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Un Sogno Italiano venerdì, 20 aprile 2018 ultimo aggiornamento

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e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

 

 

 

Equivoci dell’inesperienza

Programma di Governo e governabilità

di Salvatore Sfrecola

 

Il leader del Movimento 5 Stelle continua a ripetere che intende stipulare “con chi ci sta” un contratto di governo “alla tedesca”. Espressione che certamente avrà colpito l’immaginazione degli ascoltatori, soprattutto degli elettori “grillini”, come si usa dire. Che uomo colto e informato il nostro Di Maio, avranno pensato, conosce perfino quello che accade in Germania, anzi cosa è accaduto tra i partiti che a Berlino hanno dato vita ad un governo di coalizione dopo sei mesi di intenso dibattito, necessario perché CDU e SPD, gli ex democristiani e gli ex socialdemocratici, si erano sparati ad alzo zero nel corso di una campagna elettorale che non aveva risparmiato critiche feroci reciproche. Anche se avevano governato insieme nei precedenti cinque anni.

Cos’è il contratto “alla tedesca”, dunque? È come l’accordo di governo “all’italiana”, un documento nel quale i partiti che si apprestano a formare il governo mettono “nero su bianco”, come ripete Di Maio, i punti programmatici che intendono realizzare. Naturalmente, essendosi confrontati nel corso della campagna elettorale con toni accesi con riferimento alle rispettive piattaforme programmatiche quel “contratto”, cioè quell’accordo, individua ipotesi che entrambi ritengono necessarie per governare insieme, certamente rinunciando ognuno a qualcosa. Altrimenti sarebbe uno di quei contratti che in diritto si chiamano “per adesione”, come nel caso delle assicurazioni. “Prendere o lasciare” in politica non è possibile. Nessun partito accetta di sottoscrivere il programma di un’altra forza politica. Mai, meno che mai al termine di una campagna elettorale in cui le contrapposizioni sono state dure, assistite da vivaci espressioni polemiche, spesso al limite dell’insulto.

Alla luce di queste considerazioni, che ogni cittadino elettore ben comprende, non è possibile condividere la tesi di Di Maio, apprezzabile solamente da chi è digiuno di politica ma anche privo di buon senso. Perché in aggiunta al riferimento al contratto Di Maio precisa che fra chi lo stipula non si realizza un’alleanza. Qui non si può scherzare con le parole e con i concetti. Coloro che stipulano un contratto politico in vista della formazione di un governo sono alleati. Ed a nessuna persona di buon senso di fronte ad un accordo tra partiti che “ci mettono la faccia”, come si usa dire, con ministri e sottosegretari, verrebbe in mente di ritenere che quei partiti non siano legati da un’alleanza, sia pure temporanea, sia pure riferita ad un minimun da fare insieme.

Sfugge, inoltre, a Di Maio, in questa sua visione del “contratto” che il governo nel suo insieme ed i singoli ministri, al di là dei temi fondamentali che identificano l’oggetto dell’accordo, ogni giorno producono centinaia di provvedimenti di vario genere, regolamenti ministeriali di attuazione delle leggi, decreti di approvazione di contratti, nomine di dirigenti e di rappresentanti delle rispettive amministrazioni in enti ed organismi vari.

Questi provvedimenti presuppongono un idem sentire complessivo rispetto all’attività di governo. In assenza, qualunque sia il governo che si può al momento immaginare con al centro il Movimento 5 Stelle che ha portato in Parlamento brava gente spesso senza alcuna esperienza e cultura giuridica è inevitabile un conflitto permanente difficilmente contenibile da parte dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.

Insomma, per governare occorre una cultura di governo, cioè la capacità di gestire la somma delle attività che i ministeri, a Roma e nelle regioni, producono, che non sono riconducibili ad uno schema semplificato. Neppure se il contratto fosse fatto di alcune centinaia di pagine, come si sente dire del contratto “alla tedesca”. L’Amministrazione italiana è titolare di una miriade di funzioni che possono essere ricondotte solamente sotto un ombrello di saggia cultura giuridica e politica.

20 aprile 2018

 

 

 

In un Movimento dove è prevalso il voto di protesta

Di Maio alla ricerca di una maggioranza

di Salvatore Sfrecola

 

Capisco di Maio che, di fronte all’ipotesi di un governo Movimento Cinque Stelle – Centrodestra, che molti, numeri alla mano, immaginano come la più praticabile, rivendica il suo ruolo di capo del partito più votato il 4 marzo. Sicché Matteo Salvini in qualche modo rimane a guardare, pur avendo fin dall’inizio mostrato la più ampia disponibilità a trovare un accordo programmatico, sempre ricordando che il maggior numero di voti è andato alla coalizione di Centrodestra e che in essa la Lega è partito più votato.

Il fatto è che Di Maio deve governare una base non facile e non omogenea, comunque sempre più irrigidita nel rifiuto di alleanze, in particolare con Forza Italia e con il suo leader, Silvio Berlusconi al quale i “grillini” rimproverano problemi giudiziari e l’attuale incandidabilità. Di Maio, tuttavia, sa anche che l’elettorato che gli ha dato quei rilevanti consensi il 4 marzo non è ideologicamente omogeneo. Anzi è molto frastagliato, in buona parte costituito da soggetti che, nell’apporre la croce sul simbolo del M5S, hanno innanzitutto voluto esprimere una protesta profonda, diffusa nell’opinione pubblica italiana, nei confronti della classe politica al governo, negli ultimi anni ed anche prima. È una percentuale ampia del voto quella protestataria, un voto per sua natura mobile perché non sorretto da un credo politico basato su ideali condivisi. Anche il voto di chi in precedenza aveva scelto partiti di sinistra non trasforma l’elettore, giustamente deluso dalla politica del Partito Democratico, in un fan stabile del movimento, come dimostra il successo delle destre e, in particolare, della Lega in regioni tradizionalmente “rosse”, come l’Emilia-Romagna, la Toscana, le Marche e l’Umbria, dove il partito di Salvini mira a conquistare Terni, tradizionale roccaforte del Partito Democratico. E al prossimo giro la Regione.

È dunque difficile per Di Maio reggere questo composito elettorato, soprattutto nella consapevolezza che sarà assai arduo realizzare in tempi brevi quello che ha promesso. Perché se è possibile in una legislatura di durata accontentare gli elettori gradualmente, la risposta della base, in caso di elezioni anticipate, potrebbe rivelare sorprese spiacevoli, considerata la crescente attenzione che i ceti popolari riversano sulla Lega il cui consenso non è solo di protesta, perché costruito su un manifesto politico che molto si basa sulla rivendicazione di ragioni identitarie, su quel “sovranismo” che si oppone alla globalizzazione ed all’influenza dei tecnocrati di Bruxelles e di cui ha scritto di recente Giuseppe Valditara (“Sovranismo” Una speranza per la democrazia” (editore Book time, 149 pagine). Ordinario di diritto romano a Torino, Valditara è molto ascoltato in via Bellerio per aver messo a disposizione di Matteo Salvini le riflessioni degli studiosi che fanno parte del Comitato scientifico di Logos (www.logos-rivista.it) la rivista che, di mese in mese, approfondisce temi politici ed economici, insomma il programma del governo a base Lega.

Non c’è dubbio, dunque, che per Di Maio la scelta più saggia sarebbe quella di fare con Salvini un percorso comune per consentire al M5S, al ritorno alle urne, di fare un balzo in avanti e conquistare quel che resta di una sinistra divisa e senza apparente speranza di ripresa, come ovunque in Europa.

Tuttavia capisco che a quel passaggio, da tutti immaginato come necessario dopo il voto per l’elezione dei vertici delle Camere, Di Maio deve giungere gradualmente, sviluppando nel corso delle consultazioni al Quirinale, certezze su un programma minimo condiviso con la Lega e il Centrodestra che non eluda le domande che provengono dalla base ma le renda compatibili con altri momenti riformatori, dalla Pubblica Amministrazione alle pensioni, alla giustizia, alla scuola, in un contesto nel quale le imposte ridotte liberino risorse per i consumi ed il risparmio.

È dunque un passaggio delicato quello con il quale Di Maio è alle prese, consapevole che già dai primi giorni delle consultazioni si misurerà la sua capacità politica, la sua lungimiranza di leader che ha suscitato importanti aspettative. Ne deve uscire con un risultato concreto che sia l’incipit di una grande riforma, non essendo questo il tempo di testimonianze improduttive di effetti sul Governo ed il Parlamento.

1 aprile 2018

 

 

Quando inizieranno le consultazioni al Quirinale

Governo: scenari di Pasquetta

di Salvatore Sfrecola

 

L’elezione dei Presidenti di Camera e Senato ha dimostrato che i partiti si parlano. Ed anche se la scelta dei vertici delle Camere è cosa diversa dalla decisione sul governo, complicata dalla geografia parlamentare che ci ha consegnato il voto del 4 marzo, non c’è dubbio che la proficua conclusione di quelle scelte lascia una eredità positiva, quanto meno di metodo e di fair play. Soprattutto tra Movimento 5 Stelle e Lega, che hanno dialogato sui nomi da votare. Sicché non sarebbe impossibile che nella settimana che precede le consultazioni del Capo dello Stato, fissate a quanto pare a Pasquetta, Di Maio e Salvini si sentano e scambino considerazioni sul da farsi. Entrambi, infatti, ambiscono al ruolo di Presidente del Consiglio ma nessuno di loro ha la possibilità di fare un governo in mancanza di una maggioranza che lo possa sostenere.

In questa condizione gli scenari possibili sono essenzialmente due. Un governo di Centrodestra, in quanto coalizione che ha raggiunto più ampi consensi, retto dall’astensione del M5S. Oppure, soluzione che appare la più capace di durare, un governo a due, Lega - M5S, che presenti un programma minimo su punti programmatici coincidenti, l’aiuto alle fasce più deboli, il recupero di risorse finanziarie per favorire lo sviluppo, un programma di riduzione, sia pure graduale, del carico fiscale, la riforma della legge elettorale in vista di un nuovo appuntamento elettorale, magari da far coincidere con le regionali o le europee.

Non sono mancate ipotesi in tal senso sui giornali. Con la precisazione che, in questo caso, la carica di Presidente del Consiglio sarebbe stata affidata ad una personalità diversa dai due leader i quali potrebbero affiancarla con il ruolo di vIcepresidente del Consiglio. Soluzione che consentirebbe loro di tenere ferma la barra dei rispettivi partiti entrambi impegnati ad assorbire, nelle rispettive aree, gruppi, gruppuscoli e partitini il cui ruolo si va esaurendo.

È uno scenario possibile e, forse, auspicabile, considerato che difficilmente potrebbe essere avviato un percorso politico che preveda il ritorno in tempi brevi alle urne. Troppi sono i neoeletti per dir loro che devono mettersi nuovamente in competizione col rischio di non tornare a sedere a Montecitorio o a Palazzo Madama.

Il clima della Settimana Santa potrebbe favorire colloqui distesi e proficui.

25 marzo 2018

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale

della Capitale”

***

Immigrazione, emigrazione, limiti, controlli, efficacia. Per l’Europa il problema è solo questo? Il problema, in realtà è ben più vasto e delicato e riguarda l’andamento demografico di tutto l’Occidente, specie se confrontato con lo sviluppo della popolazione dei paesi extraeuropei, particolarmente dell’Africa e dell’Asia. Su questo tema parlerà

 

Domenica 25 Marzo, ore 10.30

 

il Cap.di Vasc. (R) dott. Ugo d’Atri – Presidente dell’Istituto Nazionale Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon-

“La demografia costituirà la condanna dell’ Occidente ?”

 

Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “910”, “223” e “52”

 

 

Repubbliche e Presidenti

di Domenico Giglio

 

Arrivare alla massima carica dello Stato, rappresentare l’unità nazionale riteniamo debba essere un onore ed un onere per coloro che raggiungono questo traguardo dopo anni di vita integerrima, di esperienza politica o amministrativa che ne facciano l’espressione migliore del popolo che si accingono a governare. Queste ed altri nobili concetti sono stati alla base di tante scelte istituzionali per la forma repubblicana dello Stato, magnificata come un progresso democratico e civile rispetto ad altre forme istituzionali arretrate od obsolete secondo certe “vulgate”!

Purtroppo per coloro che si illudono, o si fecero illudere, la realtà è ben diversa. In primo luogo in moltissimi casi il raggiungimento della presidenza avviene con maggioranze minime del corpo elettorale, quando si tratti di elezioni dirette, che vedono molte nazioni quasi spaccate a metà, o addirittura con il voto di una minoranza nel caso di forti astensioni dal voto, o sono il frutto di compromessi partitici nel caso di elezioni indirette da parte di rappresentanti eletti nei locali parlamenti, per cui è difficile ritenere l’eletto espressione di tutto il popolo, che infatti, per la parte soccombente, vedi recente caso Trump, non si ritiene rappresentato, contestandone ogni decisione, pur ufficialmente e democraticamente valida.

Vi è poi un aspetto che vicende avvenute in numerosi paesi retti a repubblica in questi ultimi decenni va doverosamente ricordato : i casi in cui questi capi dello stato, o nel corso del loro mandato, o allo scadere dello stesso sono stati oggetto di azioni giudiziarie. Da Nixon, allo stesso Clinton, per poi passare a paesi non certo secondari come il Brasile, l’Argentina, il Cile ed il Perù, sempre a titolo indicativo e non esaustivo, per non parlare di paesi africani ed asiatici. Ma che ora queste vicende tocchino Sarkozy, un ex presidente della repubblica francese, la “madre” delle repubbliche, i cui “valori repubblicani” (quali ?), vengono esaltati ogni 14 luglio, è una notizia che non può essere passata sotto silenzio, anche se essere indagato non significa essere automaticamente colpevole, come piace a molti giustizialisti, tra i quali non siamo noi. Ricevere contributi da un paese straniero per la propria campagna presidenziale, se vero, è ben diverso e grave rispetto a quel che disse un Re di Francia, Enrico IV, che “Parigi valeva bene una Messa”.

20 marzo 2018

 

 

Prandini non fu solo mani pulite: sua la guardia costiera

I media hanno ricordato il ministro democristiano per le disavventure giudiziarie. in realtà è stato un anticipatore sui temi del mare

di Salvatore Sfrecola

 

I giornali, nel dare la notizia della morte di Giovanni Prandini, già parlamentare democristiano della corrente di Arnaldo Forlani, hanno ricordato esclusivamente una sua disavventura giudiziaria che ha riguardato una ipotesi di corruzione ed un conseguente danno erariale, da lui sempre smentito, che hanno a lungo tenuto banco nel dibattito politico in quella stagione dopo “mani pulite” che ha fatto chiarezza su certi comportamenti di politici ma ha anche scatenato lotte intestine nei partiti. Prandini, giovane senatore, ha sempre ritenuto che la sua crescita nella Democrazia Cristiana avesse destato invidie. Anche il suo carattere (usava dire “non ho un cattivo carattere ma sono un uomo di carattere”) non sempre favoriva il dialogo con gli esponenti delle altre correnti della DC. La vicenda giudiziaria ha riguardato la gestione di appalti dell’Anas, all’epoca azienda autonoma guidata da un Consiglio di amministrazione presieduto dal Ministro dei lavori pubblici.

Vorrei, invece, ricordare il parlamentare democristiano per meriti indiscussi che ha avuto da ministro della Marina Mercantile e dei Lavori Pubblici.

Bresciano, in una regione che non ha sbocchi al mare, di Prandini è stato un importante ministro della Marina Mercantile, un dicastero sottovalutato, forse anche per la denominazione che sembrava riferirsi solo ad interessi privati, e successivamente unito a quello dei trasporti. Prandini ne ha individuato le grandi potenzialità, implicite nel fatto che l’Italia si distende sul Mare Mediterraneo, ha importanti porti aperti ai traffici con l’Oriente e al cabotaggio, ha un’attività turistico-ricreativa preziosa che interessa le spiagge, ha, o forse è meglio dire aveva, una importante attività cantieristica di elevata qualità, gestiva le linee di navigazione e l’industria della pesca. Prandini, osservatore attento di realtà analoghe di altri paesi, in particolare della Francia che ha un sottosegretario al mare, voleva istituire un “Ministero del mare”, che raggruppasse e valorizzasse tutte le attività comunque connesse al mare, dalle opere marittime (costruzione e gestione dei porti e tutela delle spiagge), affidate al ministero dei Lavori Pubblici, all’ambiente, perché l’ecosistema marino ha una caratteristica tutta particolare. Fu lui a gestire la legge sulla difesa del mare, in occasione della quale furono potenziate le Capitanerie di porto. Inoltre a Prandini si deve l’istituzione della “Guardia Costiera” con decreto interministeriale Marina Mercantile - Difesa, ministero dal quale dipendono organicamente le Capitanerie di Porto, quale corpo della Marina Militare Italiana. È stata una importate iniziativa, come dimostrano quotidianamente giornali e televisioni a proposito della salvaguardia della vita umana in mare, regola antica della marineria, consacrata nella convenzione di Montago Bay.

Non fu facile per Prandini istituire la Guardia Costiera, ostacolata pesantemente da interessi di altri corpi di polizia presenti sul mare. Molto importante altresì l’iniziativa del ministro Prandini con la collega dei beni culturali Falcucci di una collaborazione fra sovrintendenze e Guardia Costiera per la tutela del patrimonio archeologico sommerso, quello depredato molto spesso dai turisti in visita di ricerche sul fondale con danni enormi alla capacità di ricostruzione dell’assetto del sito archeologico.

Passato ai lavori pubblici il ministro Prandini dimostrò grandi capacità di direzione delle attività di un ministero in grandi difficoltà, come dimostra il fatto che i programmi di spesa venivano continuamente modificati, con l’effetto che molte opere venivano private dei finanziamenti e quindi a lungo non completate o abbandonate. Era un’abitudine dei Provveditori alle Opere Pubbliche quella di dirottare le risorse già messe in programma su opere di interesse specifico del ministro di turno, con la conseguenza che molte opere, come già detto, venivano private delle risorse necessarie per il loro completamento.

Prandini nemico giurato dei alcune iniziative degli ambientalisti fu anche oggetto di una mozione individuale di sfiducia alla Camera, promossa da Anna Donati, mozione respinta sulla base di un discorso del Presidente del consiglio, Giulio Andreotti, il quale dimostrò l’infondatezza delle censure mosse al ministro in materia di tutela dell’ambiente. E che non vi erano motivi di dubitare della sua capacità di reggere quel ministero.

(da La verità, 14 marzo 2018)

 

 

 

CIRCOLO DI CULTURA

 E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

Nel trentacinquesimo anniversario della scomparsa

di S.M. il Re Umberto II

ricorderemo la Sua figura ed il suo costante interesse e partecipazione alle tristi vicende delle nostre popolazioni giuliane-fiumane-dalmate. In questo quadro i problemi di Fiume saranno oggetto della conversazione che terrà

 

Domenica 18 Marzo, ore 10.30

 

Il Prof. Giovanni STELLI – Presidente della Società di Studi Fiumani

“La città di FIUME dopo la prima guerra mondiale ed il compimento della Unità Nazionale”

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”

 

 

 

Qualche domanda, dopo il 4 marzo, sul Governo Gentiloni

del Prof. Fabrizio Giulimondi

 

Mi sia consentita qualche riflessione di ordine costituzionale – occhieggiando a valutazioni di matrice politologica - sul Governo attualmente in carica dopo lo tsunami conseguente alle elezioni del 4 marzo scorso.

Non si può non partire da un dato empirico: il quadro tipologico e la consistenza dei gruppi parlamentari della appena cessata XVII legislatura sono radicalmente mutati rispetto a quello della nascente XVIII legislatura.

Le maggioranze (variabili) che hanno supportato i tre Governi che si sono succeduti dal 15 marzo 2013 al 28 dicembre 2017 (Letta, Renzi e Gentiloni) si sono stabilizzate, al termine della legislatura, con il 55,5 % alla Camera dei deputati ed il 52,06% al Senato della Repubblica.

Se andiamo a confrontare questi valori con i seggi assegnati in entrambi i rami delle nuove Assemblee ai gruppi parlamentari corrispondenti a quelli che nella precedente legislatura supportavano l’attuale Governo Gentiloni (di cui una parte non più esistenti), comprendiamo agevolmente che alla Camera la vecchia maggioranza politica corrisponde al 22,85% dei 630 deputati, mentre al Senato la percentuale è del 22,99% dei senatori elettivi (ossia 315).

Quanto detto vuole significare che l’opposizione di un tempo oggi alla Camera costituisce il 78,57% (260 deputati del Centro-Destra; 221 del Movimento 5S; 14 di Liberi e Uguali, per un totale di 495 appartenenti alla vecchia opposizione); mentre al Senato rappresenta il 79,68% (135 senatori del Centro-Destra; 112 dei 5S; 4 di Liberi e Uguali, per un totale di 251 seggi).

Questa dimensione numerica e qualitativa non può lasciare indifferenti gli osservatori costituzionali, non dimentichi che – ad eccezione del Presidente del Consiglio -  ministri e sottosegretari non sono stati eletti nei collegi uninominali, autentica cartina di tornasole della valenza politica del candidato, determinandosi così una bocciatura politica, una sorta di sfiducia sostanziale, di quasi tutta la compagine governativa.

Un passo avanti.

Il Decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2017, n. 208, ha disposto lo scioglimento del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati e il Presidente della Repubblica Mattarella, dopo aver rifiutato le dimissioni di Gentiloni, lo ha lasciato in carica "per il disbrigo degli affari correnti".

Primo aspetto: un Governo pienamente in carica non deve avere alcun passaggio parlamentare per ottenere una nuova fiducia dal nuovo Parlamento a cui venga eventualmente rinviato.

Secondo aspetto: è opportuno connotare la locuzione affari correnti.

L’attività d'Aula e di commissione resta sostanzialmente congelata. L'articolo 61 Cost. stabilisce che "finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti". Tuttavia, fino alla prima seduta della XVIII legislatura di Camera e Senato (il prossimo 23 marzo), le Assemblee legislative si riuniscono solo: per convertire decreti legge emanati dal Governo; per la ratifica di trattati internazionali, se il Governo dichiari che la mancata ratifica di tali atti comporti il venir meno ad obblighi internazionali; per la proroga delle missioni internazionali. Quest'ultima avviene sotto forma di risoluzione presentata su comunicazioni del Governo e, ove vi sia l'unanimità dei gruppi, approvata direttamente in commissione.

Non vengono meno le funzioni di controllo politico e di garanzia costituzionale del Parlamento nei confronti del Governo, in quanto la logica dei contropoteri non conosce vacanza: anche a Camere sciolte i parlamentari potranno usare gli strumenti ispettivi continuando a controllare il Governo in relazione alla gestione del periodo di transizione.

Il prossimo 10 aprile il Governo deve presentare il Documento di Economia e finanze (DEF) che, unitamente alla legge di bilancio/legge di stabilità, costituisce il core della politica economica del Governo che, a sua volta, rappresenta il fulcro dell’azione di qualsiasi Esecutivo.

Affare corrente? Direi di no.

Il Ministro della Economia e Finanze, Pier Carlo Padoan, non potrà non riempire il DEF con le indicazioni che dovranno fornire i vertici partitici della nuova maggioranza, oltre i gruppi parlamentari ad essi correlati e, non potrà non convocare i responsabili almeno del Centro-Destra e del Movimento 5s.

Altra questione di non poco momento ci conduce a meditare sull’opera governativa in ambito europeo. La politica estera, al pari di quella economica e finanziaria, sostanzia il fulcro, il baricentro dell’opera di un Governo. La linea politica dell’attuale Consiglio dei Ministri e della vecchia maggioranza è marcatamente distante, se non opposta, a quella dell’attuale maggioranza (nella accezione più ampia che assomma il Centro Destra, i pentastellati e LeU).

Importante sottolineare che dal 1 gennaio di quest’anno l'Italia è tributaria della presidenza annuale dell'Osce.

È costituzionalmente corretto l’apporto di questo Governo alla redazione di un testo di regolamento comunitario che, una volta emanato e pubblicato, entrerebbe in vigore in ogni ordinamento giuridico e, quindi, anche in quello italiano? E se fosse in netto contrasto con la strategia di politica estera del nuovo Parlamento?

Il combinato disposto del movimento tellurico elettorale con le presenti e prossime incombenze istituzionali dell’attuale Governo, mi spinge a confermare quanto funditus affermato in una mia monografia pubblicata nel 2016 (“Costituzione materiale, costituzione formale e riforme costituzionali, Roma, Eurilink”): v’è una costituzione formale ma, senza dubbio, sussiste anche una costituzione materiale-sostanziale che, come in questo caso, contrasta e confligge vistosamente con quella formale.

Questo Governo è sotto un aspetto formale costituzionalmente legittimo, ma non sotto una visuale materiale, specialmente se dovesse procrastinare la sua permanenza in carica.

La nostra è una Repubblica parlamentare e, di conseguenza, il Governo è scaturigine del Parlamento che deve esprimere una maggioranza politica certa che conferisca la fiducia ad un Presidente del Consiglio dei Ministri e al suo Gabinetto, per consentire la gestione della cosa pubblica per cinque anni.

Il Governo attualmente in carica ha ottenuto la fiducia da una maggioranza – attualmente numeratim ridotta a meno del 23% -  appartenente al passato organo legislativo.

Il DEF e l’eventuale regolamento comunitario, formalmente imputabili a questo Governo, se non riempiti di disposizioni riferibili ai Partiti vincitori dell’agone elettorale ed ai nuovi gruppi parlamentari, sono sì costituzionalmente (formalmente) legittimi, ma non altrettanto “materialmente costituzionalmente” orientati.

Le decisioni, anche informali e non scritte, prese dal Governo Gentiloni in sede europea quale pensiero politico esprimono? Quello della vecchia maggioranza oggi ridotta a lumicino, o quella della antica minoranza oggi corposamente e massivamente presente alla Camera e Senato?

Mai come in queste settimane – e, ribadisco, ancor di più se l’odierno Governo dovesse proseguire la sua esperienza -  si sta stagliando plasticamente un contrasto virulento fra la costituzione materiale (fatta anche di numeri e partiti, elezioni, votanti ed elettori, sangue e sale della democrazia) e quella formale che, seppur, legalmente rispettata, non collima affatto con quanto è stato partorito dal corpo elettorale lo scorso 4 marzo.

L’empasse ordinamentale è del tutto evidente, specie se ci si sofferma sulla abnormità costituzionale che vede l’attuale Governo non legittimato a dimettersi o passibile di sfiducia, costretto, invero, anche in siffatte evenienze, a rimanere in piedi per gli affari correnti, in attesa di un nuovo Esecutivo che lo possa sostituire.

13 marzo 2018

 

 

 

Perché il Centrodestra non ha

 

sfondato al Sud

 

di Salvatore Sfrecola

 

Nel giorno che ricorda i 170 anni dello Statuto Albertino (4 marzo 1848) la geografia politica dello stivale somiglia molto a quella che, in quell’anno, indicava da Nord a Sud regni e ducati e la Serenissima Repubblica di Venezia, con la differenza che oggi la geografia la fanno i partiti. Nel 2018 il Nord è prevalentemente in mano al Centrodestra, con qualche enclave del Partito Democratico, in alcune di quelle che un tempo erano le regioni rosse (non lo è più l’Umbria, dove il PD non ha ottenuto nessun seggio) mentre al Sud e nelle isole il Movimento 5 Stelle non ha avuto rivali. Qualcuno ha evocato il Regno delle due Sicilie. Per celia, ma non troppo, considerato che, secondo molti osservatori, le ragioni del successo “grillino” vanno individuate nelle condizioni socio economiche di quelle regioni. Insomma, siamo in piena “questione meridionale”, che la politica si porta dietro dall’unità d’Italia. E sembra che molto abbia attratto la promessa di un “reddito di cittadinanza”, argomento forte del Movimento, tanto che, si legge sul Corriere del Mezzogiorno, che molti si sarebbero rivolti ai CAF, agli uffici del lavoro e del comune chiedendo il modulo per ottenere quella “paghetta” statale. Ugualmente, intervistati da Tagadà, la trasmissione de La7 condotta da Tiziana Panella, giovani e meno giovani seduti al bar del paese hanno evocato quel beneficio, anche se spesso hanno ammesso di non saperne più di quello che hanno letto sui giornali e sentito nelle trasmissioni televisive.

Ancora una volta, dunque, emerge un Sud alla ricerca della protezione politica e dell’assistenza pubblica, come accaduto dopo i terremoti che, in Sicilia ed in Irpinia, hanno esposto quelle popolazioni all’ironia dei “nordisti” i quali, in Friuli e ovunque la natura li avesse gravemente colpiti, si sono rimboccate le maniche per riprendere le attività produttive, non disdegnando certo aiuti pubblici ma dimostrando di sapere come spenderli al meglio.

È un fatto di mentalità, indotto da secoli di gestione clientelare del potere, di stranieri o per conto di stranieri, dove la cultura, a Napoli o a Palermo, collocava belle menti nel circuito del pensiero europeo senza essere capace di creare una classe dirigente via via adeguata al progresso economico e sociale.

Eppure al Sud c’è un humus che attende di essere valorizzato dallo Stato con aiuti che stimolino effettivamente la ripresa e, contemporaneamente, con una presenza delle istituzioni che sia capace di assicurare quella legalità senza la quale non si cresce. Perché se Cristo si è fermato ad Eboli oggi l’alta velocità si ferma a Salerno perché i governi, di destra e di sinistra, ignorano le potenzialità del Mezzogiorno per le quali un ruolo strategico hanno ferrovie e porti. Questi nostri governanti avrebbero dovuto leggere Cavour, che già nel 1846 attribuiva alle ferrovie il ruolo di unificazione dell’Italia e del suo sviluppo economico ed ai porti l’apertura al medio e all’estremo oriente. Oggi si direbbe di una porta dell’Europa aperta sul Mediterraneo e l’Oriente.

Se questo è il quadro della “questione del Sud” è evidente che i partiti, i quali non hanno ottenuto da Roma in giù quei consensi che avrebbero loro assicurato un buon numero di senatori e deputati hanno fatto degli errori, proprio a cominciare da Roma, la Capitale ma anche la porta del Sud.

E vi spiego perché. Trascurare Roma è stato un errore grave per il Centrodestra. Non che siano mancati significativi risultati per Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, ma sono stati assolutamente inferiori a quelli che era lecito attendersi. La Capitale avrebbe meritato maggiore attenzione. Roma è la città dei ministeri, delle grandi istituzioni pubbliche, delle università (la Sapienza è la più grande di Europa), a Roma sono la Corte costituzionale, la Cassazione, il Consiglio di Stato, la Corte dei conti, con tutto l’annesso di avvocatura del libero foro. Ma Roma è anche la Città con la più straordinaria presenza di beni del patrimonio storico artistico italiano, anche religioso. Ed è la città delle periferie degradate.

Quali di queste realtà professionali, economiche e sociali era presente nelle liste del Centrodestra? Quanti esponenti di rango delle amministrazioni pubbliche, delle magistrature, quanti docenti universitari, quanti avvocati, quanti espressione delle condizioni difficili in cui vivono tanti romani?

Non solo. I “romani” di oggi provengono prevalentemente da famiglie che non vantano le famose “sette generazioni” sulle rive del Tevere. La maggior parte di esse sono meridionali, perché è tradizione, in quelle realtà economiche e culturali, servire lo Stato. In lista quei candidati avrebbero rappresentato un’apertura verso le regioni di provenienza. Possibile che nessuno tra Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia abbia compreso questa realtà, questa tipicità di Roma ed il suo rapporto con il meridione, per cui le liste sono state composte con i tradizionali criteri che hanno svilito il ruolo della persona rispetto agli accordi delle correnti ed al reclutamento di pezzi dei precedenti partiti? Che per gli azzurri si è basato prevalentemente sul carisma di Silvio Berlusconi il quale ha sempre ritenuto che le sue scelte sarebbero state inevitabilmente quelle della gente. Così alle elezioni per il Sindaco di Roma, quando inventò la candidatura di Alfio Marchini, l’erede dei palazzinari rossi che piaceva alle signore per l’abbronzatura permanente del borghese sportivo e la piega dei capelli. E forse anche per l’eloquio un po’ incerto (che a Roma si dice zagaglia) che poteva sembrare pariolino. Candidato bocciato sonoramente. Per di più presentato contro Giorgia Meloni, alla faccia del ruolo di regista che l’ex Cavaliere tiene a rivendicare a sé e che vorrebbe ancora esercitare dopo che Matteo Salvini, con grande intelligenza politica e non poco coraggio nel contrastare il capo carismatico del Carroccio, Umberto Bossi,, ha portato la Lega fuori dalle secche della Padania per farne partito nazionale.

La Lega neonata a Roma, dopo l’esperienza di NoiConSalvini, ha avuto qualche iniziale difficoltà, superata il 4 marzo con una significativa affermazione alla Camera ed al Senato in tutto il Lazio. Poteva ottenere di più se avesse pensato a Roma in termini di maggiore apertura alle realtà socio culturale ed economiche di cui si è detto, anche nella prospettiva, attraverso Roma, di aprire al Sud.

11 marzo 2018

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

 

***

La presenza del Re Vittorio Emanuele III, nella Grande Guerra, è stata sottovalutata o addirittura ignorata, mentre è fondamentale nei momenti cruciali oltre alla presenza costante tra i soldati che fino ad allora, forse, avevano visto il Re solo nei suoi ritratti sulle monete e sui francobolli. Su questo tema parlerà

 

Domenica 11 Marzo, ore 10.30

 

il Prof. dr. Andrea UNGARI – professore di Storia Contemporanea

“ LA GRANDE GUERRA ED IL RE “

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”

 

 

La colpa è “Loro” ma li ha scelti “Lui”

di Salvatore Sfrecola

 

Ineccepibile l’analisi di Gian Marco Chiocci, direttore de Il Tempo a proposito degli errori che hanno commesso collaboratori e colonnelli di Silvio Berlusconi nella recente campagna elettorale, a cominciare dalla composizione delle liste. Tutto vero. Sono “loro”, i collaboratori e i colonnelli, che hanno gestito la vicenda elettorale fin dalla approvazione del rosatellum, quella demenziale legge elettorale con la quale abbiamo votato domenica 4 marzo che era evidente non avrebbe consentito la formazione di una maggioranza di governo. C’è da sperare che non abbiano effettuato per tempo una simulazione degli effetti, altrimenti si dovrebbe dubitare della loro intelligenza o della loro buona fede.

Chiocci rileva errori nella scelta dei collegi da attribuire alla Lega e quelli da tenere per Forza Italia, “in cambio di voti centristi naturalmente destinati a Berlusconi e che ora invece, non avendo “Noi con l’Italia” raggiunto il 3 %, andranno in maggior parte alla Lega. Loro e soltanto loro, hanno assemblato liste incomprensibili, con nomi messi e tolti, rimessi e ri-tolti fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, liste fondate su simpatie e antipatie personali che hanno scatenato la rappresaglia di moltissimi esclusi di peso”.

Giusto caro Chiocci, giustissimo. “Loro” hanno ripetutamente sbagliato. Ma è “Lui” che li ha scelti, un tempo e successivamente quando sembrava che la candidatura fosse assolutamente svincolata da doti personali di capacità politica e di credibilità personale. Tutti messi in posizione di rilevante responsabilità politica e governativa senza arte né parte, scelti solo perché compagni di scuola, amici di amici, di Gianni Letta, in particolare, giovanotti e giovinette di molte speranze ma senza alcuna esperienza e preparazione professionale, sicché in Parlamento si è vista una maggioranza impotente, assolutamente incapace di fare quello che gli italiani attendevano dal Centro destra, la semplificazione normativa che pesa sulle persone e sulle imprese, la riduzione dei balzelli che accompagnano la vita quotidiana della gente, dalla culla alla vecchiaia.

Hanno sbagliato “Loro” anche allora, ma ha sbagliato “Lui” che li ha scelti e li ha tenuti e conservati nel tempo, provocando l’indignazione di chi aveva votato Centrodestra sperando di vedere cambiamenti significativi nel Paese, quella rivoluzione “liberale” che il premier aveva promesso ma che è rimasta nel limbo delle buone intenzioni, quelle delle quali, come è noto, è lastricato l’inferno.

Ne ho scritto in “Un’occasione mancata” nel 2006, appena uscito da Palazzo Chigi, dove avevo svolto dal 2001 le funzioni di Capo di Gabinetto del Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. In quel libro, che ancora mi chiedono, non svelavo retroscena di vicende politiche o amministrative, ma davo conto di un clima politico amministrativo nel quale  sotto l’abile guida di Gianni Letta, il potente Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che ama farsi chiamare “Direttore”, nel ricordo dell’esperienza fatta proprio a Il Tempo, sono stati mantenuti in posizioni di potere e di responsabilità personaggi del precedente governo. I quali si sono impegnati a sabotare, giorno dopo giorno, già dalla fase di formazione delle scelte, il programma del governo Berlusconi. Quello di Letta è stato il classico “tirare a campare” di andreottiana memoria, che alla lunga produce l’effetto di “tirare le cuoia”. E così è andata.

Collocare in posizioni di potere, politico e amministrativo, personaggi non affidabili, privi dei valori che il Centrodestra aveva sbandierato sulle piazze nella campagna elettorale acquisendo uno straordinario consenso, solo perché amici degli amici è stata la più grande colpa dei collaboratori del Cavaliere. Il quale oggi non si può dolere degli errori “Loro” che hanno portato Forza Italia al minimo storico, con prospettive di dissoluzione in tempi rapidissimi, per l’attrazione “fatale” della Lega, non più “Nord” di Matteo Salvini, un leader che ha dimostrato di saper dialogare con la gente anche del Sud della quale ha compreso le antiche frustrazioni alimentate da decenni di politica clientelare e dalla presenza delle lobby guidate dalla malavita.

Gli errori si pagano, sempre. Soprattutto quelli dei capi ai quali si chiede la capacità di scegliere i migliori e di guidarli. Perché solo con i migliori si vince. Napoleone così sceglieva i suoi generali e non si preoccupava che fossero a volte più bravi di lui perché era comunque lui a guidarli.

Berlusconi ha scelto spesso male. Può accadere, ma gli errori si correggono. Non lo ha fatto. Come non ha formato una classe dirigente di livello, anche in vista della sua uscita di scena, inevitabile al passare del tempo. E rischia di fare la fine del pugile suonato che non sa ritirarsi dal ring al momento opportuno, quando ancora intatto è il suo prestigio e continua a combattere finendo più volte al tappeto fino a quando non potrà più rialzarsi.

7 marzo 2018

 

 

 

Se la politica fa un passo indietro

di Salvatore Sfrecola

 

La lista dei “ministri” di Antonio Di Maio conferma lo sconcerto che ha accompagnato la gestione di Virginia Raggi a Roma e di Chiara Appendino a Torino. Brava gente ma inadatta al ruolo che hanno assunto in virtù di un consenso elettorale assicurato al Movimento 5 Stelle dal desiderio del nuovo che ha mosso molti italiani che non hanno voluto disertare le urne pur essendo disgustati da quel che hanno fatto, o non fatto, i partiti che hanno detenuto il potere negli ultimi decenni.

È accaduto altre volte che la protesta abbia generato consenso nei confronti di un movimento politico che, tuttavia, quasi mai si è consolidato ed ha messo in campo persone adeguate al ruolo che avrebbero svolto, innanzitutto in Parlamento. È stato così, nell’immediato dopoguerra, con l’Uomo Qualunque, guidato da un commediografo di valore, Guglielmo Giannini. Durò poco. La protesta se non incanalata in una realtà di governo perde presto consensi. Molti trasmigrarono in altri lidi, prevalentemente a Destra.

Il Movimento 5 Stelle continua a riscuotere consensi anche di fronte alle mediocri performance di Raggi ed Appendino. Non che fosse facile amministrare Roma dopo decenni di malagestione, come reso tristemente noto dall’inchiesta su Mafia Capitale. Ma sarebbe stato possibile restituire dignità alla Capitale d’Italia cominciando da qualche segnale che dimostrasse un cambiamento di passo, in qualche settore, magari nella gestione di alcuni servizi, nel trasporto o nella rimozione dei rifiuti, ripristinando anche alcune realtà che sono state sempre l’orgoglio dei romani, come la manutenzione dell’imponente vegetazione arborea che distingue Roma da tutte le altre città d’Italia. Invece, pochi centimetri di neve nei giorni scorsi hanno abbattuto alberi secolari, da tempo trascurati.

Si ha l’impressione che Virginia Raggi non sapesse da dove cominciare. Avrebbe dovuto scegliere un settore dove puntare già il giorno dopo. Non lo ha fatto, non per cattiva volontà, ne sono certo, ma perché non sapeva e forse non sa ancora dove mettere le mani per mancanza di collaboratori all’altezza del compito. L’ha bloccata la diffidenza nei confronti della struttura. Ed ha fatto bene, ma avrebbe dovuto salire le scale del Campidoglio con una giunta già fatta e con adeguati collaboratori. Lì il Movimento ha dimostrato i suoi limiti che oggi ripropone agli elettori con la lista dei “ministri” presentata al Quirinale e all’opinione pubblica. Eppure hanno avuto cinque anni per valutare esperienze interne ed esterne di valore.

Non basta un master o una cattedra universitaria per fare il ministro, per tradurre idee, anche buone, in concreti provvedimenti legislativi o amministrativi. È necessario conoscere leggi, regolamenti, procedure amministrative e l’apparato che il “ministro” è chiamato a dirigere. E contemporaneamente occorre che l’autorità politica sia assistita da tecnici di valore, conoscitori dell’amministrazione e dei funzionari ai quali dovrà essere richiesto di cambiare. Ciò che è possibile fare solamente se il dialogo tra ministro e struttura procede con lo stesso linguaggio. Cosa non facile se il politico e i suoi collaboratori tecnici non hanno la capacità di fare proposte concrete e realizzabili rapidamente. Altrimenti, se la burocrazia non collabora non si va da nessuna parte. Tutto si rallenta e l’effetto positivo del nuovo non è apprezzato dagli elettori. È quel che è accaduto con la gestione di Matteo Renzi che, fatti fuori Consiglieri di Stato e della Corte dei conti o Avvocati dello Stato, quelli che sanno non solo in teoria come funzionano gli apparati. E gli effetti delle “riforme” di Marianna Madia si sono viste subito.

Il “Consiglio dei ministri” del Governo Di Maio è un po’ come la Giunta Raggi, con l’aggravante di un evidente errore di fondo, l’aver confuso la funzione politica del governo e, pertanto, dei ministri con la conoscenza tecnica, scientifica, magari eccellente ma per definizione teorica. Come insegna del resto l’esperienza. Di tecnici prestati alla politica con successo la storia della Repubblica Italiana ne conosce pochi, Luigi Einaudi, Ministro del bilancio, Gaetano Stammati e Guido Carli, Ministri del tesoro. Ma avevano una grande sensibilità politica. In consiglio dei ministri nessuno osava contraddirli perché conoscevano anche la storia dell’economia e quando qualcuno proponeva la ricetta magica erano in grado di rispondere, se non la condividevano, che c’erano ragioni che in passato o qua e là nel mondo quella soluzione non aveva funzionato.

Tecnici e politici ad un tempo. Un esempio per dire che non ci siamo con i “ministri” di Di Maio che, tra l’altro, dimostra di svilire il ruolo della politica, che è espressione di un pensiero politico in questa fase storica regredito a espressioni che non ne danno conto. Una volta c’era il Partito Liberale, erede di Cavour e poi di Benedetto Croce. Ugualmente i cattolici qualificavano “popolare” il partito di Luigi Sturzo che si rifaceva al pensiero economico e sociale di Giuseppe Toniolo, ispiratore della Populorum progressio di papa Leone XIII. O i socialisti e, poi, i comunisti, che si rifacevano al pensiero di Karl Marx, al suo “Manifesto” che aveva messo in campo proposte senza dubbio rivoluzionarie.

Oggi i partiti ricorrono spesso ad un nome che “non definisce niente”, come diceva James Madison del partito “repubblicano” e del “democratico”, un nome che non indica una filosofia politica. È una condizione che continua oggi in una stagione della politica nella quale nella denominazione dei partiti non si rinviene un riferimento ideale. Sicché si ricorre ad elementi botanici, l’“Ulivo”, vasta alleanza di sinistra, o la “Margherita”, nella quale si ritrovano gli eredi della Democrazia Cristiana, il “partito di centro che guardava a sinistra”. Per finire con una denominazione a carattere turistico-alberghiero, “5 Stelle”.

2 marzo 2018

 

 

Palazzo Spada, l’uomo del governo è incompatibile

L’esecutivo, pur essendo in ordinaria amministrazione, ha espresso tre nomi per i vertici del Consiglio di Stato. Uno di essi appartenendo già all’organismo, è in conflitto di interessi. L’unica donna, invece, è stata collaboratrice stretta della Boschi

di Salvatore Sfrecola

 

C’è da essere certi che a Santi Romano o a Meuccio Ruini, giuristi illustri, certo tra più eminenti Presidenti del Consiglio di Stato, sarebbe corso un brivido lungo la schiena a leggere la richiesta di parere sulle nuove nomine a Consigliere di Stato nell’aliquota riservata all’Esecutivo, giunta a Palazzo Spada all’inizio di gennaio. Dei tre candidati, infatti, uno è modesto, un altro è incompatibile. Ed è certo che saranno in forte imbarazzo i componenti del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi, in particolare i togati che parteciperanno oggi alla seduta nella quale su quella richiesta di parere dovranno pronunciarsi. Perché c’è dell’anomalia grave in questa vicenda. Infatti il governo è in carica per l’ordinaria amministrazione, essendo sciolte le Camere. Ed è la stessa Presidenza del Consiglio che, con una circolare del 29 dicembre 2017, nel definire i poteri che residuano a Palazzo Chigi in questa situazione. ha previsto che si possono effettuare nomine solamente “per assicurare la funzionalità di enti e organi”. E non è certo il caso del Consiglio di Stato che può benissimo funzionare senza i tre che il governo vorrebbe nominare.

Ma c’è di più. I tre sono Carla Ciuffetti, funzionario della Camera, Luigi Fiorentino, dirigente della Presidenza del consiglio, e il professor Pierluigi Mantini, già parlamentare del Partito Democratico, che ha svolto funzioni di Vicepresidente del Consiglio di presidenza come componente di elezione parlamentare. Il Prof. Mantini alla data del 23 dicembre 2017, quando il Governo ha deliberato la sua designazione al Consiglio di Stato, era in carica e in quel ruolo è rimasto fino al 3 gennaio 2018, data in cui la richiesta del governo è pervenuta a Palazzo Spada.

Escluso Luigi Fiorentino, che ha un curriculum professionale e scientifico certamente adeguato alla nomina, la Ciuffetti è soprattutto una stretta collaboratrice del Sottosegretario alla Presidenza del consiglio Maria Elena Boschi. E basta. In precedenza al massimo organo della Giustizia Amministrativa giungevano dalle Assemblee parlamentari candidati particolarmente titolati. Insomma Segretari Generali o Vice segretari generali, cioè funzionari al vertice della burocrazia di Montecitorio e Palazzo Madama. Per quanto possa essere brava e stimata dalla Boschi la dottoressa Ciuffetti è solamente funzionario di medio rango.

Ma la cosa che più desta sconcerto è la proposta di nomina del Professor Mantini per la quale osta un chiaro disposto normativo, l’art. 7, comma 5, della legge 27 aprile 1982, n. 186, sull’Ordinamento della giustizia amministrativa, a tenore del quale ai componenti laici del Consiglio di presidenza (quelli eletti da Camera e Senato) “si applica il disposto dell’art. 12 della legge 13 aprile 1988, n. 117”. Questo richiama, a sua volta, le disposizioni della legge 24 marzo 1958, n. 195, sulla costituzione e il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, la quale all’art. 36 prevede che “i componenti del Consiglio superiore eletti dal Parlamento non possono essere assunti in magistratura per meriti insigni, fin quando sia in carica il Consiglio al quale appartengono o hanno appartenuto”. Non possono, cioè, essere nominati Consiglieri di Cassazione e, quindi, in forza del rinvio, neppure Consiglieri di Stato. È evidente un conflitto di interessi ed una manifesta lesione recata all’indipendenza della Giustizia amministrativa. Insomma il professor Mantini non può essere assunto per nomina governativa al Consiglio di Stato, almeno fino a quando rimarrà in carica l’attuale Consiglio di presidenza per avervi egli appartenuto fino al 3 gennaio 2018.

Le regole non sono forma ma sostanza, in particolare considerato che parliamo dei massimi giudici degli atti amministrativi del Governo. Un po’ di garbo istituzionale non guasterebbe.

(da La Verità del 23 febbraio 2018)

 

 

 

I cattolici in politica: soli o accompagnati?

di Salvatore Sfrecola

 

C’era una volta il partito dei cattolici, la Democrazia Cristiana, dove tutti ostentavano fede in Dio e vicinanza alla Chiesa. Si facevano fotografare all’atto della comunione, non mancavano a matrimoni e battesimi, come Giulio Andreotti o Remo Gaspari, che ho incontrato un mese prima che morisse, ormai ultraottantenne, in Abruzzo, al matrimonio dell’amica di una mia cugina. Era onnipresente nella sua regione per la quale, in verità, ha fatto molto negli anni, soprattutto sollecitando la realizzazione di importanti infrastrutture viarie per le quali gli abruzzesi lo ricordano ancora con sincera riconoscenza. Non solo le centinaia di postini che ha fatto assumere da Ministro delle poste.

Ugualmente gli altri dc marcavano il territorio e portavano a Roma ministri e sottosegretari con esperienza amministrativa e parlamentare. Per anni i governi sono stati democristiani, poi “a guida democristiana” con qualche ministro dei partiti satelliti, laici ma fedelissimi, liberali, socialdemocratici, repubblicani. Poi sono subentrati Craxi e Spadolini, ma la Dc aveva ancora molto potere, anche quando fu ministro dell’interno Giorgio Napolitano, comunista, il primo ad essere benedetto a Washington. Lì ed a Roma non si erano accorti che quel napoletano dall’eloquio rassicurante era un fazioso, come aveva dimostrato al tempo dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica e come dimostrerà, da Presidente della Repubblica, facendo campagna elettorale nel referendum sulla riforma costituzionale votata da un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale bocciata dalla Consulta perché incostituzionale. Poi il partito dei cattolici è sparito dall’orizzonte politico dall’oggi al domani. I vari Buttiglione e Mattarella hanno tentato invano di rianimarlo con un’iniezione di storico sturzianesimo, chiamandolo Partito Popolare Italiano. Tutto inutile, tirando a campare invece hanno tirato le cuoia. Inossidabili, hanno creato la Margherita, poi confluita nel Partito Democratico confermando di essere quel movimento politico “di centro che guarda a sinistra”, secondo un’immagine degasperiana certamente sottovalutata.

Sul piano dei valori cristiani, la famiglia la sacralità della vita dal concepimento alla fine naturale, la libertà di insegnamento, nessuno si è accorto negli anni che ci fosse partito cattolico al potere. Amintore Fanfani aveva fatto la battaglia per il “SI” nel referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio. Fu un tentativo inutile. Le famiglie erano state già divise dal fisco che favoriva le separazioni fittizie dei benestanti e dei professionisti. Per contadini ed operai ci pensò la legge Fortuna. Poi ci sarà la legge sull’aborto, lesione forte del diritto nel nascituro. Sarebbe stato possibile minimizzarne gli effetti con una sana politica per le famiglie “con particolare riguardo alle famiglie numerose”, come si legge nell’art. 31 della Costituzione. Intanto le scuole cattoliche chiudono perché suore e preti hanno rinunciato all’insegnamento ed i costi di gestione delle scuole non consentono di continuare a tenere aperti elementari e licei. La Chiesa non ha ritenuto di impegnarsi altro che nelle università dove ci sono risorse da gestire. Una battaglia perduta, l’insegnamento che una volta era la forza del mondo cattolico denuncia un arretramento gravissimo. A 18 anni chi entra in una università “cattolica”, se non ha acquisito valori in famiglia ed a scuola, a quei valori è, il più delle volte, perduto.

La “politica” dei cattolici “in politica” segue il potere delle lobby di affari ed ha trascurato i valori. Nei quali evidentemente non credevano. Come Pierferdinando Casini, dc tutto d’un pezzo, forlaniano di ferro, che oggi è candidato dal Partito Democratico nella rossa Bologna. Nessuno ha saputo fare proposte serie in tema di unioni civili o fine vita, con la conseguenza che su quei temi, certo da regolare con legge, non si è fatta una normativa equilibrata. Oggi in vista del voto del 4 marzo Massimo Gandolfini, uno dei promotori del Family Day, scrivendo su La Verità condanna il tentativo di Mario Adinolfi che con il Popolo della Famiglia evoca valori non esclusivamente cattolici. La famiglia naturale fondata sul matrimonio, come si esprime la Costituzione all’articolo 29 non è necessariamente cristiana ma ha uno scopo ben preciso, procreare ed educare i figli. Insomma investire in figli e futuri cittadini e lavoratori è interesse della società e dello Stato. Gandolfini non vuole che si pensi ad un partito cattolico o di cattolici e sponsorizza i soliti noti che nei partiti di provenienza poco hanno fatto in difesa dei valori cristiani che forse, se propugnati con convinzione, sarebbero stati condivisi da altri, anche dai laici. I vari Maurizio Lupi, Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello, Simone Pillon, Alessandro Pagano, Antonio Palmieri, Paola Binetti, tutti rigorosamente in neretto nel testo dell’articolo, sono politici impegnati soprattutto a mantenere il seggio a Montecitorio o a Palazzo Madama per tirare a campare incuranti della facile previsione che alla fine tireranno (politicamente) le cuoia. L’importante per loro è durare, non difendere valori. Di questi cattolici la società e la Chiesa, mi perdonerà l’aperturista Monsignor Galantino, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), non ha assolutamente bisogno. Anzi, sono pericolosi perché costituiscono un alibi per la politica senza valori che si arrende alle Bonino ed ai Cappato di turno. “Cattolici” che a parole definiscono “non negoziabili” principi che in nessun modo tutelano per assoluta mancanza di idee e incapacità di proposta.

23 febbraio 2018

 

 

Il Ministro Madia evita il confronto con i dirigenti pubblici

di Salvatore Sfrecola

 

Marianna Madia, Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, attesa alla tavola rotonda organizzata dalla Confedir (Confederazione autonoma dei dirigenti, quadri e direttivi pubblici), per un confronto con i partiti su “Riforme e rinnovo dei contratti”, non si è fatta viva. Ha preferito dare forfait, consapevole del fatto che la dirigenza delle pubbliche amministrazioni è fortemente critica con le riforme da lei volute, “fallite o mai nate”, perché bocciate dalla Corte costituzionale, come ha detto aprendo i lavori il Prof. Michele Poerio, Segretario generale della Confedir, il quale ha insistito sull’esigenza che il futuro governo valorizzi le professionalità della dirigenza amministrativa riconoscendole il ruolo che la Costituzione all’art. 98 le assegna, quella di essere “al servizio esclusivo della Nazione”, non del politico di turno, ministro, sindaco, assessore. Perché lo spoil system dissennato, sul quale si è esercitato soprattutto il governo di Matteo Renzi, di fatto ha condizionato l’attività dei dirigenti in quanto la nomina e la conferma sono esclusivamente in mano alla politica che li sceglie secondo criteri che quasi mai corrispondono alla loro esperienza e professionalità, ma alla vicinanza alla politica. Come nel caso delle agenzie fiscali, delle quali ho scritto ripetutamente, che dalla loro costituzione non hanno indetto concorsi ma hanno dirigenti “incaricati”, quindi precari, in violazione financo della sentenza della Corte costituzionale la quale aveva ribadito che nel nostro ordinamento la regola delle assunzioni nel pubblico impiego e quella del concorso.

C’è, poi, il tema scottante delle retribuzioni. “Lo Stato negli ultimi otto anni – ha detto il Prof. Poerio – ha risparmiato dodici miliardi di euro grazie al blocco del contratto dei dipendenti pubblici, dato certificato dalla Ragioneria generale dello Stato”. Nel corso della tavola rotonda sono intervenuti Luciano Ciocchetti (Noi con l’Italia), Loredana De Petris (Liberi e Uguali), Stefano Fassina (Liberi e Uguali) Mauro Vaglio (Movimento 5 Stelle) e Paola Maria Zerman (Popolo della Famiglia). Tutti hanno convenuto sulla necessità che Governo e Parlamento mettano mano ad una riforma che riconosca il livello di professionalità dei dirigenti pubblici abolendo il ruolo unico voluto dalla Madia, con evidente sottovalutazione delle specificità proprie di settori importanti delle pubbliche amministrazioni rispetto alle quali le esperienze maturate dai dirigenti costituiscono un apporto indispensabile.

Nel corso della tavola rotonda è stata anche denunciato l’errore gravissimo della abolizione del Segretario comunale, una garanzia preziosa di legittimità ed efficienza dell’azione amministrativa negli enti locali, come ha sottolineato la senatrice De Petris, richiamando la sua esperienza di assessore al Comune di Roma. Sulla necessità di semplificare le procedure per venire incontro alle esigenze delle persone e delle imprese, in vario modo affrontato da tutti, si è soffermata in particolare Paola Zerman, avvocato dello Stato, la quale, tornando sulla scelta dei dirigenti, ha criticato l’eccessivo ricorso ad estranei alla pubblica amministrazione, con evidente mortificazione dei funzionari in servizio nell’area quadri, fondamentale ma trascurata in tutte le riforme.

L’invito del Prof. Poerio alla politica a “fare chiarezza sui programmi in merito alle possibili soluzioni che intende adottare per il miglioramento della PA e del contratto” è stato accolto da tutti i presenti. Speriamo che alle promesse seguano i fatti, si è augurato Pietro Paolo Boiano, Segretario Generale Aggiunto della Confedir, mentre Arcangelo D’Ambrosio, Segretario generale della DIRSTAT ha consegnato ai partecipanti un documento sulle “verità nascoste” sulle pensioni, contestando, in particolare, la misura delle ritenute sulle retribuzioni, pari al 33% a fronte del 19,6% della Germania, del 16,7% della Francia, del 28,3% della Spagna.

 

 

 

Morto Giuseppe Galasso, lo storico repubblicano che piace ai monarchici

di Salvatore Sfrecola

 

Non deve stupire se, alla notizia della morte di Giuseppe Galasso, sulla soglia dei 90 anni, il sito dell’Unione Monarchica Italiana lo ricorda come un grande storico, “mai di parte”. Perché in effetti Giuseppe Galasso, certamente repubblicano ed esponente del P.R.I., partito per il quale è stato consigliere e assessore comunale di Napoli, poi deputato al Parlamento e Sottosegretario ai beni culturali e ambientali (a lui si deve la legge n. 431 del 1985 per la protezione del paesaggio, detta, appunto, “legge Galasso”), è stato uno storico di raro equilibrio, mai “di parte”, come molti che, per convinzione o per convenienza, si sono schierati, magari per farsi strada nelle università. E così, con la lente dei partiti, hanno letto fatti e personaggi della storia italiana, soprattutto di quella più recente. Come dimostrano i toni del dibattito che in questa stagione hanno riguardato la polemica Fascismo-Antifascismo.

Uomo del Sud, Galasso è stato protagonista della cultura della sua terra. Ha iniziato con una borsa di studio dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, di cui sarebbe divenuto successivamente segretario, ed ha terminato la sua esperienza accademica insegnando storia moderna presso l’Università Federico II, nella quale è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. Ha tenuto la medesima cattedra presso l’Istituto Suor Orsola Benincasa. In precedenza aveva insegnato nelle Università di Salerno e Cagliari.

Presidente della Società napoletana di storia patria, ha ricevuto la Medaglia d’oro come benemerito della cultura e dell’arte e, nel 2005, il “Premio speciale della Cultura” della Presidenza del Consiglio dei Ministri  per la sezione “Storia”.

Numerose le opere che lo hanno fatto conoscere non solo agli studiosi ma al grande pubblico degli appassionati di storia. A cominciare da la Storia d’Europa, edita da Laterza per continuare con gli studi che hanno riguardato l’Italia meridionale. Qualche esempio: Mezzogiorno medievale e moderno; Dal Comune medievale all’Unità. Linee di storia meridionale; Napoli spagnola dopo Masaniello. Politica Cultura Società; Potere e istituzioni in Italia. Dalla caduta dell’Impero romano ad oggi; Il Mezzogiorno nella storia d’Italia. Lineamenti di storia meridionale e due momenti di storia regionale; L’Italia come problema storiografico; Storia del Regno di Napoli (1266-1860), 6 volumi; Italia nazione difficile. Contributo alla storia politica e culturale dell’Italia unita; L’Italia moderna e l’unità nazionale (con Luigi Mascilli Migliorini); L’Italia nuova. Per la storia del Risorgimento e dell’Italia unita, 7 volumi; Storia della storiografia italiana. Un profilo.

Crociano di formazione, del grande filosofo e storico di Pescasseroli ha curato la riedizione delle opere per la casa editrice Adelphi.

È stato anche – e forse lì è la ragione della simpatia dei monarchici – un grande stimatore di Camillo Benso di Cavour, il grande statista che ha avuto un ruolo centrale nella formazione dello Stato unitario. Che anche noi ricordiamo con le parole del Cancelliere austriaco Clemente Lotario di Metternich: “in Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il Conte di Cavour”.

Di Cavour Galasso scrive nella prefazione all’“Autoritratto” di Camillo Benso di Cavour (BUR 2010), nel quale lettere, diari, scritti e discorsi del grande statista sono presentati con straordinaria comprensione del contesto storico. A cominciare dal perimetro istituzionale nel quale il Conte si muoveva, persuaso che lo Statuto Albertino racchiudesse “tutti i più grandi principii delle libere costituzioni”, in quanto “consacra fra noi tutti i diritti di cui godono tutte le nazioni più incivilite”, come scrisse il 10 marzo 1848, all’indomani della promulgazione della Carta fondamentale del Regno, in un articolo per “Risorgimento”, il giornale sul quale avrebbe condotto le grandi battaglie per l’unità d’Italia e il riordinamento dello Stato.

Di Cavour lo storico napoletano apprezza soprattutto il fatto che parlasse e scrivesse, già nel 1847, dell’“Italia considerata come un solo paese”, un discorso unitario all’epoca non frequente neppure a proposito dell’economia della penisola. Ed un anno prima aveva scritto su la “Revue Nouvelle” di Parigi del ruolo unificante delle ferrovie. Non solamente dal punto di vista interno, ma nella prospettiva dello sviluppo economico di un’Italia protesa verso l’oriente, vicino e più lontano (diceva della Cina), in ragione della posizione geografica della penisola, un promontorio nel Mediterraneo, e dei suoi porti, Palermo e Napoli, capaci di convogliare le merci provenienti dall’Europa. Una visione modernissima che Galasso sottolinea come espressione della visione politica dello statista piemontese, con adesione piena e convinta ai principi del liberismo economico, del mercato e della concorrenza, nemico degli stati che mantenevano un sistema “protettore” o “ultraprotettore”.

Ed a proposito dell’impegno politico di Cavour, Galasso si chiede: “ha corrisposto l’Italia unificata da Cavour a quelli che poterono essere i suoi propositi e le sue speranze? È nata l’Italia libera, moderna, progredita sulla linea dell’Europa più avanzata, che egli auspicava? Si è formato uno Stato efficiente, bene strutturato, equilibrato fra esigenze pubbliche e private, collettive e individuali, liberiste e sociali, forte ma giusto nell’ordine e nella giustizia?” Risposte affermative, scrive Galasso, “sarebbero poco credibili già in via di principio”. Ma “le risposte negative sarebbero, tuttavia, sicuramente errate”. Questo è Giuseppe Galasso, storico per nulla condizionato dalle sue idee politiche, consapevole del valore dell’unità nazionale raggiunta nel Risorgimento. Per cui, di fronte ad alcune letture critiche delle annessioni al Regno di Sardegna in attesa che divenisse d’Italia, non ha dubbi che siano un errore, anche quando si debba riconoscere che non tutto andò per il verso giusto. E il 13 luglio 2015 scrive sul Corriere della Sera che gli “appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno”.

Insieme all’attività accademica e politica Galasso è stato un editorialista molto apprezzato per i suoi scritti su quotidiani e periodici nazionali, da Il Mattino al Corriere della Sera, La Stampa, L’Espresso. Le sue parole hanno sempre lasciato un segno nelle menti più attente.

Da appassionato di storia sentirò la mancanza di Giuseppe Galasso. Ed è certo che non sarò il solo.

15 febbraio 2018

 

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

Come è stato scritto che dopo la grande guerra 1914-1918 “nulla fu come prima” a complemento di questo ciclo storico , non bisogna dimenticare oltre agli altissimi costi umani, altre importanti conseguenze i cui effetti durarono decenni e coinvolsero tutti i paesi belligeranti. Su questo tema parlerà

 

Domenica 18 febbraio, ore 10.30

 

il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola,-Presidente Associazione Italiana

Giuristi di Amministrazione:

“I costi umani e finanziari della Grande Guerra”

 

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”

 

 

 

Votare è un dovere, astenersi un errore

di Salvatore Sfrecola

 

Nelle conversazioni che hanno ad oggetto la campagna elettorale in vista del voto del 4 marzo accade spesso di sentire, da giovani e meno giovani, una sorta di rifiuto del voto, in ragione di una diffusa disaffezione provocata da una classe politica ritenuta, quanto meno, inadatta al ruolo. Conta molto in queste valutazioni la percezione del disagio che vivono vaste aree della popolazione, le difficoltà delle famiglie, soprattutto di quelle numerose, la diffusa insicurezza, in gran parte dovuta all’immigrazione incontrollata, la pesante tassazione che colpisce ogni genere di attività economica, la disoccupazione che penalizza i giovani, spesso costretti a cercare lavoro all’estero, risorse preziose che abbandonano il nostro Paese. Poi la evidente incapacità della scuola di formare, le diffuse inefficienze della sanità che in alcune regioni denunciano gravi ritardi nelle liste di attesa e non poche disfunzioni, soprattutto in Italia meridionale, come ci informa spesso la stampa.

Si aggiungono i problemi del sistema pensionistico che non tutela le persone più modeste per le quali, infatti, un po’ tutti i partiti propongono aumenti.

Promesse, promesse, promesse di quanti, al governo, avrebbero potuto fare quanto oggi promettono. E questo, ovviamente, è un motivo di insoddisfazione e di distacco dalla politica. Il balletto delle promesse con le quali i partiti s’inseguono a vicenda non lasciano certo indifferenti gli italiani e indubbiamente alimentano il rifiuto del voto. Che sembra diffuso in alcuni ambienti, anche intellettuali. Come nel caso di Giampaolo Pansa, battagliero polemista che oggi scrive su La Verità il quale, senza mezzi termini, ha affermato che si asterrà come gli “italiani onesti e disgustati da una Casta politica che fa vomitare”.

Preoccupa non tanto il giudizio, quanto la scelta di non deporre la scheda nell’urna. Perché votare è un dovere, civico e morale per tutti i cittadini, in particolare per quanti, come Pansa hanno dedicato la vita ad un impegno civile coraggioso. Astenersi è comunque un errore, politico e civico. Non per un obbligo formale. Nel definire il testo dell’art. 48 della Costituzione, secondo il quale il voto “è un dovere civico”, i costituenti vollero che tutti si sentissero coinvolti delle scelte. Tanto che la legge elettorale nel 1948 aveva stabilito, in caso di non voto, che il cittadino si giustificasse dinanzi al suo sindaco, con la conseguenza che se i motivi non fossero stati giudicati idonei sarebbe stata applicata la sanzione, sia pure simbolica, dell’iscrizione in un elenco esposto al pubblico nella “casa comunale” per trenta giorni. E in aggiunta la menzione “non ha votato” da mantenere per un periodo di cinque anni nel certificato di “buona condotta”. Nel frattempo quel certificato non si rilascia più, in quanto sono state abrogate le norme che attribuivano la competenza al Sindaco. Ne sarebbe lieto Mario Vinciguerra, storico e giornalista, che ne aveva scritto ne “Il voto obbligatorio nel paese dei balocchi”, nel quale narrava le sue disavventure nel vano tentativo di farsi apporre quell’annotazione sul certificato. Si era rivolto al suo sindaco e, infine, alla Procura della Repubblica, immaginando financo un reato di omissione, suo per non aver votato e del sindaco per non aver provveduto ad apporre la dicitura prevista. Riferisce che nessuno lo aveva ascoltato e che tutti si erano infastiditi per la sua insistenza.

Votare è necessario e utile, non solamente quando troviamo sulla scheda elettorale il simbolo del “nostro” partito e il nome del candidato che stimiamo e che vorremmo vedere deputato o senatore. La democrazia vive di scelte pro o contro un partito o un programma. Se non c’è quello che vorremmo la partecipazione si manifesta nel senso di ostacolare il partito o la persona (in caso di collegio uninominale) lontano dalle nostre idee. Un po’ come nel ballottaggio, che semplifica il confronto limitandolo ai due candidati più votati. È accaduto ovunque, nelle più recenti elezioni amministrative a Roma ed a Torino, dove gli elettori che aveva votato i candidati rimasti fuori dal ballottaggio si sono schierati da una parte o dall’altra.

Altri si sono astenuti. Ma anche astenersi è, in fin dei conti, una scelta, che peraltro consegniamo a quanti hanno espresso la preferenza per un partito o un candidato. E molto spesso significa contribuire a far prevalere chi non avremmo voluto.

Astenersi , dunque, è in ogni caso un errore. Gli italiani “onesti e disgustati” da questa classe politica, per ripetere la frase con la quale Pansa ha annunciato la sua volontà di non votare, devono dire la loro. In tempi di prima repubblica Indro Montanelli invitò quegli italiani ad andare ai seggi turandosi il naso. È un invito valido ancora oggi. Tutti possiamo farci un’idea, quantomeno per dire no ad un partito o ad un candidato, tra quelli che presentano in questi giorni le promesse più varie senza preoccuparsi di dimostrare in qualche modo se siano utili ed effettivamente realizzabili, bilancio mano. Intanto vanno scartati partiti e uomini che, avendo potuto fare quel che oggi promettono non lo hanno fatto quando hanno gestito il potere, al Governo o in Parlamento.

C’è, poi, da mettere in conto i valori, lo Stato, la Famiglia, la Giustizia, la Sicurezza. Chi li ha difesi, chi li ha traditi? Chi è credibile per la propria storia personale e professionale? Insomma, gli elementi per scegliere pro o contro ci sono. Basta individuare simbolo e nome e metterci una croce sopra.

7 febbraio 2018

 

9 maggio 1946 – Umberto di Savoia da Luogotenente a Re d’Italia

di Domenico Giglio

 

Premessa

La scomposta reazione dei ministri repubblicani nel governo De Gasperi, dei loro partiti e dei loro giornali alla notizia, il 9 maggio 1946, della abdicazione di Vittorio Emanuele III, con accuse di “tradimento”, della “ultima fellonia dei Savoia”, come intitolò l’ Unità, della “rottura della “tregua istituzionale” e simili, dimostrano che la assunzione al trono del Principe Umberto avrebbe senza dubbio giovato alla causa monarchica. E’ infatti ridicolo ed assurdo che coloro i quali, due anni e più prima avevano richiesto pretestuosamente, preteso, intimato, l’abdicazione del Re, dallo stesso, all’epoca, giustamente respinta, la ritenessero adesso una scorrettezza ! E che l’abdicazione potesse giovare alla Monarchia, fu anche recepita dalla stampa estera, come il caso del giornalista inglese Martin Moore che sul “Daily Telegraph”, scrisse:” La reazione della stampa di sinistra al momento dell’abdicazione dimostra che quei partiti ne temono gli effetti”.

In realtà, come lo stesso Umberto ebbe a precisare nel suo messaggio di saluto agli italiani, nulla cambiava in merito alle sue prerogative ed agli impegni presi, se non questa, apparentemente ininfluente, modifica nelle Leggi e nei Decreti, che gli stessi ora fossero firmati da Re, e non più dal Luogotenente, anche se questo Re, non lo era più “per grazia di Dio e volontà della Nazione”. Era però la figura di Umberto a risaltare e ad assumere quel carisma che, storicamente, accompagnava la figura dei Sovrani, per cui da quel momento i monarchici, che ad esempio, a Roma, accorsero in folla, ad acclamarlo in piazza del Quirinale, potevano gridare la loro convinzione, che era anche una fede, con le parole “Viva il Re”.

A questo punto viene spontanea una domanda. Perché questo anziano Sovrano, Vittorio Emanuele, che aveva amato l’Italia appassionatamente, malgrado la sua apparente freddezza, aveva tardato così tanto a prendere la decisione della abdicazione? Il 5 giugno del 1944 con la istituzione della Luogotenenza, aveva rinunciato, in via definitiva ed irrevocabile ai suoi poteri costituzionali, ma era pur sempre Re e la sua effigie era rimasta, può sembrare banale, ma non lo era, sui francobolli, sulle marche da bollo e simili. L’Italia all’epoca era ancora divisa, dilaniata dalla guerra e Vittorio Emanuele, era quello che ne aveva indicato e promosso la strada della rinascita che voleva attendere come Re. Il 25 aprile, o meglio ancora la successiva data della firma, a Caserta, della resa delle truppe germaniche, poteva essere una data possibile per una abdicazione, ma grondava ancora troppo sangue. Il successivo, 29 luglio, data della sua assunzione al Trono? Allora il primo gennaio 1946, inizio dell’anno che avrebbe visto le elezioni ed il referendum? Nel diario di Falcone Lucifero dobbiamo giungere alla data dell’8 marzo 1946, per trovare un accenno ad una possibile abdicazione, che acquista concretezza solo alla fine di aprile quando, in data 22 aprile è lo stesso Principe Umberto a comunicare riservatamente al Ministro della Real Casa che l’abdicazione sarebbe avvenuta tra il 2 ed il 10 maggio. Nessuno ha dato una motivazione di questo ritardo, per cui accettiamolo per quello che è stato, anche se il rilancio delle motivazioni a favore del mantenimento della Monarchia, avvenuto dopo il 9 maggio, ci fanno ragionevolmente pensare che anche un solo mese in più di effettivo regno di Umberto avrebbe potuto aumentare ulteriormente i consensi, rendendo più difficile od impossibili le manipolazioni referendarie di Romita e le manovre nella magistratura di Togliatti.

Tutta la famiglia del nuovo Re, acquistava così il giusto risalto, sintetizzato nel bellissimo ed unico manifesto stampato per la Monarchia, con la foto della Famiglia Reale nei giardini del Quirinale, e Maria Josè, come Regina acquisiva prestigio ed aumentava simpatie, ed a proposito delle insinuazioni su un preteso “repubblicanesimo” della Regina, solo perché il successivo 2 giugno non volle ritirare la scheda per il “referendum” istituzionale, sempre nel diario di Lucifero, in data 22 aprile vi è la notizia di una festa di beneficenza alla quale la Principessa aveva presenziato con i principini, dove, essendo stata suonata la Marcia Reale, Maria Josè esclamasse: “ Finalmente. Era tanto che non la sentivo !”.

 

Inizio del Regno

Risolti i problemi giuridici con De Gasperi si apriva un periodo di 20 giorni drammatici perché a questo punto, il nuovo Re doveva assolutamente scendere in campo per difendere e riaffermare il ruolo e la funzione della Monarchia, e più precisamente di una Monarchia che rinnovasse i valori con i quali si era affermata nella Italia del Risorgimento, adeguandoli alle mutate condizioni storiche politiche e sociali. E se le giornate, quando era Luogotenente, iniziavano prestissimo alle sei del mattino e si concludevano oltre la mezzanotte per potere assolvere ai compiti istituzionali, visitare i soldati del Regio Esercito e le località via via liberate e ricevere infine tutte le persone che facevano richiesta di incontrarlo, adesso come Sovrano il tempo era ancor più necessario a meno di un mese dalle elezioni, che erano state irrimediabilmente fissate per il 2 e 3 giugno, data che non poteva essere più modificata, anche se molti in campo monarchico, lo richiedevano. E così il 10 maggio, primo giorno di Regno, i Reali alle 7 della mattina ascoltarono la Santa Messa nella Cappella del Quirinale e successivamente si affacciarono al balcone della Reggia per rispondere alle acclamazioni della folla accorsa a festeggiarli, e nello stesso giorno il Re indirizzava al popolo italiano un nobile messaggio.

La modifica della originale legge relativa alla Costituente, con il contemporaneo voto referendario, che oltretutto ricordava i plebisciti che avevano sancito l’adesione degli abitanti dei precedenti stati al Regno costituzionale di Vittorio Emanuele II e suoi successori, dava una precisa motivazione ad una presenza personale del nuovo Sovrano, che scendeva in campo per difendere la sua Casa, in quanto sulla scheda, per la Monarchia, il simbolo scelto era stato lo stemma sabaudo, sormontato dalla Corona. Ben diverso sarebbe stata la posizione del Re se si fossero tenute le sole elezioni per l’Assemblea Costituente, con liste partitiche, dove non era presente un partito monarchico, e quindi qualsiasi suo intervento poteva sembrare una indicazione che avrebbe contrastato con la posizione “super partes”, tipica della istituzione monarchica.

Per il resto in quel periodo l’attività legislativa fu molto ridotta se si eccettua il decreto istitutivo della autonomia della Sicilia, Regione a Statuto Speciale, che veniva a concludere due anni difficili, in cui in Sicilia, si era arrivati a chiedere l’indipendenza, costituendo addirittura un esercito, l’EVIS, con i suoi gradi e gerarchie, e solo con un adeguato contenimento da parte delle forze dell’ordine e dell’esercito, la minaccia secessionistica era stata sconfitta, ma era appunto opportuno tenere conto di queste richieste di autonomia ed inserirle nel quadro unitario così da non metterlo più in discussione. E di questo rinnovato spirito unitario fu testimonianza il successivo referendum istituzionale che vide i siciliani votare a grandissima maggioranza per la Monarchia Sabauda, con punte superiori all’80 per cento in diverse città, a dimostrazione che in uno stato monarchico le autonomie non avrebbero intaccato quella unità attuatasi il 17 marzo 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, e completata poi nel 1866 con il Veneto, nel 1870 con Roma ed infine nel 1918 con Trento e Trieste, raggiungendo i confini storici e geografici.

Fu pure significativa la nomina di Luigi Einaudi, monarchico a viso aperto, già dall’anno precedente, Governatore della Banca d’Italia, a Commissario dell’Istituto della grande Enciclopedia Treccani, che così poteva riprendere il suo cammino storico di vero monumento della cultura italiana.

Abbiamo accennato all’assenza nella competizione elettorale di un partito monarchico, anche se in realtà i due maggiori raggruppamenti esistenti dal 1944, che si richiamavano alla Monarchia Sabauda, il Partito Democratico Italiano di Enzo Selvaggi e la Concentrazione Democratico Liberale di Alberto Bergamini ed Alfredo Covelli, avevano concluso un accordo elettorale, con il nome di Blocco Nazionale della Libertà, e simbolo una “Stella a cinque punte”, senza alcun riferimento visivo sabaudo, presentandosi in quasi tutte le circoscrizioni. In realtà, per completezza di informazione, vi furono alcune liste (Alleanza Monarchica Italiana – voti 30.505; Movimento Democratico Monarchico Italiano – voti 29.916 e Partito Patriottico Monarchico Rinnovatore – voti 11.102) con simboli monarchicizzanti che raccolsero complessivamente 71.523 i voti, disperdendoli senza raggiungere il quorum per la elezione di un deputato, per cui gli unici deputati dichiaratamente monarchici, quali esponenti di partiti o movimenti monarchici furono i 16 del Blocco della Libertà, che aveva avuto 636.489 voti, anche se numerosi furono, purtroppo minoritari rispetto al totale dei “Costituenti”, altri deputati di convinzioni monarchiche eletti nelle liste della Democrazia Cristiana e, particolarmente, della Unione Democratica Nazionale (PLI + Democrazia del Lavoro) e dell’Uomo Qualunque, molti dei quali successivamente entrarono o nel Partito Nazionale Monarchico, sorto all’indomani del referendum, per dare ai monarchici una propria voce partitica, o nella Unione Monarchica Italiana che doveva unire quanti, pur monarchici, ritenevano non dovere lasciare il proprio partito.

 

I venti giorni prima del referendum

Ritornando al Re, dopo, il 14 maggio quando inviò un opportuno messaggio di saluto agli italiani d’America, tramite il diffuso giornale “Progresso Italo-Americano”, diretto da Generoso Pope, in modo che gli stessi scrivessero ai loro parenti in Italia in favore del voto alla Monarchia, iniziarono il 18 le sue visite alle principali città italiane, e caratteristica di queste visite furono i messaggi inviati alla popolazione delle città dove si era recato, con riferimenti storici specifici per ciascuna di queste, di cui il più significativo fu quello di Genova dove si accennava ad un secondo referendum, qualora la maggioranza, eventualmente raggiunta dalla Monarchia fosse stata troppo esigua. Questa promessa rientrava nella mentalità e sensibilità democratica del Re, che riteneva che il nuovo Regno dovesse basarsi su di un largo consenso popolare. Non si doveva infatti dimenticare la precedente esperienza del Regno, dopo il 1861, quando la Monarchia aveva saputo lentamente attrarre nella sua orbita molti repubblicani, per cui, anche un modesto risultato positivo nel 1946 poteva essere seguito da un successivo risultato migliore, sia per il ravvedimento di molti che avevano votato repubblica per disinformazione, sia per il voto delle centinaia di migliaia di italiani che non avevano potuto votare il 2 giugno e che mai, successivamente, furono interpellati in ordine al problema istituzionale. Ragion per cui, anticipando i risultati ufficiali del voto referendario del 1946 ( repubblica -voti 12.717.923; Monarchia – voti 10.719.284), tenendo conto dei voti nulli ( 1.509.735) e di queste centinaia di migliaia di cittadini che non potettero votare, e che assommano ad oltre due milioni, possiamo affermare serenamente che la repubblica, il cui vantaggio ufficiale sul numero complessivo dei votanti (24.946.942), già si era ridotto a soli 244.451 voti, è stata scelta da una minoranza degli italiani!

Oltre alle visite nelle principali città italiane, e al ricevere, al Quirinale tutti coloro che ne facevano richiesta, il primo atto di Umberto II, l‘11 maggio, era stata la richiesta, usuale nella tradizione monarchica all’avvento di un nuovo Re, di un’ampia amnistia politica, militare ed amministrativa che facilitasse la pacificazione interna, ma venne a cozzare con la volontà del Guardasigilli, che era appunto il leader comunista Palmiro Togliatti, il quale frappose tutti i possibili ostacoli, offrendo una ridicola amnistia che, a questo punto, il Re logicamente rifiutò. Si aveva con questo episodio la conferma che avendo subito la presenza nei due dicasteri principali, Giustizia e Interni, di due repubblicani dichiarati, la Monarchia era già condannata, prima ancora del risultato elettorale! Per la storia ricordiamo che quell’ampia amnistia negata ad Umberto II, fu poi predisposta e concessa, dopo il referendum, dalla repubblica.

Come detto le visite iniziarono con la Sardegna, arrivando a Cagliari, il 18 maggio, di prima mattina, proseguendo lungo la strada intitolata a “Carlo Felice” per Sassari ed Alghero, fermandosi brevemente anche a Macomer, per tornare nuovamente la sera a Cagliari accolto da una grande manifestazione di entusiasmo popolare. Sia in queste sue prime visite, sia in quelle successive nulla avevano fatto le autorità prefettizie per dare notizia della visita alla popolazione, per cui il radunarsi delle folle fu sempre spontaneo. Nel caso della Sardegna si deve ricordare anche l’interessamento del Re, che volle visitare le zone colpite da una impressionante invasione di cavallette, intrattenendosi con operai e gente del luogo.

Dove però l’entusiasmo popolare raggiunse il culmine, fu l’indomani, 19 maggio, a Napoli, dove Piazza del Plebiscito non fu sufficiente a raccogliere la folla inneggiante al Re ed a Casa Savoia, dimostrazione di una fedeltà che portò, dopo il referendum, a pacifiche, ma imponenti, manifestazioni monarchiche che la polizia, riempita da Romita con esponenti provenienti da gruppi partigiani di sinistra, stroncò nel sangue, in quelle tragiche giornate che hanno visto cadere, arrossando con il loro sangue le strade di Napoli, undici giovani, il più giovane, Carlo Russo, aveva 14 anni, tra i quali era anche una donna, l’unica non napoletana, ma milanese, Ida Cavalieri, di 19 anni, passati alla storia come “martiri di Via Medina”.

Bisognava però puntare al Nord! Per due anni e più, prima con i giornali “repubblichini”, poi con i giornali ciellenisti il Re, Casa Savoia, la Monarchia erano stati oggetto di una campagna diffamatoria, condotta con una virulenza polemica alla quale solo dopo la Liberazione aveva potuto cominciare ad opporsi qualche voce monarchica, con, ad esempio, il quotidiano “Corriere Lombardo”, diretto da Edgardo Sogno ed “Il mattino d’Italia”, che era praticamente quello che l’Italia Nuova aveva rappresentato a Roma e nel Mezzogiorno, per cui la presenza del nuovo Re rappresentava la prima importante riaffermazione che la Monarchia ancora esisteva, e non era cessata come la avevano definita gli avversari. E la prima città dove recarsi il 22 maggio non poteva non essere per il Re, già Principe di Piemonte, che Torino, capitale del Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna ed infine Regno d’Italia. E di questi motivi storici, dinastici e risorgimentali è composto il proclama lasciato, dopo una giornata che aveva visto Umberto II, visitare la mensa per i poveri, un asilo nido, la Basilica di Superga e la “Consolata” e poi ricevere centinaia di cittadini che, appreso della presenza del Re, volevano salutarlo, e tra questi anche qualche comunista. Il Re, che in questi viaggi era sempre accompagnato, tranne che a Genova, dal Ministro Lucifero, che serviva di collegamento con la autorità, dopo aver predisposto il programma delle visite, non mancò mai di incontrare le massime autorità ecclesiastiche delle città visitate, in molti casi Cardinali, che specie nelle città del Meridione, propendevano per il mantenimento dell’istituto monarchico, storicamente congeniale alle locali popolazioni.

Stanco della giornata torinese o forse per rivedere il luogo dove era nato, Umberto volle recarsi la mattina successiva a Racconigi, per poi rientrare a Roma dove lo attendevano altri visitatori, tra cui alcuni importanti industriali, il che è significativo perché queste persone non si erano fatte vive prima della sua ascesa al Trono, come pure aveva ricevuto l’omaggio dei Senatori del Regno. Questo soggiorno romano durò alcuni giorni che servivano per gli incontri sopra citati ed a Lucifero per gli ultimi tocchi della campagna elettorale monarchica, di cui aveva preso le redini da alcune settimane e per definire il messaggio che avrebbe letto alla Radio, dato che era rimasto insoddisfatto di quanto preparato da collaboratori.

E la mattina del 28 il Re era a Palermo dove fu oggetto di un’altra manifestazione delirante della folla accorsa, stimata in 200.000 persone, come giorni prima a Napoli. Poi visita a due ospedali e forse per ricrearsi lo spirito una corsa a Monreale, per rivedere l’eccezionale mosaico del Duomo. Poi a Trapani e l’indomani a Catania, Messina, sempre accolto da folle numerose e plaudenti, attraversando lo Stretto su di una torpediniera della Regia Marina, per raggiungere Reggio Calabria. E questo entusiasmo, questa folla che si stringeva fisicamente al suo Re, portarono a strappi della giacca e della camicia, come non era avvenuto, né avvenne in seguito per tanti capi partito e per i presidenti della repubblica.

La scadenza elettorale si avvicinava e mancava nel calendario delle visite la più importante città del Nord, Milano, nonché Genova e Venezia. Ed a Genova, il 31 maggio, il Re nel proclama prospettava un secondo referendum come già scritto in precedenza. Proposta e promessa altamente democratica, che non ebbe alcun riscontro nei repubblicani, che mai pensarono ad un secondo referendum, ad esempio, per l’approvazione popolare della nuova Costituzione. L’indomani Milano e Venezia, dove se vi furono applausi, vi furono anche fischi, che erano scontati, ma specie a Venezia dove il Re percorse le calli in un motoscafo vi furono maggiori manifestazioni di simpatia.

Avvicinandosi alla chiusura della campagna elettorale, il 24 maggio, vide ancora una imponente manifestazione monarchica al comizio in Piazza del Popolo, che ebbe tra gli oratori il generale Bencivenga, che era stato il principale esponente della Resistenza a Roma, dopo la cattura e l’uccisione del colonnello Montezemolo. Folla che volle poi salire al Quirinale, ostacolata dalla Polizia, dove Romita, come già detto, aveva immesso migliaia di ex partigiani social comunisti, come documentò il quotidiano “Italia Nuova”, acclamando al Re, che si affacciò al balcone, prima solo, poi con la Regina ed i principini.

Chiuse infine la campagna elettorale per la Monarchia alla Radio, il Ministro Lucifero con un calmo e nobile discorso, ragionato ed obiettivo, in cui venivano tratteggiate le linee di una moderna, rinnovata Monarchia, sempre più aperta al popolo ed ai problemi sociali, come del resto era stata la tradizione sabauda, ed anche il desiderio del Padre, frustrato dall’atteggiamento miope e controproducente dei socialisti, incapaci di imboccare la strada del riformismo e della collaborazione governativa, come era accaduto in altri stati monarchici, con vantaggio delle classi lavoratrici.

 

Il referendum

La data stabilita era il 2 con prosecuzione nel giorno successivo, 3 giugno, fino alle ore 12, dopo di che sarebbe iniziato lo spoglio delle schede, cominciando da quelle del referendum istituzionale. La Regina votò il 2 e non avendo ritirato la scheda del referendum fu quasi accusata di essere repubblicana, non comprendendone la signorilità del gesto, lo stesso che la mattina del 3, avrebbe fatto il Re, che non intendeva votare per sé stesso, sempre per quella superiore visione di imparzialità e disinteresse personale che lo aveva contraddistinto nei due anni di Luogotenenza.

Adesso si entra nelle vicende del conteggio dei voti, con una lettera iniziale del 4 giugno, di De Gasperi a Lucifero, attestante una maggioranza monarchica, che l’indomani 5 giugno, veniva ribaltata, con un vantaggio per la repubblica, di due milioni di voti, ormai incolmabile. Di fronte a questi risultati il Re prese una amara decisione, altrimenti inspiegabile, di far partire da Napoli per il Portogallo, la Regina ed i principini sull’incrociatore “Duca degli Abruzzi”, che, un mese prima aveva portato in esilio, in Egitto, il Re Vittorio e la Regina Elena, che, per la storia, furono accolti regalmente dall’allora Re Farouk, prendendo residenza in una modesta villetta, denominata “Villa Jela” (nome di Elena in montenegrino ). Ed in questa villa ad Alessandria d’Egitto, si spense il successivo 28 dicembre 1947, il Re Vittorio Emanuele, avendo, sempre grazie alla signorilità di Farouk, funerali imponenti, con l’esercito egiziano schierato, presenti i Reali di tutte le maggiori famiglie, oltre logicamente al Re Umberto ed i Savoia, per essere tumulato in una semplice tomba nella Chiesa di Santa Caterina da dove, dopo settant’anni, rientrato il feretro in Italia, è stato accolto nel Santuario di Vicoforte, opera di un suo avo, Carlo Emanuele I.

Sempre in questa giornata il Re ritenne di dover lasciare in deposito nel caveau della Banca d’Italia le gioie della Corona, con la scritta “a chi di dovere”, atto ancora una volta di una estrema signorilità perché, obiettivamente, appartenevano a Casa Savoia, come esclamò Einaudi, presente quale Governatore, “ma perché non se le porta via. E’ tutta roba sua”, gioie che Lucifero scrive “…io vedo per la prima volta e che sono davvero meravigliose: valgono più di un miliardo”.

Tornando alle vicende post referendarie inizia qui il drammatico scontro tra il Re, che vuole il rispetto della legalità democratica e che tutto si svolga regolarmente, con il controllo della Corte Suprema di Cassazione, cui per legge spettava il controllo finale dei risultati, ed il Governo, in cui la quasi totalità dei ministri repubblicani, ritiene oramai decisa la vittoria repubblicana e legittimo il risultato, e non vede cosa aspetti il Sovrano a lasciare anche lui l’Italia. Ma il 7 giugno alcuni politici di parte monarchica, in primo luogo Enzo Selvaggi, ed alcuni giuristi di Padova trovano che alle cifre esposte da Romita, manca qualcosa di molto importante e cioè il numero totale dei “votanti”, come scritto nelle legge, sul quale calcolare la effettiva maggioranza dei voti e da qui nascono i ricorsi alla Corte di Cassazione sul significato di “votante”, mentre giungono alla stessa centinaia di ricorsi su singoli fatti avvenuti nelle sezioni prima e durante gli scrutini. Il Re che deve consultarsi con i suoi consiglieri, divisi tra i fautori della maniera “forte” nei confronti del Governo e quelli più propensi a soluzioni diplomatiche, divisione di punti di vista che durerà fino alla scelta del 13 giugno, si reca in una visita già definibile di “commiato”, la sera del 7, alle 19,30, in Vaticano, da Pio XII. L’incontro privato di trenta minuti, ha ormai solo un carattere protocollare ed il Pontefice, accomiatandosi dal Re ha per Lui nobili parole, “E’ nel segno del rispetto della legge divina ed umana, che Vostra Maestà troverà, in questi giorni amarissimi, la giusta strada, secondo le tradizioni della sua Casa”, ma che ormai non possono portare ad alcun risultato pratico. E di questo carattere privato e politicamente inutile la controprova è nel diario di Lucifero che alla data del 7 non ne fa alcun accenno, avendo avuto invece incontri importanti, fra i quali quello con Massimo Pilotti, Procuratore Generale della Cassazione.

La Chiesa infatti si era mantenuta piuttosto equidistante sul problema referendario anche se fra le righe del messaggio papale poteva scorgersi una certa contrarietà a cambiamenti istituzionali, ma era abbastanza noto che i due maggiori collaboratori del Pontefice, i monsignori Montini e Tardini, fossero uno più propenso alla soluzione repubblicana e l’altro al mantenimento della Monarchia. Del resto nessuna pressione era stata esercitata sul partito democratico cristiano che si era pronunciato nel suo congresso prima del referendum a maggioranza degli iscritti (circa un milione) particolarmente i giovani ed i maggiorenti del partito, per la repubblica, maggioranza che non corrispose a quella dei suoi elettori che furono 8.083.208 (ottomilioniottantatremiladuecentootto) dei quali la stragrande maggioranza votò per la Monarchia.

Nella giornata dell’8 giugno da parte del Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, Tullio Benedetti, che era stato eletto alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà, viene inviata una lettera all’ammiraglio Stone per sottolineare la irregolarità del referendum, ma la lettera rimane senza risposta. Gli anglo-americani pilatescamente si lavano le mani circa le vicende elettorali ed a nulla pure giova un incontro del generale Infante sempre con Stone, malgrado una amicizia personale tra i due militari. La Monarchia, abbandonata anche da generali spergiuri e da una parte della nobiltà, da sola aveva affrontato la battaglia referendaria e sola era anche adesso, con il solo popolo, altrimenti non si spiegherebbero i milioni di voti ottenuti, mentre i “poteri forti” nazionali ed internazionali avevano parteggiato per la repubblica, facendo in particolare, per quelli nazionali, della Monarchia il “capro espiatorio” delle loro colpe ben maggiori, per cui, come scrisse un grande giornalista liberale, Manlio Lupinacci, “la Monarchia non è stata sconfitta, è stata tradita”. Del resto gli americani erano fondamentalmente e storicamente contrari alle monarchie e nel Regno Unito, dal 1945, non vi era al governo Churchill, di cui conosciamo i lusinghieri giudizi sulla figura di Umberto, battuto alle elezioni dal laburista Attlee.

Queste manovre di esponenti del governo sulla magistratura per affrettare la proclamazione della repubblica, con pressioni e motivazioni menzognere sul Presidente Pagano portano ad una riunione ufficiale della Corte Suprema di Cassazione, il pomeriggio del 10 giugno, a Montecitorio nella Sala della Lupa, ma il Presidente Pagano si limita alla lettura dei dati pervenutigli, con i voti attribuiti alle due forme istituzionali, rinviando ad una successiva seduta i dati definitivi. Questa lettura provoca un grande scorno nel campo repubblicano e dà motivo al Re, di attendere, sempre sereno e fiducioso, la seconda riunione, da tenersi dopo l’esame delle contestazioni, delle proteste, dei reclami e dei ricorsi.

Il Guardasigilli Togliatti non era stato però in tutti i mesi precedenti con le mani in mano per cui la Suprema Corte aveva già, al suo interno, una parte “governativa”, guidata dal Consigliere Brigante, e di questo si sarebbe avuta la prova in occasione della discussione del ricorso sul numero dei votanti, quando contro il parere espresso dal Procuratore Generale, 12 consiglieri votarono contro l’accoglimento dei ricorsi e solo sette, compreso il Presidente Pagano, a favore. Perciò si doveva mettere il Re di fronte al “fatto compiuto”, e dal 10 al 12 giugno si susseguono tra il Presidente del Consiglio, De Gasperi, Lucifero ed il Re incontri e scontri, per costringerLo a partire, tanto che il Re, in quella che sarebbe stata l’ultima notte in territorio italiano, pernottò in una abitazione privata, a via Verona 3, raggiungibile solo attraverso il generale Graziani, dopo essere stato a cena a casa dell’amico giornalista Luigi Barzini, circostanza che denota la tranquillità del Re che non immaginava quanto stava avvenendo nel Consiglio dei Ministri. Ed il Ministro Lucifero quando si reca da Lui il 13 mattina alle 8,30, con il comunicato del Governo che proclamava De Gasperi, quale Presidente del Consiglio, nuovo capo dello stato, facendo del Sovrano un privato cittadino, trova il Re già al corrente, perché avvertito dal Barzini, così da questa ora iniziano, per terminare alle 15,30 le sette ore più drammatiche della vita del Re e della moderna storia d’Italia.

 

Epilogo

In queste ore infatti si decide se e come reagire alla decisione del Governo, presa alle 2 di notte, con il voto unanime del Consiglio dei Ministri, eccettuato il voto del liberale Leone Cattani, Ministro dei Lavori Pubblici, e l’astensione di De Courten, ministro della Marina, che si riteneva ministro tecnico. Si scontrano nuovamente i fautori di una risposta forte, che già il Re in precedenza aveva respinto perché avrebbe portato fatalmente alla guerra civile, che per il Sovrano, e lo era stato anche per il Padre in occasione di determinate decisioni (firma cosiddette leggi razziali ed entrata in guerra nel 1940, che ora ipocritamente gli vengono rinfacciate), significava un trono macchiato di sangue e la rottura dell’unità nazionale che era stata raggiunta proprio con e grazie alla Casa Savoia. A queste considerazioni storico politiche si aggiungeva la profonda fede religiosa di Umberto alieno dalla violenza ed il suo senso di responsabilità ed umanità, perché fossero evitati nuovi morti.

Le quattro alternative erano le seguenti: dimettere il Ministero ribelle e nominarne uno nuovo; tacere ed andare avanti come se nulla fosse accaduto; rimanere protestando; protestare e partire. Il Re respinse subito i primi due, mentre ci si soffermò sul terzo, in quanto alcuni consiglieri ritenevano che il Re, con la sua sola presenza in Roma poteva esercitare una influenza morale sulla Corte di Cassazione, essere cioè l’unica vera forza per coloro che intendevano rispettare la legge. Anche questa ipotesi fu però scartata per cui rimase l’ultima e fu questa che il Re scelse. Si apriva però il problema di una legittima protesta e quindi della stesura del proclama che partendo, Umberto II, avrebbe indirizzato alla nazione. Proclama alto e preciso nella rivendicazione dei diritti calpestati, ma netto altrettanto nell’invito ai monarchici di astenersi da qualsiasi atto di rivolta verso le nuove istituzioni.

I consiglieri del Re in questa ultima mattina furono, come già in precedenza, il giurista Carlo Scialoia, il senatore Alberto Bergamini ed i politici Enzo Selvaggi e Roberto Lucifero, che insieme con Bergamini erano stati eletti alla Costituente nel già citato Blocco della Libertà, e, logicamente il Ministro della Real Casa. I “politici” erano per una risposta forte e fino all’ultimo pregavano il Re, “Maestà non parta”, ma, tenuto conto della volontà del Sovrano, addivennero alla stesura di quel messaggio agli italiani, dove, dopo una prima bozza in cui si definiva l’atto del Governo, come un “colpo di stato”, si affermava egualmente chiaro e forte che si era trattato di “un gesto rivoluzionario, unilaterale ed arbitrario”, che aveva posto il Re nella alternativa da Lui rifiutata “di provocare spargimento di sangue”. Così Umberto II compiva, con la partenza per l’esilio un “sacrificio nel supremo interesse della Patria”, ma elevava al tempo stesso una ferma protesta contro la violenza perpetrata. Ma a questa protesta il Re faceva seguire, coerente con la nobiltà del suo atteggiamento tenuto dal 5 giugno del 1944, un invito ai monarchici di continuare ad operare per il bene della nazione, sciogliendo infine, quanti lo avevano prestato, dal giuramento di fedeltà al Re, ma non alla Patria.

Così, alle ore 16,09 del 13 giugno, il velivolo “S.M.95”, ovvero un “Savoia Marchetti”, con a bordo Umberto II, si levava in volo, dall’aeroporto di Ciampino, e contemporaneamente veniva ammainata la bandiera tricolore con scudo sabaudo e corona reale, dalla Torre del Quirinale.

 

Considerazioni finali

Solo oggi dopo 72 anni si può capire e constatare che, ammainando quella bandiera, che era quella del Risorgimento e della Unità Nazionale, non si ammainava un pezzo di stoffa, ma un insieme di valori dalla fedeltà, all’onore, all’amor di Patria, alla lealtà, al senso del servizio verso lo Stato ed il Sovrano, allo spirito unitario e nazionale, che avevano accompagnato prima l’ascesa dell’Italia, ed allora, anche dopo lutti e dolori della guerra, già ne stavano accompagnando la ripresa, della quale aveva posto le basi il vecchio Re, ed ora stava proseguendo il nuovo Sovrano, come, tardivamente, ed in molti casi, ipocritamente, riconobbero anche gli avversari.

 

appendici:

Proclama al popolo italiano in occasione dell’assunzione al trono – 10 maggio 1946-

 

“Italiani!

il mio Augusto Genitore, effettuando il proposito manifestato da oltre due anni, ha abdicato al trono nella fiducia che questo Suo atto possa contribuire ad una più serena valutazione dei problemi nazionali nella pace imminente. Nell’assumere da Re quegli stessi poteri che ho esercitato come Luogotenente Generale, ho la piena consapevolezza delle responsabilità e dei doveri che mi attendono.

Fiero e commosso ricordo i Caduti della lunga guerra, i Morti nei campi di concentramento, i Martiri della liberazione e rivolgo il mio pensiero agli italiani della Venezia Giulia e delle terre d’oltremare che invocano di rimanere cittadini della Patria comune, ai prigionieri di cui aneliamo il ritorno, ai reduci a cui dobbiamo ogni riconoscenza, a tutte le incolpevoli vittime della immane tragedia della Nazione.

La volontà del popolo espressa nei comizi elettorali determinerà la forma e la nuova struttura dello Stato, non solo per garantire la libertà del cittadino e l’alternarsi delle parti al potere, ma per porre altresì la Costituzione al riparo da ogni pericolo e da ogni violenza, Nella rinnovata Monarchia costituzionale, gli atti fondamentali della vita nazionale saranno subordinati alla volontà del Parlamento, dal quale verranno anche le iniziative e le decisioni per attuare quei propositi di giustizia sociale che, nella ricostruzione della Patria, unanimi perseguiamo. Io non desidero che essere primo fra gli Italiani nelle ore dolorose, ultimo nelle liete, e nelle une e nelle altre restare vigile custode delle libertà costituzionali e dei rapporti internazionali che siano fondati su accordi onorevoli ed accettabili.

Italiani!

Mentre nel mondo sussistono divergenze e divisioni e affannosamente si ricerca la via della pace, diamo esempio di concordia nella nostra Patria martoriata, con quella tolleranza che ci è suggerita dalla nostra civiltà cristiana. Stringiamoci tutti intorno alla Bandiera sotto la quale si è unificata la patria e quattro generazioni di italiani hanno saputo laboriosamente vivere ed eroicamente morire.

Davanti a Dio giuro alla nazione di osservare lealmente le leggi fondamentali dello Stato che la volontà popolare dovrà rinnovare e perfezionare. confermo altresì l’impegno di rispettare, come ogni italiano, le libere determinazioni dell’imminente suffragio che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria

UMBERTO

 

Messaggio del Re Umberto II all’atto della partenza - 13 giugno 1946-

 

Italiani!

Nell’assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima, e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. Eguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione,alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum. Di fronte alla comunicazione dei dati provvisori e parziali fatti dalla Corte Suprema, di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli ; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancor ieri, ho ripetuto ch’era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta.

Improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale ed arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.

Italiani!

Mentre il Paese da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore ed altre lacrime siano risparmiate al popolo che già tanto ha sofferto.Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola ; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il Governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare nuovi lutti e nuovi dolori.

Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta: protesto nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio ed ogni sospetto.A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l’esortazione a volere evitare l’acuirsi dei dissensi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gtavi le condizioni del trattato di pace, Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia patria.

Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà del Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia ed il mio saluto a tutti gli Italiani.

Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.

Viva l’Italia

Roma, 13 giugno 1946

UMBERTO

 

BIBLIOGRAFIA:

1 ) Italicus (Ezio Saini), Storia segreta di un mese di Regno, edizioni “Sestante”, Roma, 1947

2) Falcone Lucifero, L’ultimo Re –Diari del Ministro della Real Casa 1944-1946, Mondadori, Le Scie, ottobre 2002

3) Vittorio Prunas Tola e Niccolò Rodolico, Libro azzurro sul referendum, Superga, 1963

4) Ludovico Incisa di Camerana, L’ultimo Re – Umberto II di Savoia e l’Italia della Luogotenenza, Garzanti, Milano 2016

5) Gianni Oliva, Umberto II. L’ultimo Re, Mondadori, Milano 2000

6) Aldo A.Mola, Declino e crollo della Monarchia in Italia, Mondadori, Le Scie, 2006

7) Giovanni Artieri, Cronaca del Regno d’Italia – volume II, Mondadori, Milano, 1978

8) Giovanni Artieri, Il Re, Edizioni del Borghese, Milano 1959 (il libro a cura di P. Cacace e F. Perfetti è stato ripubblicato con il titolo Umberto II –il Re Gentiluomo- Colloqui sulla fine della Monarchia, Le Lettere, Firenze, 2002)

9) Giovanni Semerano e Camillo Zuccoli, Dalla parte del Re – 1946 la verità sul Referendum, edizioni Monarchia Nuova, Roma, 1996

10) Franco Malnati, La grande frode, Bastogi, 1997

11) Paolo Monelli, Il giorno del Referendum, Le lettere, Firenze, 2007

12) Luigi Barzini, La verità sul referendum, Le lettere, Firenze, 2005

13) Aldo A. Mola, Storia della Monarchia in Italia, Bompiani, 2002

14) Aldo A. Mola, Il referendum Monarchia- Repubblica del 2-3 giugno 1946 – Come andò davvero, Bastogi, 2016

15) Domenico Fisichella, Dittatura e Monarchia – L’Italia tra le due guerre, Carocci, Roma, 2014

16) Falcone Lucifero, Il Re dall’esilio, Mursia, Milano, 1978

17) Fernando Etnasi, Repubblica o Monarchia, Dies, 1966

18) Carlo Richelmy, Cinque Re, Gherardo Casini, 1952

19) Francesco Cognasso, I Savoia, Corbaccio, Milano, 1999

20) Alfredo De Donno, I Re d’Italia- vita pubblica e privata dei Savoia-Carignano -1831-1946, Panella, Roma, 1971

21) Oreste Genta, S.M. Umberto II nei due anni di Regno, conferenza tenuta al Circolo REX il 21-1-1990, Editore INGORTP

22) Luciano Regolo, Il Re Signore, Simonelli, 1998

23) Vincenzo Staltari, Umberto II, Istituto Teano, 2003

24) Franco Garofalo, Un anno al Quirinale, Garzanti

25) Enrica Lodolo, I Savoia, Piemme, 1998

26) Silvio Bertoldi, Savoia – Album dei Re d’Italia, Rizzoli, Milano, 1996

27) Aldo A. Mola, Umberto II di Savoia, Giunti, 1996

 

 

Rinascita, declino e crollo del Regno di Napoli

di Domenico Giglio

Entrato a Napoli il 25 maggio 1734, lasciata dagli austriaci, ed incoronato Re di Napoli e Sicilia, il 3 luglio dello stesso anno, Carlo di Borbone ( 1716-1788), figlio di Filippo V, iniziatore della dinastia dei Borbone di Spagna e nipote del Re Sole, Luigi XIV, assumeva il titolo di Carlo VII, come Re di Napoli, divenendo Carlo III, quando nel 1759 lasciò Napoli per salire sul trono spagnolo . Iniziava così con lui la linea del Borbone di Napoli, dopo che per un brevissimo periodo, Carlo, aveva regnato sul Ducato di Parma, dove si era estinta la locale famiglia ducale dei Farnese, per cui anche in questo caso, dopo di lui, salì su quel trono, non un principe italiano, ma un altro Borbone, il fratello Filippo, da cui il ramo dei Borbone-Parma.

È logico ed evidente che tornare ad essere un Reame indipendente, anche se legato inizialmente alla Spagna, non poteva non essere accolto con favore da parte della parte pensante ed istruita dei due Regni originari, ora riuniti, dopo secoli di regime vicereale spagnolo, anche se taluni di questi vicerè si erano mostrati amministratori accorti ed onesti, e dopo il successivo breve periodo di governo austriaco . Era senza dubbio una dinastia straniera quella che iniziava a regnare, ma del resto in tutti quei secoli nessuna grande famiglia principesca napoletana e siciliana, aveva saputo o potuto ergersi a paladina dei due Regni, dando inizio ad una dinastia locale, tant’ è che quello di Sicilia, era stato assegnato nel 1713 ai Savoia, che vi regnarono fino al 1720, quando dovettero accettare il cambio con la Sardegna . Per cui la soluzione di una dinastia esterna era, all’epoca, l’unica praticabile, in Italia, escluso il Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna, che aveva una dinastia autoctona da centinaia e centinaia d’anni, in quanto si erano estinte altre grandi famiglie, come i toscani Medici ed i già citati Farnese.

Era infatti ben triste che, in un reame vasto e popolato, il più grande di tutta l’ Italia, pensiamo a tutte le regioni che lo componevano, così diverse fra loro, e con un fiorire di ingegni brillanti nei campi della storia, dell’economia e della finanza, un nome per tutti : Giambattista Vico, il potere venisse esercitato dal rappresentante di una potenza straniera, ma il ritrovarsi un Re giovane e quindi desideroso di affermarsi e di realizzare opere durature nel tempo apriva una stagione positiva. E di questa sono testimonianza significativa lo stralcio di una lettera del 1754, scritta dal grande economista, Antonio Genovesi, riportata da Benedetto Croce nella sua “Storia del Regno di Napoli”, che con “Uomini e cose della vecchia Italia”, sono testi che andrebbero riletti e meditati : “…cominciamo anche noi ad avere una patria, e ad intendere quanto vantaggio sia per una nazione avere un proprio principe…”, e le realizzazioni imperiture quali la Reggia vanvitelliana di Caserta, dall’enorme palazzo e dal fascinoso parco, il palazzo di Capodimonte che ospitò la fabbrica reale delle porcellane che dal palazzo presero il nome, il Teatro San Carlo, e l’imponente Albergo dei Poveri. Ed a questo proposito è opportuno e interessante notare un parallelismo con le realizzazioni sabaude dei palazzi di Stupinigi, Racconigi, Venaria Reale, e della Basilica di Superga, avvenute anch’esse nell’arco di tempo del XVIII secolo, ad opera di due Sovrani che regnarono in quel periodo, Vittorio Amedeo II, dal 1684 al 1730, e, Carlo Emanuele III, dal 1730 al 1773.

Il governo del Regno era però affidato ad un uomo politico toscano di indubbio valore, Bernardo Tanucci, che governò dal 1737 al 1776, iniziando una tradizione di governanti stranieri, estranei alla vita dei popoli che dovevano guidare, come successivamente l’inglese John Acton, dal 1778 al 1806, ed il colonnello Pommereuil per l’esercito, per non parlare derl pesante intervento di certi ambasciatori inglesi dall’Hamilton al Bentinck, sì che da una influenza spagnola vivente Carlo III, si passasse ad una inglese e ad una austriaca, essendo la consorte del figlio di Carlo, Ferdinando, la principessa Maria Carolina, una donna dotata di forte volontà e personalità, degna figlia di Maria Teresa d’Austria.

Questa stagione di regno di Carlo, che vide anche importanti provvedimenti amministrativi e trattati commerciali, nonchè la rivendicazione della indipendenza dal papato, come l’abolizione del dono al Pontefice, della chinea, cavallo o mulo bianco, in segno di sottomissione, durò 25 anni, perché gli altri 29 anni della sua vita, furono dedicati alla Spagna, con aperture da sovrano illuminista, non proseguite dai figli che gli succedettero . Sul trono di Spagna, il primogenito, l’inetto Carlo IV (1748-1819), e sul trono di Napoli, il secondogenito, Ferdinando IV (1751-1825), il cosiddetto “Re Lazzarone”, per i suoi modi popolareschi che lo avvicinavano ai “lazzari” napoletani, succubo della moglie, con un notevole parallelismo nella vita tra i due fratelli.

Quindi il periodo aureo dei Borbone di Napoli coincide unicamente, con il primo sovrano, perché nel lungo regno di Ferdinando, dal 1759 al 1825, che inizia effettivamente nel 1768, alla raggiunta maggiore età, in quanto nei 9 anni tra il 1759 ed il 1768 la politica napoletana, era ancora diretta da Madrid con i Reggenti lasciati da Carlo VII, alla sua partenza da Napoli per la Spagna . Infatti in circa trent’anni di regno, prima che in tutta Europa ed anche perciò su Napoli si abbattesse la tempesta della rivoluzione francese e dei suoi eserciti rivoluzionari che scorrazzavano per l’Italia, ben poco di positivo può ascriversi a Ferdinando IV, che non fosse opera dell’Acton, come la scuola militare della Nunziatella, ancor oggi operante, se non la fabbrica di tessuti di San Leucio, interessante esperimento sociale oltre che tecnico, essendo passione dominante la caccia, passione che lo accompagnò per tutta la sua lunga vita . Ed a proposito della Nunziatella, la cui fondazione risale al 1787, è bene ricordare che la prima accademia militare, la Reale Accademia di Savoia, era stata istituita nel Ducato di Savoia da Carlo Emanuele II, nel settembre del 1677, quindi ben centodieci anni prima, ed inaugurata il primo gennaio 1678, con sede, a Torino, nel prestigioso palazzo progettato dal famoso architetto Amedeo di Castellamonte.

Tornando al Regno di Napoli, la tempesta arrivò alla fine del 1798 con l’esercito francese che scendeva verso Napoli e Ferdinando il 23 dicembre si imbarcò sull’ammiraglia di Nelson, la “Vanguard” e si trasferì con la corte a Palermo, dove non era mai stato nei precedenti 40 anni di regno . A Napoli si apriva così 23 gennaio 1799 la breve stagione della Repubblica Partenopea, debole di consenso popolare, ma ricca di adesione dei migliori ingegni del Regno. Vita breve, perché dalla Calabria risalivano le bande del cardinale Fabrizio Ruffo, che aveva avuto pieni poteri dal Re, e tra incendi e saccheggi, sia pure contro la volontà del Cardinale, di cui ricorderemo Cotrone (Crotone oggi), Palmi, Altamura, solo a titolo indicativo, e si avvicinavano a Napoli, dove i repubblicani non avevano messo radici, come spiega Vincenzo Cuoco, in un suo saggio diventato famoso per la precisione degli argomenti storici e politici e per la lucidità della esposizione.

Così nel giro di pochi mesi l’armata del Ruffo giungeva a Napoli, dove il popolo si dava alla caccia dei “repubblicani”, con una ferocia, che ritroveremo nei briganti di sessant’anni dopo nei confronti dei soldati italiani, “denudandoli, smembrandoli”, per poi innalzare le teste recise sulle picche, o giuocando con le stesse, arrivando ad arrostirle e divorarle, ed altre cose innominabili, che pure sono descritte dallo storico filo borbonico Harold Acton, nei suoi due fondamentali volumi sui “Borboni di Napoli”. Eccessi che provocavano lo sdegno del cardinale Ruffo, ma che non aveva i mezzi per evitarli. Così dopo cinque mesi, 19 giugno 1799 avveniva la capitolazione dei repubblicani, ed iniziava la repressione, della quale, è triste dirlo, fu incitatore il famoso ammiraglio inglese Nelson, con il processo sommario dell’ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo, impiccato il successivo 30 giugno, e con altri provvedimenti repressivi, contro la volontà del Ruffo, che pure aveva avuto pieno mandato dal Re, mentre la Regina, non dimenticando di essere la sorella della sfortunata Maria Antonietta, ghigliottinata dai repubblicani francesi, incitava a non avere pietà, “né tregua, né perdono”. Vi furono poi i processi con 1004 condanne, di cui 105 a morte, fra cui ricordiamo Pagano e Cirillo, 222 all’ergastolo, 288 alla deportazione e 67 all’esilio, ed altre minori . Famosa è rimasta l’esecuzione successiva di Luisa Sanfelice, per la salvezza della quale si era anche mossa, la nuora del Re, moglie del principe ereditario Francesco, che avendo partorito un figlio, aveva chiesto la grazia della vita.

Ferdinando poteva rientrare a Napoli il successivo 10 luglio, accolto con entusiasmo dal popolo, mentre le esecuzioni dei patrioti repubblicani e la repressione poliziesca iniziavano a scavare quel fossato tra la monarchia borbonica e gli intellettuali che con alterne vicende durò fino alla scomparsa della monarchia stessa, sostituita in questo caso, fortunatamente, da un’altra monarchia e da un’altra dinastia, i Savoia, in quanto tale istituzione era maggiormente congeniale alle popolazioni meridionali, come si ebbe a costatare il 2 giugno 1946, nel referendum istituzionale, con il voto a grandissima maggioranza favorevole al mantenimento della monarchia dei Savoia.

Il rientro a Napoli del Re ed il suo soggiorno intervallato da viaggi e ritorni a Palermo, durò fino al gennaio del 1806, quando essendo nuovamente l’esercito napoleonico penetrato nel regno, il 23 di detto mese Ferdinando con Maria Carolina, ripartì per la Sicilia, dove, protetto dagli inglesi, sarebbe rimasto fino al 7 giugno 1815, data del suo rientro definitivo a Napoli, come Ferdinando I, Re delle Due Sicilie, titolo assunto per la nuova denominazione del suo regno, dopo essere stato “quarto” per Napoli e “terzo” per la Sicilia.

Tra queste due date a Napoli furono insediati da Napoleone come Re, per non ripetere l’errore della repubblica del 1799, prima il fratello Giuseppe, entrato a Napoli l’8 febbraio 1806, e poi, dal settembre 1808, il cognato Gioacchino Murat, maresciallo dell’Impero, epico comandante della cavalleria francese, che rivelò notevoli doti di governante, mentre per Ferdinando la Sicilia si rivelò difficile da governare, esistendo da secoli, un parlamento che le vicende dell’epoca avevano risvegliato da un lungo sonno ed ora voleva legiferare, specie, nel campo finanziario, motivo per il quale del resto era nato anche il famoso parlamento inglese, ed avere una costituzione, che il Re, pressato anche dall’ambasciatore inglese Bentick, firmò nell’agosto 1812, per poi rinnegarla, l’8 dicembre 1815 dopo il ritorno a Napoli e lo scioglimento del parlamento siciliano già decretato il 23 luglio 1815. Anche qui si scavava un fossato tra i Borbone e la Sicilia, che avrebbe avuto la sua sanzione ufficiale e definitiva, nel 1848, in una famosa seduta del Parlamento, nuovamente riunitosi, che l’8 maggio 1848, proclamava la decadenza dei Borbone, dal Regno di Sicilia, denunciandone il “sistematico spergiuro” ed offrendo la Corona ad un altro principe italiano, individuato nel secondogenito di Carlo Alberto, Ferdinando, Duca di Genova, che non poté accettare essendo impegnato con il padre ed il fratello nella guerra contro l’Austria .

Con il 1815 si apriva un quinquennio scarso di avvenimenti, come in tutta l’Europa, nel quale però operavano nel silenzio e nel segreto alcune organizzazioni, in particolare la Carboneria, che trovava terreno fertile nei giovani ufficiali ed in altri militari dell’epoca murattiana, della quale in parte erano anche nostalgici, per cui all’alba del primo luglio 1820 due giovani tenenti, Morelli e Silvati, muovevano da Nola con un drappello di cavalleggeri, per richiedere la Costituzione, che all’epoca si immedesimava nella “Costituzione di Spagna”, della quale, molto probabilmente, ben pochi di quelli che la richiedevano, conoscevano il contenuto. Via via le file si ingrossarono, poi a Napoli vi furono cortei, adesioni, manifestazioni ed infine dopo giornate di scontri e violenze il 13 luglio 1820, Ferdinando, giurava fedeltà alla Costituzione ed il primo di ottobre si riuniva per la prima volta il Parlamento. Questa concessione non poteva essere vista con favore dalle potenze della Santa Alleanza, che avevano messo come cardine della loro politica interna, il governo assoluto ed il divieto di qualsiasi tipo di costituzione, per cui Ferdinando fu invitato, o meglio, costretto a recarsi a Lubiana, per discolparsi e per disconoscere la concessione effettuata. E per meglio sancire ed attestare questa decisione del Re, di rinnegare la Costituzione, si mosse un esercito austriaco, forte di 42.000 uomini. E’ nota la decisione del parlamento napoletano di opporsi con il proprio esercito, la sconfitta dello stesso, l’entrata a Napoli degli austriaci il 23 marzo 1821, che ridotti successivamente a 35.000 soldati, rimasero nel regno fino al 1827, a totale carico dell’erario napoletano per la notevole cifra complessiva di 85 milioni di ducati, che avrebbe potuto essere ben diversamente utilizzata, mentre Ferdinando tornava nella sua capitale il successivo 15 maggio. Per cui, anche se questo primo parlamento non si era dimostrato all’altezza della situazione, senza dubbio non facile, il suo scioglimento approfondì il famoso fossato, che il successivo breve regno di Francesco I (1777-1830), salito al trono nel 1825, e mancato ancora in giovane età, nel 1830, non ridusse, se non aggravò, se pensiamo alla rivolta del Cilento del 1828 ed alla sua spietata repressione, che, portò, fra l’altro alla cancellazione di un paese, Bosco, ed alla decisione di ricorrere a truppe mercenarie, arruolando alcuni reggimenti composti da svizzeri, anche qui con aggravio per le finanze statali, non fidandosi del proprio esercito, quando l’uso di truppe mercenarie era scomparso nelle altre nazioni europee, dove gli eserciti erano ormai nazionali, come secoli prima aveva auspicato il Machiavelli. Dello stato del Regno sono sintesi le frasi del Metternich che indicava nella corruzione e venalità la causa della decomposizione e del degrado del Regno stesso, mentre “…il Re tentenna, il governo privo di morale non incute né rispetto, né timore…,”. Ed a questo discredito si aggiungeva anche l’infelice risultato della spedizione navale del 1828 contro il Bey di Tripoli, per impedire le sue scorrerie, mentre un ben diverso esito positivo aveva avuto analoga spedizione della flotta del Regno di Sardegna.

È con l’ascesa al trono, l’8 novembre 1830, del figlio ventenne, Ferdinando II ( 1810-1859), e la concessione di una amnistia per i numerosi condannati politici, che si riaprirono le speranze di un miglioramento nei più vari settori ed il primo decennio, dal 1830 al 1840, vide diverse realizzazioni nel campo tecnico, una minore vessazione fiscale unita a tagli di spese inutili e superflue, prebende varie comprese, anche se la corruzione nell’amministrazione, sviluppatasi nei precedenti periodi era sempre diffusa, come pure era la camorra ed il brigantaggio, fenomeno endemico in quasi tutto il regno. Del nuovo Re era apprezzata anche l’affabilità nei confronti del popolo, mentre della sua prima consorte, la principessa Maria Cristina di Savoia, era nota la carità ed il suo influsso benefico nelle decisioni del Sovrano, Regina amata dal popolo, ma purtroppo mancata in giovane età, dopo aver dato alla luce l’erede al trono, Francesco (1836-1894).

Lo sviluppo del regno, anche dal punto di vista strettamente numerico della popolazione salita da 5.732.114 abitanti nel 1830 ai 6.177.598 del 1840, era però viziato da una politica economica autarchica, basata sul basso costo della mano d’opera e su dazi protettivi, per cui non aveva prospettive in una Europa che si apriva ad una discreta libertà di commercio, ed alla industrializzazione con sviluppo di strade normali e di quelle “ferrate”, che non servissero unicamente al collegamento tra due regge, come era avvenuto nel 1838, per i pochi chilometri della linea ferroviaria tra Napoli e Portici. Inoltre nel decennio successivo, dal 1840 erano riprese rivolte locali, duramente represse, cospirazioni e tentativi avventurosi di insurrezioni, finiti tragicamente, come accadde per i fratelli Bandiera, di nobile famiglia, nel 1844 e come poi fu nel 1857 per Carlo Pisacane, duca di nascita e, al tempo stesso, socialista. Nel mezzo tra queste due date anche il Regno delle Due Sicilie, dove già nel 1847 era uscita anonima una “Protesta del popolo delle Due Sicilie” (scritta in realtà da Luigi Settembrini) fu scosso dalle vicende del 1848, dalla caduta in Francia della monarchia orleanista, dalla rivolta di Vienna con la estromissione di Metternich, da analoga rivolta, in Ungheria e dalla richiesta ovunque di regimi non più assoluti con la concessione delle Costituzioni. In questo quadro si inserisce la ribellione della Sicilia nei confronti del dominio borbonico, successivamente repressa con durezza, culminante nell’assedio di Messina, sottoposta a ripetuti bombardamenti, fino alla sua resa nel settembre 1849. Così, Ferdinando II, che pure aveva un orrore istintivo per una monarchia costituzionale, dovette concedere la Costituzione, come aveva deciso anche il Granduca di Toscana, lo stesso Pontefice Pio IX e Carlo Alberto, che inoltre aveva levata la spada per l’indipendenza italiana, muovendo guerra all’Impero Austriaco, riuscendo inizialmente a coinvolgere anche Ferdinando, che aveva inviato a sostegno un consistente contingente del suo esercito.

Tutto questo fu un sogno di un mattino di primavera perché poi venne l’ordine di ritirare le truppe, e la costituzione con il parlamento appena eletto vennero praticamente soppressi, anche se ufficialmente erano solo “sospesi”, con condanne ed esilio della migliore classe dirigente del regno che trovò rifugio all’estero e di questo “estero”, faceva parte il Piemonte Sabaudo, dove la costituzione, lo “Statuto”, era stato conservato, così come la bandiera tricolore, ed un libero Parlamento legiferava, modernizzando la struttura dello Stato, ed il governo, composto dalla locale classe dirigente formatasi in decenni di lavoro e di fedeltà dinastica, presieduto da Camillo Benso, conte di Cavour, “tanto nomini, nullum par elogium”, impostava una politica estera spregiudicata, con lo scopo di estromettere l’Austria dall’Italia, così che nacque la “Società Nazionale”, dove erano confluiti i patrioti delle più varie provenienze ideologiche e regionali, che ebbe, come sintesi del suo programma, il motto: “Italia e Vittorio Emanuele”, che fu quello che Garibaldi lanciò ai siciliani, nel proclama di Salemi, il 14 maggio 1860.

È chiaro che questo sconvolgimento della vita politica in Italia non poteva non colpire Ferdinando che riteneva sicuro ed estraneo il suo regno, racchiuso tra l’acqua salata e l’acqua santa, mentre la frontiera dell’acqua santa, era in pericolo perché nel progetto unitario era prevedibile l’eliminazione dell’anacronistico ed antistorico Stato della Chiesa, e la fine del non certo evangelico potere temporale dei Papi. Senza ricordare i giudizi negativi di uomini politici inglesi, forse prevenuti nei confronti del Regno delle Due Sicilie, come Gladstone, senza dubbio il regime diveniva sempre più poliziesco e la sua indipendenza era in realtà un isolamento, che andava dall’ostilità inglese, alla quasi ostilità della Francia repubblicana e poi napoleonica, ed alla indifferenza della Prussia, della Russia e della stessa Austria, che ideologicamente era la più vicina, ma che si trovava a dover affrontare il problema dell’attacco al suo potere nelle regioni italiani a lei sottoposte. Inoltre preoccupava anche la salute del Re, che declinava senza una esauriente spiegazione medica. Di questo declino è testimonianza il racconto del viaggio per via di terra, da Napoli a Bari, per ricevere la sposa del figlio, la principessa bavarese Maria Sofia, sorella della Imperatrice d’Austria, Elisabetta. Racconto allucinante sia per lo stato delle strade, in pieno inverno (Ferdinando era partito dalla Reggia di Caserta l’8 gennaio 1859), sia per la salute del Re che peggiorava di giorno in giorno. L’arrivo a Bari, la permanenza, i consulti e consigli medici non ascoltati ed il viaggio, questa volta via mare, per ritornare a Caserta, dove si sarebbe spento il successivo 22 maggio, mentre da un mese circa era in corso in Lombardia la guerra dei franco-piemontesi contro gli austriaci, in quella seconda guerra d’indipendenza che avrebbe dato la svolta decisiva al processo unitario dell’Italia, che tanti anni prima era stato proposto, senza esito, proprio a Ferdinando.

In pratica potremmo dire che con la morte di Ferdinando inizia l’epilogo del regno, anche se la fine avvenne un anno e mezzo dopo, con il plebiscito di adesione alla Monarchia Costituzionale dei Savoia, con la successiva resa di Gaeta il 13 febbraio 1861 e la partenza del Re Francesco II, il successivo 14 febbraio, sulla nave francese “La Mouette” ed il suo esilio romano.

L’ascesa al trono del primogenito Francesco, ventitreenne, in un simile momento storico si era infatti presentata fin dall’inizio difficile, non tanto per la giovane età ed inesperienza del principe (non dimentichiamo che il padre era diventato Re a vent’anni, ma in un diverso momento storico!), quanto per l’assenza di consiglieri qualificati e politicamente adeguati ai tempi che si stavano vivendo, causa quel distacco tra dinastia e possibile classe dirigente, iniziato fin dall’epoca del primo Ferdinando e proseguito sotto i suoi successori che disprezzavano i “pennaruli”, ricambiati da analoga disistima e sfiducia degli stessi nei loro confronti. Perciò Francesco II, non trovò altra soluzione di richiamare il 4 giugno 1859, il settantacinquenne Carlo Filangeri, come capo del governo, incarico che tenne fino al successivo 16 marzo 1860, avendo un successore egualmente anziano, come anziano era l’ottantaduenne Winspeare, Ministro della Guerra, e i settantenni generali Lanza, Landi e Letizia, che di lì a pochi mesi avrebbero dovuto opporsi a Garibaldi.

Ed il giovane Re doveva anche guardarsi dalle camarille di Corte che facevano capo alla intrigante matrigna, l’austriaca Regina Madre. Maria Teresa, seconda moglie di Ferdinando II, che avrebbe preferito sul trono uno dei suoi figli. Così si persero mesi preziosi, pensando a lavori per porti, strade e ferrovie, progettati anche all’epoca del padre, ma non realizzati, lasciando inutilizzati i fondi che pur esistevano, mentre si trascurò la questione politica di un accordo con il Regno di Sardegna, come suggeriva lo zio del Re, Leopoldo, conte di Siracusa. Venne così nel maggio 1860 lo sbarco a Marsala di Garibaldi, e solo dopo, il 25 giugno, la firma della Costituzione tardivamente concessa, e l’adozione della bandiera tricolore con lo stemma borbonico. Che poi sul Volturno, i resti, ancora numerosi e bene armati dell’esercito napoletano abbiano combattuto valorosamente ed il Re fosse presente insieme con alcuni dei suoi fratellastri, non modifica l’esito negativo di questa ultima battaglia campale, dove Garibaldi dimostrò doti strategiche e non solo di audacia personale, ben diverse dalle incertezze e dai timori del comandante avversario, il generale Ritucci.

L’arroccarsi successivo dei Sovrani a Gaeta, fortemente fortificata, e la resistenza, prolungatasi oltre ogni logica militare, all’assedio di quella che era ancora l’Armata Sarda, dove erano già stati inseriti elementi delle regioni unitesi al Piemonte, e comandata dal Cialdini, se dette un giusto rinnovato risalto al valore delle truppe napoletane ed alle figure del Re e della Regina, sempre sugli spalti ed in mezzo ai soldati, confortando i numerosi feriti, non poteva mutare le sorti del Regno, come non lo mutarono successivamente i tentativi di rivolte inseritesi nel precedente brigantaggio, per le quali, dall’esilio romano di Francesco II, partivano migliaia di ducati per organizzarle e sostenerle, quando gli stessi ducati, anni prima non erano stati usati per costruire scuole, strade, ospedali e ferrovie.

Bilancio quindi globalmente negativo quello del regno borbonico, con un finale, nelle zone più interne del vecchio reame, di violenze ed atrocità contro i rappresentanti del nuovo stato unitario, che provocarono reazioni ampiamente giustificate anche se, forse, in qualche caso eccessive, quando avrebbero dovute essere invece meditate le nobili parole del proclama del generale Cialdini, quando volle far celebrare, il 17 febbraio 1861, una Messa per i caduti di entrambe le parti, sull’istmo di Gaeta: “Soldati, noi combattemmo contro italiani, e fu questo necessario, ma doloroso ufficio…..Là pregheremo pace ai prodi, che durante questo memorabile assedio perirono combattendo tanto nelle nostre linee, quanto sui baluardi nemici. La morte copre di un mesto velo le discordie umane e gli estinti sono tutti eguali agli occhi dei generosi. Le nostre ire non sanno sopravvivere alla pugna. Il soldato di Vittorio Emanuele combatte e perdona.”

(da "Nova Historica, n.61/62, del  2017, anno XVI. Edizioni Pagine, Roma)

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