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FRAMMENTI DI RIFLESSIONI

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Giustizia europea

Tra le carte che si sono accumulate in questi ultimi tempi sulla mia scrivania, ho rinvenuto un articolo di particolare interesse, succinto ma di sicura efficacia, a firma di Carlo Nordio Un patto per l’Europa: la giustizia creativa, apparso su Il Messaggero del 25 luglio 2018, ancora oggi di indubbia attualità.

Viene, infatti, presa in considerazione una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha sospeso lo sgombero di un campo Rom disposto dal Comune di Roma. Tale atto “si inserisce in quel filone di cosiddetta giustizia creativa…epilogo di un lungo processo di irrazionalismo modernista”.

Una decisione di tal fatta, scritta con l’ausilio della bacchetta del rabdomante, non può che orbitare al di fuori del pianeta Giustizia, in quanto inidonea a tutelare le posizioni giuridiche soggettive dei cittadini, sostanziandosi in ulteriore florilegio di cui l’Europa periodicamente ci gratifica.

Altro recente intervento, ma di diversa consistenza, della giustizia europea si rinviene nella pronuncia della Corte giustizia UE, grande sezione, 12 febbraio 2008, n. 2, secondo la quale nell’ambito di un procedimento dinanzi ad un organo amministrativo diretto al riesame di una decisione amministrativa divenuta definitiva in virtù di una sentenza emessa da un giudice di ultima istanza che, alla luce di una giurisprudenza successiva della Corte, risulta basata su un’interpretazione erronea del diritto comunitario; tale diritto non richiede che il ricorrente nella causa principale abbia invocato il diritto comunitario nell’ambito del ricorso giurisdizionale di diritto interno dal medesimo proposto contro tale decisione.

Inoltre, il diritto comunitario non impone alcun limite temporale per presentare una domanda diretta al riesame di una decisione amministrativa divenuta definitiva. Gli Stati membri rimangono tuttavia liberi di fissare termini di ricorso ragionevoli, conformemente ai principi comunitari di effettività e di equivalenza.

 

Giustizia nazionale

Il Presidente del Consiglio di Stato, a conclusione della Relazione svolta in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2018, aveva richiamato, come aveva già fatto in quella dell’anno precedente, l’autorevole insegnamento del Prof. A.M. Sandulli secondo il quale “dove la giustizia dell’amministrazione non è completa e perfetta, la libertà e la democrazia non possono ancora considerarsi conquistate”.

Ma, a dire il vero, non sembra che fino ad oggi si siano verificati significativi passi in avanti verso tali traguardi.

A ben vedere, la Relazione di cui trattasi è lastricata abbondantemente di buone intenzioni che sembrano, però, destinate a rimanere allo stato di mere enunciazioni e non a tradursi in principi di concreta applicazione, quantomeno in tempi ragionevoli.

Tra queste, la tanto osannata nomofilachia, cioè a dire la garanzia dell’uniforme interpretazione della legge, che trova purtroppo sistematiche smentite in non poche sentenze dove l’interpretazione delle norme positive riposa su discutibili arzigogoli alogici.

Invero, la crisi in cui oggi versa la nostra Giustizia di ogni ordine e grado è sotto gli occhi di tutti, come anche evidenzia il clamore mediatico che quotidianamente suscitano talune deleterie pronunce della magistratura.

Di qui la necessità impellente di porre rimedio, senz’altri indugi, ad una riforma globale dell’ordinamento giudiziario che si ponga al passo con i tempi, satisfattiva delle legittime aspettative dei fruitori della giustizia che, in caso contrario, rischia di rimanere definitivamente impantanata in un magma limaccioso dal quale, forse e senza forse, potrebbe essere definitivamente inghiottita.

 

Saccheggi di Roma

E’ di recente in libreria Storia di Roma in sette saccheggi (Bollati Boringhieri, Torino, 2018), di Matthew Kneale, storico inglese che vive da quindici anni a Roma.

Il volume “è una celebrazione del feroce coraggio, brio e vitalità del popolo romano”, nonché “una lettera d’amore appassionata per questa città unica al mondo”.

Scrive l’autore, nella pur breve prefazione, che tanto del passato di Roma è sopravvissuto nonostante la città abbia subito, nel corso dei secoli, alluvioni catastrofiche, incendi, terremoti, pestilenze e, soprattutto, rovinose occupazioni di eserciti nemici.

Il primo saccheggio ricordato nel volume risale al 387 a.C. ad opera dei Galli guidati da Brenno.

Nel 408 d.C. fu la volta dei Visigoti al comando di Alarico e, come già precedentemente avvenuto, Roma fu salva dopo aver pagato un pesante riscatto.

Nel 546, a seguito di un tradimento, Roma cadeva vittima degli Ostrogoti guidati da Totila.

Nel 1084 Roma subiva il saccheggio dei Normanni di Roberto il Guiscardo e, nel 1527, quello tremendo dei Lanzichenecchi che provocò terrore, morte e distruzioni nell’Urbe.

Correva l’anno 1848 e la sera del 24 novembre il Papa Pio IX nottetempo fuggiva da Roma riparando a Gaeta e il 9 febbraio 1849 veniva proclamata la Repubblica romana.

Conseguentemente, le truppe francesi, regnante Luigi Napoleone, alla guida del generale Oudinot, entravano a Roma. Cadeva così la Repubblica romana ed il Papa, nell’aprile 1850, faceva ritorno nello Stato Pontificio.

Venuta meno la protezione della guarnigione francese, il 20 settembre 1870 entravano a Roma le truppe del Regno d’Italia e, a seguito del plebiscito, ne fu sancita l’annessione all’Italia per divenirne, di lì a poco, capitale.

Il volume si chiude con l’occupazione di Roma dell’esercito nazista del 10 settembre 1943, con richiami di numerosi avvenimenti, anche dolorosi, degni di particolare rilievo.

L’opera, frutto di accurate ricerche, si legge con piacere anche per l’agile stile narrativo e i puntuali richiami alla vita quotidiana dei vari territori martoriati dai devastanti saccheggi.

14 dicembre 2018

 

 

 

Salvini riparte da Roma per conquistare il Sud

di Salvatore Sfrecola

 

La piazza osannante il “Capitano”, quella piazza del Popolo, storica agorà delle grandi manifestazioni della politica ed oggi della Lega che Matteo Salvini ha fortemente voluto nazionale ed inclusiva dei vari ambienti del centrodestra sarà ancora oggetto di commenti dei giornali e delle televisioni. E si dirà delle bandiere tricolori sventolate al sole di una tipica giornata del dicembre romano. Tante bandiere, prima mai viste nelle manifestazioni della Lega. E si dirà del discorso del leader, sovranista, ma che cita San Giovanni Paolo II e l’europeista Alcide De Gasperi, un po’ democristiano, per soddisfare i moderati, ma anche prodigo di richiami ad una delle triadi tradizionali nella cultura della destra, “Dio Patria e Famiglia”, che apre a tutte le anime, la cattolica tradizionalista innanzitutto, ma anche la liberale cavourriana, si potrebbe dire, erede dei Risorgimento sabaudo. E infatti tra i vessilli tricolore uno recava al centro la “bianca croce di Savoia”, per dirla con Giosuè Carducci.

Da Roma, da quella piazza stracolma, Salvini parte a conquistare l’intera Nazione, anche laddove la Lega ha una presenza recente eppure capace, il 4 marzo, di sfiorare il risultato in molti collegi nei quali spesso solo poche migliaia se non centinaia di voti hanno impedito la prevalenza del candidato del Carroccio. Voti che non sarà difficile recuperare adesso che al Governo il vicepresidente e Ministro dell’interno ha fatto riscoprire la presenza dello Stato alla borghesia delle arti e delle professioni che da tempo al Sud richiede ordine e sicurezza per poter affermare intelligenze e volontà che tanto spesso è costretta ad esercitare al Nord quando non all’estero.

Conquistata Roma Matteo Salvini ha compreso che da questa città deve partire per affermarsi nelle regioni meridionali. Roma, infatti, non è soltanto la capitale d’Italia, il centro della politica parlamentare e governativa. Il suo humus è quello di una comunità variegata nella provenienza territoriale. Molti dei romani di oggi sono di origine meridionale, hanno avuto in passato ragionevoli dubbi che la Lega sapesse parlare con la voce della Nazione, al di là di certi “egoismi” della parte più economicamente sviluppata del Paese. Ed oggi che Salvini scopre e consolida la sua visione nazionale della storia e della politica sono pronti a schierarsi e, quindi, a rassicurare parenti e amici delle regioni di origine che la Lega non è più solo del Nord, ma è italiana e nazionale e si apre alla comprensione delle problematiche antiche e recenti di aree del paese che hanno grandi potenzialità e straordinarie prospettive di sviluppo economico e sociale, fin qui mortificate da politiche miopi, locali e nazionali. E attendono che la Lega sia capace di schierare personalità romane originarie del Sud in posizioni di responsabilità. Personalità tratte dai ministeri, dai grandi enti pubblici, dalle grandi università, tra cui “La Sapienza”, la più affollata d’Europa, dagli ordini professionali e dalle magistrature superiori, Cassazione, Consiglio di Stato e Corte dei conti.

Ma è tutto da costruire. Al di là delle buone intenzioni a Roma la Lega non ha ancora una sede nazionale né personalità delle istituzioni sono scese in campo il 4 marzo né sono state cooptate negli incarichi di governo e nelle nomine in enti e istituzioni dove siedono rappresentanti dei ministeri.

La sfida che attende Salvini e quanti vicino a lui lo consigliano e lo supportano nelle scelte passa, dunque, da alcune decisioni di carattere organizzativo e programmatico che finora si è più sentito che visto, spesso stoppate dalla incapacità di taluni di comprendere e, forse, anche dal timore che nuove capacità messe in campo potessero oscurare i padani duri e puri della prima ora. Quanto volte, avendo detto a chi gli proponeva una iniziativa politica o organizzativa “falla tu”, poi Salvini ha dovuto constatare che a quella indicazione non è stato dato seguito per insipienza o gelosia. Defaillance che un partito nazionale non si può permettere se vuole vincere dovunque, soprattutto al Sud dove l’incapacità del M5S è ormai percepita in tutta la sua portata di velleitaria aspettativa di un riscatto sociale che deve necessariamente passare da una decisa presa di coscienza di capacità personali e professionali obnubilate da una mentalità assistenzialista che la borghesia meridionale da sempre respinge e che adesso, avendo un riferimento politico certo, intende superare per restituire prospettive di sviluppo ad aree del Paese per troppo tempo mortificate da politiche miopi, locali e nazionali.

10 dicembre 2018

 

 

 

Attila, re della…  Gestapo

Quel che non leggerete sulla spoetizzante prima di Attila alla Scala

di Dora Liguori

 

Una delle ossessioni ricorrenti nei registi, definiamoli d’avanguardia, è quella di spostare i tempi dell’azione teatrale di un’opera che, affidata alle loro cure, viene, dai tempi previsti da quei “deficienti” degli autori, scaraventata in altre improbabili epoche. E di queste trasposizioni, un posto d’onore è riservato al periodo nazi-fascista. La moda, circa regie di tal fatta, viene da lontano o meglio proviene dai “terribili” pronipoti di Wagner: Wieland e Wolfang che, appunto, nel rinato teatro di Bayreuth del dopoguerra, misero in scena un “Ring” tutt’altro che filologico. Anche allora lo scandalo non fu da poco e, quel che è peggio, nemmeno pochi furono gli imitatori di Wieland, salvo un piccolo particolare: quasi nessuno di costoro era in possesso della genialità del discendente di Wagner, capace di mettere in scena, senza orrori, una minimalista rappresentazione della Tetralogia… e non solo di quella. Il pensiero, o chiamiamolo gradimento, del celeberrimo nonno, per ovvi motivi, non ci è mai pervenuto.

Tornando ai tanti emuli di Wieland, solo per citare alcuni casi, fra più eclatanti, siamo stati costretti ad assistere a una Sonnambula che, insanguinata, vive un aborto in scena mentre canta “Ah, non credea mirarti”; una Norma, sacerdotessa non più dei druidi ma palestinese, che miete il sacro “vischio” nel deserto; una Giovanna d’Arco, afflitta e perseguitata dalle incestuose turbe sessuali del padre e un povero Alfredo della “Traviata” che canta la romanza “Dei miei bollenti spiriti” mentre stende, col mattarello, la pasta per le tagliatelle. Al proposito, lo spettatore, avrà pensato che più che “i bollenti spiriti” di Alfredo, ad essere bollente avrebbe dovuto essere l’acqua per calare la pasta.

Cari amici, quanto descrittovi è solo una ridottissima panoramica di un museo degli orrori che non smette di offendere le opere d’arte (ché tale è un’opera lirica), così come offende un pubblico, costretto, per non privarsi di ascoltare bellissima musica dal vivo, a chiudere gli occhi, per magari riservarsi, dopo, la magra consolazione di fischiare, come Dio comanda. E i fischi sono puntualmente intervenuti alla fine dell’Attila nei confronti della regia di Livermore; minimizzati, in ossequio alla consuetudine, dai soliti “plauditores” del teatro.

Come accennato anche Davide Livermore appartiene alla schiera dei registi convinti che, spendendo il proprio genio a “svecchiare” l’ambientazione di un’opera teatrale, nel caso presente un’opera di quel “sorpassato” di un Verdi, gli si faccia un gran favore. Pertanto, a cura del Livermore, l’epoca del verdiano Attila, dai primi del V secolo, è stata trasposta alla metà degli anni quaranta del secolo scorso, fine della seconda guerra mondiale, più o meno caduta di Berlino, con ambientazione nazista. Non è questa una gratuita supposizione poiché le divise militari, usate dal regista, richiamavano quelle dell’esercito tedesco con qualche citazione di divise italiane, ovviamente fasciste, tanto per ricordare l’Asse. In virtù di ciò Attila (lo splendido basso russo Ildar Abdrazakov ), divenuto, da re degli unni, a improbabile capo forse della Gestapo, dava di sé l’immagine di un uomo alquanto confuso, ché tale doveva essere, dopo che, sul fondo, il regista, invece di far proiettare la distrutta Aquileia, rimandava le grigie immagini di una città, richiamante la Berlino del dopo i bombardamenti. Come dire che Attila, appunto confuso, aveva bombardato se stesso e la sua gente. Senza contare la trovata della regia che, visto che si trovava con le citazioni, metteva in scena un ahimé attualissimo ponte di Genova che si spezzava e si ricongiungeva… “ad libitum!”. Insomma una specie della chiusa del Canale di Suez o se preferiamo del Tamigi. Ma vedi la fantasia!

Citare poi i particolari scenici fuori luogo, sarebbe come sparare sulla “Croce rossa”, dagli esorbitanti fucili di assatanati soldati sempre pronti a sparare, alla fisarmonica al posto delle citate, da Attila, arpe, senza contare la inutile visione dei soliti maschietti svestiti, palesi reminiscenze di film raccontanti le abitudini sessuali dei capi della Gestapo. Ma per favore, basta ironizzare su questo… rispettiamo la sessualità di tutti, soprattutto quando certe citazioni non aggiungono niente di necessario allo spettacolo.

Altra povera disadattata in scena era Odabella, il soprano spagnolo Saioa Hernandez che, pettinata e vestita, tanto per non sbagliare, alla Edda Mussolini, volendo dare un’interpretazione dell’indomita guerriera italiana, si aggirava per il palcoscenico, tanto furiosa da divenire, non per sua colpa, alquanto isterica. Vocalmente parlando, la Hernandez, emette suoni troppo traballanti e spesso striduli; infatti, quando il vibrato è naturale e contenuto esso è bellissimo; se invece è esagerato, oltre a divenire spiacevole è anche la spia di una voce che, nata per altro repertorio, è stata innaturalmente forzata. Pertanto la Hernandez ha una bella voce ma, essendo un soprano lirico e non un soprano drammatico d’agilità, risulta forzata per il ruolo vocale di Odabella… senza contare che di soprani del genere, anzi di molto meglio, è piena l’Italia.

Misteri delle agenzie e delle scelte fatte in collaborazione con i vari responsabili dei teatri… mi piacerebbe conoscere il cachet percepito dalla cantante, possibilmente quello reale e non quello forse, assolutamente forse, figurante sulla carta.

Per amor del Cielo, qui dichiaro e giuro che le mie sono solo supposizioni o se preferite… “pensieri molesti”!

Tornando alla serata, gli altri due principali interpreti: il tenore Fabio Sartori, Floresto e il baritono Geoge Petean, Ezio, hanno dato un’ ottima resa vocale, in specie il tenore. Purtroppo nella resa psicologica dei personaggi, che già non erano gran cosa nell’opera di Verdi, messi nelle mani di Livermore, sono diventati due patetiche marionette. Per quanto invece attiene alla direzione di Riccardo Chailly, inutile dire che essa è sempre ottima e appunto rassicurante. Chiudendo gli occhi… l’incanto di Verdi, soprattutto nella straziante introduzione, c’è per intero. Quando, poi, apriamo gli occhi, operisticamente parlando: Il ciel ci assista.

La serata, commentata da una giuliva Carlucci, si avvaleva del “parere”, non di accreditati esponenti della critica ufficiale ma di esponenti del “pop”. Corre il dubbio che i critici di professione si fossero tutti, per pudore, negati alle telecamere, così come altrettanto pericoloso avrebbe potuto essere intervistare uno spettatore, non catechizzato. Infatti c’era il rischio che, costui, interpellato sul gradimento allo spettacolo (visti anche i costi del biglietto) potesse mandare, come si dice a Milano… tutti a ca…. etc. etc.

Comunque, volendo essere onesti, qualcosa di filologico, Livermore l’ha salvato, dicasi: la rappresentazione della tela di Raffaello sull’incontro di papa Leone Magno e Attila, nonché il cavallo, con il quale Attila è entrato in scena. E’ probabile che il regista, dopo “studi approfonditi”, abbia appurato che Attila andava a cavallo e che si dia il caso che il nobile animale esista ancora.

Vorrei umilmente avanzare una proposta sul prossimo Attila che metteranno in scena, con o senza lo strapagato Livermore: volendo essere davvero “à la page”, perché il prossimo Attila non lo facciamo scendere da Marte, con tanto di astronave e con una Odabella che, addestrata dagli Isdraeliani (i più all’avanguardia in fatto di strumenti bellici), vada a disintegrare l’invasore con un laser o quant’altro?

 No, meglio non diffondere l’idea… potrebbe essere presa sul serio!

 

 

P.S. Mi sono più volte chiesta: perché deturpare una scultura o un quadro (a parte le mutande messe e poi fortunatamente tolte, ad alcuni personaggi del “Giudizio universale” di Michelangelo) rappresenta un reato, mentre deturpare un’ opera musicale, ché spesso di questo trattasi, non solo non costituisce colpa ma è iniziativa tanto lodevole da essere anche lautamente pagata? Qualcuno, magari il Parlamento, visto il dilagare dell’infausta operazione e le conseguenze diseducative (soprattutto quando le manomissioni sono eclatanti), vorrà mai procedere a richiamare registi e relativi sovrintendenti autori dei misfatti, per chiedere loro conto e ragione del denaro pubblico così mal impiegato? E non mi si parli di libertà dell’Arte, poiché il vero artista, sino a prova contraria, è l’autore della musica e non gli autori della messa in scena.

È davvero troppo chiedere un minimo di rispetto?

Per quanto mi riguarda, dopo tante infauste serate, coronate dall’ obbrobrioso ultimo Rigoletto, vorrei fare in mille pezzi il mio abbonamento al Teatro dell’opera di Roma; di egual parere sono tanti altri nauseati abbonati. Allora mi chiedo: signori, non della corte ma dei teatri: se il pubblico, arrabbiato, v’abbandona, il risultato non sarà quello di dover lasciare anche voi le comode poltrone?

Considerata l’eventualità… quasi quasi il gioco varrebbe la candela! Chiudiamo, dunque, i teatri e mandiamo ad occuparsi d’agricoltura tanti attuali geni.

Si, ma l’agricoltura che male ha fatto per essere anch’essa distrutta? Mah!

9 dicembre 2018

 

 

Il M5S propone meno parlamentari e vincolo di mandato.

Bene ridurre deputati e senatori,

ma il vincolo è contro la democrazia

di Salvatore Sfrecola

 

Il cambio di casacca dei parlamentari è generalmente condannato dall’opinione pubblica la quale ritiene poco “onorevole” che una persona eletta in un partito si trasferisca in un altro gruppo parlamentare. Nella scorsa legislatura la transumanza ha riguardato molte decine di parlamentari. Alcuni hanno cambiato partito più volte. E così si sono levate voci in Parlamento e sui giornali per introdurre il vincolo di mandato. Da ultimo, in un’intervista a La Verità se ne è fatto portavoce il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli affari regionali e alle autonomie, Stefano Buffagni, unitamente al “taglio del numero dei parlamentari”.

Cominciamo dai numeri dei componenti le Camere. Che deputati (630) e senatori (315) siano troppi in un paese di 60 milioni di abitanti è opinione ampiamente condivisa. Si pensi solo che negli Stati Uniti, con una popolazione di oltre 300 milioni di abitanti, i senatori sono 100, due per ogni stato, indipendentemente dalla popolazione, ed i componenti della Camera dei rappresentanti 435. La proposta di revisione costituzionale voluta da Matteo Renzi e Maria Elena-Boschi prevedeva che i senatori fossero 100, ma non più eletti dal popolo, mentre lasciava lo stesso numero di deputati, probabilmente ad evitare che votassero contro nel corso delle votazioni sul disegno di legge di revisione della Costituzione. Era un evidente elemento di squilibrio, aggravato dal fatto che cessava di fatto il sistema bicamerale ingiustamente ritenuto causa della lentezza del processo legislativo quando è noto, statistiche alla mano, che le leggi vengono approvate con la velocità che è impressa dalle decisioni politiche. Anche un giorno tra Camera e Senato, quando è stato necessario.

Naturalmente Renzi aveva presentato all’opinione pubblica in negativo il nostro bicameralismo raccontando che perfino Barack Obama aveva lodato la proposta italiana. L’ex Sindaco di Firenze probabilmente era convinto che gli italiani non sapessero che negli USA il Senato ha un ruolo molto importante nella democrazia parlamentare in un ordinamento costituzionale nel quale il bicameralismo è “perfetto”, cioè paritario, nel senso che le due camere hanno gli stessi poteri. Forse ad Obama non era stata spiegata bene la nostra riforma o forse era carente il traduttore.

La cosa non ha destato interesse più di tanto perché gli italiani, subissati dagli slogan del “rottamatore”, avevano già sospettato i pericoli di una riforma che incentrava troppi poteri nel Presidente del consiglio e così hanno votato in massa “NO” dando lo sfratto all’allora inquilino di Palazzo Chigi.

L’ipotesi di introdurre il vincolo di mandato, cioè il divieto di cambiare gruppo parlamentare, è espressamente escluso dalla nostra Costituzione. Secondo l’art. 67, infatti, “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”, una formula che riproduce sostanzialmente l’art. 41 dello Statuto Albertino secondo il quale “i deputati rappresentano la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti. Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori”.

L’ipotesi, tuttavia, torna ad affacciarsi nel dibattito politico, non solo ad iniziativa del M5S perché la condividono anche quanti ritengono indecorosa l’immagine della transumanza dei parlamentari da un gruppo all’altro. Naturalmente chi si fa promotore del vincolo di mandato non è mosso dalla difesa della fedeltà all’elettorato, perché oggi non c’è il voto di preferenza. Chi vuole evitare cambi di schieramento lo fa essenzialmente perché i partiti mantengano il controllo politico degli eletti. Che ha indubbiamente una sua giustificazione nel fatto che colui che viene eletto lo deve esclusivamente al vertice del suo partito il quale lo ha collocato in una posizione, in lista o in un collegio, che, secondo gli orientamenti dell’elettorato, garantivano la conquista del seggio. In sostanza il ragionamento è questo: ti ha fatto eleggere il partito, non puoi passare in un altro schieramento politico.

La scelta del mandato imperativo, tuttavia, fa intravedere una mentalità antiparlamentare. Ci sono state nell’ambito del M5S plurime affermazioni sulla inutilità del Parlamento, sul possibile superamento della democrazia parlamentare. Abbiamo sentito in tal senso le voci di Davide Casaleggio e di Luigi Di Maio. Del resto i grillini sono dei fan della cosiddetta “democrazia diretta” che non prevede rappresentanti perché, secondo il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau, la sovranità consiste nella “volontà generale, e la volontà generale non si rappresenta”. E Rousseau è l’ispiratore del Movimento al punto che a lui è intestata la piattaforma informatica attraverso la quale gli iscritti propongono, discutono e decidono, in un “populismo digitale” (dal titolo del libro Alessandro Dal Lago) che attua una partecipazione popolare attraverso Internet, quasi un’Agorà telematica, che sostituisce le piazze di Atene e Sparta nelle quali 400 anni avanti Cristo i cittadini discutevano e decidevano sulla vita della polis. E comunque erano pochi gli aventi diritto i “liberi e uguali” e pochi partecipavano.

Ma poiché la democrazia in un grande paese non può essere “diretta”, e dei rappresentanti ci devono pur essere, ecco che essi devono essere indissolubilmente legati al partito che li ha fatti eleggere. Il tratto distintivo di questa scelta ricorda lo schema giuridico del mandato che aveva caratterizzato nel medioevo le prime assemblee parlamentari nelle quali chi portava al sovrano le esigenze dei rappresentati era vincolato ad istruzioni dettagliate sulle singole questioni in discussione (cahiers de doléance). Con la conseguenza che il rappresentante che non adempiva diligentemente il suo mandato poteva essere revocato.

Tutt’altra cosa la rappresentanza politica nelle democrazie liberali nelle quali non è possibile definire a priori l’ambito di attività del rappresentante il quale agisce con assoluta autonomia, tenuto solamente ad interpretare “l’interesse reale del paese”, come spiega James Madison nel Federalist. Come nella Costituzione francese del 1791 la quale prevedeva che i rappresentanti non sarebbero stati tali per un dipartimento particolare ma per l’intera nazione. È un orientamento condiviso a destra e a sinistra nel corso degli anni nei quali si forma il costituzionalismo liberale. Già nel 1774, Edmund Burke, il celebre pensatore conservatore cui è dedicato un bel volume di Russell Kirk appena pubblicato (Il pensiero conservatore da Burke a Eliot, a cura di Francesco Giubilei), aveva affermato con chiarezza, in un discorso agli elettori di Bristol, che “il Parlamento non è un congresso di ambasciatori di interessi diversi... è invece un’assemblea deliberativa di una nazione con un solo interesse, quello della comunità”, dove a guidare le decisione dovrebbe essere “il bene comune che nasce dalla ragione generale”.

Ce n’è abbastanza per contrastare con decisione l’iniziativa del M5S, una scelta esiziale per la democrazia parlamentare nella quale il vincolo deve essere morale e fondato su un collegamento virtuoso tra eletto ed elettore, come avviene nei moderni ordinamenti liberali. Per comprenderne le ragioni basta fare un salto a Londra, nel Regno Unito, che già Charles-Louis de Secondat barone de la Brède e di Montesquieu aveva preso come esempio per il suo Esprit des Lois, lo spirito delle leggi, che non è solamente, come comunemente si ritiene, il trattato sulla separazione dei poteri. Lì sta l’approfondimento dei diritti politici, in un paese che, non a caso si ritiene la culla della democrazia parlamentare, dove il candidato nel collegio uninominale che gli è assegnato instaura un rapporto diretto con l’elettorato. Va porta a porta per cercare di convincere gli elettori. Bussa ad ogni porta, anche a quella di chi sa che non lo voterà, perché i suoi elettori non apprezzerebbero un candidato incapace di confrontarsi con l’elettorato avverso. Anni addietro, trovandomi a parlare con un mio amico candidato per il partito liberale a Londra mi sentii dire che la sua forza politica si esprimeva nel radicamento sul territorio, per cui il partito non lo avrebbe mai spostato dal suo collegio perché altrimenti, presentandosi autonomamente, sarebbe stato comunque eletto.

Al contrario, in Italia i partiti non hanno mai voluto che i parlamentari avessero un legame forte con gli elettori, per cui abbiamo casi di deputati e senatori eletti in liste e collegi lontani dal luogo di residenza individuati di volta in volta secondo gli interessi del partito. Insomma sono le segreterie a scegliere candidato, lista o collegio. Perché non abbiano autonomia e autorevolezza. Quella di cui godono a Londra i componenti della Camera dei comuni dove la forza dei partiti è data dall’autorevolezza dei parlamentari eletti e non dai capi dei partiti. Lo sa bene Theresa May, Primo ministro di Sua Maestà e leader dei conservatori, preoccupata per gli umori dei parlamentari del suo partito tra i quali serpeggia lo scontento per una Brexit decisa frettolosamente sulla base di un referendum consultivo che di poco ha superato il 50% dei voti espressi e per l’accordo siglato a Bruxelles.

Come diceva già Winston Churchill, d’altronde, “La democrazia rappresentativa è probabilmente il peggiore dei sistemi politici. A esclusione di tutti gli altri”.

(da www.italianioggi.com)

 

 

Quale democrazia? Diretta o rappresentativa? Da Atene ai nostri giorni passando per la Magna Charta

di Salvatore Sfrecola

 

“Che la democrazia sia un’invenzione greca è opinione piuttosto radicata”, scrive Luciano Canfora richiamando la bozza della Costituzione europea (diffusa il 28 maggio 2003) nella quale al preambolo è anteposta una citazione che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a.C.): “la nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero”. A Canfora non sembra una traduzione corretta delle parole dello storico ateniese (La democrazia, storia di un’ideologia, Laterza, 2004) ma ci consente di entrare in tema, nell’Agorà, la piazza nella quale i cittadini venivano chiamati a discutere ed a votare nell’interesse della polis. Era il luogo della “democrazia diretta”, ad Atene innanzitutto, ma anche a Sparta dove anzi, secondo Isocrate, v’era “il massimo di democrazia”, anche se nella comunità a decidere erano in pochi, i combattenti e i possidenti, perché la cittadinanza è un bene prezioso che si concede con parsimonia.

Anche a Roma la democrazia diretta ebbe vita breve. I comizi centuriati, nati a fini di reclutamento dell’esercito, si aprono presto alla partecipazione di tutti i cittadini sulla base della loro capacità patrimoniale divenendo così un organismo di carattere politico che acclamava (suffragium) le proposte del magistrato munito di imperium. Insomma, la presenza “di tutti” è ovunque teorica.

Il principio della rappresentanza politica si afferma nel Medioevo, con le istituzioni parlamentari nel 12º secolo, organismi assembleari che coadiuvano il re nell’esercizio del potere o attuano un patto fra i cittadini contribuenti e il sovrano in base al quale l’assemblea autorizza il prelievo fiscale e le spese della Corte e pretende di verificare come quelle somme sono state utilizzate. È la Magna Charta libertatum del 1215 che fa dell’Inghilterra il riferimento delle libertà civili, un’esperienza alla quale attingerà Charles-Louis de Secondat, barone de la Brède e di Montesquieu per il suo Esprit des Lois, noto soprattutto per la teoria della separazione dei poteri dello Stato. Ma in realtà profonda analisi degli istituti che attuano la libertà politica.

La democrazia diretta torna con l’illuminista ginevrino J.-J. Rousseau (1712-1778), per il quale la sovranità consiste nella “volontà generale, e la volontà generale non si rappresenta”. Parole che infiammano gli animi nella Parigi rivoluzionaria dove i giacobini a furor di popolo linciano aristocratici ed ecclesiastici. E fu l’atto finale della democrazia diretta, rapidamente sostituita dalla democrazia rappresentativa, ovvero dalla Convenzione, un nome che nel 2002 indicherà l’assemblea incaricata di dare una costituzione all’Unione europea.

Democrazia diretta anche nelle colonie inglesi d’America, comunità, spesso piccole, coese e piuttosto omogenee, dal punto di vista religioso e sociale. Si riunivano nelle chiese e nelle piazze dove decidevano, direttamente. Erano i cosiddetti town meeting.

Ancora democrazia diretta a la Comune di Parigi (marzo-maggio 1871), breve e tragico esperimento di autogoverno, nel corso del quale venne anche introdotto il principio della revoca (rappel, recall) degli eletti.

La richiesta di democrazia diretta è ricomparsa con i movimenti del Sessantotto, in concomitanza con la crisi dei partiti incapaci di comprendere il senso delle nuove domande politiche. Non più soltanto ordine e sicurezza e stabilità dei prezzi, ma anche opportunità di autorealizzazione.

Democrazia diretta sperimenta il Movimento 5 Stelle, che adotta una piattaforma informatica. Si chiama Rousseau e raccoglie proposte dalla base e verifica la convergenza del gradimento degli iscritti. È il “populismo digitale” (come titola il suo libro Alessandro Dal Lago) che attua una partecipazione popolare attraverso Internet, una sorta di agorà telematica nella quale i cittadini, con un minimo di digital divide, vale a dire di diseguaglianza fra categorie – giovani e anziani, istruiti e no, che hanno accesso e possibilità differenziate –, hanno l’opportunità di comunicare fra loro, per esempio con i blog, Facebook e Twitter e decidere in tempo reale. Si forma così un’opinione pubblica non facile da interpretare che essenzialmente si manifesta come rigetto dell’iniziativa dei partiti tradizionali che, infatti, subiscono una serie ripetuta di sconfitte elettorali mentre emergono personalità le quali convogliano l’attenzione dell’elettorato fideisticamente, come il noto pifferaio di Hamelin. “Senza una rappresentanza funzionale, senza partiti governanti, senza elettori partecipanti. Una democrazia senza. Al centro della scena politica resistono solo i leader, ultimo perno di comunicazione, mobilitazione e decisione. Avamposto sempre più isolato della frontiera pubblica occidentale. Ma può la democrazia sopravvivere solo come protesi e baluardo della leadership?” si chiede Mauro Calise (La democrazia del leaders, Laterza, 2016).

Democrazia diretta digitale? Un’ipotesi nella delega al Ministro per i rapporti con il parlamento, Riccardo Fraccaro, esponente di spicco del M5S. Una sorta di paradosso, se si tiene conto del fatto che la moderna democrazia e l’ordinamento costituzionale dello Stato italiano sono costituiti in regime parlamentare. Contestualmente dovrebbe cambiare il rapporto tra eletto ed elettore sancito dall’articolo 67 della Costituzione, a mente del quale “ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

L’impostazione che vorrebbe introdurre il vincolo imperativo rappresenta dunque un orientamento incostituzionale ma ne va spiegata l’origine. Presentato come espressione della volontà di impedire il trasformismo che ha caratterizzato molti momenti della storia parlamentare italiana, in realtà questa proposta è conseguenza della circostanza che da tempo è venuto meno il voto di preferenza che stabiliva un rapporto forte fra l’eletto e i suoi elettori. Oggi in realtà l’elezione avviene sulla base dei consensi ottenuti dalla lista ed è assicurata dalla posizione che nella lista è assegnata dal capo del partito, con la conseguenza che l’eletto è dipendente dal vertice politico e non più dal consenso popolare, sicché il cambio di casacca, non consegue ad una scelta del parlamentare che ritiene in tal modo di essere in linea con la volontà del suo elettorato ma ad interessi personali.

Nel contesto “rivoluzionario” promosso dal M5S c’è anche la proposta di modificare la Costituzione con l’introduzione dell’istituto del referendum “propositivo” che ha una funzione indubbiamente importante ma che si trasforma facilmente in un’idea di marketing politico, in un’arma propagandistica di distrazione “di popolo”.

La democrazia diretta di stampo 5 Stelle, inoltre, spazza via tutto quel sistema che si basa sulla presenza di corpi intermedi cui invece la Costituzione e la cultura politica liberale annettono un ruolo essenziale nella formazione delle idee della politica. È evidente, dunque, il limite di queste proposte che definiscono un corpo parlamentare sulla base di una limitatissima indicazione attraverso la rete, mentre le teorie che portano questi eletti in Parlamento fanno perno assai spesso su un sentimento poco nobile, quello dell’invidia che i populisti aizzano e agitano a fini elettorali.

Il 9 di agosto la piattaforma Rousseau, strumento digitale di democrazia diretta, ha raggiunto i 100mila iscritti. Un traguardo importante per un sistema chiuso attraverso cui si votano leggi, si scelgono candidati e vengono coordinate le attività del partito. Per i Cinque Stelle la democrazia diretta è il futuro. È arrivato il momento di dire addio alla casta e dare il benvenuto a una nuova classe politica che si dimezzi gli stipendi, rinunci ai vitalizi e lavori per raggiungere un fine ultimo: mettere in soffitta quelle stesse istituzioni per cui lavora.

Di più, qualche settimana fa, il guru pentastellato Davide Casaleggio ha detto che “in futuro il Parlamento non servirà più”. Nulla di nuovo: la messa in discussione dell’istituzione per eccellenza della democrazia rappresentativa è un cavallo di battaglia del partito, sin dalla sua nascita.

Se in passato la democrazia diretta era considerata una sorta di utopia perché non esistevano i mezzi per metterla in atto nel concreto, oggi la diffusione capillare di internet consentirebbe di superare ogni dubbio. La piattaforma Rousseau, sul blog del M5S è definita “un sistema straordinario”. Sul quale, peraltro, il Garante della Privacy, ha avuto da ridire avendo giudicato insufficienti i sistemi di sicurezza.

Chi auspica l’abolizione del principio di rappresentanza crede di farlo in nome del bene dei cittadini per esorcizzare la dittatura della maggioranza. Forse per attuare una democrazia plebiscitaria? Di male in peggio.

Come diceva già Winston Churchill, d’altronde, “La democrazia rappresentativa è probabilmente il peggiore dei sistemi politici. A esclusione di tutti gli altri”.

(scritto per Opinioni Nuove)

 

 

Per guardare al futuro con fiducia l’Italia ha bisogno di un grande piano di investimenti

di Salvatore Sfrecola

 

Sembra che finalmente emerga, a livello di governo, la consapevolezza di un’esigenza, che sarebbe stato necessario prendere in considerazione prima: quella che l’Italia ha urgente bisogno di un grande piano di investimenti pubblici e privati capaci di mettere in moto l’economia, assicurando anche occupazione, per contrastare evidenti sintomi recessivi che cominciano a preoccupare. Lo si capisce dalle reazioni che i due vicepresidenti del consiglio, Matteo Salvini e Luigi di Maio hanno avuto dopo gli incontri di Giuseppe Conte nell’ambito del Consiglio europeo. “Non è questione di decimali”, ha detto per primo Salvini, cogliendo al volo il vento che tira a Bruxelles. Infatti, non attende che il premier rientri a Roma e corregge il tiro. Nessuna barricata sui decimali, su quel 2,4 che indica il deficit previsto dalla legge di bilancio che potrebbe scendere a 2,2 o, forse, anche al 2,1. E Di Maio subito si allinea, pur consapevole che meno deficit significa minori possibilità di realizzare qualche parte del programma dell’esecutivo, cioè del “contratto” che lega le due forze di governo. O di realizzarlo in tempi diversi.

In sostanza sembra cominci ad emergere, ciò che doveva essere chiaro da tempo, che il problema della spesa pubblica non è tanto quello della sua dimensione, e conseguentemente dell’eventuale deficit, quanto della sua qualità, cioè della sua capacità di perseguire efficacemente quella crescita economica e sociale che la gente si attende. In tal modo realizzando le condizioni per l’aumento della produzione nei vari settori con conseguente incremento dell’occupazione che, è evidente, non può conseguire alla corresponsione del “reddito di cittadinanza”. Dovrebbe infatti essere chiaro a tutti che mettere un po’ di euro in tasca ad italiani in gravi condizioni economiche, se costituisce indubbiamente una misura necessaria di giustizia sociale, non è scelta idonea a dare ai consumi quell’impulso che, secondo la narrazione del Movimento Cinque Stelle dovrebbe assicurare un aumento della produzione cui consegua un incremento dell’occupazione.

È evidente, infatti, che per persone in difficili condizioni economiche l’eventuale reddito di cittadinanza sarebbe prevalentemente destinato al pagamento di canoni di locazione, bollette di utenze e di altri consumi in misura certamente insufficiente a realizzare un significativo incremento della produzione di beni e servizi. L’aumento della produzione, nel settore manifatturiero come in quello dell’industria agro alimentare, quelli che più possono essere interessati dalle spese dei percettori del reddito di cittadinanza, deve essere, infatti, significativo per indurre le imprese a nuove assunzioni, al di là dell’adozione di nuove metodologie tecnologie lavorative suggerite dall’ammodernamento tecnologico, che, come l’esperienza insegna, il più delle volte riducono e non aumentano i posti di lavoro.

Non è dunque questa la strada per aumentare il benessere degli italiani in un contesto di contenimento delle spinte recessive che si notano nel panorama europeo e che cominciano a preoccupare i governi del continente. La strada è quella classica di un grande investimento pubblico, esigenza che non è da inventare perché l’Italia ha effettivamente urgente bisogno di interventi sul sistema delle infrastrutture, ovunque da manutenere, come dimostra il crollo del ponte di Genova, da ricostruire e da estendere in aree del Paese che da sempre soffrono della mancanza di collegamenti adeguati, viari, ferroviari, portuali e aeroportuali, con connessi sistemi di trasferimento delle merci rapidamente da un mezzo all’altro. Inoltre, come dimostrano le recenti alluvioni, l’Italia soffre di gravi carenze nell’assetto idrogeologico del territorio, trascurato da troppo tempo, come assolutamente abbandonato è il tema dell’adeguamento del sistema di distribuzione dell’acqua affidato ad acquedotti che perdono, secondo la più ottimistica delle valutazioni, oltre il 50% della loro portata. Per non dire della distribuzione delle acque a fini irrigui che penalizza nei mesi estivi le produzioni agricole che in tante aree del Paese, al Sud come al Nord, costituiscono una importante parte della economia.

C’era ancora un’altra esigenza, che in parte è anche un’emergenza. Lo Stato italiano fra tutti è il più grande proprietario di immobili eppure uffici pubblici, caserme, scuole, sono spesso in affitto con oneri rilevanti per lo Stato il quale trascura di ristrutturare ed adeguare, anche dal punto di vista degli impianti tecnologici, immobili prestigiosi, prevalentemente al centro delle città, che potrebbero essere utilizzati per le esigenze delle pubbliche amministrazioni. Per le scuole, poi, c’è un problema di sicurezza grave e impellente che sappiamo non essere stato soddisfatto nonostante i proclami di Matteo Renzi, con ulteriori richieste di adeguatezza delle strutture alle moderne esigenze didattiche, in mancanza spesso di aule destinate a esercitazioni scientifiche e informatiche e di palestre.

Non ci vuole molto per comprendere che, dal panorama che abbiamo sinteticamente delineato, emerge l’esigenza di un impegno straordinario dello Stato, compatibile con le regole dell’Unione europea, da affrontare anche il deficit, capace di mobilitare risorse private, quel risparmio delle famiglie che spesso viene evocato per dire che l’Italia è solida, e che potrebbero essere convogliate con opportune iniziative nella esecuzione di grandi interventi pubblici.

Va detto anche che scontiamo gli effetti di una dissennata privatizzazione di imprese pubbliche statali che in molti settori erano il fiore all’occhiello dell’Italia della quale attestavano nel mondo capacità progettuale ed esecutiva che ha portato imprese italiane, cito per tutte la Italstat, a realizzare nel mondo imponenti opere pubbliche.

È una sfida per il governo e per la sua maggioranza, da affrontare subito, con determinazione, evitando il balbettio di una politica sterile, incapace di restituire slancio all’economia, che, al momento, si barcamena tra misure assistenziali e ardite ipotesi di rapine a carico di alcune categorie di lavoratori e di pensionati.

Riuscirà il governo giallo-verde ad immaginare una politica di investimenti nell’interesse dell’Italia e degli italiani? Altrimenti è da immaginare un periodo di grandi difficoltà e di grandi tensioni sociali, difficili da contenere perché alimentate da ingiustizie troppo a lungo subite da vasti settori della classe media.

(da www.italianioggi.com)

 

Tolleranza zero per chi occupa

Bloccare le scuole è un crimine

di Salvatore Sfrecola

 

Sono sei le scuole occupate a Roma, tra cui il prestigioso ginnasio-liceo Torquato Tasso, la migliore scuola classica della capitale secondo la classifica stilata dalla Fondazione Agnelli. Occupazione per motivi politici, come si legge in un documento diffuso dagli studenti, in dissenso “riguardo alle politiche economiche e sociali”. Ed aggiungono che la dignità del lavoratore, sulla quale si fonda la Repubblica Italiana è “svilita o addirittura cancellata da una forma di sussistenza sociale quale il reddito di cittadinanza”. Pertanto gli occupanti si dichiarano “contro la demagogia del governo gialloverde che continuamente strumentalizza e demolisce la solidarietà umana, trasformando in criminali coloro che cercano di dare dignità a tutti”.

Un taglio politico inequivoco, a tutto campo, con riferimento alla politica economica e sociale, genericamente richiamata, ma anche al reddito di cittadinanza, scelta portata avanti dal Movimento 5 Stelle, ritenuto, non senza ragioni, misura assistenziale.

Possono gli studenti fare politica? Evidentemente sì. È un diritto fondamentale dei cittadini, incomprimibile in una democrazia e va tutelato. E messo a confronto con un altro diritto fondamentale, quello di partecipare alle lezioni che lo Stato, con rilevante dispendio di risorse economiche, predispone per i giovani nell’ottica della loro crescita civile e professionale. La scuola, infatti, è il luogo dove s’impara ad essere cittadini e ad acquisire le conoscenze che daranno loro una preparazione per la vita. “Dalla scuola alla vita” è stato il titolo di un bel libro, coordinato da Paola Maria Zerman, che qualche anno fa, con il concorso di personalità di varie  esperienze di studio e di lavoro, ha indicato ai giovani il valore etico del lavoro nei vari settori professionali.

Luogo del sapere, servizio ai cittadino, la scuota deve mantenere la sua autonomia rispetto al dibattito della politica e deve essere posta nelle condizioni di rendere con continuità il servizio istruzione. Con la conseguenza che se gli studenti possono manifestare liberamente le loro idee politiche non hanno il diritto di interrompere il servizio impedendo a chi ne vuole fruire di assistere alle lezioni. Infatti, a collocarla nel contesto giuridico suo proprio, l’occupazione degli istituti scolastici, con interruzione del servizio, costituisce un illecito dai molteplici profili, penali e di danno erariale, perché impedisce l’esercizio di una funzione pubblica.

È evidente che gli studenti possono marinare la scuola, come si diceva un tempo, anche a costo di subire conseguenze sul piano disciplinare ove l’assenza ingiustificata si protraesse per un certo periodo rispetto alla durata legale dell’anno scolastico, con conseguenze anche sull’esito finale.

L’occupazione, come intuitivo, è contraria a regole elementari. Al di là dei danni che essa può provocare, come l’esperienza insegna, all’edificio scolastico ed ai suoi arredi, e con l’utilizzazione impropria di strutture informatiche e con aggravio dei costi delle utenze, la stessa occupazione costituisce quello che si definisce un “pregiudizio erariale”, cioè un danno al bilancio pubblico, considerato che lo Stato pagherebbe docenti che non hanno effettuato la loro prestazione

Chi ne è responsabile sul piano giuridico? Innanzitutto le famiglie degli occupanti alle quali i Presidi dovranno chiedere i danni. Non farlo fa gravare su di essi una diversa responsabilità, anch’essa di natura “erariale”, di competenza della Corte dei conti. Infatti non pretendere il risarcimento di un danno ingiusto costituisce un comportamento illecito per un pubblico funzionario. Una responsabilità che si aggiunge a quella per l’interruzione del servizio scuola nel quale saranno coinvolti anche i responsabili delle Forze di Polizia (il Questore). I Presidi, per non aver messo in atto tutte le misure per impedire l’occupazione dei locali, il secondo per non essere intervenuto a liberarli per consentire la prosecuzione dei corsi. Senza arrivare al caso del Preside che a Roma, qualche anno fa, di fronte ad un’assemblea studentesca decisa a proclamare lo “sciopero” e ad occupare i locali, ha consegnato agli studenti le chiavi del portone d’ingresso e se ne è andato a casa.

E qui s’innesca anche una responsabilità del governo, di “natura politica”, insindacabile in sede giudiziaria, in quanto l’autorità politica potrebbe decidere di non intervenire per motivi di ordine pubblico.

Ma una cosa è certa. Se si attivasse la regola elementare della responsabilità civile per danno, per cui “chi rompe paga”, e una volta tanto i genitori degli studenti fossero chiamati a risarcire i danni provocati dai loro figli “esuberanti”, probabilmente le occupazioni non si farebbero più e gli studenti potrebbero manifestare i loro legittimi orientamenti politici al di fuori dell’orario delle lezioni, magari nell’aula magna degli istituti (quelli che ne hanno una).

(da La Verità, 24 novembre 2018)

 

 

 

1915 – 1918: Profilo della Grande Guerra degli italiani

Da Caporetto a Caporetto

 

Per iniziativa della Rivista trimestrale di cultura e politica “Nuove Sintesi”, diretta dal Prof. Michele D’Elia, con la collaborazione dell’Istituto Zaccaria si terrà a Milano, sabato 24 novembre 2018, nell’Aula Magna dell’Istituto, in Via della Commenda, 5, a partire dalla ore 15.00, il Convegno nazionale di studi storici “1915 – 1918 profilo della grande guerra degli italiani - Da Caporetto a Caporetto”.

È il convegno conclusivo di un ciclo di incontri organizzati dal Prof. D’Elia che hanno seguito gli eventi politici, diplomatici e militari della guerra, dal 1915 al 1918. D’Elia, già Presidente del prestigioso liceo scientifico statale “Vittorio Veneto”, un’esperienza politica importante nel Partito Liberale Italiano, che ha rappresentato quale Presidente della Provincia e Assessore alla Cultura, è una personalità di spicco nel panorama politico culturale milanese, organizzatore di convegni e congressi su problematiche storico-politiche che trovano accoglienza in nuove “Nuove Sintesi”, la rivista trimestrale che ha fondato e dirige.

Quanto al programma del Convegno, dopo la sua presentazione ed i saluti istituzionali, i partecipanti ascolteranno relazioni di:

Michele D’Elia, Direttore di Nuove Sintesi, Milano, “Il Convegno di Peschiera, 8 novembre 1917 ed il suo verbale ignorato”;

Gianluca Pastori, Università Cattolica, Milano, “L’Italia, la politica della nazionalità e il Congresso di Roma sulle nazionalità oppresse,8 – 10 aprile 1918”;

Massimo de Leonardis, Università Cattolica, Milano, “La posizione diplomatica dell’Italia all’inizio della Conferenza della pace”;

Giorgio Guaiti, giornalista e scrittore, Milano, “La stampa italiana e la Vittoria”;

Ilaria De Palma, Conservatore delle Civiche Raccolte Storiche, Milano, “Il Museo del Risorgimento in via Borgonuovo, 23. Un tesoro sconosciuto”;

Salvatore Sfrecola, Presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione, Roma, “I costi della guerra e per effetto della guerra”;

Salvatore Paolo Genovese, Docente di Disegno e Storia dell’Arte, Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto”, Milano, “Claudio Maria Cumetti, medico U.N.U.C.I., Milano”;

Paolo Lorenzetti, Segretario provinciale del M.F.E., Milano, “Tematiche delle arti figurative alla fine della Grande Guerra”;

Claudio Maria Cumetti, medico U.N.U.C.I. Milano, “La febbre spagnola”;

Paolo Lorenzetti, Segretario proivinciale del M.F.E. Milano, “Società delle Nazioni o Federazione Europea?”

Roberto Cipriani, Emerito di Sociologia, Università Roma 3, “La guerra secondo Vilfredo Pareto”.

I lavori del Convegno saranno coordinati da Paola Manara, Direzione Cultura del Comune di Milano, Area Biblioteche, e Paolo Foschini, giornalista del Corriere della Sera

Completa il convegno la mostra del Maestro Ferdinando Carcupino, pittore, illustratore e soldato sul tema “La guerra dei nostri Padri”.

 

Gli incendi delle discariche che arroventano il clima nel Governo

 

di Salvatore Sfrecola

 

Divampano incendi nelle discariche, in Campania, nella terra “dei fuochi”. Ma non solo, perché anche al Nord sono stati denunciati incendi provocati dalla malavita organizzata. E s’infiamma anche la polemica politica all’interno della maggioranza, tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Il primo suggerisce inceneritori in ogni provincia, richiamando l’esperienza, a suo dire positiva, in Lombardia e altrove in Europa, il secondo propende per riduzione, riuso, recupero, riciclo dei rifiuti, tutta un’altra filosofia. E poiché il tema non è tra gli obiettivi del “contratto di Governo” il leader dei 5Stelle sospetta che il collega Vicepresidente del Consiglio si muova per un secondo fine e lo accusa di atteggiamento “provocatorio”. Insomma Salvini sarebbe alla ricerca di consensi in un’area tradizionalmente lontana dalla Lega, ma dove il Centrodestra con  Forza Italia ha sempre riscosso vasti consensi nell’elettorato moderato al quale il leader del Carroccio oggi guarda con particolare interesse.

Salvini evoca preoccupazioni di ordine sanitario e in qualche modo entra in un terreno caro al Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che non perde occasione per mostrare il volto arcigno del tutore della legalità e dell’efficienza amministrativa, quella nella quale, tuttavia, si intravedono crepe pesanti, proprio a causa dell’abbandono incontrollato di rifiuti, non solo urbani, ma soprattutto industriali, spesso “speciali”, particolarmente pericolosi, che inquinano terra ed acque, creando difficoltà non indifferenti per le attività imprenditoriali in un contesto agricolo che si vorrebbe fosse il fiore all’occhiello della Campania. Qualcuno ricorderà la pubblicità di un pomodoro del quale si specificava l’origine, lontana dalla Campania.

Sul tema è intervenuto anche il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, che di malavita organizzata in quelle terre molto s’intende per avere, nell’esercizio delle funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica, perseguito clan camorristici particolarmente titolati. “Chi ha l’autorità di governo – ha detto Cantone in un’intervista a Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera - deve proporre soluzioni il più possibile condivise” anche perché “la criminalità organizzata non ha mai smesso di occuparsi di questo settore”.

Stupisce, tuttavia, come il Ministro dell’interno, il quale giustamente si preoccupa della salute dei cittadini, consapevole che lo smaltimento dei rifiuti è un affare ricco per i clan, non abbia posto il problema della assoluta inadeguatezza dei controlli nel percorso che i rifiuti fanno dall’industria che li produce al luogo dello smaltimento, che evidentemente non è quello “legale”, come dimostrano gli incendi la cui funzione è proprio quella di occultare le prove della provenienza dei rifiuti.

Di Maio in risposta a Salvini ha voluto sottolineare che i rifiuti che si smaltiscono illegalmente in Campania provengono da tutta Italia, in gran parte dal Nord industriale. Illegalmente, per risparmiare sui costi, nella certezza dell’impunità favorita dall’inadeguatezza dei controlli, insomma dall’inefficienza della burocrazia. Infatti, non è problema di norme ma di una appropriata iniziativa, essendo evidente che non è difficile sapere quanti sono i rifiuti che produce una determinata impresa in relazione al ciclo delle lavorazioni. Non è pertanto arduo quantificarne l’ammontare dei rifiuti e chiedere alle imprese di documentare dove li abbiano smaltiti. Perché questo controllo non viene svolto? È questa la domanda che devono farsi le autorità del Governo. E ad essa va data immediata risposta per evitare sospetti di compiacenze, della Lega nei confronti delle imprese del Nord, dei M5S, ancor più grave, nei confronti delle malavita.

(da Italiani Oggi, 19 novembre 2018)

 

 

Unione Monarchica Italiana

19 novembre 2018 - ore 18.00

 

Conversazione

del Prof. Avv. Salvatore Sfrecola

1919-1922: vinta la guerra l’Italia affronta una difficile crisi politica, economica e sociale

 

Via Riccardo Grazioli Lante, 15/A

 TEL. 06-3720337

Gli immobili dello Stato tra (s)vendita e valorizzazione

 

di Salvatore Sfrecola

 

L’idea di vendere parte dei patrimonio immobiliare dello Stato per fare cassa e ridurre il debito pubblico è ricorrente nei governi in difficoltà di bilancio, pressati dall’opinione pubblica e dall’Unione Europea. E così, in risposta alla richiesta di chiarimenti proveniente da Bruxelles in ordine al progetto di legge di bilancio 2019, il governo di Giuseppe Conte si ripromette di alienare parte degli immobili pubblici, una operazione dalla quale ritiene di ricavare 18 miliardi. Non è chiaro come questa cifra sia stata determinata, considerato che non è stato mai facile vendere beni immobili non necessari per le esigenze dell’Amministrazione, come l’esperienza insegna. In passato programmi analoghi sono stati un flop, come la vendita degli immobili degli enti pubblici dalla quale hanno guadagnato esclusivamente le società di intermediazione facendo gravare sugli inquilini, divenuti proprietari, mutui pesanti, molto più dei canoni di locazione che in precedenza pagavano. Con la conseguenza che il settore pubblico ha incassato meno del previsto e non è stata realizzata quella iniziativa di carattere sociale imporrante dovuta alla trasformazione degli inquilini in proprietari senza particolari oneri a carico degli stessi.

Si ripropone oggi l’iniziativa senza considerare, sempre sulla base dell’esperienza che dovrebbe guidare i governi come guida alle persone, che gli immobili, che si vorrebbe alienare, spesso prestigiosi ed al centro delle città, sono caserme ed uffici dismessi che possono certamente interessare il mercato, ma a condizione che i piani regolatori consentano una diversa destinazione, ad esempio ad albergo, uffici privati o centri commerciali. Molti di quegli immobili inoltre hanno vincoli di carattere storico artistico che ne limitano l’utilizzazione, così influendo sul loro valore di mercato che, in ogni caso, sconta rilevanti costi di risanamento (ad esempio dall’amianto) e di ristrutturazione. Questo vale anche per i molti palazzi di grande pregio che possono ben interessare banche, compagnie di assicurazione, enti culturali, uffici diplomatici i quali hanno spesso l’esigenza di disporre di immobili di rappresentanza.

Saggezza politica vorrebbe che il governo considerassi l’esigenza di alienazione degli immobili non più utili a fini istituzionali nell’ambito di un più ampio contesto che consideri come oggi molti uffici pubblici sono in affitto con oneri rilevanti per lo Stato del quale offrono un’immagine negativa, tenuto conto che, tra tutti gli stati, ha il più grande patrimonio immobiliare. Chi osserva questa situazione vorrebbe che lo Stato, come farebbe una famiglia, si preoccupasse innanzitutto di utilizzare i beni che possiede, se del caso ristrutturandoli. Diversamente li alienerebbe per acquisirne di nuovi, idonei alle proprie esigenze.

Appare, infatti, singolare che moltissimi uffici della pubblica amministrazione, tribunali, ordinari, amministrativi e contabili, Stazioni dei Carabinieri, Commissariati di P.S.  e comandi militari vari sono in affitto, prevalentemente da privati, banche, compagnie di assicurazione, con costi altissimi, per canoni e manutenzioni. Al punto che di recente è stata prevista (art. 3 del DL n. 95 del 2012) la sospensione dell’aggiornamento Istat del canone dovuto dalle Amministrazioni per gli anni 2012/2014, e la riduzione del 15 per cento del canone di locazione per gli immobili in uso istituzionale, (a decorrere dal 1° gennaio 2012 per le locazioni passive già stipulate, e con decorrenza immediata per i contratti di locazione passiva di nuova stipulazione o rinnovati) e più stringenti condizioni per i rinnovi, la verifica da parte dell’Agenzia del demanio della possibilità di utilizzo di immobili di proprietà di Enti pubblici non territoriali in locazione passiva da parte delle Amministrazioni statali.

Sarebbe dunque opportuno e utile, ai fini della crescita dell’economia e dell’occupazione, che lo Stato italiano accompagnasse una intelligente vendita degli immobili non più utilizzabili, assicurando la loro appetibilità sul mercato con correzione di norme che ne limitano la utilizzazione da parte di un privato, ad un grande piano di ristrutturazione e di adattamento degli immobili che, invece, possono essere utili al fine della allocazione di uffici pubblici. In questo modo le istituzioni civili e militari avrebbero “casa propria”, con risparmi notevoli per il bilancio dello Stato.

L’occasione di un grande piano di investimenti nel settore immobiliare pubblico consentirebbe la valorizzazione di immobili importanti che darebbero anche agli occhi del cittadino l’immagine di uno Stato, qual era un tempo, che si presenta anche con strutture immobiliari adeguate all’importanza delle istituzioni, le quali, ovunque nel mondo, sono ospitate da immobili storici o di grande prestigio che ne sottolineano l’importanza, come tribunali e istituzioni culturali.

Dubito molto che l’occasione sarà colta, che effettivamente questo Stato che non riesce neppure ad immaginare un grande programma di opere pubbliche, stradali, ferroviarie, di gestione e controllo del territorio dal punto di vista idrogeologico, che condivide le doglianze dei cittadini in ordine all’abbandono dei fiumi, degli acquedotti, dei boschi, con la conseguenza che tutti abbiamo sotto gli occhi, delle esondazioni che provocano danni immensi, della perdita della portata delle strutture che distribuiscono l’acqua, elemento fondamentale della vita della comunità, che favoriscono in estate gli incendi con perdita di rilevanti contesti forestali, riesca a mettere in campo una grande operazione di gestione e ristrutturazione del patrimonio immobiliare che neppure nelle scuole è stato portato a termine, anche sotto il profilo della sicurezza.

Proprio a proposito degli istituti di istruzione di ogni ordine e grado, anche qui l’esperienza dimostra il grave degrado del settore. Chiunque di noi sa bene che, rispetto alle strutture scolastiche nelle quali ha studiato, quelle dei propri figli e nipoti sono spesso l’espressione della incapacità di immaginare degli immobili adeguati all’esigenza. Faccio un esempio. Io ho studiato in un liceo famoso di Roma, il Torquato Tasso, scuola dell’800, costruita subito dopo il trasferimento a Roma della capitale d’Italia, che dispone, oltre ad aule ampie e luminose, di una ricca biblioteca, di un teatro dove si tenevano iniziative culturali importanti, di due aule dedicate l’una alle scienze l’altra alla fisica, entrambe a forma di anfiteatro, ricche di apparecchiature e di reperti necessari per illustrare agli studenti i programmi delle rispettive discipline, anche con esperimenti capaci di stimolare l’attenzione e la curiosità degli studenti. Il liceo Tasso dispone anche di una grande palestra chiusa e aperta mentre le scuole dove hanno studiato le mie figlie non disponevano di un locale per le lezioni di educazione fisica.

Per concludere, l’Italia dovrebbe immaginare un impegno finanziario massiccio per queste attività di ristrutturazione del patrimonio immobiliare pubblico, compreso quello scolastico, per l’adozione di interventi sul sistema idraulico forestale, un programma che metterebbe in campo risorse rilevanti che sarebbero certamente assistite dall’Unione Europea e che comunque creerebbe le condizioni per un impegno consistente di un numero notevole di imprese con effetti positivi sullo sviluppo e, quindi, sull’occupazione. Assicurando a tanti giovani ben più di un “reddito di cittadinanza”, un vero e proprio lavoro.

15 novembre 2018

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

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Il 22 luglio 1968, cinquanta anni or sono

ci lasciava Giovannino Guareschi,

il cui ricordo sarà il tema che tratterà

Domenica 18 Novembre, ore 10.30

Il Professore Pier Franco Quaglieni

 

“GIOVANNINO GUARESCHI, UN GRANDE PATRIOTA,

UN GRANDE SCRITTORE”

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Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 53”

***

Ingresso libero

 

La parola Patria va di moda a Parigi, non a Roma

 

di Salvatore Sfrecola

 

Immagino che più d’uno, tra quanti hanno visto i telegiornali che davano conto delle manifestazioni organizzate a Parigi per celebrare i 100 anni della vittoria nella prima guerra mondiale, si sia chiesto perché una analoga iniziativa non ha assunto il governo italiano considerato che quella celebrazione è stata l’occasione di un importante summit internazionale, presenti, tra gli altri, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il presidente della federazione russa Vladimir Putin, ed il cancelliere tedesco Angela Merkel. Più un’altra settantina di capi di Stato e di governo convenuti per rendere onore all’orgoglio francese ma anche per sottolineare un ruolo internazionale della Francia in Europa e nel mondo che il presidente Emmanuel Macron è impegnato a valorizzare.

I maligni diranno che il Presidente francese, in forte calo di consensi, con questa iniziativa è andato alla ricerca di una visibilità che possa in qualche modo contenere l’espansione della destra che sui temi della patria è impegnata con il leader del Front National, Marie Le Pen, ritenuta dai sondaggisti in forte espansione. Ma al di là dei problemi interni della Francia, quel che emerge dall’osservazione dei fatti della politica internazionale è l’incapacità del nostro governo di assumere un ruolo adeguato all’Italia, in particolare nel Mediterraneo che da sempre la classe dirigente più avvertita ritiene essenziale per il nostro Paese, per la sua economia e per il ruolo politico che possiamo ritagliarci anche in rapporto all’Europa della quale l’Italia per la sua collocazione geografica, è la naturale porta aperta sul medio e l’estremo oriente.

Infatti, mentre a Parigi squilli di tromba e rullar di tamburi ricordano la conclusione della Grande Guerra, l’Italia è impegnata con i governanti della Libia in una difficile trattativa che vorrebbe definire le modalità di un contenimento delle migrazioni che passano attraverso quella sponda dell’Africa e contestualmente affermare la sua presenza sul piano dello sfruttamento degli ingenti giacimenti di petrolio sui quali anche la Francia ha messo gli occhi da tempo, come dimostra l’improvvido intervento militare contro il regime di Gheddafi. Del resto Francia e Italia si sono più volte presentate concorrenti nel Mediterraneo, tanto che coloro i quali hanno un po’ di dimestichezza con la storia ricorderanno che la conquista della Libia nel 1911 fece seguito all’occupazione francese della Tunisia, una regione con la quale l’Italia ed in particolare le imprese ittiche siciliane avevano da tempo un ricco interscambio commerciale.

Le considerazioni sulle celebrazioni francesi della Grande Guerra che hanno portato a Parigi oltre 70 leader della politica mondiale, non possono farci trascurare che, a fronte di una orgogliosa rivendicazione del ruolo avuto dalle armate francesi nel corso di cruente battaglie con l’esercito tedesco, costate centinaia di migliaia di vittime, sta una commemorazione di routine tra Roma e Trieste da parte del governo italiano che non ha avuto il coraggio e l’intelligenza di richiamare i valori della Patria e dell’identità nazionale, per ricordare agli italiani che i loro nonni e i bisnonni hanno combattuto, per la prima volta da una stessa parte, contro il “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, quell’Austria-Ungheria che nel corso dell’Ottocento aveva in ogni modo ostacolato il processo unitario nazionale sostenendo con le baionette governi illiberali, assolutamente sordi alle richieste di riforme costituzionali provenienti dalla parte più moderna delle società degli Stati preunitari.

Quel che si nota nei discorsi ufficiali è il timido riferimento agli eventi, ancor meno alle motivazioni culturali e ideali che avevano mosso generazioni di italiani a rivendicare Trento e Trieste per ricondurre l’Italia politica nei limiti dei suoi confini geografici e per riportare in ambito nazionale quelle aree dell’Istria e della Dalmazia nelle quali Venezia nei secoli aveva portato civiltà e prosperità. Nel timore che il richiamo alla Patria, alla sua identità, ai suoi valori di civiltà che poggiano le loro radici nella filosofia della Grecia e nel diritto di Roma possano essere occasioni di rivendicazioni nazionalistiche, definite anche sovraniste, si è fatto di tutto per non nominare il re Vittorio Emanuele III, il suo ruolo essenziale a Peschiera l’8 novembre 1918 a difesa della dignità e del valore del soldato italiano dopo Caporetto. E poiché non era possibile ignorare che la Regina d’Italia aveva trasformato il Quirinale in un ospedale militare nel quale aveva ospitato feriti e mutilati si è detto “la regina di allora”, con inconcepibile distacco, nel timore evidente che sottolineare il ruolo di Elena, Sovrana “della carità”, come l’avrebbe definita il Papa Pio XI nel conferirle il 15 aprile 1937 la “Rosa d’oro della Cristianità”, sia un riconoscimento del ruolo della monarchia in quel determinato momento storico. Ecco, quello che manca ai governanti di oggi è il senso della storia, l’incapacità di collocare nel tempo gli eventi, e di riconoscere a uomini e istituzioni il ruolo che hanno avuto in quella circostanza. Evidente dimostrazione della fragilità dell’attuale dirigenza politica e istituzionale che non è capace di confrontarsi con la storia del Paese perché, a fronte di quegli uomini che fecero l’Italia e la resero grande, oggi annaspano tra modeste proposte di governo, incapaci di delineare un quadro di crescita economica e sociale quale questo Paese merita proprio per la sua storia che, con alterne vicende, è stata grande in momenti significativi e che vorrebbe tornare ad esserlo perché gli italiani sentono che possono essere competitivi in Europa e nel mondo per il loro genio, per la fantasia, per gli studi.

Ci vogliono modesti, come modesti sono i nostri governanti, modestissimi, di scarsa cultura, privi assolutamente di esperienza, eppure pronti a discettare dei massimi sistemi della politica e dell’amministrazione. Ne è dimostrazione la politica dell’istruzione che sta erodendo gravemente una tradizione che faceva degli studi nelle nostre scuole una base sicura per ulteriori impegni di ricerca e professionali. Si continua nello smantellamento dei programmi, che necessitavano certamente di integrazioni, tuttavia mantenendo quella struttura della quale la cultura letteraria, storica, filosofica, artistica si univa alla conoscenza delle discipline scientifiche per assicurare ai nostri studenti quella preparazione che ha loro assicurato nel tempo prospettive professionali di tutto riguardo in Italia e all’estero.

Smantellati gli studi classici, scompare dall’orizzonte dei nostri giovani la storia politica, militare, letteraria, artistica che è espressione della nostra identità nazionale che intendiamo rivendicare, non per un vacuo sciovinismo al modo di altri, ma perché nella consapevolezza di noi stessi sta la forza per gestire il presente e di immaginare il futuro. E così spariscono dall’orizzonte degli italiani i personaggi che hanno fatto la storia di questo Paese. E mentre sulle rive della Senna il Presidente socialista, o presunto tale, enfatizza il ricordo di un’impresa patriottica come avrebbe fatto la destra erede di Charles Maurras, in quella Francia dove non è consentito parlare male di Napoleone, nonostante abbia disseminato di cadaveri le pianure di mezza Europa, in Italia il ricordo della storia unitaria, dal Risorgimento ai nostri giorni, volutamente ignorata nelle scuole, si attenua quasi ad annullarsi nella toponomastica. Sicché  Camillo Benso, Conte di Cavour, il più grande statista europeo, secondo il Cancelliere austriaco Clemente Lotario di Metternich, per molti adulti e gran parte dei giovani è nulla più di una targa a lato di una strada o di una piazza al centro della loro città.

Contro l’ignavia che regna sovrana nei Palazzi del Potere noi vogliamo dire alto e forte che ci sono care le parole Vittoria e Patria, quella per la quale avevano combattuto milioni di italiani tra nevi e pietraie, dal Monte Grappa al Sabotino, al Carso, fino al Piave. E sul mare Adriatico.

Il centenario di Vittorio Veneto è, dunque, ancora un’occasione perduta, per i partiti di governo, che avrebbero potuto fare di più per ricordare ai giovani soprattutto il senso dei sacrifici di nonni e bisnonni, che combatterono per un’Italia più forte e s’impegnarono nel dopoguerra per ricostruirla, e per quelli di opposizione che non provano neppure a parlare di Patria e di identità degli italiani, un valore che ovunque è comune a tutti, che non è possibile tingere di un qualche colore partitico.

13 novembre 2018

 

Pensioni “d’oro”, tra demagogia e realtà

 

di Salvatore Sfrecola

 

L’idea dei 5Stelle, ormai evidente, è quella che a pagare i buchi della previdenza, dovuti ad errori di anni, debbano essere ancora una volta i pensionati titolari di assegni elevati corrispondenti a contributi effettivamente versati. Lo dimostra il fatto che è stata abbandonata l’idea di rideterminare le pensioni secondo l’ammontare dei contributi. Avrebbe reso pochi centesimi. Ed allora ecco spuntare dal cilindro l’idea di un nuovo “contributo di solidarietà” da porre a carico di coloro che ad esigenze di solidarietà già hanno più volte risposto, a cominciare da quando hanno versato contributi oltre i quarant’anni utili a pensione.

Si fa demagogia di basso conio. Ma tant’è, “pensioni d’oro” suona bene e in una società nella quale ha sempre giocato un ruolo l’invidia è politicamente utile dare in pasto ai diseredati, prodotto della politica dell’austerità e della malapolitica degli anni scorsi, alcune categorie, soprattutto di pubblici dipendenti, incuranti che prelevare ad libitum da questi trattamenti più elevati costituirebbe negazione di principi giuridici fondamentali. Ha ricordato di recente Corrado Calabrò, giurista insigne tra i più illustri magistrati del Consiglio di Stato, che in primo luogo viene violato il principio della nostra Costituzione sancito nell’articolo 1 per il quale la Repubblica è “fondata sul lavoro” sicché l’idea di imporre un pesante contributo sulla retribuzione differita, costituita dai contributi di chi ha lavorato per diversi decenni, contraddice apertamente quel principio. Il lavoro diventa un disvalore a vantaggio del non lavoro.

Va considerato, infatti, che in tal modo si colpiscono cittadini i quali hanno avuto accesso ad importanti istituzioni dello Stato dopo aver superato concorsi difficili ed aver svolto attività lavorativa con elevate, pubbliche responsabilità per decenni, nel corso dei quali parte della retribuzione è stata accantonata per essere erogata dopo il collocamento a riposo. Sia sulla parte pagata in servizio che su quella corrisposta dopo questi cittadini hanno pagato imposte elevate spesso arrivate al dimezzamento di quanto percepito. “È stato così – ricorda Calabrò - anche nel periodo in cui vigeva il sistema retributivo, che valorizzava lo stipendio percepito negli ultimi anni nella convinzione che il passaggio dalla condizione economica del lavoratore a quella del pensionato non avrebbe dovuto far precipitare la condizione di vita. Anche con il sistema contributivo, in cui sono esclusivamente i nostri contributi - vale a dire i nostri versamenti al sistema pensionistico - a costituire l’accantonamento”.

Questo sistema equilibrato, che si basa su diritti maturati, è stato scardinato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 173 del 2016 la quale ha ritenuto che il diritto sulle somme accantonate andasse contemperato e bilanciato con altri principi; in particolare con quello di solidarietà. Quello e quello solo sarebbe suscettibile di decurtazione tra i diritti patrimoniali, compresi quelli più indicativi di una situazione di agiatezza. La sentenza è evidentemente “politica”, costituisce una palese arrampicata sugli specchi, specie quando confonde i conti della previdenza con quelli dello Stato, al cui bilancio affluiscono le somme prelevate, negando che si tratti di una norma sostanzialmente tributaria.

Un po’ di storia fa comprendere meglio di cosa si tratta. Negli anni ’50, quando il sistema pensionistico venne rifondato, la gestione era in attivo, perché, a fronte dell’afflusso di contributi, le pensioni erogate erano poche. Vi era, anzi, un eccesso di liquidità che poté essere utilizzato dal Governo per il piano INA Casa, un grande progetto sociale che si era intestato Amintore Fanfani, uno dei “cavalli di razza” della politica nella Prima Repubblica.

La storia continua con le cosiddette baby pensioni, quelle che potevano ottenere i pubblici dipendenti al compimento di 15 anni, sei mesi e un giorno di servizio. Pensioni modeste, ovviamente, in ragione dei pochi contributi versati ma destinate ad essere erogate per molto tempo. Se ne avvalsero soprattutto le donne che desideravano dedicarsi alla famiglia. Certo un valore sociale il riconoscimento della donna mogli e madre, che lo Stato avrebbe dovuto sostenere a carico della fiscalità generale, non della previdenza.

All’epoca i pubblici dipendenti andavano in pensione a 65 anni: e questo temperava gli effetti del sistema retributivo, allora vigente, sotto due aspetti: perché all’anzianità erano generalmente correlati i contributi versati e perché quanto più tardi si va in pensione tanto meno numerosi sono gli anni in cui la pensione viene erogata, in relazione alle aspettative di vita.

Lo squilibrio del sistema previdenziale continuava ad accentuarsi, anche perché aggravato dalle prestazioni assistenziali, cioè dalle pensioni d’invalidità che vengono corrisposte a carico della previdenza. Anche questa è un’esigenza sociale importante, ma andava distinta dalla previdenza per non alterare i conti del sistema pensionistico vero e proprio basato sul rapporto tra contributi versdati ed assegni corrisposti.

Negli anni 90’ si rese così indispensabile intervenire, trasformando il sistema da retributivo in contributivo e fissando una soglia per il diritto alla corresponsione della pensione, determinata dalla somma degli anni di contribuzione e degli anni di età. Per il personale in servizio il passaggio al contributivo era differito in relazione agli anni di servizio prestati (più o meno di 18), salvaguardando così quanto capitalizzato fino a quella data col sistema retributivo in base al principio della retribuzione differita. Secondo i calcoli attuariali la cifra soglia avrebbe dovuto essere fissata, all’epoca, a 100. Lega Nord si oppose e la CGIL minacciò lo sciopero generale. Ci fermammo così a 95, ma con l’impegno a passare entro 3 anni a livello 100 e di adeguare poi questo livello alle accresciute aspettative di durata della vita. All’elaborazione del provvedimento aveva collaborato il prof. Alberto Brambilla, esperto vicino alla Lega Nord la quale, tuttavia, contestò il provvedimento fino al punto di far venire meno la fiducia al Governo di Silvio Berlusconi.

I maligni dicono che la Lega propende per l’anticipo dell’età pensionabile perché molti lavoratori dipendenti, al Nord, anelano a mettersi in proprio in un’età ancora giovanile che consenta loro di svolgere proficuamente un’attività di piccoli imprenditori, negozianti, agricoltori, artigiani, avendo già assicurato un reddito sufficiente con la pensione. I soliti maligni alludono anche al fatto che da quelle parti, con quelle possibilità di lavoro, è facile eludere le imposte. Si chiama “lavoro nero”.

Per effetto della modifica della legge Fornero prevista dal provvedimento approvato nelle scorse settimane dal Consiglio dei Ministri, il costo di questo beneficio per il bilancio dello Stato è di 7 - 8 miliardi all’anno ed è considerato dall’UE il principale fattore di squilibrio strutturale, insieme al debito pubblico.

Non è vero, quindi, che il finanziamento del sistema previdenziale non sia intercomunicante con la fiscalità generale, come affermato nella sentenza Morelli n. 173/2016 della Corte Costituzionale. Il contributo di solidarietà è un surrogato del finanziamento a carico del bilancio dello Stato, come già accennato.

Un surrogato ancora più iniquo quando mira a sovvenire misure di elargizione sconsiderate che pongono un fardello molto gravoso sulle spalle dei nostri figli e nipoti e squinternano i conti dell’INPS (oltre 130 miliardi secondo il presidente dell’INPS Boeri).

Nessun intervento una tantum di pretesa solidarietà potrà rimettere in sesto quei conti, dove già tutte le gestioni sono in deficit.

Tutte meno una, quella dei magistrati, perché versano contributi per più anni in quanto vanno in pensione ad età più avanzata. Una condizione che l’Avvocatura Generale dello Stato ha definito nella sua memoria dinanzi alla Consulta “beneficio”. Lavorare più a lungo è forse un beneficio? E se sì, lo è anche per gli avvocati dello Stato che hanno gli stessi limiti di età dei magistrati.

Insomma, l’accantonamento costituito con la retribuzione differita sarebbe liberamente espropriabile, sia pure in una certa misura a quanto pare liberamente definibile dalla Consulta (è vera giustizia?), ciò che, come detto, costituisce negazione del principio costituzionale che valorizza il lavoro. Negazione implicita nella volontà di attuare un “reddito di cittadinanza” espressione intrinsecamente equivoca che qualifica reddito non la retribuzione di un lavoro ma un assegno assistenziale. Che è certamente giusto corrispondere a chi ha bisogno, ma non a carico di una determinata categoria privata delle aspettative sulle quali legittimamente faceva conto in un patto con lo Stato: “tu paghi i contributi ed in relazione a quelli che hai versato io ti riconosco una determinata pensione”. Queste iniziative si pagano a carico della fiscalità generale, del bilancio dello Stato.

Ricordo a me stesso, come dicono gli avvocati quando si rivolgono con garbo ai giudici per ricordare loro ciò che dovrebbero sapere, che quando si comincia a manomettere alcune regole che risalgono nei secoli come principi di diritto si sa da dove si comincia, non dove si va a finire, perché di sentenza in sentenza è facile dimenticare che l’unicuique suum è regola di civiltà e di pacifica convivenza.

9 novembre 2018

 

Corrado Augias riscopre l’importanza dell’identità

 

di Salvatore Sfrecola

 

Non accade sovente che io condivida quel che scrive su Repubblica Corrado Augias. Lo trovo supponente, tuttologo, politicamente schierato su posizioni politiche che non condivido, intollerante.

Stavolta, però, rispondendo ad un lettore, il quale lamentava che si ricorda troppo spesso “Caporetto e non Vittorio Veneto, la miopia di alcuni generali e non la resistenza della leva del 99 sul Piave”, il Nostro ha un risveglio non dico patriottico ma più consapevole della nostra identità. Il lettore, Alessandro Insolia, segnala anche che nel 2014 i parigini Champs Elysées “erano tappezzati di pannelli con episodi della guerra, niente di simile in Italia”. In sostanza, è la tesi del lettore, “è mancato da parte delle amministrazioni locali qualcosa che parlasse alle persone: sembra che abbiano lasciato al caso il culto della memoria”.

Nella sua risposta Augias si dice parzialmente d’accordo e sottolinea come in Italia “non si tratta solo di memoria corta, c’è di peggio, più esattamente c’è quel vizio nazionale che Carlo Emilio Gadda definiva “la porca rogna dell’autodenigrazione” per cui si abbonda in piagnistei sulle nostre debolezze mentre restano pochi e rari i giudizi equilibrati sui tanti aspetti positivi della nostra convivenza”. E della nostra storia politica, culturale, artistica e anche militare. Infatti, scrive Augias “La Francia non ha una storia militare più brillante della nostra. Ha però molta più stima di sé stessa, addirittura troppa secondo alcuni, un eccesso opposto a quello italiano. Almeno per il 4 novembre, si potrebbe cercare di riequilibrare”.

Mi tocca essere d’accordo con Augias, anzi forse, senza saperlo, è lui ad essere d’accordo con me, considerato che, con molta obiettività, da sempre cerco di soffermarmi su difetti e virtù degli italiani e soprattutto sulla storia che ci propone personalità di altissimo profilo sulle quali si dovrebbe indurre i giovani a riflettere per farne esempi da seguire.

Mi auguro che il 4 novembre 2018 costituisca una svolta e che gli italiani assumano consapevolezza della identità nazionale che, se “debole”, come ha scritto Eugenio Scalfari domenica, lo è anche perché dal dopoguerra, con l’intento di cancellare il ricordo dell’enfasi patriottica usata dal regime fascista, si è voluto contemporaneamente non solo ridimensionare certi eccessi ma addirittura cancellare la memoria di quel processo unitario che si era sviluppato nel corso dell’800 per iniziativa delle migliori menti e dei cuori più generosi ovunque in Italia e che il 4 novembre 1918 ha trovato la sua conclusione con la liberazione di Trento e di Trieste.

Il fatto è che negare la storia e l’identità di un popolo, da parte di forze politiche che alla storia unitaria non hanno concorso, regge fino ad un certo punto perché inevitabilmente il sentimento compresso cova nelle menti e nei cuori e, se non valorizzato nei suoi termini reali e concreti, rischia di esplodere, così come nel primo dopoguerra certo nazionalismo aveva rivendicato il valore della italianità e della vittoria e, trovandosi contrastato da chi quei valori non condivideva ma anzi vilipendeva, è esploso e si è alleato al fascismo, nonostante l’evidente matrice di sinistra di questo movimento.

A differenza di Peppone, sindaco comunista ma ex combattente, al quale Giovanni Guareschi fa dire, nel crescente entusiasmo indotto dalle note della Canzone del Piave, viva l’Italia Viva il Re, Augias è un freddo ma condivide che si debba riconoscere il valore dei “ragazzi del ’99 (dunque diciottenni) schierati sul Piave che ressero l’urto e rovesciarono le sorti del conflitto”. Va bene comunque.

6 novembre 2018

 

Aimone di Savoia Aosta da Mosca a Roma per ricordare la Grande Guerra

 

di Salvatore Sfrecola

 

Per celebrare la vittoria nella Grande Guerra 1915-1918, la prima nella quale gli italiani “da secoli calpesti, derisi”, secondo le parole dell’Inno di Mameli, non si sono combattuti tra loro, ma hanno lottato fianco a fianco sotto la guida del re Vittorio Emanuele III per unificare l’Italia liberando Trento e Trieste dal “nemico storico”, come ha scritto Luigi Einaudi, l’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) organizza per sabato 3 novembre alle 11, a Roma, nella Sala Umberto di via della Mercede, un incontro con Aimone di Savoia Aosta, Duca delle Puglie.

Il Principe-manager, Amministratore delegato di Pirelli in Russia, figlio di Amedeo è il Pronipote di Emanuele Filiberto, il leggendario Comandante della “invitta” Terza Armata, come di legge nel Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918, dato dal Comando Supremo a firma di Armando Diaz, il Capo di Stato Maggiore subentrato a Luigi Cadorna dopo la rotta di Caporetto.

Quel giorno si concludeva la guerra dei nostri nonni e, per i più giovani, dei bisnonni. Al termine di una guerra durata ben quarantuno mesi nella quale si sono sacrificate generazioni di italiani, al fronte, sul Carso, tra le montagne innevate, sul mare. Combattenti nelle trincee, operai nelle fabbriche, contadini nelle campagne, tutti hanno concorso all’impegno di un intero popolo.

“Italiani, Cittadini e Soldati! Siate un esercito solo”, è stato l’incipit del proclama del Re Vittorio Emanuele dopo il Convegno di Peschiera, dove impose ai capi politici e militari di Francia e Inghilterra la difesa sul Piave, garantendo che l’esercito italiano avrebbe resistito, nonostante i dubbi dei generali alleati.

E dal Piave partì la grande offensiva che nell’ottobre 1918 diede una spallata definitiva all’esercito austriaco costringendolo alla fuga, realizzando quella che lo stesso Diaz definì “una Caporetto alla rovescia”. “Annientato – come si legge nel Bollettino della Vittoria -: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Nella Sala Umberto parleranno Vittorio Sgarbi, Giuseppe Basini, liberale, deputato della Lega, Salvatore Sfrecola, Andrea Ungari, professore di storia contemporanea, autore de “La Guerra del Re”, con le conclusioni dell’Avv. Alessandro Sacchi, Presidente dell’U.M.I., autore, insieme ad Adriano Monti Bozzetti Colella, di “Conversazione sulla Monarchia”. L’Unione Monarchica, si legge nel sito www.unionemonarchicaitaliana.it richiamando un intervento di Re Umberto II del 1956 “è istituita per raccogliere e guidare tutti i monarchici, senza esclusioni, al fine di ricomporre in sè quella concordia discors che è una delle ragioni d'essere della Monarchia e condizione di ogni progresso politico e sociale. Suo compito non è la partecipazione diretta alla lotta politica dei partiti, ma la affermazione e la difesa degli ideali supremi di Patria e libertà, che la mia casa rappresenta”.

“A Roma ci sarà un’altra Italia – ci dice Sacchi -, quella dei sacrifici e dei risultati, un modello cui tendere perché i giovani crescano nella consapevolezza della nostra identità nazionale, importante sempre, essenziale nel contesto europeo. E perché, come i loro nonni e bisnonni, s’impegnino negli studi e nelle professioni, per partecipare alla vita politica, negli ultimi anni troppo spesso rappresentata da persone modeste, prive finanche dei requisiti minimi per vincere un concorso pubblico di basso livello. Eppure pieni di vanagloria”.

“Mi auguro anche – prosegue Sacchi – che continui l’attenzione per la Patria e per la sua storia che i giovani sentono più di quanto ritengono gli adulti. Loro sono la nostra speranza ed è logico che ricerchino nelle nostre tradizioni, nell’esempio dei nostri progenitori lo spunto e la volontà di impegnarsi negli studi, nelle professioni, nella politica che deve tornare ad essere il luogo nel quale si confrontano i migliori, per competenza e onestà per perseguire il bene comune”.

Insomma i monarchici dell’U.M.I. puntano ad un rinnovamento della vita pubblica sulla base di valori che tradizionalmente appartengono alle democrazie costituzionali segnalando come, non a caso, i paesi dove più solida è la democrazia sono monarchie, dal Regno Unito alla Danimarca, dalla Svezia alla Spagna, dalla Norvegia al Belgio, all’Olanda.

 

1 novembre 2018

 

 

La Caporetto alla rovescia di Vittorio Veneto completò l’unità d’Italia - di Salvatore Sfrecola

 

Senza storia, senza radici, senza identità - di Salvatore Sfrecola

 

Fa paura la burocrazia, non il Def - di Salvatore Sfrecola

 

 

 

 

 

 

 


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