1913 ed il 1914 perché fosse pubblicato in Germania su invito di Max Huber con il titolo Staatsrecht Königsreichs Italien, il dattiloscritto, rimasto nel cassetto fino a alla sua pubblicazione, nel 1988, dall’editore Giuffrè, ci offre una straordinaria ricostruzione del Diritto costituzionale del Regno d’Italia. Dove le consultazioni, che hanno dato lo spunto a queste riflessioni comparate tra Regno e Repubblica, si facevano da parte del Re che interpellava personalità politiche ed esponenti dei partiti alla ricerca di una maggioranza che sostenesse il governo “parlamentare”. “Il che implica – scrive Romano – che, date le attribuzioni che ai ministri sono dal nostro diritto deferite, specialmente quella di coordinare con la Corona e tra di loro tutti gli altri organi dello Stato, il Gabinetto è in grado di raggiungere questo suo scopo solo quando sia in armonia ed ha la fiducia degli altri organi costituzionali, e quindi, oltre che del Re, anche del Parlamento. Il Re, per conseguenza, nel procedere alla sua costituzione, deve tener conto della necessità di questo accordo fra le Camere e i ministri, e, ove questo accordo in seguito venga a mancare, occorre che il Gabinetto si ritiri, a meno che non sia possibile o preferibile eliminare il conflitto altrimenti, specie sciogliendo la Camera dei deputati”. Ricordo che, essendo elettiva solamente la Camera, esclusivamente ad essa spettava concedere la fiducia al Governo. Il Senato, infatti, era di nomina regia.

Sottolinea Romano le caratteristiche dello Stato italiano “monarchico e, nello stesso tempo, democratico (democrazia rappresentativa)”, come recita l’art. 2 della Carta costituzionale del Regno, lo Statuto Albertino (“Lo Stato è retto da un Governo monarchico rappresentativo”). Uno Statuto tutto da rileggere per ritrovare in quella esperienza costituzionale le ragioni di molte regole della vigente Carta fondamentale.

Delle consultazioni del Re, sempre alla ricerca di armonia e fiducia tra le forze politiche perché fosse dato un Governo all’Italia, se ne ricordano alcune particolari. All’indomani dell’assassinio del padre, Umberto I, quando il nuovo Re, Vittorio Emanuele III, ricercò con successo una difficile soluzione che impedisse il prevalere di pulsioni autoritarie che, con l’intento di colpire i nuclei anarchici nell’ambito dei quali era maturato l’attentato, volevano comprimere i diritti dei lavoratori e il crescente successo dei socialisti. Scrive Fédérc Le Moal in un bel libro di recente dedicato al Re (“Vittorio Emanuele III”, Ley Edition) che il giovane sovrano aveva “compreso le condizioni socio politiche che hanno portato al regicidio e deve aver tratto le sue conclusioni. La perennità dell’istituzione monarchica gli impone di accettare la democratizzazione della società”. E fu il decennio delle riforme guidate da Giovanni Giolitti che posero l’Italia all’avanguardia in Europa. Poi durante la Grande Guerra il Re aveva dovuto mediare nel ricostituire governi dopo i contrasti tra la classe politica ed i generali che dal fronte premevano per disporre di nuove risorse per gli armamenti. Né va trascurato che nel 1922 il Re si spese invano per ottenere dai popolari di Luigi Sturzo, dai socialisti di Filippo Turati e dai liberali di Giovanni Giolitti un impegno per affrontare la crisi economica e sociale del dopoguerra che stava incendiando l’Italia, soprattutto al Nord e in alcune aree del Centro, tra “rossi” e fascisti. In un contesto nel quale, come si legge in un bel libro di Domenico Fisichella, da poco in libreria, “Ascesa e declino dell’unità d’Italia” (Pagine Editore), forte era la preoccupazione per l’affermarsi dell’ideologia comunista tra il 1918 e il 1922, allorché il bolscevismo coltiva l’esplicito proposito di sviluppare una rivoluzione mondiale che prenda le mosse dall’oriente, dal mondo coloniale in nome dell’autodeterminazione dei popoli e della lotta contro l’oppressione imperiale (e imperialista) delle potenze occidentali. “L’Italia è tra le nazioni toccate dal problema, ed è fortemente esposta al rischio del contagio. Come tutti i paesi usciti dalla guerra nel 1918, si avverte il peso dei costi umani e sociali, che il problema del reinserimento nel lavoro dei reduci dal fronte, la spesa pubblica si è sopra caricata, alta è l’aspettativa del ritorno a una vita normale e all’ordine”.

Fisichella ricorda lo stato di irrequietezza sociale che sfocia in agitazioni di massa, scioperi indiscriminati nel settore della produzione industriale agricola e dei servizi pubblici, occupazione di fabbriche, con un potenziale offensivo particolarmente violento nelle campagne, con l’occupazione di terre, incendi nei fienili, distruzione dei raccolti, uccisione di bestiame, saccheggi, blocchi stradali, violenze ai proprietari e ai fittavoli. Inoltre, molteplici sono le aggressioni a ufficiali e militari reduci dalle trincee, giudicati colpevoli di aver combattuto una guerra “ antipopolare””. E fu il Governo Mussolini votato da quei partiti che non avevano voluto assumersi in prima persona la responsabilità dell’Esecutivo.

Difficili molto spesso, quelle consultazioni nondimeno costituiscono un’importante occasione di riflessione storica e costituzionale e di confronto con la situazione attuale che mette anche a confronto la figura ed il ruolo del Re e del Presidente della Repubblica. Indagine e riflessione con l’apporto della rilettura di un celebre scritto di Luigi Einaudi, del 24 maggio 1946, per L’Opinione, nel quale il celebre economista, che sarà il primo Presidente della Repubblica, spiegava le ragioni per le quali al referendum del 2 giugno avrebbe votato per la Monarchia. Una riflessione importante, solo apparentemente occasionata dalla campagna referendaria tanto che quell’articolo è riportato integralmente nel ricordato libro di Domenico Fisichella.

La prosa di Einaudi come sempre si sviluppa sulla base di considerazioni che poggiano su analisi arricchite da importanti riferimenti di carattere storico. Utili anche per quanti, a giorni alterni, richiamano i “vantaggi” della repubblica presidenziale o semi presidenziale. Alla francese, per intenderci. Scrive Einaudi: “neanche la elezione del Capo dello Stato da parte del suffragio universale diretto e segreto col sistema della repubblica presidenziale, è garanzia di libertà”. Concludendo che “deve esistere un capo di Stato, il quale tragga ragioni di vita da una fonte diversa dalla elezione. Questa fonte è una forza storica, costituita da tradizioni, da opere compiute in passato attraverso secoli di lotte e che non possono essere distrutte da errori commessi in un tempo recente che è un attimo nella vita dei popoli. Noi non possiamo dimenticare che il Piemonte e la Casa Savoia con la lotta secolare avevano respinto, da un lato, sino al Ticino, spagnoli e tedeschi e dall’altro, sino alle Alpi, i francesi, … Noi non possiamo dimenticare che fu così foggiata quella spada, furono fondati e agguerriti quei reggimenti senza di cui la idea dell’unità d’Italia sarebbe rimasta vana aspirazione di pensatori e di poeti. Il patrimonio delle tradizioni e delle glorie avite è patrimonio di tutti, che dobbiamo trasmettere intatto ai figli e ai nepoti. Lo dobbiamo trasmettere cresciuto e rinnovato. La monarchia, forza storica, potere posto al di sopra delle parti, deve diventare quell’istituto di cui in Inghilterra si dice che non se ne parla mai”.

Al di sopra della parti, garante “dell’organizzazione dello Stato”, scrive Romano, “mantenuta dal Re, che partecipa a tutti e tre i poteri” (legislativo, esecutivo, giudiziario). Primus inter pares, che tuttavia non può esercitare alcuna attribuzione senza il concorso di altro organo dello Stato, normalmente di un ministro (art. 67 dello Statuto). È la controfirma ministeriale.

Al di sopra delle parti anche il Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione repubblicana, laddove al comma 1 è scritto che “rappresenta l’unità nazionale”. Ma si può effettivamente considerare al di sopra delle parti una personalità che perviene al più alto seggio della Repubblica avendo alle spalle un cursus honorum che lo ha visto protagonista della vita politica, schierato in un partito, una fazione che si alimenta di specifici valori spirituali e civili non condivisi da altri. In contrapposizione, anche vivace, sui temi più vari, quanto ai diritti individuali e sociali?

Come vedono i cittadini il politico impegnato che improvvisamente, eletto Capo dello Stato dovrebbe dimenticare i tratti più duri della sua esperienza politica per essere “al di sopra delle parti”? È lecito il dubbio che quella personalità politica mantenga integri nel suo cuore i motivi della sua battaglia in Parlamento e nel Paese e che nelle decisioni che è chiamato ad assumere come Capo dello Stato sia comunque condizionato dalle sue idee politiche, dai valori ai quali ha dedicato il suo impegno in tanti anni di militanza in un partito. Penso alla nomina dei cinque Giudici della Corte costituzionale, ben un terzo del plenum del Collegio che ha il compito di giudicare della conformità delle leggi alla Carta fondamentale. In gran parte si tratta di leggi promulgate dal Capo dello Stato.

Il dubbio è lecito, inevitabile la diffidenza. Quel Capo dello Stato che “rappresenta l’unità nazionale” per molti sarà sempre l’avversario politico in tante occasioni contrastato e contestato. Anche quando la scelta cade su una personalità di quelle che si ritengono un po’ sbiadite, scelte soprattutto per assicurare un compromesso, per favorire la convergenza dei partiti. Con il dubbio, in questo caso, che il personaggio sul Colle sia facilmente condizionabile, che quello che si è presentato come un Presidente di poco spessore si riveli, poi, quanto meno imprevedibile. Che, impegnato in un compito spesso definito “notarile”, in realtà sia un personaggio inaffidabile.

Con molta ipocrisia, italico more, di tutti i Presidenti, finché in carica, si dice sempre un gran bene. Si racconta, ad esempio, di Mario Missiroli, giornalista illustre, il quale incontrando, subito dopo le votazioni, un Presidente appena eletto gli si era fatto incontro dicendo “Eccellenza siamo nelle sue mani” per continuare, quando il personaggio aveva girato l’angolo, “in che mani siamo!”

La differenza fondamentale tra un presidente della Repubblica ed un re balza subito agli occhi. Il primo viene necessariamente dalla politica, spesso con una rilevante esperienza di partito e di governo. È quindi un uomo naturalmente “di parte” e ci si attende che impari a divenire immediatamente super partes. Del Re si sa che lo è naturalmente perché non deve altro che alla storia il suo ruolo, che continuerà con il suo successore. È l’anima di un popolo.

Lo hanno capito anche i partiti all’indomani del controverso referendum del 2 giugno 1946 scegliendo prima un presidente provvisorio nella persona di Enrico de Nicola e quindi il primo presidente eletto in Luigi Einaudi, entrambi di fede monarchica e Senatori del Regno, capaci di esprimere il massimo della indipendenza e dell’autonomia in ragione della loro cultura istituzionale. Si sono comportati come sapevano si sarebbe comportato un Re!

Poi la storia della Presidenza della Repubblica si è dipanata con la elezione di personaggi caratterizzati da una specifica e ben evidente impostazione politica che, anche quando si è manifestata con modalità ampiamente apprezzate dai cittadini, come nel caso di Sandro Pertini, non hanno dato dimostrazione di estraneità alla parte politica di provenienza e nella quale erano politicamente cresciuti. D’altra parte è inevitabile che la cultura politica praticata per tanti anni in posizione di responsabilità non possa essere occultata e traspaia anche solo di tanto in tanto nei comportamenti dei presidenti. Ed è naturale che i partiti che sono lontani dalla cultura politica di provenienza del Capo dello Stato lo guardino con un atteggiamento, se non di sospetto, certamente guardingo.

Da ultimo Giorgio Napolitano, immediato predecessore di Sergio Mattarella, ha dato ampia manifestazione di essere uomo di parte tra l’altro sposando apertamente la riforma costituzionale del governo Renzi, difesa a spada tratta anche durante la campagna referendaria, giungendo perfino a sostenere che la bocciatura della riforma avrebbe rappresentato il disconoscimento anche della sua eredità. Quello stesso presidente che, di fronte ad una sentenza della Corte costituzionale, la n. 1 del 2014, la quale aveva dichiarato contraria alla Carta fondamentale la legge elettorale sulla base della quale il Parlamento era stato eletto, invece di presidiare la pronuncia della Consulta e richiedere al Governo e al Parlamento di mantenersi nell’ambito di una minima attività in attesa di una nuova legge elettorale per tornare alle urne, ha lasciato che la legislatura si svolgesse pienamente e il Parlamento delegittimato non solo continuasse a fare riforme su riforme ma approvasse addirittura una legge di revisione di gran parte della Costituzione.

Domani avrà luogo una nuova consultazione dei partiti. Brevissima, di una sola giornata. In un clima di crescente preoccupazione degli italiani i quali sentono dire nei dibattiti televisivi e leggono sui giornali che il Presidente non sarebbe favorevole ad un governo di Matteo Salvini per le critiche mosse all’Unione Europea. Voci, ovviamente, ma non smentite. Quelle che passano come “negli ambienti del Quirinale si dice che”. Posizioni che sembra non tengano conto di un voto che ha premiato quanti, nel corso della precedente legislatura, si sono opposti al governo di Matteo Renzi attribuendo un numero rilevante di parlamentari al Movimento Cinque Stelle ed alla coalizione di Centrodestra, questa, tra l’altro, ulteriormente premiata nelle elezioni per il rinnovo dei Consigli regionali del Molise e del Friuli-Venezia Giulia. Voci che destano, almeno, sconcerto.

6 maggio 2018

 

 

Poteri “forti” immaginari

e politica “debole” reale.

Quando si confondono le cause con gli effetti

di Salvatore Sfrecola

 

Non è raro che nella analisi dei fatti della politica vengano confusi cause ed effetti. E così, a proposito della rappresentazione che, alla ricerca di una maggioranza di governo, in questi giorni i partiti offrono ai cittadini Angelo Panebianco, in un editoriale sul Corriere della Sera del 28 aprile (“I veri poteri forti. Stereotipi (e bugie) sull’Italia di oggi”) fa intendere che la situazione di stallo sia dovuta all’assenza, nelle consultazioni, delle delegazioni dei “poteri forti”, che indentifica nei vertici delle magistratura (ordinaria, amministrativa, costituzionale) e nella dirigenza amministrativa.

Lettore attento e, il più delle volte ammirato del politologo bolognese, non solo per quel che scrive sul Corriere ma anche per i suoi saggi, stavolta non concordo. Non condivido, in particolare, la tesi che “gli orientamenti di queste tecnostrutture statali sono cruciali”. Nel senso che, secondo Panebianco, “può anche formarsi un governo senza la loro benedizione ma in tal caso la sua navigazione sarà inevitabilmente agitata e precaria, e i suoi esponenti saranno costantemente a rischio di decapitazione politica”.

Già in queste frasi è evidente che quei poteri sono “forti” esclusivamente perché la politica è debole. Per una elementare constatazione, comune a quanti sanno di diritto. Sono i partiti che, in Parlamento e al Governo, scrivono le regole dell’amministrazione e della giustizia, i settori nei quali il Paese offre il peggio si sé, una burocrazia asfissiante e inefficiente, un fisco rapace, la mancanza di certezza delle regole. Tutto ciò che sconsiglia ad investire in Italia, tanto gli italiani quanto gli stranieri. Entrambi, infatti, trovano migliori occasioni di lavoro a pochi chilometri di distanza dai nostri contini, in quella Europa che avrebbe dovuto assicurare a tutti lo stesso fisco e gli stessi oneri di lavoro.

Mi sembra sufficiente per affermare che la politica è venuta meno al proprio ruolo che è quello di presentare ai cittadini una proposta di governo che, se condivisa dal corpo elettorale, diventa indirizzo politico dell’esecutivo. Se non si passa dalla promessa alla realizzazione ciò non può essere addebitato al “poteri forti”, amministrativi o giudiziari. Ciò è avvenuto, scrive Panebianco, quando “con la fine della Guerra fredda finì anche l’era del predominio dei partiti sulla vita pubblica”.

Troppo semplice. In realtà, fino a “mani pulite”, l’inchiesta sulla corruzione che da Milano ha decapitato i partiti che fino ad allora avevano gestito il potere in assoluta condivisione, chi dal governo chi dall’opposizione, la politica della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati aveva seguito l’onda benefica dell’impegno pressante nella ricostruzione post bellica affidata alla Pubblica Amministrazione e alle società a partecipazione statale. L’Italia, distrutta dalla guerra, è stata rimessa in piedi da una struttura pubblica della quale oggi pochi ricordano il nome “il genio civile”, mentre gli enti pubblici economici, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (I.R.I.) l’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.), l’Ente partecipazione e finanziamento industria manifatturiera (E.FI.M) e la Cassa per i Mezzogiorno realizzavano le grandi infrastrutture e assicuravano migliaia di posti di lavoro. Quel potere politico forte fu definito “partitocrazia” da Giuseppe Maranini perché occupava ogni poltrona, distribuendo il potere tra i partiti e le correnti dei partiti con la regola ferrea del “manuale Cencelli” basata sulla misura del consenso elettorale. I “boiardi” di Stato, come venivano definiti i dirigenti degli enti pubblici e delle società a partecipazione statale, facevano riferimento ai capi delle correnti delle quali alimentavano le casse, per finanziare giornali, organizzare i convegni con i quali ci si collegava alle categorie della cultura e del lavoro ed i congressi nei quali, il più delle volte, prevaleva chi disponeva delle risorse necessarie per comprare un numero adeguato di tessere.

Il denaro proveniva dalle imprese che, adeguatamente aiutate a prevalere nelle gare di appalto, si aggiudicavano lavori e forniture per molti miliardi (di lire). Il 3 luglio 1992, nel bel mezzo delle inchieste della Procura della Repubblica di Milano, Bettino Craxi, parlando alla Camera dei deputati, fu implacabile: “tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale”. Il finanziamento dei partiti e delle strutture andava avanti così da anni. Ma va anche detto che le opere si facevano e il PIL cresceva.

Caduti i capi storici della partitocrazia, Andreotti, Forlani, e gli altri “cavalli di razza” della D.C. e non solo, sono giunti al potere quelli delle seconde e terze file, gente modesta con scarsa esperienza della politica e dell’amministrazione che ha cercato soprattutto a tirare a campare, a sopravvivere dimenticando l’insegnamento di De Gasperi, secondo il quale “la differenza fra un politico ed uno statista sta nel fatto che un politico pensa alle prossime elezioni mentre lo statista pensa alle prossime generazioni”.

E così, in assenza assoluta di statisti degni di questo nome, la politica “debole” ha cominciato a smantellare quello che poteva apparire un potere “forte”, la Pubblica Amministrazione, dimostrando, fra l’altro, di ignorare che le realizzazioni dei governi passano attraverso la capacità degli uffici dell’Amministrazione pubblica di realizzare il programma di governo. Si è così operato su un doppio binario, quello della disarticolazione delle strutture amministrative, secondo la tradizionale regola del “divide et impera”, attraverso la moltiplicazione degli uffici e dei posti di funzione, molti dei quali sono stati assegnati, sulla base dello spoyl sistem ad estranei di provata fede politica ma, il più delle volte, di modesta preparazione professionale spesso senza alcuna esperienza. Con la conseguenza che la politica ha finito per alienarsi la simpatia dei funzionari vincitori di concorso i quali hanno visto frustrate le loro aspettative di carriera per cui, mortificati nella loro dignità di servitori dello Stato, hanno risposto nell’unico modo per loro possibile, con l’inefficienza. Nella maggior parte dei casi riducendo l’entusiasmo nell’esecuzione del lavoro.

Analoga situazione si è verificata nelle magistrature, soprattutto amministrativa e contabile, cioè la Corte dei conti (dimenticata da Panebianco) i cui vertici sono stati falcidiati dalla normativa che ha ridotto i limiti di età. Renzi lo ha fatto ritenendo (o essendogli stato fatto ritenere) che così avrebbe fatto un piacere ai più giovani, anche per aver escluso dai ruoli di grand commis d’Etat coloro che avevano consentito ai Presidenti del Consiglio ed ai ministri di avvalersi di loro come Capi di Gabinetto, e degli Uffici legislativi o consiglieri giuridici. Funzione che so controversa ma che, se attribuita a personalità con alto senso dello Stato, non ha mai fatto confusione sui diversi ruoli ma favoriva buona amministrazione e buona legislazione. Ricordo che, da giovane funzionario, prestai servizio nel 1979 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il cui Ufficio legislativo (oggi Dipartimento per gli affari giuridico e legislativi – DAGL) era retto da Giuseppe Potenza, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, chiamato con timoroso rispetto “il legislatore”, autore, insieme a Guido Landi, di quel Manuale di Diritto Amministrativo sul quale si sono formati migliaia di pubblici funzionari e magistrati.

Allo sbaraglio, come ha dimostrato massimamente il Governo di Matteo Renzi formato da politici di scarsa o nessuna esperienza e preparazione professionale che si è dilettato nel fare la guerra a funzionari e magistrati, il governo è nel guado e non c’è dubbio che a lungo vi rimarrà perché gli errori si pagano nel tempo, come quelle derivanti dalle “leggi Bassanini”, delle quali lo stesso autore si sarebbe pentito, le quali hanno alterato l’assetto delle amministrazioni senza che al preesistente si sostituisse un quadro normativo ed operativo più moderno ed adeguato alle esigenze del momento.

Poteri forti? Macché, caro Professore Panebianco, classe politica debole, anzi debolissima, senza esperienza dacché nella tanto vituperata prima repubblica nessuno avrebbe pensato di mettere a presidente del Consiglio una persona con la sola esperienza di sindaco di Firenze, città bellissima, nel cuore di tutti gli italiani, ma con un numero di abitanti pari a quelli di un municipio di Roma, o ministro delle infrastrutture e dei trasporti (già dei lavori pubblici, dei trasporti e della marina mercantile, da far tremare i polsi di un politico di lungo corso) un Graziano Delrio già sindaco di Reggio Emilia, una città con poco più di 100 mila abitanti. Per non dire di Maria Elena Boschi, messa a studiare nientemeno che la riforma della Costituzione, e di Marianna Madia con zero esperienza, come si sapeva e come si è potuto verificare, incaricata della Pubblica Amministrazione e dell’innovazione, un ministero chiave dove si dovrebbe studiare il modo di far funzionare più celermente e con meno burocrazia. E si invia in Europa quale responsabile della  politica estera e di sicurezza comune e Vice presidente della Commissione europea  Federica Mogherini le cui dichiarazioni pubbliche sono di una imbarazzante ovvietà. “Lavoriamo per la pace” è la sua frase preferita.

Questi i problemi dei partiti, del governo e del Paese. Altro che dietrologie sui poteri forti. Che anche se fossero effettivamente forti dovrebbero battere il passo dinanzi ad una politica autorevole. In fin dei conti lo riconosce Panebianco per il quale “l’incultura di molti parlamentari contribuisce al risultato (riassumo: l’incapacità di far fronte ai problemi economici e finanziari del Paese; n.d.A.) ma la sudditanza della politica rispetto all’amministrazione (la sola in possesso delle competenze tecnico-giuridiche) fa sì che su quest’ultima ricadano responsabilità pesanti. O si pensi ai gravissimi danni economici a carico della collettività prodotti da avventati procedimenti giudiziari contro aziende, i quali, molti anni dopo, finiscono, spesso, con assoluzioni «per non aver commesso il fatto». Per formazione (esclusivamente giuridica) e per forma mentis , gli esponenti di quelle tecnostrutture sono spesso refrattari a qualunque calcolo economico, e disinteressati – quando non ostili per principio- alle esigenze di aziende e mercati”.

Dunque, come ho scritto iniziando, si confondono le cause con gli effetti.

2 maggio 2018

 

 

“Conversazione sulla Monarchia” di Alessandro Sacchi e Adriano Monti Buzzetti Colella, edizioni di Historica

di Salvatore Sfrecola

 

“Ha senso scrivere della Monarchia oggi? Proprio nel 2018?”. Se lo chiede nella prefazione al libro, ed è una domanda retorica, Amedeo di Savoia. E la risposta è SÌ.

Sì, perché questa bella intervista di Adriano Monti Buzzetti ad Alessandro Sacchi ha il coraggio di andare controcorrente, perché osa sfidare i “dogmi” della cultura dominante.

Sì, perché – ai giovani che sono il nostro domani – dice che quei valori irrisi, vilipesi, respinti, non sono affatto superati per la semplice ragione che sono permanenti, sono parte integrante della coscienza dell’uomo.

Sì, perché spiega che senza autorità non c’è libertà, senza disciplina non c’è ordine, senza merito non c’è giustizia, senza solidarietà non c’è coesione sociale.

Sì perché la Monarchia è il legame, il vincolo, il simbolo dei valori fondanti della società più giusta che si vuole costruire.

Sì, perché la Monarchia, affondando le sue radici nella storia e nella memoria, può rappresentare la guida verso l’avvenire.

Sì, perché la Monarchia è un principio, è il principio da cui dobbiamo ripartire”.

Sintesi efficace, questa offerta dal Principe sabaudo, delle ragioni dell’attualità della istituzione monarchica autorevolmente attestata dagli ordinamenti di molti stati europei, tra i più sviluppati ed i più virtuosi. Laddove il Sovrano incarna la Nazione, con la sua storia, e la continuità dello stato, dal Regno Unito alla Danimarca, dalla Spagna, che difende la sua unità contro attentati separatisti, alla Norvegia, al Belgio, nel quale la presenza del Re consente di mantenere in limiti politicamente fisiologici l’antico contrasto tra fiamminghi e valloni. E, poi, la Svezia, l’Olanda, paesi civilissimi partecipi dell’Unione Europea senza perdere il senso della sovranità nazionale e della identità di quei popoli.

Seduti al Gambrinus, il Gran Caffè la cui storia inizia con l’Unità di Italia e diventa in breve tempo il salotto del bel mondo napoletano, “Fornitore della Real Casa”, Alessandro Sacchi, Avvocato cassazionista, dal 2010 Presidente dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), conversa con Adriano Monti Buzzetti Colella, giornalista RAI e conduttore TV. È così che prende forma questo agile volume ricco di spunti storici e di riflessioni politiche utili per disegnare un futuro possibile e sperato per restituire all’Italia e agli italiani la dignità del ruolo che compete alla storia di questo straordinario popolo nel contesto europeo e mondiale. Per uscire dal disagio attuale della vita politica italiana, delle istituzioni e della società civile definita la “morta gora della nazione, intesa come identità prima ancora che come “complesso di persone che hanno comunanza d’origine”, tanto per citare la Treccani”. E così il dialogo tra il giornalista e il politico si sviluppa proprio sulla base di quella sete istintiva di valori identitari che caratterizza tutte le generazioni e le culture in qualche modo “orfane” dei loro “miti fondativi”. Ed è il tema del momento, dacché è facile constatare come questo Paese abbia perduto il senso dell’identità, dell’appartenenza, ancor più evidente nell’anno centenario della grande guerra 1915 1918 che, per quanti hanno a cuore il valore dell’unità d’Italia, è soprattutto la quarta guerra d’indipendenza, quella che ha portato i confini della Patria oltre Trento e Trieste. In una stagione nella quale Corte costituzionale e Consiglio di Stato hanno dovuto ricordare ad una istituzione universitaria, la quale aveva previsto corsi esclusivamente in lingua inglese, che non si può prescindere nell’insegnamento dall’italiano perché la lingua identifica un popolo, la sua storia, l’essenza del suo essere proiettato verso l’avvenire. Tutto questo mentre si odono pericolose, ricorrenti pulsioni antiunitarie nella contestazione, non ragionata e non basata su documenti veri dei limiti, inevitabili e da ogni persona di onestà intellettuale riconosciuti, di alcune fasi della integrazione delle regioni meridionali nel nuovo Stato unitario che ha avuto origine il 17 marzo 1861.

Convinti che l’unità sia un valore non storico non sentimentale, un valore autentico che fa di una massa di uomini e di donne un popolo, quel popolo in nome del quale i giudici in Italia pronunciano le loro sentenze, si dipana il colloquio fra il giornalista, scrittore raffinato e colto, e l’avvocato napoletano, gioviale e carismatico, acclamato Presidente dell’U.M.I nel 2010, succedendo a Sergio Boschiero che aveva tenuto alta la fiaccola della Monarchia lungo gli anni difficili del 68, identificato come periodo storico che ha squassato profondamente l’animo e lo spirito politico delle generazioni del dopoguerra. Sacchi è stato chiamato alla Presidenza dell’Associazione, che è politica ma non partitica, per scrivere una nuova pagina del monarchismo in un confronto attivo con le istituzioni repubblicane per rappresentare ad essi ed al popolo italiano una alternativa. E già con la partecipazione attiva alla campagna referendaria del 2016, battendosi per il NO, Sacchi ha dimostrato di voler cambiare e innovare nello spirito e nella prassi dell’azione dei monarchici italiani nella difesa della democrazia parlamentare con la quale è nato lo Stato unitario, contro le semplificazioni spacciate per innovazioni ma nella realtà finalizzate alla gestione autoritaria de potere. Difende il Parlamento bicamerale ma entra in polemica innanzitutto con l’articolo 139 della Costituzione il base al quale “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Una limitazione che costituisce una lesione gravissima della democrazia che ha alla base la sovranità del popolo. Sacchi ricorda, al riguardo, che alla stesura della Costituzione nel 1946-1947, hanno concorso molti consultori di fede monarchica che identifica anche nei circa 70 che non approvarono la Costituzione del suo complesso. Uomini di pensiero, da Luigi Einaudi a Benedetto Croce, portatori dei valori dello Stato risorgimentale, liberale e democratico, i quali hanno concorso con la loro fede nella libertà a scrivere le norme sui diritti, memori di una tradizione costituzionale, quella dello Statuto Albertino del quale Piero Calamandrei, repubblicanissimo, diceva in Assemblea Costituente il 4 marzo 1947, parlando dello stile e della chiarezza che deve caratterizzare una costituzione, “guardate come era semplice e sobrio; ed ha servito a governare l’Italia per quasi un secolo”.

Monti Buzzetti richiama le condizioni attuali dell’Italia, alle prese con mille problemi, dal debito pubblico alla disoccupazione giovanile e gli chiede perché mai il nostro Paese “dovrebbe sobbarcarsi anche l’onere di un bouleversment così radicale?” Aggiungendo “cosa ti fa ritenere che ne valga davvero la pena?”.

Per Sacchi l’Italia è cambiata rispetto al 1946 “e sono cambiati gli italiani: è consentita una mobilità ed è permesso uno scambio di opinioni inimmaginabili, anche grazie ad Internet, soltanto fino a pochi anni fa. Gli italiani viaggiano e confrontano e nella comparazione con figure come i giovanissimi sovrani di Belgio, Spagna e Olanda, ma anche nelle rasserenanti figure al vertice di Gran Bretagna o Danimarca, la partita dura poco…”. E viene in mente il giovane erede al trono di Danimarca che accompagna i figli a scuola in bicicletta, mentre i politici di casa nostra che non si muovono se non con l’auto blu e percorrono le strade di Roma a sirena spiegata quasi non volessero avere contatti con la gente né percepirne i problemi, proprio a cominciare da quelli del traffico che pesano sulla vita quotidiana di lavoratori e studenti, dei padri e delle madri di famiglia impegnati ad accompagnare a scuola i figli prima di recarsi al lavoro. Uno stridente contrasto tra la normalità dei membri di una famiglia reale e la ricerca dello status simbol di una classe politica modesta formata da persone molte delle quali sono giunte ad assumere posizioni di responsabilità senza esperienze pregresse, politiche, professionali e umane, quelle che, si è detto scherzando, fanno sì che il politico non sappia rispondere alla domanda “quanto costa un litro di latte?” perché mai lo aveva personalmente comprato.

Vi è una importante considerazione che fa Alessandro Sacchi dopo aver parlato di Francia e Spagna e del senso alto della unità, quel sentimento che sulle rive della Senna “antepone il concetto di Patria a qualunque ne sia la sua espressione istituzionale. La Francia viene prima di tutto, con i suoi Re, le sue rivoluzioni, Napoleone e Marianna”. E sottolinea come “in Italia, dopo il 2 giugno 1946, vi è stata una demolizione sistematica dei valori fondanti, che affondavano le radici dell’epopea risorgimentale, consegnando l’opinione pubblica alle tentazioni separatiste di certa politica settentrionale o a conati revanscisti di certo revisionismo borbonico. Senza passato e senza futuro, le une e gli altri”. Perfettamente in linea con Indro Montanelli, giornalista e storico raffinato, il quale nell’avvertenza che apre il suo volume “L’Italia della Repubblica", da poco tornato nelle librerie e nelle edicole, in abbinamento al Corriere della Sera, scrive che “di coloro che avevano votato Repubblica… pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità… scomparso anche quello, il Paese era in balia di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione”.

Ed a proposito di pulsioni antiunitarie irresponsabilmente coltivate da alcune forze politiche, soprattutto meridionali, Sacchi denuncia “il mito, costruito ad arte ad opera di disinformatori, o peggio, di falsari … alimentato da chi preferisce cullarsi nel rimpianto delle false occasioni perdute. In realtà la più alta percentuale di analfabetismo e la totale assenza di qualunque garanzia costituzionale, ponevano le Due Sicilie alla pari di un qualunque potentato africano. Né giova ricordare che Napoli fosse definita a quell’epoca una delle più belle città del mondo. Per capire come andassero le cose bisogna leggere i memoriali di quelli che c’è, spesso stranieri come il primo ministro britannico William Gladstone, che definì Napoli (in realtà “il regno borbonico”, n.d.A.) “La negazione di Dio elevata a sistema governativo”. O testimonianze di patrioti, come Luigi Settembrini, che conobbe il carcere duro per reati che oggi definiremmo “di opinione” e che farebbero inorridire se oggi fossero puniti.

La verità è che i Borbone, come le altre dinastie preunitarie “avevano già perso l’appuntamento con la Storia nel 1848 quando, per effetto dei moti rivoluzionari che avevano infiammato l’Europa, tutti i Sovrani si affrettarono a concedere gli statuti ma tutti, non appena ne ebbero la forza o ne intravidero l’opportunità li revocarono. I Savoia no”. La prova dell’assenza di libertà di opinione, di riunione, di associazione, di religione e data dalle migliori menti delle Due Sicilie che “furono costrette all’esilio dall’ottuso governo duosiciliano o conobbero il carcere e qualche volta il patibolo”.

Ancora qualche riferimento storico alle condizioni sociali del Sud, economiche e sanitarie, per ricordare un episodio di famiglia sull’accoglienza che ebbe Garibaldi a Napoli quando un regno si sfaldò nel giro di poche settimane e si sofferma su alcune risibili ricostruzioni di eventi del brigantaggio o gli altri come quello del carcere di Fenestrelle, cui i neoborbonici ricorrono di frequente, demolito dalla puntuale e documentata ricostruzione di Alessandro Barbero nel libro “I prigionieri dei Savoia”.

La conversazione si dipana lungo gli eventi che nel corso del Risorgimento hanno visto fiorire da ogni angolo d’Italia iniziative di uomini di pensiero e di azione le quali hanno generato un moto inarrestabile in favore dell’unità d’Italia non appena il Re di Sardegna Carlo Alberto, rispondendo alla chiamata dai milanesi in rivolta contro l’Austria, passò il confine al comando delle truppe alle quali aveva consegnato la bandiera tricolore alla quale aveva aggiunto, nel bianco, lo stemma della Casa di Savoia. Una scelta, quella del Sovrano che non verrà mai meno e che farà del Piemonte il punto di riferimento dei patrioti di tutta Italia, anche di quanti si erano mossi per richiedere l’unificazione in forma di repubblica. Come Mazzini che nel settembre 1859 scrive a Re Vittorio Emanuele II “vi chiamo a porvi a capo d’una rivoluzione nazionale. Vi chiamo ad una iniziativa che può divenire una iniziativa europea”. Concludendo “io, repubblicano, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, sclamerò nondimeno coi miei fratelli di patria: preside o re, Dio benedica a voi come alla nazione per la quale osaste e vinceste”.

Il dialogo tra Sacchi e Monti Buzzetti ripercorre soprattutto la storia del Sud, quella che il Presidente dell’U.M.I., napoletano, sente più vicina e della quale orgogliosamente rivendica la scelta unitaria contro talune deliranti artefatte narrazionI neoborboniche, quelle che nel linguaggio giornalistico-politico si chiamano fake news arricchite da documenti che spesso si riferiscono a fatti diversi da quelli che si vorrebbero esporre. “Insomma dei falsi e fatti anche male. Del resto - aggiunge Sacchi - affermare, come si è fatto, che dopo il 1860 nel sud Italia vi furono ad opera dei “piemontesi” un milione di deportati, con una popolazione di nove milioni di persone, è molto più che risibile: è patetico”. Aggiungo che questo tentativo di riscrivere la storia, che ovviamente è sempre possibile e, in taluni casi, necessario, non deve essere strumento di negazione della identità di un popolo la cui ricchezza si fonda sulla varietà delle esperienze politiche, culturali, artistiche che, in un ambiente naturale straordinario, che tutte insieme fanno dell’Italia il “bel paese ove il sì suona”. Anche se poi non suonava dappertutto perché nelle aree del mezzogiorno che si vorrebbero felici l’uso della lingua italiana era limitato ad alcune classi sociali e, in questo ambito, alle persone colte che si rapportavano con l’Europa nel linguaggio che Alessandro Manzoni aveva consegnato ai lettori dei suoi Promessi Sposi, riservando alle conversazioni domestiche il dialetto, prezioso retaggio delle poesie e delle storie locali.

Nulla a che fare con i neoborbonici alla ricerca di un riscatto che non ha ragion d’essere perché nessuno al governo del Regno d’Italia volle umiliare le popolazioni già appartenenti al disciolto Regno delle Due Sicilie. I cui sudditi, nelle classi borghesi, apprezzarono l’ordine e l’organizzazione del Regno d’Italia, tutti tranne coloro che erano abituati al brigantaggio, alla malavita organizzata, tollerata ed usata dalla piccola nobiltà che si vantava di essere tale in virtù di spada e toga, mentre non era altro che una cortigiana, spagnolesca espressione servile.

Riprendo la “conversazione” di Sacchi e Monti Buzzetti per non aggiungere troppe mie personali annotazioni al ricco e stimolante testo, anche se le divagazioni sono state sollecitate proprio dalla lettura che, tra storia e politica, intende trarre dal passato elementi di approfondimento in funzione del presente e del futuro. Al quale i monarchici guidati dal Presidente Sacchi guardano con speranza e fiducia confortati dall’esperienza positiva delle monarchie europee e, forse, anche dalla crisi politica e sociale dell’Italia di oggi nella quale i commentatori sono alla ricerca delle distinzioni tra prima, seconda, terza e, forse, quarta repubblica puntualmente scandite da eventi non commendevoli, il più delle volte di carattere giudiziario o di crisi finanziarie, economiche e sociali mai previste e comunque sempre inadeguatamente affrontate.

Monti Buzzetti provoca il suo interlocutore. “Riassumendo, dunque: i Savoia meglio dei Borboni. Ma meglio dei Savoia – questo il ragionamento di tanti – c’è la Repubblica, ultima in ordine di tempo”. E aggiunge. “l’obiezione tipica dell’uomo della strada ad aspirazioni come la tua è “che facciamo, torniamo indietro?” Naturalmente Sacchi si attendeva l’osservazione. E, mentre prepara gli argomenti per rispondere alla provocazione, comincia con un detto popolare diffuso ovunque in Italia “è una repubblica”, che la saggezza popolare attribuisce a situazioni confuse. Lo diceva anche mia nonna.

Sacchi prosegue richiamando l’art. 139 della Costituzione che esclude la modificabilità della forma repubblicana dello Stato. Lo ritiene un “senso di colpa costituzionale”, un “muro ideologico innalzato nel 1946/48 dai costituenti per blindare un risultato referendario discutibile e tuttora discusso”. Ritiene quella scelta “un’insopportabile compressione della sovranità popolare, tutelata dall’art. 1 della stessa Carta”, laddove si legge che “la sovranità appartiene al popolo”.

Sull’art. 139 l’U.M.I. ha ingaggiato una dura battaglia chiedendo ai partiti la disponibilità ad affrontare il tema della sua soppressione. E siccome molti accettano di parlarne in privato ma non in pubblico Sacchi ha invitato i monarchici, in occasione delle elezioni del 4 marzo, ad astenersi dal voto nei confronti di quei partiti. Decisione “politica”, non sfuggendo al Presidente dell’U.M.I. che la Costituzione considera il voto un “dovere” anche se la sua omissione non è, come un tempo, sanzionata.

Torniamo al “perché sì” della Monarchia che Sacchi affronta sulla base di uno stimolo di Monti Buzzetti il quale assume che l’opzione monarchica potrebbe essere percepita oggi “come qualcosa di elitario, una conventio ad excludendum”. È facile per Sacchi ribattere che i capi di stato in repubblica sono sempre espressione dei partiti, spesso impegnati nelle competizioni elettorali in prima persona, quindi naturalmente “di parte”, una posizione suggerita da una legittima ambizione che non c’è per i regnanti e per gli eredi al trono che li rende indipendenti, capaci di interpretare gli interessi del popolo con il distacco dato dalla carica che non deve soddisfare le aspettative di amici e sodali né realizzare le ambizioni politiche e ideologiche che naturalmente sono destinate a dividere. Non lo dice Sacchi ma io, da giurista, sono stato molto contrariato dalla gestione di Giorgio Napolitano, un personaggio che si è rivelato fazioso e lontano da quel ruolo di custode della Costituzione, tra l’altro facendosi garante di una proposta di riforma della Carta fondamentale ad iniziativa di un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale. Di più, ha partecipato attivamente alla campagna referendaria sostenendo che se avesse prevalso il “NO” sarebbe stata rinnegata la sua eredità politica. Gli italiani hanno capito ed hanno votato in massa NO. Un uomo “di parte”, dunque, posto al vertice dello Stato.

“L’uomo solo sul trono”, scrive Sacchi, “non è precisamente “l’uomo solo al comando””. Ed è facile per lui riferirsi alle “grandi Monarchie democratiche, costituzionali e parlamentari europee”, esempi di libertà e di buon governo. Come le troviamo ai primi posti dei paesi più virtuosi nella graduatoria sulla percezione della corruzione curata da Transparecy International. Mentre l’Italia affianca Cuba ed il Botswana, laddove il rispetto delle regole giuridiche ed etiche lascia molto a desiderare.

Seguono passi di storia patria che hanno fatto scrivere a Domenico Fisichella, scienziato della politica tra i più studiati e seguiti, quell’“Elogio della Monarchia” che costituisce un riferimento certo, avallato da una riflessione non politica ma scientifica, o di scienza della politica, una sorta di decalogo della filosofia monarchica. Che è anche alla base della attuale riflessione sulla identità nazionale messa in forse dalla trascuratezza della Italia repubblicana per i valori unitari e per la sovranità dello Stato.

Sovranità e identità nel contesto del mondo globalizzato sono valori imprescindibili che consentono ad una Nazione di confrontarsi con gli altri partners, in particolare in Europa per non dimenticare neppure il valore della nostra storia, della cultura e dell’arte, realtà preziose per le quali l’Italia è famosa ovunque, al di qua e al di là degli oceani. Una storia che la repubblica non ha saputo rivendicare se in visita al Parlamento Europeo Sacchi ha potuto constatare che  “tutto è scritto in francese, tedesco, fiammingo: nulla ricorda l’Italia”, nonostante il nostro Paese sia uno dei soci fondatori della Comunità, poi dell’Unione. Ce n’è abbastanza per capire dove Alessandro Sacchi e l’Unione Monarchica intendono andare, per rivendicare l’identità nazionale, la storia patria, valori del passato che si proiettano inevitabilmente nel futuro. Nella pubblicità televisiva del libro di Montanelli che abbiamo ricordato nelle pagine precedenti è riproposto un brano di una intervista al grande giornalista per il quale un popolo che non ha “ieri” non ha neppure un “domani”. E il domani per i monarchici dell’U.M.I. è “la Monarchia, costituzionale e parlamentare, con Amedeo di Savoia Re d’Italia, e dopo di lui Aimone, e dopo di lui suo figlio Umberto”.

25 aprile 2018

Equivoci dell’inesperienza

Programma di Governo e governabilità

di Salvatore Sfrecola

 

Il leader del Movimento 5 Stelle continua a ripetere che intende stipulare “con chi ci sta” un contratto di governo “alla tedesca”. Espressione che certamente avrà colpito l’immaginazione degli ascoltatori, soprattutto degli elettori “grillini”, come si usa dire. Che uomo colto e informato il nostro Di Maio, avranno pensato, conosce perfino quello che accade in Germania, anzi cosa è accaduto tra i partiti che a Berlino hanno dato vita ad un governo di coalizione dopo sei mesi di intenso dibattito, necessario perché CDU e SPD, gli ex democristiani e gli ex socialdemocratici, si erano sparati ad alzo zero nel corso di una campagna elettorale che non aveva risparmiato critiche feroci reciproche. Anche se avevano governato insieme nei precedenti cinque anni.

Cos’è il contratto “alla tedesca”, dunque? È come l’accordo di governo “all’italiana”, un documento nel quale i partiti che si apprestano a formare il governo mettono “nero su bianco”, come ripete Di Maio, i punti programmatici che intendono realizzare. Naturalmente, essendosi confrontati nel corso della campagna elettorale con toni accesi con riferimento alle rispettive piattaforme programmatiche quel “contratto”, cioè quell’accordo, individua ipotesi che entrambi ritengono necessarie per governare insieme, certamente rinunciando ognuno a qualcosa. Altrimenti sarebbe uno di quei contratti che in diritto si chiamano “per adesione”, come nel caso delle assicurazioni. “Prendere o lasciare” in politica non è possibile. Nessun partito accetta di sottoscrivere il programma di un’altra forza politica. Mai, meno che mai al termine di una campagna elettorale in cui le contrapposizioni sono state dure, assistite da vivaci espressioni polemiche, spesso al limite dell’insulto.

Alla luce di queste considerazioni, che ogni cittadino elettore ben comprende, non è possibile condividere la tesi di Di Maio, apprezzabile solamente da chi è digiuno di politica ma anche privo di buon senso. Perché in aggiunta al riferimento al contratto Di Maio precisa che fra chi lo stipula non si realizza un’alleanza. Qui non si può scherzare con le parole e con i concetti. Coloro che stipulano un contratto politico in vista della formazione di un governo sono alleati. Ed a nessuna persona di buon senso di fronte ad un accordo tra partiti che “ci mettono la faccia”, come si usa dire, con ministri e sottosegretari, verrebbe in mente di ritenere che quei partiti non siano legati da un’alleanza, sia pure temporanea, sia pure riferita ad un minimun da fare insieme.

Sfugge, inoltre, a Di Maio, in questa sua visione del “contratto” che il governo nel suo insieme ed i singoli ministri, al di là dei temi fondamentali che identificano l’oggetto dell’accordo, ogni giorno producono centinaia di provvedimenti di vario genere, regolamenti ministeriali di attuazione delle leggi, decreti di approvazione di contratti, nomine di dirigenti e di rappresentanti delle rispettive amministrazioni in enti ed organismi vari.

Questi provvedimenti presuppongono un idem sentire complessivo rispetto all’attività di governo. In assenza, qualunque sia il governo che si può al momento immaginare con al centro il Movimento 5 Stelle che ha portato in Parlamento brava gente spesso senza alcuna esperienza e cultura giuridica è inevitabile un conflitto permanente difficilmente contenibile da parte dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.

Insomma, per governare occorre una cultura di governo, cioè la capacità di gestire la somma delle attività che i ministeri, a Roma e nelle regioni, producono, che non sono riconducibili ad uno schema semplificato. Neppure se il contratto fosse fatto di alcune centinaia di pagine, come si sente dire del contratto “alla tedesca”. L’Amministrazione italiana è titolare di una miriade di funzioni che possono essere ricondotte solamente sotto un ombrello di saggia cultura giuridica e politica.

20 aprile 2018

 

 

 

In un Movimento dove è prevalso il voto di protesta

Di Maio alla ricerca di una maggioranza

di Salvatore Sfrecola

 

Capisco di Maio che, di fronte all’ipotesi di un governo Movimento Cinque Stelle – Centrodestra, che molti, numeri alla mano, immaginano come la più praticabile, rivendica il suo ruolo di capo del partito più votato il 4 marzo. Sicché Matteo Salvini in qualche modo rimane a guardare, pur avendo fin dall’inizio mostrato la più ampia disponibilità a trovare un accordo programmatico, sempre ricordando che il maggior numero di voti è andato alla coalizione di Centrodestra e che in essa la Lega è partito più votato.

Il fatto è che Di Maio deve governare una base non facile e non omogenea, comunque sempre più irrigidita nel rifiuto di alleanze, in particolare con Forza Italia e con il suo leader, Silvio Berlusconi al quale i “grillini” rimproverano problemi giudiziari e l’attuale incandidabilità. Di Maio, tuttavia, sa anche che l’elettorato che gli ha dato quei rilevanti consensi il 4 marzo non è ideologicamente omogeneo. Anzi è molto frastagliato, in buona parte costituito da soggetti che, nell’apporre la croce sul simbolo del M5S, hanno innanzitutto voluto esprimere una protesta profonda, diffusa nell’opinione pubblica italiana, nei confronti della classe politica al governo, negli ultimi anni ed anche prima. È una percentuale ampia del voto quella protestataria, un voto per sua natura mobile perché non sorretto da un credo politico basato su ideali condivisi. Anche il voto di chi in precedenza aveva scelto partiti di sinistra non trasforma l’elettore, giustamente deluso dalla politica del Partito Democratico, in un fan stabile del movimento, come dimostra il successo delle destre e, in particolare, della Lega in regioni tradizionalmente “rosse”, come l’Emilia-Romagna, la Toscana, le Marche e l’Umbria, dove il partito di Salvini mira a conquistare Terni, tradizionale roccaforte del Partito Democratico. E al prossimo giro la Regione.

È dunque difficile per Di Maio reggere questo composito elettorato, soprattutto nella consapevolezza che sarà assai arduo realizzare in tempi brevi quello che ha promesso. Perché se è possibile in una legislatura di durata accontentare gli elettori gradualmente, la risposta della base, in caso di elezioni anticipate, potrebbe rivelare sorprese spiacevoli, considerata la crescente attenzione che i ceti popolari riversano sulla Lega il cui consenso non è solo di protesta, perché costruito su un manifesto politico che molto si basa sulla rivendicazione di ragioni identitarie, su quel “sovranismo” che si oppone alla globalizzazione ed all’influenza dei tecnocrati di Bruxelles e di cui ha scritto di recente Giuseppe Valditara (“Sovranismo” Una speranza per la democrazia” (editore Book time, 149 pagine). Ordinario di diritto romano a Torino, Valditara è molto ascoltato in via Bellerio per aver messo a disposizione di Matteo Salvini le riflessioni degli studiosi che fanno parte del Comitato scientifico di Logos (www.logos-rivista.it) la rivista che, di mese in mese, approfondisce temi politici ed economici, insomma il programma del governo a base Lega.

Non c’è dubbio, dunque, che per Di Maio la scelta più saggia sarebbe quella di fare con Salvini un percorso comune per consentire al M5S, al ritorno alle urne, di fare un balzo in avanti e conquistare quel che resta di una sinistra divisa e senza apparente speranza di ripresa, come ovunque in Europa.

Tuttavia capisco che a quel passaggio, da tutti immaginato come necessario dopo il voto per l’elezione dei vertici delle Camere, Di Maio deve giungere gradualmente, sviluppando nel corso delle consultazioni al Quirinale, certezze su un programma minimo condiviso con la Lega e il Centrodestra che non eluda le domande che provengono dalla base ma le renda compatibili con altri momenti riformatori, dalla Pubblica Amministrazione alle pensioni, alla giustizia, alla scuola, in un contesto nel quale le imposte ridotte liberino risorse per i consumi ed il risparmio.

È dunque un passaggio delicato quello con il quale Di Maio è alle prese, consapevole che già dai primi giorni delle consultazioni si misurerà la sua capacità politica, la sua lungimiranza di leader che ha suscitato importanti aspettative. Ne deve uscire con un risultato concreto che sia l’incipit di una grande riforma, non essendo questo il tempo di testimonianze improduttive di effetti sul Governo ed il Parlamento.

1 aprile 2018

 

 

Quando inizieranno le consultazioni al Quirinale

Governo: scenari di Pasquetta

di Salvatore Sfrecola

 

L’elezione dei Presidenti di Camera e Senato ha dimostrato che i partiti si parlano. Ed anche se la scelta dei vertici delle Camere è cosa diversa dalla decisione sul governo, complicata dalla geografia parlamentare che ci ha consegnato il voto del 4 marzo, non c’è dubbio che la proficua conclusione di quelle scelte lascia una eredità positiva, quanto meno di metodo e di fair play. Soprattutto tra Movimento 5 Stelle e Lega, che hanno dialogato sui nomi da votare. Sicché non sarebbe impossibile che nella settimana che precede le consultazioni del Capo dello Stato, fissate a quanto pare a Pasquetta, Di Maio e Salvini si sentano e scambino considerazioni sul da farsi. Entrambi, infatti, ambiscono al ruolo di Presidente del Consiglio ma nessuno di loro ha la possibilità di fare un governo in mancanza di una maggioranza che lo possa sostenere.

In questa condizione gli scenari possibili sono essenzialmente due. Un governo di Centrodestra, in quanto coalizione che ha raggiunto più ampi consensi, retto dall’astensione del M5S. Oppure, soluzione che appare la più capace di durare, un governo a due, Lega - M5S, che presenti un programma minimo su punti programmatici coincidenti, l’aiuto alle fasce più deboli, il recupero di risorse finanziarie per favorire lo sviluppo, un programma di riduzione, sia pure graduale, del carico fiscale, la riforma della legge elettorale in vista di un nuovo appuntamento elettorale, magari da far coincidere con le regionali o le europee.

Non sono mancate ipotesi in tal senso sui giornali. Con la precisazione che, in questo caso, la carica di Presidente del Consiglio sarebbe stata affidata ad una personalità diversa dai due leader i quali potrebbero affiancarla con il ruolo di vIcepresidente del Consiglio. Soluzione che consentirebbe loro di tenere ferma la barra dei rispettivi partiti entrambi impegnati ad assorbire, nelle rispettive aree, gruppi, gruppuscoli e partitini il cui ruolo si va esaurendo.

È uno scenario possibile e, forse, auspicabile, considerato che difficilmente potrebbe essere avviato un percorso politico che preveda il ritorno in tempi brevi alle urne. Troppi sono i neoeletti per dir loro che devono mettersi nuovamente in competizione col rischio di non tornare a sedere a Montecitorio o a Palazzo Madama.

Il clima della Settimana Santa potrebbe favorire colloqui distesi e proficui.

25 marzo 2018

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale

della Capitale”

***

Immigrazione, emigrazione, limiti, controlli, efficacia. Per l’Europa il problema è solo questo? Il problema, in realtà è ben più vasto e delicato e riguarda l’andamento demografico di tutto l’Occidente, specie se confrontato con lo sviluppo della popolazione dei paesi extraeuropei, particolarmente dell’Africa e dell’Asia. Su questo tema parlerà

 

Domenica 25 Marzo, ore 10.30

 

il Cap.di Vasc. (R) dott. Ugo d’Atri – Presidente dell’Istituto Nazionale Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon-

“La demografia costituirà la condanna dell’ Occidente ?”

 

Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “910”, “223” e “52”

 

 

Repubbliche e Presidenti

di Domenico Giglio

 

Arrivare alla massima carica dello Stato, rappresentare l’unità nazionale riteniamo debba essere un onore ed un onere per coloro che raggiungono questo traguardo dopo anni di vita integerrima, di esperienza politica o amministrativa che ne facciano l’espressione migliore del popolo che si accingono a governare. Queste ed altri nobili concetti sono stati alla base di tante scelte istituzionali per la forma repubblicana dello Stato, magnificata come un progresso democratico e civile rispetto ad altre forme istituzionali arretrate od obsolete secondo certe “vulgate”!

Purtroppo per coloro che si illudono, o si fecero illudere, la realtà è ben diversa. In primo luogo in moltissimi casi il raggiungimento della presidenza avviene con maggioranze minime del corpo elettorale, quando si tratti di elezioni dirette, che vedono molte nazioni quasi spaccate a metà, o addirittura con il voto di una minoranza nel caso di forti astensioni dal voto, o sono il frutto di compromessi partitici nel caso di elezioni indirette da parte di rappresentanti eletti nei locali parlamenti, per cui è difficile ritenere l’eletto espressione di tutto il popolo, che infatti, per la parte soccombente, vedi recente caso Trump, non si ritiene rappresentato, contestandone ogni decisione, pur ufficialmente e democraticamente valida.

Vi è poi un aspetto che vicende avvenute in numerosi paesi retti a repubblica in questi ultimi decenni va doverosamente ricordato : i casi in cui questi capi dello stato, o nel corso del loro mandato, o allo scadere dello stesso sono stati oggetto di azioni giudiziarie. Da Nixon, allo stesso Clinton, per poi passare a paesi non certo secondari come il Brasile, l’Argentina, il Cile ed il Perù, sempre a titolo indicativo e non esaustivo, per non parlare di paesi africani ed asiatici. Ma che ora queste vicende tocchino Sarkozy, un ex presidente della repubblica francese, la “madre” delle repubbliche, i cui “valori repubblicani” (quali ?), vengono esaltati ogni 14 luglio, è una notizia che non può essere passata sotto silenzio, anche se essere indagato non significa essere automaticamente colpevole, come piace a molti giustizialisti, tra i quali non siamo noi. Ricevere contributi da un paese straniero per la propria campagna presidenziale, se vero, è ben diverso e grave rispetto a quel che disse un Re di Francia, Enrico IV, che “Parigi valeva bene una Messa”.

20 marzo 2018

 

 

Prandini non fu solo mani pulite: sua la guardia costiera

I media hanno ricordato il ministro democristiano per le disavventure giudiziarie. in realtà è stato un anticipatore sui temi del mare

di Salvatore Sfrecola

 

I giornali, nel dare la notizia della morte di Giovanni Prandini, già parlamentare democristiano della corrente di Arnaldo Forlani, hanno ricordato esclusivamente una sua disavventura giudiziaria che ha riguardato una ipotesi di corruzione ed un conseguente danno erariale, da lui sempre smentito, che hanno a lungo tenuto banco nel dibattito politico in quella stagione dopo “mani pulite” che ha fatto chiarezza su certi comportamenti di politici ma ha anche scatenato lotte intestine nei partiti. Prandini, giovane senatore, ha sempre ritenuto che la sua crescita nella Democrazia Cristiana avesse destato invidie. Anche il suo carattere (usava dire “non ho un cattivo carattere ma sono un uomo di carattere”) non sempre favoriva il dialogo con gli esponenti delle altre correnti della DC. La vicenda giudiziaria ha riguardato la gestione di appalti dell’Anas, all’epoca azienda autonoma guidata da un Consiglio di amministrazione presieduto dal Ministro dei lavori pubblici.

Vorrei, invece, ricordare il parlamentare democristiano per meriti indiscussi che ha avuto da ministro della Marina Mercantile e dei Lavori Pubblici.

Bresciano, in una regione che non ha sbocchi al mare, di Prandini è stato un importante ministro della Marina Mercantile, un dicastero sottovalutato, forse anche per la denominazione che sembrava riferirsi solo ad interessi privati, e successivamente unito a quello dei trasporti. Prandini ne ha individuato le grandi potenzialità, implicite nel fatto che l’Italia si distende sul Mare Mediterraneo, ha importanti porti aperti ai traffici con l’Oriente e al cabotaggio, ha un’attività turistico-ricreativa preziosa che interessa le spiagge, ha, o forse è meglio dire aveva, una importante attività cantieristica di elevata qualità, gestiva le linee di navigazione e l’industria della pesca. Prandini, osservatore attento di realtà analoghe di altri paesi, in particolare della Francia che ha un sottosegretario al mare, voleva istituire un “Ministero del mare”, che raggruppasse e valorizzasse tutte le attività comunque connesse al mare, dalle opere marittime (costruzione e gestione dei porti e tutela delle spiagge), affidate al ministero dei Lavori Pubblici, all’ambiente, perché l’ecosistema marino ha una caratteristica tutta particolare. Fu lui a gestire la legge sulla difesa del mare, in occasione della quale furono potenziate le Capitanerie di porto. Inoltre a Prandini si deve l’istituzione della “Guardia Costiera” con decreto interministeriale Marina Mercantile - Difesa, ministero dal quale dipendono organicamente le Capitanerie di Porto, quale corpo della Marina Militare Italiana. È stata una importate iniziativa, come dimostrano quotidianamente giornali e televisioni a proposito della salvaguardia della vita umana in mare, regola antica della marineria, consacrata nella convenzione di Montago Bay.

Non fu facile per Prandini istituire la Guardia Costiera, ostacolata pesantemente da interessi di altri corpi di polizia presenti sul mare. Molto importante altresì l’iniziativa del ministro Prandini con la collega dei beni culturali Falcucci di una collaborazione fra sovrintendenze e Guardia Costiera per la tutela del patrimonio archeologico sommerso, quello depredato molto spesso dai turisti in visita di ricerche sul fondale con danni enormi alla capacità di ricostruzione dell’assetto del sito archeologico.

Passato ai lavori pubblici il ministro Prandini dimostrò grandi capacità di direzione delle attività di un ministero in grandi difficoltà, come dimostra il fatto che i programmi di spesa venivano continuamente modificati, con l’effetto che molte opere venivano private dei finanziamenti e quindi a lungo non completate o abbandonate. Era un’abitudine dei Provveditori alle Opere Pubbliche quella di dirottare le risorse già messe in programma su opere di interesse specifico del ministro di turno, con la conseguenza che molte opere, come già detto, venivano private delle risorse necessarie per il loro completamento.

Prandini nemico giurato dei alcune iniziative degli ambientalisti fu anche oggetto di una mozione individuale di sfiducia alla Camera, promossa da Anna Donati, mozione respinta sulla base di un discorso del Presidente del consiglio, Giulio Andreotti, il quale dimostrò l’infondatezza delle censure mosse al ministro in materia di tutela dell’ambiente. E che non vi erano motivi di dubitare della sua capacità di reggere quel ministero.

(da La verità, 14 marzo 2018)

CIRCOLO DI CULTURA

 E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

Nel trentacinquesimo anniversario della scomparsa

di S.M. il Re Umberto II

ricorderemo la Sua figura ed il suo costante interesse e partecipazione alle tristi vicende delle nostre popolazioni giuliane-fiumane-dalmate. In questo quadro i problemi di Fiume saranno oggetto della conversazione che terrà

 

Domenica 18 Marzo, ore 10.30

 

Il Prof. Giovanni STELLI – Presidente della Società di Studi Fiumani

“La città di FIUME dopo la prima guerra mondiale ed il compimento della Unità Nazionale”

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”

 

 

 

Qualche domanda, dopo il 4 marzo, sul Governo Gentiloni

del Prof. Fabrizio Giulimondi

 

Mi sia consentita qualche riflessione di ordine costituzionale – occhieggiando a valutazioni di matrice politologica - sul Governo attualmente in carica dopo lo tsunami conseguente alle elezioni del 4 marzo scorso.

Non si può non partire da un dato empirico: il quadro tipologico e la consistenza dei gruppi parlamentari della appena cessata XVII legislatura sono radicalmente mutati rispetto a quello della nascente XVIII legislatura.

Le maggioranze (variabili) che hanno supportato i tre Governi che si sono succeduti dal 15 marzo 2013 al 28 dicembre 2017 (Letta, Renzi e Gentiloni) si sono stabilizzate, al termine della legislatura, con il 55,5 % alla Camera dei deputati ed il 52,06% al Senato della Repubblica.

Se andiamo a confrontare questi valori con i seggi assegnati in entrambi i rami delle nuove Assemblee ai gruppi parlamentari corrispondenti a quelli che nella precedente legislatura supportavano l’attuale Governo Gentiloni (di cui una parte non più esistenti), comprendiamo agevolmente che alla Camera la vecchia maggioranza politica corrisponde al 22,85% dei 630 deputati, mentre al Senato la percentuale è del 22,99% dei senatori elettivi (ossia 315).

Quanto detto vuole significare che l’opposizione di un tempo oggi alla Camera costituisce il 78,57% (260 deputati del Centro-Destra; 221 del Movimento 5S; 14 di Liberi e Uguali, per un totale di 495 appartenenti alla vecchia opposizione); mentre al Senato rappresenta il 79,68% (135 senatori del Centro-Destra; 112 dei 5S; 4 di Liberi e Uguali, per un totale di 251 seggi).

Questa dimensione numerica e qualitativa non può lasciare indifferenti gli osservatori costituzionali, non dimentichi che – ad eccezione del Presidente del Consiglio -  ministri e sottosegretari non sono stati eletti nei collegi uninominali, autentica cartina di tornasole della valenza politica del candidato, determinandosi così una bocciatura politica, una sorta di sfiducia sostanziale, di quasi tutta la compagine governativa.

Un passo avanti.

Il Decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2017, n. 208, ha disposto lo scioglimento del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati e il Presidente della Repubblica Mattarella, dopo aver rifiutato le dimissioni di Gentiloni, lo ha lasciato in carica "per il disbrigo degli affari correnti".

Primo aspetto: un Governo pienamente in carica non deve avere alcun passaggio parlamentare per ottenere una nuova fiducia dal nuovo Parlamento a cui venga eventualmente rinviato.

Secondo aspetto: è opportuno connotare la locuzione affari correnti.

L’attività d'Aula e di commissione resta sostanzialmente congelata. L'articolo 61 Cost. stabilisce che "finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti". Tuttavia, fino alla prima seduta della XVIII legislatura di Camera e Senato (il prossimo 23 marzo), le Assemblee legislative si riuniscono solo: per convertire decreti legge emanati dal Governo; per la ratifica di trattati internazionali, se il Governo dichiari che la mancata ratifica di tali atti comporti il venir meno ad obblighi internazionali; per la proroga delle missioni internazionali. Quest'ultima avviene sotto forma di risoluzione presentata su comunicazioni del Governo e, ove vi sia l'unanimità dei gruppi, approvata direttamente in commissione.

Non vengono meno le funzioni di controllo politico e di garanzia costituzionale del Parlamento nei confronti del Governo, in quanto la logica dei contropoteri non conosce vacanza: anche a Camere sciolte i parlamentari potranno usare gli strumenti ispettivi continuando a controllare il Governo in relazione alla gestione del periodo di transizione.

Il prossimo 10 aprile il Governo deve presentare il Documento di Economia e finanze (DEF) che, unitamente alla legge di bilancio/legge di stabilità, costituisce il core della politica economica del Governo che, a sua volta, rappresenta il fulcro dell’azione di qualsiasi Esecutivo.

Affare corrente? Direi di no.

Il Ministro della Economia e Finanze, Pier Carlo Padoan, non potrà non riempire il DEF con le indicazioni che dovranno fornire i vertici partitici della nuova maggioranza, oltre i gruppi parlamentari ad essi correlati e, non potrà non convocare i responsabili almeno del Centro-Destra e del Movimento 5s.

Altra questione di non poco momento ci conduce a meditare sull’opera governativa in ambito europeo. La politica estera, al pari di quella economica e finanziaria, sostanzia il fulcro, il baricentro dell’opera di un Governo. La linea politica dell’attuale Consiglio dei Ministri e della vecchia maggioranza è marcatamente distante, se non opposta, a quella dell’attuale maggioranza (nella accezione più ampia che assomma il Centro Destra, i pentastellati e LeU).

Importante sottolineare che dal 1 gennaio di quest’anno l'Italia è tributaria della presidenza annuale dell'Osce.

È costituzionalmente corretto l’apporto di questo Governo alla redazione di un testo di regolamento comunitario che, una volta emanato e pubblicato, entrerebbe in vigore in ogni ordinamento giuridico e, quindi, anche in quello italiano? E se fosse in netto contrasto con la strategia di politica estera del nuovo Parlamento?

Il combinato disposto del movimento tellurico elettorale con le presenti e prossime incombenze istituzionali dell’attuale Governo, mi spinge a confermare quanto funditus affermato in una mia monografia pubblicata nel 2016 (“Costituzione materiale, costituzione formale e riforme costituzionali, Roma, Eurilink”): v’è una costituzione formale ma, senza dubbio, sussiste anche una costituzione materiale-sostanziale che, come in questo caso, contrasta e confligge vistosamente con quella formale.

Questo Governo è sotto un aspetto formale costituzionalmente legittimo, ma non sotto una visuale materiale, specialmente se dovesse procrastinare la sua permanenza in carica.

La nostra è una Repubblica parlamentare e, di conseguenza, il Governo è scaturigine del Parlamento che deve esprimere una maggioranza politica certa che conferisca la fiducia ad un Presidente del Consiglio dei Ministri e al suo Gabinetto, per consentire la gestione della cosa pubblica per cinque anni.

Il Governo attualmente in carica ha ottenuto la fiducia da una maggioranza – attualmente numeratim ridotta a meno del 23% -  appartenente al passato organo legislativo.

Il DEF e l’eventuale regolamento comunitario, formalmente imputabili a questo Governo, se non riempiti di disposizioni riferibili ai Partiti vincitori dell’agone elettorale ed ai nuovi gruppi parlamentari, sono sì costituzionalmente (formalmente) legittimi, ma non altrettanto “materialmente costituzionalmente” orientati.

Le decisioni, anche informali e non scritte, prese dal Governo Gentiloni in sede europea quale pensiero politico esprimono? Quello della vecchia maggioranza oggi ridotta a lumicino, o quella della antica minoranza oggi corposamente e massivamente presente alla Camera e Senato?

Mai come in queste settimane – e, ribadisco, ancor di più se l’odierno Governo dovesse proseguire la sua esperienza -  si sta stagliando plasticamente un contrasto virulento fra la costituzione materiale (fatta anche di numeri e partiti, elezioni, votanti ed elettori, sangue e sale della democrazia) e quella formale che, seppur, legalmente rispettata, non collima affatto con quanto è stato partorito dal corpo elettorale lo scorso 4 marzo.

L’empasse ordinamentale è del tutto evidente, specie se ci si sofferma sulla abnormità costituzionale che vede l’attuale Governo non legittimato a dimettersi o passibile di sfiducia, costretto, invero, anche in siffatte evenienze, a rimanere in piedi per gli affari correnti, in attesa di un nuovo Esecutivo che lo possa sostituire.

13 marzo 2018

 

 

 

Perché il Centrodestra non ha

 

sfondato al Sud

 

di Salvatore Sfrecola

 

Nel giorno che ricorda i 170 anni dello Statuto Albertino (4 marzo 1848) la geografia politica dello stivale somiglia molto a quella che, in quell’anno, indicava da Nord a Sud regni e ducati e la Serenissima Repubblica di Venezia, con la differenza che oggi la geografia la fanno i partiti. Nel 2018 il Nord è prevalentemente in mano al Centrodestra, con qualche enclave del Partito Democratico, in alcune di quelle che un tempo erano le regioni rosse (non lo è più l’Umbria, dove il PD non ha ottenuto nessun seggio) mentre al Sud e nelle isole il Movimento 5 Stelle non ha avuto rivali. Qualcuno ha evocato il Regno delle due Sicilie. Per celia, ma non troppo, considerato che, secondo molti osservatori, le ragioni del successo “grillino” vanno individuate nelle condizioni socio economiche di quelle regioni. Insomma, siamo in piena “questione meridionale”, che la politica si porta dietro dall’unità d’Italia. E sembra che molto abbia attratto la promessa di un “reddito di cittadinanza”, argomento forte del Movimento, tanto che, si legge sul Corriere del Mezzogiorno, che molti si sarebbero rivolti ai CAF, agli uffici del lavoro e del comune chiedendo il modulo per ottenere quella “paghetta” statale. Ugualmente, intervistati da Tagadà, la trasmissione de La7 condotta da Tiziana Panella, giovani e meno giovani seduti al bar del paese hanno evocato quel beneficio, anche se spesso hanno ammesso di non saperne più di quello che hanno letto sui giornali e sentito nelle trasmissioni televisive.

Ancora una volta, dunque, emerge un Sud alla ricerca della protezione politica e dell’assistenza pubblica, come accaduto dopo i terremoti che, in Sicilia ed in Irpinia, hanno esposto quelle popolazioni all’ironia dei “nordisti” i quali, in Friuli e ovunque la natura li avesse gravemente colpiti, si sono rimboccate le maniche per riprendere le attività produttive, non disdegnando certo aiuti pubblici ma dimostrando di sapere come spenderli al meglio.

È un fatto di mentalità, indotto da secoli di gestione clientelare del potere, di stranieri o per conto di stranieri, dove la cultura, a Napoli o a Palermo, collocava belle menti nel circuito del pensiero europeo senza essere capace di creare una classe dirigente via via adeguata al progresso economico e sociale.

Eppure al Sud c’è un humus che attende di essere valorizzato dallo Stato con aiuti che stimolino effettivamente la ripresa e, contemporaneamente, con una presenza delle istituzioni che sia capace di assicurare quella legalità senza la quale non si cresce. Perché se Cristo si è fermato ad Eboli oggi l’alta velocità si ferma a Salerno perché i governi, di destra e di sinistra, ignorano le potenzialità del Mezzogiorno per le quali un ruolo strategico hanno ferrovie e porti. Questi nostri governanti avrebbero dovuto leggere Cavour, che già nel 1846 attribuiva alle ferrovie il ruolo di unificazione dell’Italia e del suo sviluppo economico ed ai porti l’apertura al medio e all’estremo oriente. Oggi si direbbe di una porta dell’Europa aperta sul Mediterraneo e l’Oriente.

Se questo è il quadro della “questione del Sud” è evidente che i partiti, i quali non hanno ottenuto da Roma in giù quei consensi che avrebbero loro assicurato un buon numero di senatori e deputati hanno fatto degli errori, proprio a cominciare da Roma, la Capitale ma anche la porta del Sud.

E vi spiego perché. Trascurare Roma è stato un errore grave per il Centrodestra. Non che siano mancati significativi risultati per Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, ma sono stati assolutamente inferiori a quelli che era lecito attendersi. La Capitale avrebbe meritato maggiore attenzione. Roma è la città dei ministeri, delle grandi istituzioni pubbliche, delle università (la Sapienza è la più grande di Europa), a Roma sono la Corte costituzionale, la Cassazione, il Consiglio di Stato, la Corte dei conti, con tutto l’annesso di avvocatura del libero foro. Ma Roma è anche la Città con la più straordinaria presenza di beni del patrimonio storico artistico italiano, anche religioso. Ed è la città delle periferie degradate.

Quali di queste realtà professionali, economiche e sociali era presente nelle liste del Centrodestra? Quanti esponenti di rango delle amministrazioni pubbliche, delle magistrature, quanti docenti universitari, quanti avvocati, quanti espressione delle condizioni difficili in cui vivono tanti romani?

Non solo. I “romani” di oggi provengono prevalentemente da famiglie che non vantano le famose “sette generazioni” sulle rive del Tevere. La maggior parte di esse sono meridionali, perché è tradizione, in quelle realtà economiche e culturali, servire lo Stato. In lista quei candidati avrebbero rappresentato un’apertura verso le regioni di provenienza. Possibile che nessuno tra Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia abbia compreso questa realtà, questa tipicità di Roma ed il suo rapporto con il meridione, per cui le liste sono state composte con i tradizionali criteri che hanno svilito il ruolo della persona rispetto agli accordi delle correnti ed al reclutamento di pezzi dei precedenti partiti? Che per gli azzurri si è basato prevalentemente sul carisma di Silvio Berlusconi il quale ha sempre ritenuto che le sue scelte sarebbero state inevitabilmente quelle della gente. Così alle elezioni per il Sindaco di Roma, quando inventò la candidatura di Alfio Marchini, l’erede dei palazzinari rossi che piaceva alle signore per l’abbronzatura permanente del borghese sportivo e la piega dei capelli. E forse anche per l’eloquio un po’ incerto (che a Roma si dice zagaglia) che poteva sembrare pariolino. Candidato bocciato sonoramente. Per di più presentato contro Giorgia Meloni, alla faccia del ruolo di regista che l’ex Cavaliere tiene a rivendicare a sé e che vorrebbe ancora esercitare dopo che Matteo Salvini, con grande intelligenza politica e non poco coraggio nel contrastare il capo carismatico del Carroccio, Umberto Bossi,, ha portato la Lega fuori dalle secche della Padania per farne partito nazionale.

La Lega neonata a Roma, dopo l’esperienza di NoiConSalvini, ha avuto qualche iniziale difficoltà, superata il 4 marzo con una significativa affermazione alla Camera ed al Senato in tutto il Lazio. Poteva ottenere di più se avesse pensato a Roma in termini di maggiore apertura alle realtà socio culturale ed economiche di cui si è detto, anche nella prospettiva, attraverso Roma, di aprire al Sud.

11 marzo 2018

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

 

***

La presenza del Re Vittorio Emanuele III, nella Grande Guerra, è stata sottovalutata o addirittura ignorata, mentre è fondamentale nei momenti cruciali oltre alla presenza costante tra i soldati che fino ad allora, forse, avevano visto il Re solo nei suoi ritratti sulle monete e sui francobolli. Su questo tema parlerà

 

Domenica 11 Marzo, ore 10.30

 

il Prof. dr. Andrea UNGARI – professore di Storia Contemporanea

“ LA GRANDE GUERRA ED IL RE “

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

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raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”

 

 

La colpa è “Loro” ma li ha scelti “Lui”

di Salvatore Sfrecola

 

Ineccepibile l’analisi di Gian Marco Chiocci, direttore de Il Tempo a proposito degli errori che hanno commesso collaboratori e colonnelli di Silvio Berlusconi nella recente campagna elettorale, a cominciare dalla composizione delle liste. Tutto vero. Sono “loro”, i collaboratori e i colonnelli, che hanno gestito la vicenda elettorale fin dalla approvazione del rosatellum, quella demenziale legge elettorale con la quale abbiamo votato domenica 4 marzo che era evidente non avrebbe consentito la formazione di una maggioranza di governo. C’è da sperare che non abbiano effettuato per tempo una simulazione degli effetti, altrimenti si dovrebbe dubitare della loro intelligenza o della loro buona fede.

Chiocci rileva errori nella scelta dei collegi da attribuire alla Lega e quelli da tenere per Forza Italia, “in cambio di voti centristi naturalmente destinati a Berlusconi e che ora invece, non avendo “Noi con l’Italia” raggiunto il 3 %, andranno in maggior parte alla Lega. Loro e soltanto loro, hanno assemblato liste incomprensibili, con nomi messi e tolti, rimessi e ri-tolti fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, liste fondate su simpatie e antipatie personali che hanno scatenato la rappresaglia di moltissimi esclusi di peso”.

Giusto caro Chiocci, giustissimo. “Loro” hanno ripetutamente sbagliato. Ma è “Lui” che li ha scelti, un tempo e successivamente quando sembrava che la candidatura fosse assolutamente svincolata da doti personali di capacità politica e di credibilità personale. Tutti messi in posizione di rilevante responsabilità politica e governativa senza arte né parte, scelti solo perché compagni di scuola, amici di amici, di Gianni Letta, in particolare, giovanotti e giovinette di molte speranze ma senza alcuna esperienza e preparazione professionale, sicché in Parlamento si è vista una maggioranza impotente, assolutamente incapace di fare quello che gli italiani attendevano dal Centro destra, la semplificazione normativa che pesa sulle persone e sulle imprese, la riduzione dei balzelli che accompagnano la vita quotidiana della gente, dalla culla alla vecchiaia.

Hanno sbagliato “Loro” anche allora, ma ha sbagliato “Lui” che li ha scelti e li ha tenuti e conservati nel tempo, provocando l’indignazione di chi aveva votato Centrodestra sperando di vedere cambiamenti significativi nel Paese, quella rivoluzione “liberale” che il premier aveva promesso ma che è rimasta nel limbo delle buone intenzioni, quelle delle quali, come è noto, è lastricato l’inferno.

Ne ho scritto in “Un’occasione mancata” nel 2006, appena uscito da Palazzo Chigi, dove avevo svolto dal 2001 le funzioni di Capo di Gabinetto del Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. In quel libro, che ancora mi chiedono, non svelavo retroscena di vicende politiche o amministrative, ma davo conto di un clima politico amministrativo nel quale  sotto l’abile guida di Gianni Letta, il potente Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che ama farsi chiamare “Direttore”, nel ricordo dell’esperienza fatta proprio a Il Tempo, sono stati mantenuti in posizioni di potere e di responsabilità personaggi del precedente governo. I quali si sono impegnati a sabotare, giorno dopo giorno, già dalla fase di formazione delle scelte, il programma del governo Berlusconi. Quello di Letta è stato il classico “tirare a campare” di andreottiana memoria, che alla lunga produce l’effetto di “tirare le cuoia”. E così è andata.

Collocare in posizioni di potere, politico e amministrativo, personaggi non affidabili, privi dei valori che il Centrodestra aveva sbandierato sulle piazze nella campagna elettorale acquisendo uno straordinario consenso, solo perché amici degli amici è stata la più grande colpa dei collaboratori del Cavaliere. Il quale oggi non si può dolere degli errori “Loro” che hanno portato Forza Italia al minimo storico, con prospettive di dissoluzione in tempi rapidissimi, per l’attrazione “fatale” della Lega, non più “Nord” di Matteo Salvini, un leader che ha dimostrato di saper dialogare con la gente anche del Sud della quale ha compreso le antiche frustrazioni alimentate da decenni di politica clientelare e dalla presenza delle lobby guidate dalla malavita.

Gli errori si pagano, sempre. Soprattutto quelli dei capi ai quali si chiede la capacità di scegliere i migliori e di guidarli. Perché solo con i migliori si vince. Napoleone così sceglieva i suoi generali e non si preoccupava che fossero a volte più bravi di lui perché era comunque lui a guidarli.

Berlusconi ha scelto spesso male. Può accadere, ma gli errori si correggono. Non lo ha fatto. Come non ha formato una classe dirigente di livello, anche in vista della sua uscita di scena, inevitabile al passare del tempo. E rischia di fare la fine del pugile suonato che non sa ritirarsi dal ring al momento opportuno, quando ancora intatto è il suo prestigio e continua a combattere finendo più volte al tappeto fino a quando non potrà più rialzarsi.

7 marzo 2018

 

 

 

Se la politica fa un passo indietro

di Salvatore Sfrecola

 

La lista dei “ministri” di Antonio Di Maio conferma lo sconcerto che ha accompagnato la gestione di Virginia Raggi a Roma e di Chiara Appendino a Torino. Brava gente ma inadatta al ruolo che hanno assunto in virtù di un consenso elettorale assicurato al Movimento 5 Stelle dal desiderio del nuovo che ha mosso molti italiani che non hanno voluto disertare le urne pur essendo disgustati da quel che hanno fatto, o non fatto, i partiti che hanno detenuto il potere negli ultimi decenni.

È accaduto altre volte che la protesta abbia generato consenso nei confronti di un movimento politico che, tuttavia, quasi mai si è consolidato ed ha messo in campo persone adeguate al ruolo che avrebbero svolto, innanzitutto in Parlamento. È stato così, nell’immediato dopoguerra, con l’Uomo Qualunque, guidato da un commediografo di valore, Guglielmo Giannini. Durò poco. La protesta se non incanalata in una realtà di governo perde presto consensi. Molti trasmigrarono in altri lidi, prevalentemente a Destra.

Il Movimento 5 Stelle continua a riscuotere consensi anche di fronte alle mediocri performance di Raggi ed Appendino. Non che fosse facile amministrare Roma dopo decenni di malagestione, come reso tristemente noto dall’inchiesta su Mafia Capitale. Ma sarebbe stato possibile restituire dignità alla Capitale d’Italia cominciando da qualche segnale che dimostrasse un cambiamento di passo, in qualche settore, magari nella gestione di alcuni servizi, nel trasporto o nella rimozione dei rifiuti, ripristinando anche alcune realtà che sono state sempre l’orgoglio dei romani, come la manutenzione dell’imponente vegetazione arborea che distingue Roma da tutte le altre città d’Italia. Invece, pochi centimetri di neve nei giorni scorsi hanno abbattuto alberi secolari, da tempo trascurati.

Si ha l’impressione che Virginia Raggi non sapesse da dove cominciare. Avrebbe dovuto scegliere un settore dove puntare già il giorno dopo. Non lo ha fatto, non per cattiva volontà, ne sono certo, ma perché non sapeva e forse non sa ancora dove mettere le mani per mancanza di collaboratori all’altezza del compito. L’ha bloccata la diffidenza nei confronti della struttura. Ed ha fatto bene, ma avrebbe dovuto salire le scale del Campidoglio con una giunta già fatta e con adeguati collaboratori. Lì il Movimento ha dimostrato i suoi limiti che oggi ripropone agli elettori con la lista dei “ministri” presentata al Quirinale e all’opinione pubblica. Eppure hanno avuto cinque anni per valutare esperienze interne ed esterne di valore.

Non basta un master o una cattedra universitaria per fare il ministro, per tradurre idee, anche buone, in concreti provvedimenti legislativi o amministrativi. È necessario conoscere leggi, regolamenti, procedure amministrative e l’apparato che il “ministro” è chiamato a dirigere. E contemporaneamente occorre che l’autorità politica sia assistita da tecnici di valore, conoscitori dell’amministrazione e dei funzionari ai quali dovrà essere richiesto di cambiare. Ciò che è possibile fare solamente se il dialogo tra ministro e struttura procede con lo stesso linguaggio. Cosa non facile se il politico e i suoi collaboratori tecnici non hanno la capacità di fare proposte concrete e realizzabili rapidamente. Altrimenti, se la burocrazia non collabora non si va da nessuna parte. Tutto si rallenta e l’effetto positivo del nuovo non è apprezzato dagli elettori. È quel che è accaduto con la gestione di Matteo Renzi che, fatti fuori Consiglieri di Stato e della Corte dei conti o Avvocati dello Stato, quelli che sanno non solo in teoria come funzionano gli apparati. E gli effetti delle “riforme” di Marianna Madia si sono viste subito.

Il “Consiglio dei ministri” del Governo Di Maio è un po’ come la Giunta Raggi, con l’aggravante di un evidente errore di fondo, l’aver confuso la funzione politica del governo e, pertanto, dei ministri con la conoscenza tecnica, scientifica, magari eccellente ma per definizione teorica. Come insegna del resto l’esperienza. Di tecnici prestati alla politica con successo la storia della Repubblica Italiana ne conosce pochi, Luigi Einaudi, Ministro del bilancio, Gaetano Stammati e Guido Carli, Ministri del tesoro. Ma avevano una grande sensibilità politica. In consiglio dei ministri nessuno osava contraddirli perché conoscevano anche la storia dell’economia e quando qualcuno proponeva la ricetta magica erano in grado di rispondere, se non la condividevano, che c’erano ragioni che in passato o qua e là nel mondo quella soluzione non aveva funzionato.

Tecnici e politici ad un tempo. Un esempio per dire che non ci siamo con i “ministri” di Di Maio che, tra l’altro, dimostra di svilire il ruolo della politica, che è espressione di un pensiero politico in questa fase storica regredito a espressioni che non ne danno conto. Una volta c’era il Partito Liberale, erede di Cavour e poi di Benedetto Croce. Ugualmente i cattolici qualificavano “popolare” il partito di Luigi Sturzo che si rifaceva al pensiero economico e sociale di Giuseppe Toniolo, ispiratore della Populorum progressio di papa Leone XIII. O i socialisti e, poi, i comunisti, che si rifacevano al pensiero di Karl Marx, al suo “Manifesto” che aveva messo in campo proposte senza dubbio rivoluzionarie.

Oggi i partiti ricorrono spesso ad un nome che “non definisce niente”, come diceva James Madison del partito “repubblicano” e del “democratico”, un nome che non indica una filosofia politica. È una condizione che continua oggi in una stagione della politica nella quale nella denominazione dei partiti non si rinviene un riferimento ideale. Sicché si ricorre ad elementi botanici, l’“Ulivo”, vasta alleanza di sinistra, o la “Margherita”, nella quale si ritrovano gli eredi della Democrazia Cristiana, il “partito di centro che guardava a sinistra”. Per finire con una denominazione a carattere turistico-alberghiero, “5 Stelle”.

2 marzo 2018

 

 

Palazzo Spada, l’uomo del governo è incompatibile.

L’esecutivo, pur essendo in ordinaria amministrazione, ha espresso tre nomi per i vertici del Consiglio di Stato. Uno di essi appartenendo già all’organismo, è in conflitto di interessi. L’unica donna, invece, è stata collaboratrice stretta della Boschi

di Salvatore Sfrecola

 

C’è da essere certi che a Santi Romano o a Meuccio Ruini, giuristi illustri, certo tra più eminenti Presidenti del Consiglio di Stato, sarebbe corso un brivido lungo la schiena a leggere la richiesta di parere sulle nuove nomine a Consigliere di Stato nell’aliquota riservata all’Esecutivo, giunta a Palazzo Spada all’inizio di gennaio. Dei tre candidati, infatti, uno è modesto, un altro è incompatibile. Ed è certo che saranno in forte imbarazzo i componenti del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi, in particolare i togati che parteciperanno oggi alla seduta nella quale su quella richiesta di parere dovranno pronunciarsi. Perché c’è dell’anomalia grave in questa vicenda. Infatti il governo è in carica per l’ordinaria amministrazione, essendo sciolte le Camere. Ed è la stessa Presidenza del Consiglio che, con una circolare del 29 dicembre 2017, nel definire i poteri che residuano a Palazzo Chigi in questa situazione. ha previsto che si possono effettuare nomine solamente “per assicurare la funzionalità di enti e organi”. E non è certo il caso del Consiglio di Stato che può benissimo funzionare senza i tre che il governo vorrebbe nominare.

Ma c’è di più. I tre sono Carla Ciuffetti, funzionario della Camera, Luigi Fiorentino, dirigente della Presidenza del consiglio, e il professor Pierluigi Mantini, già parlamentare del Partito Democratico, che ha svolto funzioni di Vicepresidente del Consiglio di presidenza come componente di elezione parlamentare. Il Prof. Mantini alla data del 23 dicembre 2017, quando il Governo ha deliberato la sua designazione al Consiglio di Stato, era in carica e in quel ruolo è rimasto fino al 3 gennaio 2018, data in cui la richiesta del governo è pervenuta a Palazzo Spada.

Escluso Luigi Fiorentino, che ha un curriculum professionale e scientifico certamente adeguato alla nomina, la Ciuffetti è soprattutto una stretta collaboratrice del Sottosegretario alla Presidenza del consiglio Maria Elena Boschi. E basta. In precedenza al massimo organo della Giustizia Amministrativa giungevano dalle Assemblee parlamentari candidati particolarmente titolati. Insomma Segretari Generali o Vice segretari generali, cioè funzionari al vertice della burocrazia di Montecitorio e Palazzo Madama. Per quanto possa essere brava e stimata dalla Boschi la dottoressa Ciuffetti è solamente funzionario di medio rango.

Ma la cosa che più desta sconcerto è la proposta di nomina del Professor Mantini per la quale osta un chiaro disposto normativo, l’art. 7, comma 5, della legge 27 aprile 1982, n. 186, sull’Ordinamento della giustizia amministrativa, a tenore del quale ai componenti laici del Consiglio di presidenza (quelli eletti da Camera e Senato) “si applica il disposto dell’art. 12 della legge 13 aprile 1988, n. 117”. Questo richiama, a sua volta, le disposizioni della legge 24 marzo 1958, n. 195, sulla costituzione e il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, la quale all’art. 36 prevede che “i componenti del Consiglio superiore eletti dal Parlamento non possono essere assunti in magistratura per meriti insigni, fin quando sia in carica il Consiglio al quale appartengono o hanno appartenuto”. Non possono, cioè, essere nominati Consiglieri di Cassazione e, quindi, in forza del rinvio, neppure Consiglieri di Stato. È evidente un conflitto di interessi ed una manifesta lesione recata all’indipendenza della Giustizia amministrativa. Insomma il professor Mantini non può essere assunto per nomina governativa al Consiglio di Stato, almeno fino a quando rimarrà in carica l’attuale Consiglio di presidenza per avervi egli appartenuto fino al 3 gennaio 2018.

Le regole non sono forma ma sostanza, in particolare considerato che parliamo dei massimi giudici degli atti amministrativi del Governo. Un po’ di garbo istituzionale non guasterebbe.

(da La Verità del 23 febbraio 2018)

 

I cattolici in politica: soli o accompagnati?

di Salvatore Sfrecola

 

C’era una volta il partito dei cattolici, la Democrazia Cristiana, dove tutti ostentavano fede in Dio e vicinanza alla Chiesa. Si facevano fotografare all’atto della comunione, non mancavano a matrimoni e battesimi, come Giulio Andreotti o Remo Gaspari, che ho incontrato un mese prima che morisse, ormai ultraottantenne, in Abruzzo, al matrimonio dell’amica di una mia cugina. Era onnipresente nella sua regione per la quale, in verità, ha fatto molto negli anni, soprattutto sollecitando la realizzazione di importanti infrastrutture viarie per le quali gli abruzzesi lo ricordano ancora con sincera riconoscenza. Non solo le centinaia di postini che ha fatto assumere da Ministro delle poste.

Ugualmente gli altri dc marcavano il territorio e portavano a Roma ministri e sottosegretari con esperienza amministrativa e parlamentare. Per anni i governi sono stati democristiani, poi “a guida democristiana” con qualche ministro dei partiti satelliti, laici ma fedelissimi, liberali, socialdemocratici, repubblicani. Poi sono subentrati Craxi e Spadolini, ma la Dc aveva ancora molto potere, anche quando fu ministro dell’interno Giorgio Napolitano, comunista, il primo ad essere benedetto a Washington. Lì ed a Roma non si erano accorti che quel napoletano dall’eloquio rassicurante era un fazioso, come aveva dimostrato al tempo dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica e come dimostrerà, da Presidente della Repubblica, facendo campagna elettorale nel referendum sulla riforma costituzionale votata da un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale bocciata dalla Consulta perché incostituzionale. Poi il partito dei cattolici è sparito dall’orizzonte politico dall’oggi al domani. I vari Buttiglione e Mattarella hanno tentato invano di rianimarlo con un’iniezione di storico sturzianesimo, chiamandolo Partito Popolare Italiano. Tutto inutile, tirando a campare invece hanno tirato le cuoia. Inossidabili, hanno creato la Margherita, poi confluita nel Partito Democratico confermando di essere quel movimento politico “di centro che guarda a sinistra”, secondo un’immagine degasperiana certamente sottovalutata.

Sul piano dei valori cristiani, la famiglia la sacralità della vita dal concepimento alla fine naturale, la libertà di insegnamento, nessuno si è accorto negli anni che ci fosse partito cattolico al potere. Amintore Fanfani aveva fatto la battaglia per il “SI” nel referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio. Fu un tentativo inutile. Le famiglie erano state già divise dal fisco che favoriva le separazioni fittizie dei benestanti e dei professionisti. Per contadini ed operai ci pensò la legge Fortuna. Poi ci sarà la legge sull’aborto, lesione forte del diritto nel nascituro. Sarebbe stato possibile minimizzarne gli effetti con una sana politica per le famiglie “con particolare riguardo alle famiglie numerose”, come si legge nell’art. 31 della Costituzione. Intanto le scuole cattoliche chiudono perché suore e preti hanno rinunciato all’insegnamento ed i costi di gestione delle scuole non consentono di continuare a tenere aperti elementari e licei. La Chiesa non ha ritenuto di impegnarsi altro che nelle università dove ci sono risorse da gestire. Una battaglia perduta, l’insegnamento che una volta era la forza del mondo cattolico denuncia un arretramento gravissimo. A 18 anni chi entra in una università “cattolica”, se non ha acquisito valori in famiglia ed a scuola, a quei valori è, il più delle volte, perduto.

La “politica” dei cattolici “in politica” segue il potere delle lobby di affari ed ha trascurato i valori. Nei quali evidentemente non credevano. Come Pierferdinando Casini, dc tutto d’un pezzo, forlaniano di ferro, che oggi è candidato dal Partito Democratico nella rossa Bologna. Nessuno ha saputo fare proposte serie in tema di unioni civili o fine vita, con la conseguenza che su quei temi, certo da regolare con legge, non si è fatta una normativa equilibrata. Oggi in vista del voto del 4 marzo Massimo Gandolfini, uno dei promotori del Family Day, scrivendo su La Verità condanna il tentativo di Mario Adinolfi che con il Popolo della Famiglia evoca valori non esclusivamente cattolici. La famiglia naturale fondata sul matrimonio, come si esprime la Costituzione all’articolo 29 non è necessariamente cristiana ma ha uno scopo ben preciso, procreare ed educare i figli. Insomma investire in figli e futuri cittadini e lavoratori è interesse della società e dello Stato. Gandolfini non vuole che si pensi ad un partito cattolico o di cattolici e sponsorizza i soliti noti che nei partiti di provenienza poco hanno fatto in difesa dei valori cristiani che forse, se propugnati con convinzione, sarebbero stati condivisi da altri, anche dai laici. I vari Maurizio Lupi, Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello, Simone Pillon, Alessandro Pagano, Antonio Palmieri, Paola Binetti, tutti rigorosamente in neretto nel testo dell’articolo, sono politici impegnati soprattutto a mantenere il seggio a Montecitorio o a Palazzo Madama per tirare a campare incuranti della facile previsione che alla fine tireranno (politicamente) le cuoia. L’importante per loro è durare, non difendere valori. Di questi cattolici la società e la Chiesa, mi perdonerà l’aperturista Monsignor Galantino, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), non ha assolutamente bisogno. Anzi, sono pericolosi perché costituiscono un alibi per la politica senza valori che si arrende alle Bonino ed ai Cappato di turno. “Cattolici” che a parole definiscono “non negoziabili” principi che in nessun modo tutelano per assoluta mancanza di idee e incapacità di proposta.

23 febbraio 2018

 

 

Il Ministro Madia evita il confronto con i dirigenti pubblici

di Salvatore Sfrecola

 

Marianna Madia, Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, attesa alla tavola rotonda organizzata dalla Confedir (Confederazione autonoma dei dirigenti, quadri e direttivi pubblici), per un confronto con i partiti su “Riforme e rinnovo dei contratti”, non si è fatta viva. Ha preferito dare forfait, consapevole del fatto che la dirigenza delle pubbliche amministrazioni è fortemente critica con le riforme da lei volute, “fallite o mai nate”, perché bocciate dalla Corte costituzionale, come ha detto aprendo i lavori il Prof. Michele Poerio, Segretario generale della Confedir, il quale ha insistito sull’esigenza che il futuro governo valorizzi le professionalità della dirigenza amministrativa riconoscendole il ruolo che la Costituzione all’art. 98 le assegna, quella di essere “al servizio esclusivo della Nazione”, non del politico di turno, ministro, sindaco, assessore. Perché lo spoil system dissennato, sul quale si è esercitato soprattutto il governo di Matteo Renzi, di fatto ha condizionato l’attività dei dirigenti in quanto la nomina e la conferma sono esclusivamente in mano alla politica che li sceglie secondo criteri che quasi mai corrispondono alla loro esperienza e professionalità, ma alla vicinanza alla politica. Come nel caso delle agenzie fiscali, delle quali ho scritto ripetutamente, che dalla loro costituzione non hanno indetto concorsi ma hanno dirigenti “incaricati”, quindi precari, in violazione financo della sentenza della Corte costituzionale la quale aveva ribadito che nel nostro ordinamento la regola delle assunzioni nel pubblico impiego e quella del concorso.

C’è, poi, il tema scottante delle retribuzioni. “Lo Stato negli ultimi otto anni – ha detto il Prof. Poerio – ha risparmiato dodici miliardi di euro grazie al blocco del contratto dei dipendenti pubblici, dato certificato dalla Ragioneria generale dello Stato”. Nel corso della tavola rotonda sono intervenuti Luciano Ciocchetti (Noi con l’Italia), Loredana De Petris (Liberi e Uguali), Stefano Fassina (Liberi e Uguali) Mauro Vaglio (Movimento 5 Stelle) e Paola Maria Zerman (Popolo della Famiglia). Tutti hanno convenuto sulla necessità che Governo e Parlamento mettano mano ad una riforma che riconosca il livello di professionalità dei dirigenti pubblici abolendo il ruolo unico voluto dalla Madia, con evidente sottovalutazione delle specificità proprie di settori importanti delle pubbliche amministrazioni rispetto alle quali le esperienze maturate dai dirigenti costituiscono un apporto indispensabile.

Nel corso della tavola rotonda è stata anche denunciato l’errore gravissimo della abolizione del Segretario comunale, una garanzia preziosa di legittimità ed efficienza dell’azione amministrativa negli enti locali, come ha sottolineato la senatrice De Petris, richiamando la sua esperienza di assessore al Comune di Roma. Sulla necessità di semplificare le procedure per venire incontro alle esigenze delle persone e delle imprese, in vario modo affrontato da tutti, si è soffermata in particolare Paola Zerman, avvocato dello Stato, la quale, tornando sulla scelta dei dirigenti, ha criticato l’eccessivo ricorso ad estranei alla pubblica amministrazione, con evidente mortificazione dei funzionari in servizio nell’area quadri, fondamentale ma trascurata in tutte le riforme.

L’invito del Prof. Poerio alla politica a “fare chiarezza sui programmi in merito alle possibili soluzioni che intende adottare per il miglioramento della PA e del contratto” è stato accolto da tutti i presenti. Speriamo che alle promesse seguano i fatti, si è augurato Pietro Paolo Boiano, Segretario Generale Aggiunto della Confedir, mentre Arcangelo D’Ambrosio, Segretario generale della DIRSTAT ha consegnato ai partecipanti un documento sulle “verità nascoste” sulle pensioni, contestando, in particolare, la misura delle ritenute sulle retribuzioni, pari al 33% a fronte del 19,6% della Germania, del 16,7% della Francia, del 28,3% della Spagna.

 

 

 

Morto Giuseppe Galasso, lo storico repubblicano che piace ai monarchici

di Salvatore Sfrecola

 

Non deve stupire se, alla notizia della morte di Giuseppe Galasso, sulla soglia dei 90 anni, il sito dell’Unione Monarchica Italiana lo ricorda come un grande storico, “mai di parte”. Perché in effetti Giuseppe Galasso, certamente repubblicano ed esponente del P.R.I., partito per il quale è stato consigliere e assessore comunale di Napoli, poi deputato al Parlamento e Sottosegretario ai beni culturali e ambientali (a lui si deve la legge n. 431 del 1985 per la protezione del paesaggio, detta, appunto, “legge Galasso”), è stato uno storico di raro equilibrio, mai “di parte”, come molti che, per convinzione o per convenienza, si sono schierati, magari per farsi strada nelle università. E così, con la lente dei partiti, hanno letto fatti e personaggi della storia italiana, soprattutto di quella più recente. Come dimostrano i toni del dibattito che in questa stagione hanno riguardato la polemica Fascismo-Antifascismo.

Uomo del Sud, Galasso è stato protagonista della cultura della sua terra. Ha iniziato con una borsa di studio dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, di cui sarebbe divenuto successivamente segretario, ed ha terminato la sua esperienza accademica insegnando storia moderna presso l’Università Federico II, nella quale è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. Ha tenuto la medesima cattedra presso l’Istituto Suor Orsola Benincasa. In precedenza aveva insegnato nelle Università di Salerno e Cagliari.

Presidente della Società napoletana di storia patria, ha ricevuto la Medaglia d’oro come benemerito della cultura e dell’arte e, nel 2005, il “Premio speciale della Cultura” della Presidenza del Consiglio dei Ministri  per la sezione “Storia”.

Numerose le opere che lo hanno fatto conoscere non solo agli studiosi ma al grande pubblico degli appassionati di storia. A cominciare da la Storia d’Europa, edita da Laterza per continuare con gli studi che hanno riguardato l’Italia meridionale. Qualche esempio: Mezzogiorno medievale e moderno; Dal Comune medievale all’Unità. Linee di storia meridionale; Napoli spagnola dopo Masaniello. Politica Cultura Società; Potere e istituzioni in Italia. Dalla caduta dell’Impero romano ad oggi; Il Mezzogiorno nella storia d’Italia. Lineamenti di storia meridionale e due momenti di storia regionale; L’Italia come problema storiografico; Storia del Regno di Napoli (1266-1860), 6 volumi; Italia nazione difficile. Contributo alla storia politica e culturale dell’Italia unita; L’Italia moderna e l’unità nazionale (con Luigi Mascilli Migliorini); L’Italia nuova. Per la storia del Risorgimento e dell’Italia unita, 7 volumi; Storia della storiografia italiana. Un profilo.

Crociano di formazione, del grande filosofo e storico di Pescasseroli ha curato la riedizione delle opere per la casa editrice Adelphi.

È stato anche – e forse lì è la ragione della simpatia dei monarchici – un grande stimatore di Camillo Benso di Cavour, il grande statista che ha avuto un ruolo centrale nella formazione dello Stato unitario. Che anche noi ricordiamo con le parole del Cancelliere austriaco Clemente Lotario di Metternich: “in Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il Conte di Cavour”.

Di Cavour Galasso scrive nella prefazione all’“Autoritratto” di Camillo Benso di Cavour (BUR 2010), nel quale lettere, diari, scritti e discorsi del grande statista sono presentati con straordinaria comprensione del contesto storico. A cominciare dal perimetro istituzionale nel quale il Conte si muoveva, persuaso che lo Statuto Albertino racchiudesse “tutti i più grandi principii delle libere costituzioni”, in quanto “consacra fra noi tutti i diritti di cui godono tutte le nazioni più incivilite”, come scrisse il 10 marzo 1848, all’indomani della promulgazione della Carta fondamentale del Regno, in un articolo per “Risorgimento”, il giornale sul quale avrebbe condotto le grandi battaglie per l’unità d’Italia e il riordinamento dello Stato.

Di Cavour lo storico napoletano apprezza soprattutto il fatto che parlasse e scrivesse, già nel 1847, dell’“Italia considerata come un solo paese”, un discorso unitario all’epoca non frequente neppure a proposito dell’economia della penisola. Ed un anno prima aveva scritto su la “Revue Nouvelle” di Parigi del ruolo unificante delle ferrovie. Non solamente dal punto di vista interno, ma nella prospettiva dello sviluppo economico di un’Italia protesa verso l’oriente, vicino e più lontano (diceva della Cina), in ragione della posizione geografica della penisola, un promontorio nel Mediterraneo, e dei suoi porti, Palermo e Napoli, capaci di convogliare le merci provenienti dall’Europa. Una visione modernissima che Galasso sottolinea come espressione della visione politica dello statista piemontese, con adesione piena e convinta ai principi del liberismo economico, del mercato e della concorrenza, nemico degli stati che mantenevano un sistema “protettore” o “ultraprotettore”.

Ed a proposito dell’impegno politico di Cavour, Galasso si chiede: “ha corrisposto l’Italia unificata da Cavour a quelli che poterono essere i suoi propositi e le sue speranze? È nata l’Italia libera, moderna, progredita sulla linea dell’Europa più avanzata, che egli auspicava? Si è formato uno Stato efficiente, bene strutturato, equilibrato fra esigenze pubbliche e private, collettive e individuali, liberiste e sociali, forte ma giusto nell’ordine e nella giustizia?” Risposte affermative, scrive Galasso, “sarebbero poco credibili già in via di principio”. Ma “le risposte negative sarebbero, tuttavia, sicuramente errate”. Questo è Giuseppe Galasso, storico per nulla condizionato dalle sue idee politiche, consapevole del valore dell’unità nazionale raggiunta nel Risorgimento. Per cui, di fronte ad alcune letture critiche delle annessioni al Regno di Sardegna in attesa che divenisse d’Italia, non ha dubbi che siano un errore, anche quando si debba riconoscere che non tutto andò per il verso giusto. E il 13 luglio 2015 scrive sul Corriere della Sera che gli “appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno”.

Insieme all’attività accademica e politica Galasso è stato un editorialista molto apprezzato per i suoi scritti su quotidiani e periodici nazionali, da Il Mattino al Corriere della Sera, La Stampa, L’Espresso. Le sue parole hanno sempre lasciato un segno nelle menti più attente.

Da appassionato di storia sentirò la mancanza di Giuseppe Galasso. Ed è certo che non sarò il solo.

15 febbraio 2018

 

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

Come è stato scritto che dopo la grande guerra 1914-1918 “nulla fu come prima” a complemento di questo ciclo storico , non bisogna dimenticare oltre agli altissimi costi umani, altre importanti conseguenze i cui effetti durarono decenni e coinvolsero tutti i paesi belligeranti. Su questo tema parlerà

 

Domenica 18 febbraio, ore 10.30

 

il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola,-Presidente Associazione Italiana

Giuristi di Amministrazione:

“I costi umani e finanziari della Grande Guerra”

 

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”

 

 

 

Votare è un dovere, astenersi un errore

di Salvatore Sfrecola

Nelle conversazioni che hanno ad oggetto la campagna elettorale in vista del voto del 4 marzo accade spesso di sentire, da giovani e meno giovani, una sorta di rifiuto del voto, in ragione di una diffusa disaffezione provocata da una classe politica ritenuta, quanto meno, inadatta al ruolo. Conta molto in queste valutazioni la percezione del disagio che vivono vaste aree della popolazione, le difficoltà delle famiglie, soprattutto di quelle numerose, la diffusa insicurezza, in gran parte dovuta all’immigrazione incontrollata, la pesante tassazione che colpisce ogni genere di attività economica, la disoccupazione che penalizza i giovani, spesso costretti a cercare lavoro all’estero, risorse preziose che abbandonano il nostro Paese. Poi la evidente incapacità della scuola di formare, le diffuse inefficienze della sanità che in alcune regioni denunciano gravi ritardi nelle liste di attesa e non poche disfunzioni, soprattutto in Italia meridionale, come ci informa spesso la stampa.

Si aggiungono i problemi del sistema pensionistico che non tutela le persone più modeste per le quali, infatti, un po’ tutti i partiti propongono aumenti.

Promesse, promesse, promesse di quanti, al governo, avrebbero potuto fare quanto oggi promettono. E questo, ovviamente, è un motivo di insoddisfazione e di distacco dalla politica. Il balletto delle promesse con le quali i partiti s’inseguono a vicenda non lasciano certo indifferenti gli italiani e indubbiamente alimentano il rifiuto del voto. Che sembra diffuso in alcuni ambienti, anche intellettuali. Come nel caso di Giampaolo Pansa, battagliero polemista che oggi scrive su La Verità il quale, senza mezzi termini, ha affermato che si asterrà come gli “italiani onesti e disgustati da una Casta politica che fa vomitare”.

Preoccupa non tanto il giudizio, quanto la scelta di non deporre la scheda nell’urna. Perché votare è un dovere, civico e morale per tutti i cittadini, in particolare per quanti, come Pansa hanno dedicato la vita ad un impegno civile coraggioso. Astenersi è comunque un errore, politico e civico. Non per un obbligo formale. Nel definire il testo dell’art. 48 della Costituzione, secondo il quale il voto “è un dovere civico”, i costituenti vollero che tutti si sentissero coinvolti delle scelte. Tanto che la legge elettorale nel 1948 aveva stabilito, in caso di non voto, che il cittadino si giustificasse dinanzi al suo sindaco, con la conseguenza che se i motivi non fossero stati giudicati idonei sarebbe stata applicata la sanzione, sia pure simbolica, dell’iscrizione in un elenco esposto al pubblico nella “casa comunale” per trenta giorni. E in aggiunta la menzione “non ha votato” da mantenere per un periodo di cinque anni nel certificato di “buona condotta”. Nel frattempo quel certificato non si rilascia più, in quanto sono state abrogate le norme che attribuivano la competenza al Sindaco. Ne sarebbe lieto Mario Vinciguerra, storico e giornalista, che ne aveva scritto ne “Il voto obbligatorio nel paese dei balocchi”, nel quale narrava le sue disavventure nel vano tentativo di farsi apporre quell’annotazione sul certificato. Si era rivolto al suo sindaco e, infine, alla Procura della Repubblica, immaginando financo un reato di omissione, suo per non aver votato e del sindaco per non aver provveduto ad apporre la dicitura prevista. Riferisce che nessuno lo aveva ascoltato e che tutti si erano infastiditi per la sua insistenza.

Votare è necessario e utile, non solamente quando troviamo sulla scheda elettorale il simbolo del “nostro” partito e il nome del candidato che stimiamo e che vorremmo vedere deputato o senatore. La democrazia vive di scelte pro o contro un partito o un programma. Se non c’è quello che vorremmo la partecipazione si manifesta nel senso di ostacolare il partito o la persona (in caso di collegio uninominale) lontano dalle nostre idee. Un po’ come nel ballottaggio, che semplifica il confronto limitandolo ai due candidati più votati. È accaduto ovunque, nelle più recenti elezioni amministrative a Roma ed a Torino, dove gli elettori che aveva votato i candidati rimasti fuori dal ballottaggio si sono schierati da una parte o dall’altra.

Altri si sono astenuti. Ma anche astenersi è, in fin dei conti, una scelta, che peraltro consegniamo a quanti hanno espresso la preferenza per un partito o un candidato. E molto spesso significa contribuire a far prevalere chi non avremmo voluto.

Astenersi , dunque, è in ogni caso un errore. Gli italiani “onesti e disgustati” da questa classe politica, per ripetere la frase con la quale Pansa ha annunciato la sua volontà di non votare, devono dire la loro. In tempi di prima repubblica Indro Montanelli invitò quegli italiani ad andare ai seggi turandosi il naso. È un invito valido ancora oggi. Tutti possiamo farci un’idea, quantomeno per dire no ad un partito o ad un candidato, tra quelli che presentano in questi giorni le promesse più varie senza preoccuparsi di dimostrare in qualche modo se siano utili ed effettivamente realizzabili, bilancio mano. Intanto vanno scartati partiti e uomini che, avendo potuto fare quel che oggi promettono non lo hanno fatto quando hanno gestito il potere, al Governo o in Parlamento.

C’è, poi, da mettere in conto i valori, lo Stato, la Famiglia, la Giustizia, la Sicurezza. Chi li ha difesi, chi li ha traditi? Chi è credibile per la propria storia personale e professionale? Insomma, gli elementi per scegliere pro o contro ci sono. Basta individuare simbolo e nome e metterci una croce sopra.

7 febbraio 2018

 

9 maggio 1946 – Umberto di Savoia da Luogotenente a Re d’Italia

di Domenico Giglio

 

Premessa

La scomposta reazione dei ministri repubblicani nel governo De Gasperi, dei loro partiti e dei loro giornali alla notizia, il 9 maggio 1946, della abdicazione di Vittorio Emanuele III, con accuse di “tradimento”, della “ultima fellonia dei Savoia”, come intitolò l’ Unità, della “rottura della “tregua istituzionale” e simili, dimostrano che la assunzione al trono del Principe Umberto avrebbe senza dubbio giovato alla causa monarchica. E’ infatti ridicolo ed assurdo che coloro i quali, due anni e più prima avevano richiesto pretestuosamente, preteso, intimato, l’abdicazione del Re, dallo stesso, all’epoca, giustamente respinta, la ritenessero adesso una scorrettezza ! E che l’abdicazione potesse giovare alla Monarchia, fu anche recepita dalla stampa estera, come il caso del giornalista inglese Martin Moore che sul “Daily Telegraph”, scrisse:” La reazione della stampa di sinistra al momento dell’abdicazione dimostra che quei partiti ne temono gli effetti”.

In realtà, come lo stesso Umberto ebbe a precisare nel suo messaggio di saluto agli italiani, nulla cambiava in merito alle sue prerogative ed agli impegni presi, se non questa, apparentemente ininfluente, modifica nelle Leggi e nei Decreti, che gli stessi ora fossero firmati da Re, e non più dal Luogotenente, anche se questo Re, non lo era più “per grazia di Dio e volontà della Nazione”. Era però la figura di Umberto a risaltare e ad assumere quel carisma che, storicamente, accompagnava la figura dei Sovrani, per cui da quel momento i monarchici, che ad esempio, a Roma, accorsero in folla, ad acclamarlo in piazza del Quirinale, potevano gridare la loro convinzione, che era anche una fede, con le parole “Viva il Re”.

A questo punto viene spontanea una domanda. Perché questo anziano Sovrano, Vittorio Emanuele, che aveva amato l’Italia appassionatamente, malgrado la sua apparente freddezza, aveva tardato così tanto a prendere la decisione della abdicazione? Il 5 giugno del 1944 con la istituzione della Luogotenenza, aveva rinunciato, in via definitiva ed irrevocabile ai suoi poteri costituzionali, ma era pur sempre Re e la sua effigie era rimasta, può sembrare banale, ma non lo era, sui francobolli, sulle marche da bollo e simili. L’Italia all’epoca era ancora divisa, dilaniata dalla guerra e Vittorio Emanuele, era quello che ne aveva indicato e promosso la strada della rinascita che voleva attendere come Re. Il 25 aprile, o meglio ancora la successiva data della firma, a Caserta, della resa delle truppe germaniche, poteva essere una data possibile per una abdicazione, ma grondava ancora troppo sangue. Il successivo, 29 luglio, data della sua assunzione al Trono? Allora il primo gennaio 1946, inizio dell’anno che avrebbe visto le elezioni ed il referendum? Nel diario di Falcone Lucifero dobbiamo giungere alla data dell’8 marzo 1946, per trovare un accenno ad una possibile abdicazione, che acquista concretezza solo alla fine di aprile quando, in data 22 aprile è lo stesso Principe Umberto a comunicare riservatamente al Ministro della Real Casa che l’abdicazione sarebbe avvenuta tra il 2 ed il 10 maggio. Nessuno ha dato una motivazione di questo ritardo, per cui accettiamolo per quello che è stato, anche se il rilancio delle motivazioni a favore del mantenimento della Monarchia, avvenuto dopo il 9 maggio, ci fanno ragionevolmente pensare che anche un solo mese in più di effettivo regno di Umberto avrebbe potuto aumentare ulteriormente i consensi, rendendo più difficile od impossibili le manipolazioni referendarie di Romita e le manovre nella magistratura di Togliatti.

Tutta la famiglia del nuovo Re, acquistava così il giusto risalto, sintetizzato nel bellissimo ed unico manifesto stampato per la Monarchia, con la foto della Famiglia Reale nei giardini del Quirinale, e Maria Josè, come Regina acquisiva prestigio ed aumentava simpatie, ed a proposito delle insinuazioni su un preteso “repubblicanesimo” della Regina, solo perché il successivo 2 giugno non volle ritirare la scheda per il “referendum” istituzionale, sempre nel diario di Lucifero, in data 22 aprile vi è la notizia di una festa di beneficenza alla quale la Principessa aveva presenziato con i principini, dove, essendo stata suonata la Marcia Reale, Maria Josè esclamasse: “ Finalmente. Era tanto che non la sentivo !”.

 

Inizio del Regno

Risolti i problemi giuridici con De Gasperi si apriva un periodo di 20 giorni drammatici perché a questo punto, il nuovo Re doveva assolutamente scendere in campo per difendere e riaffermare il ruolo e la funzione della Monarchia, e più precisamente di una Monarchia che rinnovasse i valori con i quali si era affermata nella Italia del Risorgimento, adeguandoli alle mutate condizioni storiche politiche e sociali. E se le giornate, quando era Luogotenente, iniziavano prestissimo alle sei del mattino e si concludevano oltre la mezzanotte per potere assolvere ai compiti istituzionali, visitare i soldati del Regio Esercito e le località via via liberate e ricevere infine tutte le persone che facevano richiesta di incontrarlo, adesso come Sovrano il tempo era ancor più necessario a meno di un mese dalle elezioni, che erano state irrimediabilmente fissate per il 2 e 3 giugno, data che non poteva essere più modificata, anche se molti in campo monarchico, lo richiedevano. E così il 10 maggio, primo giorno di Regno, i Reali alle 7 della mattina ascoltarono la Santa Messa nella Cappella del Quirinale e successivamente si affacciarono al balcone della Reggia per rispondere alle acclamazioni della folla accorsa a festeggiarli, e nello stesso giorno il Re indirizzava al popolo italiano un nobile messaggio.

La modifica della originale legge relativa alla Costituente, con il contemporaneo voto referendario, che oltretutto ricordava i plebisciti che avevano sancito l’adesione degli abitanti dei precedenti stati al Regno costituzionale di Vittorio Emanuele II e suoi successori, dava una precisa motivazione ad una presenza personale del nuovo Sovrano, che scendeva in campo per difendere la sua Casa, in quanto sulla scheda, per la Monarchia, il simbolo scelto era stato lo stemma sabaudo, sormontato dalla Corona. Ben diverso sarebbe stata la posizione del Re se si fossero tenute le sole elezioni per l’Assemblea Costituente, con liste partitiche, dove non era presente un partito monarchico, e quindi qualsiasi suo intervento poteva sembrare una indicazione che avrebbe contrastato con la posizione “super partes”, tipica della istituzione monarchica.

Per il resto in quel periodo l’attività legislativa fu molto ridotta se si eccettua il decreto istitutivo della autonomia della Sicilia, Regione a Statuto Speciale, che veniva a concludere due anni difficili, in cui in Sicilia, si era arrivati a chiedere l’indipendenza, costituendo addirittura un esercito, l’EVIS, con i suoi gradi e gerarchie, e solo con un adeguato contenimento da parte delle forze dell’ordine e dell’esercito, la minaccia secessionistica era stata sconfitta, ma era appunto opportuno tenere conto di queste richieste di autonomia ed inserirle nel quadro unitario così da non metterlo più in discussione. E di questo rinnovato spirito unitario fu testimonianza il successivo referendum istituzionale che vide i siciliani votare a grandissima maggioranza per la Monarchia Sabauda, con punte superiori all’80 per cento in diverse città, a dimostrazione che in uno stato monarchico le autonomie non avrebbero intaccato quella unità attuatasi il 17 marzo 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, e completata poi nel 1866 con il Veneto, nel 1870 con Roma ed infine nel 1918 con Trento e Trieste, raggiungendo i confini storici e geografici.

Fu pure significativa la nomina di Luigi Einaudi, monarchico a viso aperto, già dall’anno precedente, Governatore della Banca d’Italia, a Commissario dell’Istituto della grande Enciclopedia Treccani, che così poteva riprendere il suo cammino storico di vero monumento della cultura italiana.

Abbiamo accennato all’assenza nella competizione elettorale di un partito monarchico, anche se in realtà i due maggiori raggruppamenti esistenti dal 1944, che si richiamavano alla Monarchia Sabauda, il Partito Democratico Italiano di Enzo Selvaggi e la Concentrazione Democratico Liberale di Alberto Bergamini ed Alfredo Covelli, avevano concluso un accordo elettorale, con il nome di Blocco Nazionale della Libertà, e simbolo una “Stella a cinque punte”, senza alcun riferimento visivo sabaudo, presentandosi in quasi tutte le circoscrizioni. In realtà, per completezza di informazione, vi furono alcune liste (Alleanza Monarchica Italiana – voti 30.505; Movimento Democratico Monarchico Italiano – voti 29.916 e Partito Patriottico Monarchico Rinnovatore – voti 11.102) con simboli monarchicizzanti che raccolsero complessivamente 71.523 i voti, disperdendoli senza raggiungere il quorum per la elezione di un deputato, per cui gli unici deputati dichiaratamente monarchici, quali esponenti di partiti o movimenti monarchici furono i 16 del Blocco della Libertà, che aveva avuto 636.489 voti, anche se numerosi furono, purtroppo minoritari rispetto al totale dei “Costituenti”, altri deputati di convinzioni monarchiche eletti nelle liste della Democrazia Cristiana e, particolarmente, della Unione Democratica Nazionale (PLI + Democrazia del Lavoro) e dell’Uomo Qualunque, molti dei quali successivamente entrarono o nel Partito Nazionale Monarchico, sorto all’indomani del referendum, per dare ai monarchici una propria voce partitica, o nella Unione Monarchica Italiana che doveva unire quanti, pur monarchici, ritenevano non dovere lasciare il proprio partito.

 

I venti giorni prima del referendum

Ritornando al Re, dopo, il 14 maggio quando inviò un opportuno messaggio di saluto agli italiani d’America, tramite il diffuso giornale “Progresso Italo-Americano”, diretto da Generoso Pope, in modo che gli stessi scrivessero ai loro parenti in Italia in favore del voto alla Monarchia, iniziarono il 18 le sue visite alle principali città italiane, e caratteristica di queste visite furono i messaggi inviati alla popolazione delle città dove si era recato, con riferimenti storici specifici per ciascuna di queste, di cui il più significativo fu quello di Genova dove si accennava ad un secondo referendum, qualora la maggioranza, eventualmente raggiunta dalla Monarchia fosse stata troppo esigua. Questa promessa rientrava nella mentalità e sensibilità democratica del Re, che riteneva che il nuovo Regno dovesse basarsi su di un largo consenso popolare. Non si doveva infatti dimenticare la precedente esperienza del Regno, dopo il 1861, quando la Monarchia aveva saputo lentamente attrarre nella sua orbita molti repubblicani, per cui, anche un modesto risultato positivo nel 1946 poteva essere seguito da un successivo risultato migliore, sia per il ravvedimento di molti che avevano votato repubblica per disinformazione, sia per il voto delle centinaia di migliaia di italiani che non avevano potuto votare il 2 giugno e che mai, successivamente, furono interpellati in ordine al problema istituzionale. Ragion per cui, anticipando i risultati ufficiali del voto referendario del 1946 ( repubblica -voti 12.717.923; Monarchia – voti 10.719.284), tenendo conto dei voti nulli ( 1.509.735) e di queste centinaia di migliaia di cittadini che non potettero votare, e che assommano ad oltre due milioni, possiamo affermare serenamente che la repubblica, il cui vantaggio ufficiale sul numero complessivo dei votanti (24.946.942), già si era ridotto a soli 244.451 voti, è stata scelta da una minoranza degli italiani!

Oltre alle visite nelle principali città italiane, e al ricevere, al Quirinale tutti coloro che ne facevano richiesta, il primo atto di Umberto II, l‘11 maggio, era stata la richiesta, usuale nella tradizione monarchica all’avvento di un nuovo Re, di un’ampia amnistia politica, militare ed amministrativa che facilitasse la pacificazione interna, ma venne a cozzare con la volontà del Guardasigilli, che era appunto il leader comunista Palmiro Togliatti, il quale frappose tutti i possibili ostacoli, offrendo una ridicola amnistia che, a questo punto, il Re logicamente rifiutò. Si aveva con questo episodio la conferma che avendo subito la presenza nei due dicasteri principali, Giustizia e Interni, di due repubblicani dichiarati, la Monarchia era già condannata, prima ancora del risultato elettorale! Per la storia ricordiamo che quell’ampia amnistia negata ad Umberto II, fu poi predisposta e concessa, dopo il referendum, dalla repubblica.

Come detto le visite iniziarono con la Sardegna, arrivando a Cagliari, il 18 maggio, di prima mattina, proseguendo lungo la strada intitolata a “Carlo Felice” per Sassari ed Alghero, fermandosi brevemente anche a Macomer, per tornare nuovamente la sera a Cagliari accolto da una grande manifestazione di entusiasmo popolare. Sia in queste sue prime visite, sia in quelle successive nulla avevano fatto le autorità prefettizie per dare notizia della visita alla popolazione, per cui il radunarsi delle folle fu sempre spontaneo. Nel caso della Sardegna si deve ricordare anche l’interessamento del Re, che volle visitare le zone colpite da una impressionante invasione di cavallette, intrattenendosi con operai e gente del luogo.

Dove però l’entusiasmo popolare raggiunse il culmine, fu l’indomani, 19 maggio, a Napoli, dove Piazza del Plebiscito non fu sufficiente a raccogliere la folla inneggiante al Re ed a Casa Savoia, dimostrazione di una fedeltà che portò, dopo il referendum, a pacifiche, ma imponenti, manifestazioni monarchiche che la polizia, riempita da Romita con esponenti provenienti da gruppi partigiani di sinistra, stroncò nel sangue, in quelle tragiche giornate che hanno visto cadere, arrossando con il loro sangue le strade di Napoli, undici giovani, il più giovane, Carlo Russo, aveva 14 anni, tra i quali era anche una donna, l’unica non napoletana, ma milanese, Ida Cavalieri, di 19 anni, passati alla storia come “martiri di Via Medina”.

Bisognava però puntare al Nord! Per due anni e più, prima con i giornali “repubblichini”, poi con i giornali ciellenisti il Re, Casa Savoia, la Monarchia erano stati oggetto di una campagna diffamatoria, condotta con una virulenza polemica alla quale solo dopo la Liberazione aveva potuto cominciare ad opporsi qualche voce monarchica, con, ad esempio, il quotidiano “Corriere Lombardo”, diretto da Edgardo Sogno ed “Il mattino d’Italia”, che era praticamente quello che l’Italia Nuova aveva rappresentato a Roma e nel Mezzogiorno, per cui la presenza del nuovo Re rappresentava la prima importante riaffermazione che la Monarchia ancora esisteva, e non era cessata come la avevano definita gli avversari. E la prima città dove recarsi il 22 maggio non poteva non essere per il Re, già Principe di Piemonte, che Torino, capitale del Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna ed infine Regno d’Italia. E di questi motivi storici, dinastici e risorgimentali è composto il proclama lasciato, dopo una giornata che aveva visto Umberto II, visitare la mensa per i poveri, un asilo nido, la Basilica di Superga e la “Consolata” e poi ricevere centinaia di cittadini che, appreso della presenza del Re, volevano salutarlo, e tra questi anche qualche comunista. Il Re, che in questi viaggi era sempre accompagnato, tranne che a Genova, dal Ministro Lucifero, che serviva di collegamento con la autorità, dopo aver predisposto il programma delle visite, non mancò mai di incontrare le massime autorità ecclesiastiche delle città visitate, in molti casi Cardinali, che specie nelle città del Meridione, propendevano per il mantenimento dell’istituto monarchico, storicamente congeniale alle locali popolazioni.

Stanco della giornata torinese o forse per rivedere il luogo dove era nato, Umberto volle recarsi la mattina successiva a Racconigi, per poi rientrare a Roma dove lo attendevano altri visitatori, tra cui alcuni importanti industriali, il che è significativo perché queste persone non si erano fatte vive prima della sua ascesa al Trono, come pure aveva ricevuto l’omaggio dei Senatori del Regno. Questo soggiorno romano durò alcuni giorni che servivano per gli incontri sopra citati ed a Lucifero per gli ultimi tocchi della campagna elettorale monarchica, di cui aveva preso le redini da alcune settimane e per definire il messaggio che avrebbe letto alla Radio, dato che era rimasto insoddisfatto di quanto preparato da collaboratori.

E la mattina del 28 il Re era a Palermo dove fu oggetto di un’altra manifestazione delirante della folla accorsa, stimata in 200.000 persone, come giorni prima a Napoli. Poi visita a due ospedali e forse per ricrearsi lo spirito una corsa a Monreale, per rivedere l’eccezionale mosaico del Duomo. Poi a Trapani e l’indomani a Catania, Messina, sempre accolto da folle numerose e plaudenti, attraversando lo Stretto su di una torpediniera della Regia Marina, per raggiungere Reggio Calabria. E questo entusiasmo, questa folla che si stringeva fisicamente al suo Re, portarono a strappi della giacca e della camicia, come non era avvenuto, né avvenne in seguito per tanti capi partito e per i presidenti della repubblica.

La scadenza elettorale si avvicinava e mancava nel calendario delle visite la più importante città del Nord, Milano, nonché Genova e Venezia. Ed a Genova, il 31 maggio, il Re nel proclama prospettava un secondo referendum come già scritto in precedenza. Proposta e promessa altamente democratica, che non ebbe alcun riscontro nei repubblicani, che mai pensarono ad un secondo referendum, ad esempio, per l’approvazione popolare della nuova Costituzione. L’indomani Milano e Venezia, dove se vi furono applausi, vi furono anche fischi, che erano scontati, ma specie a Venezia dove il Re percorse le calli in un motoscafo vi furono maggiori manifestazioni di simpatia.

Avvicinandosi alla chiusura della campagna elettorale, il 24 maggio, vide ancora una imponente manifestazione monarchica al comizio in Piazza del Popolo, che ebbe tra gli oratori il generale Bencivenga, che era stato il principale esponente della Resistenza a Roma, dopo la cattura e l’uccisione del colonnello Montezemolo. Folla che volle poi salire al Quirinale, ostacolata dalla Polizia, dove Romita, come già detto, aveva immesso migliaia di ex partigiani social comunisti, come documentò il quotidiano “Italia Nuova”, acclamando al Re, che si affacciò al balcone, prima solo, poi con la Regina ed i principini.

Chiuse infine la campagna elettorale per la Monarchia alla Radio, il Ministro Lucifero con un calmo e nobile discorso, ragionato ed obiettivo, in cui venivano tratteggiate le linee di una moderna, rinnovata Monarchia, sempre più aperta al popolo ed ai problemi sociali, come del resto era stata la tradizione sabauda, ed anche il desiderio del Padre, frustrato dall’atteggiamento miope e controproducente dei socialisti, incapaci di imboccare la strada del riformismo e della collaborazione governativa, come era accaduto in altri stati monarchici, con vantaggio delle classi lavoratrici.

 

Il referendum

La data stabilita era il 2 con prosecuzione nel giorno successivo, 3 giugno, fino alle ore 12, dopo di che sarebbe iniziato lo spoglio delle schede, cominciando da quelle del referendum istituzionale. La Regina votò il 2 e non avendo ritirato la scheda del referendum fu quasi accusata di essere repubblicana, non comprendendone la signorilità del gesto, lo stesso che la mattina del 3, avrebbe fatto il Re, che non intendeva votare per sé stesso, sempre per quella superiore visione di imparzialità e disinteresse personale che lo aveva contraddistinto nei due anni di Luogotenenza.

Adesso si entra nelle vicende del conteggio dei voti, con una lettera iniziale del 4 giugno, di De Gasperi a Lucifero, attestante una maggioranza monarchica, che l’indomani 5 giugno, veniva ribaltata, con un vantaggio per la repubblica, di due milioni di voti, ormai incolmabile. Di fronte a questi risultati il Re prese una amara decisione, altrimenti inspiegabile, di far partire da Napoli per il Portogallo, la Regina ed i principini sull’incrociatore “Duca degli Abruzzi”, che, un mese prima aveva portato in esilio, in Egitto, il Re Vittorio e la Regina Elena, che, per la storia, furono accolti regalmente dall’allora Re Farouk, prendendo residenza in una modesta villetta, denominata “Villa Jela” (nome di Elena in montenegrino ). Ed in questa villa ad Alessandria d’Egitto, si spense il successivo 28 dicembre 1947, il Re Vittorio Emanuele, avendo, sempre grazie alla signorilità di Farouk, funerali imponenti, con l’esercito egiziano schierato, presenti i Reali di tutte le maggiori famiglie, oltre logicamente al Re Umberto ed i Savoia, per essere tumulato in una semplice tomba nella Chiesa di Santa Caterina da dove, dopo settant’anni, rientrato il feretro in Italia, è stato accolto nel Santuario di Vicoforte, opera di un suo avo, Carlo Emanuele I.

Sempre in questa giornata il Re ritenne di dover lasciare in deposito nel caveau della Banca d’Italia le gioie della Corona, con la scritta “a chi di dovere”, atto ancora una volta di una estrema signorilità perché, obiettivamente, appartenevano a Casa Savoia, come esclamò Einaudi, presente quale Governatore, “ma perché non se le porta via. E’ tutta roba sua”, gioie che Lucifero scrive “…io vedo per la prima volta e che sono davvero meravigliose: valgono più di un miliardo”.

Tornando alle vicende post referendarie inizia qui il drammatico scontro tra il Re, che vuole il rispetto della legalità democratica e che tutto si svolga regolarmente, con il controllo della Corte Suprema di Cassazione, cui per legge spettava il controllo finale dei risultati, ed il Governo, in cui la quasi totalità dei ministri repubblicani, ritiene oramai decisa la vittoria repubblicana e legittimo il risultato, e non vede cosa aspetti il Sovrano a lasciare anche lui l’Italia. Ma il 7 giugno alcuni politici di parte monarchica, in primo luogo Enzo Selvaggi, ed alcuni giuristi di Padova trovano che alle cifre esposte da Romita, manca qualcosa di molto importante e cioè il numero totale dei “votanti”, come scritto nelle legge, sul quale calcolare la effettiva maggioranza dei voti e da qui nascono i ricorsi alla Corte di Cassazione sul significato di “votante”, mentre giungono alla stessa centinaia di ricorsi su singoli fatti avvenuti nelle sezioni prima e durante gli scrutini. Il Re che deve consultarsi con i suoi consiglieri, divisi tra i fautori della maniera “forte” nei confronti del Governo e quelli più propensi a soluzioni diplomatiche, divisione di punti di vista che durerà fino alla scelta del 13 giugno, si reca in una visita già definibile di “commiato”, la sera del 7, alle 19,30, in Vaticano, da Pio XII. L’incontro privato di trenta minuti, ha ormai solo un carattere protocollare ed il Pontefice, accomiatandosi dal Re ha per Lui nobili parole, “E’ nel segno del rispetto della legge divina ed umana, che Vostra Maestà troverà, in questi giorni amarissimi, la giusta strada, secondo le tradizioni della sua Casa”, ma che ormai non possono portare ad alcun risultato pratico. E di questo carattere privato e politicamente inutile la controprova è nel diario di Lucifero che alla data del 7 non ne fa alcun accenno, avendo avuto invece incontri importanti, fra i quali quello con Massimo Pilotti, Procuratore Generale della Cassazione.

La Chiesa infatti si era mantenuta piuttosto equidistante sul problema referendario anche se fra le righe del messaggio papale poteva scorgersi una certa contrarietà a cambiamenti istituzionali, ma era abbastanza noto che i due maggiori collaboratori del Pontefice, i monsignori Montini e Tardini, fossero uno più propenso alla soluzione repubblicana e l’altro al mantenimento della Monarchia. Del resto nessuna pressione era stata esercitata sul partito democratico cristiano che si era pronunciato nel suo congresso prima del referendum a maggioranza degli iscritti (circa un milione) particolarmente i giovani ed i maggiorenti del partito, per la repubblica, maggioranza che non corrispose a quella dei suoi elettori che furono 8.083.208 (ottomilioniottantatremiladuecentootto) dei quali la stragrande maggioranza votò per la Monarchia.

Nella giornata dell’8 giugno da parte del Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, Tullio Benedetti, che era stato eletto alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà, viene inviata una lettera all’ammiraglio Stone per sottolineare la irregolarità del referendum, ma la lettera rimane senza risposta. Gli anglo-americani pilatescamente si lavano le mani circa le vicende elettorali ed a nulla pure giova un incontro del generale Infante sempre con Stone, malgrado una amicizia personale tra i due militari. La Monarchia, abbandonata anche da generali spergiuri e da una parte della nobiltà, da sola aveva affrontato la battaglia referendaria e sola era anche adesso, con il solo popolo, altrimenti non si spiegherebbero i milioni di voti ottenuti, mentre i “poteri forti” nazionali ed internazionali avevano parteggiato per la repubblica, facendo in particolare, per quelli nazionali, della Monarchia il “capro espiatorio” delle loro colpe ben maggiori, per cui, come scrisse un grande giornalista liberale, Manlio Lupinacci, “la Monarchia non è stata sconfitta, è stata tradita”. Del resto gli americani erano fondamentalmente e storicamente contrari alle monarchie e nel Regno Unito, dal 1945, non vi era al governo Churchill, di cui conosciamo i lusinghieri giudizi sulla figura di Umberto, battuto alle elezioni dal laburista Attlee.

Queste manovre di esponenti del governo sulla magistratura per affrettare la proclamazione della repubblica, con pressioni e motivazioni menzognere sul Presidente Pagano portano ad una riunione ufficiale della Corte Suprema di Cassazione, il pomeriggio del 10 giugno, a Montecitorio nella Sala della Lupa, ma il Presidente Pagano si limita alla lettura dei dati pervenutigli, con i voti attribuiti alle due forme istituzionali, rinviando ad una successiva seduta i dati definitivi. Questa lettura provoca un grande scorno nel campo repubblicano e dà motivo al Re, di attendere, sempre sereno e fiducioso, la seconda riunione, da tenersi dopo l’esame delle contestazioni, delle proteste, dei reclami e dei ricorsi.

Il Guardasigilli Togliatti non era stato però in tutti i mesi precedenti con le mani in mano per cui la Suprema Corte aveva già, al suo interno, una parte “governativa”, guidata dal Consigliere Brigante, e di questo si sarebbe avuta la prova in occasione della discussione del ricorso sul numero dei votanti, quando contro il parere espresso dal Procuratore Generale, 12 consiglieri votarono contro l’accoglimento dei ricorsi e solo sette, compreso il Presidente Pagano, a favore. Perciò si doveva mettere il Re di fronte al “fatto compiuto”, e dal 10 al 12 giugno si susseguono tra il Presidente del Consiglio, De Gasperi, Lucifero ed il Re incontri e scontri, per costringerLo a partire, tanto che il Re, in quella che sarebbe stata l’ultima notte in territorio italiano, pernottò in una abitazione privata, a via Verona 3, raggiungibile solo attraverso il generale Graziani, dopo essere stato a cena a casa dell’amico giornalista Luigi Barzini, circostanza che denota la tranquillità del Re che non immaginava quanto stava avvenendo nel Consiglio dei Ministri. Ed il Ministro Lucifero quando si reca da Lui il 13 mattina alle 8,30, con il comunicato del Governo che proclamava De Gasperi, quale Presidente del Consiglio, nuovo capo dello stato, facendo del Sovrano un privato cittadino, trova il Re già al corrente, perché avvertito dal Barzini, così da questa ora iniziano, per terminare alle 15,30 le sette ore più drammatiche della vita del Re e della moderna storia d’Italia.

 

Epilogo

In queste ore infatti si decide se e come reagire alla decisione del Governo, presa alle 2 di notte, con il voto unanime del Consiglio dei Ministri, eccettuato il voto del liberale Leone Cattani, Ministro dei Lavori Pubblici, e l’astensione di De Courten, ministro della Marina, che si riteneva ministro tecnico. Si scontrano nuovamente i fautori di una risposta forte, che già il Re in precedenza aveva respinto perché avrebbe portato fatalmente alla guerra civile, che per il Sovrano, e lo era stato anche per il Padre in occasione di determinate decisioni (firma cosiddette leggi razziali ed entrata in guerra nel 1940, che ora ipocritamente gli vengono rinfacciate), significava un trono macchiato di sangue e la rottura dell’unità nazionale che era stata raggiunta proprio con e grazie alla Casa Savoia. A queste considerazioni storico politiche si aggiungeva la profonda fede religiosa di Umberto alieno dalla violenza ed il suo senso di responsabilità ed umanità, perché fossero evitati nuovi morti.

Le quattro alternative erano le seguenti: dimettere il Ministero ribelle e nominarne uno nuovo; tacere ed andare avanti come se nulla fosse accaduto; rimanere protestando; protestare e partire. Il Re respinse subito i primi due, mentre ci si soffermò sul terzo, in quanto alcuni consiglieri ritenevano che il Re, con la sua sola presenza in Roma poteva esercitare una influenza morale sulla Corte di Cassazione, essere cioè l’unica vera forza per coloro che intendevano rispettare la legge. Anche questa ipotesi fu però scartata per cui rimase l’ultima e fu questa che il Re scelse. Si apriva però il problema di una legittima protesta e quindi della stesura del proclama che partendo, Umberto II, avrebbe indirizzato alla nazione. Proclama alto e preciso nella rivendicazione dei diritti calpestati, ma netto altrettanto nell’invito ai monarchici di astenersi da qualsiasi atto di rivolta verso le nuove istituzioni.

I consiglieri del Re in questa ultima mattina furono, come già in precedenza, il giurista Carlo Scialoia, il senatore Alberto Bergamini ed i politici Enzo Selvaggi e Roberto Lucifero, che insieme con Bergamini erano stati eletti alla Costituente nel già citato Blocco della Libertà, e, logicamente il Ministro della Real Casa. I “politici” erano per una risposta forte e fino all’ultimo pregavano il Re, “Maestà non parta”, ma, tenuto conto della volontà del Sovrano, addivennero alla stesura di quel messaggio agli italiani, dove, dopo una prima bozza in cui si definiva l’atto del Governo, come un “colpo di stato”, si affermava egualmente chiaro e forte che si era trattato di “un gesto rivoluzionario, unilaterale ed arbitrario”, che aveva posto il Re nella alternativa da Lui rifiutata “di provocare spargimento di sangue”. Così Umberto II compiva, con la partenza per l’esilio un “sacrificio nel supremo interesse della Patria”, ma elevava al tempo stesso una ferma protesta contro la violenza perpetrata. Ma a questa protesta il Re faceva seguire, coerente con la nobiltà del suo atteggiamento tenuto dal 5 giugno del 1944, un invito ai monarchici di continuare ad operare per il bene della nazione, sciogliendo infine, quanti lo avevano prestato, dal giuramento di fedeltà al Re, ma non alla Patria.

Così, alle ore 16,09 del 13 giugno, il velivolo “S.M.95”, ovvero un “Savoia Marchetti”, con a bordo Umberto II, si levava in volo, dall’aeroporto di Ciampino, e contemporaneamente veniva ammainata la bandiera tricolore con scudo sabaudo e corona reale, dalla Torre del Quirinale.

 

Considerazioni finali

Solo oggi dopo 72 anni si può capire e constatare che, ammainando quella bandiera, che era quella del Risorgimento e della Unità Nazionale, non si ammainava un pezzo di stoffa, ma un insieme di valori dalla fedeltà, all’onore, all’amor di Patria, alla lealtà, al senso del servizio verso lo Stato ed il Sovrano, allo spirito unitario e nazionale, che avevano accompagnato prima l’ascesa dell’Italia, ed allora, anche dopo lutti e dolori della guerra, già ne stavano accompagnando la ripresa, della quale aveva posto le basi il vecchio Re, ed ora stava proseguendo il nuovo Sovrano, come, tardivamente, ed in molti casi, ipocritamente, riconobbero anche gli avversari.

 

appendici:

Proclama al popolo italiano in occasione dell’assunzione al trono – 10 maggio 1946-

 

“Italiani!

il mio Augusto Genitore, effettuando il proposito manifestato da oltre due anni, ha abdicato al trono nella fiducia che questo Suo atto possa contribuire ad una più serena valutazione dei problemi nazionali nella pace imminente. Nell’assumere da Re quegli stessi poteri che ho esercitato come Luogotenente Generale, ho la piena consapevolezza delle responsabilità e dei doveri che mi attendono.

Fiero e commosso ricordo i Caduti della lunga guerra, i Morti nei campi di concentramento, i Martiri della liberazione e rivolgo il mio pensiero agli italiani della Venezia Giulia e delle terre d’oltremare che invocano di rimanere cittadini della Patria comune, ai prigionieri di cui aneliamo il ritorno, ai reduci a cui dobbiamo ogni riconoscenza, a tutte le incolpevoli vittime della immane tragedia della Nazione.

La volontà del popolo espressa nei comizi elettorali determinerà la forma e la nuova struttura dello Stato, non solo per garantire la libertà del cittadino e l’alternarsi delle parti al potere, ma per porre altresì la Costituzione al riparo da ogni pericolo e da ogni violenza, Nella rinnovata Monarchia costituzionale, gli atti fondamentali della vita nazionale saranno subordinati alla volontà del Parlamento, dal quale verranno anche le iniziative e le decisioni per attuare quei propositi di giustizia sociale che, nella ricostruzione della Patria, unanimi perseguiamo. Io non desidero che essere primo fra gli Italiani nelle ore dolorose, ultimo nelle liete, e nelle une e nelle altre restare vigile custode delle libertà costituzionali e dei rapporti internazionali che siano fondati su accordi onorevoli ed accettabili.

Italiani!

Mentre nel mondo sussistono divergenze e divisioni e affannosamente si ricerca la via della pace, diamo esempio di concordia nella nostra Patria martoriata, con quella tolleranza che ci è suggerita dalla nostra civiltà cristiana. Stringiamoci tutti intorno alla Bandiera sotto la quale si è unificata la patria e quattro generazioni di italiani hanno saputo laboriosamente vivere ed eroicamente morire.

Davanti a Dio giuro alla nazione di osservare lealmente le leggi fondamentali dello Stato che la volontà popolare dovrà rinnovare e perfezionare. confermo altresì l’impegno di rispettare, come ogni italiano, le libere determinazioni dell’imminente suffragio che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria

UMBERTO

 

Messaggio del Re Umberto II all’atto della partenza - 13 giugno 1946-

 

Italiani!

Nell’assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima, e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. Eguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione,alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum. Di fronte alla comunicazione dei dati provvisori e parziali fatti dalla Corte Suprema, di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli ; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancor ieri, ho ripetuto ch’era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta.

Improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale ed arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.

Italiani!

Mentre il Paese da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore ed altre lacrime siano risparmiate al popolo che già tanto ha sofferto.Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola ; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il Governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare nuovi lutti e nuovi dolori.

Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta: protesto nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio ed ogni sospetto.A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l’esortazione a volere evitare l’acuirsi dei dissensi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gtavi le condizioni del trattato di pace, Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia patria.

Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà del Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia ed il mio saluto a tutti gli Italiani.

Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.

Viva l’Italia

Roma, 13 giugno 1946

UMBERTO

 

BIBLIOGRAFIA:

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6) Aldo A.Mola, Declino e crollo della Monarchia in Italia, Mondadori, Le Scie, 2006

7) Giovanni Artieri, Cronaca del Regno d’Italia – volume II, Mondadori, Milano, 1978

8) Giovanni Artieri, Il Re, Edizioni del Borghese, Milano 1959 (il libro a cura di P. Cacace e F. Perfetti è stato ripubblicato con il titolo Umberto II –il Re Gentiluomo- Colloqui sulla fine della Monarchia, Le Lettere, Firenze, 2002)

9) Giovanni Semerano e Camillo Zuccoli, Dalla parte del Re – 1946 la verità sul Referendum, edizioni Monarchia Nuova, Roma, 1996

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12) Luigi Barzini, La verità sul referendum, Le lettere, Firenze, 2005

13) Aldo A. Mola, Storia della Monarchia in Italia, Bompiani, 2002

14) Aldo A. Mola, Il referendum Monarchia- Repubblica del 2-3 giugno 1946 – Come andò davvero, Bastogi, 2016

15) Domenico Fisichella, Dittatura e Monarchia – L’Italia tra le due guerre, Carocci, Roma, 2014

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17) Fernando Etnasi, Repubblica o Monarchia, Dies, 1966

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22) Luciano Regolo, Il Re Signore, Simonelli, 1998

23) Vincenzo Staltari, Umberto II, Istituto Teano, 2003

24) Franco Garofalo, Un anno al Quirinale, Garzanti

25) Enrica Lodolo, I Savoia, Piemme, 1998

26) Silvio Bertoldi, Savoia – Album dei Re d’Italia, Rizzoli, Milano, 1996

27) Aldo A. Mola, Umberto II di Savoia, Giunti, 1996

Rinascita, declino e crollo del Regno di Napoli

di Domenico Giglio

Entrato a Napoli il 25 maggio 1734, lasciata dagli austriaci, ed incoronato Re di Napoli e Sicilia, il 3 luglio dello stesso anno, Carlo di Borbone ( 1716-1788), figlio di Filippo V, iniziatore della dinastia dei Borbone di Spagna e nipote del Re Sole, Luigi XIV, assumeva il titolo di Carlo VII, come Re di Napoli, divenendo Carlo III, quando nel 1759 lasciò Napoli per salire sul trono spagnolo . Iniziava così con lui la linea del Borbone di Napoli, dopo che per un brevissimo periodo, Carlo, aveva regnato sul Ducato di Parma, dove si era estinta la locale famiglia ducale dei Farnese, per cui anche in questo caso, dopo di lui, salì su quel trono, non un principe italiano, ma un altro Borbone, il fratello Filippo, da cui il ramo dei Borbone-Parma.

È logico ed evidente che tornare ad essere un Reame indipendente, anche se legato inizialmente alla Spagna, non poteva non essere accolto con favore da parte della parte pensante ed istruita dei due Regni originari, ora riuniti, dopo secoli di regime vicereale spagnolo, anche se taluni di questi vicerè si erano mostrati amministratori accorti ed onesti, e dopo il successivo breve periodo di governo austriaco . Era senza dubbio una dinastia straniera quella che iniziava a regnare, ma del resto in tutti quei secoli nessuna grande famiglia principesca napoletana e siciliana, aveva saputo o potuto ergersi a paladina dei due Regni, dando inizio ad una dinastia locale, tant’ è che quello di Sicilia, era stato assegnato nel 1713 ai Savoia, che vi regnarono fino al 1720, quando dovettero accettare il cambio con la Sardegna . Per cui la soluzione di una dinastia esterna era, all’epoca, l’unica praticabile, in Italia, escluso il Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna, che aveva una dinastia autoctona da centinaia e centinaia d’anni, in quanto si erano estinte altre grandi famiglie, come i toscani Medici ed i già citati Farnese.

Era infatti ben triste che, in un reame vasto e popolato, il più grande di tutta l’ Italia, pensiamo a tutte le regioni che lo componevano, così diverse fra loro, e con un fiorire di ingegni brillanti nei campi della storia, dell’economia e della finanza, un nome per tutti : Giambattista Vico, il potere venisse esercitato dal rappresentante di una potenza straniera, ma il ritrovarsi un Re giovane e quindi desideroso di affermarsi e di realizzare opere durature nel tempo apriva una stagione positiva. E di questa sono testimonianza significativa lo stralcio di una lettera del 1754, scritta dal grande economista, Antonio Genovesi, riportata da Benedetto Croce nella sua “Storia del Regno di Napoli”, che con “Uomini e cose della vecchia Italia”, sono testi che andrebbero riletti e meditati : “…cominciamo anche noi ad avere una patria, e ad intendere quanto vantaggio sia per una nazione avere un proprio principe…”, e le realizzazioni imperiture quali la Reggia vanvitelliana di Caserta, dall’enorme palazzo e dal fascinoso parco, il palazzo di Capodimonte che ospitò la fabbrica reale delle porcellane che dal palazzo presero il nome, il Teatro San Carlo, e l’imponente Albergo dei Poveri. Ed a questo proposito è opportuno e interessante notare un parallelismo con le realizzazioni sabaude dei palazzi di Stupinigi, Racconigi, Venaria Reale, e della Basilica di Superga, avvenute anch’esse nell’arco di tempo del XVIII secolo, ad opera di due Sovrani che regnarono in quel periodo, Vittorio Amedeo II, dal 1684 al 1730, e, Carlo Emanuele III, dal 1730 al 1773.

Il governo del Regno era però affidato ad un uomo politico toscano di indubbio valore, Bernardo Tanucci, che governò dal 1737 al 1776, iniziando una tradizione di governanti stranieri, estranei alla vita dei popoli che dovevano guidare, come successivamente l’inglese John Acton, dal 1778 al 1806, ed il colonnello Pommereuil per l’esercito, per non parlare derl pesante intervento di certi ambasciatori inglesi dall’Hamilton al Bentinck, sì che da una influenza spagnola vivente Carlo III, si passasse ad una inglese e ad una austriaca, essendo la consorte del figlio di Carlo, Ferdinando, la principessa Maria Carolina, una donna dotata di forte volontà e personalità, degna figlia di Maria Teresa d’Austria.

Questa stagione di regno di Carlo, che vide anche importanti provvedimenti amministrativi e trattati commerciali, nonchè la rivendicazione della indipendenza dal papato, come l’abolizione del dono al Pontefice, della chinea, cavallo o mulo bianco, in segno di sottomissione, durò 25 anni, perché gli altri 29 anni della sua vita, furono dedicati alla Spagna, con aperture da sovrano illuminista, non proseguite dai figli che gli succedettero . Sul trono di Spagna, il primogenito, l’inetto Carlo IV (1748-1819), e sul trono di Napoli, il secondogenito, Ferdinando IV (1751-1825), il cosiddetto “Re Lazzarone”, per i suoi modi popolareschi che lo avvicinavano ai “lazzari” napoletani, succubo della moglie, con un notevole parallelismo nella vita tra i due fratelli.

Quindi il periodo aureo dei Borbone di Napoli coincide unicamente, con il primo sovrano, perché nel lungo regno di Ferdinando, dal 1759 al 1825, che inizia effettivamente nel 1768, alla raggiunta maggiore età, in quanto nei 9 anni tra il 1759 ed il 1768 la politica napoletana, era ancora diretta da Madrid con i Reggenti lasciati da Carlo VII, alla sua partenza da Napoli per la Spagna . Infatti in circa trent’anni di regno, prima che in tutta Europa ed anche perciò su Napoli si abbattesse la tempesta della rivoluzione francese e dei suoi eserciti rivoluzionari che scorrazzavano per l’Italia, ben poco di positivo può ascriversi a Ferdinando IV, che non fosse opera dell’Acton, come la scuola militare della Nunziatella, ancor oggi operante, se non la fabbrica di tessuti di San Leucio, interessante esperimento sociale oltre che tecnico, essendo passione dominante la caccia, passione che lo accompagnò per tutta la sua lunga vita . Ed a proposito della Nunziatella, la cui fondazione risale al 1787, è bene ricordare che la prima accademia militare, la Reale Accademia di Savoia, era stata istituita nel Ducato di Savoia da Carlo Emanuele II, nel settembre del 1677, quindi ben centodieci anni prima, ed inaugurata il primo gennaio 1678, con sede, a Torino, nel prestigioso palazzo progettato dal famoso architetto Amedeo di Castellamonte.

Tornando al Regno di Napoli, la tempesta arrivò alla fine del 1798 con l’esercito francese che scendeva verso Napoli e Ferdinando il 23 dicembre si imbarcò sull’ammiraglia di Nelson, la “Vanguard” e si trasferì con la corte a Palermo, dove non era mai stato nei precedenti 40 anni di regno . A Napoli si apriva così 23 gennaio 1799 la breve stagione della Repubblica Partenopea, debole di consenso popolare, ma ricca di adesione dei migliori ingegni del Regno. Vita breve, perché dalla Calabria risalivano le bande del cardinale Fabrizio Ruffo, che aveva avuto pieni poteri dal Re, e tra incendi e saccheggi, sia pure contro la volontà del Cardinale, di cui ricorderemo Cotrone (Crotone oggi), Palmi, Altamura, solo a titolo indicativo, e si avvicinavano a Napoli, dove i repubblicani non avevano messo radici, come spiega Vincenzo Cuoco, in un suo saggio diventato famoso per la precisione degli argomenti storici e politici e per la lucidità della esposizione.

Così nel giro di pochi mesi l’armata del Ruffo giungeva a Napoli, dove il popolo si dava alla caccia dei “repubblicani”, con una ferocia, che ritroveremo nei briganti di sessant’anni dopo nei confronti dei soldati italiani, “denudandoli, smembrandoli”, per poi innalzare le teste recise sulle picche, o giuocando con le stesse, arrivando ad arrostirle e divorarle, ed altre cose innominabili, che pure sono descritte dallo storico filo borbonico Harold Acton, nei suoi due fondamentali volumi sui “Borboni di Napoli”. Eccessi che provocavano lo sdegno del cardinale Ruffo, ma che non aveva i mezzi per evitarli. Così dopo cinque mesi, 19 giugno 1799 avveniva la capitolazione dei repubblicani, ed iniziava la repressione, della quale, è triste dirlo, fu incitatore il famoso ammiraglio inglese Nelson, con il processo sommario dell’ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo, impiccato il successivo 30 giugno, e con altri provvedimenti repressivi, contro la volontà del Ruffo, che pure aveva avuto pieno mandato dal Re, mentre la Regina, non dimenticando di essere la sorella della sfortunata Maria Antonietta, ghigliottinata dai repubblicani francesi, incitava a non avere pietà, “né tregua, né perdono”. Vi furono poi i processi con 1004 condanne, di cui 105 a morte, fra cui ricordiamo Pagano e Cirillo, 222 all’ergastolo, 288 alla deportazione e 67 all’esilio, ed altre minori . Famosa è rimasta l’esecuzione successiva di Luisa Sanfelice, per la salvezza della quale si era anche mossa, la nuora del Re, moglie del principe ereditario Francesco, che avendo partorito un figlio, aveva chiesto la grazia della vita.

Ferdinando poteva rientrare a Napoli il successivo 10 luglio, accolto con entusiasmo dal popolo, mentre le esecuzioni dei patrioti repubblicani e la repressione poliziesca iniziavano a scavare quel fossato tra la monarchia borbonica e gli intellettuali che con alterne vicende durò fino alla scomparsa della monarchia stessa, sostituita in questo caso, fortunatamente, da un’altra monarchia e da un’altra dinastia, i Savoia, in quanto tale istituzione era maggiormente congeniale alle popolazioni meridionali, come si ebbe a costatare il 2 giugno 1946, nel referendum istituzionale, con il voto a grandissima maggioranza favorevole al mantenimento della monarchia dei Savoia.

Il rientro a Napoli del Re ed il suo soggiorno intervallato da viaggi e ritorni a Palermo, durò fino al gennaio del 1806, quando essendo nuovamente l’esercito napoleonico penetrato nel regno, il 23 di detto mese Ferdinando con Maria Carolina, ripartì per la Sicilia, dove, protetto dagli inglesi, sarebbe rimasto fino al 7 giugno 1815, data del suo rientro definitivo a Napoli, come Ferdinando I, Re delle Due Sicilie, titolo assunto per la nuova denominazione del suo regno, dopo essere stato “quarto” per Napoli e “terzo” per la Sicilia.

Tra queste due date a Napoli furono insediati da Napoleone come Re, per non ripetere l’errore della repubblica del 1799, prima il fratello Giuseppe, entrato a Napoli l’8 febbraio 1806, e poi, dal settembre 1808, il cognato Gioacchino Murat, maresciallo dell’Impero, epico comandante della cavalleria francese, che rivelò notevoli doti di governante, mentre per Ferdinando la Sicilia si rivelò difficile da governare, esistendo da secoli, un parlamento che le vicende dell’epoca avevano risvegliato da un lungo sonno ed ora voleva legiferare, specie, nel campo finanziario, motivo per il quale del resto era nato anche il famoso parlamento inglese, ed avere una costituzione, che il Re, pressato anche dall’ambasciatore inglese Bentick, firmò nell’agosto 1812, per poi rinnegarla, l’8 dicembre 1815 dopo il ritorno a Napoli e lo scioglimento del parlamento siciliano già decretato il 23 luglio 1815. Anche qui si scavava un fossato tra i Borbone e la Sicilia, che avrebbe avuto la sua sanzione ufficiale e definitiva, nel 1848, in una famosa seduta del Parlamento, nuovamente riunitosi, che l’8 maggio 1848, proclamava la decadenza dei Borbone, dal Regno di Sicilia, denunciandone il “sistematico spergiuro” ed offrendo la Corona ad un altro principe italiano, individuato nel secondogenito di Carlo Alberto, Ferdinando, Duca di Genova, che non poté accettare essendo impegnato con il padre ed il fratello nella guerra contro l’Austria .

Con il 1815 si apriva un quinquennio scarso di avvenimenti, come in tutta l’Europa, nel quale però operavano nel silenzio e nel segreto alcune organizzazioni, in particolare la Carboneria, che trovava terreno fertile nei giovani ufficiali ed in altri militari dell’epoca murattiana, della quale in parte erano anche nostalgici, per cui all’alba del primo luglio 1820 due giovani tenenti, Morelli e Silvati, muovevano da Nola con un drappello di cavalleggeri, per richiedere la Costituzione, che all’epoca si immedesimava nella “Costituzione di Spagna”, della quale, molto probabilmente, ben pochi di quelli che la richiedevano, conoscevano il contenuto. Via via le file si ingrossarono, poi a Napoli vi furono cortei, adesioni, manifestazioni ed infine dopo giornate di scontri e violenze il 13 luglio 1820, Ferdinando, giurava fedeltà alla Costituzione ed il primo di ottobre si riuniva per la prima volta il Parlamento. Questa concessione non poteva essere vista con favore dalle potenze della Santa Alleanza, che avevano messo come cardine della loro politica interna, il governo assoluto ed il divieto di qualsiasi tipo di costituzione, per cui Ferdinando fu invitato, o meglio, costretto a recarsi a Lubiana, per discolparsi e per disconoscere la concessione effettuata. E per meglio sancire ed attestare questa decisione del Re, di rinnegare la Costituzione, si mosse un esercito austriaco, forte di 42.000 uomini. E’ nota la decisione del parlamento napoletano di opporsi con il proprio esercito, la sconfitta dello stesso, l’entrata a Napoli degli austriaci il 23 marzo 1821, che ridotti successivamente a 35.000 soldati, rimasero nel regno fino al 1827, a totale carico dell’erario napoletano per la notevole cifra complessiva di 85 milioni di ducati, che avrebbe potuto essere ben diversamente utilizzata, mentre Ferdinando tornava nella sua capitale il successivo 15 maggio. Per cui, anche se questo primo parlamento non si era dimostrato all’altezza della situazione, senza dubbio non facile, il suo scioglimento approfondì il famoso fossato, che il successivo breve regno di Francesco I (1777-1830), salito al trono nel 1825, e mancato ancora in giovane età, nel 1830, non ridusse, se non aggravò, se pensiamo alla rivolta del Cilento del 1828 ed alla sua spietata repressione, che, portò, fra l’altro alla cancellazione di un paese, Bosco, ed alla decisione di ricorrere a truppe mercenarie, arruolando alcuni reggimenti composti da svizzeri, anche qui con aggravio per le finanze statali, non fidandosi del proprio esercito, quando l’uso di truppe mercenarie era scomparso nelle altre nazioni europee, dove gli eserciti erano ormai nazionali, come secoli prima aveva auspicato il Machiavelli. Dello stato del Regno sono sintesi le frasi del Metternich che indicava nella corruzione e venalità la causa della decomposizione e del degrado del Regno stesso, mentre “…il Re tentenna, il governo privo di morale non incute né rispetto, né timore…,”. Ed a questo discredito si aggiungeva anche l’infelice risultato della spedizione navale del 1828 contro il Bey di Tripoli, per impedire le sue scorrerie, mentre un ben diverso esito positivo aveva avuto analoga spedizione della flotta del Regno di Sardegna.

È con l’ascesa al trono, l’8 novembre 1830, del figlio ventenne, Ferdinando II ( 1810-1859), e la concessione di una amnistia per i numerosi condannati politici, che si riaprirono le speranze di un miglioramento nei più vari settori ed il primo decennio, dal 1830 al 1840, vide diverse realizzazioni nel campo tecnico, una minore vessazione fiscale unita a tagli di spese inutili e superflue, prebende varie comprese, anche se la corruzione nell’amministrazione, sviluppatasi nei precedenti periodi era sempre diffusa, come pure era la camorra ed il brigantaggio, fenomeno endemico in quasi tutto il regno. Del nuovo Re era apprezzata anche l’affabilità nei confronti del popolo, mentre della sua prima consorte, la principessa Maria Cristina di Savoia, era nota la carità ed il suo influsso benefico nelle decisioni del Sovrano, Regina amata dal popolo, ma purtroppo mancata in giovane età, dopo aver dato alla luce l’erede al trono, Francesco (1836-1894).

Lo sviluppo del regno, anche dal punto di vista strettamente numerico della popolazione salita da 5.732.114 abitanti nel 1830 ai 6.177.598 del 1840, era però viziato da una politica economica autarchica, basata sul basso costo della mano d’opera e su dazi protettivi, per cui non aveva prospettive in una Europa che si apriva ad una discreta libertà di commercio, ed alla industrializzazione con sviluppo di strade normali e di quelle “ferrate”, che non servissero unicamente al collegamento tra due regge, come era avvenuto nel 1838, per i pochi chilometri della linea ferroviaria tra Napoli e Portici. Inoltre nel decennio successivo, dal 1840 erano riprese rivolte locali, duramente represse, cospirazioni e tentativi avventurosi di insurrezioni, finiti tragicamente, come accadde per i fratelli Bandiera, di nobile famiglia, nel 1844 e come poi fu nel 1857 per Carlo Pisacane, duca di nascita e, al tempo stesso, socialista. Nel mezzo tra queste due date anche il Regno delle Due Sicilie, dove già nel 1847 era uscita anonima una “Protesta del popolo delle Due Sicilie” (scritta in realtà da Luigi Settembrini) fu scosso dalle vicende del 1848, dalla caduta in Francia della monarchia orleanista, dalla rivolta di Vienna con la estromissione di Metternich, da analoga rivolta, in Ungheria e dalla richiesta ovunque di regimi non più assoluti con la concessione delle Costituzioni. In questo quadro si inserisce la ribellione della Sicilia nei confronti del dominio borbonico, successivamente repressa con durezza, culminante nell’assedio di Messina, sottoposta a ripetuti bombardamenti, fino alla sua resa nel settembre 1849. Così, Ferdinando II, che pure aveva un orrore istintivo per una monarchia costituzionale, dovette concedere la Costituzione, come aveva deciso anche il Granduca di Toscana, lo stesso Pontefice Pio IX e Carlo Alberto, che inoltre aveva levata la spada per l’indipendenza italiana, muovendo guerra all’Impero Austriaco, riuscendo inizialmente a coinvolgere anche Ferdinando, che aveva inviato a sostegno un consistente contingente del suo esercito.

Tutto questo fu un sogno di un mattino di primavera perché poi venne l’ordine di ritirare le truppe, e la costituzione con il parlamento appena eletto vennero praticamente soppressi, anche se ufficialmente erano solo “sospesi”, con condanne ed esilio della migliore classe dirigente del regno che trovò rifugio all’estero e di questo “estero”, faceva parte il Piemonte Sabaudo, dove la costituzione, lo “Statuto”, era stato conservato, così come la bandiera tricolore, ed un libero Parlamento legiferava, modernizzando la struttura dello Stato, ed il governo, composto dalla locale classe dirigente formatasi in decenni di lavoro e di fedeltà dinastica, presieduto da Camillo Benso, conte di Cavour, “tanto nomini, nullum par elogium”, impostava una politica estera spregiudicata, con lo scopo di estromettere l’Austria dall’Italia, così che nacque la “Società Nazionale”, dove erano confluiti i patrioti delle più varie provenienze ideologiche e regionali, che ebbe, come sintesi del suo programma, il motto: “Italia e Vittorio Emanuele”, che fu quello che Garibaldi lanciò ai siciliani, nel proclama di Salemi, il 14 maggio 1860.

È chiaro che questo sconvolgimento della vita politica in Italia non poteva non colpire Ferdinando che riteneva sicuro ed estraneo il suo regno, racchiuso tra l’acqua salata e l’acqua santa, mentre la frontiera dell’acqua santa, era in pericolo perché nel progetto unitario era prevedibile l’eliminazione dell’anacronistico ed antistorico Stato della Chiesa, e la fine del non certo evangelico potere temporale dei Papi. Senza ricordare i giudizi negativi di uomini politici inglesi, forse prevenuti nei confronti del Regno delle Due Sicilie, come Gladstone, senza dubbio il regime diveniva sempre più poliziesco e la sua indipendenza era in realtà un isolamento, che andava dall’ostilità inglese, alla quasi ostilità della Francia repubblicana e poi napoleonica, ed alla indifferenza della Prussia, della Russia e della stessa Austria, che ideologicamente era la più vicina, ma che si trovava a dover affrontare il problema dell’attacco al suo potere nelle regioni italiani a lei sottoposte. Inoltre preoccupava anche la salute del Re, che declinava senza una esauriente spiegazione medica. Di questo declino è testimonianza il racconto del viaggio per via di terra, da Napoli a Bari, per ricevere la sposa del figlio, la principessa bavarese Maria Sofia, sorella della Imperatrice d’Austria, Elisabetta. Racconto allucinante sia per lo stato delle strade, in pieno inverno (Ferdinando era partito dalla Reggia di Caserta l’8 gennaio 1859), sia per la salute del Re che peggiorava di giorno in giorno. L’arrivo a Bari, la permanenza, i consulti e consigli medici non ascoltati ed il viaggio, questa volta via mare, per ritornare a Caserta, dove si sarebbe spento il successivo 22 maggio, mentre da un mese circa era in corso in Lombardia la guerra dei franco-piemontesi contro gli austriaci, in quella seconda guerra d’indipendenza che avrebbe dato la svolta decisiva al processo unitario dell’Italia, che tanti anni prima era stato proposto, senza esito, proprio a Ferdinando.

In pratica potremmo dire che con la morte di Ferdinando inizia l’epilogo del regno, anche se la fine avvenne un anno e mezzo dopo, con il plebiscito di adesione alla Monarchia Costituzionale dei Savoia, con la successiva resa di Gaeta il 13 febbraio 1861 e la partenza del Re Francesco II, il successivo 14 febbraio, sulla nave francese “La Mouette” ed il suo esilio romano.

L’ascesa al trono del primogenito Francesco, ventitreenne, in un simile momento storico si era infatti presentata fin dall’inizio difficile, non tanto per la giovane età ed inesperienza del principe (non dimentichiamo che il padre era diventato Re a vent’anni, ma in un diverso momento storico!), quanto per l’assenza di consiglieri qualificati e politicamente adeguati ai tempi che si stavano vivendo, causa quel distacco tra dinastia e possibile classe dirigente, iniziato fin dall’epoca del primo Ferdinando e proseguito sotto i suoi successori che disprezzavano i “pennaruli”, ricambiati da analoga disistima e sfiducia degli stessi nei loro confronti. Perciò Francesco II, non trovò altra soluzione di richiamare il 4 giugno 1859, il settantacinquenne Carlo Filangeri, come capo del governo, incarico che tenne fino al successivo 16 marzo 1860, avendo un successore egualmente anziano, come anziano era l’ottantaduenne Winspeare, Ministro della Guerra, e i settantenni generali Lanza, Landi e Letizia, che di lì a pochi mesi avrebbero dovuto opporsi a Garibaldi.

Ed il giovane Re doveva anche guardarsi dalle camarille di Corte che facevano capo alla intrigante matrigna, l’austriaca Regina Madre. Maria Teresa, seconda moglie di Ferdinando II, che avrebbe preferito sul trono uno dei suoi figli. Così si persero mesi preziosi, pensando a lavori per porti, strade e ferrovie, progettati anche all’epoca del padre, ma non realizzati, lasciando inutilizzati i fondi che pur esistevano, mentre si trascurò la questione politica di un accordo con il Regno di Sardegna, come suggeriva lo zio del Re, Leopoldo, conte di Siracusa. Venne così nel maggio 1860 lo sbarco a Marsala di Garibaldi, e solo dopo, il 25 giugno, la firma della Costituzione tardivamente concessa, e l’adozione della bandiera tricolore con lo stemma borbonico. Che poi sul Volturno, i resti, ancora numerosi e bene armati dell’esercito napoletano abbiano combattuto valorosamente ed il Re fosse presente insieme con alcuni dei suoi fratellastri, non modifica l’esito negativo di questa ultima battaglia campale, dove Garibaldi dimostrò doti strategiche e non solo di audacia personale, ben diverse dalle incertezze e dai timori del comandante avversario, il generale Ritucci.

L’arroccarsi successivo dei Sovrani a Gaeta, fortemente fortificata, e la resistenza, prolungatasi oltre ogni logica militare, all’assedio di quella che era ancora l’Armata Sarda, dove erano già stati inseriti elementi delle regioni unitesi al Piemonte, e comandata dal Cialdini, se dette un giusto rinnovato risalto al valore delle truppe napoletane ed alle figure del Re e della Regina, sempre sugli spalti ed in mezzo ai soldati, confortando i numerosi feriti, non poteva mutare le sorti del Regno, come non lo mutarono successivamente i tentativi di rivolte inseritesi nel precedente brigantaggio, per le quali, dall’esilio romano di Francesco II, partivano migliaia di ducati per organizzarle e sostenerle, quando gli stessi ducati, anni prima non erano stati usati per costruire scuole, strade, ospedali e ferrovie.

Bilancio quindi globalmente negativo quello del regno borbonico, con un finale, nelle zone più interne del vecchio reame, di violenze ed atrocità contro i rappresentanti del nuovo stato unitario, che provocarono reazioni ampiamente giustificate anche se, forse, in qualche caso eccessive, quando avrebbero dovute essere invece meditate le nobili parole del proclama del generale Cialdini, quando volle far celebrare, il 17 febbraio 1861, una Messa per i caduti di entrambe le parti, sull’istmo di Gaeta: “Soldati, noi combattemmo contro italiani, e fu questo necessario, ma doloroso ufficio…..Là pregheremo pace ai prodi, che durante questo memorabile assedio perirono combattendo tanto nelle nostre linee, quanto sui baluardi nemici. La morte copre di un mesto velo le discordie umane e gli estinti sono tutti eguali agli occhi dei generosi. Le nostre ire non sanno sopravvivere alla pugna. Il soldato di Vittorio Emanuele combatte e perdona.”

(da "Nova Historica, n.61/62, del  2017, anno XVI. Edizioni Pagine, Roma)

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